Mimmo Lucano: se si violano le leggi per aiutare un migrante, lo si può fare anche per respingerlo – Il Fatto Quotidiano

Un ottimo articolo del fatto quotidiano; la riflessione che pone è giusta e dovrebbe far riflettere molto (grassetti miei)

(…) Per il mio amico le manette di Riace stringono un fine chiaramente politico di una magistratura nettamente schierata. Un concetto che, tornando un po’ indietro e con le logiche differenze, somiglia allo stesso che Berlusconi per anni ha sostenuto e l’amico deriso. Adesso il suo punto di vista si capovolge: la “fiducia nella giustizia” diventa “giustizia a orologeria”, le toghe rosse si tingono di nero. Ma come. Magari ha ragione, però a me sembra un ragionamento fatto per “tifo”. L’Italia dai tanti problemi ha pochi minimi comuni denominatori e tra questi c’è la tendenza arzigogolata a curvare la realtà sempre dalla propria soggettiva ragione. Accade nel calcio come nella politica, coi pareri anche importanti che paiono opinioni del lunedì.

Alla manifestazione per Lucano di metà ottobre, per esempio, l’ex sindaco di Messina Renato Accorinti ha parlato di “una strategia di Salvini molto chiara” sebbene le indagini su Riace siano partite quando ancora la Lega era vassallo preelettorale del centrodestra; Alessia Stelitano, di Potere al popolo, ha detto chiaro e tondo che dietro l’arresto ci sarebbe l’interesse a “rimettere nelle mani delle mafie la gestione di milioni di euro”, come a sottintendere una magistratura subordinata alla criminalità per il tramite della politica. Questo Paese vive un continuo riciclo delle opinioni: per partito preso, si accetta ciò che prima si contrastava e si contrasta ciò che prima si accettava. C’è un terribile vuoto di coerenza, un bisogno gigante di oggettività. (…)

Io spero – e lo dico con profonda sincerità – che Mimmo Lucano sia scagionato da ogni accusa; (…) Lo spero per lui, persona che apprezzo a ogni intervista; lo spero perché Riace è modello di integrazione solo se è modello di legalità. (…)

Ingiuste, contorte o “balorde” (…) le leggi sono leggi. Possono essere democraticamente cambiate, ma mai aggirate. Nessuno ha il diritto di violarle in nome di un principio, pur quanto giusto e condivisibile, altrimenti lo stesso diritto a trasgredirle spetterebbe anche a chi crede con convinzione nei principi opposti. Se tu violi le regole per aiutare un migrante, io posso violarle per respingerlo: la fine.

No amico mio, il problema della Calabria non è Mimmo Lucano; ma il fatto che ci siano problemi maggiori non vuol dire che si debba chiudere un occhio per tutto il resto. Allora fiducia, anche stavolta, nella magistratura. O no?

Cosa aggiungere? direi che la vicenda Lucano ha mostrato che in molti casi la legalità era solo “facciata”; siccome i giudici andavano nella nostra stessa direzione allora “viva la magistratura, unica, santa, al di sopra di ogni critica e di ogni sospetto”, chiudendo occhi ed orecchie quando andava molto oltre le righe. Quando vanno in direzione opposta allora la magistratura torna ad essere il braccio armato del potere, nemici da abbattere.

Peccato che queste giravolte abbiano, come prima conseguenza, lo spingere la credibilità sotto i tacchi. Io concordo con l’autore dell’articolo che se il metodo “lucano” fosse stato adottato da qualche sindaco del profondo nord “per tenere i soldi nel comune” ed evitare che andassero a cooperative extracomunali, gli stessi che oggi beatificano il sindaco di riace sarebbero i primi a chiedere la testa dell’altro sindaco. Stesso cambio di casacca per chi invece oggi accusa.

L’articolo, nell’ultima domanda, mostra anche un altro modo di pensare molto italiano: siccome c’è gente che fa peggio allora io, confronto a loro, sono “quasi innocente”. Purtroppo no, le colpe altrui non assolvono mai dalle proprie così come le proprie non possono giustificare quelle degli altri. Altrimenti si arriva al solito Hitler (o Stalin a seconda delle simpatie politiche) salva tutti.

 

 

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Nazifemminismo

Ottimo articolo di the vision che spiega benissimo il nazifeminismo ed il suo modo di pensare: le donne sono sempre vittime e quindi hanno “ipso facto” sempre ragione…

Sorgente: Le false accuse di stupro sono il 2%. Per questo bisogna credere alle donne.

LE FALSE ACCUSE DI STUPRO SONO IL 2%. PER QUESTO BISOGNA CREDERE ALLE DONNE.
DI JENNIFER GUERRA 18 OTTOBRE 2018

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Quando esco la sera, tengo le chiavi strette in mano a mo’ di tirapugni. Se sul marciapiede vedo un uomo con un’aria poco rassicurante, attraverso la strada. Mi guardo in continuazione alle spalle. (…) che altro il fatto che siamo nel 2018 e una donna non può ancora sentirsi libera di tornare a casa di notte da sola per paura di essere aggredita. Ma forse mi sbaglio io.

Da uomo anche io avrei paura di attraversare certi quartieri di notte; siamo nel 2018 e non viviamo nel villaggio dei puffi, ma guarda un po’. Colpa del patriarcato ovviamente.

Invece, a quanto pare, sono i maschi quelli che non si sentono al sicuro, specialmente dopo che l’ennesima accusa di violenza sessuale – quella di Christine Blasey Ford al candidato repubblicano per la Corte Suprema Brett Kavanaugh – non ha avuto alcuna conseguenza. Eppure, la testimonianza tardiva, seppur credibile, di Blasey Ford, che è una docente di psicologia all’Università di Palo Alto, ha generato negli Stati Uniti la psicosi delle false accuse di stupro: a quanto pare gli uomini ora sono terrorizzati all’idea che, fra venti o trent’anni, qualche donna li possa accusare di stupro, con l’obiettivo di volerli rovinare economicamente o di distruggere la loro reputazione per vendicarsi di qualche torto subito in passato. (…)

Paragrafo che si capisce benissimo con il titolo dell’articolo: la donna se accusa di stupro ha sempre ragione e quindi chi teme di essere accusato di stupro lo è perché ha una colossale coda di paglia. Per fortuna la civiltà è andata avanti e, per condannare una persona, occorrono prove, un racconto verosimile ma non supportato da prove non basta. Blasey Ford che prove “prove” ha tirato fuori? Nessuna e senza prove non si dovrebbe condannare1.

Poi sull’essere terrorizzati dalle accuse “non provate” basta vedere la vicenda Brizzi in italia; trascinato nel fango e poi, ma molto dopo la condanna a morte tramite social, il tribunale l’ha assolto perché “il fatto non sussiste”. Oppure per tornare in america si può parlare della vicenda di Judith Grossman convinta che la donna che accusa avesse sempre ragione. Quando l’accusato è stato il figlio si è ricreduta. Parliamo anche della paladina italiana del #metoo? Quando ha assaggiato una cucchiaiata della sua stessa minestra, cioè accuse non dimostrate, si è resa conto che non era poi così tanto saporita…

A un anno dal #MeToo, ci siamo già dovute abituare a rispondere garbatamente che no, non c’è nessuna caccia alle streghe e nessuna deriva forcaiola. Se vi affacciate dalla finestra, noterete che non ci sono ancora teste di uomini impalati per strada solo per aver palpeggiato una donna in metropolitana. Ma soprattutto, consultando la lista di Vox delle oltre 250 persone, uomini e donne, accusati di comportamenti sessuali inappropriati, che vanno dai commenti volgari alla violenza vera e propria, ho rilevato che solo 37 hanno subito o stanno subendo un processo.

Faccio notare l’ampiezza delle accuse “dai commenti volgari alla violenza vera e propria”. Capisco che un commento volgare possa essere fastidioso ma da qui a renderlo equiparabile ad uno stupro c’è ne passa. Qui si sta facendo lo stesso giochetto del “femminicidio”; per aumentare i casi di femminicidio compendi non solo gli omicidi “passionali” ma anche quelli “non passionali”, come la tizia uccisa dal genero e dalla figlia per motivi di eredità, e le violenze “generiche”.

Tutto fa brodo per gridare all’emergenza. Da notare anche un’altra cosa: accusato non significa colpevole e, nel caso USA, accuse “deboli”, difficili da provare, difficilmente portano all’avvio di un processo. Vedi il caso di DSK, quando la credibilità dell’accusatrice è finita nel cesso, il processo è morto all’istante, ciò nonostante venne bruciato per il fondo monetario internazionale.

Per ora, le persone giudicate colpevoli sono solo due: un membro del congresso texano, Blake Farenthold, che ha usato anche soldi pubblici per pagare un patteggiamento, e Larry Nassar, un medico sportivo che ha abusato di più di 160 atlete, di cui molte minorenni, e che è stato condannato, secondo il sistema penale americano, a un minimo di 40 e un massimo di 175 anni di prigione. Nessuno è stato dichiarato innocente. (…)

Nessuno dei due è stato dichiarato innocente. Con il numero la frase sembra cambiare un poco di senso. Comunque che senso ha una statistica fatta su due casi? Sarei curioso quel 2% del titolo allora da dove salta fuori. Credo che la fonte sia questa.

La vicenda più simile a una falsa accusa è quella capitata ad alcuni sindacalisti i cui nomi erano stati inseriti in articoli apparsi su Buzzfeed e altre testate: Mark Raleigh e Caleb Jennings sono stati licenziati pur essendo risultati entrambi innocenti dopo un’indagine interna al sindacato. In ogni caso, parlare di deriva forcaiola o di caccia alle streghe come causa diretta del #MeToo è estremamente sbagliato: nessuna accusa di quelle che hanno seguito il caso Weinstein, finora, è risultata falsa per la giustizia americana.

Ma neanche vera visto che il processo è ancora in corso. E stanno iniziando a saltar fuori comportamenti “ambigui” dalle accusatrici. Il tizio ci tenta in ufficio e poi ti invita in albergo e tu, invece di sfancularlo, ci vai; o sei una ingenua da far interdire oppure sapevi bene cosa intendeva. Parliamo dell’italiana, lui ti stupra, tu ci stai per 5 anni e quando scoppia il casino ti accorgi di essere stata violentata. Serve un colosseo seminuovo?

Certamente, si potrebbe obiettare che se solo 37 persone su 252 stanno subendo un processo, significa che le restanti 215 accuse siano false. Ma i motivi per cui non si procede possono essere svariati: le testimonianze possono essere ritenute inconsistenti, il reato può essere caduto in prescrizione, le presunte vittime possono decidere di non essere pronte a sostenere un processo, oppure le persone coinvolte possono optare per il patteggiamento o per un accordo privato. Il fatto che la giustizia decida di non procedere non significa assolutamente che le accuse siano false, né che siano vere. E infatti in questi casi, come è giusto che sia in uno Stato di diritto, agli accusati non è successo niente.

Faccio notare il gioco dialettico: non significa che le accuse siano false, però il titolo dice che solo il 2% è falso quindi è probabile che siano colpevoli. Non funziona così nel sistema moderno si è colpevoli se viene dimostrata, in tribunale, la colpevolezza, altrimenti non si è colpevoli. Per 215 persone ci sono accuse “non provate” ergo ci son 215 persone accusate che sicuramente non saranno riconosciute colpevoli più quelli, dei 37 a processo, che non verranno riconosciute colpevoli.  Se quei 37 venissero condannati i colpevoli sarebbero al più il 15% non il 98%. Il resto son solo volteggi artistici di frittata.

Non c’è niente di cui avere paura, se non degli abusi sessuali. E soprattutto, non c’è nessun complotto femminista a danno dei maschi. Anzi, quello che sfugge a chi parla di deriva forcaiola è il fatto che per molte donne un’accusa di stupro non garantisce solo ricchi premi e cotillon in termini di fama e di denaro.

Beh certo è stata chiamata giudice a X-factor dopo esser finita nel dimenticatoio solo per le competenze musicali, chiamata dalla presidenta della camera come alfiera solo per le capacità politiche. Parliamo anche delle tante tornate a frequentare la d’urso? solo rimpatriate fra vecchie amiche…

Ad esempio, Rose McGowan è stata pedinata da ex-agenti del Mossad che sarebbero stati assoldati da Harvey Weinstein dopo che lei l’aveva accusato di stupro; le donne delle accuse di molestia a Trump sono state derise in diretta nazionale dal Presidente degli Stati Uniti durante la campagna elettorale; Christine Blasey Ford, la donna che ha testimoniato contro Brett Kavanaugh, ha ricevuto “incessanti minacce di morte” e non può tornare a casa in California dopo aver deciso di parlare pubblicamente dell’accaduto; Laurie Penny, autrice e giornalista femminista, ha ricevuto minacce di stupro e un tweet in cui ignoti annunciavano che le avrebbero fatto esplodere la casa dopo aver denunciato le molestie online di cui era vittima.

Posso invece Jimmy Bennett , che ha accusato LEI (il bersaglio n° 1 del mossad), è stato portato sugli scudi e festeggiato in ogni dove, vero? Weinstein stesso è stato aggredito da un giustiziere da strapazzo…

Appellandosi al “garantismo” e alla “presunzione di innocenza”, spesso si parla a sproposito di “condanne senza processo”. Mi sembra evidente che, nonostante le femministe cattive, lo Stato di diritto sia ancora in vigore e che nessuno sia stato condannato senza passare dal tribunale dopo un’accusa di molestia. Se prendiamo, ad esempio, il caso di Fausto Brizzi, dopo l’accusa “mediatica” su Le Iene da parte di diverse aspiranti attrici e le denunce penali presentate da tre di esse, la procura ha chiesto l’archiviazione del caso perché il fatto non sussiste. Questo non prova che Brizzi sia innocente, né colpevole, ma è stato scagionato e intanto le riprese del suo nuovo film sono cominciate senza alcun problema.

E qui parte di default la bestemmia. “il fatto non sussiste” significa che quanto detto non è avvenuto, quindi di cosa potrebbe essere colpevole? Poi, adesso che è uscito il verdetto del tribunale è stato riabilitato ma prima non si son avute remore a lanciarlo nel fango. Senza prove non si può condannare.

Si potrebbe discutere di quanto sia opportuno denunciare un abuso in Tv o sui giornali prima ancora che alla polizia, ma non è giusto nemmeno dire che questi casi debbano essere taciuti dai media per tutelare la privacy o la reputazione degli accusati. Il diritto di cronaca esiste e va tutelato, e l’unico processo che viene fatto senza tribunale, per ora, è quello alla vittima: troppo promiscua, troppo poco vestita, troppo ubriaca, interessata alla carriera.

E di grazia chi pronuncia la sentenza? Brizzi è stato trattato allo stesso modo, Bennet lo stesso. Ho letto tantissimi messaggi di gente che difendeva Asia sostenendo che lui ci stesse, che se fosse capitato loro sarebbero stati felicissimi, che Bennet lo faceva per visibilità etc. etc. Ho visto la stessa merda che gira per le accusate di stupro, e l’ho vista rilanciare sia da pisellomuniti che da vaginamunite.

E pensare che non essere accusati di molestia, basterebbe trattare le donne con rispetto. Ma forse mi sbaglio io. Intanto, stasera, torno a casa con le chiavi in pugno.

Quindi Brizzi non è stato rispettoso? il bersaglio n° 1 del mossad è sempre stata rispettosa con Bennet2?

Articoli come questo mostrano impietosamente sia come tante siano convinte di avere sempre la verità in tasca e di come vogliano usare tale verità per “mangiarci sopra”. Imho articoli simili, excusatio non petita, sono il canto del cigno del #metoo.


  1. I teoremi, il “non poteva non sapere”, il siccome lo fanno tutti allora l’ha fatto anche lui son bestialità da epoca oscura. 
  2. Vabbè essendo un pisellomunito è stronzo di default e quindi può accusare falsamente. 

Zappe sui piedi contro la discriminazione

Per la serie: “zappe sui piedi contro la discriminazione” segnalo questo articolo del fatto quotidiano; articolo che ho trovato alquanto penoso:

Sorgente: Pisa, il rettore della Normale denuncia: “Impossibile promuovere donne. Contro di loro calunnie e insulti diffusi ad arte” – Il Fatto Quotidiano

Pisa, il rettore della Normale denuncia: “Impossibile promuovere donne. Contro di loro calunnie e insulti diffusi ad arte”

“Preparazione, merito e competenze”, spiega Vincenzo Barone, “dovrebbero essere i soli criteri per valutare un accademico” e invece arrivano messaggi “offensivi, con espliciti riferimenti sessuali, volgari e diffamatori”

“Ogni volta che si tratta di valutare o proporre il nome di una donna per un posto da docente, si scatena il finimondo“. La denuncia arriva dal rettore dell’Università Normale di Pisa Vincenzo Barone che, in un’intervista a Il Giorno, racconta come sia difficile promuovere le donne nello storico ateneo. “Preparazione, merito e competenze“, spiega Barone, “dovrebbero essere i soli criteri per valutare un accademico” e invece arrivano “calunnie belle e buone, con l’aggiunta, come accaduto in anni recenti, di lettere anonime e notizie false diffuse ad arte“.

E una commissione si fa influenzare da queste cose? Cioè stiamo ammettendo che una commissione universitaria, che dovrebbe tener conto solo del merito, se riceve una lettera anonima che magnifica le capacità “di letto” della candidata X la esclude? Stiamo parlando di docenti di zappatura e concimazione?

Messaggi “offensivi, con espliciti riferimenti sessuali, volgari e diffamatori. Anche se missive anonime sono state utilizzate per colpire pure candidati uomini”, aggiunge il Rettore. “Non mi stupirei – continua Barone – visto il clima, di vedere prima o poi anche attacchi magari sulle tendenze omosessuali di qualcuno”. “Noi dobbiamo uscire, aprirci, essere innovativi e vincere, come stiamo facendo, la scommessa del futuro – sottolinea – Qui contano merito, studio, competenza. Il resto sono pettegolezzi“.

E quindi? le donne non vengono chiamate solo per quello? Cioè per le donne contano le missive anonime mentre per gli uomini son solo rumore di fondo. Si sta forse affermando che le donne son di cristallo mentre gli uomini hanno “le palle” per vivere in ambienti estremamente competitivi (e dove si gioca sporco)?

“Sono stato anche tacciato di voler assumere delle incompetenti – dice ancora Barone – Ma il problema dobbiamo porcelo: non è possibile che non ci sia nessuna docente donna brava, preparata e meritevole di un posto alla Normale”. Ma nonostante tutti gli impedimenti, il Rettore è riuscito comunque ad assumere una donna: “Evviva – dice – È appena arrivata a Pisa la professoressa Annalisa Pastore. Un record assoluto in 208 anni di vita della Scuola: è il primo ordinario della classe di Scienze”.

Non è la prima volta che il rettore Barone pone l’attenzione sulla disparità di trattamento tra uomini e donne alla Normale: già nel 2016 infatti, aveva denunciato come “nella sede di Pisa abbiamo 35 professori e solo tre sono donne: è una situazione imbarazzante, completamente sbilanciata in favore degli uomini, non si può andare avanti così”.

Aspetta: “è appena arrivata per la prima volta… nella sede di Pisa abbiamo solo tre donne”? il magnifico ha problemi con i numeri?

Per ovviare al problema, aveva lanciato così una proposta che fece molto discutere: “Quando facciamo un concorso, a parità di risultati tra concorrenti, scegliamo la concorrente donna. Questo non snatura il nostro metodo di selezione, che è interamente basato sul merito“.

Se si Dovrebbe valutare solo il merito la soluzione più equa, per l’arrivo a pari punti dovrebbe essere il sorteggio; quello che si ha in mezzo alle gambe non è un merito. Alla fine a furia di voler essere più realisti del re e più politically correct di un SJW si finisce ad autosputtanarsi ed a far passare messaggi opposti a quelli che si vorrebbe far passare.

Alla fine aveva ragione l’amico scemo del dima: se proprio devi assumere una donna, perché, per accontentare i SJW che rompono con la discriminazione, serve qualcuna che abbia le tette tanto vale allora chiamare quella che le ha più grandi, belle e sode…

 

Lodi: per aiutare i pampini o per andar contro salvini?

Qui si stava parlando di Lodi; concordo a pieno con Mattia

In realtà il motivo perché questi SJW si sono scatenati è che il caso Lodi offre loro l’opportunità di attaccare salvini e la sua brigata, mentre lo stesso provvedimenti verso gli italiani all’estero no.
Il caso di Lodi consente loro di scandalizzarsi, di urlare “fasssisti”, di stapparsi i peli dello scroto in segno di protesta, di scrivere sul tuitter “vergona! dove andremo a finire! Le leggi razziali!“…
Parliamo di gente che à bisogno di un nemico contro cui combattere perché altrimenti nella vita non avrebbero nient’altro da fare. Avere un nemico contro cui gridare dà un senso alla loro vita. Quindi scelgono una parte e iniziano a gridare come ossessi a chi sta dalla parte opposta perché questo li fa sentire eroi.

Per curiosità ho cercato un pochettino sul sito del comune di lodi; il mio solito vizio di cercare le fonti e guarda cosa ho trovato: la domanda per gli asili nido che richiama le stesse norme per l’accesso alla mensa: http://www.comune.lodi.it/flex/cm/pages/ServeAttachment.php/L/IT/D/4%252Ff%252Fa%252FD.cc45d35f5a89721ab3a6/P/BLOB%3AID%3D8469/E/pdf

del certificato si parla nell’ultima pagina

Documenti da allegare:
1. Attestazione ISEE (Indicatore Situazione Economica Equivalente);

2. i cittadini di Stati non appartenenti all’Unione europea devono produrre – anche in caso di
assenza di redditi o beni immobili o mobili registrati – la certificazione rilasciata dalla
competente autorità dello Stato esterno – corredata di traduzione in italiano legalizzata
dall’Autorità consolare italiana che ne attesti la conformità – resa in conformità a quanto
disposto dall’art. 3 del DPR n. 445/2000 e dall’art. 2 del DPR n. 394/1999 e successive
modifiche in integrazioni nel tempo vigenti.

Quanto stabilito non trova applicazione nei confronti:
– di cittadini di Stati non appartenenti all’Unione europea aventi lo status di rifugiato
politico;
– qualora convenzioni internazionali dispongano diversamente;
– di cittadini di Stati non appartenenti all’Unione europea nei cui Paesi di appartenenza è
oggettivamente impossibile acquisire le certificazioni indicate (come risultante
dall’elenco che sarà predisposto dal Comune entro il 31.12.2017)
come disposto da Delibera di C.C. n. 28 del 04.10.2017 “modifica artt. 8 e 17 del vigente
regolamento per l’accesso alle prestazioni sociali agevolate”.
3. Per i genitori non lavoratori: fotocopia del tesserino di disoccupazione e/o certificato di
frequenza corso di studi.
4. Documentazione inerente le spese (inserimenti in RSA, minori, disabili…ecc)
5. Modello CUD.

Il regolamento già prevede l’esonero per i rifugiati e per i residenti in paesi cui è impossibile acquisire tale certificazione. E già questo dovrebbe far capire quanto “nazista” sia in realtà il regolamento del comune di lodi. Delle due una: o tutti i paesi extraUE sono paesi disastrati “tipo somalia” e solo l’UE è l’unico faro di civiltà dotato di catasto e registri dei beni registrati oppure qualcuno sta usando il pretesto del razzismo per avere un trattamento di favore: “se non chiudi un occhio è perché sei razzista”.  Giochetto che se scoperto poi finisce a generare molto più razzismo di quello che intendeva prevenire.

Altra dichiarazione a margine: la certificazione oltre che per la mensa è richiesta anche per l’asilo nido; eppure non ho visto proteste per i pampini esclusi dal nido; come mai? Non è discriminatorio scandalizzarsi perché i pampini extracomunitari non possono mangiare insieme ai pampini ariani mentre se i pampini extracomunitari non possono andare al nido come i pampini ariani è tutto ok?

Delle due una: o quel regolamento è illegale, e quindi il TAR legna, oppure è legale e gli attacchi sono pretestruosi solo per urlare alla nazistificazione dell’italia.  In questo secondo caso poi non mi stupirei se alla fine del giro i migranti finiscano a fare la figura dei “furboni” e, ovviamente, il consenso verso Salvini aumenti.

Un ultima cosa sull’autocertificazione: in italia, ai sensi del DPR n. 445/2000, puoi autocertificare “fatti” che l’ente pubblico può verificare chiedendo ad un altro ente pubblico italiano (ovvero ad enti esteri per i quali esistono convenzioni), altrimenti non puoi autocertificare. La ratio della legge è quella. Anche la traduzione “ufficiale” dei documenti esteri è richiesta dalle norme amministrative italiane.

PS

Sarei curioso di sapere come si dovrebbe comportare il comune se qualche “padano” D.O.C.G. dimentica di versare il contributo; continui lo stesso ad erogare il servizio per non discriminare il pampino o, come capitato da altre parti, come Adro per esempio,  interrompere?

Ai datori di lavoro italiani non interessa la tua laurea umanistica – The Vision

Un ottimo esempio del motivo per il quale ai datori di lavoro non interessa una laurea umanistica; gli umanisti hanno qualche difficoltà a capire la realtà e pensano di poterla sostituire con i loro desideri.

Questo articolo è emblematico.

Sorgente: Ai datori di lavoro italiani non interessa la tua laurea umanistica – The Vision

L’uomo guarda il giovane al di là della scrivania, lo scruta con fare analitico mentre l’altro – visibilmente teso – è seduto sul bordo della sedia. L’uomo gli chiede quali sono le sue ambizioni, le sue capacità e le motivazioni che l’hanno spinto a candidarsi per quel posto di lavoro. Il giovane cerca di rispondere nel modo più convincente possibile. Poi l’esaminatore prende in mano il curriculum e lo legge distrattamente, alza le sopracciglia, accenna un sorriso. Il ragazzo è ormai aggrappato al bordo della scrivania, in attesa di una risposta. L’uomo gli rivolge lo stesso sorriso di poco prima e, con tono sarcastico, articola: “Lei parte già con un handicap: ha conseguito una laurea in lettere.”

Comincia la narrazione. Di che posto di lavoro stiamo parlando, di che profilo? E se il datore di lavoro stesse cercando un tornitore od un ingegnere? La scenetta è simpatica ma molto, molto poco verosimile. Il tizio se ha mandato il CV non per pesca a strascico dovrebbe andare preparato sulle domande sulla sua carriera scolastica. Seconda cosa una azienda seria dovrebbe consultare il CV prima di chiamare il potenziale candidato a colloquio.
Sinceramente ho pensato ad un ragazzo che manda CV a tutti sperando di trovare un posto ed una azienda di peracottari che chiama chiunque per poi spacciarlo guru informatico supersayan di V livello esperto di tutto lo scibile umano e addetto alle pulizie degli uffici.

Questo non è l’inizio di un racconto sul precariato, e nemmeno una scena di Smetto quando voglio, ma una situazione in cui molti si ritrovano ogni giorno. “Ti sei laureato in lettere, che cosa ti aspetti?” è una frase che si sente dire spesso. Sembra che in Italia si sia diffusa la convinzione, anche sulla base di dati reali, che le lauree umanistiche non servono a niente, sia da parte di chi il lavoro lo offre, sia di chi lo cerca.

E qui mi aspetterei una analisi sulle cause: il fenomeno è questo, avviene per questo e per quello. Ed invece, fatto notare il fenomeno parte il piangnisteo.

Una cosa che si dovrebbe capire è che la gente compra quello di cui ha bisogno o quello di cui la pubblicità la convince di avere bisogno (vedi galaxyphone XXXL). Non compra quello che considera superfluo od inutile.

Un esempio che chiarifica: avete un gruzzoletto e decidete di investirlo in un chiosco sulla spiaggia. Cosa fareste: un chiosco che vende gelati e bibite fresche od un chiosco che vende detersivi e attrezzature per la pulizia?

Penso gelati; è quello che la gente compra più spesso in spiaggia; difficilmente va in spiaggia a prendere il detersivo per i pavimenti.

E se uno aprisse un chiosco di detersivi in spiaggia e si lamentasse che vende praticamente niente? Concordereste con lui che son i vacanzieri son dei zozzoni che non capiscono l’utilità del detersivo per i pavimenti?

I giovani laureati in lettere, filosofia e storia dell’arte conoscono bene quell’ansia che prende la bocca dello stomaco i mesi prima della laurea, quando ti rendi conto che dovrai fabbricarti un’alternativa ad hoc; e conoscono anche quella serie infinita di dinieghi, alcuni sotto forma di cordiali “Le faremo sapere” o più diretti “Non cerchiamo personale”; o ancora, le giornate passate a navigare in cerca di annunci, a stilare curriculum con l’ansia di compilare tutto alla perfezione, perché una virgola fuori posto potrebbe rovinare quei cinque minuti di attenzione che qualcuno dedica alla tua biografia. I neolaureati conoscono la sensazione di essere lentamente declassati, guardati con condiscendenza, mentre, dopo molti mesi di fallimenti, si decidono ad accantonare il sogno di trovare un lavoro in continuità con ciò che hanno studiato – anche solo una supplenza in un paesino a 80 chilometri dalla propria residenza, uno stage sottopagato in un’agenzia di comunicazione o un posto nella biblioteca di quartiere ad annoiarsi guardando gli adolescenti fare i compiti.

Invece appena ti danno la laurea in matematica, parlo per esperienza, vieni assunto all’istante al NWO, nominato CEO di cinque o sei aziende ed hai il PIL del rwanda come stipendio mensile, più benefit e più un abbonamento omaggio a Topolino. La gavetta è per i laureati umanistici. E per carità taccio su cosa succede ai laureati in informatica…

Dalla frustrazione nascono i ripieghi, e i neolaureati iniziano a distribuire i loro curriculum per diventare commessi o camerieri, ben consapevoli il più delle volte di non avere affatto le effettive capacità per sostenere quel lavoro.

E se non hanno tali capacità che pretendono, scusate? Io sono uno scarpone a calcio però pretendo, visto che mi sono allenato taaaanto di esser preso dalla juve e pagato tanto quanto ronaldo?

Se tutto va bene, rimedieranno un contratto a termine in qualche grande catena, si sveglieranno all’alba per fare caffè o piegare mucchi di vestiti tutto il giorno. E al cugino di qualche anno più piccolo, in procinto di iniziare l’università, consiglieranno di fare ingegneria, anche se non gliene frega niente.

La questione è semplice (viene spiegata alla prima lezione delle lauree STEM): hai 10 sedie ed hai 100 persone che si vogliono sedere. Quante persone riusciranno a sedersi, quante persone resteranno in piedi? Se vuoi sederti devi correre più forte di 90 persone per raggiungere la sedia.

Se invece hai 10 sedie ed hai 5 persone che si vogliono sedere, le persone possono parzialmente scegliere in quale sedia sedersi, visto che ne rimarranno 5 vuote.

Capisco sia una cosa estremamente difficile da comprendere senza un solido background di fisica subatomica e topologia algebrica…

Apro il mio chiosco di detersivi sulla spiaggia. Vedo che il mio chiosco è deserto mentre gli altri, con gelati e bibite, son pieni. E cosa faccio? Penso che forse sono io ad aver sbagliato prodotti da vendere? che forse in spiaggia la gente è più propensa a comperare gelati che pavimentolindo? No mi lamento degli zozzoni con i pavimenti sporchi mentre galleggio vendendo salviette e fazzolettini.

Se il neolaureato è fortunato, avrà dei genitori che – memori di come funzionava il mercato del lavoro quando loro, con un semplice diploma, sono diventati impiegati comunali – gli diranno: “Non ti preoccupare! Una persona piena di talenti come te troverà qualcosa! Tutto si risolverà!” Il neolaureato ringrazierà, ma dentro di sé penserà che questi cinquantenni che desumono la propria visione del mondo dalle fiction family friendly di Rai Uno abbiano perso il contatto con la realtà.

Beh anche il neolaureato non ha molto contatto con la realtà; consiglierei un ripasso di Adam Smith e della legge della domanda e dell’offerta, un minimo di ragionamento su numero di candidati e numero di posti a disposizione.

Fossi un datore di lavoro, uno che dimostra di non aver capito come funziona il mondo ma si limita a filosofare sul suo ombelico lo eviterei come la peste.

Cosa pensereste di uno che chiede un finanziamento per aprire, sulla spiaggia di villasimius, un negozio specializzato esclusivamente nella vendita di attrezzature da curling nel quale i commessi parleranno solamente latino. E allo sguardo perplesso di chi dovrebbe valutare il businnes plan reagisce sostenendo che, se il negozio non ha successo, la colpa è dei bifolchi che non conoscono il latino e non apprezzano il curling.

Se, al contrario, il giovane è sfortunato, a nulla varranno le fatiche per cercare un posto decente. I familiari che hanno fatto un investimento su di lui, saranno impazienti di essere risarciti. Ma l’investimento è stato a perdere. La madre inizierà a guardarlo con apprensione, il padre gli ricorderà che alla sua età lavorava già da due anni. Il conto in banca vicino allo zero spingerà il neolaureato a investire gli ultimi risparmi per l’acquisto di una bici nuova: sarà arrivato il momento di fare il fattorino.

A malignare direi che è uno dei pochi lavori cui si chiede un impegno intellettuale quasi nullo. Quindi perfettamente alla sua portata.

Un giorno il neolaureato, bardato nella casacca multicolore da rider, incontra un suo ex compagno di università. Si sono laureati nella stessa sessione e con lo stesso professore. Entrambi sanno che arriverà il fatidico momento di aggiornarsi sulle proprie rispettive situazioni esistenziali. La domanda “E ora tu cosa stai facendo?” segna lo spartiacque di molte conversazioni fra i quasi trentenni. Bisogna inventarsi una risposta convincente, evitando di far trasparire la disperazione. Il neolaureato indica allora la divisa da rider che si commenta da sola. L’altro, invece, inizia a disquisire di Kant o Hegel: sta facendo un dottorato e sembra molto soddisfatto. Il neolaureato si congratula, ma in realtà gli rode. L’altro non era più brillante di lui o più interessato alla materia: come ha fatto, allora, si chiede, a raggiungere quel traguardo? Magari è stato più fortunato, o forse un po’ più determinato, sicuro di sé, pazzo, convincente, coraggioso, sognatore, o magari suo zio è un accademico.

Chi lo sa? Quindi se c’è riuscito uno devono riuscirci tutti? Ogni laureato in fisica e chimica ha un nobel, ogni laureato in matematica una medaglia fields, vero? C’è chi riesce e chi no. Chi pensa a vendere gelati in spiaggia e chi, in spiaggia pensa di vendere pietre da curling. Uno ha successo l’altro no. Magari al primo lo zio barone ha semplicemente detto “piantala di dire stronzate”.

Questo non è un racconto distopico, ma l’affresco della quotidianità di molti giovani fatti passare per choosy. Lo dimostrano le statistiche: secondo il rapporto Ocse del 2017, se il tasso di occupazione per i laureati in ingegneria è dell’85%, e nelle materie economico-giuridiche dell’81%, per le materie umanistiche scende al 74%. Fra i laureati tra i 25 e i 34 anni solo il 64% ha un lavoro, a fronte di una media europea dell’83%. Intraprendere un percorso umanistico non paga, per questo il 53% degli adolescenti italiani è iscritto a un istituto tecnico, d’altronde il 68% dei diplomati in istituti professionali lavora, una percentuale superiore al dato occupazionale dei laureati. Eppure, nonostante questo, c’è ancora un 30% di neolaureati che ha intrapreso e concluso un percorso umanistico.

Sono scelte;

I datori di lavoro nostrani non riconosco ai laureati in materie umanistiche capacità tali da essere applicate nel contesto aziendale. Eppure dovrebbe essere palese che un caposaldo della cultura umanistica è proprio la flessibilità, la capacità di risolvere problemi utilizzando un pensiero laterale, creativo, lontano dal meccanicismo. In Questa è l’acqua – il celebre discorso tenuto ai neolaureati del Kanyon College, nel 2005 – David Foster Wallace spiegava ai ragazzi che il pensiero umanistico non educa solo a “come pensare”, ma anche a “cosa pensare”. Wallace sottolineava le peculiarità di un approccio duplice: da una parte un metodo in grado di connettere saperi lontani fra loro, dall’altra la possibilità di creare il proprio paradigma, rielaborando le informazioni in materia critica.
David Foster Wallace

E nessuno fonda una azienda di consulenza formata da laureati umanistici che, grazie a tante e tali competenze, stracci la concorrenza delle altre? La pianificazione strategia è essenziale per molte aziende. Come mai nessuno ci ha pensato? Io ricordo che quando tremonti disse la celebre frase: “con la cultura non si mangia” ci furono tante, tante proteste ma pochi risposero nel modo efficace: ovvero tirando fuori un esempio di “cultura” che diventa anche un attrattore economico. Uno che dice: “il mio museo fattura X ed inoltre porta un indotto di Y quindi con la cultura ci mangiano Z persone” è molto più credbile di uno che magnifica la cultura mentre porge il piattino per le elemosine.

Il sapere umanistico in ambito lavorativo non solo permette di adattarsi alla continua richiesta, oggi, di padroneggiare presunte tecniche di storytelling, ma rinfresca – e si esprime in risvolti estremamente pratici – le nozioni di problem solving. Inoltre, grazie all’abitudine a una prospettiva critica, iscrive il lavoro in un orizzonte etico. Non si può fare un paragone univoco fra Italia e Stati Uniti, perché il sistema educativo è differente. In Italia si predilige l’aspetto teorico, volto a una formazione che spesso è slegata dall’ambito lavorativo. Negli Stati Uniti si insegna un sapere utilitaristico, che fornisce precisi strumenti di orientamento nel mercato del lavoro. Tanto che non si parla di “cultura umanistica”, ma di humanities e liberal art, discipline che forniscono competenze in grado di rimodulare il sapere in senso strumentale. Un esempio è il counseling filosofico, una figura che si affianca allo psicologo e lo psicanalista, mettendo a frutto gli studi in filosofia per fornire supporto psicologico.

Una relazione dell’American Academy of Arts and Sciences mette in luce come negli Stati Uniti il reddito degli umanisti sia di 72mila dollari, sempre inferiore agli 82mila dei colleghi laureati in materie scientifiche, ma comunque discretamente superiore rispetto ai 34mila dollari dei semplici diplomati.È il settore delle nuove tecnologie a dare una spinta decisiva: le aziende della Silicon Valley, per lo sviluppo di software complessi e progetti legati all’intelligenza artificiale, stanno assumendo laureati in filosofia. Allo stesso modo le grandi compagnie di Wall Street cercano di sperimentare nuovi approcci assumendo laureati in letteratura e storia dell’arte.

E suppongo che anche lì scremino fra persone capaci di capire dove sono, cosa sono e dove vogliono andare e persone che invece si dimostrano incapaci di comprendere ed interagire con il mondo.

L’obiettivo non è magnificare l’approccio statunitense a discapito di quello italiano: entrambi hanno le proprie criticità. Ma, come detto, se uno dei punti di forza del sapere umanistico è il pensiero critico, rendere questo tipo di formazione unicamente finalizzata alla ricerca del lavoro significherebbe impoverirla, minarne il significato profondo. D’altro canto, l’attuale approccio italiano predispone a un precariato cronico per il neolaureato che si trova disorientato, incapace di muoversi in ambiti non accademici.

L’esempio iniziale è proprio l’esempio di pensiero “acritico”; vai ad un colloquio e non ti prepari sulle domande che è quasi certo che ti verranno poste? Non è essere pronti al lavoro o no, è capire come funziona il mondo oppure no.
Uno che, sulla spiaggia, vende gelati ed uno che, sempre in spiaggia ad agosto, vende attrezzature da curling sono entrambi venditori. Il primo ha capito il contesto il secondo no. Il secondo magari ha mandato a memoria il mattone da tremila pagine del docente di tesi,  epistemologia del curling nell’assoluto hegeliano e pensa che tutti vivano solo per il curling.

Il prestigio della cultura umanistica, almeno fino al liceo, e la successiva svalutazione sul mercato del lavoro, che non è in grado di comprendere il valore di quel tipo di formazione, è una contraddizione tutta italiana. Il patrimonio umanistico viene inteso come serie di conoscenze che nobilitano la persona, ma che non hanno modo di essere applicate, quasi fossero solo citazioni colte da sfoggiare nelle chiacchiere fra amici.

Nel concorsone del 2012 per l’insegnamento chi andò peggio, 67% di bocciati alla preselezione, furono i candidati all’insegnamento della filosofia e della storia dell’arte. E la preselezione non era un gran cosa: 5 domande di informatica, 5 di lingua straniera e il resto logica e comprensione verbale.  Chi, sensato, assumerebbe gente con gravi deficit di logica e comprensione verbale1?

Still dal film “Il Posto” di Ermanno Olmi, 1961
Si tratta di un film del 1961, ma sembra che non sia cambiato nulla nella testa dei datori di lavoro. Bisogna stare al proprio posto e sgobbare seguendo un modo di pensare sorpassato, e a nulla vale l’approccio critico che può donare lo studio delle discipline umanistiche. Dovrebbe essere evidente che, in un mondo che diventa di giorno in giorno più complesso, saper variare la propria metodologia di lavoro e avere attorno a sé collaboratori in grado di sperimentare diversi approcci, non è solo una questione di buonsenso, ma riguarda piuttosto la sopravvivenza e la compatibilità della propria azienda con ciò che le sta intorno. Il sapere scientifico è uno strumento potente, ma non affiancargli la componente umanistica significa guidare un corpo con cento braccia e privo di testa.

La solita conclusione piagnisteo. I datori di lavoro non sanno quello che perdono non assumendo umanisti. Beh “umanisti” entrate in impresa, siete ottime teste, fate una società e rompetegli il culo. In un colloquio di lavoro, reale, una domanda, esplicita od implicita, è: “come puoi dimostrarmi che sai fare quello che hai scritto nel CV o che hai detto di saper fare”. Questo articolo, e questa conclusione dimostrano che non si è in grado di farlo.

L’idea di mettere un chiosco che venda, solamente, attrezzature da curling in spiaggia nel quale i commessi parlano esclusivamente latino è un idea ottima, piace un sacco al mio docente di tesi (appassionatissimo di curling) ed alla mia mamma. Se non ho successo è solo perché i vacanzieri son dei buzzurri che non apprezzano il curling e non vogliono imparare il latino.

 


  1. Stranamente i laureati in lettere classiche, dove per laurearsi non basta limitarsi a mandare a memoria un sacco di roba, hanno passato agevolmente la preselezione; la percentuale di bocciati fu del 34%. Se fossi un “cacciatore di teste” più che filosofi cercherei grecisti e latinisti. 

Modello riace? /2

fonte: http://www.unionesarda.it/articolo/cronaca/2018/10/02/immigrazione-clandestina-arrestato-il-sindaco-di-riace-68-778910.html

L’Unione Sarda.it » Cronaca » Immigrazione clandestina, arrestato il sindaco di Riace

La Guardia di finanza di Locri ha arrestato alle prime luci dell’alba il sindaco di Riace (Reggio Calabria), Domenico Lucano.

Coinvolta anche la sua compagna, Tesfahun Lemlem, raggiunta dal divieto di dimora.

L’operazione, denominata “Xenia”, riguarda le ipotesi di favoreggiamento dell’immigrazione clandestina oltre al fraudolento affidamento dei servizi di raccolta rifiuti.

I provvedimenti sono stati eseguiti al termine di approfondite indagini sulla gestione dei finanziamenti erogati dal ministero dell’Interno e dalla prefettura di Reggio Calabria al Comune amministrato da Lucano in merito all’accoglienza dei rifugiati e dei richiedenti asilo. (…)

Io ripeto la domanda che posi a suo tempo: il modello Riace funzionava perché insegnava a pescare alle persone, e poi loro si procuravano autonomamente da mangiare oppure si facevano felici le pescherie dei dintorni?

PS

Adesso mi aspetto le lamentele per la “giustizia ad orologeria” e le “toghe verdi”.

Buonismo…

Dovendo dare una definizione di buonismo direi: “buonista; persona generosissima ed accogliente con i soldi, e le risorse, degli altri”. Riguardo alla vicenda migranti e Piazza del Carmine a Cagliari, su sardiniapost è comparso tale articolo

fonte: http://www.sardiniapost.it/pronto-intervento/quel-wi-fi-spento-contraddice-lanima-generosa-luminosa-cagliari/

Piazza del Carmine fa parte del mio percorso quotidiano. In genere la costeggio soltanto, ma ogni maledetto giovedì la taglio obliquamente, quando da via Sassari scendo verso l’ingresso secondario della stazione.

Quella piazza forse non è bella: ci sono molte prostitute, giovani e tossicodipendenti; c’è qualche ricettatore che ci bazzica attorno. Io però non riesco a considerarla un posto di degrado.

Prostitute, ricettatori, tossicodipendenti E per considerarla un posto di degrado cosa ci dovrebbe essere, un SUV parcheggiato in doppia fila?

Ci sostano tanti ragazzi, neri, spesso maschi, poco più che adolescenti che si ritrovano per fare quello che i ragazzini fanno: parlare, ridere e giocare. Si riuniscono in capannelli attorno alle panchine oppure stanno in piedi, disordinati e sparsi a dirsi chissà cosa nella loro lingua. Mi capita di vederli giocare a calcio. Ogni tanto, tra un gruppo e l’altro, tra uno schiamazzo e l’altro, qualcuno è solo, in disparte, in piedi in mezzo alla piazza, o con la schiena sul muro di Caide: sguardo basso sul telefonino, a volte parla, a volte legge soltanto. Ho sempre visto nel free Wi-FI di quella piazza una specie di salvezza per quelle persone, l’unico strumento di connessione con il futuro desiderato (spesso lontano da qui) ma anche con il passato abbandonato, con gli affetti, gli amori, il quotidiano lasciato a casa, lontano.

Beh se hai i soldi per un cellulare allora hai i soldi anche per una sim con la connessione dati. Qui vedo una delle colossali contraddizioni: ok hanno il cellulare perché devono rimanere in contatto con le famiglie e bla bla bla. Però non hanno 10€/mese per una sim dati e senza il wi-fi del comune sono isolatissimi.

Ci sarebbe anche da farsi qualche domanda su che tipo di accoglienza sia una accoglienza che li lascia tutto il giorno buttati in piazza. Gli enti che si occupano di accoglienza non possono fornirgli, oltre al cibo ed all’alloggio, anche un poco di connettività per alleviare la loro solitudine? Fare qualcosa per integrarli? È questa l’accoglienza di cui tanti si riempiono la bocca?

Mi piace inciampare in quelle solitudini, nei loro sguardi assorti verso qualcosa che non riesco mai ad afferrare fino in fondo. Questa solitudine, questa fame di mondo, questa sfrontatezza che occupa le piazze me li rende simpatici, li sento affini. Fratelli spaesati, tristi e coraggiosi.

Non li definirei né “teppaglia” né “perdigiorno” e non voletemene se dico che ho difficoltà a credere che il sindaco di Cagliari abbia usato queste parole per definire quelle persone. Sono ragazzini che non hanno una casa, che non hanno un lavoro, non hanno una famiglia, non hanno prospettive.

non hanno un lavoro, non hanno una famiglia, non hanno prospettive. Giusto, qui non ci vogliono stare e cercano il più possibile di scappare dalla sardegna per andare nel resto dell’europa. E quindi cosa fare? diamogli il wifi gratis così siamo accoglienti e pazienza per tutto il resto?

Cagliari è sbocciata in questi anni. È viva ed è sempre più bella: è una città luminosa, accogliente, generosa, una città che non paura di aprire il suo porto. Fino ad oggi ha dimostrato di essere capace di abbracciare. Non era affatto scontato.

Se lo ricordi, dunque questa Cagliari – bella, pulita, profumata di mare, con il cielo rosa di tramonti e fenicotteri – che quella piazza, con quel Wi- FI, fino a oggi ha alleggerito solitudini. Non tolga una possibilità a tutti per colpa di alcuni.

E quindi cosa fare? Qui vedo il solito “topos” di tante polemiche: la soluzione scelta è sbagliata, sbagliatissima però ci si dimentica puntualmente di dire quale dovrebbe essere la soluzione giusta.

Proviamo a vestire i panni del nostro prossimo. Uno volta ogni tanto sarebbe già una grande cosa.

Una delle caratteristiche del buonista è l’empatia selettiva. Mettiamoci nei panni del ragazzo di colore. Però mettersi nei panni di chi in quella piazza ci deve stare? del commerciante che vede ridursi la clientela a causa del degrado della piazza? del residente che ha schiamazzi e risse sotto casa?

Manderesti i tuoi figli a giocare vicino a “zone di spaccio”? Vorresti vedere una rissa da vicino?  Apprezzi lo schiacciare con la ruota dell’auto una bottiglia di birra uscendo dal parcheggio? Se hai risposto no a qualcuna di queste domande è solo perché sei razzista.

E poi ci si stupisce di come mai, nonostante le tante stupidaggini fatte, Salveeny abbia molto più seguito dei partiti del “volemose bbbene”.

Ritorno al 1970

La finanziaria altro non è che un ritorno al 1970 ove la spesa pubblica era prevalentemente una spesa per fare e mantenere i clientelismi; clientelismi di cui godettero tutti i partiti. E che portò agli anni 80 ed all’illusione di essere tutti ricchi.

Il pagare “per la pace sociale e il consenso” iniziò negli anni ’70, e se abitui i genitori all’esistenza del pasto gratis, poi hai voglia di spiegare ai figli che il conto del ristorante si paga.

E le colpe son bipartisan; i 5s altro non hanno fatto che quello che chiedeva la CGIL nei suoi sogni bagnati memore del periodo cui si poteva mangiare a quattro ganasce. E questo spiega anche l’assenza di opposizione; da quelle parti pochi hanno il coraggio di sfanculare finalmente la CGIL e le sue istanze antistoriche.

Piaccia o no la Fornero è il conto delle baby pensioni e delle guerre a tutte le altre riforme previdenziali.

Buffo che alla fine un governo “di destra” è riuscito a fare il pasticcio sognato dalla sinistra dura e pura…

fonte wikipedia: https://it.wikipedia.org/wiki/Baby_pensioni (grassetti miei)

Con baby pensioni o pensioni baby sono indicate quelle pensioni erogate dallo Stato italiano a lavoratori del settore pubblico che hanno versato i contributi previdenziali per pochi anni, o che hanno avuto la possibilità di ritirarsi dal lavoro con età inferiore ai 40-50 anni[1].

Le baby pensioni furono introdotte in Italia nel 1973 dal governo Rumor[2] con l’art. 42[3] del DPR 1092 “Approvazione del testo unico delle norme sul trattamento di quiescenza dei dipendenti civili e militari dello Stato”, che consentiva le baby pensioni nell’impiego pubblico: 14 anni 6 mesi e 1 giorno di contributi per le donne sposate con figli; 20 anni per gli statali; 25 per i dipendenti degli enti locali. Il provvedimento fu votato dalla maggioranza e dalla opposizione.[4]

Il rilascio delle baby pensioni continuò ancora per qualche tempo ancora, anche dopo il Decreto legislativo 503 del 30 dicembre 1992 (“Norme per il riordinamento del sistema previdenziale dei lavoratori privati e pubblici, a norma dell’articolo 3 della legge 23 ottobre 1992, n. 421”) che contemplava gli ultimi requisiti che avrebbero permesso di conseguirla ancora per diversi anni. Infine la riforma Dini eliminò le baby pensioni ed introdusse la pensione di anzianità.

(…)
Costi per lo Stato italiano

Secondo alcuni studi, il costo delle pensioni baby negli ultimi 40 anni assomma nel 2012 a 150 miliardi di euro[9] e derivano in larga misura da lavoratori del settore pubblico.[10] L’anticipo di corresponsione della pensione ad una giovane età, determina che il periodo di pensionamento può arrivare a superare i 40 anni. Nel 2011 i pensionati complessivi con meno di 50 anni erano oltre mezzo milione e di questi 425 000 erano pensionati INPDAP ossia del pubblico impiego. Il costo complessivo annuo era di oltre 9 miliardi di euro. Circa 17 000 persone erano andate in pensione con 35 anni di età, lavoratori che percepiranno la pensione mediamente per quasi 50 anni.[11]

Grazie a questo provvedimento, si registrarono anche casi eclatanti di pensionamenti all’età di 29 anni o di pensionamenti in seguito a 11 mesi di contributi versati[12]. Secondo uno studio di Confartigianato, i costi complessivi per lo Stato assommano a 150 miliardi di euro.[13] In effetti dall’analisi della spesa pensionistica in Italia, dalla valutazione dell’aumento del debito pubblico e del debito pubblico implicito in Italia si nota la coincidenza degli effetti della nuova normativa pensionistica sul bilancio dello Stato.

Un esempio di calcolo di baby pensione
Si ipotizza un lavoratore che abbia versato dei contributi previdenziali con una aliquota contributiva pensionistica di finanziamento pari al 33% del reddito per 20 anni. Con il metodo di calcolo retributivo la pensione di vecchiaia sarà pari al 20 anni x 2% = 40% della media dei redditi degli ultimi anni secondo le regole vigenti. Un pensionato di 40 anni ha una aspettativa di vita di 45 anni quindi a fronte di una aliquota contributiva pensionistica di finanziamento del 33% x 20 anni ossia al massimo il 660% di un reddito annuale medio, percepirà 40% x 45 anni = 1800% del reddito pari ad una aliquota contributiva pensionistica di computo del 900% (1800%/20), ossia quasi tre volte i contributi versati nell’ipotesi di reddito costante (ipotesi quasi mai realizzata, quindi con costi aggiuntivi).

La differenza tra montante contributivo individuale maturato e la riserva matematica che sarà erogata negli anni si trasforma da debito pubblico implicito in debito pubblico esplicito determinando a carico di chi ha avuto altre promesse pensionistiche, una pari penalizzazione che potrà consistere o in un aumento dell’aliquota contributiva pensionistica di finanziamento o in un aumento dell’età per il pensionamento di vecchiaia. Per un baby pensionato che usufruisce di 30 anni in più di pensione, ci saranno 30 lavoratori che dovranno ritardare di un anno l’accesso alla prestazione previdenziale loro spettante.

“Troppi migranti in piazza” Cagliari, Zedda disattiva il wi-fi – Cronaca – L’Unione Sarda.it

Son convinto che se l’avesse fatto un sindaco “leghista” ci sarebbero un sacco di commenti indignati da parte di tante persone contro il razzismo. Per fortuna Zedda è di rifondazione e quindi non ci dovrebbero essere troppi attacchi “dagli al fascista” tranne che dai puri ancora più puri che vogliono epurare.

In quella zona ci passo di frequente e devo dire che la piazza era piena di migranti attaccati al cellulare e presentava i soliti problemi: spazzatura e degrado, delle zone ridotte a bivacchi. Oltre ad avere un presidio “semipermanente” di polizia e carabinieri.

Molti evitavano di passarci con gli ovvi danni del caso per i commercianti, ed i locali della zona; il dover attraversare un “bagno pubblico” per andare a mangiare non ti invoglia di certo ad andare in certi locali.

I grandi pipponi moralistici sull’antirazzismo son belli; però quando devi scontrarti con la realtà e i connessi problemi di ordine pubblico.

Sorgente: “Troppi migranti in piazza” Cagliari, Zedda disattiva il wi-fi – Cronaca – L’Unione Sarda.it

Dalle parole ai fatti: dopo aver annunciato in Aula di eliminare il wi-fi da piazza del Carmine e da piazza Matteotti, il sindaco di Cagliari Massimo Zedda ha effettivamente fatto spegnere la “rete” sfruttata da tanti stranieri che frequentano la piazza a pochi passi dal Comune e dalla stazione.

“Sono iniziative concordate con le forze dell’ordine al tavolo della sicurezza in Prefettura”, ha chiarito Zedda.

Soddisfatti i commercianti della zona: “Un primo passo verso la riqualificazione delle due piazze”, hanno sottolineato.

Inevitabili i commenti negativi tra i giovani migranti: “Assurdo. Penalizza anche i cagliaritani e i turisti”. Il problema era stato sollevato durante l’ultima seduta del consiglio comunale, riservata al question time, con le interrogazioni dei consiglieri Federico Ibba e Pierluigi Mannino.

I due – che si sono detti molto soddisfatti dalla risposta – hanno denunciato recenti episodi di violenza ai danni di commercianti tra via Sassari e piazza del Carmine e di degrado in generale, come il caso del vicolo dietro il Tar che viene utilizzato come toilette da decine di persone.

Tra le varie soluzioni dunque il primo passo è stato spegnere il wi-fi.

Decisione destinata inevitabilmente a far discutere.

E la solita discussione sarà fra quelli che si son rotti le scatole di vivere in zona degradata e quelli che vogliono tanto che gli altri siano accoglienti e che, per non prendersi accuse di razzifascioleghismo, accettino tutto quel degrado.

Con il solito risultato di dar l’impressione, alquanto fondata, di essere i soliti ipocriti del “armiamoci e partite”.

Da notare comunque come quando si presenta, realmente, il problema dell’ordine pubblico spesso i sindaci, quale che sia il partito di origine, tendono a prendere decisioni molto simili.

prenderesti un migrante a casa tua?

Era una domanda che nei giorni caldi dell’acquarius ha fatto girare alquanto molti “di sinistra”; perché svelava una ipocrisia di fondo ovvero che a parole fossero per l’accoglienza ma in realtà quello cui miravano era fare le anime belle lasciando che gli altri si beccassero le rogne.

Questo articolo citato da Barbara mostra platealmente come la domanda “perché non li porti a casa tua?” ha toccato un nervo scoperto. (grassetti corsivi miei)

Ipocrisie

‍‍24/07/2018

Nella destra sempre a caccia di legittimazione culturale, e persino morale, si va definendo un nuovo genere letterario: sull’ipocrisia della sinistra. Si tratta ancora di un’operazione di nicchia, ma poggia su solide basi di diffidenza diffusa e popolare. Gli ingredienti sono: un finto profugo/profuga, una località di villeggiatura preferibilmente trendy, un personaggio noto dal conto in banca abbastanza pingue. Il provocatore – di questi tempi si direbbe: l’agente provocatore, che fa più sbirro – chiama o contatta il personaggio suddetto, e mentre quello si sta facendo lo shampoo, o parcheggia la macchina, oppure accompagna la moglie alla stazione e risponde al direttore oppure alla zia malata d’Alzheimer, a bruciapelo gli domanda: te lo prendi un migrante a casa tua? Se il malcapitato è sufficientemente reattivo e paraculo, a tono replica: ma certo, ho già preparato il letto in attesa della tua telefonata, se mi dai un attimo segno l’indirizzo e lo vengo a prendere. Fammi sapere se serve anche una seconda stanza che caccio mia moglie. Ma se invece esita – che ne so, magari non ha una stanza libera oppure ha un cane che in vecchiaia è diventato scontroso – allora è fregato.

Quello che, in maniera bastarda non ho remore ad ammetterlo, hanno fatto è stato semplicemente chiedere ai tanti sostenitori dell’accogliamoli tutti se in quel “tutti” si comprendevano anche loro o se quel “tutti” riguardava solo i vozzi pvoletavi che non amano il cinema esistenzialista cecoslovacco del 1950.

D’altronde che a sx fossero omofili finché il culo era quello degli altri si era visto anche nel caso di Capalbio o nel caso di Parigi. Ovviamente lo facevano per l’ecologia e questo mette in un piano moralmente superiore rispetto a chi protesta per altri motivi, come il non trovarsi ladri in casa o piazze trasformate in terra di nessuno.

Per la cronaca è lo stesso giochetto fatto con i grillini e i rimborsi. Hanno fatto grandi proclami in piazza sulla restituzione dei soldi e poi, quando si è andato a vedere quanto avevano mantenuto, hanno fatto un bel po’ di figure di palta.

Il giorno dopo si scoprirà protagonista di un articolo su un giornaletto di destra, in calo di copie e che paga stipendi da fame ad aspiranti giornalisti d’assalto della nouvelle droite, con tanto di foto; se è sfigato, potrebbe addirittura finire sulla pagina Facebook di Salvini o di qualche altro capopopolo dei nostri tempi. Foto e video assicurati. Se poi lo beccano con l’orologio della laurea, quel Rolex comprato dalla nonna e poi indossato senza pensarci (una revisione in vent’anni, il Rolex, che io non possiedo, funziona molto bene), la frittata è completa. Il nostro uomo è assurto automaticamente a simbolo dell’ipocrisia della sinistra.

Reietto del nostro tempo, non può più parlare, a meno di non appoggiare apertamente l’affondamento in mare dei barconi della speranza.
Intendiamoci: la sinistra e soprattutto i suoi dirigenti sono parsi, spesso giustamente, ipocriti e moralisti. Hanno ignorato le paure delle persone e hanno puntato il dito senza mettersi nei panni di chi sta peggio. E si sono fatti gli affari propri mentre la sconfitta franava inesorabile e meritata su un’intera tradizione politica. Ma se questo è il livello del dibattito le cose non possono che andare peggio, molto peggio. Con o senza Rolex, con o senza Capalbio.

Tobia Zevi, Associazione Hans Jonas, su Pagine ebraiche, ‍‍24/07/2018

La parte in grassetto è emblematica: la sinistra e i suoi dirigenti son parsi, spesso giustamente, ipocriti e moralisti. Però l’evidenziarlo ed il farlo notare è un comportamento da fascisti. Linea difensiva che si traduce in colossali zappe sui piedi:

  • Primo, fa apparire i fascisti come quelli che dicono la verità senza “abbellirla” con dosi da elefante di politically correct. E poi hai voglia di lagnarti delle fake news di destra quando sei il primo ad ammettere che “abbellisci” la realtà per non farla apparire brutale.
  • Secondo: i dirigenti della sinistra non son all’altezza ma ci si lamenta di chi dice che il re è nudo invece di andare a cercare nuovi vestiti. Si autodistruggono la credibilità e poi si lagnano di esser considerati meno credibili di altri pagliacci della fazione opposta.
  • Terzo: cercando di mettere in cattiva luce lo scherzetto in realtà stai evidenziando il problema di coerenza. Immaginiamo per un attimo Berlusconi che si scagli contro il sesso fuori dal matrimonio in modo da far sembrare il papa uno sfrenato libertino. Ecco chi parla della ricchezza come colpa, chi urla che i ricchi padroni son solo ladri e farabutti che vogliono maltrattare i proletari e poi si fa beccare con il rolex sortisce più o meno lo stesso effetto.