accoglienza alla belga ovvero schiavitù legalizzata…

Proposta per l’accoglienza degli immigrati:

  1. Visita medica alla partenza ed all’arrivo per verificare l’idoneità al lavoro; a chi non è idoneo è vietato partire o viene immediatamente rispedito indietro.
  2. Età massimo 35 anni
  3. Obbligo di svolgere per cinque anni il lavoro per il quale son stati assunti, nessun altro lavoro.
  4. Nel caso di perdita di lavoro o di incapacità a svolgere il lavoro, reimpatrio immediato.
  5. I migranti potranno risiedere solo nelle zone loro riservate guardati a vista per evitare fughe.
  6. A parità di lavoro, le paghe degli immigrati sono più basse di quelle degli autoctoni.
  7. Le misure di sicurezza per gli immigrati sono “più flessibili” rispetto a quelle obbligatorie sugli autoctoni.

Magari leggendola avete pensato ad un sogno bagnato di un leghista o alle regole dei negrieri della capanna dello zio Tom.

Niente di tutto ciò: erano le condizioni “standard” dell’accordo “lavoro – carbone” fra italia e belgio. Quello che portò poi alla tragedia di marcinelle. Leggere le storie di migrazione e comparandole con le condizioni di oggi trovo che molti richiami all’accoglienza svolti sfruttando l’occasione della commemorazione di Marcinelle stridano come gesso sulla lavagna. E soprattutto fanno capire come, che che ne dicano Saviano, ONG ed altri abitanti del villaggio dei puffi.

l’Italia non si sta comportando male con l’accoglienza; sta cercando di fare il possibile compatibilmente con le risorse a disposizione, fanno capire anche come molti che fino a ieri avevano pontificato su diritti umani e accoglienza hanno scheletri negli armadi1 che in confronto nell’armadio italiano c’è solo un ossicino di pollo.

E qui veniamo al punto dolente, il punto che tutti i fanatici dell’accoglienza senza se e senza ma, quelli che sbraitavano: siamo stati migranti quindi dobbiamo accogliere, schivano: come trattare chi viene accolto?

Affidarli al welfare italiano? I conti son quelli, fragili e rischiano di saltare a causa di politiche dissennate dei decenni scorsi. E’ economicamente impossibile, si affonda tutti.

Stesse condizioni degli italiani? e di grazia se hanno un contratto di lavoro (reddito) perché non fare le cose in chiaro? perché non aprire una “camera di commercio” per favorire l’incontro fra domanda ed offerta e far partire le persone, in sicurezza, con l’aereo invece che tentare un viaggio molto più pericoloso?

Legalizzare la schiavitù o ufficialmente od ufficiosamente? siccome la tangenziale è meno pericolosa della libia conviene far finta di non vedere il racket che prende i migranti anche minorenni, li rapisce dai CIE e li spedisce a prostituirsi. Magari accordandosi “per motivi umanitari” con loro. Ipocrisia a livello iper Saiyan di settimo grado…

 


  1. Si legga la storia del congo belga per rendersene conto: http://www.ilsussidiario.net/News/Esteri/2009/4/25/COLONIALISMO-Il-Belgio-un-pulpito-poco-adatto-per-far-prediche-al-Papa-sull-Africa/18148/ 

immigrazione e marcinelle

Adesso va di moda parlare di quando noi eravamo i migranti, per “giustificare” i migranti economici che arrivano in italia.

Beh quando noi eravamo i migranti in belgio:

-> Appena si arrivava alla frontiera visita medica, chi non era adatto al lavoro in miniera tornava di filato in italia

-> Se perdevi per un motivo o per un altro il lavoro: venivi rispedito immediatamente in italia.

-> Le società minerarie non erano tenute a rispettare, per i minatori non belgi, le norme di sicurezza obbligatorie per i minatori belgi

-> A parità di lavoro la paga di un italiano era minore di quella di un belga.

Viste le premesse era ovvio l’astio verso gli italiani: rubavano il lavoro alle parti basse della popolazione (perché pagare un minatore belga quando un italiano è più economico), erano ricattabili, venivano sfruttati come bestie; non venivano curati, rinfocillati e ospitati in attesa di identificazione. Il fatto che siamo stati trattati come bestie più che un “vergognati” rivolto a noi lo vedo come un “vergognati” da chi pretende di fare la morale evitando però di sporcarsi le mani.

Non penso che chi ha accostato Marcinelle ai migranti l’abbia fatto per favorire l’adozione delle “regole belghe” sull’accoglienza dei minatori.

La schiavitù nel mediterraneo

Ricopio un articolo di Barbara, estremamente interessante, sulla schiavitù e lo schiavismo nel mediterraneo. Schiavismo del quale le vittime furono principalmente italiani e spagnoli e del quale si parla poco e con imbarazzo, forse perchè non si cade nel solito “bianchi cattivi contro non bianchi buoni”, con gran dispiacere di chi lucra a morte sui sensi di colpa indotti come alla conferenza sulla schiavitù. Si pretesero autodafè dagli americani, inglesi ed europei ma su chi andava a prelevare il materiale e lo vendeva nei mercati di algeri e tripoli cadde come una coltre di silenzio. Ma la verità è che l’essere stati dei grandissimi bastardi non è prerogativa degli europei.

fonte:https://ilblogdibarbara.wordpress.com/2013/09/06/la-storia-dimenticata-dei-bianchi-ridotti-in-schiavitu/

(Perché il famoso «Mamma li turchi» non è una leggenda, né un modo di dire frutto di qualche bizzarro pregiudizio, bensì una tragica realtà della nostra storia, che faremmo bene a non dimenticare)

(È piuttosto lungo. Magari leggetelo a rate, ma leggetelo, che di queste cose non si parla mai. E bisognerebbe, invece)

I neri ricordano, i bianchi hanno dimenticato
Gli storici americani hanno studiato tutti gli aspetti della schiavitù degli africani ad opera dei bianchi, ma hanno ampiamente ignorato la schiavitù dei bianchi da parte dei nord africani. Quella degli schiavi cristiani con padroni musulmani è una storia accuratamente documentata e scritta chiaramente di ciò che il prof Davis chiama «l’altra schiavitù», sviluppatasi all’incirca nello stesso periodo del commercio transatlantico, e che ha devastato centinaia di comunità costiere europee. Nel pensiero dei bianchi di oggi, la schiavitù non ha minimamente il ruolo centrale che ha tra neri, ma non perché sia stato un problema di breve durata o di scarsa importanza. La storia della schiavitù mediterranea è, infatti, altrettanto fosca delle più tendenziose descrizioni della schiavitù americana.
Nel XVI secolo, gli schiavi bianchi razziati dai musulmani furano più numerosi degli africani deportati nelle Americhe.

Un commercio all’ingrosso
La Costa dei Barbari, che si estende dal Marocco fino all’attuale Libia, fu sede di una fiorente industria del rapimento di esseri umani dal 1500 fino al 1800 circa. Le grandi capitali del traffico di schiavi furono Salé in Marocco, Tunisi, Algeri e Tripoli, e durante la maggior parte di questo periodo le marine europee erano troppo deboli per opporre più che una resistenza simbolica.
Il traffico transatlantico dei neri era puramente commerciale, ma per gli arabi, i ricordi delle crociate e la rabbia per essere stati espulsi dalla Spagna nel 1492 sembrano aver determinato una campagna di rapimenti dei cristiani, quasi simile ad una Jihad.
«È stato forse questo pungolo della vendetta, contrapposto alle amichevoli contrattazioni della piazza del mercato, che ha reso gli schiavisti islamici tanto più aggressivi e inizialmente (potremmo dire) più prosperi nel loro lavoro rispetto ai loro omologhi cristiani», scrive il professor Davis.
Durante i secoli XVI e XVII furono condotti più schiavi verso sud attraverso il Mediterraneo che verso ovest attraverso l’Atlantico. Alcuni furono restituiti alle loro famiglie in cambio di un riscatto, alcuni furono utilizzati per lavoro forzato in Africa del Nord e i meno fortunati morirono di fatica come schiavi nelle galere.
Ciò che più colpisce circa le razzie barbaresche è la loro ampiezza e la loro portata. I pirati rapivano la maggior parte dei loro schiavi intercettando imbarcazioni, ma organizzavano anche enormi assalti anfibi che praticamente spopolavano parti della costa italiana. L’Italia è il bersaglio più apprezzato, in parte perché la Sicilia è solo a 200 km da Tunisi, ma anche perché non aveva un governo centrale forte che potesse resistere all’invasione.

Grandi incursioni spesso non incontrarono alcuna resistenza
Quando i pirati hanno saccheggiato Vieste nell’Italia meridionale nel 1554, ad esempio, rapirono uno stupefacente totale di 6.000 prigionieri. Gli algerini presero 7.000 schiavi nel Golfo di Napoli nel 1544, un raid che fece crollare il prezzo degli schiavi a tal punto che si diceva che si poteva «scambiare un cristiano per una cipolla».
Anche la Spagna subì attacchi su larga scala. Dopo un raid su Grenada nel 1556, che fruttò 4.000 uomini, donne e bambini, si diceva che «piovevano cristiani su Algeri». Si può calcolare che per ognuno di questi grandi raid ce ne siano stati dozzine di minori.
La comparsa di una grande flotta poteva far fuggire l’intera popolazione nell’entroterra, svuotando le regioni costiere.
Nel 1566, un gruppo di 6.000 turchi e corsari attraversarono il mare Adriatico e sbarcarono a Francavilla. Le autorità non erano in grado di fare nulla e raccomandarono l’evacuazione completa, lasciando ai turchi il controllo di più di 1300 chilometri quadrati di villaggi abbandonati fino a Serracapriola.
Quando apparivano i pirati, la gente spesso fuggiva dalla costa per andare alla città più vicina, ma il Professor Davis spiega che questa non era sempre una buona strategia: «più di una città di medie dimensioni, affollata di profughi, si trovò nell’impossibilità di sostenere un assalto frontale di molte centinaia di corsari e reis [capitano dei corsari] che altrimenti avrebbero dovuto cercare schiavi a poche dozzine per volta lungo le spiagge e sulle colline, potevano trovare un migliaio o più di prigionieri comodamente raccolti in un unico luogo per essere presi.»
I pirati tornavano continuamente a saccheggiare lo stesso territorio. Oltre a un numero molto maggiore di piccole incursioni, la costa calabra subì le seguenti depredazioni, sempre più gravi in meno di dieci anni: 700 persone catturate in un singolo raid nel 1636, un migliaio nel 1639 e 4.000 nel 1644.
Durante il XVI e XVII secolo, i pirati installarono basi semi-permanenti sulle isole di Ischia e Procida, quasi all’imboccatura del Golfo di Napoli, da cui organizzavano il loro traffico commerciale.
Quando sbarcavano sulla riva, i corsari musulmani non mancavano di profanare le chiese. Spesso rubavano le campane, non solo perché il metallo aveva valore, ma anche per ridurre al silenzio la voce inconfondibile del cristianesimo.
Nelle più frequenti piccole incursioni, un piccolo numero di barche operavano furtivamente, piombando sugli insediamenti costieri nel cuore della notte per catturare gli uomini «tranquilli e ancora nudi nel loro letto». Questa pratica diede origine alla moderna espressione siciliana, pigliato dai turchi, [in italiano nel testo], che significa essere colto di sorpresa, addormentato o sconvolto.

La predazione costante provocava un terribile numero di vittime
Le donne erano più facili da catturare degli uomini, e le regioni costiere potevano perdere rapidamente tutte le loro donne in età fertile. I pescatori avevano paura di uscire, e si prendeva il mare solo in convogli. Infine, gli italiani abbandonarono gran parte delle loro coste. Come ha spiegato il Professor Davis, alla fine del XVII secolo «la penisola italiana era preda dei corsari di Barberia da più di due secoli, e le popolazioni costiere si erano ritirate in gran parte nei villaggi fortificati sulle colline o in città più grandi come Rimini, abbandonando chilometri di coste, una volta popolate, a vagabondi e filibustieri.
È solo verso il 1700 che gli italiani riuscirono a impedire le imponenti incursioni di terra, anche se la pirateria sui mari continuò senza ostacoli.
La pirateria indusse la Spagna e soprattutto l’Italia ad allontanarsi dal mare e perdere la loro tradizione di commercio e di navigazione, con effetti devastanti: «Almeno per l’Iberia e l’Italia, il XVII secolo ha rappresentato un periodo oscuro in cui le società spagnola e italiana non erano più che l’ombra di quello che erano state durante le epoche d’oro precedenti».
Alcuni pirati arabi erano abili navigatori d’alto mare e terrorizzavano i cristiani fino ad una distanza di 1600 km. Uno spettacolare raid in Islanda nel 1627 fruttò quasi 400 prigionieri.
L’Inghilterra era stata una formidabile potenza di mare dal tempo di Francis Drake, ma per tutto il XVII secolo, i pirati arabi operarono liberamente nelle acque britanniche, entrando persino nell’estuario del Tamigi a fare catture e incursioni sulle città costiere. In soli tre anni, dal 1606 al 1609, la Marina britannica ha riconosciuto di aver perso non meno di 466 navi mercantili inglesi e scozzesi a causa dei corsari algerini. Nel metà del Seicento, gli inglesi erano impegnati in un attivo traffico trans-atlantico dei neri, ma molti equipaggi inglesi divennero proprietà dei pirati arabi.

Vita sotto la frusta
Gli attacchi di terra potevano essere molto fruttuosi, ma erano più rischiosi delle catture in mare. Le navi erano quindi la principale fonte di schiavi bianchi. A differenza delle loro vittime, le navi dei corsari avevano due mezzi di propulsione: gli schiavi delle galee oltre alle vele. Ciò  significava che potevano avanzare a remi verso un’imbarcazione ferma per la bonaccia e attaccarla quando volevano. Avevano molte bandiere diverse, così quando navigavano potevano issare quella che meglio poteva ingannare le prede.
Una nave mercantile di buone dimensioni poteva trasportare circa 20 marinai abbastanza sani da poter sopportare qualche anno nelle galere, e i passeggeri erano generalmente buoni per ottenere un riscatto. I nobili e i ricchi mercanti erano prede allettanti, così come gli ebrei, che potevano generalmente fornire un forte riscatto da parte dei loro correligionari. Anche alti dignitari del clero erano preziosi perché il Vaticano era solito pagare qualsiasi prezzo per sottrarli alle mani degli infedeli.
All’arrivo di pirati, spesso i passeggeri si toglievano i vestiti belli e tentavano di vestirsi il più poveramente possibile, nella speranza che loro rapitori li restituissero alla loro famiglia per un riscatto modesto. Lo sforzo era inutile se i pirati torturavano il capitano per avere informazioni sui passeggeri. Era inoltre consuetudine far spogliare gli uomini, sia per cercare oggetti di valore cuciti nei vestiti, sia per verificare che non ci fossero ebrei circoncisi travestiti da cristiani.
Se i pirati erano a corto di schiavi per le galee, potevano mettere immediatamente al lavoro alcuni dei loro prigionieri, ma i prigionieri erano solitamente messi nella stiva per il viaggio di ritorno. Erano ammassati, potevano a malapena muoversi in mezzo a sporcizia, fetore e parassiti, e molti morivano prima di raggiungere il porto.
All’arrivo in Nord Africa, era d’uso far sfilare per le strade i cristiani appena catturati, affinché la gente potesse schernirli e i bambini coprirli di immondizia.
Al mercato degli schiavi, gli uomini erano costretti a saltellare per dimostrare che non erano zoppi, e gli acquirenti spesso li volevano far mettere nudi per vedere se erano in buona salute. Ciò permetteva anche di valutare il valore sessuale di uomini e donne; le concubine bianche avevano grande valore, e tutte le capitali dello schiavismo avevano una fiorente rete omosessuale. Gli acquirenti che speravano di fare rapidi guadagni con un forte riscatto, esaminavano lobi delle orecchie per trovare segni di piercing, che era un’indicazione della ricchezza. Inoltre si usava guardare i denti per vedere se fossero in grado di sopportare un duro regime di schiavo.
Il Pasha,  cioè il governatore della regione, riceveva una certa percentuale di schiavi come una forma di imposta sul reddito. Questi erano quasi sempre uomini e diventavano proprietà del governo, piuttosto che proprietà privata. A differenza degli schiavi privati che solitamente si imbarcavano con il loro padrone, questi vivevano nei «bagni», come erano chiamati i negozi di schiavi del Pascià. Agli schiavi pubblici venivano solitamente rase la testa e la barba come ulteriore umiliazione, in un tempo in cui la capigliatura e la barba erano una parte importante dell’identità maschile.
La maggior parte di questi schiavi pubblici trascorrevano il resto della propria vita come schiavi sulle galee, ed è difficile immaginare un’esistenza più miserabile. Gli uomini erano incatenati tre, quattro o cinque ad ogni remo, e anche le loro caviglie erano incatenate insieme. I rematori non lasciavano mai il loro remo, e quando veniva loro concesso di dormire, dormivano sul loro banco. Gli schiavi avrebbero potuto spingersi a vicenda per defecare in un’apertura dello scafo, ma spesso erano troppo esausti o scoraggiati per muoversi e si liberavano sul posto. Non avevano alcuna protezione contro il sole cocente del Mediterraneo, e il loro padrone sfregiava le schiene già provate con lo strumento di incoraggiamento preferito del padrone di schiavi: un pene di bue allungato o “nerbo di bue”. Non c’era quasi nessuna speranza di fuga o di aiuto; il compito dello schiavo era quello di ammazzarsi di fatica – principalmente in incursioni per catturare altri disgraziati come lui – e suo padrone lo gettava in mare al primo segno di malattia grave.
Quando la flotta pirata era in porto, gli schiavi vivevano nel “bagno” e facevano tutti i lavori sporchi, pericolosi o estenuanti che il Pasha ordinava. Lavori consueti erano tagliare e trascinare pietre, dragare il porto, o lavori dolorosi. Gli schiavi che si trovavano nella flotta del sultano turco non avevano nemmeno quella scelta. Erano spesso in mare per mesi di fila e restavano incatenati a loro remi anche al porto. Le loro barche erano prigioni a vita.
Altri schiavi sulla Costa dei Barbari avevano i lavori più vari. Spesso svolgevano lavori domestici o agricoli del genere che noi associamo alla schiavitù in America, ma quelli che avevano qualche competenza venivano spesso affittati dai loro proprietari. Alcuni proprietari mandavano in giro i loro schiavi durante il giorno con l’ordine di tornare la sera con una certa quantità di soldi, sotto pena di essere duramente picchiati. I padroni sembravano aspettarsi un profitto di circa il 20% sul prezzo di acquisto. Qualunque cosa facessero, a Tunisi e Tripoli, gli schiavi dovevano tenere un anello di ferro attorno a una caviglia e una catena di 11 o 14 kg di peso.
Alcuni proprietari mettevano i loro schiavi bianchi a lavorare in fattorie lontane verso l’interno, dove correvano un altro rischio: la cattura e una nuova schiavitù dalle incursioni berbere. Questi infelici probabilmente non avrebbero mai più visto un altro europeo per il resto della loro breve vita.
Il Professor Davis osserva che non c’era nessun ostacolo alla crudeltà: «Non c’era alcuna forza equivalente per proteggere lo schiavo dalla violenza del suo padrone: nessuna legge locale  contro la crudeltà, nessuna opinione pubblica benevola e raramente pressioni efficaci da parte di stati stranieri».
Gli schiavi bianchi non erano solo merci, erano infedeli e meritavano tutte le sofferenze che il padrone infliggeva loro.
Il Professor Davis osserva che «tutti gli schiavi vissuti nei “bagni” e sopravvissuti per scrivere le loro esperienze, hanno sottolineato la crudeltà e la violenza endemica che vi venivano praticate». La punizione preferita era fustigazione, in cui un uomo veniva messo sulla schiena con le caviglie legate per essere battuto a lungo sulle piante dei piedi.

Uno schiavo poteva ricevere fino a 150 o 200 colpi, che potevano lasciarlo storpiato. La violenza sistematica trasformava molti uomini in automi.
Gli schiavi cristiani erano spesso così numerosi e così a buon mercato che non c’era alcun interesse ad occuparsene; molti proprietari li facevano lavorare fino alla morte e poi li rimpiazzavano.
Gli schiavi pubblici contribuivano anche ad un fondo per mantenere i sacerdoti del bagno. Era un’epoca molto religiosa e anche nelle condizioni più terribili gli uomini volevano avere la possibilità di confessarsi e, soprattutto, di ricevere l’estrema unzione. C’era quasi sempre un sacerdote prigioniero o due nel bagno, ma perché fosse disponibile per i suoi compiti religiosi, gli altri schiavi dovevano contribuire e riscattare il suo tempo al pasha. Alcuni schiavi di galee dunque non avevano più niente per comprare cibo o vestiti, sebbene in certi periodi degli europei liberi che vivevano nelle città della Costa dei Barbari contribuissero al mantenimento dei sacerdoti.
Per alcuni la schiavitù diventava più che sopportabile. Alcuni mestieri, in particolare quello del costruttore di navi, erano così ricercati che un proprietario poteva premiare il suo schiavo con una villa privata e delle amanti. Anche alcuni residenti del bagno riuscivano a sfruttare l’ipocrisia della società islamica e a migliorare la propria condizione. La legge vietava rigorosamente ai musulmani il commercio di alcol, ma era più indulgente con i musulmani che si limitavano a consumarlo. Schiavi intraprendenti organizzarono delle taverne nei bagni e alcuni facevano la bella vita servendo i bevitori musulmani.
Un modo per alleggerire il peso della schiavitù era «prendere il turbante» e convertirsi all’islam. Questo esentava dal servizio nelle galere, dai lavori faticosi e qualche altra vessazione indegna di un figlio del Profeta, ma non faceva cessare la condizione di schiavo. Uno dei compiti dei sacerdoti dei bagni era quello di impedire agli uomini disperati di convertirsi, ma la maggior parte degli schiavi non sembrano aver bisogno di consiglio religioso. I cristiani pensavano che la conversione avrebbe messo in pericolo la loro anima, e significava anche lo sgradevole rituale della circoncisione in età adulta. Molti schiavi sembravano sopportare gli orrori della schiavitù considerandoli come una punizione per i loro peccati e come una prova per la loro fede. I padroni scoraggiavano le conversioni perché limitavano il ricorso ai maltrattamenti e abbassavano il valore di rivendita di uno schiavo.

Riscatto e redenzione degli schiavi bianchi
Per gli schiavi, la fuga era impossibile. Erano troppo lontani da casa, spesso erano incatenati ed erano immediatamente identificabili dai loro tratti europei. L’unica speranza era il riscatto.
A volte la salvezza arrivava in fretta. Se un gruppo di pirati aveva già catturato tanti uomini che non c’era più abbastanza spazio sotto il ponte, poteva fare un’incursione in una città e poi tornare qualche giorno più tardi per rivendere i prigionieri alle loro famiglie. Era di solito ad un prezzo notevolmente inferiore a quello del riscatto di chi si trovava nell’Africa del Nord, ma era molto di più di quanto i contadini potessero permettersi. Gli agricoltori normalmente non avevano denaro in contanti e non avevano altri beni che la casa e la terra. Un mercante era generalmente disposto ad acquistarlo a modico prezzo, ma ciò significava che un prigioniero tornava in una famiglia completamente rovinata.
La maggior parte degli schiavi potevano prospettarsi il ritorno solo dopo essere passati attraverso il calvario del passaggio in un paese del Nordafrica e la vendita a uno speculatore. I prigionieri ricchi generalmente potevano trovare un riscatto sufficiente, ma la maggior parte dei schiavi non potevano. I contadini analfabeti non potevano scrivere a casa e anche se lo avessero fatto, non c’erano soldi per un riscatto.
La maggior parte degli schiavi dipendeva dall’opera caritatevole dei Trinitari (fondata in Italia nel 1193) e dei Mercedari (fondata in Spagna nel 1203). Questi gli ordini religiosi erano stati fondati per liberare i crociati detenuti dai musulmani, ma ben presto passarono a dedicarsi all’opera di riscatto degli schiavi detenuti dai barbareschi, raccogliendo denaro appositamente per questo scopo. Spesso mettevano davanti alle chiese delle cassette con la scritta «per il recupero dei poveri schiavi», e il clero invitava i cristiani ricchi a lasciare soldi per l’esaudimento dei loro voti. I due ordini divennero abili negoziatori e riuscivano a riscattare gli schiavi a prezzi migliori di quelli ottenuti da liberatori inesperti. Tuttavia non c’era mai abbastanza denaro per liberare molti prigionieri, e il Professor Davis ha stimato che in un anno venivano riscattati non più del 3 o 4% degli schiavi. Questo significa che la maggior parte hanno lasciato le loro ossa nelle tombe cristiane senza un contrassegno fuori dalle mura delle città.
Gli ordini religiosi tenevano conti precisi dei risultati conseguiti. I Trinitari spagnoli, per esempio, hanno effettuato 72 spedizioni di riscatto nel Seicento, con una media di 220 liberazioni ciascuna. Era consuetudine portare gli schiavi liberati nelle loro case e farli passare per le strade delle città in grandi celebrazioni. Queste parate divennero uno degli spettacoli urbani più caratteristici del tempo e avevano un forte orientamento religioso. A volte gli schiavi camminavano con i loro vecchi stracci di schiavi per evidenziare i tormenti che avevano sofferto; talvolta indossavano speciali costumi bianchi per simboleggiare la rinascita. Secondo i registri del tempo, molti schiavi liberati non si ristabilirono mai completamente dopo il loro calvario, soprattutto se essi aveva trascorso molti anni in cattività.

Quanti schiavi?
Il Professor Davis nota che sono state fatte enormi ricerche per calcolare il più precisamente possibile il numero di neri trasportati attraverso l’Atlantico, ma che non c’è stato uno sforzo analogo per conoscere l’estensione della schiavitù nel Mediterraneo. Non è facile ottenere dati affidabili, anche gli arabi generalmente non conservavano archivi. Ma nel corso di oltre dieci anni di ricerca il Professor Davis ha sviluppato un metodo di calcolo.
Ad esempio, gli archivi suggeriscono che dal 1580 al 1680 c’è stata una media di circa 35.000 schiavi nei paesi di Barberia. C’era una perdita costante per morti e riscatti, così se la popolazione rimaneva costante, il tasso di cattura di nuovi schiavi da parte dei pirati doveva essere tale da pareggiare le perdite. C’è una buona base per stimare il numero dei decessi. Per esempio, sappiamo che dei quasi 400 islandesi catturati nel 1627, solo 70 erano ancora vivi otto anni più tardi. Oltre alla malnutrizione, al sovraffollamento, all’eccesso di lavoro e alle punizioni brutali, gli schiavi subivano delle epidemie di peste, che eliminavano solitamente il 20 o 30% degli schiavi bianchi.
In base a un certo numero di fonti, il Professor Davis calcola pertanto che il tasso di mortalità era circa il 20% all’anno. Gli schiavi non avevano accesso alle donne, quindi la sostituzione avveniva esclusivamente per mezzo delle catture.

La sua conclusione: Tra il 1530 e il 1780, quasi certamente 1 milione e probabilmente fino a 1 milione e un quarto di cristiani europei bianchi sono stati ridotti in schiavitù dai musulmani della Costa dei Barbari.

Questo supera notevolmente la cifra generalmente accettata di 800.000 africani trasportati nelle colonie del Nord America e successivamente negli Stati Uniti.
Le potenze europee non furono in grado di porre fine a questo traffico.
Il Professor Davis spiega che alla fine del Settecento controllavano meglio questo commercio, ma ci fu una ripresa della schiavitù dei bianchi durante il caos delle guerre napoleoniche.

Neppure la navigazione americana si salvava dalla predazione. Fu solo nel 1815, dopo due guerre contro di loro, che i marinai americani riuscirono a liberarsi dei pirati barbareschi. Queste guerre furono operazioni importanti per la giovane Repubblica; una campagna è ricordata dalle parole «verso le coste di Tripoli» nell’inno della marina.
Quando i francesi presero Algeri nel 1830, c’erano ancora 120 schiavi bianchi nel bagno.
Perché c’è così poco interesse per la schiavitù nel Mediterraneo a fronte di un’infinità di studi e riflessioni sulla schiavitù dei neri? Come spiega il Professor Davis, schiavi bianchi con padroni non bianchi non si inquadrano nella «narrativa dominante dell’imperialismo europeo». Gli schemi di vittimizzazione tanto cari agli intellettuali richiedono malvagità bianca, non sofferenze bianche.
Il Professor Davis osserva anche che l’esperienza europea della schiavitù su larga scala rende evidente la falsità di un altro tema favorito della sinistra: che la schiavitù dei neri sarebbe stata un passo fondamentale nella creazione di concetti europei di razza e gerarchia razziale.
Non è il vero; per secoli, gli stessi europei sono vissuti nella paura della frusta, e molti hanno partecipato alle parate della redenzione degli schiavi liberati, che erano tutti bianchi. La schiavitù era un destino più facilmente immaginabile per se stessi che per i remoti africani.
Con un piccolo sforzo, è possibile immaginare gli europei preoccupati per schiavitù tanto quanto neri. Se per gli schiavi delle galere gli europei avessero nutrito lo stesso risentimento dei neri per i lavoratori nei campi, la politica europea sarebbe stato sicuramente diversa. Non ci sarebbe la continua richiesta di scuse per le crociate, l’immigrazione musulmana in Europa sarebbe più modesta, non spunterebbero minareti per tutta l’Europa e la Turchia non sognerebbe di entrare nell’Unione europea. Il passato non può essere cambiato e può essere esagerato coltivare rimpianti, ma chi dimentica si ritrova a pagare un prezzo elevato.

Fonti: Robert C. Davis, Christian Slaves, Muslim Masters: White Slavery in the Mediterranean, the Barbary Coast, and Italy, 1500-1800, Palgrave Macmillan 2003, 246 pagine, 35 dollari US.

Il genocidio velato
Sotto l’avanzata araba, milioni di africani furono razziati, massacrati o catturati, castrati e deportati nel mondo arabo-musulmano, da parte dei mercanti di carne umana dell’Africa orientale. Questa è stata in realtà la prima impresa degli arabi che hanno islamizzato i popoli africani, spacciandosi per pilastri della fede e modelli dei credenti. (Qui, traduzione mia)

barbara

enticare)

i miei due centesimi sulla legge contro l’apologia di fascismo.

Stavo leggendo le polemiche sulla legge Fiano, la legge che, come erroneamente riportato dai media, dovrebbe punire l’apologia di fascismo.

Personalmente lo ritengo un grave errore per un sacco di motivi:

Prima considerazione; esiste già una legge che vieta l’apologia di fascismo: la legge Scelba; per come è stata annunciata nei media la legge Fiano sembra essere un doppione della legge Scelba. Sarebbe stato interessante sapere come mai la legge Scelba venga considerata oramai inadatta e occorra correggerla. Annunciare una legge per vietare l’apologia del Fascismo senza spiegare è annunciare un doppione.

Seconda considerazione: “blindare” una legge accusando chi non la condivide di essere pro fascisti (o pro omofobi o pro femminicidio…) è il modo migliore di sputtanare tale legge. Dividere il mondo in buoni buonissimi contro cattivi cattivissimi, ragionare “chi non è con noi al 100% allora è contro di noi”, chi non condivide la legge è un “omofobo femminicida fascista pedofilo nazista satanista che parcheggia il SUV in tripla fila e crede alla nipote di Mubarak” è il modo migliore per convincere i moderati, dell’una e dell’altra parte, che tale legge è solo il sogno morboso di un gruppo di folli esaltati, comportamento che poi porta a far fallire l’approvazione della legge perché i moderati pian piano si ritirano.

Terzo: ho come l’impressione che il PD stia usando il babau del fascismo per far coagulare tutte le sinistre a far quadrato contro il fascismo, idea sciocca e demenziale. Tutte le volte che il collante della sinistra è stato il mero antiqualcosa o è finita in una disfatta come nel 2001 oppure, come nel 2006, si è vinto, non si è riusciti a convincere e si è implosi perché appena il pericolo nero si occultava poco poco cominciava la solita, demenziale, gara a chi era il più puro che doveva epurare tutti. Votare una coalizione solo perché antifascista oramai viene percepito come una stupidaggine. Trovare insieme gente che fino al giorno prima si dava vicendevolmente ed allegramente del fascista (Renzi Vs ANPI). Quanto tempo riusciranno a stare assieme1 ?

Quarto una legge non può impedire alle persone di essere idiote, una legge può solo impedire, e sanzionare, i comportamenti da idiota. Non sarà una legge ad impedire ad un testa di cavolo di segarsi davanti ad un busto di mussolini o a non fargli credere che i gay facciano schifo o che il “pater familias” ha diritto di vita e di morte su tutti. Però puoi, e devi, bacchettarlo quando tenta di attuare i suoi deliri.

Quinto: quella legge è scritta male e ha più controindicazioni che benefici; fonte: http://www.ilpost.it/2017/07/10/m5s-legge-apologia-fascismo/

La proposta di legge di Fiano si chiama “Introduzione dell’articolo 293-bis del codice penale, concernente il reato di propaganda del regime fascista e nazifascista”. La proposta ha un unico articolo e dice:

«Nel capo II del titolo I del libro secondo del codice penale, dopo l’articolo 293 è aggiunto il seguente:

Art. 293-bis. – (Propaganda del regime fascista e nazifascista). – Chiunque propaganda le immagini o i contenuti propri del partito fascista o del partito nazionalsocialista tedesco, ovvero delle relative ideologie, anche solo attraverso la produzione, distribuzione, diffusione o vendita di beni raffiguranti persone, immagini o simboli a essi chiaramente riferiti, ovvero ne richiama pubblicamente la simbologia o la gestualità è punito con la reclusione da sei mesi a due anni.

La pena di cui al primo comma è aumentata di un terzo se il fatto è commesso attraverso strumenti telematici o informatici».

La proposta vuole dunque introdurre nel codice penale una nuova fattispecie relativa al reato di propaganda del regime fascista e nazifascista. Sono già in vigore delle leggi in materia, la numero 645 del 20 giugno 1952 (la cosiddetta legge Scelba) e la numero 205 del 25 giugno 1993 (la cosiddetta legge Mancino). L’obiettivo della proposta vuole però delineare una nuova fattispecie che consenta di colpire solo alcune condotte che considerate individualmente non rientrano nelle normative già esistenti.

è una legge facilmente aggirabile, non esalto mussolini esalto la “romanità” e l’impero romano. (mi vietano il busto di giulio cesare?). Compro in stati esteri “per motivi di collezionismo”, sparo stronzate su siti esteri o in darknet. Siamo seri chi si imbarcherebbe in una rogatoria internazionale per trovare l’idiota che ha scritto “W il duce” in un sito/forum estero?
Poi come distinguere la propaganda “per esaltazione” dalla divulgazione “per storia”? Si entra in un ginepraio dal quale è difficile uscire. Meglio punire, solennemente, chi viola la legge scelba e chiudere un occhio sulle trollatine di bassa tacca.

Sesto: è stupido trasformare il fascismo in un tremendo babau; in primo luogo dimostri che ne hai ancora paura e quindi implicitamente riconosci il suo potere. E questo può spingere qualcuno a scegliere di sostenere Satana. E poi perché avere paura del fascismo e non del comunismo, della mafia o del terrorismo internazionale? Rendi il fascismo speciale e paradossalmente lo rendi accattivante per alcuni. Mentre dire: “idioti che credono a finte storie su una ideologia oramai morta, siamo in democrazia possono adorare chi gli pare, il duce, riina, lex luthor o il pinguino, finché rimangono nei binari della legge. Chi scrisse la legge Scelba fu furbo a voler sanzionare solo i tentativi di eversione ovvero la riscostituzione del partito fascista o di partiti che si richiamassero esplicitamente ai suoi sistemi per prendere il potere e a lasciar perdere le chiassate. Anzi poter dire “è grazie alla democrazia che voi potete dimostrare la vostra idiozia” rimane uno smacco per molti.

Settimo, e ultimo. questa legge così come le leggi sull’omofobia, il femminicidio ed altre simili sono realmente liberticide e possono essere usate maliziosamente per “chiudere la bocca a chi non è d’accordo”. Ricordo che vendola, a seguito delle polemiche riguardo al figlio che il suo compagno ha avuto grazie all’utero in affitto, rispondeva dando dell’omofobo a chiunque lo criticasse. Qualsiasi critica alla Kyenge, anche se corretta e validamente motivata, era a causa del razzismo, qualsiasi critica alla Boldrini, anche se corretta e validamente motivata, un attacco a tutte le donne.
Ci vuol poco a bollare come “fascista” e razzista chiunque non sia d’accordo all’accoglienza totale ed incondizionata di chiunque raggiunga in un modo o nell’altro il suolo italico o chiunque avanzi qualche dubbio sulla legge per lo ius soli.  Il solito sogno di vincere per squalifica dell’avversario. Si son visti i danni che tale tecnica ha creato quando è stata usata per eliminare politicamente mr. B.


  1. Semplice, il tempo di coesione è un tempo tale da essere contenuto all’interno del limite di indeterminazione di Heisenberg. 

Quando morì il 25 aprile.

Stavo sentendo le, oramai, puntuali polemiche sul 25 aprile e festività annesse. Quando è morta la festa del 25 aprile? quando è passata da festa nazionale della liberazione a “bile party”? Ho fatto un poco di mente locale ed alla fine l’ho capito; la festa morì quando passò dall’essere la celebrazione della liberazione alla festa contro berlusconi. Nel 1994 la gioiosa macchina da guerra prese una sventola non da poco. Mani pulite e forcaiolismo annesso avevano fatto, letteralmente, piazza pulita del pentapartito e di tutti i suoi uomini di punta. Nonostante i sogni bagnati di tanti orfani dell’URSS le seconde linee del pentapartito (Casini, Mastella e compagnia cantante), insieme alla destra finiana e alla lega, dettero una sberla non da poco alla gioiosa macchina da guerra ed a tutti gli accultuVati fiancheggiatoVi.

Il 25 aprile del 1995 divenne la festa contro berlusconi; i paragoni Berlusconi = Mussolini, ripresero forza, invece di pensare all’unione si urlò che solo la sinistra era l’unica vera erede dei partigiani (e di riflesso che solo i partigiani rossi rossi erano gli unici degni partigiani, per gli altri: i bianchi, i monarchici, i liberali, o si taceva con un imbarazzato silenzio oppure si parlava di “venduti agli americani”. E la mitologia del partigiano rosso che con il suo mitra libera l’italia per poi essere a sua volta invaso dagli americani, prese forza. Si cercò di modificare la storia: dimenticare che l’italia venne liberata soprattutto grazie ai carri armati degli alleati, la tragedia della shoa venne banalizzata trasformando qualsiasi cosa in shoa e, cosa peggiore, le vittime di ieri vennero nominate carnefici di oggi. Pur di dar contro al berlusco, visto che si era incapaci di dare risposte politiche, ci si appoggiò da una parte agli intellettuali di partito e dall’altra ai ragazzini che giocavano a fare gli anarcorivoluzionari.

Il risultato alla fine è stato che la festa da festa di unione è diventata la celebrazione religiosa di una resistenza mitizzata e divinizzata contro chiunque non si riconosca in tale mitizzazione. C’è una casta religiosa, come l’ANPI, che si arroga il diritto di parlare per la divinità e di concedere patenti di moralità, la discussione storica sulla resistenza viene occultata; tutto quello che contrasta con il mito deve essere per forza falso, e ultima cosa la “mitica resistenza” viene presa come esempio e giustificazione per azioni di basso teppismo.

Errori gravissimi. Prima cosa: il creare un mito religioso significa poi trovarsi a fare i conti le contraddizioni e le incongruenze della storia. Un nome che “rompe” per la storiella partigiani buoni buonissimi contro fascisti tutti cattivissimi e assassini: Giorgio Perlasca1 persona di destra che è anche stata fascista convinta. Oppure la storia della brigata Osoppo e l’eccidio di Porzus. E invece di ammettere luci ed ombre di un fenomeno complesso si reagisce con rabbia e con persecuzioni verso gli eretici. Altro errore dell’attualizzare tutto è che se tutto è fascista allora nulla è fascista. Se qualunque tragedia, vera o presunta, viene paragonata alla shoa allora si perde proprio il senso e l’enormità della tragedia.

L’aver “attualizzato” la festa spiega bene come mai sia diventata la festa sbroc dove i partigiani “mitizzati” divennero i raddrizzatore di banane equosolidali e le loro azioni “mitiche” giustificano quelle dei loro autonominatisi eredi, e simpatizzanti. Questo spiega bene questione ANPI – Brigata Ebraica. Anche la questione della Brigata Ebraica rompe la figura dell’eroico raddrizzatore di banane equosolidali e la lettura buoni buonissimi contro cattivi cattivissimi come perlasca o l’eccidio di porzus. E come la storia insegna spesso i fedeli fanatici sono i primi a reagire “male” contro tutto quello che contrasta con la loro fede religiosa2. Buffo comunque che, comportandosi come i peggiori oscuratisti, si richiamino a valori come la libertà di parola o di dissenso. Come dire: molti erano antifascisti solo perché non piaceva il colore della camicia, tutto il resto era OK3.


  1. Ricordo le polemiche per il film su Perlasca perché un “fascista” faceva la parte del buono. Se c’è una cosa che manda in tilt i cervellini semplici è vedere lex luthor in aiuto a superman. 
  2. Puntualmente si ripetono gli stessi comportamenti che, a parole, si dice di deplorare. 
  3. Spesso i più fanatici antifascisti furono proprio i campioni olimpionici di cambio della casacca in corsa. 

Aboliamo il 25 aprile (e le conseguenti patenti di superiorità morale)

Visto che oramai la festa della liberazione del 25 aprile è completamente snaturalizzata penso sia meglio abolirla del tutto. Oramai è solo la festa degli autonominatisi eredi dei partigiani che si arrogano il diritto di decidere cosa sia o non sia fascismo e di dare patenti di superiorità morale anche in spregio alla storia.

Piaccia o no l’italia è stata liberata dalle truppe angloamericane, non dai partigiani. I partigiani hanno aiutato, vero, hanno partecipato ed hanno combattuto anche loro, verissimo, però non ci sarebbero riusciti con le loro sole forze; bisogna avere l’onestà intellettuale di ammettere che il nazismo finì a causa delle sconfitte militari inferte dagli alleati e non solo grazie alla resistenza delle popolazioni.

Invece molti pensano che la liberazione sia stata grazie ai partigiani, oramai trasformati in supereroi. Supereroi che hanno passato ai loro autonominatisi eredi il compito di andare a raddrizzare tutti i torti contro i presunti “oppressi” del mondo.  Ed in nome di questa missione spuntano fuori le puntuali polemiche contro gli americani, la brigata ebraica etc. etc. perché disturbano la loro ingenua visione di “buoni contro cattivi”, perché ricordano che il nazismo venne sconfitto al prezzo di tanto sangue, bombe e carri armati e non da quattro persone con un mitra e due granate.

Cosa si dovrebbe festeggiare quindi il 25 aprile? Chi si sacrificò per liberare l’Italia dal nazifascismo oppure è la festa new age della solidarietà ai “boboli obbressi”? Beh se è la festa dei “boboli obbressi” sinceramente preferirei che venisse abolita o trasformata nella festa di primavera. Sia per mantenere intatta la memoria storica del dramma che fu la II guerra mondiale ed evitare che venga trasformata in un fumettone buoni vs cattivi1, dove la cattiveria dei cattivi giustifica qualsiasi azione dei buoni (e di riflesso dei loro autonominatisi eredi morali). Sia per evitare che i partigiani vengano “arruolati” e “strumentalizzati” da chi ha interesse a speculare sul loro sacrificio per bassi interessi di politichetta attuale. E soprattutto per far finire il vizio di molti di dare o revocare, in nome della resistenza,  patenti di superiorità morale che permettono da subito di capire se sei fra i buoni o fra i cattivi. Il dare patenti di superiorità morale, patenti che giustificavano tutto, era un vizio dei totalitarismi che i partigiani combattevano. Quando si parla dell’ironia della storia.


  1. luci ed ombre ci furono da tutte le parti, porcate ne fecero anche gli alleati. Però bisogna avere la maturità di capire il periodo ed il momento; misurare le azioni di allora con il metro di oggi è sbagliato. 

Perché quando parliamo di “tornare alla lira” dimentichiamo la storia – Altreconomia

Molto, molto interessante. Molti che paventano il ritorno alla lira hanno una memoria selettiva; dimenticano l’inflazione alta e il dover pagare la benzina, in proporzione allo stipendio medio, un botto.

Vero anche che prendere un master in economia alla youtube university è oramai alla portata di tutti…

Perché quando parliamo di “tornare alla lira” dimentichiamo la storia

Sorgente: Perché quando parliamo di “tornare alla lira” dimentichiamo la storia – Altreconomia

La grande abbuffata degli anni ’70: l’italia e le pensioni

Facciamo un esempio: entrate in un ristorante e ordinate da mangiare. I prezzi sono alti, ma non solo non li leggete, ma quando qualcuno, tra un pasto e l’altro, si chiede “ma poi come paghiamo”, gli rispondete “non fare il comunista, qui c’e’ abbondanza per tutti”. Poi arriva il conto, e tutto quello che fate e’ protestare: “il padrone del ristorante e’ un bastardo, non paghiamo”.
Domanda: siete credibili?
[Uriel Fanelli] Sorgente: Babababauli. Indignamoci con Bauli. | Niente stronzate ©

Nei commenti di un articolo precedente si è parlato di pensioni e di lavoro; colgo dunque l’occasione di parlare della situazione della previdenza sociale in Italia. Siccome l’argomento è abbastanza vasto e merita una corretta trattazione penso di spaccarlo in una serie di articoli cui cercherò di spiegare quali sono, secondo me, le cause della situazione attuale. In questo articolo tratteggerò una storia delle storture del sistema previdenziale italiano; storture che hanno portato alla dolorosa “cura Fornero”.

Le pensioni come reddito di cittadinanza incondizionato (e incontrollabile)

Negli anni a cavallo del 1970 l’italia era un paese percorso da grosse tensioni sociali avute a seguito delle varie proteste; molti avevano intravisto il benessere e chiedevano, non avendo tutti i torti, di poter bagnare anche loro il becco. Per “sgonfiare” la protesta la politica quindi decise di agire gonfiando le pance; uno con la pancia piena magari frignerà forte ma non farà azioni troppo “eclatanti”.

Per far ciò vennero usati, come un colossale ammortizzatore sociale, le pensioni, il pubblico impiego e il  parastato (poste, ferrovie1 etc. etc.).
In particolare per accelerare il turnover nella pubblica amministrazione si usò il nel decreto del Presidente della Repubblica 1092/73 noto come legge Rumor che istituiva le baby pensioni. La norma permetteva ai dipendenti pubblici di poter andare in pensione con 14 anni, sei mesi e un giorno di attività lavorativa se donne con prole; 19 anni, sei mesi e un giorno per gli uomini; 24 anni, sei mesi e un giorno per i dipendenti degli enti locali. Una legge insostenibile economicamente nel lungo periodo.

Ma non è stata solo la legge Rumor a dissestare le casse della previdenza sociale; c’è un altra legge, la legge Mosca  (n. 252/1974), una leggina che permetteva a partiti e sindacati2 di far emergere dal nero e regolarizzare a bassissimo costo i loro dipendenti.

Il problema della legge Rumor non era tanto il permettere a Maria o a Giuseppe di andare in pensione quanto il sistema di calcolo della pensione; prima della riforma Amato del 1992 la pensione veniva calcolata con il sistema retributivo, cioè era calcolata non sulla base di quanto versato ma sulla base della retribuzione  media degli ultimi anni di lavoro.  Inizialmente dell’ultimo anno di lavoro, poi degli ultimi cinque e infine degli ultimi dieci. Questo permetteva molte storture: persone che venivano inquadrate in bassi livelli, e pagate in parte in nero, per pagare meno contributi obbligatori, di botto quando entravano nel periodo di “calcolo della pensione” dichiaravano tutto e lo stipendio cresceva di botto. Capitava soprattutto nel privato “piccolo” quando il periodo di osservazione era di un anno. E capita ancora oggi nella Corte Costituzionale; oramai è prassi che venga eletto presidente il consigliere più prossimo alla pensione; in maniera tale da farlo andare in pensione con i benefit di presidente emerito, benefit fra i quali c’è una pensione più alta.
Se ci fosse stato il metodo di calcolo “contributivo”, Maria aveva versato 100 e prendeva una pensione basata sui 100 versati. e non una pensione per avere la quale se calcolata con il metodo contributivo avrebbe dovuto aver versato almeno 10.000.

Aggiungiamo al calderone anche l’equivalente della legge Rumor per il privato ovvero l’abuso dei prepensionamenti in caso di aziende in crisi. Aziende che spesso venivano fatte nascere in un territorio solo allo scopo di distribuire buste paga e che duravano solo fin quando duravano gli incentivi statali3. E appena gli incentivi finivano molti lavoratori finivano in lunghe casse integrazione e venivano portati alla pensione.

Un altro effetto deleterio di quel sistema è stato che molti “pensionati” capaci di lavorare iniziavano un secondo lavoro spesso “in nero” per “integrare” la pensione. Risultato: tante, tante uscite e poche entrate.

In un sistema previdenziale sano i soldi versati da chi lavora dovrebbero essere investiti affinché, quando qualcuno smette di lavorare, gli si possa pagare una pensione. E per sostenersi ci dovrebbe essere, mediamente, almeno un rapporto 1:1 fra quanto versato e quanto incassato. Ovviamente se si versa poco e si incassa tanto, si sta creando un colossale schema di Ponzi, che puntualmente esplode e quando esplode fa male, molto molto male.

Di questo il popolo non se ne è reso conto subito perché all’epoca si faceva debito per coprire le perdite, inoltre il numero di pensionati (baby) era basso rispetto al numero di lavoratori. Oggi invece è arrivato l’acconto del conto del ristorante: “la riforma Fornero”, che ha completato la riforma Amato del 1992.

Quello che a me ha fatto riflettere è stato che le colpe della riforma fornero sono state date alle “pensioni d’oro” ed alle pensioni dei parlamentari e non alle tante pensioni date a Maria, Giuseppe ai quaranta anni, in media, di età. Ai tanti trucchetti fatti per “gabbare” l’inps. Ma si sa; è più facile lamentarsi e incolpare il politico lontano e mangione che la vicina di pianerottolo.

PS
Se riesco a trovare un poco di tempo, nel prossimo articolo parlerò dell’assalto alla diligenza ovvero come la gggente cercava in tutti i modi di gabbare e depredare l’INPS.


  1.  Infatti il manuale Cencelli dava molto peso ai ministeri delle poste e telecomunicazioni, ed al ministero dei trasporti. Erano due dei ministeri che rendevano facili le assunzioni clientelari. Venivano creati mille modi diversi per entrare, senza concorso, nella pubblica amministrazione come cooperative che lavoravano per il comune i cui dipendenti, delle cooperative, poi venivano passati in ruolo, assunzioni “opache” da liste nell’ufficio di collocamento, contratti a termine prorogati più di due volte e quindi gli assunti “a termine” diventavano “di ruolo”. 
  2. Un’altra cosa che a me fa ridere è che per i dipendenti dei partiti e sindacati l’articolo 18 dello statuto dei lavoratori non vale. Se proprio quell’articolo è il simbolo per antonomasia della libertà del lavoratore perché non adottarlo “in casa”? 
  3. Certe fabbriche, fiat e non solo, non erano state create per produrre quanto per distribuire buste paga. Infatti molti dei contributi “incassati” servivano per essere rigirati. Da notare che le assunzioni spesso erano anche lottizzate e spartite fra partiti e sindacati. Questo è un articolo del 1984: PREPENSIONAMENTO A 50 ANNI PER I CASSINTEGRATI FIAT

Studiare la storia

Una delle tragiche conseguenze del voler “spettacolarizzare” la scuola e del gettare la croce sui docenti se Pierino non studia, è stato il far sentire i docenti obbligati a rendere le materie interessanti.

Se Pierino non le studia non è colpa sua ma del professore che è noioso. Ciò può essere parzialmente vero, ci son modi più interessanti e modi meno interessanti di presentare una materia ma con due punti fissi: il primo è che la materia non deve essere snaturalizzata ed il secondo è che è responsabilità dello studente studiare anche le cose “noiose”.

C’è da dire però se una materia non interessa o non piace è quasi impossibile, parlo per esperienza di studente, fargli cambiare idea. Siamo tutti diversi, c’è chi ama le scienze e chi si svena per la corazzata kotionkin.

Riguardo al secondo punto mi è capitato di dover studiare lottando contro il sonno e a furia di sbadigli ma se si vuole meritare il titolo bisogna farlo. Capirlo è prova di maturità.

Veniamo al primo punto; spesso per “divulgare” e “rendere interessanti” le materie queste vengono snaturalizzate e banalizzate. Prendiamo ad esempio il caso della storia; certo un “racconto” stile cinematografico può appassionare, i film di argomento storico possono far interessare le persone alla materia ma, cosa molto importante, i film storici non sono la materia.

Sia perché il film è intrattenimento quindi ha bisogno da una parte di semplificare e dall’altra di avere buoni in cui identificarsi da una parte e cattivi da sconfiggere dall’altra. Invece la storia è diversa; più che bianchi contro neri si dovrebbe parlare di grigio chiaro e grigio scuro; una lettura semplicistica come Hitler cattivo vs Churchill buono, da una parte maschera tutta la complessità sottostante e dall’altra impedisce di capire cause e di collegarle agli effetti. Il film per funzionare ha bisogno di semplificare e la spettacolarizzare. Il film è intrattenimento non è di certo però lo studio della materia scolastica storia. Oggi alcuni fatti storici vengono banalizzati come buoni vs cattivi, basti prendere come esempio le crociate o il nazismo.

Il nazismo è stato un fenomeno complesso, durato svariati anni e che ha influenzato tutto il mondo, non lo si può ridurre ad: “un anticristo caduto non si capisce come dal cielo che ha scatenato la II guerra mondiale”; rendere il nazismo un film di fantascienza è il modo migliore per impedire di riconoscere cause e situazioni analoghe a quelle che portarono Hitler a prendere il potere. Oppure le crociate, si parla di crociati imperialisti contro pacifici popoli e si parla dei massacri fatti dai crociati. Se si fosse studiata realmente la storia si saprebbe che il massacro era la “prassi militare” in quel periodo, massacri simili a quello di Gerusalemme del 1099 (https://it.wikipedia.org/wiki/Assedio_di_Gerusalemme_(1099)) son stati, ad esempio quello di Bagdad da parte dei mongoli (https://it.wikipedia.org/wiki/Presa_di_Baghdad) oppure la prassi di conquista del sud italia da parte dell’islam ove venivano passati a fil di spada gli adulti mentre le donne e i giovani venivano ridotti in schiavitù. Tanto per evitare la solita obiezione: “reazione alle crociate” sto parlando del periodo fra il 900 e il 1000 dopo cristo, prima delle crociate.

Anche la storia della schiavitù è interessante; chi fisicamente andava a catturare gli schiavi per le piantagioni dello zio Sam erano gli arabi, il mercato principale dove si commerciavano gli schiavi era quello di algeri. E le imprese dei corsari berberi che assaltavano le coste del mediterraneo per catturare schiavi durarono dall’anno 1000 fino agli inizi del 1800, quando alcune navi dello zio Sam andarono a scaricare un bel po’ di democrazia ad Algeri. (https://it.wikipedia.org/wiki/Seconda_guerra_barbaresca).

Sfumature di grigio invece di un infantile “buoni da una parte e cattivi dall’altra”. Lo studio della storia permette sia di cogliere le sfumature di colore sia di capire che “la maledizione della storia è che chi non la conosce è destinato a ripeterla”.  Per questo sarebbe opportuno che si tornasse a studiarla realmente nelle scuole con i suoi lati chiari e lati oscuri invece di studiare un fumettone sostitutivo vagamente ispirato ad essa.

 

Fasciofobia

Stavo leggendo i vari commenti sull’idea del fertility day da parte del ministero della sanità. Imho se si vuole avere una ripresa “demografica” sarebbe opportuno investire in strumenti di supporto per le famiglie (asili, doposcuola etc. etc.) e garanzie per i lavoratori che in inutili campagne informative.

Ma non voglio parlare di quello quanto delle polemiche fatte tirando fuori, guardacaso, di nuovo il fascismo. Sì, durante il fascismo venivano incentivate le nascite e l’avere le famiglie numerose. Però questo non significa che il tutelare le famiglie numerose e mirare ad un incremento demografico sia una caratteristica peculiare del fascismo.

Paradossalmente l’aver reso il fascismo da fatto storico oramai da consegnare alla storia a Satana contro il quale il fedele deve lottare ha avuto la lieve controindicazione di far ritenere “male” qualsiasi cosa sia stata fatta dal governo durante il periodo, anche se potrebbe essere utile, anche se è necessaria.

Svantaggi evidenti della demonizzazione ad oltranza.