Se voi foste il giudice

Su FB gira questa storiella riguardo a donne ubriache e accuse di stupro

Sorgente: Alice Brine, attrice comica, scrive un post virale su Facebook contro la colpevolizzazione delle vittime di violenza | L’HuffPost

“La parola ‘no’ non ha un’interpretazione soggettiva. ‘No’ significa ‘no'”: Alice Brine, attrice comica originaria della Nuova Zelanda, ha scritto un post su Facebook, diventato virale, per mettere a nudo tutta quella montagna di sciocchezze e di giustificazioni inutili che utilizzano gli stupratori per difendersi. Raccontata dal punto di vista di chi compie una violenza, l’analogia è piaciuta a molti, tanto da guadagnare in pochi giorni oltre 139mila like e oltre 60mila condivisioni. (…)

Faccio anche io lo stesso gioco; Caio si sveglia la mattina e vede che la macchina del padre, che aveva preso la sera precedente non è parcheggiata sotto casa sua. Si precipita in caserma, col padre, a denunciare il furto.

Dichiara: “ieri sera mi sono ubriacato e qualcuno deve aver approfittato per rubarmi le chiavi della macchina“. 

Il maresciallo è anche un superhacker, si collega al sistema spia satellitare della CIA e fa cercare a lui la macchina; la macchina viene individuata parcheggiata nel giardino di casa di Tizio. Tizio viene portato in caserma e accusato di furto. 

Tizio, saputo il motivo per cui è stato portato in caserma dichiara:

Non è vero che ho rubato la macchina del padre di Caio; ieri siamo usciti assieme, Caio ha bevuto un sacco e poi mi ha detto: non me la sento di guidare, puoi accompagnarmi a casa e poi vai a casa tua. Riportami con comodo la macchina di pomeriggio che tanto domani non mi serve”.

Chi ha ragione, Tizio o Caio?

Difficile da capire basandosi solo sulle dichiarazioni di entrambi. Ovviamente bisognerebbe indagare.

Supponiamo si presentino due scenari:

Scenario 1: Tizio ha diversi precedenti per furto, non ci sono prove che conoscesse Caio ed inoltre è noto che Caio non faceva mai guidare la macchina del padre ad altre persone. E le altre volte che non se la sentiva di guidare aveva lasciato la macchina nel parcheggio ed era tornato a piedi.

Scenario 2: Tizio conosceva bene Caio, spesso venivano visti entrare ed uscire assieme dal locale e molto spesso capitava che quando Caio non se la sentiva di guidare fosse Tizio a mettersi al volante, riaccompagnarlo, andare a casa sua e poi riportare la macchina a Caio.

Si vede subito che a seconda dello scenario la posizione di Tizio è più o meno grave; in particolare lo scenario due fa pensare molto più alla buona fede di Tizio che ad un furto.

Quindi il maresciallo decide di indagare ulteriormente, convoca in caserma anche Mevio e Sempronio, presenti nel locale il sabato, Mevio e Sempronio raccontano che Tizio e Caio sono entrati assieme nel locale e sono usciti assieme.

Sempronio conferma che spesso Caio quando non se la sentiva di guidare faceva guidare Tizio.

Mevio poi racconta di aver sentito che il padre di Caio gli aveva detto di non far guidare l’auto a nessuno e che se lo faceva non gli avrebbe più prestato la macchina.

Caio allora racconta di aver detto a Tizio di non toccare la macchina e poi non ricorda niente perché era troppo ubriaco.  Tizio invece sostiene che Caio non abbia detto niente, e lui come capitato tante altre volte abbia preso la macchina e accompagnato Caio a casa e poi di essere tornato alla propria abitazione ed avrebbe riportato al pomeriggio la macchina a Caio.

Se voi foste il giudice, a chi dareste ragione?

La situazione è abbastanza ingarbugliata ed è difficile stabilire ragioni e torti, capire se Tizio è un ladro o se abbia preso la macchina del padre di Caio senza autorizzazione.

Bene, sostituite “prestare la macchina” con “stupro” e avete l’idea di cosa sia stabilire in un processo se ci sia stato uno stupro o meno.  Perché per condannare qualcuno servono prove, è vero che Tizio ha preso la macchina ma parimenti è vero che Caio si faceva abitualmente accompagnare a casa. Stavolta Caio come può dimostrare di aver negato il consenso? Come può invece Tizio dimostrare che Caio aveva dato il consenso ad essere riaccompagnato a casa? Vi sembra giusto ragionare che siccome Caio era ubriaco allora è sicuramente Tizio in torto marcio?

Le false palestine

un po’ di chiarezza storica riguardo alla narrazione che vuole gli ebrei piovuti dal cielo nel 1948 con le astronavi naziste per fare ai poveri palestinesi quello che i nazisti tentarono di fare a loro.

Buseca ن!

LE FALSE CARTE PALESTINISTE E QUELLE VERE.

David Pacificiriporta l’ottima sintesi di Mario Carboni

LE FALSE CARTE PALESTINISTE E QUELLE VERE.

Hanno ripreso a circolare le 4 false cartine della propaganda palestinista bevute come un rosolio riscaldato dai supporter rossi e bruni di Hamas.
In effetti le cartine veritiere sono quelle mostrate più sotto.
In particolare risaltano sia la prima a sinistra che riguarda il Mandato britannico che la seconda corrispondente alla partizione del 1947 del Mandato britannico in due Stati, uno arabo e uno ebraico con Gerusalemme Città autonoma e federata con i due primi.
La terza invece riporta il risultato della guerra scatenata dagli arabi e persa, inaspettatamente contro il neonato Stato d’Israele conseguente al rifiuto di quello arabo, che oggi potremmo chiamare palestinese.
Si vede benissimo che quella che oggi è chiamata striscia di Gaza era dopo il conflito divenuta Egitto, che la tenne sino al…

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La guerra civile dei magistrati e la grande ipocrisia del giornalismo – Linkiesta.it

Sorgente: La guerra civile dei magistrati e la grande ipocrisia del giornalismo – Linkiesta.it

Scripta manent, verbali volantLa guerra civile dei magistrati e la grande ipocrisia del giornalismo
Francesco Cundari
Dal caso Palamara alle ultime incredibili vicende della procura di Milano, una domanda si impone: quand’è esattamente che le accuse diventano fango, e vanno pertanto cestinate, e i loro propalatori denunciati come avvelenatori di pozzi, e quand’è invece che vanno prese e pubblicate come oro colato?

risposta, semplice: dipende dalla convenienza politica. L’accusa, per quanto traballante e campata per aria, va contro i miei nemici: allora è oro colato, si pubblica e va pompata a dovere. Mi permette di fare da paladino e carpire simpatie, ad esempio additando gli scienziati dell’aquila come responsabili o giocando al paladino pro bambini come nel caso di rignano flaminio? Avanti tutta.
Mi imbarazza: nascondere e frignare immediatamente di macchina del fango.

Uno dei segnali più evidenti da cui emerge il declinare del potere berlusconiano sta nel fatto che i magistrati abbiano cominciato a farsi la guerra tra di loro, con le stesse armi di sempre, in televisione e sui giornali. E che giornalisti e politici non capiscano più da che parte schierarsi. A parte qualcuno, s’intende.

Tutti concordano sul fatto che ormai, dal caso Palamara alle ultime incredibili vicende della procura di Milano, sia in corso un vile e pericolosissimo tentativo di delegittimare la magistratura, formula buona per ogni occasione.

Il problema è che qui, da una parte e dall’altra della barricata, da quella degli accusatori (o calunniatori) come da quella degli accusati (o calunniati), sempre magistrati stanno. Dunque, per essere precisi, dovremmo aggiungere che il vile e proditorio attacco alla magistratura viene dalla stessa magistratura. Di conseguenza, se proprio di attacco si volesse parlare, bisognerebbe anche dire che non si tratta di un’offensiva proveniente dall’esterno, ma di una guerra civile.

Magistratura che si è già ampiamente delegittimata quando ha voluto trasbordare dalle proprie competenze.

Un altro problema non da poco è che molti dei magistrati e dei giornalisti che se ne occupano sono proprio coloro che in questi anni, quando al centro degli scandali erano i politici, teorizzavano (e praticavano) il principio secondo cui era giusto pubblicare tutto, indagare tutti, intercettare, perquisire e interrogare chiunque, di fronte praticamente a qualsiasi genere di accusa, in base al principio «male non fare, paura non avere».

E come al solito molti che, con i nemici sono ultragiacobini quando il culo sulla graticola diventa il loro diventano talmente garantisti da far sembrare Ghedini un forcaiolo.

Ora però sotto i riflettori ci sono alcune indagini non fatte, quelle sulla fantomatica «loggia Ungheria», e verbali non pubblicati, quelli che diversi giornali hanno detto di avere ricevuto e di non avere messo in pagina perché non ne era chiara la provenienza (di solito evidentemente glieli mandano con ricevuta di ritorno). Con alcuni magistrati (e giornalisti) a dire che era giusto così, perché era evidente che si trattava di montature e calunnie, e quindi prendersi del tempo era il minimo, e con altri magistrati (e giornalisti) a dire che invece no, certo che si doveva indagare, ed è ben strano che non si sia proceduto subito.

Vedi sopra.

Quello che si sa di sicuro è che le carte arrivano, informalmente, a Piercamillo Davigo. A portargliele è il pm Paolo Storari (che per questo è ora indagato per rivelazione del segreto d’ufficio), convinto che su quelle scottanti dichiarazioni dell’avvocato Piero Amara la procura di Milano non voglia fare luce. E cosa fa Davigo? Se le prende, le legge e ne parla, sempre informalmente, con alcuni suoi colleghi consiglieri del Csm e con altre autorità. E ora, rispondendo alle critiche, spiega che procedere per canali «formali» avrebbe significato a suo giudizio compromettere la riservatezza di quei documenti. Sta di fatto che al momento la sua segretaria è indagata per calunnia, con l’accusa di essere stata proprio lei a inviare quei verbali ai giornali, accompagnandoli a considerazioni evidentemente non lievi sui vertici della procura milanese e le ragioni della sua presunta inerzia.

Chi vuole unisca pure i puntini come preferisce. Personalmente, non mi intendo di cronaca giudiziaria e non ho la minima idea di come verbali che dovrebbero essere segreti finiscano regolarmente sui giornali, da decenni, alimentando processi di piazza capaci di stroncare carriere, e a volte vite, per finire poi in un nulla di fatto in tribunale, e spesso senza nemmeno arrivare al processo.

Se escono qualcuno li passa. Qualcuno sobilla le persone dicendo che il segreto istruttorio è una bavaglio e che il bobolo, buono per definizione deve sapere. E hai voglia adesso a spiegare al bobolo che è giusta la riservatezza.

Proprio perché non me ne intendo, però, mi restano alcune domande, che non riguardano il merito delle accuse, ma il lessico, cioè il modo in cui ne parliamo, specialmente noi giornalisti. Ad esempio: che differenza c’è esattamente tra formalità e legalità? Quand’è esattamente che le accuse diventano fango, e vanno pertanto cestinate, e i loro propalatori denunciati come corvi, mestatori, avvelenatori di pozzi, e quand’è invece che vanno prese e pubblicate come oro colato, magari accompagnate dal commentino ipocrita in cui si spiega che, «al di là dell’eventuale rilevanza penale», quello che ne emerge è così grave dal punto di vista etico, politico, antropologico, che non si può far finta di non vedere? Quand’è esattamente che il problema di come quei verbali, quelle intercettazioni, quei documenti siano stati acquisiti diventa il problema centrale e preliminare, tale da imporre non solo di non pubblicarli, ma di denunciare con forza l’oscura manovra che ci sarebbe dietro, e quand’è invece che su tutto questo non è il caso di fossilizzarsi, perché in fondo, suvvia, è una questione di metodo, di cui semmai discuteremo dopo, ma il merito è troppo grave?

Una frase di Uriel che mi era piaciuta molto era:

Non potete rompere la legge SOLO DAL LATO CHE VI FA COMODO, signori. Quando la rompete, non funziona piu’.

Se, ad esempio, fai saltare l’articolo costituzionale sulla riservatezza delle comunicazioni in nome di un fantomatico diritto del bobolo a sapere (ovvero farsi le pippe con i particolari più prurignosi delle indagini) poi non funziona più, e non funziona più per nessuno. Il bobolo è convinto di avere il diritto di sapere, e di sapere tutto di tutti.

Quand’è, insomma, che riteniamo non sia il caso di formalizzarsi, e quand’è che invece ci formalizziamo?

Il mio culo è misura di tutte le cose.

PS Io sono garantista ma, mea culpa, non mi scandalizzerei troppo se a Davigo venisse applicato il teorema Davigo (non esistono innocenti ma colpevoli non ancora scoperti)

Stupro e consenso: la versione di Jennifer – La Fionda

Un articolo interessante; una cosa che mi piace poco degli articoli dove si parla di violenza sulle donne è che spesso presentano le donne come povere incapaci che non sono assolutamente in grado di gestirsi autonomamente e che hanno bisogno di essere tutelate come teneri panda. Peccato poi che questa narrazione faccia a pugni con quella che vuole le donne più toste degli uomini in tutti i campi (dove c’è da mangiare ovviamente, ad oggi non ricordo grandi battaglie femministe per permettere alle donne di caricare ghiaia e cemento nell’impastatrice)

Sorgente: Stupro e consenso: la versione di Jennifer – La Fionda

Stupro e consenso: la versione di Jennifer
Redazione 13 Maggio 2021

Non conosciamo Jennifer M***, non è tra i follower di questo sito o dei suoi canali social. Ci è stato segnalato un suo post pubblico su Facebook contenente alcune riflessioni importanti e articolate sul discorso stupro e consenso. Riteniamo che ciò che dice sia notevole e meritevole di essere diffuso. Lo riportiamo quindi qui integralmente, dopo aver tagliato la parte relativa alle vicende personali dell’autrice. (…)

Ciro e Beppe Grillo.
Mi prendo ogni responsabilità delle mie azioni.
Ho sentito discorsi assurdi, di ragazze che gridavano allo stupro solo perché dopo essersi ubriacate si sono concesse allegramente a ragazzi, per poi pentirsene il giorno dopo. E poi via subito al gran galà della demagogia, con discorsi della serie: «Poverina, era ubriaca e lui se n’è approfittato». Ah, davvero? Quindi lui non era altrettanto ubriaco? Lui non era poco lucido esattamente come lei? Perché a meno che lui non fosse un integerrimo mormone astemio, a vedere i ragazzi di oggi mi pare che tutti, uomini e donne, si diano all’alcol in egual misura. Quindi mi spiegate perché una lei ubriaca dovrebbe essere considerata incapace di intendere e volere e un lui ubriaco non può essere giustificato allo stesso modo? Ipocrisia da farisei! Mi spiace essere arrabbiata, ma lo sono, e molto. Sono arrabbiata per tanti motivi. Sono arrabbiata perché mi offende vedere donne che non hanno mai conosciuto orrori usare certi drammi reali per fare le ego-vittime. E purtroppo avrei numerosi esempi di casi in cui mie conoscenti hanno millantato abusi. E fa incazzare, perché non solo non hanno il minimo rispetto delle vere abusate, ma spesso rovinano per sempre la vita di ragazzi che magari non hanno mai fatto male a una mosca.

Una cosa che non si può dire è che bere fino a non capire un cazzo è pericoloso, nota non giusto o sbagliato ma “pericoloso”. Se io mi metto vestito di nero a girare di notte per strade extraurbane non commetto alcun reato, però ovviamente sono in una situazione rischio maggiore rispetto a quella di girare indossando un giubbino ad alta visibilità. Dire che è meglio indossare un giubbino alta visibilità non è offendere le vittime della strada, è un consiglio per correre meno rischi.

Ripeto non sto dicendo che se lei è ubriaca è lecito farle tutto; sto dicendo che se lei fosse stata sobria o almeno capace di rendersi conto della situazione sarebbe potuta scappare, chiedere aiuto, evitare danni più grossi. Le colpe della vittima non giustificano il carnefice, mai in nessun caso. Ma, e qui il ma ci vuole, spesso fanno capire perché la vittima sia divenuta tale. Il girare di notte vestito di nero su strada extraurbana non assolve l’idiota che correva e che era ubriaco, non lo assolve. Però se la vittima si fosse resa più visibile forse avremo avuto una vittima della strada in meno.

(…)Basterebbe un po’ di buon senso.
Per concludere, le vittime di stupro esistono? Certo che sì, come esistono però anche le stronze bugiarde. E il fatto che un tempo ogni donna ingiustamente non era quasi mai creduta non significa che oggi si debba al contrario credere a tutte. E gli stupratori esistono? Sì, ovvio, e sono dei figli di puttana, nature marce che nessuna campagna di sensibilizzazione potrà mai cambiare. Non serve far campagne di sensibilizzazione contro gli stupratori o i “bulli”, perché chi è una brutta persona non diventerà certo buono. Ciò che semmai possiamo fare è insegnare alle vittime a diventare forti, a difendersi, a rendersi meno attaccabili, a scegliere di non essere più vittime. C’è bisogno di devastarsi al punto da non riuscire nemmeno più ad avere il controllo di te stessa? Se tu arrivi a bere così tanto, al punto da accettare consapevolmente di non essere più padrona di te stessa, allora sei tu che ti sei stuprata, sei tu ad aver fatto violenza su te stessa, sei tu a non rispettarti. E non te lo dice una astemia moralista, te lo dice una che ha conosciuto anche l’auto-distruzione e che per amor proprio e dignità ad un certo punto ha saputo dire «No, vaffanculo».

Direi che questo mette la pietra tombale sui tanti piagnistei che vogliono le donne come tenere principesse che, qualora si trovano in pericolo, debbono venire salvate dal principe azzurro. Beh se i principi azzurri non esistono, se il mondo è pieno di imbecilli, bastardi e violenti allora cara alla salute del tuo culo devi pensarci tu, se ne sei capace. Se non sei capace di fare una cosa così semplice allora spiegami perché dovresti essere capace di far cose molto più complicate?

Arcilesbica, imbrattata la sede a Bologna – Cronaca – ilrestodelcarlino.it

Sorgente: Arcilesbica, imbrattata la sede a Bologna – Cronaca – ilrestodelcarlino.it

Arcilesbica, imbrattata la sede a Bologna
All’esterno dello spazio dell’organizzazione ignoti hanno lasciato una scritta con un insulto e hanno cancellato il nome dell’associazione con la vernice nera

Bologna, 11 maggio 2021 – E’ stata imbrattata ieri sera la sede di Arcilesbica: all’esterno dello spazio dell’organizzazione ignoti hanno lasciato una scritta con un insulto e hanno cancellato il nome dell’associazione con la vernice nera. “Gli insulti, firmati con il nome di ‘rabbia trans’, dipendono dal fatto che ArciLesbica appoggia la legge contro l’omofobia ma con una richiesta di emendamenti sul ddl Zan’- ha spiegato Cristina Gramolini, la presidente di Arcilesbica nazionale -. Rattrista assistere alla penetrazione nella comunità Lgbt di forme di intimidazione crescente”.

Da parte di frange interne. Fosse stata una bravata di qualche imbecille fascistoide sarebbe partito un piagnisteo colossale, invece vedo molti silenzi imbarazzati. Si tratta di uno dei tanti, prevedibili, derby dovuti a leggi demenziali e contraddittorie. Non si può parlare di tutela specifica delle donne e poi sostenere che è donna chiunque si senta di esserlo…
E l’argomento “critico” del contendere è proprio il poter godere dei privilegi. Se Tizio ha il pisello ma si sente donna, Tizio può godere delle quote rosa? entrare nei bagni femminili? prendere gli incentivi destinati alle donne?
Credo che se la risposta sia sì spariranno gli uomin;, ci saranno solo donne, mestruanti e non…

Il sindaco Merola ha espresso il suo appoggio all’associazione: “Episodi simili, purtroppo sono sempre più frequenti non solo in Italia, con lo scopo di intimidire o colpire chi difende posizioni in difesa delle donne o di diritti civili, rientrano in quelle forme di odio che continueremo a denunciare”. Anche la Cgil ha espresso solidarietà ad Arcilesbica: “Chi vuole mettere a tacere e intimidire chi si adopera giornalmente per difendere o conquistare diritti troverà sempre la condanna della nostra organizzazione”

A malignare suppongo che molti siano alquanto stizziti da non poter denunciare il tutto come “volgare aggressione fascista” visto che lo scontro è tutto interno al fronte pro Zan. Da notare anche come si cerchi di evitare di fare i nomi, quando questi sono scomodi, lo stesso peccato cui accusavano la destra. Spesso a destra son stati accusati, quando condannavano le violenze, di parlare di violenze “generiche” e non di violenze fasciste. Beh mi sa che il viscidume non è peculiare solo della destra.

Numeri facili da dividere

Una curiosità che spesso viene agli studenti è: “come mai gli angoli e il tempo li misuriamo usando una base sessagesimale? 1 ora = 60 minuti, 1 minuto = 60 secondi? 

La risposta è semplice: per lo stesso motivo per cui le uova generalmente si misuravano a “dozzine” e la sterlina anticamente era divisa in questo modo: 1 sterlina = 20 scellini, 1 scellino = 12 pence cioè 1 sterlina = 240 pence.

Perché usando quel sistema assurdo era facile fare le divisioni. Calcolare mezz’ora o quanti minuti siano un quarto di ora è facile; infatti 60 è divisibile senza resti per 2,3,4,5,6,12,15,30. Un vantaggio non indifferente se non si usa, per scrivere i numeri, non la notazione posizionale ma una notazione simile a quella dei numeri romani. Infatti con i numeri romani fare le divisioni era abbastanza rognosetto.

Lo stesso per la vecchia sterlina, adesso anche lei ha adottato il sistema decimale, 240 ha un sacco di divisori e quindi si poteva calcolare facilmente un ottavo di sterlina o un trentesimo.

Donne che di mestiere si contano i cuoricini spiegano il femminismo alla Aspesi – Linkiesta.it

Ottimo articolo di Guia Soncini; non mi piace molto la Aspesi ma stavolta quando ha detto che il crepare per il lavoro è più grave di avere qualche idiota che ti fischia dietro son partite le urla isteriche di tante pseudo femministe

Eppure ha ragione, la morte della D’Orazio ha creato più di uno sconquasso fra le femministe; non puoi catalogarlo come femminicidio, e se parli della sicurezza del lavoro “femminile” salta fuori la quota maschile delle morti bianche e il gender gap nei decessi. Argomenti spinosi

Quindi meglio polemizzare contro chi, donna, pensa che finire stritolata da un macchinario sia leggermente, ma solo leggermente, peggio di un “ah bona” dietro.

Sorgente: Donne che di mestiere si contano i cuoricini spiegano il femminismo alla Aspesi – Linkiesta.it

’internet inveisce contro l’editorialista di Repubblica perché ha detto che i morti in fabbrica sono un problema più grave del catcalling, la accusa di strumentalizzare le questioni per diventare trending topic (avrà presto 92 anni) e invoca il pensionamento suo e di tutti quelli della sua generazione (che paga quelli della mia per fare i food blogger fashion advisor in Australia)

ROTFL; gli stessi che sposano ciecamente l’idea che chi ha più like vince; se un post ne fa 100.000 di cuori e quello contrario solo 1.000 allora ha ragione il primo. Come spesso capita si accusano gli altri dei propri peccati.

(…) C’è un gruppo milanese chiamato I sentinelli, il nome fa il verso agli estremisti cattolici, la linea politica è quella del club dei giusti: chiedono la rimozione della statua di Montanelli, organizzano la piazza milanese a favore della legge Zan. Ieri hanno pubblicato su Facebook un post in cui compiaciutamente dicevano di non volere il sostegno alla legge Zan di Alessandra Mussolini.

Però se dici che la legge è solo un “randello” per poter vincere le discussioni a colpi di accuse di omofobia allora sei omofobo.

(…) Venerdì sono usciti, per coincidenza, due scandalosissimi pezzi della Aspesi. Una era la sua risposta all’abituale rubrica delle lettere sul Venerdì. Rispondeva a un’indignata perché Natalia aveva osato difendere il biografo di Roth. La lunga risposta conteneva le preveggenti frasi «Certe battaglie funeree che mettono sullo stesso piano le molestie e lo stupro mi pare abbiano fermato solo le molestie ma non ancora lo stupro», e «Pretendere che il passato sia stato come l’oggi è ingiusto». Diavolo d’una donna, ha scritto dieci giorni prima la risposta ai deliri di Instagram di dieci giorni dopo.

E ha ragione in entrambi i casi. Se dici che la molestia è come lo stupro qualcuno inizierà a pensare che stuprare una tizia sia la stessa cosa che dire “a bona”. I paragoni funzionano sempre nei due versi.

E ha ragione anche sul passato, se si misurasse con il metro di oggi il passato dovremmo cancellare tutto o quasi. E il problema è che in quel tutto ci finiranno anche i simpatici. Vedi le acrobazie per difendere Fedez e certi suoi versi.

Venerdì infatti, e questa è stata la causa principale dell’isteria delle cancellettiste, Natalia scriveva su Repubblica di Luana D’Orazio, l’operaia inghiottita da un macchinario che ha fatto scoprire ai giornali la questione delle morti sul lavoro. Aspesi – con la grazia d’una signora beneducata d’altri tempi, la solidità di chi è cresciuta quando a sinistra si studiava Marx e non i cancelletti, e il senso delle priorità di chi ha visto guerre mondiali e non solo il trauma della connessione che s’interrompe mentre guardi Netflix – ha scritto settanta garbate righe per dire che forse dovrebbero (le giovani femministe) occuparsi anche di questa drammatica questione, se il bodyshaming (cioè: quelli che mi dicono che sono una vescica di lardo) e il catcalling (cioè: quelli che mi fa fischiano per strada benché io sia una vescica di lardo) lasciano tempo.

Non paga di questa vergognosa provocazione, ha osato pure ricordarci che sul lavoro muoiono più uomini, il che se sapete leggere è un pizzino ai giornali che si occupano del problema solo quando muore una ragazza fotogenica, e se invece avete il cervello a forma di cancelletto apriti cielo.

A malignare direi che è meglio sparsi pose da S. Giorgio e lottare contro draghi di cartapesta che affrontare draghi reali che sputano veramente fuoco.

Trentaduenne, duecentotrentamila e fischia follower, moltiplicati quando Chiara Ferragni l’ha indicata come sacerdotessa del nuovo femminismo (il che le ha finalmente portato ciò cui il femminismo di Instagram tende: case di moda che ti paghino per indossare i loro prodotti), la signorina che non nominerò ha diviso la sua invettiva in meno storie rispetto alla quarantaduenne (la verbosità ci viene invecchiando), ma molto interessanti.

Comincia anche lei col benaltrismo, categoria dello spirito già utilizzata da quella col filtro seppia (che si era rifiutata di nominare, oltre che Aspesi, anche Repubblica, indicandola come «la gazzetta del benaltrismo»). Secondo lei dire che le morti sul lavoro sono più gravi di chi ti fischia per strada è benaltrismo, serve a «deviare l’attenzione dal topic principale» (come tutti coloro che non hanno il dominio d’alcuna lingua, queste ragazze tendono a mescolarle malamente).

Tanta confusione mentale è figlia del MeToo e della sua convinzione che fare gerarchie dei problemi sia offensivo (mica quella ammazzata di botte ha più ragioni di lagnarsi di me cui hanno detto «vescica di lardo», diamine). Altrove, si tenta anche di razionalizzare l’obiezione.

 

Altrove e cioè nei commenti d’altro innominato. Quarantasettenne (con stile di vita da trentenne e raziocinio da quindicenne), fumettista, quarantamila follower su Facebook. Che cos’ha scritto ve lo dico dopo, perché merita un siparietto comico tutto suo. Prima i commenti, il mio preferito dei quali, ricordiamo relativo all’aver un’editorialista osato dire che «abbòna» per strada è meno grave che morire alla catena di montaggio, è: «La scaletta delle umane priorità la stabilisce Natalia Aspesi, a cui le comunica direttamente il Dio dei vecchidimerda». (Peraltro, essendo Aspesi assai più garbata di me, nell’articolo non dice neppure quali imbecilli falsi problemi siano quelli su cui ci si concentra: come una signora dei tempi in cui esistevano le buone maniere, scrive «giusta battaglia contro i maschi sopraffattori», prima di osare suggerire di trovare tempo per occuparsi anche di operai uccisi dalle catene di montaggio o dai cantieri).

Nessuno studia niente, nessuno si prepara su niente, nessuno si preoccupa di sapere ciò di cui parla, prima di contarsi i cuoricini. È la sintesi d’un qualunque giro sui social e di questo in particolare.

Purtroppo si, mostra non dire.

Non sa niente la trentaduenne che dice, delle righe in cui Aspesi ricorda che muoiono più uomini, «grazie al cazzo, perché mancano politiche di welfare», e quindi ci sono meno donne nel mondo del lavoro. No, pulcina: è perché ci sono solo uomini nei cantieri, dove muore la più parte di chi muore sul lavoro, e non ci sono donne nei cantieri per ragioni diverse dagli asili nido – se ti concentri capisci da sola quali.

Argomento pericoloso; magari qualcuno proporrà le quote rosa “obbligatorie” alla betoniera…

Non sa niente, né ha il senso del ridicolo, il quarantasettenne che così dà la stura a centinaia di commenti indignati: «La Aspesi sente la necessità di usare la morte di una ragazza per poter scrivere nel suo pezzo parole come “catcalling”, “bodyshaming” e Tik Tok (che, si sa, con i webcrawler vanno forti) e dire alle giovani ragazze che i veri problemi sono ben altri». Quindi secondo lui Natalia Aspesi – novantaduenne editorialista d’un giornale che oltretutto fa pagare la lettura on line dei suoi editoriali, e i cui testi non finiscono quindi nei motori di ricerca – si mette lì a scrivere e dice: mmm, vediamo come posso diventare trending topic.

Questo articolo potrebbe essere lungo come “Via col vento” (un romanzo pieno di bodyshaming), giacché ci sono centinaia di meraviglie citabili. La trentaduenne esagitata dice che Aspesi l’articolo l’ha scritto perché «ha dei grossi problemi personali con la quarta ondata, da tempo, lei è una second waver» – ci manca solo: è invidiosa perché noi siamo giovani e modelle. Sempre la trentaduenne dice senza ironia che, fosse nei parenti della ragazza morta, «io una querela la farei» (il fantasioso rapporto dell’internet col codice penale, la commedia che non capisco come mai nessuno abbia ancora scritto).

Semplicemente molti pensano che il codice penale debba difendere, senza se e senza ma tutte le loro pippe mentali. Se io penso che X non sia corretto, dove X può essere una minchiata qualsiasi come anche i risvoltini, allora X deve essere sanzionato penalmente.

Queste deliziose tele bianche sulle quali nessuno ha mai pittato una nozione, se leggono una che dice che nella battaglia contro le morti sul lavoro «non lasciandola solo ai sindacati e alla politica […] potreste dare una mano essenziale, armando di indignazione i vostri follower», la traducono in: sta cercando di deresponsabilizzare la politica. Se leggessero Marx direbbero che è un maschio bianco privilegiato che non si occupa dei diritti dei trans. Siccome non lo leggono, trovano offensivo che qualcuno dica a militanti di sinistra di occuparsi di diritti del lavoro, quando ci sono i diritti ai pronomi giusti cui dedicarsi.

I follower del quarantasettenne ci spiegano che se ci fischiano per strada o ci danno di culone poi arrivano «depressione e disturbi alimentari» (ci vorrebbe una guerra, o almeno la miniera: lo dico io perché Aspesi è troppo garbata anche solo per pensarlo); che «il sessismo è personale, quindi è normale che se ne parli di più» (la fortuna di Marx di arrivare prima che decidessimo che esiste solo ciò in cui possiamo specchiarci).

invece da una pressa esci scoppiando di salute… C’è un problema serio di proporzioni; il mio culo è misura di tutte le cose.

A un certo punto arriva una persona normale e chiede «perché nessuno ha scritto alle fabbriche per chiedere di migliorare i protocolli di sicurezza ma tutti hanno scritto a Repubblica per insultare la Aspesi?», e sembra un’aliena.

Touché

Il quarantasettenne invoca un pensionamento della generazione di Aspesi (avvenuto il quale si scoprirebbe che la nostra è piena di Hemingway, mica di piscialetto che si autocertificano grandi successi). Il mio preferito, tra molte centinaia di commenti, è quello d’un tizio che scrive, a nome dei nati dell’ultima parte del Novecento, la più taciuta delle grandi verità: «La vedo dura, quella generazione paga la mia per fare i “food blogger fashion advisor” in Australia».

Touché di nuovo.

Meno male che la Aspesi c’è, almeno mentre facciamo mestieri in cui contarci i cuoricini abbiamo qualcuno che ci ricorda com’è il mondo senza filtri seppia.

Sui brevetti


Gli disse Gesù: “Se vuoi essere perfetto, va, vendi quello che possiedi, investi in azioni della “Cattolic Church Corporation”, poi procurati un buon arco di tasso e vieni con me nella foresta di Sherwood a rubare ai ricchi per dare ai poveri.
[dal vangelo di Neomatteo 19:16-22]

Stavo leggendo le storie riguardo al levare i brevetti sui vaccini per i paesi poveri; mi spiace dirlo ma è solo facciata pauperista fatta solo per prendere per il culo la gente sparandosi pose da buono.

Prima cosa: cos’è un brevetto? possiamo vederlo come un premio all’innovazione; chiunque faccia una invenzione e la comunichi ufficialmente al mondo con un brevetto poi ha il diritto di sfruttare tale invenzione in esclusiva per vent’anni o può permettere dietro corrispettivo ad altri di usarla.

Prima considerazione: togliere i diritti sui brevetti è come organizzare una lotteria nella quale i premi, superiori a 1000 euro, non vengono consegnati ma incamerati dallo stato perché è immorale che la gente vinca soldi al gioco d’azzardo. Quale sarà l’effetto? Una catastrofica riduzione delle giocate e a fronte di un gettito di 1.000 premi esclusi poi ti trovi un gettito di 50 premi inclusi. Non mi sembra un gran guadagno.

Seconda considerazione: i brevetti per loro natura sono pubblici, l’invenzione deve essere descritta con precisione nei documenti presentati per ottenere il brevetto. Non ci sono formule segrete scritte su una pergamena nascosta in un forziere protetto da un drago nella sede della multinazionale. Quindi un paese che volesse leggere tutte le informazioni tecniche sui brevetti potrebbe farlo e potrebbe copiarli. Se fosse con l’acqua alla gola potrebbe produrre in casa e affrontare una causa con l’NWO per violazione dei brevetti. Non siamo in cyberpunk2020 e non arriva l’esercito privato della corporazione a devastare il paese “cattivo”.

Terza considerazione: non esiste un brevetto ma esiste una moltitudine di brevetti. Facendo un parallelo con Asterix, non esiste solo la formula della pozione segreta ma esiste la formula della pozione segreta, il modo segreto per preparare il vischio, il modo segreto per costruire il pentolone, quello per preparare il fuoco, per coltivare la legna per farlo… Dare la ricetta della pozione senza dare tutto il resto è perfettamente inutile, senza gli ingredienti preparati in un certo modo, il pentolone fatto in un certo modo etc. etc. la pozione non funziona. Anche se hai la ricetta di Panoramix. Quanti e quali brevetti vanno “regalati”?

Quarta considerazione, anche se big pharma regalasse tutti i brevetti, e non solo quello sul vaccino, per produrli occorre avere industrie capaci di farlo, non puoi prepararlo in un calderone a casa come la pozione di Panoramix. Servono strutture, serve capacità produttiva, serve personale specializzato. Avere la ricetta di Cracco è inutile se poi non hai ne gli ingredienti e neppure una cucina. L’idea di aiutare i paesi poveri liberando il brevetto è intelligente tanto quando pensare di eliminare la fame in Africa regalando a tutti il ricettario benedetto di Suor Germana. Una solenne presa per il culo.

Adesso, io non mi aspetto che l’uomo della strada o peggio il gretino quadratico medio, riesca a capire queste cose, però penso che persone un poco più in vista queste cose siano in grado di capirle, se non loro almeno il loro staff. Quindi perché dirle? Per accreditarsi nell’operazione simpatia buoni contro cattive multinazionali (che hanno creato a tempi di record i vaccini che ci salvano il culo) speculando sull’odio, l’ignoranza e sull’invidia sociale?

Sommelier di merda

Ovvero del come assaggiare i diversi tipi di escrementi per disquisire di sapore e odore.

Molti che si stanno sbracciando a sostenere l’utilità del ddl Zan sostengono che serva perché l’odio verso gli omosessuali non è sanzionato dalla legge, o meglio esisterebbe una aggravante “per motivi abietti o futili” ma non è detto che venga applicata sempre nel caso di omosessuali.

Vorrei parlare dei “reati d’odio” ovvero i reati che uno compierebbe se odia qualcuno; se Tizio aggredisce o bullizza Caio perché odia qualcosa che Caio è, è giusto far scattare una specifica aggravante per “odio”. Cioè il discriminante è che Caio è X, Tizio odia X e pertanto attacca Caio, indipendentemente da cosa sia X oppure se X= omossessuale è più grave di X = “strabico” o qualunque altra cosa?

Per me se si deve sanzionare l’odio allora l’odio va sanzionato qualunque cosa sia X, altrimenti si sta facendo una gerarchia di odii indicando quelli più accettabili da quelli più abietti. Il modo migliore per far apparire le vittime dell’odio “di serie A” dei privilegiati, se gli odi vieni “condannato” per legge Zan, rispetto a quelle dell’odio “di serie B”. Ti bullizzano perché sei strabico/grasso/goffo e mille altri motivi che ti fanno apparire più debole degli altri, e quindi una preda più facile? Arrangiati.

Grave errore che alla fine fa credere che la legge serva solo a dare privilegi ingiustificati extra ad alcune categorie di persone, e questo alla fine porta come logica conseguenza un aumento dell’odio. Proprio il risultato che si sarebbe voluto evitare.