IP over Avian Carriers – Wikipedia

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IP over Avian Carriers
Da Wikipedia, l’enciclopedia libera.

Un piccione viaggiatore che può trasportare il traffico IP.
Nel mondo del networking, IP over Avian Carriers (IPoAC) è una proposta per utilizzare piccioni viaggiatori come mezzo di trasporto per i pacchetti dati dell’Internet Protocol.

L’idea, avanzata a fini umoristici, fu descritta per la prima volta nel documento RFC 1149′, un Request for comments dell’Internet Engineering Task Force (IETF), scritto da D. Waitzman e pubblicato il 1º aprile 1990. Si tratta di uno dei numerosi pesci d’aprile RFC.

Waitzman ha descritto anche un miglioramento del protocollo iniziale nel documento RFC 2549, IP over Avian Carriers with Quality of Service, anch’esso un pesce d’aprile pubblicato il 1º aprile 1999.

Realizzazione del protocollo
In realtà, IPoAC è stato avviato con successo il 28 aprile 2001 dal Linux User Group di Bergen[1]. Nell’esperimento sono stati trasmessi nove pacchetti di dati, su una distanza di circa cinque chilometri, ognuno dei quali trasportato da un singolo piccione e contenente un messaggio di ping (ICMP Echo Request).

Nell’esperimento sono stati ricevuti quattro dei pacchetti inviati, con una percentuale di pacchetti persi pari al 55% (dovuti ad errori degli utenti[2]), e un Round Trip Time variabile tra i 3000 ed i 6000 secondi:

Script started on Sat Apr 28 11:24:09 2001
vegard@gyversalen:~$ /sbin/ifconfig tun0
tun0 Link encap:Point-to-Point Protocol
inet addr:10.0.3.2 P-t-P:10.0.3.1 Mask:255.255.255.255
UP POINTOPOINT RUNNING NOARP MULTICAST MTU:150 Metric:1
RX packets:1 errors:0 dropped:0 overruns:0 frame:0
TX packets:2 errors:0 dropped:0 overruns:0 carrier:0
collisions:0
RX bytes:88 (88.0 b) TX bytes:168 (168.0 b)

vegard@gyversalen:~$ ping -c 9 -i 900 10.0.3.1
PING 10.0.3.1 (10.0.3.1): 56 data bytes
64 bytes from 10.0.3.1: icmp_seq=0 ttl=255 time=6165731.1 ms
64 bytes from 10.0.3.1: icmp_seq=4 ttl=255 time=3211900.8 ms
64 bytes from 10.0.3.1: icmp_seq=2 ttl=255 time=5124922.8 ms
64 bytes from 10.0.3.1: icmp_seq=1 ttl=255 time=6388671.9 ms

— 10.0.3.1 ping statistics —
9 packets transmitted, 4 packets received, 55% packet loss
round-trip min/avg/max = 3211900.8/5222806.6/6388671.9 ms
vegard@gyversalen:~$ exit

Script done on Sat Apr 28 14:14:28 2001
Questa tecnologia, dunque, soffre di prestazioni molto scarse in termini di latenza, ma è in grado di raggiungere un alto throughput medio utilizzando come dispositivi trasportati delle memorie flash.

Curiosità
Nel 2018 durante la competizione globale Global Game Jam è stato sviluppato e presentato un videogioco dal nome RFC1149 avente come protagonisti proprio due piccioni viaggiatori che devono mantenere un canale di comunicazione wireless[3].

Salvini, Orban, Conte

C’è qualcosa di umoristico nel vedere che molti, sui social, si lamentano dell’ungheria e della sua svolta “fascista”. Quando lo stato ungherese ha fatto la stessa cosa che hanno fatto gli altri stati: usato una legislazione di emergenza per affrontare il problema coronavirus, lo stesso fatto dall’italia. L’italia da un po’ di tempo a questa parte è governata per decreto e non decreto legge, atto avente forza di legge, ma da decreti del presidente del consiglio dei ministri e dei ministri fatti scavalcando il parlamento e forzando perché abbiano valenza di legge.
Però il problema è il fascismo ungherese; il solito strabismo e doppiopesismo per il quale se Tizio si comporta in un modo Tizio è fascistissimo e da deplorare, se Caio si comporta esattamente allo stesso modo è per giusta reazione al fascismo di Tizio, e quindi le colpe son di Tizio, non di Caio.

Alla fine è questo doppiopesismo il miglior spot per i fascisti e gente, che se non venisse tirata fuori ogni cinque secondi per “nobilitarsi” come eroici paladini antifascisti sarebbe finita nel dimenticatoio insieme alle loro manifestazioni folkloristiche.

Come dire: se si sparge benzina a piene mani poi è stupido mostrarsi stupiti dell’incendio….

I fallimenti/ Caso tamponi: la storia di un errore annunciato

Articolo alquanto onesto di Ricolfi; come giustamente scrive la situazione attuale non è frutto del singolo errore di Tizio o di Caio ma è la somma di una lunga serie di errori.

Il rinfacciarsi a vicenda errori è stupido ed inutile, e fa perdere di vista le reali cause del casino che stiamo vivendo, le colpe altrui non assolvono mai dalle proprie.

Sorgente: I fallimenti/ Caso tamponi: la storia di un errore annunciato

Oggi vi racconto una storia, ma spero vivamente che il mio racconto sia sbagliato. Sì, spero di sbagliarmi, e che le cose non siano andate come le ho ricostruite io. Perché se fossero andate come sembra a me, o anche solo più o meno così, dovremmo essere tutti molto preoccupati, ancora di più di quanto già siamo. E, forse, dovremmo chiedere che qualche politico faccia un passo indietro, o almeno ci chieda scusa.

Ed ecco la storia. 31 gennaio: appena appreso che due turisti cinesi sono positivi al Coronavirus, il Governo dichiara lo stato di emergenza fino al 31 luglio, e con ciò si auto-attribuisce poteri speciali; possiamo presumere che, almeno da quel momento, il Governo stesso sia consapevole della gravità della situazione. In realtà avrebbe potuto (e forse dovuto) esserlo già molto prima.

In una serie di articoli pubblicati fra l’8 gennaio e la fine del mese, il sito di Roberto Burioni (Medical Facts) aveva fornito tre informazioni cruciali: una parte non trascurabile degli infetti è asintomatica ma può ugualmente trasmettere il virus; il controllo della temperatura negli aeroporti è una misura insufficiente; l’esperienza cinese suggerisce che è difficile fermare l’epidemia se non si intercettano almeno due terzi degli infetti.

21 febbraio: scoppiano i due focolai di Codogno (Lombardia) e Vo’ Euganeo (Veneto), si aggrava la situazione in Cina; Giorgia Meloni chiede la quarantena per chi viene dalla Cina o da altre zone ad alto rischio; anche Walter Ricciardi, nostro rappresentante nell’Organizzazione Mondiale della Sanità (Oms), critica il governo per essersi limitato a bloccare i voli diretti con la Cina, ignorando il problema dei voli indiretti; ma il governo liquida la proposta della Meloni come “allarmismo” ingiustificato, e quanto alle critiche di Ricciardi se la cava nominandolo consulente del ministro della Salute.

21-28 febbraio: mentre Roberto Burioni consiglia i tamponi anche a chi ha solo 37.5 gradi di febbre, parte l’offensiva del Governo contro i tamponi, che culmina con un’intervista a Walter Ricciardi in cui viene aspramente criticata la linea dei tamponi di massa adottata dal Veneto, contraria alle direttive mondiali ed europee, volte a minimizzare il numero di tamponi; contemporaneamente, in barba allo «stato di emergenz» dichiarato un mese prima, parte la compagna politico-mediatica per «riaprire Milano» e far ripartire l’economia.

E fin qui abbiamo due colpe colossali: una mostruosa sottovalutazione del rischio e, imho, molto più grave, il voler strumentalizzare la paura e le, a posteriori poi rivelatesi giuste, cautele dei governatori del nord, come razzismo per avere qualche piccolo vantaggio politico.

Ricordo questa campagna Le Sardine: “Unica mascherina utile è quella della cultura” – DIRE.it, l’andare al ristorante cinese a mangiare involtini primavera per dimostrare di essere contrari al razzismo, l’idiozia di chi vuoi per pessima malafede, vuoi perché una mastodontica testa di cavolo confonde colpevolmente “chi proviene dalla cina” con “cinese” (qui).

Errori mostruosi.

(…)

16-17 marzo: spettacolare giravolta dell’Organizzazione Mondiale della Sanità che, per bocca del suo Direttore, ora invita a massimizzare il numero di test («il nostro messaggio chiave è: test, test, test»), dopo settimane in cui li aveva scoraggiati in tutti i modi; anche il nostro rappresentante presso l’Oms, che 4 settimane prima aveva aspramente criticato le Regioni che volevano fare più test, aderisce istantaneamente alla giravolta dell’Oms, retwittando il messaggio «test, test, test».

Questo è un punto di svolta abbastanza grave. Il governo, se avesse avuto un minimo di buon senso politico poteva fare una brusca inversione a 180° giustificandola con l’inversione dell’OMS: “noi abbiamo dato retta all’OMS prima e la diamo adesso anche se ha deciso di fare un giro di 180°”, invece hanno perseguito nell’errore.

17-25 marzo: nel frattempo l’epidemia è esplosa in tutto l’Occidente, e ogni stato tenta di approvvigionarsi come può di materiale sanitario, compresi tamponi e reagenti per i test; il materiale per i test comincia a scarseggiare, ma i nostri governanti non sembrano avere fatto 2+2, ovvero: se l’OMS ingiunge di fare più test, e l’epidemia sta partendo in tutto il mondo, è inevitabile che vi sia una corsa di tutti a procurarsi il necessario, ed è ovvio che occorra immediatamente aprire una campagna di approvvigionamento sui mercati internazionali, specie per quei materiali che è più difficile produrre in patria (in particolare i reagenti, che servono per analizzare i campioni prelevati con i tamponi).
26-28 marzo: puntualmente accade quel che era logico aspettarsi; ovvero, proprio ora che il Governo si è convinto a non ostacolare le Regioni che vogliono fare più test, si scopre che scarseggiano i materiali per effettuarli, anche perché altri se li sono procurati prima di noi.

(…)

A due mesi esatti dalla dichiarazione dello stato di emergenza, succede che il numero di tamponi che siamo in condizione di effettuare non solo sia del tutto inadeguato a scovare gli asintomatici, che sono il veicolo principale del contagio, ma non basti neppure ad assicurare i test per il personale sanitario. Nel frattempo, anche – se non soprattutto – per la mancanza di tutto ciò che servirebbe per proteggerli (dalle mascherine ai tamponi) i morti fra i medici sono più di 50, mentre ancora si attende di conoscere il numero delle vittime fra infermieri, operatori del 118, personale sanitario in genere. E non mi vengano a tirare in ballo i tagli alla sanità dell’ultimo decennio, perché chiunque abbia un’idea delle cifre in gioco sa benissimo che la mancanza di dispositivi di protezione individuale dei medici è una goccia nel mare magnum dei costi della sanità, e che per non trovarci nella condizione di oggi sarebbe stato sufficiente provvedere in tempo, quando si è capito che l’epidemia sarebbe arrivata (fine gennaio) e gli ospedali non erano al collasso.

Che dire? Nulla, per parte mia. Mi limito e riportare le parole di uno dei pochi veri esperti italiani di epidemie, incredibilmente ignorato dal governo centrale (ma tempestivamente reclutato dal governatore del Veneto), il professor Andrea Crisanti, l’ideatore dell’indagine su Vo’: “Abbiamo voluto difendere il Paese dei balocchi e l’economia anche di fronte alla morte. Questo è un fallimento della classe dirigente del Paese”.

http://www.fondazionehume.it

 

Sconfortante. Alla frase in grassetto aggiungerei solo “tutta” dopo classe dirigente. Per il resto, con il solito comportamento vigliacco, pateticamente si cerca di scaricare alle regioni, soprattutto quelle governate da “nemici” le colpe di un governo centrale confusionario e pasticcione che si metteva in mezzo solo per dimostrare di essere lui a dover decidere.

Ad esempio la richiesta di chiusura scuole nelle marche decisa dalla regione: prima ostacolata, fatta revocare dal governo, poi estesa al governo in tutta italia. La richiesta della Sardegna di bloccare i trasporti aerei e navali, prima ostacolata poi con colpevole ritardo assecondata dal governo nazionale.

Un’altra piccola nota: in sardegna c’è stata una polemica sulle mascherine, peccato che quelle mascherine siano le stesse che passava la protezione civile nazionale, se si guarda il filmato di De Luca, si nota che la mascherina della discordia è la stessa. Chissà perché la stessa mascherina in Sardegna è colpa della giunta (e di Salvini), in campania invece no.

O parliamo dei sindaci, ad esempio Bergamo e Milano, che da subito hanno sabotato i tentativi della regione, nemica, di bloccare il tutto a colpi di aperitivi e di hashtag “non si ferma” e che adesso vanno a pontificare sugli errori della regione? Qui non si può parlare di pagliuzze e di travi ma di pagliuzze e di depositi di legname per l’edilizia…

SBUFALANDO SBUFALANDO

ilblogdibarbara

Comincio con Roberto Burioni. Recentemente è stato messo in circolazione un vergognoso video fatto di taglia e cuci di frasi di Roberto Burioni, video di cui ho immediatamente denunciato la falsità. Allora, questo è il video taroccato (cliccare su “scarica il file” per vederlo)

e questa la serie di video autentici.

E qui un sintetico riepilogo di Burioni.

Non è il momento per il “io l’avevo detto”, ma siccome vengo attaccato per una dichiarazione nella quale avrei detto “in Italia il rischio è zero” è mio dovere difendermi e rispondere.

L’8 gennaio 2020 io avvertivo che c’era un pericolo in arrivo dalla Cina.

Il 22 gennaio, in una intervista a Linkiesta, io dicevo «Le autorità europee hanno affermato che il rischio che il virus arrivi in Europa, e in particolare in Italia, è minimo. Io non sono per niente d’accordo con loro, ma spero vivamente di sbagliarmi»

Il 27 gennaio, nel…

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Coronavirus: natura, incidente o arma? – Analisi Difesa

Una analisi geopolitica interessante sul nuovo virus e sugli effetti dal punto di vista economico, politico e militare.

Dietro segnalazione di Raphael

Sorgente: Coronavirus: natura, incidente o arma? – Analisi Difesa

“Anche quando sono molto inefficaci, con pochi morti, come nel caso delle lettere all’antrace negli USA, le armi biologiche sono considerabili come armi di ‘rottura’ di massa poichè possono gettare un’intera nazione nel caos. Le armi biologiche influenzeranno molti aspetti della nostra vita di routine, mandandoli fuori schema. Porteranno il terrorismo sulla soglia di casa di ognuno di noi”. Così scriveva nel 2004 l’ufficiale indiano Sharad S. Chauhan nell’introduzione del suo libro “Biological Weapons”, tracciando un affresco che parrebbe realizzarsi oggi, sebbene il virus SARS-CoV-2, meglio noto al pubblico col nome della malattia, Covid-19, venga considerato dai più di origine naturale. E vogliamo comunque pensare che lo sia, anche perchè, storicamente, dalla Cina e in genere dall’Asia, si sono sempre diffuse pandemie che hanno raggiunto l’Europa per via di terra o di mare. E’ chiaro però che in sede di riflessioni geopolitiche non ci si può esimere perlomeno dal rilevare alcuni fatti quantomeno curiosi, lasciando il beneficio del dubbio. E del mistero.

(segue su analisi difesa)

Autocertificazione coronavirus, la compilazione è cartacea, meglio evitare le app.

Riassunto per chi non ha voglia di leggere: i servizi “digitali” per compilare l’autocertificazione nello smartphone non hanno valore legale e potrebbero essere truffe per carpire dati personali e sensibili.

Sorgente: Autocertificazione coronavirus: la compilazione è cartacea | Polizia di Stato

Autocertificazione coronavirus: la compilazione è cartacea

In relazione alla notizia riportata da alcuni organi di informazione riguardante applicazioni per smartphone che sostituirebbero la autocertificazione coronavirus cartacea per coloro che escono da casa, la Polizia postale precisa che il ricorso a tali servizi, seppur motivato da esigenze di apparente semplificazione e velocizzazione delle procedure, si pone in contrasto con le prescrizioni attualmente vigenti.

L’autocertificazione coronavirus deve infatti essere firmata sia dal cittadino sottoposto al controllo che dall’operatore di polizia, previa identificazione del dichiarante. L’autocertificazione va inoltre acquisita in originale dall’operatore che effettua il controllo, per le successive verifiche.

Sotto altro profilo, si evidenzia come il ricorso a servizi non ufficiali né autorizzati da Autorità pubbliche per la compilazione del modello di autodichiarazione, esponga i cittadini ad una ulteriore e non secondaria insidia, legata al rispetto della dimensione della loro privacy.

Si ricordi, infatti, come i dati contenuti nel modello di autodichiarazione consentano di rivelare non soltanto la frequenza e la tipologia dello spostamento dell’individuo ma altresì le ragioni – personali e riservate – che giustificano tale spostamento e che possono ricollegarsi ad informazioni sensibili quali lo stato di salute, le esigenze personali le circostanze lavorative.

L’acquisizione e la gestione di tali dati sensibili da parte di soggetti terzi, secondo quanto dispone il Regolamento Europeo sulla Protezione dei Dati (GDPR) e le prescrizioni nazionali in tema di diritto della privacy, sono sottoposte a precisi obblighi in tema, fra l’altro, di correttezza e trasparenza, consenso informato, limitazione del trattamento a specifiche finalità, aggiornamento e soprattutto integrità e riservatezza.

Tali obblighi sono posti a garanzia di tutti i cittadini contro potenziali e pericolosi abusi.

“Sfida” il virus leccando un water: ora è positivo al Covid-19 – L’Unione Sarda.it

Penso che nonostante il covid19 i “darwin awards” non chiuderanno per mancanza di candidati…

Sorgente: “Sfida” il virus leccando un water: ora è positivo al Covid-19 – L’Unione Sarda.it

“Sfida” il virus leccando un water: ora è positivo al Covid-19
Uno dei partecipanti all’assurda catena social si è ammalato. Un altro è stato arrestato per terrorismo

Nei giorni scorsi, per partecipare a un’assurda “sfida” social, ha leccato il water di un bagno pubblico, per dimostrare che lui, del coronavirus, non aveva paura.

Ora avrà sicuramente cambiato idea: il protagonista della stupida challenge su Tik Tok, un ragazzo americano, è infatti risultato positivo al Covid-19.

PS si dovrebbe fare come nelle pestilenze medievali. Lo si chiude in una baracca e si passa il cibo attraverso una stretta fessura. Se smette di rendere il piatto si da fuoco alla baracca.

Questo è giornalismo

Un magistrale articolo del new york times, che mostra come si debba fare giornalismo, vengono esposti i fatti senza troppi ricami e senza cercare disperatamente di piegarli per dimostrare la tesi che si vuole sostenere. (grassetti miei).

 

L’Italia, nuovo epicentro della pandemia, ha lezioni per il mondo
L’esempio italiano dimostra che le misure per isolare le aree colpite e limitare gli spostamenti della popolazione devono essere adottate immediatamente, messe in atto con assoluta chiarezza e fatte rispettare rigorosamente.


The New York Times
By Jason Horowitz, Emma Bubola and Elisabetta Povoledo
March 22, 2020
Updated 7:19 a.m. ET

ROMA — Mentre i contagi da coronavirus in Italia raggiungevano i 400 casi e i decessi superavano la decina, il leader del Partito Democratico, al governo, pubblicava una sua foto mentre brindava durante “un aperitivo a Milano”, esortando i suoi concittadini: “non perdiamo le nostre abitudini”.

Era il 27 febbraio. Nemmeno 10 giorni dopo, quando il numero dei contagi era salito a 5.883 e quello dei morti a 233, il leader del partito, Nicola Zingaretti, pubblicava un nuovo video, questa volta informando l’Italia che anche lui era stato contagiato dal virus.

L’Italia presenta, attualmente, un quadro di quasi 50.000 contagiati e oltre 4.000 decessi, 627 registrati solo lo scorso venerdì. Ha superato la Cina come Paese con il più alto numero di decessi, diventando l’epicentro di una pandemia in continua evoluzione.

(…)

La tragedia che l’Italia sta vivendo rappresenta un monito per gli altri Paesi europei e per gli Stati Uniti, dove il virus sta arrivando con la stessa velocità. Se l’esperienza italiana ha qualcosa da insegnare è che le misure per isolare le aree colpite e per limitare gli spostamenti della popolazione devono essere adottate immediatamente, messe in atto con assoluta chiarezza e fatte rispettare rigorosamente.

Nonostante siano state attuate alcune delle misure più restrittive al mondo, all’inizio del contagio, il momento chiave, le autorità italiane annaspavano tra queste stesse misure, cercando di salvaguardare le libertà civili fondamentali e l’economia del Paese.

Nei suoi tentativi di interrompere il contagio, adottati uno per volta, (isolando prima le città, poi le regioni, quindi chiudendo il Paese in un blocco intenzionalmente permeabile) l’Italia si è sempre trovata un passo indietro rispetto alla traiettoria letale del virus.

“Ora gli stiamo correndo dietro”, ha affermato Sandra Zampa, sottosegretaria di Stato alla Salute, dichiarando che l’Italia si è adoperata al meglio compatibilmente con le informazioni disponibili. “Stiamo chiudendo mano a mano, come sta facendo l’Europa. Così stanno facendo la Francia, la Spagna, la Germania, gli Stati Uniti. E ogni giorno chiudi un pezzo, rinunci a un pezzo di vita normale. Perché il virus non permette una vita normale”.

Alcuni esponenti politici si sono inizialmente dati all’ottimismo, riluttanti ad adottare decisioni dolorose in anticipo e hanno di fatto concesso al virus il tempo di nutrirsi di tale indulgenza.

I governi d’oltralpe rischiano ora di seguire la stessa strada, reiterando errori noti e ripetendo disastri simili. A differenza dell’Italia, che ha navigato in quello che era un mare inesplorato per una democrazia occidentale, altri governi hanno ora meno scuse.

I governanti italiani, da parte loro, hanno difeso il proprio operato, sottolineando che si tratta di una crisi senza precedenti nella storia moderna. Sostengono che il governo abbia risposto con rapidità e competenza, agendo immediatamente su consiglio degli esperti e muovendosi velocemente su misure più drastiche ed economicamente più devastanti rispetto agli altri Paesi europei.

Ma andando a ripercorrere le loro azioni si possono notare alcune opportunità mancate e critici passi falsi.

Nei primi fondamentali giorni dell’epidemia, Conte e altri alti funzionari hanno cercato di minimizzare la minaccia, creando confusione e un falso senso di sicurezza che ha permesso al virus di diffondersi.

In molti hanno affermato che l’elevato numero di contagi in Italia fosse attribuibile alle massicce campagne di test su soggetti asintomatici nel nord, sostenendo che questi servissero solo a generare isteria e a macchiare l’immagine del Paese all’estero.

Anche dopo aver deciso di ricorrere a un blocco generale per sconfiggere il virus, il governo italiano non è riuscito a comunicare l’entità dela minaccia con una forza sufficiente a convincere gli italiani a rispettare le norme, formulate in modo da lasciare grande spazio ai fraintendimenti.

“In una democrazia liberale non è facile”, ha affermato Walter Ricciardi, membro del consiglio dell’Organizzazione mondiale della sanità e consigliere di punta del ministero della salute, sostenendo che il governo italiano ha agito sulla base delle prove scientifiche messegli a disposizione.

Ha aggiunto che il governo italiano si è mosso molto più rapidamente e ha preso la minaccia molto più seriamente rispetto ai suoi vicini europei o agli Stati Uniti.

Ricciardi ha tuttavia riconosciuto che il Ministro della Salute aveva faticato a convincere i suoi colleghi di governo ad agire più rapidamente e che le difficoltà create dalla divisione dei poteri tra Roma e le Regioni hanno frammentato la catena di comando e dato vita a messaggi incoerenti.

“In tempi di guerra, come un’epidemia”, questo sistema ha presentato gravi problemi, ha detto, probabilmente ritardando l’imposizione di misure restrittive.

“Le avrei fatte 10 giorni prima, questa è l’unica differenza”.

(…)

I politici di ogni fazione erano preoccupati per l’economia e per l’approvvigionamento alimentare del Paese e hanno trovato difficile accettare la loro impotenza di fronte al virus.

Ma ancor più significativamente, secondo Zampa, l’Italia ha guardato all’esempio della Cina non come un monito pratico, ma come a un “film di fantascienza che non ci riguardava”. Quando il virus è esploso, l’Europa e gli Stati Uniti, ha dichiarato, “hanno guardato noi come noi avevamo guardato alla Cina”.

Già a gennaio, alcuni governatori di destra hanno provato a spingere il Premier Conte, loro ex alleato e ora avversario politico, a mettere in quarantena gli alunni delle regioni settentrionali di ritorno dalle vacanze in Cina, una misura finalizzata a proteggere le scuole.

Molti esponenti di sinistra hanno criticato la proposta come un allarmismo di matrice populista. Conte ha rifiutato l’iniziativa e ha risposto che i governatori del nord dovevano fidarsi del giudizio delle autorità incaricate dell’istruzione e della salute che, ha affermato, non avevano proposto tali misure.

Conte ha però anche dimostrato di prendere sul serio la minaccia del contagio e il 30 gennaio ha bloccato tutti i voli da e verso la Cina.

“Siamo il primo Paese che adotta una misura cautelativa di questo genere”, ha affermato.

(…)

Ma mentre Conte elogiava nuovamente l’Italia per la sua fermezza, ha anche cercato di minimizzare il contagio, attribuendo l’elevato numero di persone infette ai test troppo zelanti della Lombardia.

“Siamo sempre stati in prima linea in con i controlli più rigorosi e più accurati”, ha detto in televisione, aggiungendo che il numero elevato di contagi in Italia era probabilmente dovuto al fatto che “noi facciamo molti più controlli.”

Il giorno successivo, quando i contagi hanno superato quota 200, i decessi erano già sette e la borsa è crollata, il Primo Ministro Conte e i suoi tecnici hanno rilanciato.

Il premier ha incolpato l’ospedale di Codogno per la diffusione, affermando che aveva gestito le cose in un modo “non del tutto proprio” e ha accusato la Lombardia e il Veneto di aver gonfiato il problema divergendo dalle linee guida internazionali e sottoponendo a test anche persone asintomatiche.

Mentre i funzionari lombardi si affrettavano a liberare i letti degli ospedali e il numero di persone contagiate saliva a 309 con 11 decessi, il 25 febbraio Conte ha dichiarato che “l’Italia è un Paese sicuro, e forse molto più sicuro di tanti altri”.

Qui c’è un passaggio veramente critico

Venerdì, gli stretti collaboratori di Conte hanno concesso un’intervista al premier a condizione che potesse rispondere alle domande per iscritto. Una volta inviate le domande, tra cui ve ne erano alcune in merito alle prime dichiarazioni del Primo Ministro, si sono rifiutati di rispondere.

Molto grave, il rifiutarsi di comunicare e fuggire dal confronto, invece di ammettere chiaramente il casino è segno di grave confusione mentale: imho da una parte rischiava di fare la figura di quello che si intestardisce ad andare contro gli scogli per dimostrare che è lui il capitano, ma dall’altra i fatti, sottolineo i fatti, stavano dando ragione alle “presunte paranoie” dei governatori di lombardia e del veneto. 

E allora si capisce come la fuga sia l’unico modo per uscire da quel cul de sac. Peccato che, come disse una mia docente di comunicazione, anche la “non risposta” ad una domanda precisa è una risposta.


Il 27 febbraio, mentre Zingaretti pubblicava la foto dell’aperitivo, il Ministro degli Esteri Luigi Di Maio, ex leader del Movimento 5 Stelle, ha tenuto una conferenza stampa a Roma.

“Siamo passati in Italia da un rischio epidemia a un’infodemia”, ha dichiarato Di Maio, denigrando la copertura mediatica che aveva messo in evidenza la minaccia del contagio e aggiungendo che solo lo “0,089%” della popolazione italiana era stata messa in quarantena.

A Milano, a pochi chilometri dal centro dell’epidemia, il sindaco Beppe Sala ha pubblicizzato la campagna “Milano non si ferma” e il Duomo, simbolo della città e attrazione turistica, è stato riaperto al pubblico. La gente è uscita per le strade.

Fatti da tenere a mente, soprattutto quando, come adesso, si stanno cercando le colpe di Salvini, per cercare di autoassolversi o di alleviare le proprie. Sarebbe bello che la gente ammettesse, ognuno, le proprie colpe invece di ricorrere al mantra: io son cattivo ma lui è peggio di me.

 

Ma al sesto piano della sede del governo regionale a Milano, Giacomo Grasselli, coordinatore delle unità di terapia intensiva in tutta la Lombardia, ha visto aumentare i numeri e si è rapidamente reso conto del fatto che sarebbe stato impossibile curare tutti i malati se i contagi fossero continuati ad aumentare.

La sua task force si è messa all’opera per trovare letti per tutti i malati nelle unità di terapia intensiva degli ospedali della zona, mentre le risorse adeguate continuavano a diminuire.

In una delle riunioni quotidiane a cui hanno partecipato circa 20 funzionari tra sanitari e politici, ha comunicato al presidente regionale Attilio Fontana il dato in crescita.

Un epidemiologo ha mostrato le curve del contagio. Il sistema sanitario della regione, di indubbia efficienza, stava andando incontro a una situazione catastrofica.

“Dobbiamo fare qualcosa di più”, ha detto Grasselli ai presenti.

Fontana, che aveva già chiesto al governo centrale di intraprendere azioni più dure, ha concordato, affermando che i messaggi contrastanti di Roma avevano indotto gli italiani a credere “che fosse tutto uno scherzo, spingendoli a continuare a vivere come prima”.

Il presidente della Lombardia ha affermato di aver richiesto misure più restrittive a livello nazionale durante comunicazioni in videoconferenza con il Primo Ministro e con altri presidenti regionali, sostenendo che un numero crescente di casi avrebbe messo a rischio di collasso il sistema ospedaliero nel nord, aggiungendo che le sue richieste erano state ripetutamente disattese.

“Erano convinti che la situazione fosse meno grave e non volevano danneggiare troppo la nostra economia”, ha affermato Fontana.

Il governo ha iniziato a erogare una contenuta assistenza economica, seguita successivamente da un pacchetto di aiuti da 25 miliardi di euro, ma la nazione si è divisa tra coloro che hanno compreso la minaccia e quelli che non lo hanno fatto.

Zampa ha dichiarato che è stato più o meno in quel momento che il governo è venuto a conoscenza che i contagi nella città di Vò, l’epicentro del virus in Veneto, non avevano alcun legame epidemiologico con il focolaio di Codogno.

Ha detto che il Ministro della Salute Speranza e il Premier Conte hanno deliberato sul da farsi e nel corso della giornata hanno deciso di chiudere gran parte del nord.

In una conferenza stampa a sorpresa alle ore 2:00 del mattino dell’8 marzo, quando 7.375 persone erano già risultate positive al test del coronavirus e 366 erano decedute, Conte ha annunciato la straordinaria decisione di limitare gli spostamenti per circa un quarto della popolazione italiana nelle regioni settentrionali, locomotiva economica del paese.

“Siamo di fronte a un’emergenza”, ha detto Conte. “Un’emergenza nazionale”.

Una bozza del decreto, fatta trapelare ai media italiani sabato notte, ha spinto molti milanesi a correre in massa alla stazione nel tentativo di abbandonare la regione, causando quella che molti, in seguito, hanno considerato come una pericolosa ondata di contagio verso il sud.

Il giorno seguente, la maggior parte degli italiani era ancora confusa sulla severità delle restrizioni.

Grave errore o tentativo di diluire almeno inizialmente il contagio? 

Per chiarire il problema, il Ministero degli Interni ha pubblicato dei moduli di “autocertificazione” per consentire alle persone di spostarsi dentro e fuori dall’area ormai chiusa per motivi di lavoro, salute o “altre” necessità.

Nel frattempo, alcuni governatori regionali hanno ordinato autonomamente alle persone provenienti dall’area appena chiusa di mettersi in quarantena. Altri non lo hanno fatto.

Le restrizioni più ampie in Lombardia hanno anche di fatto messo fine alla quarantena di Codogno e delle altre città della “zona rossa.” I posti di blocco sono scomparsi e i sindaci locali si sono lamentati del fatto che i loro sacrifici fossero stati sprecati.

Il giorno dopo, il 9 marzo, quando i casi positivi hanno raggiunto quota 9.172 e il bilancio dei decessi è salito a 463, Conte ha inasprito le restrizioni estendendole su scala nazionale.

Ma a quel punto, dicono alcuni esperti, era già troppo tardi.

Esperimenti locali
L’Italia sta ancora scontando il prezzo dei primi messaggi contrastanti trasmessi da esperti e politici. Il numero impressionante di decessi comunicato negli ultimi giorni (oltre 1.500 negli ultimi tre giorni) riguarda persone contagiate durante la confusione di una o due settimane fa.

Roberto Burioni, eminente virologo dell’Università San Raffaele di Milano, ha affermato che le persone si erano sentite a loro agio nello svolgere le solite attività di routine e ha attribuito il picco dei casi della scorsa settimana a “quel comportamento”.

Il governo ha fatto leva sull’unità nazionale per far rispettare le misure restrittive emanate. Sabato, tuttavia, centinaia di sindaci delle aree più colpite hanno fatto presente al governo che le misure varate fino a quel momento risultavano drammaticamente insufficienti.

I leader del nord hanno chiesto provvedimenti ancora più restrittivi da parte del governo.

Venerdì, Fontana si è lamentato del fatto che i 114 soldati mandati in Lombardia dal governo fossero un numero insignificante e che avrebbero dovuto inviarne almeno 1.000. Sabato il presidente della regione ha disposto la chiusura degli uffici pubblici, dei cantieri, e ha vietato il jogging. In un’intervista ha dichiarato che il governo dovrebbe smettere di scherzare e “applicare misure rigide”.

“La mia idea è che se avessimo chiuso tutto all’inizio, per due settimane, probabilmente ora staremmo cantando vittoria”, ha dichiarato.

Il suo alleato politico, Luca Zaia, Presidente del Veneto, ha anticipato il governo nazionale con il suo giro di vite, e ha affermato che Roma dovesse imporre “un isolamento più drastico”, che includesse la chiusura di tutti i negozi.

“Le passeggiate dovrebbero essere vietate”, ha affermato.

Zaia gode di una certa credibilità sull’argomento. Mentre si sono moltiplicati in tutto il Paese, i nuovi contagi si sono notevolmente ridotti a Vò, una cittadina con una popolazione di circa 3.000 persone che è stata una delle prime a essere sottoposta alla quarantena e che ha registrato il primo decesso a causa del coronavirus in Italia.

Alcuni esperti del governo hanno attribuito tale inversione di tendenza alla rigorosa quarantena durata due settimane. Zaia aveva anche disposto lì dei test a tampone diffusi, in contrasto con le linee guida internazionali e del governo, che sostiene che sottoporre a test le persone asintomatiche rappresenti una perdita di risorse.

“Almeno rallenta la velocità del virus”, ha affermato Zaia, sostenendo che i test abbiano aiutato a identificare persone potenzialmente contagiose ma asintomatiche. “E il rallentamento della velocità del virus permette agli ospedali di respirare”.

In caso contrario, lo sconvolgente numero di pazienti farebbe collassare i sistemi sanitari e causerebbe una catastrofe a livello nazionale.

Gli americani e gli altri, ha detto, “devono essere pronti”.

Da notare come siano stati riportati i fatti con pochi ricami sopra e poche divagazioni. Un abisso rispetto al giornalismo italiano impestato di opinionisti che spesso si limitano solo a pontificare ex cathedra.