Io, studentessa di Bologna, non mi sento rappresentata da voi finti rivoluzionari – TPI

Molto, molto interessante. Soprattutto il grido finale:

Per ultima cosa vi chiedo un favore: fatemi studiare, perché sono tre anni che spesso trovo le sedi universitarie occupate, sto parlando del caro 36 e del celeberrimo 38, e sono anni che private me e altri ragazzi di far lezione. Viva il diritto allo studio”.

Che condivido. Spesso i pseudorivoluzionari non son altro che teppisti in attesa di un pretesto per fare casino, pretesto che permette di coprire con una leggera mano di idealismo e buone intenzioni azioni che invece buone non sono. Poi parlano di cultura e di diritto allo studio ma spesso sono i primi a negare agli altri il diritto di studiare in ambienti “sicuri” e “tranquilli”.

Piena solidarietà alla studentessa.

Sorgente: Io, studentessa di Bologna, non mi sento rappresentata da voi finti rivoluzionari – TPI (grassetti miei)

Rispetto agli scontri avvenuti nella giornata di giovedì 9 febbraio tra la polizia e gli studenti dell’università di lettere di Bologna, S*** C***, una studentessa del Dams, ha voluto scrivere a TPI per fornire una diversa versione dei fatti e per rispondere alla versione del collettivo degli studenti universitario autonomo Bologna:

“Caro TPI, vorrei anche io raccontare la mia versione.

Sono una studentessa Dams, presso l’Università di Bologna. Zamboni 36 è la biblioteca universitaria del dipartimento di Lettere e Beni Culturali, penso l’unica a Bologna a far entrare senza alcun controllo. Si entra senza nemmeno lasciare un documento.

Il rettorato, con la decisione di voler aprire la biblioteca fino a mezzanotte – questo fa parte di un progetto per risollevare la zona universitaria e aiutare chi ha necessità a studiare fino a tardi – ha deciso di mettere i tornelli, per permettere di accedere alla biblioteca solo tramite badge. Badge che ogni studente universitario possiede.

Primo punto: chiunque inneggi alla privatizzazione, alla privazione dell’accesso di uno spazio pubblico, si dovrebbe ricordare la differenza tra biblioteca universitaria e biblioteca comunale. Quella biblioteca è universitaria e appartiene agli studenti. Chiunque altro può andare in qualsiasi biblioteca comunale, tra cui il bellissimo Archiginnasio o la Sala Borsa.

Secondo punto: il degrado e l’uso della biblioteca per uso non didattico. Cito il fatto dello scorso anno, quando un uomo si masturbò davanti a una studentessa. Tutti noi studenti sappiamo che tipi di persone popolano Piazza Verdi e son capaci di entrare liberamente in quella biblioteca.

Detto questo torniamo a cosa è successo: Il Collettivo universitario autonomo (Cua) grida allo scandalo, parla di deliberata chiusura di uno spazio di socialità e aggregazione da parte dell’Università e decide di boicottare i tornelli, spalancando prima le uscite di emergenza e due settimane dopo decide di smontare fisicamente i tornelli e di portare i resti in rettorato.

L’Ateneo, com’era prevedibile, chiude la biblioteca, in attesa di ristabilire le condizioni minime di sicurezza necessarie a tenerla aperta. Il Cua, previa assemblea, decide di forzarne la riapertura e di autogestire lo spazio. Cosa succede poi? L’Università chiede alla polizia di intervenire. Il risultato? Barricate coi cassonetti in Piazza Verdi, interno della biblioteca gravemente danneggiato, arresti e scontri durati una sera intera.

Ora: sì, la polizia ha usato la forza e non è mai bello vedere usare la forza contro gli studenti. Rispondere alla violenza con la violenza è la carte peggiore da giocare. Se tutti coloro che fanno parte del Cua avessero riflettuto solo un po’ di più su ciò che l’Università stava facendo, se avessero capito che quello era un servizio che l’Ateneo stava offrendo agli studenti, per permetterci di studiare in sicurezza fino a tardi, forse tutto questo non sarebbe successo.

Ma non l’hanno capito e ora ci ritroviamo con danni ingenti a una struttura universitaria, dovendo sentire tali persone che dicono di rappresentarmi e gridano alla rivoluzione.

No, non state rivoluzionando nulla. No, non mi rappresentate.

Per ultima cosa vi chiedo un favore: fatemi studiare, perché sono tre anni che spesso trovo le sedi universitarie occupate, sto parlando del caro 36 e del celeberrimo 38, e sono anni che private me e altri ragazzi di far lezione. Viva il diritto allo studio”.

all’università iniziano a svegliarsi, per fortuna.

Stavo leggendo le polemiche legate all’appello dei 600 docenti universitari riguardo alle competenze linguistiche degli studenti universitari.

Che dire? alla fine tutti i nodi stanno venendo al pettine; in un mondo “globale” dove l’area cui avviene la contesa non è la piazza del paesello, non è la città ma è tutto il mondo è difficile nascondere la polvere sotto il tappeto. Prima delle prove standardizzate “PISA” era facile cercare giustificazioni nelle specificità italiane e nell’impossibilità di confrontare i risultati di Calogero con quelli di Carlotta, e quelli di Carlotta con quelli di Hans e di Mary. Favoriti dal fatto che “o mangiavi la minestra, ovvero ti accontentavi dell’uscita dell’università locale, o saltavi la finestra”. Oggi invece “è facile” e quindi si comincia a ragionare sulle misure, senza considerare che spostarsi è più facile. E il risultato è impietoso.

Capisco il perché di una lettera così accorata; sinceramente: “chi assumerebbe per un profilo da laureato uno che parla e scrive come un bambino di terza elementare? vi fidereste della documentazione su un prodotto, progetto “critico” prodotta da lui? Penso di no. E questa risposta spiega anche una buona parte della disoccupazione di alcuni laureati; pur avendo conseguito la laurea son rimasti funzionalmente analfabeti. E questo porta alla conseguenza che la laurea smette di “dimostrare” le competenze della persona che l’ha conseguita, non diventa più un titolo credibile. E la perdita di credibilità del titolo porta automaticamente alla perdita di credibilità dell’istituzione che tale titolo rilascia. Conseguenza diretta di ciò è che molti inizieranno a ritenere non conveniente investire tempo e denaro per conseguire titoli “inutili” e sceglieranno altri percorsi formativi snobbando un università costretta, causa la mancanza di selezione negli anni precedenti, in un superliceo che deve promuovere tutti pena l’essere accusata di elitarismo e discriminazione.

Adesso che viene valutata l’uscita media dall’università e viene bocciata, i docenti iniziano a porsi il problema delle persone in ingresso al sistema. Speriamo bene; il sogno che basti il mero possesso di un pezzo di carta per acquisire, come per miracolo, le competenze che tale pezzo di carta dovrebbe implicare ha già fatto troppi danni.

 

 

 

Perché i laureati italiani hanno stipendi bassi?

Stavo leggendo questo articolo del fatto “Università, in Italia pochi laureati ma i loro stipendi restano bassi. Perché?” ; personalmente ho trovato che, nella ricerca della risposta alla domanda, retorica, l’autore non abbia trovato la risposta reale alla domanda e che la risposta che lui fornisce sia viziata da alcune fallacie di base ed errori metodologici.

C’è un’anomalia tutta italiana sugli introiti dei laureati. Dopo il recente sorpasso della Turchia, siamo praticamente il paese con meno laureati di tutta l’Ocse: con 18 laureati su 100 abitanti (fascia d’età 25-64) contro una media del 35%, solo il Messico fa peggio di noi. Con una tale penuria ci si aspetterebbe, secondo le ineffabili leggi della domanda e dell’offerta, che gli stipendi dei laureati siano significativamente più alti dei lavoratori con titoli di studio inferiori… ma i dati smentiscono questa ipotesi: anche nella classifica dei guadagni relativi i laureati italiani militano nella parte bassa della classifica, vicino a paesi ove le schiere di laureati sono decisamente più numerose.

Primo errore: non ha senso parlare di laureati così in blocco. Se si esplode la domanda e l’offerta si vedrà quanto aveva già notato stefano feltri; che c’è poca offerta e molta domanda in alcuni rami come ad esempio: informatica, medicina, ingegneria, e che invece c’è una offerta strabordante e, tolta la scuola, una domanda praticamente nulla per altri indirizzi come filosofia, lettere, scienze politiche.
E questa

A spiegare questa anomalia si sono sbizzarriti analisti di ogni provenienza. La tesi che trova più spazio nel dibattito pubblico è quella proveniente dall’area confindustriale: la colpa è dell’università italiana che non forma in maniera adeguata i laureati per le esigenze del mondo del lavoro (il leggendario mismatch). Per quanto sia una tesi molto reclamizzata, è facilmente smentita dal grande successo professionale che i nostri laureati incontrano all’estero: la “fuga dei cervelli” dimostra, infatti, l’incapacità del sistema produttivo italiano ad assorbire personale altamente qualificato, il che spiega peraltro come mai il valore aggiunto del dottorato di ricerca rispetto alla laurea sia praticamente nullo.

Peccato che la confutazione sia fallata; non puoi contestare una media con un caso singolo. Se si dice che, mediamente, il laureato italiano non è preparato per il mondo del lavoro non puoi confutare la media parlando di quell’un per cento di laureati che hanno successo all’estero. Per correttezza si dovrebbe parlare anche d quelli che partono convinti di diventare CEO di qualche multinazionale e si trovano a fare i “dishwasher manager1” o i “hall food chain operator2” in una primaria realtà dell’alimentare made in italy all’estero3.
Seconda cosa, continua l’ambiguità sugli indirizzi. Che un laureato in filosofia non sia preparato per calcolare le strutture di un ponte o che un laureato in lettere non sia capace di progettare e normalizzare una base dati è scontato e banale. Purtroppo se la domanda riguarda strutturisti e analisti di database le lauree, da sole, in lettere o filosofia sono inutili. Sotto quest’ottica confindustria ha ragione; se il mercato chiede strutturisti e analisti software e l’università produce filosofi e letterati, l’università non sta producendo quello di cui ha bisogno confindustria. Evidente e scontato.
Un ultima considerazione: se le università italiane, pur con tutti i loro problemi, sono reali fucine di eccellenza perché allora, alcuni casi particolari a parte, non attirano studenti dall’estero? Se il titolo conseguito è una “marcia in più” ad esempio in francia, perché i liceali francesi non tentano di conseguire il titolo in italia?

Però è anche vero che la maggior parte dei lavori svolto dai laureati, in Italia come altrove, non richiede un’eccellenza spinta: una buona parte del mistero rimane irrisolto e la tesi del mismatch resta quindi in voga per mancanza di spiegazioni alternative. Eppure, ragionando, qualche indizio lo si può trovare: consideriamo ad esempio la professione dell’insegnamento. L’insegnante è tipicamente il lavoro più diffuso tra i laureati, quindi il suo stipendio, sempre secondo le leggi del mercato, dovrebbe influenzare significativamente il livello stipendiale di tutti i laureati. Se lo stipendio dell’insegnante è alto, gli altri datori di lavoro dovranno offrire emolumenti comparabili per riuscire ad assumere personale preparato, mentre se lo stipendio dell’insegnante è basso gli altri datori di lavoro potranno ottenere personale preparato anche pagando stipendi più bassi.

(…)
Una parte importante della risposta all’anomalia italiana potrebbe quindi venire dagli stipendi relativamente bassi erogati dallo Stato, sia agli insegnanti che agli altri suoi dipendenti laureati. Chissà, forse varrebbe la pena investigare più a fondo questa ipotesi, invece di lanciarsi in avventurose quanto strumentali interpretazioni tese solo a screditare la qualità della formazione universitaria italiana nel suo complesso.

Purtroppo in italia lo stipendio degli insegnanti è basso perché la scuola è stata usata come ammortizzatore sociale per laureati le cui alte competenze avrebbero aperto solo le porte dei call center o di mcdonald. Basta vedere i risultati del concorso magistrale del 2012; il 60% di laureati in filosofia è stato incapace di superare la preselezione, domande di logica, di comprensione del testo, di aritmetica elementare, oltre che cinque di informatica di base base e cinque di lingua straniera. Sinceramente quale privato assumerebbe, come laureato, uno incapace di passare una selezione di quel tipo?
Oppure questi casi riportati da perle complottiste. Parliamo di laureati italiani con una laurea avente valore legale; non di gente che si è comprata all’estero il titolo onorifico, farlocco, di “doctor”.
Queste non sono illazioni che tentano di screditare, son fatti drammatici che mostrano quanto certi indirizzi si siano oramai sviliti al livello di quelle società che in cambio di un robusto versamento rilasciano una titolo, farlocco, di doctor con tanto di cerimonia pagliacciata di consegna della pergamena4.
Purtroppo se si vogliono paghe di qualità bisogna anche essere lavoratori di qualità. Nessuno, sano di mente, pagherebbe un mcburgher allo stesso prezzo di un piatto di aragosta, parimenti chi vende i mcburgher al prezzo dell’aragosta, al più ne riuscirà a vendere, in maniera truffaldina un paio, prima di dover chiudere il ristorante per fallimento.
C’è anche da considerare che con il famigerato 3+2 c’è stata una moltiplicazione dei corsi inutili e che nel nome di “laureare, laureare, laureare” la difficoltà dei corsi è stata notevolmente abbassata ed alcuni indirizzi son stati trasformati in stamperie per pezzi di carta. E questo ha generato una inflazione che contribusce a far calare il valore.

Forse confindustria non ha tutti i torti…

 


  1. lavapiatti. 
  2. cameriere. 
  3. da tony, cucina italiana. 
  4. Ricordo il caso di un promoter di tali “diplomifici” che aveva pubblicato la sua tesi in informatica e in quella tesi come riferimento “tecnico” citava “famiglia cristiana”, nota rivista scientifica ad indirizzo informatico. 

sul numero chiuso, lettera al fatto quotidiano

Arriva il periodo degli esami di ammissione all’università e, puntualmente, parte la polemica su chi sostiene che sia un diritto per un diplomato potersi iscrivere a qualsiasi corso di laurea desideri e chi invece sostiene che “solo i capaci e meritevoli” hanno diritto di andare avanti non chiunque.

Il FQ ha aperto le danze pubblicando la lettera di una liceale al presidente Mattarella riguardo al numero chiuso.

Caro presidente Mattarella, mi chiamo C. R.* e ho 18 anni. Ho frequentato per cinque anni il Liceo Classico Europeo Convitto Cutelli di Catania, che prevede lo studio di due lingue e il diploma di maturità francese. Mi sono impegnata costantemente negli studi, frequentando anche il conservatorio e riuscendo ad avere ottimi risultati. Mi sono appena diplomata con il massimo dei voti e la lode. Avendo deciso di proseguire gli studi, ho presentato domanda d’ammissione per la facoltà di medicina. O, perlomeno, questo pensavo di fare.

Nonostante sapessi che per accedere alla maggior parte delle facoltà italiane è d’obbligo sostenere un test d’ammissione, mi consolava il fatto di avere studiato durante il mio percorso di studi le materie inerenti alla facoltà che avevo scelto. Con i professori avevo, infatti, in questi cinque anni, seguito un percorso che mi aveva portato ad avere conoscenze generali della biologia, della chimica, della fisica e della matematica. Ero quindi serena nell’affrontare il ripasso in estate, dopo aver conseguito il diploma.

Purtroppo, mi sono resa conto che la difficoltà di questi test di medicina sia superiore alle capacità di un qualsiasi ragazzo liceale. Le conoscenze e le abilità richieste sembrano essere più adatte a un laureando piuttosto che a un diplomato. Come riuscire ad avere la preparazione adatta per potere superare questi test tanto temuti?

Strano, se la preparazione è superiore alle capacità di qualsiasi liceale come mai, negli anni scorsi, molti liceali sono stati ammessi? Tutti laureandi in biologia? in tal caso mi aspetterei una età degli ammessi particolarmente elevata.

La risposta è semplice. Esistono corsi a pagamento che aiutano, sin dal quarto anno di liceo, a studiare nel modo corretto per entrare all’università. I costi sono molto alti e non tutte le famiglie possono permettersi quest’impegno. Tuttavia, questo business sembra essere completamente in disaccordo con l’articolo 3 della Costituzione, il quale afferma che “tutti i cittadini hanno pari dignità sociale e sono eguali davanti alla legge, senza distinzione di sesso, di razza, di lingua, di religione, di opinioni politiche, di condizioni personali e sociali”. L’articolo 34 ribadisce che “i capaci e meritevoli, anche se privi di mezzi, hanno diritto di raggiungere i gradi più alti degli studi”.

Il solito lacrimevole richiamo alla costituzione. Esistono dei corsi che insegnano, dal I anno delle superiori a studiare correttamente per entrare all’università: si chiamano licei e son servizi forniti dallo stato italiano. Ovvio che se il liceo non funziona o funziona male non fornisce la preparazione che avrebbe dovuto fornire e quindi occorre integrarla con corsi a pagamento. Lo scandalo non son quindi i corsi a pagamento quanto il fatto che il liceo non abbia funzionato. E le prove che il liceo, nel caso dell’autrice della lettera, non abbia funzionato son scritte nella lettera:

  1. Il voto di diploma non significa nulla, basta vedere le polemiche perché i voti della maturità son mediamente più alti dove invece i risultati invalsi son mediamente più bassi. E la domanda da porsi è: “quanto significa come misura il voto di diploma”. Cara C.R. quel 100 e lode significa poco, molto poco.
  2. Chi è capace e meritevole non deve deciderlo lo studente ma altri, non ti sei data da sola il voto di diploma. I requisiti per essere capaci e meritevoli son scritti nel bando.
  3. Il problema non è il test “insormontabile”, il problema sono i licei che non preparano gli studenti ma si limitano ad illuderli di essere preparatissimi, e temo che l’autrice sia incappata in uno di questi casi.

Avevo molta voglia di aiutare il mio Paese, viverci e sostenerlo per farlo diventare migliore, ma il sistema italiano mi sta costringendo ad andare all’estero. In Belgio (dove ho deciso di andare a studiare), così come in altre nazioni, l’ammissione all’università non è preclusa a nessuno studente. Il test da sostenere ha soltanto un valore orientativo, e la vera selezione avviene sul campo, mediante gli esami finali del primo anno di studi. In questo modo si può verificare chi è in grado di sostenere i ritmi di studio universitari e andare avanti.

Ti trovi bene in belgio, benissimo vai a studiare in belgio. Sarei curioso di sapere poi come va a finire, perché se non hai le basi, e il test serve a verificare se lo studente possiede le basi minime per capire cosa dice il docente universitario, difficilmente vai avanti.
Un errore che fanno molti è pensare che l’istruzione funzioni per cicli chiusi, che alle medie non si debba partire da quello che si sarebbe dovuto fare alle elementari ma si debba ripartire da zero, così come al liceo e all’università. Sbagliato. L’università parte da dove ha finito il liceo, e se il liceo non ha finito è compito dello studente colmare le sue lacune. E invece di prendersela con chi verifica le sue conoscenze sarebbe meglio che se la prendesse contro chi tali conoscenze non gli ha permesso di farsele.

Lo Stato italiano finisce per precludere il diritto allo studio, abusando del proprio potere. È lecito, infatti, dire che chi segue tali corsi, ricevendo un’adeguata preparazione per i test, trascura il liceo. Io ho preferito dare il massimo del mio impegno per ottenere quella preparazione e quella cultura voluta dal sistema scolastico italiano. Ma ho capito che il mio livello base non è sufficiente per essere ammessa alla facoltà di Medicina. Sosterrò comunque gli esami il 6 settembre, e non so quale sarà l’esito. Ma il sistema riesce a demoralizzare i ragazzi prima ancora che questi si mettano alla prova con gli studi.

Perché, perché invece di fare matematica “hard”, logica e comprensione del testo (in tutte le materie), scienze e fisica al liceo hai fatto altro? erché ti hanno dato una leggera infarinata e ti hanno fatto credere di essere bravissima? è stata una tua scelta ed è giusto che tu ne paghi le conseguenze. Hai scoperto tardi di non essere preparata come credevi ma la colpa non è del test, che si limita rivelarlo. Queste polemiche contro i test mi ricordano tanto le scenette dove le persone in sovrappeso invece di dar la colpa alla dieta ed allo stile di vita davano al colpa alla bilancia.

L’esistenza di questi corsi di preparazione a pagamento è contraddittoria con il sistema scolastico italiano e anticostituzionale.

Perché? è vietato fare ripetizioni per colmare lacune che lascia il liceo?

Sarebbe compito della Repubblica, quindi, assicurarsi che i test vengano aboliti o semplificati, per permettere a tutti gli studenti di accedere agli studi universitari, in tutte le facoltà. La nostra Costituzione prevede uno specifico impegno dello Stato, articolo 3, comma 2: “È compito della Repubblica rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale, che, limitando di fatto la libertà e l’eguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana e l’effettiva partecipazione di tutti i lavoratori all’organizzazione politica, economica e sociale del Paese”. Il silenzio dello Stato al riguardo ha favorito la fuga delle menti migliori, che cercano e trovano l’apprezzamento per i loro meriti e le loro fatiche in Paesi stranieri.

Se io non riesco a fare il salto abbastanza in alto per vincere la medaglia allora è giusto abbassare l’asticella? prima o poi una asticella ad altezza giusta si trova. E parliamo anche del mitico estero. I giornali spesso danno una immagine distorta, perché parlano solo di chi ha avuto successo non di chi partito credendo di diventare, non appena atterrato CEO di qualche multinazionale è finito a lavare i piatti nel ristorante “da tony”.

Un ultima cosa, la costituzione va letta tutta non solo le parti che convengono. Il terzo comma dell’articolo 34 è chiarissimo. “I capaci e meritevoli, anche se privi di mezzi”. I capaci e meritevoli non tutti. Se proprio devi incavolarti, non incavolarti perché l’asticella è troppo in alto, incavolati perché lo stato invece di mandarti un allenatore capace ti ha mandato un incompetente che ti ha fatto credere che 60 cm di salto in alto era una misura da record olimpico.

Signor presidente, la cultura non si preclude a nessuno, perché è quella che permetterà a questo Paese di stravolgere i sistemi malfunzionanti e risorgere in un periodo di prosperità. Conto nella sua grande sensibilità e nella sua figura di garante della Costituzione, affinché ogni giovane italiano come me abbia il supporto dello Stato nella scelta del suo futuro.

Uomo di paglia, nessuno vieta di studiare quello che si vuole, non devi essere iscritta all’ordine dei medici o in medicina per leggere i testi. Se vuoi acculturarti puoi farlo. Qui in realtà si parla di cultura ma si intende il pezzo di carta. E il diritto al pezzo di carta non è scritto da nessuna parte nella costituzione.

Con rispetto,

C R

PS

Alcune chicche dai commenti all’articolo.

Io ho appena deciso di voler fare il calciatore, ma esistono solo scuole di calcio a pagamento e per arrivare in serie A avrei dovuto frequentarle con costanza da bambino. Ho preferito impegnarmi negli studi scientifici ma ora non posso fare il calciatore, e questo va contro il diritto di uguaglianza sancito dalla costituzione. Inviterei Mattarella a dare a tutti la possibilita’ di fare almeno una presenza in seria A, o ai prossimi mondiali, abolendo l’incostituzionale selezione del commissario tecnico, affinché ogni giovane italiano come me abbia il supporto dello Stato nella scelta del suo futuro

***

….sono andata su Eduscopio e ho scoperto che: 1) il Liceo Classico Europeo Convitto Cutelli si colloca al 9° posto in una graduatoria di 14 licei classici presenti sul territorio di Catania e provincia. La cosa più interessante però è l’indice FGA della scuola: 57,9. Se prendiamo i Licei classici di Torino e provincia, troviamo anche qui 14 Istituti e al 9° posto troviamo l’Istituto Sociale che però ha un indice FGA di 72.85. Ricordo che l’indice è ricavato dalla media dei voti del primo anno di università e dai crediti ottenuti. 2) Se andiamo a vedere la percentuale di abbandoni e di non iscritti all’università dopo l’ esame di maturità vediamo che al Cutelli sono il 39% , al Sociale l’8%. Se qualcuno obietta che il Sociale è una scuola privata, scendo di una posizione e trovo il Convitto Nazionale Umberto I con un indice FGA di 72,3 e un tasso di non inscrizione e abbandono del 13%…..esattamente 1/3 rispetto al Cutelli……Non cito i voti di maturità perché non sono affidabili…..continua…..

* nome omesso per evitare eventuali rogne con la privacy.

La morte dell’università…

Su G+ hanno segnalato il seguente articolo di strade:

A LEZIONE DA CHI TRUCCA I DATI DELLE RICERCHE. CON QUALE CREDIBILITÀ?

Andreste a lezione di cucina da uno chef che ha fatto carriera usando ingredienti adulterati? Accettereste che fosse lui a valutare la vostre capacità culinarie? Probabilmente no. Eppure gli studenti di veterinaria della Federico II di Napoli si trovano in una situazione non molto diversa. Un professore di quella facoltà, Federico Infascelli, assieme a un team di altre 10 persone tra ordinari, associati e ricercatori, è stato riconosciuto colpevole di avere alterato, per una decina d’anni, i dati dei propri esperimenti. (…).

Personalmente, come studente, non posso però fare a meno di immedesimarmi in chi ora si trova a dover essere giudicato da chi ha perso ogni credibilità. Con che spirito frequenterà i corsi, studierà, sosterrà gli esami? A questo team di professori e ricercatori, dopo che i loro copia e incolla sono venuti alla luce, è stato inviato un richiamo formale che resterà nei loro curriculum, sufficiente a togliere loro l’autorevolezza scientifica, ma non ad allontanarli dall’Università. Continueranno ad insegnare, a preparare lezioni ed esercitazioni, a giudicare in sede d’esame. Almeno così pare.

Mi chiedo come mi comporterei se a lezione mi trovassi di fronte qualcuno del team di Infascelli. (…) Se poi si finisse col discutere su di un argomento, con quale autorevolezza il professore potrebbe difendere ciò che sostiene? E il voto d’esame quanto sarebbe credibile, ai miei occhi prima di tutto?
Preparare un esame è già abbastanza stressante senza avere per la testa idee come queste. Non credo ce la farei. Probabilmente mi trasferirei in un altro ateneo. Se potessi permettermelo. (…)

Gentile Ministro, mi permetta di farle un appunto: anziché rallegrarsi per meriti altrui e fondi che verranno goduti in altri paesi, lei potrebbe fare davvero molto per la ricerca in questo paese. Lo faccia. Prenda ad esempio tutti i provvedimenti necessari affinché chi manipola dati, per fini più o meno oscuri, non trovi più posto nelle nostre Università e che restituisca eventuali fondi pubblici di cui ha abusato. Si attivi affinché l’Italia rispetti gli accordi presi anni fa per investire in ricerca almeno il 3% del PIL. Lo chiedono, attraverso questa petizione passata anche dalle pagine di Nature, proprio quelle stesse ricercatrici e ricercatori che Lei ha elogiato. Se già solo si adoperasse attivamente per queste due semplici cose vedrà, mi creda, che ci sarà davvero da rallegrarsi. Grazie.

Che impone di svolgere delle riflessioni alquanto serie sull’università e sulla sua autorevolezza. In primo luogo l’autorevolezza di una università dipende dall’autorevolezza dei suoi docenti; se in un corso di laurea ci son docenti ufficialmente riconosciuti come scarsi e poco preparati, anche gli studenti che da tale corso di laurea usciranno verranno considerati scarsi o poco preparati. L’avere un titolo rilasciato da tale corso di laurea nel CV può significare che il CV verrà considerato di terza o quarta scelta se non scartato direttamente. E chi si iscriverebbe ad un corso di laurea senza sbocchi lavorativi? solo chi ha bisogno del “pezzo di carta”, qualsiasi pezzo di carta, o lacché da sistemare. In pratica muore. E i docenti di tale corso di laurea finiranno poi a piangere miseria e lagnarsi che la gente non apprezza la cultura.

L’università sta morendo, il numero di iscritti è in costante calo e fra i motivi sicuramente c’è il fatto che l’università stessa non abbia lottato per difendere la propria autorevolezza ma, convinta di essere in pratica il monopolista, ha chiuso entrambi gli occhi sui giochetti nei concorsi, le decisioni prese più per politica e per cricca che per merito. Ha fatto fuggire molti bravi al di fuori delle logiche delle cricche e li ha sostituiti con dei mediocri che però erano simpatici a questo o a quel barone.  E il risultato è una lenta agonia dell’università.

“Perché non si investe nell’università in italia?” è la domanda accorata che molti si pongono. Una delle risposte è proprio nell’articolo di cui si parla sopra.

PERCHÈ STUDIARE IL LATINO E IL GRECO (GRAMSCI)

“Non si impara il latino e il greco per parlare queste lingue, per fare i camerieri o gli interpreti o che so io. Si imparano per conoscere la civiltà dei due popoli, la cui vita si pone come base della cultura mondiale. La lingua latina o greca si impara secondo grammatica, un po’ meccanicamente: ma c’è molta esagerazione nell’accusa di meccanicità e aridità. Si ha che fare con dei ragazzetti, ai quali occorre far contrarre certe abitudini di diligenza, di esattezza, di compostezza fisica, di concentrazione psichica in determinati oggetti. Uno studioso di trenta-quarant’anni sarebbe capace di stare a tavolino sedici ore filate, se da bambino non avesse «coattivamente», per «coercizione meccanica» assunto le abitudini psicofisiche conformi? Se si vogliono allevare anche degli studiosi, occorre incominciare da lì e occorre premere su tutti per avere quelle migliaia, o centinaia, o anche solo dozzine di studiosi di gran nerbo, di cui ogni civiltà ha bisogno. […]

Il latino non si studia per imparare il latino, si studia per abituare i ragazzi a studiare, ad analizzare un corpo storico che si può trattare come un cadavere ma che continuamente si ricompone in vita. […] Naturalmente io non credo che il latino e il greco abbiano delle qualità taumaturgiche intrinseche: dico che in un dato ambiente, in una data cultura, con una data tradizione, lo studio così graduato dava quei determinati effetti. Si può sostituire il latino e il greco e li si sostituirà utilmente, ma occorrerà sapere disporre didatticamente la nuova materia o la nuova serie di materie, in modo da ottenere risultati equivalenti di educazione generale dell’uomo, partendo dal ragazzetto fino all’età della scelta professionale. In questo periodo lo studio o la parte maggiore dello studio deve essere disinteressato, cioè non avere scopi pratici immediati o troppo immediatamente mediati: deve essere formativo, anche se «istruttivo», cioè ricco di nozioni concrete.

Nella scuola moderna mi pare stia avvenendo un processo di progressiva degenerazione: la scuola di tipo professionale, cioè preoccupata di un immediato interesse pratico, prende il sopravvento sulla scuola “formativa” immediatamente disinteressata. La cosa più paradossale è che questo tipo di scuola appare e viene predicata come “democratica”, mentre invece essa è proprio destinata a perpetuare le differenze sociali. […] Il carattere sociale della scuola è dato dal fatto che ogni strato sociale ha un proprio tipo di scuola destinato a perpetuare in quello strato una determinata funzione tradizionale. Se si vuole spezzare questa trama, occorre dunque non moltiplicare e graduare i tipi di scuola professionale, ma creare un tipo unico di scuola preparatoria (elementare-media) che conduca il giovane fino alla soglia della scelta professionale, formandolo nel frattempo come uomo capace di pensare, di studiare, di dirigere o di controllare chi dirige. Il moltiplicarsi di tipi di scuole professionali tende dunque a eternare le differenze tradizionali, ma siccome, in esse, tende anche a creare nuove stratificazioni interne, ecco che nasce l’impressione della tendenza democratica. […] Ma la tendenza democratica, intrinsecamente, non può solo significare che un manovale diventi operaio qualificato, ma che ogni “cittadino” può diventare “governante” e che la società lo pone sia pure astrattamente nelle condizioni generali di poterlo diventare […].

Anche lo studio è un mestiere e molto faticoso, con un suo speciale tirocinio anche nervoso-muscolare, oltre che intellettuale: è un processo di adattamento, è un abito acquisito con lo sforzo e il dolore e la noia. La partecipazione di più larghe masse alla scuola media tende a rallentare la disciplina dello studio, a domandare facilitazioni.Molti pensano addirittura che la difficoltà sia artificiale, perchè sono abituati a considerare lavoro e fatica solo il lavoro manuale. È una quistione complessa. Certo il ragazzo di una famiglia tradizionalmente di intellettuali supera più facilmente il processo di adattamento psicofisico: egli già entrando la prima volta in classe ha parecchi punti di vantaggio sugli altri scolari, ha un’ambientazione già acquisita per le abitudini famigliari. Così il figlio di un operaio di città soffre meno entrando in fabbrica di un ragazzo di contadini o di un contadino già sviluppato per la vita dei campi. […]

Ecco perchè molti del popolo pensano che nella difficoltà dello studio ci sia un trucco a loro danno; vedono il signore […] compiere con scioltezza e con apparente facilità il lavoro che ai loro figli costa lacrime e sangue, e pensano ci sia un trucco. In una nuova situazione politica, queste questioni diventeranno asprissime e occorrerà resistere alla tendenza di rendere facile ciò che non può esserlo senza essere snaturato. Se si vorrà creare un nuovo corpo di intellettuali, fino alle più alte cime, da uno strato sociale che tradizionalmente non ha sviluppato le attitudini psico-fisiche adeguate, si dovranno superare difficoltà inaudite.”

(Antonio Gramsci, Quaderni dal Carcere, Quaderno 4 [XIII] voce 55, “Il principio educativo nella scuola elementare e media”)

che dire? se queste cose le avesse scritte oggi si sarebbe preso del fascista e del nemico del popolo. Oggi la scuola deve essere facile perché se no è fascista, il selezionare sulla base delle capacità è fascista, il pretendere che gli studenti studino è da denuncia all’alta corte per i diritti umani.

 

Meritocrazia universitaria

Quando si parla di università in italia e di “valutazione”, è tutto un fiorire di messaggi che parlano di come l’università italiana nonostante sia poverissima non faccia altro che sfornare eccellenze che tutto il mondo ci invidia, e che la storia che le università siano baronie lottizzate è solo una volgare calunnia da rozzi cafoni con la terza elementare.

Eppure ogni tanto qualcosa che svela gli altarini capita (fonte: la stampa)

La ricercatrice gela la Giannini: “L’Italia non ci ha voluto, non si vanti dei nostri successi”
Lo sfogo di una studiosa che ha vinto una borsa da due milioni: svilupperò il mio progetto in Olanda. Nel nostro Paese non esiste meritocrazia

«Cara ministra, la prego di non vantarsi dei miei risultati». Inizia così il duro messaggio di Roberta D’Alessandro, ricercatrice italiana che vive e lavora in Olanda, a Stefania Giannini. Un autentico sfogo su Facebook indirizzato alla ministra dell’Istruzione, che aveva esultato per il successo degli italiani al prestigioso bando – da oltre mezzo miliardo – dell’European Research Council.

Trenta nostri ricercatori (su 302) hanno vinto fino a due milioni di “borsa” a testa. Siamo al terzo posto dietro Inghilterra e Germania, «un’ottima notizia per la ricerca italiana» come evidenziava sui social la ministra. «Ma quei successi non sono affatto italiani e non deve appropriarsene», ha replicato Roberta D’Alessandro. Un vero e proprio atto d’accusa al sistema dell’istruzione italico. Un autentico autogol per la ministra, che i social hanno subito amplificato.

(…)“L’ITALIA NON CI HA VOLUTO”

Guardando i dati, infatti, c’è poco da esultare. Come riferisce Uninews24, soltanto 13 ricercatori resteranno in Italia a sviluppare i loro progetti. La maggior parte di loro lo farà all’estero. Cervelli in fuga per scelta o necessità, che da tempo hanno lasciato il nostro Paese per altri lidi, dove la ricerca è più valorizzata. «La mia borsa e quella del collega Francesco Berto sono olandesi, non italiane. L’Italia non ci ha voluto, preferendoci, nei vari concorsi, persone che nella lista degli assegnatari dei fondi ERC non compaiono, né compariranno mai», continua Roberta D’Alessandro.

Nel suo j’accuse la ricercatrice si toglie più di un sassolino dalla scarpa, denunciando come la meritocrazia, in ambito accademico, non è tenuta in gran conto in Italia: «Vada a chiedere alla vincitrice del concorso per linguistica informatica al Politecnico di Milano (con dottorato in estetica, mentre io lavoravo in Microsoft), quante grant ha ottenuto. Vada a chiedere alle due vincitrici del concorso in linguistica inglese, senza dottorato, alla Statale di Milano, quanti fondi hanno ottenuto. Vada a chiedere alla vincitrice del concorso di linguistica inglese, specializzata in tedesco, che vinceva il concorso all’Aquila (mentre io lo vincevo a Cambridge, la settimana dopo) quanti fondi ha ottenuto». Ma, ora, Roberta si è presa una bella rivincita.

j’accuse che mostra come molta “eccellenza” sia in realtà millantata e come le politiche e le lottizzazioni la facciano da padrone nell’università italiana; università che sta morendo anche perché incapace di valorizzare il merito e formare realmente in un mondo che invece chiede competenze reali e formazione realmente avanzata. Oramai la laurea per dare il concorsino “tarocco” e posteggiarsi da qualche parte a vivacchiare fino alla pensione non esiste più, se vuoi galleggiare devi essere capace di aggiornarti e avere realmente le competenze, altrimenti sei morto.

Solo una cosa da aggiungere: si parla tanto della lunga agonia dell’università italiana, beh, chi è causa del suo mal pianga se stesso.

Il solito articolo piagnisteo sull’università.

continua il dibattito sull’università nel fatto e adesso è apparso il solito articolo piagnisteo sull’università: disoccupazione studio su giovani laureati senza lavoro, devo dire che l’articolo non mi è piaciuto molto per come è scritto. Tanti dati e tante informazioni ma mancano quelle determinanti:

-> indirizzo scelto dal laureato disoccupato o sotto occupato.

-> tempo di laurea e voto di laurea.

-> esperienze di lavoro durante gli studi ed esperienze all’estero

-> cosa si è fatto nel periodo di disoccupazione (master, altri corsi di formazione per aumentare le proprie competenze…)

È logico che un laureato in ingegneria che si laurea con un voto di 107/110 con al più un anno di fuori corso ed esperienze all’estero con Erasmus è molto, ma molto, più appetibile di un laureato in scienze dell’educazione con 5 anni di fuoricorso che non ha mai lavorato, anche se il laureato ha preso 110 e lode. Mancando quei dati non si riesce a capire molto della ricerca e di quanto pesino indirizzo, voto e tempo medio di laurea sulle possibilità di trovare lavoro.

Un ragazzo che si laurea, in corso, in ingegneria meccanica con tesi sui materiali innovativi e con stage in azienda ed esperienze all’estero, che rimane disoccupato o sottooccupato dopo cinque anni dalla laurea è uno scandalo.

Un laureato in scienze dell’educazione che si laurea con 5 anni di fuoricorso e che, a parte frequentare l’università, non ha fatto nulla che rimane disoccupato o sottooccupato dopo cinque anni dalla laurea è sorprendente tanto quanto lo scoprire che a Cagliari a Natale faccia più freddo che a Ferragosto.

La ricerca mostra, ma era noto da tempo, che la laurea non basta più per spalancare tutte le porte ma occorre che alla laurea venga affiancato altro. Che potrebbero essere stage oppure soggiorni all’estero, esperienze di lavoro, altro che mostri che sei capace di fare e non solo di pappagallare agli esami.

Per questo mi è sembrato un articolo approssimativo o uso di una ricerca sul come si sentono i “laureati disoccupati” per scopi diversi da quella cui è stata predisposta? Sinceramente mi sembra un articolo buono solo per stuzzicare il solito piagnisteo dello stato che non riconosce la laurea presa, a 32 anni e con estremo sacrificio, assumendoti all’istante come megadirettore e dandoti come stipendio mensile il pil del rwanda (benefit esclusi). Solo sterili lagne e piagnistei.

Quel tempo, in cui il possesso di una laurea qualsiasi garantiva ipso facto un posto è finito. Quindi o ci si accorge di ciò e si comincia a nuotare oppure si finisce ad affogare, piaccia o meno la realtà è quella. Per lavorare bene serve una laurea presa “bene” e magari integrata con altro.

 

la riserva frazionaria e la creazione di moneta dal nulla.

Adesso sui social gira il filmato di una tesi di laurea, che io ricordi la terza, sul signoraggio (qui si parla delle altre due). Non vorrei sbufalare per l’ennesima volta tutte le  storie sul signoraggio (qui ma basta una ricerca su google bufala signoraggio per trovare confutazioni a iosa di tale bufala) ma fare due piccole riflessioni.

Prima: se quella fosse una tesi di astronomia l’argomento potrebbe benissimo essere: “prove che la terra è piatta e si trova al centro dell’universo”, roba da espulsione immediata con infamia dal corso di laurea del laureando e del relatore per aver fatto discutere quella roba. Che qualità può avere una università che fa discutere e promuove il candidato nonostante tale tesi di laurea? Siamo seri, il rischio che i tagliatori di teste mettano in black list permanente tale università è forte. E chi ci perde/paga? chi si è laureato in una università riclassificata come sub-diplomificio che si trovano un titolo che non vale la carta cui è stampato, in secondo luogo i docenti. Tornando all’esempio dell’astronomia una facoltà che offrisse fra i suoi corsi anche ‘tarocchi e divinazione’ o di ‘astrologia quantistica’ avrebbe, anche nel mondo accademico, una credibilità sotto zero con tutto quello che implica. Cioè finché paga babbo stato sembra andare tutto bene ma non beccherebbe un soldo che uno da finanziatori esterni, e alla notizia che i suoi laureati son considerati paria gli unici studenti sarebbero quelli cui interessa un titolo che sia e son disposti a pagare per averlo.

Seconda constatazione: nella tesi ci sono un bel po’ di strafalcioni da far dubitare che il candidato abbia chiaro il concetto di credito e di debito. Tornando all’esempio di prima è come se uno studente di astronomia sostenesse che stelle pianeti aeroplani e uccelli son la stessa cosa visto che son tutte cose che stanno in cielo. Quello che mi ha fatto ridere è la bufala che la riserva frazionaria consenta alle banche di creare denaro dal nulla.

Come dovrebbe funzionare?

Ipotizzando una banca con 1000 euro di depositi con scadenza 12 mesi,
calcolato il vincolo del 2%, essa ha l’obbligo di tenere 20 come riserva e può prestare 980. Tali 980 euro possono poi diventare depositi della stessa o di un’altra banca e, ipotizzando che rimangono anch’essi depositi con scadenza 12 mesi, 19,6 euro dovranno rimanere in riserva (2%) e un massimo di 960,4 euro potranno essere prestati e così via.
Questo meccanismo consente di creare denaro dal nulla in quanto i depositi continuano ad esistere come denaro anche se, in alcuni casi, vincolati
nell’utilizzo immediato.

Dai 1000 euro di depositi iniziali nel sistema bancario, tramite le operazioni di depositi-prestiti-depositi, si crea un valore di circa 50.000 euro.

Incredibile, creare dal nulla 50.000 euro. Come funziona realmente?

Partiamo da Tizio che ha 1.000 euro. (Totale beni 1.000).

Tizio deposita i soldi in banca quindi la situazione è

Tizio -> credito di 1.000 euro con la banca

Banca -> 1.000 euro in cassaforte e debito di 1.000 euro verso Tizio.

Totale beni: +1.000 credito di Tizio verso la banca +1.000 soldi in possesso della banca – 1.000 debito della banca verso i correntisti = 1.000

abbiamo ancora 1.000 euro come valore totale. La banca presta i soldi a Caio

Tizio -> credito di 1.000 euro con la banca

Banca ->20 euro in cassaforte (riserva frazionaria), credito di 980 euro verso Caio e debito di 1.000 euro verso Tizio.

Caio -> 980 euro in cassaforte e 980 euro di debito verso la banca

Totale valore netto: +1000 (credito Tizio – Banca) +20 (riserva banca) +980 (credito Banca – Caio) -1000 (debito Banca- Tizio)+980 (soldi in possesso di Caio) -980 (debito Caio – Banca) = 1.000

E se Caio versa i soldi in banca e la banca poi li presta a Mevio?

Step 1: Caio riversa i soldi in banca.

Tizio -> credito di 1.000 euro con la banca

Banca ->1000 euro in cassaforte (20 di RF + 980 deposito di Caio), credito di 980 euro verso Caio, debito di 980 verso Caio e debito di 1.000 euro verso Tizio.

Caio -> 980 di credito verso la banca  e 980 euro di debito verso la banca

Totale valore netto: +1000 (credito Tizio – Banca) +20 (riserva banca) +980 (credito Banca – Caio) -1000 (debito Banca- Tizio)+980 (credito Caio – Banca) -980 (debito Caio – Banca) = 1.000

Sempre mille e non ci si schioda da lì. Anche se i soldi venissero prestati a Mevio il valore totale non cambierebbe affatto.

Tizio -> credito di 1.000 euro con la banca

Banca ->39,60 euro in cassaforte (la RF è il 2% del totale dei depositi), credito di 980 euro verso Caio e credito di 960,4 verso Mevio, debito di 980 verso Caio e debito di 1.000 euro verso Tizio.

Caio -> 980 di credito verso la banca  e 980 euro di debito verso la banca

Mevio -> 960,4 di soldi in tasca e debito di 960,4 verso la banca

Totale valore netto: sempre 1.000

E allora dov’è l’inghippo, dove sono i 50.000 euro? L’inghippo della bufala è che si contano solo i crediti trascurando i debiti non considerando che il totale dei crediti eguaglia, in valore assoluto, il totale dei debiti e che crediti e debiti si elidono a vicenda. Se io e un amico ci scambiamo vicendevolmente 100 euro per cento volte il valore totale dei beni rimane di solo 100 euro, non diventa 10.000 euro; ecco spiegato quindi l’inghippo.

Adesso che un “dottore di youtube” ci caschi con entrambi i piedi è anche prevedibile, che ci caschi un laureato in economia lo vedo molto grave e ritengo parimenti grave che sia stato proclamato dottore nonostante tali bufale(1).

(1) Allora per prassi alla discussione della tesi si ascolta in silenzio e spesso la tesi, soprattutto se compilativa è solo un pro forma, difficilmente viene letta dalla commissione e spesso si arriva alla discussione con il voto di laurea già deciso. La tesi generalmente pesa per pochi punti.

 

una riflessione di Feltri sul fatto quotidiano

Chi viene da una famiglia ricca e colta, avrà possibilità ed esperienze che i suoi coetanei meno abbienti non avranno (vacanze studio all’estero, lezioni private, corsi di musica, relazioni ecc). Se il successo individuale dipende da queste variabili, molto più che da quanto si studia a scuola e all’università, le disuguaglianze si perpetuano di generazione in generazione.
fonte: http://www.ilfattoquotidiano.it/2015/08/17/universita-gli-studi-belli-ma-inutili-e-lascensore-sociale-bloccato/1963721/