Trani, altra assoluzione per i vaccini.

Vaccini, procura di Trani: “Nessuna correlazione tra trivalente e autismo. Linee guida dell’Oms inadeguate”

Si appresta ad essere archiviata l’indagine contro ignoti sulle presunte lesioni gravissime avviata dopo la denuncia di una coppia di genitori pugliesi. Pareri discordanti tra i consulenti dei magistrati e quello di parte. “Prima di vaccinarsi eseguire alcuni esami ematochimici nei soggetti a rischio”.

Bene, son contento, un’altra assoluzione per i vaccini che dimostra, ulteriormente, come la storia vaccini e autismo sia solo una bufala. Umoristico che “il fatto quotidiano”, giornale ove hanno il blog anche alcuni antivax, cerchi di edulcorare una sacrosanta mazzata. La mazzata è una richiesta di archiviazione che, da una parte, sconfessa un indagine che non sarebbe dovuta nascere e che, dall’altra, smentisce uno dei cavalli di battaglia degli antivax ovvero la correlazione fra vaccini e autismo.

Il sottotitolo con la frase “Linee guida dell’Oms inadeguate” e la dotta disquisizione dell’articolo sulla presunta inadeguatezza delle linee guida Oms riguardo a indagini che forse sarebbe opportuno fare prima di vaccinare e che non son previste ne dall’Oms e neppure dal ministero della salute italiano io lo vedo come un patetico tentativo di salvarsi in corner. E magari salvare un poco la faccia davanti ai lettori “gombloddisti”.

Mi chiedo, comunque, come sia possibile che in Italia si possa aprire una indagine su una bufala conclamata e sprecare tempo e denaro per scoprire cose già note e presenti in tutte le pubblicazioni scientifiche serie. Forse sarebbe opportuno subordinare l’apertura dell’indagine ad un “parere di fattibilità” scientifico, cioè se l’indagine si basa su una bufala conclamata oppure su uno svarione scientifico colossale, l’indagine sarebbe da uccidere nella culla: “archiviata perché il fatto non sussiste” così da risparmiare tempo e denaro. Forse più che discettare sulle linee guida dell’OMS riguardo ai vaccini, sarebbe meglio interessarsi al codice di procedura penale, seguendo magari, per quanto riguarda i processi “scientifici”, questi consigli.

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sulle intercettazioni e sulla loro divulgazione

attenzione, post ad altissimo livello polemico.

Stavo leggendo su FB i commenti a questa notizia:

http://urbanpost.it/malasanita-medici-in-arresto-dopo-intercettazioni-le-abbiamo-sfondato-la-vagina

Con le accuse sono arrivate anche quelle intercettazioni pubblicate dal quotidiano Il Dispaccio; un vero e proprio circo verbale degli orrori che ha svelato i crimini dei medici: primo fra tutti il primario (…) che durante una telefonata racconta di essere scappato dall’ospedale con una scusa e di aver spento il cellulare quando al primario è morto un neonato, questo per paura di essere richiamato in reparto. Oppure, durante una telefonata (…)  parla dei problemi di una paziente e di come le abbia sfondato la vagina. E ancora, in un’altra intercettazione (…) racconta di come, durante un intervento molto delicato per un carcinoma dell’endometrio, sia rimasto con l’utero della paziente in mano. Tutte queste frasi ed espressioni erano accompagnate da risate e prese in giro sui pazienti.

Ed era tutto un fiorire di richieste di roghi e di linciaggi sulla pubblica piazza. Che dire? Sinceramente una volta che hai i riscontri oggettivi alla scarsa professionalità dei medici le intercettazioni non servono a nulla, hai le prove che inchiodano e che son sufficienti per condannare, a cosa servono le parole al vento? Perché quindi far uscire tali intercettazioni? A cosa servono?

Servono a dimostrare che gli indagati son “persone di merda”, come avevano commentato alcuni miei contatti su FB? Beh, sarò controcorrente ma l’essere “persone di merda” non è un reato ed è assurdo e aberrante pertanto l’essere condannati per quel motivo, mentre è giusto invece l’essere condannato per lesioni colpose, corruzione, falsificazione di cartelle cliniche. Che al telefono si sia disperato o che l’abbia presa a ridere non sposta, o meglio non dovrebbe spostare, di un millimetro la situazione in cui si trova l’indagato.

Sarò un gombloddista ma ho l’impressione che quelle intercettazioni siano uscite per “dimostrare” l’utilità delle intercettazioni, per far sapere al bobolo con che “persone di merda (cit.) ha a che fare” e che quindi le intercettazioni siano utilissime per condannare tali persone di merda. Un modo, non tanto mascherato, per dire: vedete cosa vogliono fare togliendoci le intercettazioni? Vogliono lasciare impunite simili “persone di merda”.

Mi dispiace ma non son d’accordo; Preciso meglio il mio pensiero

E’ giusto che le intercettazioni siano utilizzate come indizio, come strumento di ricerca delle prove ma, se non vengono trovati riscontri oggettivi, e in questo caso almeno a leggere i giornali di riscontri oggettivi, prove, ne esistono a bizzeffe, devono essere considerate solo parole al vento e quindi neppure citate.

Non è giusto che le intercettazioni vengano utilizzate per avere svolgere processi mediatici ed avere una “condanna morale” prima della condanna giudiziaria. Chi deve pronunciare la sentenza è il giudice e la deve pronunciare basandosi sugli atti, tutti, del processo. Non il bobolo basandosi su quelli accuratamente selezionati e montati ad arte dai media. Una cosa che molti dimenticano è che due torti non fanno una ragione. E che il piegare la legge per fare da “vigilantes” è, pur con tutte le buone intenzioni del mondo, un comportamento aberrante.

Un ultima cosa: è in situazioni come questa che si distinguono i garantisti dai paraculi; essere garantista significa chiedere che le leggi a garanzia dell’imputato o del condannato siano applicate sempre e comunque, anche se il condannato è una persona deliziosa come Breivik*. Fare i garantisti con gli SMS della Falchi è facile, un poco meno in situazioni come queste. Pertanto, tanto di cappello ai giudici norvegesi.

*amaramente ironico per chi non l’avesse capito.

 

Breivik e lo stato di diritto

Su G+ stavo discutendo della sentenza che aveva riconosciuto come “disumano” il trattamento in carcere di Breivik. Io penso che il tizio, stragista a sangue freddo, sia molto difficilmente recuperabile e che sia da tenere sotto strettissimo controllo per tutto il resto della sua vita(1). Posso anche capire che una sentenza che riconosce la violazione dei suoi diritti umani possa far pensare che in Norvegia si siano bevuti il cervello.

In ciò io invece vedo un segnale molto positivo: in Norvegia si decide secondo la legge e non secondo la pancia del popolo, la legge è uguale per tutti punto, non si cercano mille aggiramenti per piegarla e contorcerla a seconda dei volubili umori della piazza. Basta pensare alle intercettazioni telefoniche; quanti in italia blaterano di un “diritto a conoscere le intercettazioni” non previsto, anzi espressamente ed esplicitamente vietato dalla costituzione? Quante volte si è tentato, a furia di piazzate, di ribaltare le decisioni della magistratura, come in questo caso? O di accelerare la condanna del colpevole scelto dal bobolo, con la magistratura che talvolta si prostituisce a tali voleri.

L’articolo sotto riportato esprime il mio pensiero con una frase molto bella:

lo Stato di diritto che ha messo la legge al di sopra della forza e della vendetta

Quindi tanto di capello ai magistrati Norvegesi ed alla loro, coraggiosa, decisione di mettere la legge al di sopra della pancia del popolo e di giudicare secondo essa.

Una precisazione: comunque l’essere per la legalità, il credere che debbano esistere le leggi al di sopra di tutti e che un tizio, il magistrato, debba decidere solo in base ad esse, non significa dover prendere per oro colato, senza fiatare, qualsiasi decisione del magistrato. Le sentenze si applicano sì, però, siccome sono comunque opere umane, è giusto, ed anche sano, il dichiararsi non d’accordo, il contestare certe decisioni, ad esempio quelle sul caso stamina oppure il giù citato caso del processo di primo grado del terremoto dell’aquila, il chiedere che certi ragionamenti vengano validamente motivati.  L’errore non è il contestare la sentenza ma il pretendere che venga pronunciata per soddisfare la panza, o nel caso sia stata pronunciata e non condivisa, che venga ribaltata a seguito di chiassate.

Una nota a margine: se si è garantisti si deve essere garantisti sempre, anche se l’imputato è un mostro come breivik, altrimenti non si è garantisti ma solo paraculi che si sparano pose sperando di carpire il gradimento dell’opinione pubblica.  Perché il garantismo non serve, anche se sembra il contrario, a mostri come Breivik, serve più a innocenti accusati di esserlo, come ad esempio un padre accusato di essere stato un orco verso sua figlia, persona che, se si fosse attuata la giustizia del bobolo, sarebbe stata linciata l’indomani mattina sulla pubblica piazza.

Concludo segnalando un articolo del corriere che condivido a pieno, soprattutto nella sua conclusione.

http://www.corriere.it/esteri/16_aprile_20/perche-breivik-non-ha-vinto-utoya-processo-a7bedcc4-070e-11e6-8870-6aa8c10eafcf.shtml

Aveva accusato lo Stato norvegese di trattamento disumano. La sua accusa si basa sulla sacralità della vita che lui per primo ha calpestato uccidendo 77 persone nel 2011
di Maria Serena Natale

Non ha vinto. I giudici hanno riconosciuto come «disumano» il trattamento in carcere di Anders Behring Breivik. Ma al killer di Utoya, che dopo cinque anni di isolamento accusa lo Stato norvegese di volerlo «uccidere» condannandolo alla solitudine e ai mal di testa in una cella fornita di PlayStation e tv, è sfuggito il dato essenziale. La sua stessa accusa si fonda sul principio dell’inviolabilità dei diritti umani e della dignità della vita.
(…)
Sopravvissuti e familiari delle vittime — dei ragazzi inseguiti nel bosco sul fiordo e freddati con un colpo alla testa — rispondono con incredulo dolore ma anche con la consapevolezza che lo Stato di diritto che ha messo la legge al di sopra della forza e della vendetta ha le sue vie, le sue regole, forza sufficiente ad ascoltare le parole di un massacratore per non esiliarlo ma tenerlo dentro la cornice della legalità, con fermezza massima.
Questo resterà di Breivik. Non i deliranti proclami contro il multiculturalismo dell’Occidente e la minaccia dell’islamizzazione forzata. Non il processo giudiziario trasformato in tribuna politica per esaltare il nazionalsocialismo con tanto di braccio destro alzato e testa rasata. Ma la debolezza, la paura vile, la resa.

(1) Tutti gli stati prevedono che, anche se è stata espiata la pena, persone di plateale e manifesta pericolosità sociale possano continuare a ricevere limitazioni alla propria libertà. Un pazzo assassino che annuncia urbi et orbi che una volta uscito dal carcere si vendicherà su tutto e su tutti può, legalmente e legittimamente, essere trattenuto al gabbio. La legge stessa lo prevede.

Magistratura ascientifica

Fra i commenti a questo articolo del fatto quotidiano:

Inchiesta petrolio, Noe acquisisce migliaia di cartelle cliniche per verificare tumori

Dopo aver portato alla luce sistema “illecito” di smaltimento di rifiuti delle attività estrattive in Val d’Agri, ora una parte delle attività degli inquirenti si concentra su quanto e come la lunga serie di reati contestati agli arrestati possa aver fatto male alla salute dell’ambiente e delle persone

è comparsa una perla di Tony Zucchini

Ok non e’ ancora giornalismo ascientifico ma come nel caso della
Xylella, questa “indagine” e’ propedeutica al giornalismo ascientifico
ed e’ sicuramente funzionale ad una narrazione sensazionalista-ansiogena
che suggeristica in maniera semplicistica indebite correllazioni.

Ma il Noe e la magistratura con migliaia di cartelle cliniche pescate a
casaccio dagli ospedali si trasformeranno nella succursale lucana della
IARC ?

Forse troveranno che ANCHE in Basilicata si puo’ morire di tumore ?

Impiegheranno anni a fare epidemiologia oncologica prendendo dati a casaccio ?

Ma non bastava chiedere al registro dei tumori della Basilicata ?

Che senso ha prendere cartelle cliniche a casaccio senza alcun criterio
di classificazione epidemiologico e che in ogni caso gia’ esiste e che
se vuoi ripartire da zero ci vogliono anni ed un team di professionisti
che li analizzi ?

Sperano che un perito di parte avvalli i loro
teoremi per scatenare il solito polverone mediatico-giudiziario che si
risolve in appello od in Cassazione con un nulla di fatto ?

Non sarebbe il caso di aprire la pagina:

“Magistratura ascientifica” ?

Che mostra impietosamente il modus operandi scientifico di certa magistratura: raccogliere dati a casaccio sperando poi di trovare un qualche perito, magari un sociologo o un omeopata, che con la sua perizia confermi le tesi degli inquirenti, per quanto bislacche queste possano essere.

Come ha scritto Tony nel messaggio, non ha senso acquisire tale mole di dati se non si ha dietro una struttura capace di analizzarli, valutarli ed eliminare il rumore statistico. Struttura che poi è già esistente e si chiama registro dei tumori. Delle due una: o il registro tumori della Basilicata è colluso e collabora all’insabbiamento, ma allora mi aspetto venga chiamato come correo, oppure gli inquirenti non sanno che pesci pigliare e sparano a casaccio sperando di beccare qualcosa che giustifichi l’inchiesta. Il solito vizio italiano della giustizia “pesca a strascico”. Cioè come ha scritto:

Sperano che un perito di parte avvalli i loro
teoremi per scatenare il solito polverone mediatico-giudiziario che si
risolve in appello od in Cassazione con un nulla di fatto ?

Purtroppo precedenti di pseudoscienza usata per sostenere sentenze traballanti e, giustamente, cassate e ribaltate nei successivi gradi di giudizio, ne esistono e non pochi. E ciò, che la sentenza, insieme alle perizie, venisse sconfessata e ribaltata non ha mai portato, a memoria, a qualche conseguenza disciplinare o altro nei confronti dei periti e dei magistrati. E questo è un grave segno di giustizia malata che, invece di cercare torti e ragioni, viene usata come grimaldello politico per stuzzicare la pancia del bobolo; roba però da medioevo e santa inquisizione che da moderno stato liberale.

 

il caso ippolito

A quanto pare i cortocircuiti fra politica, magistratura e potentati riguardo alle questioni di politica energetica e industriale non sono solo eventi recenti. Leggere l’articolo, di cui ho riportato alcuni stralci, mi ha dato un senso di dejavu e soprattutto mi ha fatto pensare a molti, troppi, casi giudiziari recenti nei quali è implicata la scienza.

fonte: http://www.fisicamente.net/SCI_SOC/index-1838.htm

 

IL CASO IPPOLITO

(…)

Delle vicende che hanno portato Ippolito al vertice del CNEN ho già parlato. Restano da raccontare le vicende che portarono Ippolito in prigione e quindi fecero morire ogni velleità dell’Italia di rendersi autonoma da un punto di vista energetico ed in possesso di tecnologie da poter esportare.

Una premessa a quanto accadrà nell’agosto 1963 la si ebbe in giugno quando Bruno Ferretti, mai prima critico oltre la normale dialettica con la gestione dell’ente nucleare, cambiò di opinione facendo pubbliche dichiarazioni negative sulla gestione CNEN. A luglio il direttivo del gruppo DC al Senato incaricò il senatore Spagnolli, del quale più oltre seguiremo le gesta, di raccogliere elementi intorno all’attività del CNEN (si voleva fermare l’ascesa di Colombo, Presidente del CNEN, che, pur essendo della destra DC era in accordo con Ippolito sulla gestione dell’ente ?). Spagnolli già da tempo si occupava del CNEN (e del CNRN prima) egli era a contatto proprio con Bruno Ferretti che, a sua volta, era in contatto con Giampiero Puppi che condivideva la posizione critica uscita da qualche mese da un cilindro. Ippolito, sentendosi criticato, fornì alcuni giudizi sull’inaffidabilità di alcuni consiglieri ENEL, particolarmente Angelini, a Scalfari che ne fece un articolo per l’Espresso del 4 agosto.

Il Caso Ippolito vero e proprio iniziò subito dopo, il 10 agosto 1963, con una nota di Saragat, di ritorno da un viaggio in USA, dettata all’Agenzia democratica di proprietà del suo partito, il PSDI. Il discutibile e discusso personaggio, sempre dalla parte degli interessi della destra economica e degli USA, entrò nel merito di qualcosa che non conosceva, la politica nucleare ed addirittura la gestione tecnica di esso. Una cosa del genere sarebbe passata via senza provocare alcun interesse. Invece fu ripresa con grande clamore dalla stampa padronale. Solo l’Avanti!, la Voce repubblicana e l’Unità ebbero da ridire, anche pesantemente (il primo quotidiano in termini politici, il secondo in termini più tecnici, il terzo in termini politici e tecnici).

L’11 agosto 1963, mentre Ippolito era in vacanza ed il CNEN nel letargo estivo, uscì sul «Corriere della sera» un articolo che diede inizio alla «guerra nucleare». L’articolo, su due colonne, aveva il titoloElettricità ed energia nucleare e più in basso in grossi caratteri Dilapidazioni denunciate da Saragat. Ma che c’entra questo personaggio con il nucleare ? In ogni cosa americana c’è sempre il suo zampino e siccome questa è una cosa americana ecco Saragat.

Nella nota si sosteneva che l’Enel rappresentava quanto di meglio ci si  potesse attendere sul piano produttivo ed organizzativo mentre il CNEN amministrava in modo a dir poco disinvolto i soldi che lo Stato gli passava. Saragat così proseguiva:

«La verità è che negli enti che predispongono spese per la parte atomica occorrerebbe gente responsabile che conoscesse la materia, vale a dire studiosi seri, affiancati da amministratori oculati. Nel campo dell’energia nucleare sono avvenute, in Italia, dilapidazioni che meriterebbero un’analisi più approfondita e che, in ogni caso, non possono essere più tollerate. Il pubblico denaro deve essere amministrato con oculatezza e con senso di responsabilità».

Prendendo poi in considerazione le centrali nucleari italiane, Saragat sosteneva che esse, dal punto di vista economico, erano  un vero disastro. Secondo Saragat la costruzione di centrali  nucleari per la produzione di energia elettrica era assimilabile  alla costruzione di una segheria con l’intento di produrre segatura. Fin qui il capo del PSDI. Naturalmente resta da capire da chi  gli era venuta l’imbeccata visto che Saragat di queste cose era  assolutamente digiuno e non se ne era mai occupato. Questo  forse resterà un mistero a meno che non si voglia indagare a  fondo sui viaggi negli Usa fatti da questo personaggio e sui flussi di denaro nelle casse dell’ex PSDI. Lo stesso Ippolito ebbe a dire che

«fra tutte le azioni convergenti contro di me è stata certamente preminente l’azione svolta dalle multinazionali petrolifere» [Ippolito, 1978]. «I petrolieri desiderosi di smistare barili e costruire nuovi impianti di raffinazione, avevano tutto l’interesse che l’Italia non sviluppasse una politica nucleare alternativa al petrolio. E il mio tentativo di creare un’industria nucleare italiana urtava appunto gli interessi delle “sette sorelle”, i grandi gruppi — integrati — che, coprendo tutto il ciclo del petrolio, dalla ricerca alla vendita del prodotto finito, dominavano il mercato mondiale. Né era gradito alle grandi compagnie americane costruttrici di reattori e agli ambienti conservatori (per non dire reazionari) italiani, che non vedevano di buon occhio l’affermarsi di un ente dinamico e moderno, qual era il CNEN»  [Barrese].

(…)

Qualora mi sia chiesto di prendere una decisione prima del compimento dell’inchiesta, ritengo mio dovere restare segretario generale del Cnen, non solo per rendere ragione del mio operato, ma per rimanere accanto a quei collaboratori e quei colleghi con i quali abbiamo creato in Italia negli ultimi dieci anni l’ente pubblico per l’energia nucleare [Citato da Barrese].

In un incontro con il ministro dell’industria Togni, Ippolito venne sottoposto a ricatto: dimettersi dall’Enel (dove gli era stato chiesto di andare da Emilio Colombo, il suo capo nel CNEN!) e dopo inchiesta al CNEN. Caspita, Togni chiedeva ad Ippolito di andarsene dall’Enel, dove non risultavano irregolarità vere o presunte, e di restare al CNEN dove vi erano accuse contro la sua persona ? Ippolito dirà in seguito:

Persi il lume degli occhi e a Togni risposi tra i denti che il Cnen non era Fiumicino. Per il ministro fu come uno schiaffo. Immediatamente venni messo alla porta [Citato da Barrese].

Ippolito aveva sputato in faccia a Togni il gigantesco scandalo di Fiumicino del 1961 (lavori durati 15 anni, costi moltiplicati per 10, terreni acquitrinosi acquistati dalla duchessa della nobiltà vaticana e cioè nera Anna Maria Torlonia a 45 lire al metro quadro quando il prezzo di mercato era tra 3 e 7, realizzato da ditte vicine a DC e Vaticano, pista principale che sprofonda poco prima dell’inaugurazione). In tale scandalo erano stati implicati Andreotti, Pacciardi e lo stesso Togni.

Sabato 31 agosto il ministro democristiano Togni (che in occasione del suo protagonismo nello scandalo di Fiumicino fu difeso da Andreotti che lo definì uomo dal carattere propulsore a turbina elettrica e che, si ricorda, il 25 maggio 1958, in un giro elettorale, riuscì in 5 ore a porre ben 16 prime pietre senza dimenticare di fare un intermezzo per il pranzo), non lasciando ad Ippolito tempi per la difesa o per eventuali opzioni tra una carica e  l’altra, fingendosi scandalizzato per una cosa che già sapeva e che sapevano tutti anche se tutti aveva scandalizzato, emise un  comunicato con il quale Ippolito era dichiarato sospeso dal suo  incarico al CNEN. Il 14 ottobre il consiglio di amministrazione dell’Enel sostituì il nome di Ippolito con altro nominativo.

Ma quali erano gli elementi di diritto sui quali si era basato Togni per prendere queste decisioni di estrema gravità ? Vi erano solo voci ed illazioni che accompagnavano campagne di stampa. Nessun dato certo, niente che desse adito a questioni sostanziali. Togni si mosse abusando della sua autorità !

«Nel frattempo un miscuglio di rivelazioni della stampa, di inchieste più o meno sommarie, di voci e indiscrezioni aveva sollevato dubbi sulla correttezza amministrativa della gestione del Cnen, della quale Ippolito era l’unico o il principale imputato.  Una commissione d’indagine,  nominata  il  2  settembre  a tamburo battente dal ministro Togni, rimetteva il 15 ottobre le  sue conclusioni. Esse apparvero tanto gravi da risvegliare l’interesse della magistratura per l’apertura di un processo penale. Con queste battute finiva, più o meno, lo scandalo nucleare e cominciava lo scandalo “Ippolito”, pericoloso per l’interessato, assai meno per gli altri. Delle iniziali accuse Saragat: dilapidazione e sperpero di pubblico denaro da parte del Comitato Nucleare non si sarebbe più parlato. Sarebbero venuti a galla il “peculato”, “l’abuso in atti d’ufficio”, le “distrazioni” e “l’interesse privato”» [Silvestri].

Tra le 55 ipotesi di reato (per 47 delle quali verrà condannato) Ippolito venne anche accusato di aver usato una camionetta del CNEN per i suoi spostamenti personali quando era in vacanza a Cortina e di aver fatto stanziare dei fondi a favore dello storico Vittorio De Caprariis perché scrivesse una storia d’Italia attraverso la storia delle varie tappe del pensiero e delle realizzazioni tecnico-scientifiche (storia ancora mancante!). E’ anche utile riportare qualche esempio di distrazione di fondi: 5.195.000 lire per sussidi al personale; 2.230.000 lire per premi al personale; 85.000 per un regalo a un dipendente; 397.800 per abbonamenti vari. Un vero criminale.

A seguito della sospensione di Ippolito dal CNEN decretata da Togni il 31 agosto del 1963, con un tempismo degno di personaggi assurti alla cronaca politica, mondana e giudiziaria dal 1994 e del suoavere la propulsione di una turbina elettrica, il Procuratore Generale della Repubblica di Roma, il porto delle nebbie che non aveva portato nessuno alla sbarra dei potenti dei vari scandali DC e che  rimarrà tale ancora per molti anni, Luigi Giannantonio, il 6 settembre successivo inviò a Togni, e per conoscenza al Presidente del Consiglio, la seguente lettera:

Giusto quanto pubblica la Gazzetta ufficiale n. 224 del 4 settembre 1963, l’Eccellenza vostra con decreto del 31 agosto 1963 ha sospeso il prof. ing. Felice Ippolito dalle funzioni di segretario generale del Cnen e con altro decreto, di pari data, ha nominato una commissione di indagine sulla gestione amministrativa del detto segretario generale, commissione che dovrà riferire con relazione scritta entro il termine massimo del 15 ottobre p. v. Ora per l’adempimento dei doveri di questo ufficio, in ordine anche a recenti e ben note pubblicazioni giornalistiche, prego l’Eccellenza vostra di volermi inviare. non appena sarà presentata, copia della relazione della commissione di indagine e di volermi intanto rimettere copia dei rilievi del collegio dei revisori dei conti di cui si parla nel decreto di sospensione, nonché copia del rapporto redatto da un comitato di senatori di cui parlano alcuni giornali [Citato da Barrese].

37 giorni dopo, note le conclusioni della commissione ministeriale d’indagine, Ippolito si recò al palazzo di Giustizia  per fare dichiarazioni spontanee in propria difesa, dichiarazioni che occuperanno 4 giorni. Intanto era stato destituito (14 ottobre) da consigliere ENEL.

Il 4 marzo 1964, con queste accuse, Ippolito venne arrestato e condotto a Regina Coeli da dove attenderà, in stato di detenzione, la sentenza che sarà letta il 29 ottobre 1964.

Il processo ad Ippolito iniziò l’11 giugno 1964 (il Tribunale era composto dal Presidente Giuseppe Semeraro e dai giudici Carlo Testi e Luigi Bilardo) con un Pubblico Ministero, Romolo Pietroni, che fece l’impossibile, anche cose scorrette, per arrivare alla condanna. Il Pietroni sarà indagato nel 1971 dalla Commissione parlamentare antimafia per aver avuto rapporti con la vicenda dell’infiltrazione mafiosa nella Regione Lazio quando il DC Girolamo Mechelli chiamò a lavorare in Regione Natale Rimi, figlio del numero 2 della mafia trapanese, in seguito all’intervento del pregiudicato commercialista Italo Jalongo, consulente fiscale nientemeno che di Frank Coppola (noto mafioso che abbiamo già incontrato con il senatore DC Messeri, uno degli accusatori di Ippolito). Pietroni era consulente dell’antimafia e frequentava amichevolmente Jalongo; e non solo: aveva anche rapporti per raccomandazioni con Mechelli al quale chiedeva notizie sui trasferimenti di Rimi da Alcamo. Pietroni venne cacciato dall’antimafia ma rimase come braccio destro del magistrato Carmelo Spagnuolo, anch’egli criticato dall’antimafia. Finalmente, nel 1976, vedrà la galera, per merito del giudice istruttore di Spoleto Fiasconaro. Gli vennero addebitati rapporti stretti con la mafia (consulenze a noti mafiosi e soffiate sui lavori dell’antimafia e della Corte d’Appello di Roma), violazione dei doveri della sua funzione, corruzione (bustarelle Standa). Ma Pietroni venne infine assolto …

Tale Pietroni chiese per Ippolito una condanna a 20 anni di reclusione (sic!). ma non citò Colombo e neppure il senatore DC Focaccia (“all’allora Presidente del CNEN non si può attribuire alcuna responsabilità di aver autorizzato con dolo qualche violazione di legge. Anzi, semmai, si può dire che l’onorevole Colombo non è il complice di Felice Ippolito, ma la vittima più importante“). Quel Colombo che aveva autorizzato Ippolito, con un suo specifico decreto, a firmare impegni e contratti fino ad un importo di 100 milioni. E Colombo e Moro non furono per nulla turbati da un pm che non riteneva legittimo il decreto di Colombo e che procedeva con questa indegna richiesta di condanna. E non si turbarono neppure della condanna ad 11 anni e 4 mesi di reclusione che Ippolito ebbe in primo grado di giudizio. Contro questo comportamento della magistratura si ebbero duri giudizi di Galante Garrone (“Un diniego dei diritti dell’imputato e della difesa“) e Arturo Carlo Jemolo ed addirittura ilCorriere della Sera si espresse con giudizio negativo sulla sentenza.

Il fatto comunque straordinario è quello che riferisce bene Barrese:

Al processo, Ippolito deve rispondere di ben quaranta capi d’accusa che vanno dal falso continuato in atti pubblici, al peculato continuato, all’ interesse privato continuato, all’ abuso continuato in atti d’ufficio. Tutto continuato. A leggere la lunga sfilza di imputazioni, alcune delle quali particolarmente infamanti, c’è da pensare a un incallito furfante e come tale Ippolito viene presentato all’ opinione pubblica. Ma poiché si tratta di reati continuati, come mai il segretario generale del Cnen li ha potuti compiere, senza che nessuno se ne accorgesse? Dove erano i «controlli» e i revisori dei conti, dov’era il comitato di ministri che aveva il compito di vigilare sull’ attività del Comitato nucleare?

Ecco allora che la tesi dell’imbecillità o dell’esautoramento di Colombo e dei membri della commissione direttiva del Cnen, benché non spieghi le carenze di altre persone e di altri organi, diventa, più che funzionale, necessaria all’accusa. Che altrimenti non può reggersi.

Su gran parte degli addebiti ritenuti reati dal tribunale, vi sarà però una ben diversa valutazione in secondo grado. I giudici d’appello, infatti, non soltanto assolveranno Ippolito da molte imputazioni, ma addirittura lo elogeranno per alcuni episodi sui quali il tribunale aveva espresso un duro verdetto di colpevolezza.

Gli ambienti della ricerca scientifica italiana solidarizzarono subito con Ippolito. Vi furono prese di posizione dell’Associazione sindacale dei ricercatori di fisica (Asrf), da parte di quasi tutti i professori cattedratici di fisica italiani e da parte di molte altre personalità del mondo della politica e del giornalismo. Prima della condanna, praticamente tutti gli scienziati italiani (65 su poco più di 70 cattedratici di fisica su tutto il territorio nazionale) avevano indirizzato una lettera al Tribunale in cui si diceva:

I fisici italiani titolari di cattedra universitaria che aderiscono alla presente dichiarazione hanno partecipato a vario livello di responsabilità alla vita scientifica italiana di questo ultimo decennio e alle discussioni che hanno portato alla formulazione e alla esecuzione di quei nuovi, grandi strumenti oggi disponibili alla ricerca, quali l’Istituto nazionale di fisica nucleare, i laboratori nazionali di Frascati ed il Centro europeo per le ricerche nucleari (Cern).

Nelle scelte e nelle decisioni è anche avvenuto che i fisici si trovassero in posizioni fortemente contrastanti fra loro, posizioni che avevano comunque in comune il vivo desiderio di elevare la ricerca scientifica del Paese. Argomento di questi dibattiti sono state fra l’altro le funzioni, le decisioni e le scelte del Comitato nazionale per le ricerche nucleari (Cnrn) e successivamente del Comitato nazionale per l’energia nucleare (Cnen). Né poteva essere altrimenti, dato che la maggior pane delle realizzazioni si è fatta attraverso questi organi.

Profondamente colpiti per la grave richiesta del pubblico ministero nei confronti del segretario generale del Cnen prof. Felice lppolito, i dichiaranti ritengono che possa giovare al corso della giustizia la testimonianza di coloro che si sono trovati nelle migliori condizioni per valutare i risultati del lavoro svolto. Essi pertanto dichiarano quanto segue:

1. Il Cnrn ed il Cnen sono intervenuti in questi anni nella ricerca universitaria salvando il prestigio scientifico del nostro Paese, prestigio che non avrebbe potuto essere adeguatamente difeso, per carenza di mezzi, da parte del ministero della pubblica istruzione e del Consiglio nazionale delle ricerche. Certamente la maggior parte della ricerca tisica italiana si è svolta su dispositivi ed iniziative del Cnen. Le decisioni sui finanziamenti non sono stare sempre unanimi e non è mancato il dibattito; ma è possibile affermare che nel nostro Paese le somme impegnate per la ricerca hanno avuto un rendimento scientifico certamente maggiore di quello ottenuto in ogni altro Paese. Poiché il Cnen è il maggior responsabile di quanto si è fatto, ad esso va attribuito il merito dei risultati conseguiti.

2. Il prof. Felice Ippolito quale Segretario generale del Cnen ha grande responsabilità di quanto si è realizzato. Ognuno dei dichiararnti ha potuto valutare la sua opera e molti di essi hanno avuto con lui scambi occasionali o continui. Il terreno della discussione, del dibattito, dell’accordo, anche dei contrasti, è stato sempre quello della ricerca, della scienza, della tecnica. In ogni contatto il prof. Ippolito è risultato essere persona volta al progresso del Cnen. La sua esuberanza, la sua ansietà di accelerare i tempi dello sviluppo scientifico dei nostro Paese, possono avere degenerato in eccessivo ottimismo, ingenuità o leggerezza; ma mai egli è apparso persona meschina o incline a mediocri compromessi personali.

È pertanto profonda convinzione dei dichiaranti che la figura dell’ex Segretario generale del Cnen vada chiaramente inquadrata in queste prospettive [Citato da Barrese].

Il 14 novembre  1964 fu organizzata a Roma,  al Ridotto del teatro Eliseo, una manifestazione in sostegno di Ippolito alla quale aderirono pressocché tutti i fisici italiani e una quantità incredibile di persone della cultura e della società civile. Durante questa manifestazione il professor Amaldi (tra i più grandi fisici nucleari del mondo e padre della fisica italiana postbellica), il più eminente fisico italiano, attaccò duramente Saragat (e le manovre politiche  che si potevano intravedere dietro il suo operato) e difese puntualmente la politica seguita da Ippolito nel Cnen. In particolare Amaldi ebbe a dire che le affermazioni di Saragat (secondo cui la costruzione di centrali nucleari per la produzione di  energia elettrica era assimilabile alla costruzione di una segheria  con l’intento di produrre segatura) avevano meritato a questo  eminente personaggio un solido posto, in Europa, nel mondo della barzelletta.

A nulla servi tutto ciò. Ippolito fu condannato a undici anni e 4 mesi di prigione senza la concessione di alcuna attenuante: un vero criminale incallito al cui confronto un qualche Presidente del Consiglio è un gran signore. E gli industriali ex-elettrici non fecero mistero di aver pagato la campagna diffamatoria di stampa contro Ippolito.

(…)

Le vicende processuali di Ippolito seguirono in un processo d’appello che ebbe altri esiti anche se non si poteva passare ad una assoluzione (la magistratura ne sarebbe uscita con le ossa rotte). Intanto vi fu ancora una pesante d’interferenza del capo del porto delle nebbie, il Procuratore Generale di Roma Giannantonio. Quando fu indicato Donato Di Migliardo a sostenere l’accusa e quando Giannantonio seppe che Di Migliardo non aveva tesi precostituite di colpevolezza, lo esonerò. La cosa andò bene solo perché, prima di designare un nuovo accusatore, Giannantonio se ne andò dalla Procura di Roma. Su 27 tra i capi d’accusa che lo avevano visto condannato in primo grado, nell’appello verrà assolto. L’accusa più grave che gli verrà contestata sarà quella di distrazione di fondi pubblici per aver acquistato molte copie del libro di scritti e discorsi di Colombo per farne omaggio in giro. Il Tribunale elogerà spesso Ippolito per aver fatto bene il suo lavoro ed aver sostenuto gli interessi dell’Italia. Il 4 febbraio 1966 lo condannerà solo a 5 anni e tre mesi ed uno di questi anni sarà condonato. La libertà provvisoria per aver scontato oltre metà della pena (2 anni e venti giorni) arriverà il 23 maggio. Il 15 novembre 1967 la Cassazione respinse i ricorsi dell’accusa. Ed arriviamo alla farsa: nel marzo 1968 il Presidente della Repubblica ubriacone, Saragat, concesse la grazia d Ippolito. Fatto importante è che, con la grazia, Ippolito riacquistò i diritti civili e quindi poté tornare ad insegnare e ad occupare posti di prestigio. Nel 1996 l’Accademia Nazionale delle Scienze detta dei Quaranta gli consegnò una medaglia d’oro per meriti scientifici e, nello stesso anno, il Presidente Scalfaro gli concesse la massima onorificenza italiana, la Croce al merito della Repubblica. Appena un anno prima della scomparsa di Ippolito, avvenuta a Roma il 24 aprile 1997.

Per concludere altri due fatti significativi e qualche considerazione.

Non è un caso che, appena esploso il caso Ippolito, nel settembre 1963, in un convegno della DC dal titolo Partiti e Democrazia, Paolo Emilio Taviani fece un intervento in cui chiese il finanziamento pubblico dei partiti per evitare le concessioni sempre maggiori alle richieste dei grossi gruppi industriali.

Amaldi in una intervista a D. Sacchettoni (Il Messaggero del 13 aprile del 1977) affermava:

«Forse ci furono errori da parte nostra e forse, anche in buona fede magari, dall’altra parte. Saragat bloccò tutto e poco dopo fu eletto presidente della repubblica. Ciò fu casuale? È probabile, ma resta qualche sospetto… Se fossimo andati avanti forse i problemi di oggi [il duro dibattito sul nucleare iniziato a partire dalla seconda metà degli anni ’70, n.d.r.] non si porrebbero».

(…)

Un giudice…

fonte: http://www.lastampa.it/2015/06/13/italia/cronache/treviso-giudice-non-emette-la-sentenza-se-sbaglio-devo-pagare-lZbOX5HH7sQGJZXLylfKxM/pagina.html

Il timore di dover pagare di tasca propria i danni di una sentenza che potrebbe rivelarsi “sbagliata” ha convinto un giudice penale di Treviso a sollevare la penna ed evitare di firmare la condanna per un presunto contrabbandiere.

Cristian Vettoruzzo “scosso” dalla normativa di febbraio sulla responsabilità civile dei magistrati ha rinviato la questione alla Corte Costituzionale. Come dire, difficile pronunciarsi “in nome del Popolo italiano” se poi a pagare sono io. Il magistrato avrebbe dovuto sentenziare sulle responsabilità di un locatario di un capannone nel quale erano stati trovati 47 quintali di sigarette di contrabbando. «Dal dibattimento erano emersi solo elementi indiziari – spiega Vettoruzzo – e la valutazione di questi è particolarmente difficile e rischiosa in ordine alla correttezza dell’esito del giudizio». La legge introduce la possibilità che in caso di errore la vittima possa chiedere il risarcimento del danno allo Stato il quale ha l’obbligo di rivalsa sul magistrato mediante trattenuta mensile fino a un terzo sullo stipendio.

Ed è stato proprio questo aspetto a fare ammettere a Vettorazzo che un magistrato non può sentirsi «umanamente» sereno. «Per forza di cose – scrive nell’ordinanza – se sa che la sua attività di valutazione potrà comportargli una responsabilità civile per danni, il giudice sarà portato, quale essere umano, ad assumere la decisione meno rischiosa che nel processo penale è quasi sempre identificabile nell’assoluzione dell’imputato».  (…)

Sinceramente penso che questa vicenda mostri il peggio della magistratura italiana; la pavidità, il ritenersi non “giudici” ma giustizieri, che il giudice debba sposare sempre le tesi del PM, l’equazione inquisito = condannato. Tutti motivi per i quali la comunità europea ci ha giustamente sanzionato.

Partiamo dalla parte in grassetto:

«Dal dibattimento erano emersi solo elementi indiziari – spiega Vettoruzzo – e la valutazione di questi è particolarmente difficile e rischiosa in ordine alla correttezza dell’esito del giudizio»

Ci sono indizi ma non sono prove che inchiodano. Un principio della giurisprudenza moderna è “in dubio pro reo” ovvero che si deve condannare solo se le prove sono chiare e “oltre ogni ragionevole dubbio”. Se ci son solo elementi indiziari significa che non ci son prove, e quindi dovrebbe essere automatica l’assoluzione. L’alternativa quale sarebbe? che in primo grado si condanni in ogni caso perché tanto c’è l’appello? Questa mentalità ha partorito mostruosità giuridiche come il processo dell’Aquila, processo dove la sentenza di I grado non è stata riformata ma ribaltata e demolita dal secondo grado. Eppure ciò non avrà alcuna conseguenza verso il giudice di I grado. Oppure l’indecente balletto del caso Knox-Sollecito.

Mi sembra che la decisione nel caso sollevato dal giudice sia chiara: le prove sono insufficienti e quindi è d’obbligo l’assolvere, per quanto questo possa portare ad un potenziale delinquente in libertà. L’assoluzione, nel caso, di un delinquente non è colpa del giudice, può essere colpa di indagini fatte con leggerezza dalle FFOO oppure di scarsa professionalità del pubblico ministero. In uno stato che vuol dirsi moderno e civile per condannare servono prove, prove che reggano al contraddittorio fra le parti, non servono impressioni o “il popolo sostiene/vuole che” in pieno stile santa inquisizione.

Altra parte molto critica verso la magistratura è:

se sa che la suaattività di valutazione potrà comportargli una responsabilità civile per danni

Capita ai medici, ai dirigenti pubblici, a chiunque debba prendersi la responsabilità ultima di una decisione. Se un magistrato non vuol prendersi la responsabilità di fare il magistrato l’unico è che dia le dimissioni e scelga qualche lavoro dove non sia richiesto di prendere alcuna decisione. La legge non parla di generico errore ma fa scattare la responsabilità del magistrato solo in caso di:

Art. 2. Responsabilità per dolo o colpa grave.

  1. Chi ha subìto un danno ingiusto per effetto di un comportamento, di un atto o di un provvedimento giudiziario posto in essere dal magistrato con dolo o colpa grave nell’esercizio delle sue funzioni ovvero per diniego di giustizia può agire contro lo Stato per ottenere il risarcimento dei danni patrimoniali e anche di quelli non patrimoniali che derivino da privazione della libertà personale.
    2. Nell’esercizio delle funzioni giudiziarie non può dar luogo a responsabilità l’attività di interpretazione di norme di diritto nè quella di valutazione del fatto e delle prove.
    3. Costituiscono colpa grave:
    a) la grave violazione di legge determinata da negligenza inescusabile;
    b) l’affermazione, determinata da negligenza inescusabile, di un fatto la cui esistenza è incontrastabilmente esclusa dagli atti del procedimento;
    c) la negazione, determinata da negligenza inescusabile, di un fatto la cui esistenza risulta incontrastabilmente dagli atti del procedimento;
    d) l’emissione di provvedimento concernente la libertà della persona fuori dei casi consentiti dalla legge oppure senza motivazione.

Art. 3. Diniego di giustizia.

  1. Costituisce diniego di giustizia il rifiuto, l’omissione o il ritardo del magistrato nel compimento di atti del suo ufficio quando, trascorso il termine di legge per il compimento dell’atto, la parte ha presentato istanza per ottenere il provvedimento e sono decorsi inutilmente, senza giustificato motivo, trenta giorni dalla data di deposito in cancelleria. (…)

Quindi il risarcimento scatta solo se c’è dolo o colpa grave oppure gravi omissioni in atti d’ufficio e la decisione su una eventuale condanna al risarcimento è lasciata alla magistratura stessa.Il fatto che un magistrato abbia paura delle decisioni dei colleghi dovrebbe essere un fatto alquanto grave che faccia pensare e riflettere bene. Non vedo poi dove ci siano penalizzazioni rispetto ad altre categorie. E se domani l’ordine dei medici chiedesse, in nome della tranquillità dei medici, che i risarcimenti per malasanità, dolo o colpa grave del singolo medico, non vengano addebitati al reo ma se ne faccia carico l’SSN perché un chirurgo non può entrare in sala operatoria con quelle preoccupazioni?

 

Non si discutono le sentenze, quali però?

Non bisogna credere alle massime(0).

La recente sentenza della corte europea sui fatti di bolzaneto durante il G8 ha risvegliato ferite mai rimarginate risalenti a quel periodo. Il G8 di genova è stato uno degli eventi in cui l’idiozia italiota (tanto peggio, tanto meglio) si è espressa ai massimi livelli fra ragazzini convinti di giocare a partigiani 2.0 dal vivio contro un governo nazifascista e un governo schizofrenico che ondeggiava dal voler assecondare i suddetti ragazzini per evitare accuse di essere nazifascista e il non voler scontentare i propri elettori stufi di vedere teppaglia che con la scusa della resistenza (non si capisce bene contro chi o contro cosa) coglieva l’occasione per sfasciare tutto. Con la partecipazione di una opposizione allo sbando dopo la papina del 2001 che sognava di ripetere quanto capitato con il governo tambroni.

Non voglio parlarne ulteriormente, rimane il fatto che due vicende giudiziarie legate ai fatti di genova: Carlo Giuliani e l’irruzione a Bolzaneto, hanno avuto anche strascichi giudiziari europei; una corte europea si è dovuta esprimere sia nel primo (assolvendo placanica) che nel secondo caso (condannando il governo italiano).

Questo ha avuto come conseguenza il cortocircuitare molti di quelli che consideravano il potere giudiziario l’arma assoluta per premiare i buoni e punire i malvagi. Sui forum è tutto un susseguirsi di acrobazie verbali sia per dimostrare che la corte abbia preso una cantonata nel caso giuliani sia per dimostrare che la corte abbia detto cose giuste e sacrosante nella sentenza su bolzaneto. O il viceversa. Cortocircuiti capitati tutte le volte che lo schema (sentenza -> bene, chi critica sentenza -> malafede) pompato a iosa perché l’unica cosa capace di abbattere il cavaliere nero, vista la sostanziale incapacità politica di una opposizione di costruire e mantenere una linea politica alternativa qualsiasi che non si limitasse al solo “votate noi altrimenti arriva il cavaliere nero…”(1).

Quindi la magistratura era da benedire ed era vietatissimo contestarla, i suoi esponenti erano dei semidei a metà strada fra dredd e perry mason. E le sentenze erano Vangelo, Corano, Tamuld e Rig Veda(2). Peccato che questo bellissimo fumetto è stato rovinato da sentenze polemiche che talvolta hanno contrastato e di molto contro la sciocca costruzione: “buoni contro cattivi” di molti farlocchi. Prendiamo ad esempio le sentenze sul terremoto dell’aquila: quella di primo grado era giusta perché colpiva indirettamente berlusconi, bertolaso e le varie cricche, era giusta nonostante fosse un guazzabuglio di 900 e passa pagine di supercazzole in cui si cercava di dimostrare che gli scienziati cattivi non avevano dato retta a chi poteva prevedere il terremoto e anzi hanno lo hanno definito ciarlatano. E questo ha causato le vittime del terremoto. E la sentenza di appello che censura pesantemente quella di primo grado come la mettiamo? come la mettiamo con le diverse sentenze sulla pessima vicenda di Amanda Knox? Sentenze che si contraddicono fra di loro.

La verità è che se la magistratura è nello stato disastrato cui si trova è anche a causa di chi vede il giudice come un supereroe che raddrizza torti e punisce i malvagi e non come un tizio, umano e quindi soggetto anche lui ad errore, che deve cercare di stabilire ragioni e torti.  Chi contesta superman, nei fumetti di superman? Solo i cattivi o persone traviate da Lex Luthor.  Ma la realtà non è un fumetto, ha molte più sfacettature. E considerare la vita solo un fumetto spesso costringe a doversi dedicare alle arrampicate sui vetri.

(0) ennesima variazione sul tema del paradosso del mentitore

(1) Nella legislatura 1996 – 2001 la sinistra aveva avuto quattro governi (Prodi I, Dalema I e II, Amato) e il governo Dalema I nacque, a causa dell’intervento nei balcani degli amerrigani, grazie alla campagna acquisti di mastella e cossiga.

(2) Testi sacri di cristianesimo, islamismo, ebraismo e induismo.

Sarà razzismo?

Ennesima sbroccata da parte della magistratura

fonte: http://www.ilsecoloxix.it/p/italia/2014/12/19/ARH7civC-istituzioni_elemosina_figlioletta.shtml

Bergamo – Un uomo che aveva abbandonato la figlia di sette anni nel centro di Bergamo è stato assolto dall’accusa di abbandono di minore con la motivazione che la bimba è Rom, abituata a questo tipo di situazione. (…)

Il gip lo ha però assolto perché il fatto non costituisce reato.

E ha spiegato nella motivazione che in questo caso l’abbandono della bimba non l’aveva esposta «a nessun tipo di pericolo (ciò avviene – dirlo sembra cinico, se non addirittura venato di razzismo, ma e’ semplicemente realistico quando i bimbi stessi sono abituati a queste situazioni e conoscono perfettamente lo stile di vita nel quale sono destinati a crescere, senza che lo Stato-tutela ritenga di intervenire in qualche modo)».

Tanto è vero che gli stessi vigili non si erano rivolti ad alcuna agenzia di protezione dell’infanzia e la stessa Procura minorile aveva già riaffidato la piccola al padre, «di fatto valutando come non abbandono nel senso pregnante del termine cio’ che il padre aveva appena fatto»..

Partiamo dalla fine: chi dovrebbe, a norma di legge, tutelare i minori è la procura minorile, organo dello stato preposto a ciò, non agenzie per la tutela dell’infanzia. Seconda cosa il “senza che lo Stato-tulela ritenga di intervenire in qualche modo” Chi è lo Stato? chi è predestinato, dalla legge, a dover intervenire in questi casi? non è forse la magistratura minorile?

Se la notizia fosse stata:

il giudice ha assolto l’aggressore in quanto il tentativo di palpeggiamento non aveva causato alcun danno fisico e, sembra cinico se non addirittura venato di maschilismo ma è semplicemente realistico, che quando una donna indossa la minigonna sia abituata ad essere considerata di facili costumi?

Credo che le femministe avrebbero fatto fuoco e fiamme e avrebbero spaccato le scatole per anni per questa sentenza (già lo fanno per sentenze immaginarie che esistono solo nei titoli dei giornali, la cassazione non ha mai enunciato il principio che “se una donna indossa i jeans allora non è stupro(1)”.

Poi,  adesso dove sono i pasdaran della costituzione? quelli che tirano fuori l’articolo 3 anche per stigmatizzare il diverso tempo di cottura degli spaghetti e dei maccheroni? Sono questi i comportamenti che creano razzismo e portano elettori a Salvini, l’avere una legge per gli uni ed un altra per gli altri, il rispettare pedissequamente o l’ignorare allegramente il dettato costituzionale a seconda della convenienza del momento, il giudicare lo stesso comportamento come razzista se rivolto da A verso B o perfettamente accettabile, anzi encomiabile, se rivolto da B verso A.

Urge una riforma della magistratura, urge che i giudici debbano rispondere di certe perle.

(1) Quello che aveva detto è che c’era una contraddizione, non sufficientemente giustificata nelle motivazioni della sentenza, fra il fatto che la vittima indossasse i jeans, che questi le erano stati strappati violentemente di dosso e che non ci fossero tracce di colluttazione sul corpo della presunta vittima.

Sul delitto di garlasco

Ennesima solenne porcata che dimostra lo stato disastrato e disastroso della giustizia italiana.

Brevemente, Stasi è stato

  • Assolto in I grado.
  • Assolto in II grado.
  • La corte di cassazione cassa la sentenza di II grado e chiede che venga celebrato un nuovo processo.
  • Condannato nel secondo processo di II grado a 16 anni.

La prima cosa che mi chiedo è se le assoluzioni siano dovute a mala fede o buona fede dei giudicanti. Nel primo caso mi chiederei come mai non vengano presi provvedimenti, mentre nel secondo caso mi chiederei che fine abbiano fatto il principio giuridico del “in dubio pro reo“.

E la seconda è quanto abbia pesato sulla vicenda la pressione dei mezzi di comunicazione e la volontà di cercare il colpevole a tutti i costi.

 

Fermate nicholas cage…

Tutte le volte che compare in un film qualche povero cristo cade in una piscina ed affoga, come dimostra questo grafico. Tanto per spiegare che correlation does not imply causation (la correlazione fra due fenomeni non implica che uno sia causa dell’altro).

Per il resto il sito http://www.tylervigen.com/ è pieno di grafici con spassosissime correlazioni. Però adesso ho il terrore dell’utilizzo che ne potrebbero fare alcuni giudici e alcuni periti…