Nazifobia

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Un’università ha usato una frase di Rommel per motivare gli studenti
L’Università inglese di Exeter è stata costretta a scusarsi pubblicamente dopo l’accaduto, dichiarando che nessun membro dello staff aveva idea di chi fosse Erwin Rommel

Jacopo Bongini – Mer, 20/06/2018 – 21:04

È polemica in Gran Bretagna dopo che Il generale nazista Erwin Rommel, uno dei protagonisti della seconda guerra mondiale, è accidentalmente diventato per qualche ora una figura ispirazionale al pari del Mahatma Gandhi o di Albert Einstein.

La prestigiosa Università di Exeter, nell’Inghilterra meridionale, ha infatti utilizzato una citazione del generale tedesco come frase motivazionale, inserendola all’interno di una mail del Career advisory service – il servizio di assistenza post laurea – destinata al personale e agli studenti dell’ateneo. La frase di Rommel usata nella mail era: “Non ci si può permettere di perdere opportunità uniche per amore delle sciocchezze” , che difatti ben si adatta al personaggio soprannominato “La volpe del deserto” e conosciuto per la sua grande abilità strategica dimostrata al comando delle truppe tedesche in nordafrica.

Che dire? mi sembra una polemica un poco pretestuosa; Rommel sarà anche stato un militare tedesco che ha combattuto, e talvolta sconfitto, gli inglesi nella II guerra mondiale ma la frase citata non mi sembra contenga slogan di tipo razzista o che sia offensiva verso qualcuno. Posso capire il non voler neppure dare l’impressione di essere “pro nazismo1” ma qui si sta condannando una frase, imho anche giusta, anche efficace, solo perché pronunciata da una persona “non gradita”.

Una osservazione che avevo sentito diceva: “onestà intellettuale è ammettere, quando un nazista dice che piove ed effettivamente sta piovendo, che il nazista ha ragione”. Faccio notare che l’ammettere che il nazista abbia ragione in una situazione specifica e precisa,  ovvero dice che piove e sta piovendo, non significa ammettere che il nazista debba per forza avere ragione sempre, comunque e dovunque.

Anzi questo modo di pensare “se tizio è nazista allora tizio dice solo cose sbagliate” è il classico modo di pensare che ti fa apparire come pazzo fanatico peggio di tizio, visto che poi rischi di trovarti costretto a sostenere posizioni assurde pur di non ammettere che in quella specifica situazione tizio aveva ragione.

Se finisci a pensare solo per stereotipi, quando uno stereotipo risulta essere falso, tutta la costruzione casca come un castello di carte. Per rendersene conto basta pensare alla vicenda di Giorgio Perlasca. Perlasca è stato un fascista convinto, ha partecipato alla guerra di spagna dal lato dei neri e durante la II guerra mondiale, spacciandosi per il console di spagna, ha salvato qualche ebreo. Luci ed ombre. Logico che causi imbarazzo per chi è abituato a pensare solo bianco o solo nero e chi considera nero profondo sia il nero al 99.99% che il nero al 0.01%.

Infatti all’epoca della prima messa in onda dello sceneggiato interpretato da Zingaretti ed ispirato alla figura di Perlasca ci furono proteste perché secondo alcuni “si esaltava un fascista”.

Seconda cosa: è sbagliato invocare la “damnatio memoriae” sul nazismo, dimenticarlo e volerlo trasformare in un fumettone buoni buonissimi contro cattivi cattivissimi; è il modo migliore per obliare anche le cause e le dinamiche che portarono alla sua ascesa e, cosa più grave, non riconoscere certe situazioni quando si ripresentano.

A seguito del polverone causato dalla notizia, un portavoce dell’università ha cercato di chiarire la questione scusandosi pubblicamente: “Si è trattato di un errore in buona fede e in nessun modo intenzionale. Tuttavia ci scusiamo senza riserve se qualcuno dovesse essersi sentito offeso, ci siamo già attivati per evitare che episodi come questo possano accadere di nuovo in futuro”, aggiungendo come i membri dello staff che hanno selezionato la frase l’abbiano semplicemente trovata su internet e che non avessero la minima idea di chi fosse Erwin Rommel. Una brutta gaffe per l’Università di Exeter, che nel 2013 ottenne dal Sunday Times il titolo di università dell’anno e che ogni anno è costantemente classificata come uno dei dieci migliori atenei del Regno Unito.

La pezza è peggio del buco. Cioè se uno si sente offeso da quella frase solo perché l’aveva pronunciata Rommel, imho è lui che ha qualche problema e che dovrebbe farsi qualche domanda (e darsi una risposta). Capisco la delicatezza ed il rispetto ma se non ci si mette un limite si finisce a dover dar retta alle pippe mentali di chiunque che per qualsiasi, pretestuoso, motivo si sente offeso2.  Con risultati che vanno dal tragico all’umoristico. Cioè se si scoprisse domani che Sir Isaac Newton era stato un misogino che menava la moglie, imho, pretenderebbero che si torni immediatamente alla fisica aristotelica (visto che aristotele era buono, multiculturalista e very politically correct ed inoltre compatibile con tutte le credenze religiose).

 


  1. Che poi Rommel era un militare che aveva anche partecipato al complotto per far fuori Hitler quando ci si accorse che oramai la guerra era persa. Non era di certo il classico nazista fanatico fedele fino alla morte al nazismo. Errata: come ha detto mauro Rommel venne sospettato di aver coperto i complottisti e per quello convinto a “suicidarsi”, ma non partecipò direttamente al complotto. 
  2. Attendo con ansia il primo che parli di nazishaming (nazistofobia) e inizi a piagnucolare: mi critichi solo perché sei nazifobico; fra i SJW e i criceti cicisbei questo causerà, come capitato ad esempio per il “vomitevole” di Macron, più di un cortocircuito. 
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la controproducente religione laica dell’antifascismo.

Su twitter sembra tornata in voga la religione dell’antifascismo; una religione laica che ha qualche contatto con quanto avvenne in italia negli anni ’40 del secolo scorso. Molti pubblicano inviti a dichiararsi antifascisti e a ripudiare il fascismo. Peccato non si rendano conto che così facendo stanno propiziando proprio la rinascita del vero “fascismo” e non le buffe chiassate fatte da quattro pagliacci1.

Perché un comportamento simile è sciocco e controproducente?

Il primo motivo è che ho notato che chi fa grandi prediche sull’antifascismo spesso è il primo a tenere comportamenti fascisti; il fascismo è qualcosa che va oltre il mero indossare la camicia nera e passeggiare con il passo dell’oca. Ad esempio uno dei metodi del fascismo era lo sputtanare ad oltranza diffondendo calunnie sulle persone, calunnie magari costruite montando ad arte pezzi di lettere scritte dalla vittima. Uno che si ritiene antifascista dovrebbe aborrire un comportamento simile eppure moltissimi sono andati in piazza ad urlare a favore di tale comportamento in nome di un diritto, il diritto del popolo a sapere, che non esiste nella costituzione, anzi nella costituzione reale c’è scritto esattamente il contrario. Come anche la presunzione di innocenza; per quei farlocchi “antifascisti” non deve valere sempre ma se, e solo se, chi viene colpito è un galantuomo (ovvero qualcuno simpatico e dalla mia parte) altrimenti si scarica repentinamente Beccaria per passare a Torquemada.
Alla fine l’impressione che si coglie è che “antifascista” sia solo una spilletta da mettere al bavero per nobilitare quelli che in realtà son solo bassi interessi di bottega2.  Giustificare “i metodi fascisti3” purché usati “a fin di bene” significa affermare, con i fatti, che lo sbaglio del fascismo non erano i comportamenti quanto il colore della camicia.

Seconda cosa: se “arruoli” la resistenza nelle tue fila non stupirti se il tuo avversario poi cercherà di attaccarti anche sulla resistenza, soprattutto se la “resistenza” non è quella reale con luci ed ombre che ha combattuto la guerra ma un fumettone4 vagamente ispirato alle vicende storiche. Trasformare la storia in buoni buonissimi contro cattivi cattivissimi è il modo migliore per far dimenticare la sua lezione; la gente che la sente raccontata in questo modo pensa più ad un fumetto che a storie reali, ad errori ed orrori veri. Chi ha paura del ritorno di lex luthor?

Terza cosa: usare il fascismo ed il pericolo del suo ritorno come unico collante di una coalizione che, levato quello, non ha alcun altro punto di contatto politico, significa svilire l’antifascismo. “Ok siete antifascisti, e poi? cosa farete in economia, giustizia, scuola etc. etc.?” Il modo migliore per far diventare “antifascista” un sinonimo di cazzaro.

Ultima, ma non meno grave, l’arrogarsi di essere “i buoni” e di essere gli unici “a dare patenti di antifascista DOC” porta, come si è visto al referendum, ad una guerra fratricida dove tutti si accusavano allegramente di fascismo. Salvo poi serrare le truppe e proporre leggi demenziali in nome di una lotta che esiste solo nella loro testa. Il fallimento del referendum è nato lì.


  1. alla conta dei voti le formazioni che si rifanno apertamente al fascismo “storico” hanno ottenuto risultati da prefisso telefonico. 
  2. coalizzare le truppe, trovare un punto di contatto che giustifichi una traballantissima alleanza elettorale, menarla con la storia dei buoni contro i malvagi… 
  3.  certo la guerriglia urbana per fermare i fascistissimi bancomat ed opporsi alle vetrine SS è il massimo dell’antifascismo. 
  4. altrimenti come si potrebbe giustificare lo sfilare alla festa della liberazione con i simpatizzanti di questo qui rifiutando le bandiere della brigata ebraica e mal tollerando le bandiere inglesi e americane, cioè i tizi che cacciarono realmente i nazifascisti dallo stivale.  Non celebrano la liberazione reale ma fanno la festa del fumettone che hanno in testa. 

Parliamo un poco delle cause del razzismo…

Su FB un mio contatto ha condiviso questo articolo che tratta di una “caccia al sardo avvenuta nel 1911 nel comune di Itri all’epoca provincia di Caserta e ora provincia di Latina. L’ho trovato molto interessante perché, come prima cosa mostra che la “caccia al diverso” è un vizio vecchio quanto il mondo, e secondariamente perché fa capire alcune dinamiche che portano al “dagli allo straniero” ed al “razzismo”. Grassetti miei.

fonte:http://www.nuorooggi.it/n_archivio/articolo_detail.asp?CODICE=r614

Fuori i Sardegnoli – Il Massacro di Itri

Grazie al prezioso lavoro dello storico Professor Tonino Budruni che ha ricostruito minuziosamente nella «Rivista della Sardegna» Ichnusa n.10, maggio/giugno, anno 5 del 1986, oggi siamo a conoscenza dei «Giorni del massacro ».

Era il 1911, anno in cui molti sardi riponevano nell’emigrazione la speranza di una vita migliore, la quale palpitava, fiduciosa e intrepida, sul posto di lavoro. Tuttavia, nel luglio di quell’anno per quattrocento figli della Sardegna, il sogno si frantumò nel suolo italico in una realtà di persecuzione e d’orrore. Essere sardo e per questo pagarne il prezzo, subirne il razzismo di persona, sperimentarlo sulla propria pelle fu un’esperienza, purtroppo, di molti di questi nostri conterranei. Nella storia che segue vedremo la xenofobia antisarda manifestarsi in tutta la sua animale violenza contro quei lavoratori «diversi».

Erano anni di progresso tecnologico in cui la ferrovia ne rispecchiava il mito, attraversandone l’Italia. A costruire le migliaia di chilometri di linee ferroviarie, altrettante migliaia di braccia. E fu così che circa mille sardi, quasi tutti minatori del sud Sardegna, furono impiegati per la costruzione della linea Roma – Napoli. Assumere sardi era allora conveniente, poiché lavoravano sodo, in cambio, a parità di mansione, di un salario inferiore a quello degli operai continentali, loro colleghi. Quattrocento operai isolani, furono, quindi, stanziati temporaneamente nel comune di Itri, all’epoca in provincia di Caserta e oggi di Latina, ossia nella cosiddetta: «Terra di lavoro».

(…)

Il sardo era conveniente perché accettavano, a parità di mansione un salario inferiore a quello degli operai continentali. Questo, lavoratori “stranieri” che accettavano condizioni peggiori di quelli autoctoni è stato, guarda caso anche un motivo per l’analogo “razzismo” dei belgi nei confronti degli italiani impiegati nelle miniere a seguito dell’accordo “carbone – lavoro”. Infatti un minatore italiano all’azienda costava, a parità di rendimento, molto di meno. Le norme di sicurezza obbligatorie per i minatori belgi non erano obbligatorie per i minatori italiani e che la paga di un italiano era minore di quella di un belga.

In pratica i sardi nel 1911 a Caserta e gli italiani in Belgio erano, “letteralmente”, schiavi anche se non avevano le catene e non cantavano i gospel. E gli schiavi chi danneggiavano di più? Non di certo i padroni che sfruttavano quanto le persone cui “rubavano” il lavoro, ovvero gli autoctoni mandati “fuori mercato” dagli schiavi. E il malumore verso chi rubava il lavoro era comprensibile1. Io non lavoro perché un’altro mi fa concorrenza al ribasso accettando condizioni molto peggiori e vanificando le mie “lotte” per strappare un contratto migliore.

Gli abitanti di Itri, però, fomentati e spalleggiati indirettamente dai mass – media italiani che descrivevano i sardi come una «razza inferiore e delinquente per natura», sollevavano pregiudizi razzisti contro i sardi. A servirsi di questa opinione diffusa e consolidata in una costante tensione sociale fu la camorra, nel momento in cui la sua autorità fu sconfitta dagli involontari rappresentanti del Popolo Sardo, la quale riuscì a trasformare tale convinzione in sentimento di odio sanguinario antisardo.

I sardi stavano facendo concorrenza sleale, bisogna avere l’onestà intellettuale di ammetterlo. Non che fossero più capaci o più competenti della media ma, come scritto sopra, “accettavano retribuzioni minori”. Immaginiamo due ristoratori: Onestio e Furbonio. Onestio rispetta tutte le norme sanitarie e paga tutte le tasse e le imposte. Furbonio evade allegramente e se ne frega delle norme igenico-sanitarie. Furbonio riesce a fare prezzi bassissimi rispetto a quelli che fa Onestio, o se si preferisce, a lavorare con margini molto più alti rispetto ad Onestio. Onestio ha motivi per risentirsi del comportamento di Furbonio?  Se Onestio si risente è solo perché è razzista nei confronti degli abitanti di Furbonia? E come pensate che reagirà Onestio se, alle sue giuste rimostranze o alla richiesta che i controlli, obbligatori, siano fatti anche nel ristorante di Furbonio, venisse risposto: “dici così solo perché sei razzista nei confronti degli abitanti di Furbonia”? Il fatto che poi Onestio finirà a supportare e votare per chi urla “a mare i Furboni” non mi stupirebbe affatto.

Chi condanna il razzismo spesso vede solo il risentimento ma non pensa per niente a quello che tale risentimento ha causato, anzi con una perversa inversione di causa ed effetto spaccia il risentimento per colpa del razzismo e non viceversa. Questo modo di comportarsi porta spesso a tentare di disinnescare il razzismo con l’ipocrisia: “dici questo solo perché sei razzista”, idea intelligente quanto il voler spegnere un fuoco con la benzina. Per disinnescare il razzismo le deplorazioni servono poco; quello che serve è neutralizzare la causa scatenante del razzismo. In quel caso il fatto che i sardi si accontentassero di meno soldi e meno diritti. Cosa sarebbe successo se i “padroni” fossero stati costretti a pagare gli operai, a parità di mansione, con lo stesso stipendio? Probabilmente non ci sarebbe stata la caccia al sardo “rubalavoro”. Idem per il belgio; uno che accetta una paga minore e che accetta anche condizioni di sicurezza peggiori è uno che mette a rischio anche te.


  1. faccio notare che il capire le cause di un fenomeno non significa affatto giustificarlo. Putroppo “comprensione” è un’altra di quelle parole snaturate da un pessimo giornalismo. 

Ma ha fatto anche cose buone…

Uno dei leit motiv della campagna elettorale è il tradizionale scontro sul fascismo1. In particolare si dibatte se il fascismo abbia fatto o meno cose buone.

Io penso che ridurre la storia ad un fumettone buoni buonissimi contro cattivi cattivissimi sia il modo migliore per dimenticare gli insegnamenti, spesso impartiti in maniera drammatica, della storia. I cattivi dei fumetti, per contratto, devono fare i cattivi e devono fare solo cose cattive, e nei fumetti meno stereotipati se fanno qualcosa di buono è solo perché hanno il secondo fine di fare qualcosa poi di molto più cattivo. Quindi lex luthor o joker sono cattivi e fanno cose cattive. Ma chi ha paura di lex luthor e joker? Uno che urlasse in piazza che servono leggi speciali contro lex luthor verrebbe preso per pazzo.

Ecco perché penso che trasformare hitler e mussolini in una sorta di lex luthor e di joker non sia una mossa molto accorta; perdi tutta la drammaticità della storia. Nella fumettizzazione della storia si innesta anche il dibattito, surreale a mio avviso, se Hitler o Mussolini abbiano o no fatto qualcosa di buono. Per me la risposta è sì; si sta parlando di fenomeni complessi durati molto tempo quindi è statisticamente certo che qualcosa di buono: una strada, una bonifica l’abbiano fatta. Fermo restando che il bilancio complessivo bene – male pende decisamente verso il “male”, l’aver scatenato la II guerra mondiale, la follia degli stermini, la shoa con annessi e connessi son colpe enormi, immense ed innegabili, colpe che non possono esser mondate dall’aver fatto bonificare una palude o risistemare una strada.

Però l’usare tali colpe per negare che qualcosa di “buono” possano aver fatto è infantile e stupido. Se i buoni fanno solo cose buonissime, visto che i cattivi fanno solo cose cattivissime, come si può giustificare, in questo schema, il bombardamento di Dresda, i gulag o le rappresaglie verso la popolazione civile tedesca alla fine della seconda guerra mondiale? Se fai un bilancio luci ed ombre ammettendo onestamente che c’è stata qualche flebile luce anche dalla parte che aveva moltissime ombre e qualche ombra nella parte luminosa te la cavi facilmente. Se ragioni in binario alla fine si arriva alla notte in cui tutte le vacche sono nere, che Dresda o Hiroshima sono la stessa cosa delle devastazioni naziste, e che l’unica colpa di Mussolini è di esser stato lo sconfitto e quindi quello che si è preso tutte le colpe. In pratica lo si trasforma da farabutto a martire.

Quando studi un bilancio devi guardare, onestamente, tutto attività e passività. Ed anche se il bilancio è in “profondo rosso” qualche cifra nera, piccola, la trovi. Il fatto che ci siano non nega il “profondo rosso” del bilancio, ma il negare che ci siano significa che del bilancio si sta guardando solo la parte che interessa oltre che falsificare il bilancio.

Ecco perché quando qualcuno tira fuori il “ma ha fatto anche cose buone” sarebbe meglio rispondere: “ma di certo non son sufficienti a cancellare le sue immense colpe” più che negare, mentendo, l’esistenza di cose buone.


  1. puntualmente quando a sx non sanno più cosa dire tirano fuori l’antifascismo. Vedi campagne elettorale del 1994, del 2001 e del 2008. 

Martin Luther King, Caravaggio, Shakespeare ed il lavaggio della memoria

A quanto pare la nuova moda, demenziale, che si sta diffondendo negli USA è quello che chiamerei “lavaggio della memoria”; ovvero il condannare inappellabilmente quelli che oggi son considerati errori e comportamenti riprovevoli commessi nel passato o da qualche “grande” della storia.

Io personalmente considero un errore grave misurare il passato con il metro del presente; se oggi abbiamo questo metro è stato anche grazie alle cazzate ed agli errori del passato. Una cosa che non mi era mai piaciuta dei corsi di matematica è la poca attenzione alla storia della matematica; in molti casi si parlava del risultato senza parlare delle strade e degli errori compiuti per arrivarci. Eppure più che dalle vittorie l’umanità ha imparato tanto dagli errori. Piaccia o no la pace post seconda guerra mondiale e la guerra fredda, rimasta fredda, è stato sia per evitare un nuovo bagno di sangue come la seconda guerra sia dall’equilibrio del terrore.  Sembra paradossale ma la bomba e la sicura mutua autodistruzione ha contribuito ad evitare una nuova escalation che avrebbe portato alla terza guerra.

Per apprendere bisogna conoscere gli errori ed ammetterli. Negarli e cancellarli significa cancellare la storia1. Un poco come capitava quando fanatici religiosi2 decidevano di fare piazza pulita di tutte le civiltà precedenti e di qualsiasi cosa fosse in contraddizione con quella che credevano la rivelazione sacra. Il risultato è sempre stato il solito, un epoca oscura ed un arretramento delle conoscenze scientifiche e tecniche.

Cosa che temo avverrà con la nuova religione laica del politically correct a tutti i costi, della par condicio sempre comunque e ovunque (e soprattutto a sproposito).  Che in storia della letteratura inglese si studino soprattutto poeti del passato bianchi e nati in inghilterra mi sembra una cosa scontatissima, le proteste perché i corsi di storia della letteratura diano spazio anche ad autori moderni non di origini britanniche DOC mi sembra una sciocca pagliacciata come le richieste di studio delle “matematiche alternative“. Trovo inquietante che molti, per far vedere di essere moderni e sensibili, si pieghino a tali stronzate.

Altra cosa che trovo inquietante è la “damnatio memorie” nei confronti di chi si è macchiato di qualche colpa, o di qualcosa che oggi viene considerato un comportamento sbagliato e scorretto.  Questa storia è emblematica:

Sempre a proposito di censura e divieti: la sensibilità degli studenti di lettere della University of Pennysilvania era così urtata da un’immagine di Shakespeare, poeta ritenuto razzista e misogino, affissa nella hall del dipartimento da imporre la sua rimozione e sostituzione con la foto di Audre Lorde, poetessa lesbica e femminista africana. Siamo davvero tanto sicuri del valore che ha il sostituire al più grande poeta e drammaturgo inglese che sia mai esistito questa poetessa? Non è forse attraverso le sue poesie e le sue parole che questa scrittrice dovrebbe essere acclamata, invece che come icona?
[da: http://thevision.com/cultura/ipersensibilita-snowflake/]

Studiare letteratura inglese senza considerare Shakesperare è come pretendere di studiare matematica saltando a piè pari tabelline, equazioni, polinomi, funzioni per iniziare direttamente dagli integrali tripli. Il fatto che Shakesperare fosse un misogino non modifica di una virgola il valore letterario delle sue opere. Così come il fatto che il Caravaggio fosse un assassino o che Martin Luther King avesse, secondo certe carte della cia, una amante non sminuisce il valore delle sue azioni ed i risultati da egli ottenuti. A furia di volere solo il bianco più bianco del bianco si finisce solo a rendere tutto nero.3

Cancellare il passato e le sue brutture cercando di obliare la storia significa creare un presente amorfo dove si finirà certamente a ripetere tanti errori già fatti in passato. Brutto che università ed enti di cultura non conoscano questa lezione basilare della storia, molto molto brutto.

Hitler che volle piegare la scienza alla politica, la scienza ariana contrapposta alla scienza ebraica, si giocò la possibilità di arrivare per primo alla bomba atomica. Idem per l’urss di Stalin e Lysenko. Invece gli americani con il loro pragmatismo non si fecero scrupolo a collaborare con Von Braun (l’uomo delle V2) per vincere la corsa allo spazio. Invece Agostino di Ippona (dottore della chiesa) considerava giusto che i cristiani usassero i tesori filosofici e le conoscenze di filosofia naturale dei filosofi pagani.

A questo modo di vedere tipico dei pensatori Cristiani è possibile rintracciare un antecedente nell’influenza dei filosofi pagani. È questo il primo esempio del fenomeno, frequentemente osservabile, che nonostante la sua netta opposizione al Paganesimo nelle sfere della religione e dell’etica, il Cristianesimo era sempre prontissimo a goderne i tesori filosofici. Per coloro che potessero pensare che ciò fosse strano o indegno di un cristiano, Sant’Agostino aveva giustificato questi prestiti una volta per tutte: i pagani posseggono sì questi tesori, ma non ne sono i possessori di pieno diritto; per diritto quei tesori appartengono ai Cristiani, che saranno i primi a farne il giusto uso; quando si impadroniscono di questi tesori, non fanno altro che comportarsi come gli Ebrei, che, uscendo dall’Egitto portarono con sé, col consenso del Signore, vasi d’oro e d’argento, gioielli e vestiti preziosi che erano appartenuti agli Egizi, poiché potevano farne un miglior uso. E ogni sorpresa per il fatto che tanta saggezza era stata data a popoli che erano rimasti privi della luce della Rivelazione veniva eliminata citando il passo del Vangelo secondo Giovanni, 1, 9, dove si dice che la Luce illumina ogni uomo che viene al mondo.
[fonte: http://www.fisicamente.net/FISICA_1/index-1849.htm]

 


  1. la maledizione della storia è che chi non la conosce è destinato a ripeterla. 
  2. di diverse religioni, anche di matrice cristiana. 
  3. chiedere ad esempio alla sinistra italiana, puntualmente impegnata in gare autolesioniste ad: il mio comunismo è più lungo del tuo. 

Per favore, chiudete l’Anpi di Savona! – Il Dubbio

Riconosco, e stimo Sansonetti perché riconosco sia una persona intellettualmente onesta. E condivido questo suo articolo e il suo grido contro il silenzio della sinistra. Sinistra che spesso urla sdegnata e chiede la testa dei segretari dei partiti politici avversari quando qualche bestialità o qualche clamorosa stronzata viene scritta nei social da qualche consigliere circoscrizionale di qualche sperduto paesello.

Comportarsi in questo modo è semplicemente sdoganare il fascismo comportandosi, camicia nera a parte, esattamente come i fascisti. E che credito si può dare a chi si dice antifascista a parole e fascista, fascistissimo, nei modi?

Sorgente: Per favore, chiudete l’Anpi di Savona! – Il Dubbio (grassetti miei)

Il capo dell’Anpi di Savona, con una dichiarazione demenziale, ha definito “fascista” una bambina di 13 anni e ha giustificato – neanche tanto velatamente – il suo stupro e il suo assassinio, nel 1945, ad opera di alcuni partigiani vigliacchi e folli. (…) Però l’Anpi dei cinquantenni continua a rivendicare il suo ruolo e a pretendere l’esclusiva dell’antifascismo. Lo ha fatto anche recentemente, durante la campagna del referendum, dichiarandosi custode suprema della Costituzione.

Purtroppo i capi veri della Resistenza non ci sono più: Longo, Mattei, Parri, Valiani, Pertini, Lombardi, Pajetta. Socialisti, comunisti, democristiani, liberali. Gente valorosa, di pensiero e di grandi principi e di forte moralità. Inorridirebbero di fronte alle idiozie dell’Anpi contemporanea.

La presa di posizione dell’Anpi di Savona, nasce da una ragionevolissima iniziativa di un consigliere di centrodestra del comune di Noli, il quale, dopo 72 anni dalla sua morte, ha proposto una targa per ricordare quella bambina stuprata e uccisa. Il sindaco ha detto di sì, e allora l’Anpi ha alzato il muro.

Il segretario dell’Anpi di Savona, protagonista di questa battaglia, si chiama Samuele Rago. Seppure con un po’ di orrore trascrivo qui la sua dichiarazione: «L’Anpi ribadisce la propria contrarietà al progetto dell’amministrazione comunale di Noli di erigere un cippo in memoria della brigatista nera Giuseppina Ghersi…». E poi: «La pietà per una giovane vita violata e stroncata non allontana la sua responsabilità di schierarsi e operare con accanimento a fianco degli aguzzini fascisti e nazisti». E infine ( terribile): «La ragazzina era una fascista. Eravamo alla fine della guerra, è ovvio che ci fossero condizioni che oggi possono sembrare incomprensibili». Non riesco a commentare, perché tremano le mani. «Brigatista nera» ? A 13 anni? Responsabile di essersi schierata coi fascisti e perciò meritevole di morte? Atto giustificabile vista la situazione dell’epoca, anche se oggi può sembrare difficile comprenderlo?

Tutto questo, scritto, consapevolmente, da un dirigente politico, perdipiù, devo immaginare, di sinistra e antifascista. Ma a che punto può arrivare la bestialità dell’odio politico? Fin a quale limite di abiezione accompagna la mente e il pensiero?

Il problema più grande però non è questo. Può succedere che una singola persona dica delle atrocità, magari perché è confuso, perché ha perso la testa. Io mi auguro che oggi o domani si renda conto e chieda scusa. Quello però che mi ha colpito e che non riesco a giustificare è la mancanza di reazione della sinistra. Dai partiti non ho sentito indignazione. E mi pare che anche la presa di distanze dell’Anpi nazionale, giunta dopo molte ore e grande riflessione, sia debolissima e molto reticente. Trascrivo anche quella: «L’Anpi ha sempre condannato gli atti di vendetta e violenza perpetrati all’indomani della Liberazione. E lo fa anche oggi rispetto alla vicenda terribile e ingiustificabile dello stupro e dell’assassinio di Giuseppina Ghersi. Ribadisce che singoli episodi, per quanto gravissimi, non intaccano i valori della Resistenza e della guerra di Liberazione nazionale, grazie alla quale l’Italia, dopo anni di guerra, violenze e dittatura, ha conquistato pace libertà e democrazia».

Certo non c’è una parola fuori posto in questo comunicato. Però qualcosa stona. Tre cose. La prima è l’inutilità della seconda parte della nota: che bisogno c’è di ribadire la grandiosità della Resistenza? Chi l’ha messa in discussione? Deporre una targa in ricordo di una ragazzina trucidata bestialmente è un’offesa all’antifascismo o alla guerra di liberazione? No. Dunque la seconda parte del comunicato serve solo a giustificare, almeno in parte, le folli parole di Rago.

La seconda cosa che stona è l’assenza di una frase netta che dica che l’Anpi chiede che la targa sia realizzata e che la memoria di Giuseppina sia onorata.

Terza obiezione, non si ha notizia di nessun provvedimento disciplinare nei confronti del presidente savonese dell’Anpi e forse di tutto il consiglio direttivo. Perché l’Anpi nazionale non chiude la sezione savonese? Perché non caccia il presidente. Perché non chiede scusa al sindaco di Noli e ai parenti di Giuseppina? (…)

Proprio l’altro giorno, qui a Roma, si è tenuto il G7 delle avvocature. Organizzato dal Cnf. Hanno partecipato studiosi, magistrati, ministri, varie autorità dello stato, tra i quali il Presidente della Camera. Il tema era: lotta al linguaggio dell’odio. Avevo appena sentito un’intera giornata di discorsi impegnati e profondi su questo tema quando è giunta la notizia di Savona. Mi chiedo: Forse esiste un tipo d’odio che è più legittimo degli altri? Forse chi ha ottenuto il possesso del simbolo dell’Anpi ha il diritto di vomitare fango contro una bambina stuprata e uccisa da dei mascalzoni? No, amici miei, non esiste. E spero con tutto il cuore i partiti antifascisti, le autorità, le istituzioni, alzino la voce contro questa follia, che di antifascista, francamente, non ha proprio nulla. E al mio amico Emanule Fiano, che è il promotore della nuova legge contro l’apologia di fascismo, vorrei rivolgere un appello: intervieni, con la tua autorità, e chiedi che quella targa venga collocata. Perché il vero antifascismo è questo: umanità e tolleranza.

Lo sputtanamento della resistenza da parte di chi vorrebbe sostenerla.

Stavo leggendo questa notizia: Giuseppina Ghersi, la ragazzina violentata e uccisa dai partigiani: scoppia la polemica – Corriere.it e devo dire che è stata emblematica di come l’ANPI e la resistenza siano passate dall’essere un fatto storico al diventare una religione laica.

I conti con la storia non sono ancora finiti a Noli. Fa discutere l’iniziativa di un consigliere comunale di centrodestra di ricordare una ragazzina violentata e uccisa dai partigiani con una targa nella piazza dedicata ai fratelli Rossetti. La storia di Giuseppina Ghersi, tredicenne di Savona uccisa pochi giorni dopo la liberazione, torna di attualità fra le polemiche, come scrive il Secolo XIX. A proporre la targa, che sarà inaugurata il 30 settembre, Enrico Pollero, di centrodestra e con un padre partigiano che, ricorda «è stato in montagna per diciotto mesi». «Ma dopo aver letto la storia di Giuseppina Ghersi ho pensato che bisognava fare qualche cosa per ricordare una bambina di 13 anni uccisa senza motivo». «Per ricordare lei, non chi ha combattuto dalla parte sbagliata» spiega il consigliere secondo il quale però «dall’altra parte non c’erano solo criminali e disgraziati».

Pollero punta ad una «vera riappacificazione» sostenuto dal sindaco della cittadina del ponente ligure, medaglia d’oro della resistenza. L’associazione partigiani è insorta. «Siamo assolutamente contrari. Giuseppina Ghersi era una fascista. Protesteremo col Comune di Noli e con la prefettura» dice Samuele Rago, presidente provinciale dell’Anpi. «Eravamo alla fine della guerra , è ovvio che ci fossero condizioni che oggi possono sembrare incomprensibili», sostiene. Parole dalle quali prende le distanze Bruno Spagnoletti, dirigente Cgil in pensione. «Non riesco a capire come si possa giustificare l’esecuzione di una bambina di 13 anni», afferma.

Le parole del presidente provinciale dell’ANPI sono molti gravi, ammettere che esistono giustificazioni per l’omicidio di una ragazza di 13 anni a guerra finita significa implicitamente ammettere che esistono giustificazioni per molte barbarie commesse nella seconda guerra. Come poteva essere, una ragazza di 13 anni una fascista, di quali crimini si sarebbe macchiata direttamente lei? (la responsabilità penale è personale art. 27 della tanto idolatrata, dall’anpi, costituzione). Giustificare tale barbarie, gratuita, con un «Eravamo alla fine della guerra , è ovvio che ci fossero condizioni che oggi possono sembrare incomprensibili» invece che con un «è stato un tragico errore, una macchia ingiustificabile», significa giustificare le fosse ardeatine e priebke; anche in quella situazione «Eravamo alla fine della guerra , è ovvio che ci fossero condizioni che oggi possono sembrare incomprensibili». La colpa di Priebke quindi non è stata la rappresaglia ma l’essersi trovato poi nella parte che ha perso.

Inoltre la reazione “piccata” mostra come la resistenza oramai sia una religione laica, con tutto il carico di contraddizioni, reali od apparenti, di una religione. I santi sono santi perché sono santi e qualsiasi prova del contrario è blasfema e deve essere occultata o distrutta1. I partigiani erano i buoni buonissimi che lottavano contro i cattivi cattivissimi; in pratica la caricatura di un fumettone americano degli anni ’50 dove il buono è il buono perché è il buono ed il cattivo perché è il cattivo, e non per le loro azioni. Solo che se rendi la storia un fumetto poi molti crederanno ad essa come credono ai fumetti: chi ha paura che Lex Luthor arrivi a dominare il mondo?

Un ultima cosa: mele marce ci sono in qualsiasi frutteto, è mera statistica. Il negarlo fino ad arrivare a negare l’evidenza significa sputtanare, e di molto tutto il frutteto. Sarebbe meglio che l’ANPI nazionale intervenga, e in fretta, a smentire il segretario provinciale pena il finire additati come quelli che giustificano gli omicidi delle tredicenni, e tanti saluti al ricordo della resistenza…


  1. Giorgio Perlasca, è stato un combattente in Etiopia ed in Spagna dalla parte di Franco, un fascista della prima ora ed un giusto fra le nazioni per aver salvato dai nazisti molti ebrei. Quando la rai mise in onda, per la prima volta, la finction su di lui avente come protagonista Luca Zingaretti, ci furono aspre polemiche perché secondo alcuni “si esaltava un fascista e lo si poneva in una luce positiva”. Rompeva la teoria che tutti i fascisti fossero solo immensi bastardi senza alcuna possibilità di redenzione (a meno che non fossero passati ad indossare la camicia rossa…). 

accoglienza alla belga ovvero schiavitù legalizzata…

Proposta per l’accoglienza degli immigrati:

  1. Visita medica alla partenza ed all’arrivo per verificare l’idoneità al lavoro; a chi non è idoneo è vietato partire o viene immediatamente rispedito indietro.
  2. Età massimo 35 anni
  3. Obbligo di svolgere per cinque anni il lavoro per il quale son stati assunti, nessun altro lavoro.
  4. Nel caso di perdita di lavoro o di incapacità a svolgere il lavoro, reimpatrio immediato.
  5. I migranti potranno risiedere solo nelle zone loro riservate guardati a vista per evitare fughe.
  6. A parità di lavoro, le paghe degli immigrati sono più basse di quelle degli autoctoni.
  7. Le misure di sicurezza per gli immigrati sono “più flessibili” rispetto a quelle obbligatorie sugli autoctoni.

Magari leggendola avete pensato ad un sogno bagnato di un leghista o alle regole dei negrieri della capanna dello zio Tom.

Niente di tutto ciò: erano le condizioni “standard” dell’accordo “lavoro – carbone” fra italia e belgio. Quello che portò poi alla tragedia di marcinelle. Leggere le storie di migrazione e comparandole con le condizioni di oggi trovo che molti richiami all’accoglienza svolti sfruttando l’occasione della commemorazione di Marcinelle stridano come gesso sulla lavagna. E soprattutto fanno capire come, che che ne dicano Saviano, ONG ed altri abitanti del villaggio dei puffi.

l’Italia non si sta comportando male con l’accoglienza; sta cercando di fare il possibile compatibilmente con le risorse a disposizione, fanno capire anche come molti che fino a ieri avevano pontificato su diritti umani e accoglienza hanno scheletri negli armadi1 che in confronto nell’armadio italiano c’è solo un ossicino di pollo.

E qui veniamo al punto dolente, il punto che tutti i fanatici dell’accoglienza senza se e senza ma, quelli che sbraitavano: siamo stati migranti quindi dobbiamo accogliere, schivano: come trattare chi viene accolto?

Affidarli al welfare italiano? I conti son quelli, fragili e rischiano di saltare a causa di politiche dissennate dei decenni scorsi. E’ economicamente impossibile, si affonda tutti.

Stesse condizioni degli italiani? e di grazia se hanno un contratto di lavoro (reddito) perché non fare le cose in chiaro? perché non aprire una “camera di commercio” per favorire l’incontro fra domanda ed offerta e far partire le persone, in sicurezza, con l’aereo invece che tentare un viaggio molto più pericoloso?

Legalizzare la schiavitù o ufficialmente od ufficiosamente? siccome la tangenziale è meno pericolosa della libia conviene far finta di non vedere il racket che prende i migranti anche minorenni, li rapisce dai CIE e li spedisce a prostituirsi. Magari accordandosi “per motivi umanitari” con loro. Ipocrisia a livello iper Saiyan di settimo grado…

 


  1. Si legga la storia del congo belga per rendersene conto: http://www.ilsussidiario.net/News/Esteri/2009/4/25/COLONIALISMO-Il-Belgio-un-pulpito-poco-adatto-per-far-prediche-al-Papa-sull-Africa/18148/ 

immigrazione e marcinelle

Adesso va di moda parlare di quando noi eravamo i migranti, per “giustificare” i migranti economici che arrivano in italia.

Beh quando noi eravamo i migranti in belgio:

-> Appena si arrivava alla frontiera visita medica, chi non era adatto al lavoro in miniera tornava di filato in italia

-> Se perdevi per un motivo o per un altro il lavoro: venivi rispedito immediatamente in italia.

-> Le società minerarie non erano tenute a rispettare, per i minatori non belgi, le norme di sicurezza obbligatorie per i minatori belgi

-> A parità di lavoro la paga di un italiano era minore di quella di un belga.

Viste le premesse era ovvio l’astio verso gli italiani: rubavano il lavoro alle parti basse della popolazione (perché pagare un minatore belga quando un italiano è più economico), erano ricattabili, venivano sfruttati come bestie; non venivano curati, rinfocillati e ospitati in attesa di identificazione. Il fatto che siamo stati trattati come bestie più che un “vergognati” rivolto a noi lo vedo come un “vergognati” da chi pretende di fare la morale evitando però di sporcarsi le mani.

Non penso che chi ha accostato Marcinelle ai migranti l’abbia fatto per favorire l’adozione delle “regole belghe” sull’accoglienza dei minatori.

La schiavitù nel mediterraneo

Ricopio un articolo di Barbara, estremamente interessante, sulla schiavitù e lo schiavismo nel mediterraneo. Schiavismo del quale le vittime furono principalmente italiani e spagnoli e del quale si parla poco e con imbarazzo, forse perchè non si cade nel solito “bianchi cattivi contro non bianchi buoni”, con gran dispiacere di chi lucra a morte sui sensi di colpa indotti come alla conferenza sulla schiavitù. Si pretesero autodafè dagli americani, inglesi ed europei ma su chi andava a prelevare il materiale e lo vendeva nei mercati di algeri e tripoli cadde come una coltre di silenzio. Ma la verità è che l’essere stati dei grandissimi bastardi non è prerogativa degli europei.

fonte:https://ilblogdibarbara.wordpress.com/2013/09/06/la-storia-dimenticata-dei-bianchi-ridotti-in-schiavitu/

(Perché il famoso «Mamma li turchi» non è una leggenda, né un modo di dire frutto di qualche bizzarro pregiudizio, bensì una tragica realtà della nostra storia, che faremmo bene a non dimenticare)

(È piuttosto lungo. Magari leggetelo a rate, ma leggetelo, che di queste cose non si parla mai. E bisognerebbe, invece)

I neri ricordano, i bianchi hanno dimenticato
Gli storici americani hanno studiato tutti gli aspetti della schiavitù degli africani ad opera dei bianchi, ma hanno ampiamente ignorato la schiavitù dei bianchi da parte dei nord africani. Quella degli schiavi cristiani con padroni musulmani è una storia accuratamente documentata e scritta chiaramente di ciò che il prof Davis chiama «l’altra schiavitù», sviluppatasi all’incirca nello stesso periodo del commercio transatlantico, e che ha devastato centinaia di comunità costiere europee. Nel pensiero dei bianchi di oggi, la schiavitù non ha minimamente il ruolo centrale che ha tra neri, ma non perché sia stato un problema di breve durata o di scarsa importanza. La storia della schiavitù mediterranea è, infatti, altrettanto fosca delle più tendenziose descrizioni della schiavitù americana.
Nel XVI secolo, gli schiavi bianchi razziati dai musulmani furano più numerosi degli africani deportati nelle Americhe.

Un commercio all’ingrosso
La Costa dei Barbari, che si estende dal Marocco fino all’attuale Libia, fu sede di una fiorente industria del rapimento di esseri umani dal 1500 fino al 1800 circa. Le grandi capitali del traffico di schiavi furono Salé in Marocco, Tunisi, Algeri e Tripoli, e durante la maggior parte di questo periodo le marine europee erano troppo deboli per opporre più che una resistenza simbolica.
Il traffico transatlantico dei neri era puramente commerciale, ma per gli arabi, i ricordi delle crociate e la rabbia per essere stati espulsi dalla Spagna nel 1492 sembrano aver determinato una campagna di rapimenti dei cristiani, quasi simile ad una Jihad.
«È stato forse questo pungolo della vendetta, contrapposto alle amichevoli contrattazioni della piazza del mercato, che ha reso gli schiavisti islamici tanto più aggressivi e inizialmente (potremmo dire) più prosperi nel loro lavoro rispetto ai loro omologhi cristiani», scrive il professor Davis.
Durante i secoli XVI e XVII furono condotti più schiavi verso sud attraverso il Mediterraneo che verso ovest attraverso l’Atlantico. Alcuni furono restituiti alle loro famiglie in cambio di un riscatto, alcuni furono utilizzati per lavoro forzato in Africa del Nord e i meno fortunati morirono di fatica come schiavi nelle galere.
Ciò che più colpisce circa le razzie barbaresche è la loro ampiezza e la loro portata. I pirati rapivano la maggior parte dei loro schiavi intercettando imbarcazioni, ma organizzavano anche enormi assalti anfibi che praticamente spopolavano parti della costa italiana. L’Italia è il bersaglio più apprezzato, in parte perché la Sicilia è solo a 200 km da Tunisi, ma anche perché non aveva un governo centrale forte che potesse resistere all’invasione.

Grandi incursioni spesso non incontrarono alcuna resistenza
Quando i pirati hanno saccheggiato Vieste nell’Italia meridionale nel 1554, ad esempio, rapirono uno stupefacente totale di 6.000 prigionieri. Gli algerini presero 7.000 schiavi nel Golfo di Napoli nel 1544, un raid che fece crollare il prezzo degli schiavi a tal punto che si diceva che si poteva «scambiare un cristiano per una cipolla».
Anche la Spagna subì attacchi su larga scala. Dopo un raid su Grenada nel 1556, che fruttò 4.000 uomini, donne e bambini, si diceva che «piovevano cristiani su Algeri». Si può calcolare che per ognuno di questi grandi raid ce ne siano stati dozzine di minori.
La comparsa di una grande flotta poteva far fuggire l’intera popolazione nell’entroterra, svuotando le regioni costiere.
Nel 1566, un gruppo di 6.000 turchi e corsari attraversarono il mare Adriatico e sbarcarono a Francavilla. Le autorità non erano in grado di fare nulla e raccomandarono l’evacuazione completa, lasciando ai turchi il controllo di più di 1300 chilometri quadrati di villaggi abbandonati fino a Serracapriola.
Quando apparivano i pirati, la gente spesso fuggiva dalla costa per andare alla città più vicina, ma il Professor Davis spiega che questa non era sempre una buona strategia: «più di una città di medie dimensioni, affollata di profughi, si trovò nell’impossibilità di sostenere un assalto frontale di molte centinaia di corsari e reis [capitano dei corsari] che altrimenti avrebbero dovuto cercare schiavi a poche dozzine per volta lungo le spiagge e sulle colline, potevano trovare un migliaio o più di prigionieri comodamente raccolti in un unico luogo per essere presi.»
I pirati tornavano continuamente a saccheggiare lo stesso territorio. Oltre a un numero molto maggiore di piccole incursioni, la costa calabra subì le seguenti depredazioni, sempre più gravi in meno di dieci anni: 700 persone catturate in un singolo raid nel 1636, un migliaio nel 1639 e 4.000 nel 1644.
Durante il XVI e XVII secolo, i pirati installarono basi semi-permanenti sulle isole di Ischia e Procida, quasi all’imboccatura del Golfo di Napoli, da cui organizzavano il loro traffico commerciale.
Quando sbarcavano sulla riva, i corsari musulmani non mancavano di profanare le chiese. Spesso rubavano le campane, non solo perché il metallo aveva valore, ma anche per ridurre al silenzio la voce inconfondibile del cristianesimo.
Nelle più frequenti piccole incursioni, un piccolo numero di barche operavano furtivamente, piombando sugli insediamenti costieri nel cuore della notte per catturare gli uomini «tranquilli e ancora nudi nel loro letto». Questa pratica diede origine alla moderna espressione siciliana, pigliato dai turchi, [in italiano nel testo], che significa essere colto di sorpresa, addormentato o sconvolto.

La predazione costante provocava un terribile numero di vittime
Le donne erano più facili da catturare degli uomini, e le regioni costiere potevano perdere rapidamente tutte le loro donne in età fertile. I pescatori avevano paura di uscire, e si prendeva il mare solo in convogli. Infine, gli italiani abbandonarono gran parte delle loro coste. Come ha spiegato il Professor Davis, alla fine del XVII secolo «la penisola italiana era preda dei corsari di Barberia da più di due secoli, e le popolazioni costiere si erano ritirate in gran parte nei villaggi fortificati sulle colline o in città più grandi come Rimini, abbandonando chilometri di coste, una volta popolate, a vagabondi e filibustieri.
È solo verso il 1700 che gli italiani riuscirono a impedire le imponenti incursioni di terra, anche se la pirateria sui mari continuò senza ostacoli.
La pirateria indusse la Spagna e soprattutto l’Italia ad allontanarsi dal mare e perdere la loro tradizione di commercio e di navigazione, con effetti devastanti: «Almeno per l’Iberia e l’Italia, il XVII secolo ha rappresentato un periodo oscuro in cui le società spagnola e italiana non erano più che l’ombra di quello che erano state durante le epoche d’oro precedenti».
Alcuni pirati arabi erano abili navigatori d’alto mare e terrorizzavano i cristiani fino ad una distanza di 1600 km. Uno spettacolare raid in Islanda nel 1627 fruttò quasi 400 prigionieri.
L’Inghilterra era stata una formidabile potenza di mare dal tempo di Francis Drake, ma per tutto il XVII secolo, i pirati arabi operarono liberamente nelle acque britanniche, entrando persino nell’estuario del Tamigi a fare catture e incursioni sulle città costiere. In soli tre anni, dal 1606 al 1609, la Marina britannica ha riconosciuto di aver perso non meno di 466 navi mercantili inglesi e scozzesi a causa dei corsari algerini. Nel metà del Seicento, gli inglesi erano impegnati in un attivo traffico trans-atlantico dei neri, ma molti equipaggi inglesi divennero proprietà dei pirati arabi.

Vita sotto la frusta
Gli attacchi di terra potevano essere molto fruttuosi, ma erano più rischiosi delle catture in mare. Le navi erano quindi la principale fonte di schiavi bianchi. A differenza delle loro vittime, le navi dei corsari avevano due mezzi di propulsione: gli schiavi delle galee oltre alle vele. Ciò  significava che potevano avanzare a remi verso un’imbarcazione ferma per la bonaccia e attaccarla quando volevano. Avevano molte bandiere diverse, così quando navigavano potevano issare quella che meglio poteva ingannare le prede.
Una nave mercantile di buone dimensioni poteva trasportare circa 20 marinai abbastanza sani da poter sopportare qualche anno nelle galere, e i passeggeri erano generalmente buoni per ottenere un riscatto. I nobili e i ricchi mercanti erano prede allettanti, così come gli ebrei, che potevano generalmente fornire un forte riscatto da parte dei loro correligionari. Anche alti dignitari del clero erano preziosi perché il Vaticano era solito pagare qualsiasi prezzo per sottrarli alle mani degli infedeli.
All’arrivo di pirati, spesso i passeggeri si toglievano i vestiti belli e tentavano di vestirsi il più poveramente possibile, nella speranza che loro rapitori li restituissero alla loro famiglia per un riscatto modesto. Lo sforzo era inutile se i pirati torturavano il capitano per avere informazioni sui passeggeri. Era inoltre consuetudine far spogliare gli uomini, sia per cercare oggetti di valore cuciti nei vestiti, sia per verificare che non ci fossero ebrei circoncisi travestiti da cristiani.
Se i pirati erano a corto di schiavi per le galee, potevano mettere immediatamente al lavoro alcuni dei loro prigionieri, ma i prigionieri erano solitamente messi nella stiva per il viaggio di ritorno. Erano ammassati, potevano a malapena muoversi in mezzo a sporcizia, fetore e parassiti, e molti morivano prima di raggiungere il porto.
All’arrivo in Nord Africa, era d’uso far sfilare per le strade i cristiani appena catturati, affinché la gente potesse schernirli e i bambini coprirli di immondizia.
Al mercato degli schiavi, gli uomini erano costretti a saltellare per dimostrare che non erano zoppi, e gli acquirenti spesso li volevano far mettere nudi per vedere se erano in buona salute. Ciò permetteva anche di valutare il valore sessuale di uomini e donne; le concubine bianche avevano grande valore, e tutte le capitali dello schiavismo avevano una fiorente rete omosessuale. Gli acquirenti che speravano di fare rapidi guadagni con un forte riscatto, esaminavano lobi delle orecchie per trovare segni di piercing, che era un’indicazione della ricchezza. Inoltre si usava guardare i denti per vedere se fossero in grado di sopportare un duro regime di schiavo.
Il Pasha,  cioè il governatore della regione, riceveva una certa percentuale di schiavi come una forma di imposta sul reddito. Questi erano quasi sempre uomini e diventavano proprietà del governo, piuttosto che proprietà privata. A differenza degli schiavi privati che solitamente si imbarcavano con il loro padrone, questi vivevano nei «bagni», come erano chiamati i negozi di schiavi del Pascià. Agli schiavi pubblici venivano solitamente rase la testa e la barba come ulteriore umiliazione, in un tempo in cui la capigliatura e la barba erano una parte importante dell’identità maschile.
La maggior parte di questi schiavi pubblici trascorrevano il resto della propria vita come schiavi sulle galee, ed è difficile immaginare un’esistenza più miserabile. Gli uomini erano incatenati tre, quattro o cinque ad ogni remo, e anche le loro caviglie erano incatenate insieme. I rematori non lasciavano mai il loro remo, e quando veniva loro concesso di dormire, dormivano sul loro banco. Gli schiavi avrebbero potuto spingersi a vicenda per defecare in un’apertura dello scafo, ma spesso erano troppo esausti o scoraggiati per muoversi e si liberavano sul posto. Non avevano alcuna protezione contro il sole cocente del Mediterraneo, e il loro padrone sfregiava le schiene già provate con lo strumento di incoraggiamento preferito del padrone di schiavi: un pene di bue allungato o “nerbo di bue”. Non c’era quasi nessuna speranza di fuga o di aiuto; il compito dello schiavo era quello di ammazzarsi di fatica – principalmente in incursioni per catturare altri disgraziati come lui – e suo padrone lo gettava in mare al primo segno di malattia grave.
Quando la flotta pirata era in porto, gli schiavi vivevano nel “bagno” e facevano tutti i lavori sporchi, pericolosi o estenuanti che il Pasha ordinava. Lavori consueti erano tagliare e trascinare pietre, dragare il porto, o lavori dolorosi. Gli schiavi che si trovavano nella flotta del sultano turco non avevano nemmeno quella scelta. Erano spesso in mare per mesi di fila e restavano incatenati a loro remi anche al porto. Le loro barche erano prigioni a vita.
Altri schiavi sulla Costa dei Barbari avevano i lavori più vari. Spesso svolgevano lavori domestici o agricoli del genere che noi associamo alla schiavitù in America, ma quelli che avevano qualche competenza venivano spesso affittati dai loro proprietari. Alcuni proprietari mandavano in giro i loro schiavi durante il giorno con l’ordine di tornare la sera con una certa quantità di soldi, sotto pena di essere duramente picchiati. I padroni sembravano aspettarsi un profitto di circa il 20% sul prezzo di acquisto. Qualunque cosa facessero, a Tunisi e Tripoli, gli schiavi dovevano tenere un anello di ferro attorno a una caviglia e una catena di 11 o 14 kg di peso.
Alcuni proprietari mettevano i loro schiavi bianchi a lavorare in fattorie lontane verso l’interno, dove correvano un altro rischio: la cattura e una nuova schiavitù dalle incursioni berbere. Questi infelici probabilmente non avrebbero mai più visto un altro europeo per il resto della loro breve vita.
Il Professor Davis osserva che non c’era nessun ostacolo alla crudeltà: «Non c’era alcuna forza equivalente per proteggere lo schiavo dalla violenza del suo padrone: nessuna legge locale  contro la crudeltà, nessuna opinione pubblica benevola e raramente pressioni efficaci da parte di stati stranieri».
Gli schiavi bianchi non erano solo merci, erano infedeli e meritavano tutte le sofferenze che il padrone infliggeva loro.
Il Professor Davis osserva che «tutti gli schiavi vissuti nei “bagni” e sopravvissuti per scrivere le loro esperienze, hanno sottolineato la crudeltà e la violenza endemica che vi venivano praticate». La punizione preferita era fustigazione, in cui un uomo veniva messo sulla schiena con le caviglie legate per essere battuto a lungo sulle piante dei piedi.

Uno schiavo poteva ricevere fino a 150 o 200 colpi, che potevano lasciarlo storpiato. La violenza sistematica trasformava molti uomini in automi.
Gli schiavi cristiani erano spesso così numerosi e così a buon mercato che non c’era alcun interesse ad occuparsene; molti proprietari li facevano lavorare fino alla morte e poi li rimpiazzavano.
Gli schiavi pubblici contribuivano anche ad un fondo per mantenere i sacerdoti del bagno. Era un’epoca molto religiosa e anche nelle condizioni più terribili gli uomini volevano avere la possibilità di confessarsi e, soprattutto, di ricevere l’estrema unzione. C’era quasi sempre un sacerdote prigioniero o due nel bagno, ma perché fosse disponibile per i suoi compiti religiosi, gli altri schiavi dovevano contribuire e riscattare il suo tempo al pasha. Alcuni schiavi di galee dunque non avevano più niente per comprare cibo o vestiti, sebbene in certi periodi degli europei liberi che vivevano nelle città della Costa dei Barbari contribuissero al mantenimento dei sacerdoti.
Per alcuni la schiavitù diventava più che sopportabile. Alcuni mestieri, in particolare quello del costruttore di navi, erano così ricercati che un proprietario poteva premiare il suo schiavo con una villa privata e delle amanti. Anche alcuni residenti del bagno riuscivano a sfruttare l’ipocrisia della società islamica e a migliorare la propria condizione. La legge vietava rigorosamente ai musulmani il commercio di alcol, ma era più indulgente con i musulmani che si limitavano a consumarlo. Schiavi intraprendenti organizzarono delle taverne nei bagni e alcuni facevano la bella vita servendo i bevitori musulmani.
Un modo per alleggerire il peso della schiavitù era «prendere il turbante» e convertirsi all’islam. Questo esentava dal servizio nelle galere, dai lavori faticosi e qualche altra vessazione indegna di un figlio del Profeta, ma non faceva cessare la condizione di schiavo. Uno dei compiti dei sacerdoti dei bagni era quello di impedire agli uomini disperati di convertirsi, ma la maggior parte degli schiavi non sembrano aver bisogno di consiglio religioso. I cristiani pensavano che la conversione avrebbe messo in pericolo la loro anima, e significava anche lo sgradevole rituale della circoncisione in età adulta. Molti schiavi sembravano sopportare gli orrori della schiavitù considerandoli come una punizione per i loro peccati e come una prova per la loro fede. I padroni scoraggiavano le conversioni perché limitavano il ricorso ai maltrattamenti e abbassavano il valore di rivendita di uno schiavo.

Riscatto e redenzione degli schiavi bianchi
Per gli schiavi, la fuga era impossibile. Erano troppo lontani da casa, spesso erano incatenati ed erano immediatamente identificabili dai loro tratti europei. L’unica speranza era il riscatto.
A volte la salvezza arrivava in fretta. Se un gruppo di pirati aveva già catturato tanti uomini che non c’era più abbastanza spazio sotto il ponte, poteva fare un’incursione in una città e poi tornare qualche giorno più tardi per rivendere i prigionieri alle loro famiglie. Era di solito ad un prezzo notevolmente inferiore a quello del riscatto di chi si trovava nell’Africa del Nord, ma era molto di più di quanto i contadini potessero permettersi. Gli agricoltori normalmente non avevano denaro in contanti e non avevano altri beni che la casa e la terra. Un mercante era generalmente disposto ad acquistarlo a modico prezzo, ma ciò significava che un prigioniero tornava in una famiglia completamente rovinata.
La maggior parte degli schiavi potevano prospettarsi il ritorno solo dopo essere passati attraverso il calvario del passaggio in un paese del Nordafrica e la vendita a uno speculatore. I prigionieri ricchi generalmente potevano trovare un riscatto sufficiente, ma la maggior parte dei schiavi non potevano. I contadini analfabeti non potevano scrivere a casa e anche se lo avessero fatto, non c’erano soldi per un riscatto.
La maggior parte degli schiavi dipendeva dall’opera caritatevole dei Trinitari (fondata in Italia nel 1193) e dei Mercedari (fondata in Spagna nel 1203). Questi gli ordini religiosi erano stati fondati per liberare i crociati detenuti dai musulmani, ma ben presto passarono a dedicarsi all’opera di riscatto degli schiavi detenuti dai barbareschi, raccogliendo denaro appositamente per questo scopo. Spesso mettevano davanti alle chiese delle cassette con la scritta «per il recupero dei poveri schiavi», e il clero invitava i cristiani ricchi a lasciare soldi per l’esaudimento dei loro voti. I due ordini divennero abili negoziatori e riuscivano a riscattare gli schiavi a prezzi migliori di quelli ottenuti da liberatori inesperti. Tuttavia non c’era mai abbastanza denaro per liberare molti prigionieri, e il Professor Davis ha stimato che in un anno venivano riscattati non più del 3 o 4% degli schiavi. Questo significa che la maggior parte hanno lasciato le loro ossa nelle tombe cristiane senza un contrassegno fuori dalle mura delle città.
Gli ordini religiosi tenevano conti precisi dei risultati conseguiti. I Trinitari spagnoli, per esempio, hanno effettuato 72 spedizioni di riscatto nel Seicento, con una media di 220 liberazioni ciascuna. Era consuetudine portare gli schiavi liberati nelle loro case e farli passare per le strade delle città in grandi celebrazioni. Queste parate divennero uno degli spettacoli urbani più caratteristici del tempo e avevano un forte orientamento religioso. A volte gli schiavi camminavano con i loro vecchi stracci di schiavi per evidenziare i tormenti che avevano sofferto; talvolta indossavano speciali costumi bianchi per simboleggiare la rinascita. Secondo i registri del tempo, molti schiavi liberati non si ristabilirono mai completamente dopo il loro calvario, soprattutto se essi aveva trascorso molti anni in cattività.

Quanti schiavi?
Il Professor Davis nota che sono state fatte enormi ricerche per calcolare il più precisamente possibile il numero di neri trasportati attraverso l’Atlantico, ma che non c’è stato uno sforzo analogo per conoscere l’estensione della schiavitù nel Mediterraneo. Non è facile ottenere dati affidabili, anche gli arabi generalmente non conservavano archivi. Ma nel corso di oltre dieci anni di ricerca il Professor Davis ha sviluppato un metodo di calcolo.
Ad esempio, gli archivi suggeriscono che dal 1580 al 1680 c’è stata una media di circa 35.000 schiavi nei paesi di Barberia. C’era una perdita costante per morti e riscatti, così se la popolazione rimaneva costante, il tasso di cattura di nuovi schiavi da parte dei pirati doveva essere tale da pareggiare le perdite. C’è una buona base per stimare il numero dei decessi. Per esempio, sappiamo che dei quasi 400 islandesi catturati nel 1627, solo 70 erano ancora vivi otto anni più tardi. Oltre alla malnutrizione, al sovraffollamento, all’eccesso di lavoro e alle punizioni brutali, gli schiavi subivano delle epidemie di peste, che eliminavano solitamente il 20 o 30% degli schiavi bianchi.
In base a un certo numero di fonti, il Professor Davis calcola pertanto che il tasso di mortalità era circa il 20% all’anno. Gli schiavi non avevano accesso alle donne, quindi la sostituzione avveniva esclusivamente per mezzo delle catture.

La sua conclusione: Tra il 1530 e il 1780, quasi certamente 1 milione e probabilmente fino a 1 milione e un quarto di cristiani europei bianchi sono stati ridotti in schiavitù dai musulmani della Costa dei Barbari.

Questo supera notevolmente la cifra generalmente accettata di 800.000 africani trasportati nelle colonie del Nord America e successivamente negli Stati Uniti.
Le potenze europee non furono in grado di porre fine a questo traffico.
Il Professor Davis spiega che alla fine del Settecento controllavano meglio questo commercio, ma ci fu una ripresa della schiavitù dei bianchi durante il caos delle guerre napoleoniche.

Neppure la navigazione americana si salvava dalla predazione. Fu solo nel 1815, dopo due guerre contro di loro, che i marinai americani riuscirono a liberarsi dei pirati barbareschi. Queste guerre furono operazioni importanti per la giovane Repubblica; una campagna è ricordata dalle parole «verso le coste di Tripoli» nell’inno della marina.
Quando i francesi presero Algeri nel 1830, c’erano ancora 120 schiavi bianchi nel bagno.
Perché c’è così poco interesse per la schiavitù nel Mediterraneo a fronte di un’infinità di studi e riflessioni sulla schiavitù dei neri? Come spiega il Professor Davis, schiavi bianchi con padroni non bianchi non si inquadrano nella «narrativa dominante dell’imperialismo europeo». Gli schemi di vittimizzazione tanto cari agli intellettuali richiedono malvagità bianca, non sofferenze bianche.
Il Professor Davis osserva anche che l’esperienza europea della schiavitù su larga scala rende evidente la falsità di un altro tema favorito della sinistra: che la schiavitù dei neri sarebbe stata un passo fondamentale nella creazione di concetti europei di razza e gerarchia razziale.
Non è il vero; per secoli, gli stessi europei sono vissuti nella paura della frusta, e molti hanno partecipato alle parate della redenzione degli schiavi liberati, che erano tutti bianchi. La schiavitù era un destino più facilmente immaginabile per se stessi che per i remoti africani.
Con un piccolo sforzo, è possibile immaginare gli europei preoccupati per schiavitù tanto quanto neri. Se per gli schiavi delle galere gli europei avessero nutrito lo stesso risentimento dei neri per i lavoratori nei campi, la politica europea sarebbe stato sicuramente diversa. Non ci sarebbe la continua richiesta di scuse per le crociate, l’immigrazione musulmana in Europa sarebbe più modesta, non spunterebbero minareti per tutta l’Europa e la Turchia non sognerebbe di entrare nell’Unione europea. Il passato non può essere cambiato e può essere esagerato coltivare rimpianti, ma chi dimentica si ritrova a pagare un prezzo elevato.

Fonti: Robert C. Davis, Christian Slaves, Muslim Masters: White Slavery in the Mediterranean, the Barbary Coast, and Italy, 1500-1800, Palgrave Macmillan 2003, 246 pagine, 35 dollari US.

Il genocidio velato
Sotto l’avanzata araba, milioni di africani furono razziati, massacrati o catturati, castrati e deportati nel mondo arabo-musulmano, da parte dei mercanti di carne umana dell’Africa orientale. Questa è stata in realtà la prima impresa degli arabi che hanno islamizzato i popoli africani, spacciandosi per pilastri della fede e modelli dei credenti. (Qui, traduzione mia)

barbara

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