La tua ipersensibilità non ti rende speciale o interessante – The Vision

Un articolo molto interessante sulla snowflake generation e di come lo spingere all’eccesso la tutela della specialità alla fine porti a conseguenze completamente antitetiche rispetto a quanto si voleva inizialmente ottenere.

Concordo con le conclusioni dell’autrice; pensano di essere paladini ma spesso son solo immaturi che rifiutano il dialogo, giustificandosi con la loro spiccata sensibilità, sensibilità che usano per dipingere di idealismo i loro capricci.

Da considerare anche una cosa: quando domani qualcuno parlerà di nazist-shaming, molti dei fiocchi di neve andranno in cortocircuito di brutto ma di brutto, brutto, brutto.

Sorgente: La tua ipersensibilità non ti rende speciale o interessante – The Vision

LA TUA IPERSENSIBILITÀ NON TI RENDE SPECIALE O INTERESSANTE
Di ALICE OLIVERI 18 SETTEMBRE 2017

(…)

Al di là della becera tendenza dell’alt-right a screditare qualsiasi oppositore del movimento sessista, razzista e machista, la questione Generazione Fiocco di Neve porta alla luce un aspetto interessante e complesso della contemporaneità, e a tratti anche inquietante e pericoloso, perché volto a istituire e a imporre in alcuni casi una norma che non è detto garantisca necessariamente una maggiore libertà. Se da un lato il maschio alfa trumpiano impone il suo dominio con violenza spregiudicata e oppressiva, dall’altro il giovane snowflake promulga un’inclinazione alla censura e alla limitazione della libertà di espressione in favore della sua politica in difesa della sensibilità. L’esempio più lampante di questa battaglia per l’ipersensibilizzazione della società è senza dubbio quello della lingua gender-sensitive: ci sono università nel mondo anglosassone che minacciano di abbassare voti a chi non usa termini ed espressioni gender neutral, creando un cortocircuito distopico in cui si propone un modello libero e rispettoso che si applica attraverso norme e divieti.

Sempre a proposito di censura e divieti: la sensibilità degli studenti di lettere della University of Pennysilvania era così urtata da un’immagine di Shakespeare, poeta ritenuto razzista e misogino, affissa nella hall del dipartimento da imporre la sua rimozione e sostituzione con la foto di Audre Lorde, poetessa lesbica e femminista africana. Siamo davvero tanto sicuri del valore che ha il sostituire al più grande poeta e drammaturgo inglese che sia mai esistito questa poetessa? Non è forse attraverso le sue poesie e le sue parole che questa scrittrice dovrebbe essere acclamata, invece che come icona?

 

(…)

La Snowflake Generation rischia con la sua determinata intenzione a stabilire regole e divieti di diventare una sorta di paladina di una metaforica Santa Inquisizione dove qualsiasi mancanza di rispetto al dio delle diversità generi un patibolo di esecuzione per il colpevole di un generico shaming.  (…)

E dunque, questa ipersensibilità, questo desiderio di generare a tutti i costi etichette che danno vita a cose che fino a un attimo prima non esistevano (come nella migliore tradizione biblica), questa incapacità di accettare critiche e di pestare i piedi di fronte a chi si permette di controbattere, annullando ogni scontro dialettico, è forse il segno di una inquietante immaturità che alimenta la marginalità delle minoranze, piuttosto che favorire l’integrazione. Insomma, come può questa generazione di candidi fiocchi di neve portare avanti le sue battaglie, spesso legittime, se per farlo sente il bisogno di scagliarsi contro un’immagine di Shakespeare? Forse i più grandi nemici dei fiocchi di neve sono i fiocchi di neve stessi, che fanno della loro sensibilità un’arma contro il dialogo, di fatto unico vero antidoto all’intolleranza.

 

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Se le tue idee non reggono ad un contraddittorio…

… allora sono idee che non valgono un cazzo.

Stavo leggendo questo articolo di Mattia: http://www.butta.org/?p=20517.

Oppure, prendete questo caso. Ben Shapiro (non proprio un tizio incendiario, eh) va a parlare all’università (?!?) di Berkely, e l’università cosa fa? Ti scrive sul proprio sito cose di questo tipo:

Support and counseling services for students, staff and faculty

We are deeply concerned about the impact some speakers may have on individuals’ sense of safety and belonging. No one should be made to feel threatened or harassed simply because of who they are or for what they believe. For that reason, the following support services are being offered and encouraged:

Student support services
Employee (faculty and staff) support services

Tradotto: siccome nell’università ci sono delle povere stelline che si mettono a frignare se sentono qualcuno dire cose tipo… la verità (quando la verità si scontra con le loro ideologiche masturbazioni mentali) allora l’università ti offre un servizio di assistenza con uno psicologo che ti aiuta a superare il trauma.

Son rimasto sconvolto ed ho pensato alla mia prof. di Filosofia. Qualsiasi bestialità tu dicessi, anche per provocare e per contestarla, ti chiedeva con fare disarmante: “perché? puoi argomentare la tua affermazione?” e spesso non riuscivi a rispondere e la finivi a contorcerti nel patetico “è così perché è così”.
Quella è stata una lezione molto preziosa; alla conoscenza si arriva mediante il dibattito ed il confronto, anche con chi ha idee diametralmente opposte alle tue.

Per sostenere le tue idee devi essere pronto ad affrontare un contraddittorio; se non ha il coraggio di sentire le idee diverse, se non hai il coraggio di argomentare le tue, di chiedere all’altro quali argomenti porta a supporto delle sue significa solo che le tue idee non valgono niente e che l’unico modo di sostenerle è dichiarare eretiche le idee diverse ed invocare la censura. La storia è piena di esempi. Trovo buffo che spesso chi si scandalizza per il rogo della biblioteca di Alessandria alla fine si comporti allo stesso modo di chi ha appiccato il fuoco. Fuoco appiccato perché si temeva quanto scritto in tali libri.

Invece il vivere in un giardino d’infanzia dove vieni abituato a sentire solo quello che vuoi sentire e giustificato se frigni che non vuoi sentire certe cose, significa essere destinato a finire a pezzi quando quelle cose sarai costretto a sentirle.  Da questo punto di vista il web con la sua possibilità di comunicare direttamente è stato devastante. Prima del web, se leggevi magari il giornale ti arrivava la realtà filtrata da tale giornale, le lettere dei lettori erano accuratamente scelte per supportare le tesi del giornale1 mostra la realtà vera e reale e non la versione filtrata dai giornali o dai media. Esistono gli imbecilli, esistono i bifolchi ignoranti convinti di essere grandi dottori. Tante cose che esistevano già ma delle quali vedevi solo pochi casi sporadici, troppo pochi per elevarli a regola generale.

Spingere il politically correct agli eccessi ovvero l’evitare di usare qualsiasi parola che possa evocare qualcosa di spiacevole per qualcun altro, come ad esempio il pronome “lui” per chi, dotato di pisello, si sente una donna oppure il festeggiare la festa della mamma in una classe dove un ragazzo ha la sfortuna di non aver, per un motivo o per un altro, la mamma, significa tentare di far vivere tutti in un immenso giardino d’infanzia dove senti solo quello che ti piace e vieni protetto dalla realtà brutta e cattiva. Peccato che così facendo non impari a confrontarti con la realtà e non impari a crescere, resti solo un bambino frignone che ha bisogno dello psicologo se ti dicono che babbo natale non esiste, perché tale rivelazione può mandare in crisi la tua fragile psiche.

E finisci “distrutto” semplicemente se vieni costretto a sentire qualcosa che non condividi.


  1. un poco come capita in certi forum dove fra i commenti di un articolo che sostiene una tesi T vengono fatti passare un 70% circa di messaggi pro T, un 20% contro e un 10% neutri. E fra i commenti contro passano solo quelli che sembrano scritti da trogloditi sgrammaticati mentre vengono censurati quelli scritti bene che in maniera corretta confutano T. Tanto per fare un esempio, in un articolo pro ius soli un commento come “no ai bingo bongo” verrà fatto passare mentre un commento come “son contrario perché considero poco accorto far sì che un minore abbia una cittadinanza diversa da quella dei suoi genitori/tutori” verrà cassato. 

Femmine ballerine e maschi calciatori, l’Inghilterra vieta stereotipi di genere – Wired

Articolo di Wired che ho trovato un poco demenziale ed un poco inquietante. Imho son queste le “zappe” sui piedi che contribuiscono a rendere diffidente la gente verso molti capricci rozzamente mascherati da richieste di non discriminazione. Grassetti miei.

Sorgente: Femmine ballerine e maschi calciatori, l’Inghilterra vieta stereotipi di genere – Wired

Femmine ballerine e maschi calciatori, l’Inghilterra vieta stereotipi di genere
L’ente che monitora le informazioni pubblicitarie, ha pubblicato un testo guida per evitare di cadere nei soliti cliché dannosi per la (libera) crescita dei nostri figli (…)

(…) E tra tutti questi “maestri” – buoni o cattivi che siano – uno dei più forti e persistenti è la pubblicità, che disegna quotidianamente un immaginario del mondo attraverso tutti i canali possibili, e lo fa con uno scopo ben preciso: quello di vendere dei prodotti.

Quindi la pubblicità non ha scopi educativi o di vendere. E visto che oggi il politically correct fa figo e moderno ci si precipita per vendere.
Basta vedere i manifesti pubblicati dopo la vicenda della pubblicità barilla; tutti identici e tutti che giocavano su: “MM, MF e FF sono una famiglia.”.
Brutta cosa che la pubblicità venga considerato come sistema di educazione, brutta cosa.
Far capire ai bambini che la pubblicità è una cosa finta e che la realtà è un’altra cosa è una cosa sanissima da fare quanto prima.

Per questa ragione la Advertising Standards Authority – l’associazione britannica che si occupa di monitorare le informazioni pubblicitarie in stretto raccordo con il Governo – ha pubblicato una serie di linee guida indicando l’urgenza di costruire una serie di restrizioni per evitare che le pubblicità promulghino gli stereotipi di genere.

Per stereotipo di genere si intende tutta quella costruzione di immaginari all’interno dei quali maschi e femmine interpretano ruoli rigidi e predefiniti: nelle pubblicità basate su questa rappresentazione (falsa o parziale) del mondo, le femmine puliscono casa mentre i maschi passano correndo con le scarpe infangate. Gli uomini non si lamentano e non piangono mai. Le bambine giocano con le bambole e i maschi con le macchinine. Le femmine vogliono fare le ballerine e i maschi i calciatori. I ragazzini studiano la matematica e le ragazzine leggono i libri. E, soprattutto, le femmine sono docili, romantiche e un po’ svampite, mentre i maschi sono duri, coraggiosi e sicuri di sé.

la pubblicità mira a specifiche nicchie di mercato e tara la sua comunicazione per convincerle a comperare. Per accorgersene basta prendere una rivista destinata principalmente ad un pubblico femminile ed una destinata ad un pubblico maschile. Nella prima si troveranno tante pubblicità di prodotti di bellezza come rossetti e mascara e nella seconda di prodotti per il fai da te?

Le riviste vogliono imporre stereotipi (come poi?) oppure il 95% di potenziali acquirenti di un rossetto è di sesso femminile e il 95% di potenziali acquirenti di un trapano di sesso maschile?

Secondariamente perché colpire solo gli stereotipi di genere e non gli altri stereotipi usati dalla pubblicità? perché alla guida di auto sportive ci son sempre strafigh* danaros* e non disoccupat* cinquantenn* ?  Perché i costumi da bagno sono indossati da modelli e modelle con corpi statuari e non da persone con pancetta o tanta cellulite? Perché durante le cene, a meno che non sia la pubblicità del detersivo, le tovaglie rimangono immacolate? Perché le camicie escono dalla lavatrice lavate e stirate? Perché i solari son reclamizzati sempre in spiagge bellissime ed esotiche e non nella piscinetta condominiale? E se un* casaling* cade in depressione perché la lavatrice tira fuori le camicie bagnate e spiegazzate e si sente un* perfett* incapace?

I dati, infatti, dimostrano che le donne non sono più a larga maggioranza casalinghe, che scienziati e ricercatori sono spesso di sesso femminile, che i maschi desiderano potersi godere la paternità alla nascita di un figlio e che le donne amministratrici delegate di grandi aziende sono in vertiginoso aumento. Parallelamente, le cronache sportive italiane raccontano di maschi impegnati (e vincenti) in discipline una volta tipicamente femminili, come il nuoto sincronizzato, e il libro di un papà felice e romantico come Matteo Bussola vende oltre 50.000 copie in pochi mesi.

e infatti la pubblicità cambia come cambia la società. Ma che cambi perché cambia la società, guardare qualche vecchio carosello o qualche pubblicità anni ’80 per rendersene conto, è fisiologico. Trovo invece sia sbagliato usare la pubblicità per far cambiare “nella direzione voluta” la società.
Per il resto queste battaglie stranamente son per i posti migliori, difficilmente lottano per i “babbomat” o perché la percentuale di morti bianche sia circa uguale fra uomini e donne.
Questi sono i dati istat, dai quali risulta (tabella b6.4) che:

infortuni mortali 2011-2015 è ancora più interessante; sul totale degli infortuni risulta che la percentuale di maschi è del 91%

Inoltre per quanto riguarda le cause:
– femmine: 56% in itinere (211), 25% sul lavoro con mezzo di trasporto (93), 19% sul lavoro senza mezzo di trasporto (70)
– maschi: 24% in itinere (853), 26% sul lavoro con mezzo di trasporto (946), 50% sul lavoro senza mezzo di trasporto (1.773).
– rapporti assoluti maschi a femmine: in itinere 4 a 1,
sul lavoro con mezzo di trasporto 10 a 1,
sul lavoro senza mezzo di trasporto 25 a 1.

Ciononostante molte pubblicità si ostinano a promuovere un immaginario del mondo falsato e stigmatizzante.
Per queste e molte altre ragioni, l’Inghilterra si doterà presto di una legislazione, basata sulle indicazioni fornite dall’ASA, a cui i pubblicitari dovranno attenersi.
In Italia, invece, per ora dovremo continuare a vedere pubblicità come queste.

La pubblicità riportata nel sito non ha niente di scandaloso, un bambino ed una bambina vestiti normalmente, la bambina rappresentata più tranquilla, il bambino più “agitato”, ovviamente lui è indicato dal pronome maschile, lei da quello femminile, ma se quello è sessismo e discriminazione allora vuol dire che abbiamo raggiunto la parità.

E chi pensa che le indicazioni inglesi siano un po’ bigotte e retrograde, che l’allarmismo sia ingiustificato, e che un conto sono le pubblicità e un altro è la vita, può provare a sperimentare le conseguenze degli stereotipi di genere in prima persona: aprite il gruppo WhatsApp della classe dei vostri figli e scrivete che una vostra amica sta pensando di iscrivere il bambino ad un corso di danza classica, o la bambina ad una scuola di rugby.
E poi godetevi le reazioni.

La mia reazione, con sincerità sarebbe: è la volontà del bambino oppure è la volontà della mamma che vuole fare la conformista “anticontroboicottara”?
Talvolta quando leggo articoli come questo ho come l’impressione che non si voglia mirare ad una parità ma poter usare la specialità come jolly quando mi conviene. Gli stereotipi, che non sono imposizioni altrimenti non si capirebbe come mai esistano ballerini maschi e rugbiste femmine, son semplicemente una rappresentazione della maggioranza. E la soluzione invece di imporre regole inutili e cretine sarebbe insegnare il rispetto per gli altri e le loro scelte, semplicemente.

sciacallaggi…

Da faccialibro; il commento di una teleopinionista alla vicenda dell’immigrato suicida a venezia

Un ventiduenne del Gambia si è lanciato in acqua, a Venezia, perché gli era stato negato il permesso di soggiorno per ragioni umanitarie.
Non voleva più vivere. O forse non voleva morire dove lo avrebbero rispedito.
E’ annegato tra chi lo guardava immobile, chi gridava Africa e chi diceva “Fallo morire ‘sto coglione!”. Si sente perfino mezza risatina.
Gli era stato lanciato un salvagente, certo. Ma nessuno si è buttato.
E’ inutile girarci intorno. Per una donna, un bambino, un uomo bianco, qualcuno si sarebbe buttato. Ci sarebbe stata la folla in acqua.
Ma era solo un profugo. L’avete guadato andare a fondo. E l’avete fatto morire, ‘sto coglione.
Che pena. Per voi, ancora più che per lui.

E, l’ottima, risposta di un utente su FB; risposta alla quale la teleopinionista non ha ribadito.

Domenica ero a Venezia e ho assistito all’accaduto: posso assicurarvi che all’inizio nessuno aveva capito le reali intenzioni del ragazzo. Accade che persone facciano il bagno in canale, turisti sconsiderati o gente che ha alzato troppo il gomito: nessuno si sarebbe mai immaginato che il ragazzo volesse morire, anche perché sapeva nuotare benissimo. Con l’arrivo imminente del vaporetto, gli sono stati gettati 4 salvagenti e degli uomini a bordo hanno cercato di tirarlo in salvo afferrandolo per le braccia, ma lui ha opposto resistenza ed è sparito sotto l’imbarcazione. Poco dopo sono arrivati i soccorsi, ma neppure loro si sono tuffati, in quanto non è fattibile riuscire a vedere sotto quell’acqua. Purtroppo è sempre facile parlare a fatto compiuto e con tutta questa finta indignazione. Quindi, prima di giudicare e di chiederci perché nessuno si è lanciato in quelle acque putride, rischiando di prendersi la leptospirosi o di essere trascinato sott’acqua insieme a quel povero ragazzo, domandiamoci perchè nel nostro Paese ci sono ancora persone che vogliono morire a 22 anni.
Tutt’altra storia invece per gli insulti sollevati contro di lui: sono parole degne di persone che non si possono neppure definire tali.

Mio commento sulla vicenda: quel suicidio ha scatenato una indegna gazzarra che ha generato uno sciacallaggio del piagnisteo che non ha nulla da invidiare a quello cui è son stati accusati Salvini e la Meloni. Purtroppo son questi deliri a convincere gli italioti di essere espertissimi di tutto. Adesso anche esperti di salvataggio in acqua; d’altronde bastava vedere due o tre puntate di baywatch per diventarlo. Tanto di cappello alla utente che ha risposto per le rime alla farneticazione Selvaggia del primo messaggio.

Senza considerare che il “lancio della merda” contro il ventilatore, l’attribuire a tutti le colpe di qualche imbecille che ha avuto un comportamento inqualificabile, serva solo ad esacerbare gli animi così come le accuse di vigliaccheria e razzismo.

Ho provato il burqa e mi è piaciuto

Leggendo questo articolo mi è venuto in mente un brano di “la città della gioia di dominique lapierre”, brano dove uno dei protagonisti, un missionario, riflette sulla sua condizione: “ero come uno di quei naufraghi volontari, sapevo che se chiamano mi sarebbero venuti a raccogliere, non ero nella stessa situazione disperata dei miei fratelli indiani, loro non avevano nessuno da chiamare che sarebbe venuto a salvarli.”  Anche la piccinni è come una dei nafraghi volontari; lei è consapevole che le basta prendere un aereo e tornare in europa per potersi vestire come le pare, dove può essere considerata una “donna” e non una proprietà di un uomo. Del burqa manca una cosa fondamentale: che è un obbligo indossarlo e che cancella la persona al suo interno.

La prova del burqa che ha fatto a me ricorda quelli che vanno una domenica a giocare a soft air e poi si considerano pari ai veterani che la guerra vera l’hanno realmente vissuta. Cialtroni montati, anche se non al livello dei rambo da tastiera.

Sorgente: Ho provato il burqa e mi è piaciuto | Flavia Piccinni

Gli uomini indossano tutti kandura (tuniche lunghe fino alle caviglie, solitamente dai toni chiari) e in testa portano keffiyeh fermate da agal. Alle donne è data più scelta: devono semplicemente essere coperte dalla testa ai piedi. Possono indossare burqa – che ha una rete davanti agli occhi -, avere lo sguardo libero con il niqab, tenere il viso scoperto con lo hijab o per mezzo del chador. Può sembrare una cosa semplice, ma non lo è affatto. È consigliato – se non obbligatorio – uniformarsi alle regole locali.

Carino, sarebbe interessante confrontarlo con gli articoli sdegnati perché non ti lasciano entrare al duomo con la gonna corta, duomo che è comunque un luogo di culto. O forse la libertà di vestirsi come pare è prerogativa delle occidentali in occidente, le altre che si fottano.

Ma quando la settimana scorsa sono arrivata all’aeroporto di Kuwait City avevo dimenticato le direttive arabe, e indossavo una giacca di lana aderente in vita, un vestito sotto al ginocchio, delle calze coprenti e delle scarpe con mezzo tacco. Non mi sono mai vergognata tanto. Per gli arabi sono le prostitute a lasciare le spalle, le braccia e le gambe scoperte. Le occidentali smemorate non sono particolarmente amate. Se credete di essere coraggiose e strafottenti non siete mai state a Kuwait City vestite all’occidentale. Una cosa da sapere sugli arabi è che non gradiscono particolarmente le mezze misure, e sanno come fartelo notare.

Buffo, sarebbe da confrontare con le passionarie della “slut walk“; prima ti triturano i testicoli con: le donne hanno diritto di vestirsi come vogliono, anche da prostitute ma questo non significa che siano prostitute, poi si parla degli arabi che “non gradiscono particolarmente le mezze misure, e sanno come fartelo notare”. Fosse successo a Roma con un occidentale al posto degli arabi probabilmente sarebbe partito l’ennesimo articolo piagnisteo sugli uomini che vogliono le donne coperte dalla testa ai piedi…

(…) Indossarlo è stato piuttosto semplice. Praticamente te lo infili, e il gioco è fatto. Non devi perdere tempo a coordinare le scarpe con la borsa, o magari a scegliere il vestito che ti fascia meno, i pantaloni che non ti fanno difetto, la maglietta che evidenzia tragicamente e irrispettosamente i chili di troppo. Non devi neanche perdere tempo a sistemarti i capelli, o a truccarti. Non ti vede nessuno. Nessuno sa se dietro c’è una bella donna, o una donna poco attraente. È tipo il grembiule che ti facevano mettere da bambino, a scuola, ma molto più comodo: non solo non è più necessario preoccuparsi dei vestiti, ma anche del proprio aspetto esteriore.

Abituarsi a respirare dietro una specie di grata, sentendosi avvolti da un lenzuolo, è poi piuttosto semplice se non si soffre di claustrofobia, si dimenticano tutti gli insegnamenti della mamma e della nonna, nonché quelli relativi alla propria libertà e al significato religioso che l’oggetto custodisce: difendere la donna dagli sguardi altrui, preservandone l’immagine e dunque l’anima.

Perché la donna è proprietà del marito, ecco perché deve coprirsi.

Per un attimo, con il burqa addosso, ho pensato che forse potrebbe essere giusto indossarlo ogni giorno. E guardandomi allo specchio, non ritrovando il mio viso, ma solo una nuvola nera, mi sono domandata se non sia forse questa una lezione che dobbiamo prendere dal mondo arabo: annullare la necessaria ossessione per l’immagine che tutte abbiamo, annullare il giudizio delle altre attraverso la loro bellezza, imparare a mostrarci privi di ossessioni e di sovrastrutture. Imparare a concentrarci su noi stessi, e non sull’abito/aspetto/percezione che abbiamo e che diamo. Forse, dove il femminismo ha fallito, il burqa nel 2017 potrebbe riuscire. O no?

Cinicamente direi che il femminismo ha fallito per colpa delle donne. I maschietti non condividono l’ossessione, tutta femminile, dell’apparire, del mostrarsi. Spesso si scaricano sugli uomini le colpe delle donne. Io non ho mai sentito di una donna menata dal partner per essersi rifiutata di indossare la minigonna e i tacchi alti, anzi spesso alcuni maneschi menano proprio per il motivo opposto. Se si vuole polemizzare contro l’ossessione patologica del corpo perfetto che certi stilisti1 propugnano son d’accordo, anche se usare il burqa per quello è amputarsi una gamba all’inguine per levarsi un unghia incarnita.

Il burqa è bello se hai la possibilità di toglierlo, come il soft-air. Finita la partita torni a casa tranquillo, sali sull’aereo e torni a poterti vestire come vuoi. Invece la guerra è una cosa diversa dal softair, e così l’obbligo di burqa.


  1. che poi è interessante confrontare il corpo perfetto per gli stilisti e per i registi di film porno: i primi vogliono manichini da vestire perché il protagonista è il vestito, non la donna. I secondi invece… avete mai visto una pornodiva anoressica, senza seno e fianchi? 

Shitstorm/2, Trump e il politcally correct

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Paige Shoemaker è una studentessa della Kansas State University, e ama i social. Così, una volta applicata sul viso una maschera scura, decide di postare una foto insieme ad un’amica con la didascalia:”Che bello finalmente essere nera” (“Feels good to finally be a nigga” in lingua originale NdA). Lo scatto, subito denunciato e stigmazzito da un utente di Twitter collega delle ragazze, Desmund Weathers, è diventato virale. L’accusa di Desmund è quella di razzismo: “Come posso sentirmi a mio agio nel Campus sapendo che c’è gente che si comporta così?”, scrive. La protesta è diventata pubblica, tanto da spingere l’Università a prendere una posizione netta: quella di espellere Paige. Lei, dal canto suo, si è scusata pubblicamente con un post su Facebook: “Vogliamo chiedere scusa, non si deve fare ironia su queste cose. Sappiamo di aver sbagliato”.

Sinceramente mi sembra una prova sia dell’estrema idiozia legata al politically correct senza se e senza ma, diventato una nuova religione civile negli States, sia della coda di paglia delle istituzioni che per evitare di essere toccate da shitstorm sui social prendono decisioni drastiche. La ragazza avrà anche sbagliato ma, anche se ha usato un termine “forte” come nigga che in molti casi è considerato un grave insulto, non mi sembra che il suo comportamento sia stato così grave da giustificare una espulsione ed un “atto da fe'” pubblico. Ha fatto una battuta cretina, magari lo evidenzi, accetti le sue scuse e morta lì.

Invece si preferisce scatenare, non so quanto coscientemente, una shitstorm. Capita di fare battute cretine magari senza nessuna intenzione “cattiva”, se ad ogni battuta cattiva arriva il cartellino rosso a breve i campus saranno affollati quanto l’antartide ad agosto. I problemi per me non li ha la ragazza quanto la persona che ha denunciato. Non puoi pretendere di vivere nel villaggio dei puffi; un minimo devi tollerare se vuoi essere tollerato. La tolleranza deve essere reciproca, altrimenti se ad ogni sbagli altrui fai scattare la ghigliottina poi non stupirti se la ghigliottina poi verrà usata anche contro di te.

C’è anche un’altra questione: capisco il dover rispettare il più possibile gli altri e le loro idee ma ciò deve essere fatto con un limite, non si può dar retta incondizionatamente a tutte le fissazioni di chiunque come il sacro politically correct (PC) pretende.  Statisticamente prima o poi troverai due fissazioni in conflitto, e allora cosa capita? Un assaggio si è visto a capodanno a Colonia dove la fissazione “donne tutte sante uomini tutti maiali” si è scontrata con la fissazione “immigrati tutti santi bianchi tutti colonialisti, razzisti e sfruttatori”. Ricordo una serie di articoli di denuncia dove a furia di capriole si cercava di dare la colpa agli uomini bianchi occidentali e assolvere sia le donne occidentali che gli immigrati extracomunitari(1).

Il politically correct porta a questi assurdi oltre ad essere draconiano ed inflessibile nei suoi giudizi, giudizi rapidi ma poco precisi. Logico che la gente desideri liberarsi da questo clima opprimente e che non voglia essere lapidata se racconta una barzelletta un poco “spinta”. Ciò si traduce nelle simpatie e nel voto verso chi sembra “rompere” quella cappa di ipocrisia del politically correct. Ecco spiegata una parte della simpatia e della popolarità di Trump in america o di Grillo in italia. Persone che “rompevano” la cappa di oppressione e conformismo, pagliacci arruffapopolo vero, ma da molti preferiti rispetto a chi frigna e usa il “dovete rispettare le mie idee” come un maglio per chiudere il becco a chi tali idee non le condivide.

La questione è molto semplice; la cultura del politically correct vuole imporre a tutti di vedere, amare ed adorare la corazzata kotionkin di turno e logicamente quando qualcuno dice quello che molti pensano ma che nessuno ha avuto prima il coraggio di dire avviene esattamente questo:

Ecco spiegato trump in poche parole, non servono profonde analisi sociologiche basta guardare la realtà, peccato che molti accultuVati non possano raccontarla liberamente per paura proprio delle shitstorm da loro tanto amate quando invece colpivano gli avversari.

(1) Sì vabbè poi ci sono le tesi più uguali delle altre; se ciò che è stato detto per le sentinelle in piedi o le perculate fatte ad adinolfi fossero state dette per il gay pride “manifestazione moralmente inaccettabile” si sarebbe scatenata una shitstorm colossale.

Shitstorm

A quanto pare la triste vicenda della ragazza suicidatasi sta scatenando una bella shitstorm sui social network, da una parte dementi che invece di un sano e corretto silenzio davanti alla vittima esternano la propria idiozia con commenti ingiuriosi come: “troia te la sei cercata”, “ben ti stà vaccona…”, “così impari a fare i film porno”, e dall’altra tanti autonominatosi paladini del web che rilanciano tali commenti demenziali invocando la vendetta del uebbe sugli autori di tali genialate, genialate spesso firmate con nomi e cognomi reali.

Che lezioni si possono imparare da tutta la vicenda?

  1. Nel uebbe e nei social scatenare shitstorm è facile, soprattutto se hai un poco di seguito, vedi la vicenda di nebo con barbie xanax. Vicenda demenziale scatenata da una, con molto seguito, ma incapace di capire un articolo e l’ironia, crudele, che esso conteneva leggendovi invece uno scaricare le colpe alla vittima.
  2. La vittima, per il mero fatto di essere vittima è sempre innocente e santa, anche se ha vinto un meritatissimo darwin award. Qualsiasi commento negativo sulle azioni, ed eventuali sbagli o errori, che l’hanno portata ad essere vittima vengono interpretati come attacco alla vittima. Questo è un comportamento che ritengo sbagliato, la compassione e la comprensione verso la vittima non devono però far ignorare che certi comportamenti possono essere pericolosi e far correre rischi altrimenti evitabili.
  3. La giustizia del uebbè è velocissima, più veloce di Lucky Luke, un cowboy capace di sparare alla propria ombra, ma poco garantista e poco attenta ai diritti degli imputati. Anzi spesso la condanna “a morte” precede non solo la sentenza ma anche l’accusa formale. Un bambino con la mitica “sei_colpi_che_non_si_scarica_mai” che spara a cazzo. Può piacere fino a quando qualche proiettile non ti prende in pieno.
  4. Nel uebbe è pieno di wannabe paladini che non aspettano altro che un pretesto per scatenarsi. Spingere simili imbecilli a scatenarsi contro i dementi che si son lanciati in offese gratuite verso la vittima significa, in parole povere, dire che l’errore non era nel comportamento, il vomitare tonnellate di insulti gratuiti verso Tizia o Caio, quanto nel bersaglio scelto. Io invece penso che l’errore sia il comportamento, non il bersaglio scelto. E la scusa, infantile, di voler far assaggiare la stessa minestra è solo una foglia di fico.
  5. Che per dire certe cose o fare commenti non affogati nel mainstream è meglio usare un nick. Ho imparato su usenet e i newsgroups che è meglio tenere separate le piazze virtuali da quelle reali; il problema vero son quelli che passano dal fare i leoni da tastiera a fare i paladini anche nel mondo reale. Meglio che i mondi rimangano separati.
  6. Su FB e sui social bisogna pesare “bene” quello che si scrive visto che “verba volant e scripta manent”.

In questo articolo e nel precedente non ho scritto nomi direttamente collegati alla vicenda, sia per non alimentare anche io una inutile shitstorm, sia per portare visibilità a paTadini* del uebbe e ad insultatori assortiti vari.

*voluto.

Sciacalli…

Ok una ragazza si è suicidata perché “sputtanata” su internet per dei video porno che aveva fatto e che aveva mandato a pseudoamici, che poi si son divertiti a fare lo scherzo. Si tratta in ogni caso di un suicidio; la vittima ha diritto al silenzio e i suoi parenti al rispetto per il proprio dolore.

Quello che invece a me fa girare della vicenda son quelli che la usano come pretesto, magari facendo anche trenta secondi di falsa autocritica in cui fanno finta di prendersi la loro parte di colpe per poi iniziare il lancio della merda a secchiate contro tutto e tutti. FB è pieno di deliri.

Dal giornalista che da la colpa al fatto che nelle scuole si parli di Carlo Magno e Napoleone e non di sesso e prevenzione, e che la chiesa sia molto attenta a cosa avviene fra le lenzuola alle femministe cui non par vero di avere una nuova santa martire femminicidata da usare per triturare i testicoli a tutti.

Io personalmente tali accuse le trovo semplicemente patetiche; cosa c’entra il sesso e la prevenzione, delle gravidanze indesiderate e delle malattie veneree, con quello che è successo? Penso poco o niente. Vorrei sapere che colpe ha la chiesa, chi l’ha accusata era solo gente che fa la comunione ogni giorno, che ascolta radio maria e recita venti rosari al giorno? Non penso proprio.

Per non parlare delle femministe; adesso la colpa sarebbe del ragazzo che l’avrebbe convinta a fare quelle cose. Beh a trent’anni dovresti avere la maturità di saperti gestire, capire che se il “pivello” ti vuole imporre di fare cose che non vorresti fare esiste l’opzione “vaffanculo”. Trovo buffo che da una parte si sbraiti che le donne sono capaci di autogestirsi alla perfezione e subito dopo ci si mostri scandalizzate perché la tizia ha fatto i filmati porno solo perché lo ha chiesto il “pivello” e lei ha prontamente obbedito. Sarà girl power a corrente alternata.

Un ultima cosa; si è suicidata ed è una tragedia però ciò non toglie che divulgare filmati o foto “intime” sia una azione estremamente pericolosa visto che la duplicazione è facile ed è facile far diventare foto e video virali; negare che la tipa abbia fatto una minchiata è negare l’evidenza.

Questa tragedia dovrebbe servire a far riflettere le persone, soprattutto gli adolescenti, davanti a certe “prove d’amore” o certe richieste. Un consiglio che girava su usenet i primi tempi che la frequentavo era: “non scrivere un post (con tuo nome e cognome) che non vorresti venisse letto al telegiornale della sera”. Un consiglio sempre valido, ancora di più ove una foto o un video possono fare più danni di un messaggio di posta elettronica.

Studiare la storia

Una delle tragiche conseguenze del voler “spettacolarizzare” la scuola e del gettare la croce sui docenti se Pierino non studia, è stato il far sentire i docenti obbligati a rendere le materie interessanti.

Se Pierino non le studia non è colpa sua ma del professore che è noioso. Ciò può essere parzialmente vero, ci son modi più interessanti e modi meno interessanti di presentare una materia ma con due punti fissi: il primo è che la materia non deve essere snaturalizzata ed il secondo è che è responsabilità dello studente studiare anche le cose “noiose”.

C’è da dire però se una materia non interessa o non piace è quasi impossibile, parlo per esperienza di studente, fargli cambiare idea. Siamo tutti diversi, c’è chi ama le scienze e chi si svena per la corazzata kotionkin.

Riguardo al secondo punto mi è capitato di dover studiare lottando contro il sonno e a furia di sbadigli ma se si vuole meritare il titolo bisogna farlo. Capirlo è prova di maturità.

Veniamo al primo punto; spesso per “divulgare” e “rendere interessanti” le materie queste vengono snaturalizzate e banalizzate. Prendiamo ad esempio il caso della storia; certo un “racconto” stile cinematografico può appassionare, i film di argomento storico possono far interessare le persone alla materia ma, cosa molto importante, i film storici non sono la materia.

Sia perché il film è intrattenimento quindi ha bisogno da una parte di semplificare e dall’altra di avere buoni in cui identificarsi da una parte e cattivi da sconfiggere dall’altra. Invece la storia è diversa; più che bianchi contro neri si dovrebbe parlare di grigio chiaro e grigio scuro; una lettura semplicistica come Hitler cattivo vs Churchill buono, da una parte maschera tutta la complessità sottostante e dall’altra impedisce di capire cause e di collegarle agli effetti. Il film per funzionare ha bisogno di semplificare e la spettacolarizzare. Il film è intrattenimento non è di certo però lo studio della materia scolastica storia. Oggi alcuni fatti storici vengono banalizzati come buoni vs cattivi, basti prendere come esempio le crociate o il nazismo.

Il nazismo è stato un fenomeno complesso, durato svariati anni e che ha influenzato tutto il mondo, non lo si può ridurre ad: “un anticristo caduto non si capisce come dal cielo che ha scatenato la II guerra mondiale”; rendere il nazismo un film di fantascienza è il modo migliore per impedire di riconoscere cause e situazioni analoghe a quelle che portarono Hitler a prendere il potere. Oppure le crociate, si parla di crociati imperialisti contro pacifici popoli e si parla dei massacri fatti dai crociati. Se si fosse studiata realmente la storia si saprebbe che il massacro era la “prassi militare” in quel periodo, massacri simili a quello di Gerusalemme del 1099 (https://it.wikipedia.org/wiki/Assedio_di_Gerusalemme_(1099)) son stati, ad esempio quello di Bagdad da parte dei mongoli (https://it.wikipedia.org/wiki/Presa_di_Baghdad) oppure la prassi di conquista del sud italia da parte dell’islam ove venivano passati a fil di spada gli adulti mentre le donne e i giovani venivano ridotti in schiavitù. Tanto per evitare la solita obiezione: “reazione alle crociate” sto parlando del periodo fra il 900 e il 1000 dopo cristo, prima delle crociate.

Anche la storia della schiavitù è interessante; chi fisicamente andava a catturare gli schiavi per le piantagioni dello zio Sam erano gli arabi, il mercato principale dove si commerciavano gli schiavi era quello di algeri. E le imprese dei corsari berberi che assaltavano le coste del mediterraneo per catturare schiavi durarono dall’anno 1000 fino agli inizi del 1800, quando alcune navi dello zio Sam andarono a scaricare un bel po’ di democrazia ad Algeri. (https://it.wikipedia.org/wiki/Seconda_guerra_barbaresca).

Sfumature di grigio invece di un infantile “buoni da una parte e cattivi dall’altra”. Lo studio della storia permette sia di cogliere le sfumature di colore sia di capire che “la maledizione della storia è che chi non la conosce è destinato a ripeterla”.  Per questo sarebbe opportuno che si tornasse a studiarla realmente nelle scuole con i suoi lati chiari e lati oscuri invece di studiare un fumettone sostitutivo vagamente ispirato ad essa.

 

Scuola per placcato cultura.

Hegel, è bene ricordarlo, era un fesso Uriel

Stavo leggendo questo articolo del sole24ore in difesa del liceo classico, articolo ove l’autore, penso inconsciamente, finisce a fare un colossale autogol che dimostra come il classico oramai da scuola che insegnava a studiare sia decaduto in un allevamento di pappagalli capaci di imitare l’aspetto esteriore della persona colta ma fondamentalmente solo dei boriosi ignoranti convinti di sapere. Ottimi esemplari di “placcato cultura“.

Il brano dell’apologia che mi ha colpito è stato questo:

Ma il liceo classico per alcuni non serve più. Questi alcuni sono persone che del liceo classico non hanno un’idea. E se l’hanno, pretendono che venga negato ai giovani in nome di un falso concetto di modernità, che dovrebbe promuovere esclusivamente le scienze. Una simile visione delle cose è limitata da un grave errore: la convinzione che lo studio del greco e del latino non sia cosa scientifica; e che scienza siano solo la fisica, la matematica e la biologia.

Lo studio delle lingue classiche, invece, è scienza tanto quanto lo studio delle leggi della materia o della gravitazione universale. La stessa fisica è un sapere storico, perché analizza campioni di realtà che viaggiano e si trasformano nel tempo. Scienza, indipendentemente dall’oggetto esaminato, è tutto ciò che richiede osservazione, comparazione, sistematizzazione, speculazione là dove i dati mancano, proiezione in avanti.

Bello; come si calcola il momento quantico di spin dei verbi deponenti? Quella frase è un’ottima dimostrazione di non aver capito niente di cosa sia in realtà la scienza; quello che divide la scienza dalla non scienza è l’uso del metodo scientifico, che in parole brevi si può dire come: misuro – creo una teoria per giustificare le misure ottenute – verifico sperimentalmente la teoria.

Che misura ci può essere in filosofia? come posso verificare sperimentalmente l’aoristo? Mentre in fisica le grandezze da misurare sono ben chiare e dai tempi di Galileo qualunque teoria viene sperimentata e risperimentata un sacco di volte. Brevemente si può dire che la scienza “scienza” è qualunque cosa porti a teorie verificabili mediante l’esperimento; come diceva il mio docente di fisica: se non puoi misurare e non puoi sperimentare non stai facendo scienza, ti stai solo facendo inutili seghe mentali.

Non nego il valore formativo del dover tradurre da una lingua ad un altra, del dover conoscere bene la grammatica e l’analisi logica per poter padroneggiare in maniera ottima le lingue, siano esse classiche o moderne, il valore formativo della filosofia quando ti costringe a pensare sulle domande universali. Ma non sono scienza, trovo patetico il tentativo di contrabbandarle come scienza, quasi che il classico pur disprezzandola e ignorandola urli disperato “ma anche io faccio scienza”.

Ecco perché considero quelle frasi un errore molto grave che spiega bene l’agonia del liceo; perché la scuola che doveva farti entrare in testa la cultura a forza, che doveva costringerti a pensare, avere una cultura, avere una visione ampia oramai sta diventando una scuola ove si impara a ripetere paroloni senza però conoscere il loro significato, dove ci si forma una cultura ma dove si viene convinti di essere colti. E sostenere che il liceo insegni a

parlare, sa scrivere, sa pensare, ma soprattutto sa interpretare, mettere in rapporto, relativizzare, confrontare, distinguere, riconoscere il duraturo e l’effimero, dare un nome a fatti diversi, capire la libertà, la bellezza, la varietà e la concordia.

dimostrando contemporaneamente di non aver capito, o in scienza o in filosofia, cosa sia la scienza e cosa sia il metodo scientifico, getta una luce fosca sulla verità di tali affermazioni.

Altra chicca:

In termini assiologici o gnoseologici non esiste differenza tra lo studio di un frammento di papiro e quello di un neutrino. E questo è così vero che sul latino e sul greco si sono addestrati e si possono ancora addestrare informatici, fisici, ingegneri, medici ed economisti. Solo una lesiva e grottesca riduzione della realtà e della vita umana può negare importanza ai reperti dell’antichità e all’apprendimento di due miracolosi sistemi cognitivi, arrivati fino a noi grazie a un’amorosa e raffinatissima opera di trasmissione, come il greco e il latino. In particolare, eliminare la traduzione (sulla centralità della quale in questo giornale già si è pronunciata Paola Mastrocola) sarebbe un gesto di irresponsabile, gravissimo immiserimento: come sostituire tutti gli originali degli Uffizi con riproduzioni formato poster.

Da notare l’uso di parole tecniche del campo della filosofia come “assiologico” o “gnoseologico”, altro boomberang. Se io, ignorante della filosofia, volessi capire perché far iscrivere mio figlio al classico cosa potrei capire da quel testo? Poco o niente; adesso non dico di scrivere articoli mirati ad un livello di comprensione da alunno medio di III elementare ma neanche di parlarsi addosso con termini strettamente tecnici.

Da notare poi che l’affermazione potrebbe essere vera ma fuorviante, studiare significa studiare nessuno lo nega, però Fisica e Storia son materie diverse che, per essere capite a fondo chiedono competenze diverse, hanno ambiti di applicazione diverse. Inoltre la fisica essendo scienza rimane legata mani e piedi a misura ed esperimento.

La storia è diversa dalla fisica, non intendo dire che una sia migliore dell’altra ma solo che son diverse. Trovo patetico chiamare la storia “scienze storiche” quando di scientifico sperimentale, ha poco o niente.

Conclusione: questa apologia in realtà mostra due grossi difetti del classico: il primo è la sua autoreferenzialità, il suo parlarsi addosso, il far intendere che il liceo sia una scuola che possono capire solo gli iniziati che hanno avuto la fortuna di frequentarla e che nessuno, al di fuori di essi la possa giudicare. L’altro è il pensare che il sapere sia solo quello che fornisce il classico e che non esistano altri saperi al di fuori di esso. Credere che basti conoscere greco e latino per diventare immediatamente capace di calcolare al volo integrali tripli(1) o di capire l’elettrodinamica quantistica.

(1) La solita storia di chi va bene in latino va bene in matematica. Io, ammetto anche per pigrizia nel tradurre, ero una schiappa in latino (media sul 4/5) mentre andavo molto meglio in matematica, fisica e scienze. E la prof di lettere non riusciva a capacitarsi come mai andassi così bene in matematica; per lei si sarebbero dovuti abbassare i voti di scienze e matematica.