Toscano Irriverente • Lo spasso: Travaglio sperimenta su di sé il metodo…

Lo spasso: Travaglio sperimenta su di sé il metodo Travaglio

Al direttore – Ho letto sul Fatto Quotidiano di mercoledì un editoriale di Marco Travaglio più spassoso di uno spettacolo di Beppe Grillo. Forse, caro direttore, lo avrà letto anche lei. Scrive Travaglio: “Siccome non c’è peggior sordo di chi non vuol sentire né peggior cieco di chi non vuol vedere, Diego Bianchi in arte Zoro prende mezza frase dal mio articolo piuttosto lungo di ieri sui migranti per segnalarmi alla corte di rottweiler che popolano il suo profilo Twitter. I quali – senza aver letto una riga del mio pezzo – colgono l’occasione per riempirmi di insulti e dipingermi come servo di questo o quell’altro. Nessun problema: c’è chi pensa di fare informazione a colpi di show, magliette e tweet, e chi prova a farla documentandosi e studiando. Poi ciascuno sceglie quella che preferisce”. Caro Cerasa, mi viene un dubbio: Travaglio parlava del metodo Zoro o parlava del metodo Travaglio?

Marco Lippi

Caro Lippi, ricorderà anche lei la scena spassosa che sicuramente avrà avuto modo di vedere qualche tempo fa di fronte a Montecitorio, quando Alessandro Di Battista, uno zoro vero senza maiuscola, si ritrovò ad arringare una folla di indignati di fronte al Parlamento. Erano i tempi della riforma della legge elettorale, del Rosatellum, una legge elettorale che secondo i canoni del grillismo era incostituzionale, e che essendo incostituzionale immaginiamo verrà cambiata entro Ferragosto dal governo del cambiamento, e mentre arringava la folla Di Battista, dopo aver ringraziato chi aveva organizzato quella manifestazione, si accorge che quella piazza non era la sua piazza, e se ne accorge perché la folla lo insulta. Ladro, disonesto, e così via. A guidare il popolo dei forconi, c’era il generale Pappalardo, protagonista poi se non ricordiamo male di un simpatico scambio dialettico con il padre di Dibba (ci fu quasi una rissa), ma quel che conta è il principio. Che vale per Dibba, oggi collaboratore di Travaglio, e vale anche per Travaglio. Dibba ha scoperto che la regola del puro epurato dal più puro vale anche per i finti puri, ed è scappato da quella piazza. Travaglio, di fronte a Zoro, ha scoperto che il metodo Travaglio, ovvero un metodo fatto di frasi tagliate inserite senza contesto in un articolo costruito volontariamente per denigrare il prossimo e per eccitare contro qualcuno le cavallette della gogna digitale, è un metodo che fa orrore. Non sarà il metodo Travaglio applicato da Zoro a disinnescare il metodo Travaglio ma accorgersi cosa significa essere ricoperti di insulti per frasi decontestualizzate usate solo per eccitare i manganellatori digitali chissà che non faccia riflettere chi si accorge dell’effetto del manganello solo quando lo riceve, e non quando lo usa. I professionisti della forca sulla propria strada prima o poi incontrano sempre un generale Pappalardo.

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In Terris Inferos – MenteCritica

La terza è che non capisco perché l’intellighenzia italiana insista sulla valenza e sulla continuità del soccorso in mare. Se, come viene affermato, la migrazione è un fenomeno indotto da guerra, carestia, condizioni di estrema indigenza, la posizione da sostenere dovrebbe essere che queste persone andrebbero prelevate direttamente in loco e trasferite con un ponte aereo navale in Europa in tutta sicurezza. Non capisco perché un migrante, per essere degno della considerazione dei nostri intellettuali, debba sottoporsi al percorso penitenziale che comporta la traversata del deserto, la prigionia, la tortura, l’imbarco e la successiva salvazione.
Quella del ponte umanitario sicuro sarebbe una posizione politica magari non popolare, ma perfettamente lecita. Si abbia il coraggio di assumerla e la si sostenga negli ambienti giusti piuttosto che discettare di corpi, indossare il mantello da samaritano e scrivere articolesse sui quotidiani.

Sorgente: In Terris Inferos – MenteCritica

come aiutare il ragazzo che chiede l’euro del carrello

Ricordarsi che al povero ragazzo del carrello di quell’euro restano forse un paio di centesimi, perché il resto va al racket che ne mette uno ad ogni uscita di supermarket. Io ai “ragazzi del carrello” porto fuori bottiglie d’acqua fresca d’estate, e qualcosa da mangiare d’inverno. Almeno quello va proprio a loro, non a chi li sta sfruttando.

fonte: commento a questo articolo.

 

Manipolazione delle notizie: panini televisivi e virgolettati ad arte

Un articolo molto interessante che spiega alcune tecniche per “manipolare le notizie”

Sorgente: Manipolazione delle notizie: panini televisivi e virgolettati ad arte

(…)
Il “panino televisivo” viene quasi sempre servito nei telegiornali o nei servizi a corredo dei talk show, (…)
Il concetto è semplice: le due fette di pane spettano al Governo, la farcitura all’opposizione.
In occasione di una notizia “calda” per la politica, la prima fetta di pane (un’intervista ampia, solitamente) spetta a un rappresentante del Governo, la farcitura spetta all’opposizione (un’altra intervista del capo dell’opposizione oppure una carrellata di mini-interviste da 5 secondi a vari esponenti della stessa). Chiude il servizio l’altra fetta di pane, ossia un’ampio intervento di un altro esponente del Governo (o meglio ancora, del Presidente del Consiglio). L’effetto sul pubblico è assicurato: ci si ricorda solo delle prime e delle ultime parole pronunciate. La tesi dell’opposizione sparisce nel pastone della notizia. (…)

Ovviamente per equidistanza e obiettività il giornalista riporterà due virgolettati che esprimano opinioni diverse. Ed è qui che avviene la “magia”. La prima opinione sarà generica e, anche se articolata, priva di veri contenuti significativi. La seconda sarà invece molto circostanziata e densa di contenuti in modo che il lettore si identifichi proprio con questa, ma illudendosi di aver fatto una scelta consapevole e libera tra le due.

Cinque Pezzi Facili – MenteCritica

Un articolo onesto sul problema dei migranti scevro sia della retorica “legaiola”, sia di quella dell’accoglienza sempre e comunque senza se e senza ma.

Facciamo qualche riflessione e facciamola basandoci sui fatti di cronaca e sui numeri piuttosto che sulle generiche affermazioni di principio alle quali, poi, spesso non segue altro che il compiacimento per averle espresse. (…)

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Un’altra sinistra è possibile? – non si sevizia un paperino

Ottimo articolo; senza una buona opposizione è difficile avere un buon governo visto che, se hai una opposizione pasticciona ed incapace, puoi fare le peggiori cazzate senza paura di pagar dazio.

Trovo utile che finalmente qualcuno inizi a rendersene conto, a capire che per contrastare salvini trasformarsi in una porta NOT collegata a cascata con un megafono è solamente inutile quando non controproducente.

Sorgente: Un’altra sinistra è possibile? – non si sevizia un paperino

Peccato che mentre il Governo non faceva un cazzo nulla, la sinistra è riuscita – sfidando le leggi della fisica e piegando lo spazio-tempo – a fare ancora meno: un cazzo nulla meno sette fratto altri due cazzi, di cui almeno uno di dimensioni ragguardevoli.

È inutile criticare l’alleanza fra M5S e Lega quando il PD è stato alleato di Berlusconi e Alfano. È inutile puntare il dito sui litigi interni ai cinquestelle quando la sinistra sembra lo scheletro di un gatto dopo che ci si è seduto sopra Adinol un ippopotamo. È inutile attaccare sul fronte della coerenza quando si è stati coerenti a giorni alterni. Non si può andare a muso duro contro gli anti-europeisti dicendo che l’Europa non sbaglia mai, l’idea che l’Europa azzecchi ogni singola mossa è una cacata tale che a confronto Green Elephant è un film sull’igiene, oltre al fatto che l’unico effetto che si ottiene è quello di rafforzare l’idea di un’Italia sottomessa all’UE (anziché una sua parte attiva e autorevole), che non so se l’avete notato ma è una cosa che non piace quasi a nessuno. È inutile attaccare sul fronte dell’antirazzismo e del “restiamo umani” quando fino a ieri Minniti sposava una linea basata sulla repressione e contenimento (non solo col pugno duro sui rimpatri e l’estensione della rete dei centri di detenzione per i migranti irregolari, ma anche e soprattutto col piano di finanziamento ai campi per migranti in Libia, che non so voi ma a me ricordano tanto dei lager più soleggiati). Insomma, la sinistra deve smettere di inseguire la destra, perché sennò, come dice sempre un mio saggio amico, sono volatili per diabetici.

(…)

Se guardo alla sinistra degli ultimi anni vedo protagonismi, scissioni, divisioni, ma soprattutto vedo programmi confusi volti a lisciare il pelo contemporaneamente alla sinistra progressista e ai cattolici, che è come voler pulire il culo di una tigre usando un istrice: probabilmente si incazzeranno entrambi. Vedo un’assenza di concretezza e di coesione, di determinazione e di auto-determinazione, in un costante e fallimentare tentativo di inseguire quando non imitare la destra sul fronte del leaderismo, della semplificazione e del populismo, che per quanto mi riguarda sono proprio le cazzate che vorrei non facesse la gente che decido di votare.

La destra continua a giocare alla guerra fra poveri. I politici di sinistra potrebbero pensare a come disinnescare l’ordigno dell’intolleranza, (…) Ma non sembrano intenzionati a farlo, presi come sono dal cercare di capire come si chiamerà il loro prossimo partitino, sai, quello “a sinistra di Sinistra Attiva, ma anche a destra di Democrazia Elegante”, quello che non si sa se si alleerà o meno con il partitino a sinistra di Democrazia Elegante ma in diagonale rispetto a Rivoluzione Anafestica, anche perché loro si sono alleati con quello a destra (ma non troppo) di Rivolta Borghese collocandosi a fianco ma un po’ più in basso dei Comunisti Keynesiani (ma ruotato di 23 gradi in direzione di Poveri Pigiastronzoli) e questo è inaccettabile. (…)

Spero di sbagliarmi, lo faccio spesso, ma a questo giro sono davvero preoccupato, non tanto di quello che potrebbe fare la destra, quanto di quello che sembrerebbe incapace di fare la sinistra.

 

Zitto tu, ignorante

Premessa: quella di Salvini sui vaccini “10 vaccini sono troppi” la considero una stronzata colossale.

Adesso su twitter a seguito della lite Saviano Meloni e Saviano Salvini ha ripreso forza una corrente di pensiero che dice: “ma cosa dici ignorante; lui è laureato in filosofia, tu hai un diploma, cosa parli a fare?

Devo dire che questo modo di dibattere mi lascia sempre perplesso; da una parte capisco, ed anche giustifico, che l’opinione di un esperto valga di più di quella di un dilettante. Se si discute di vaccini e di immunologia io, che non ne capisco niente, è meglio stia zitto soprattutto se la discussione riguarda aspetti tecnici per la comprensione dei quali occorre uno studio avanzato. Terra terra: se parla Burioni di vaccini io sto zitto e non intervengo perché non possiedo le competenze per farlo.

Di contro però mi trova contrario quando l’avere particolari competenze oppure l’essere esperto in un qualche campo viene usato per far ritenere che sia esperto in tutti i campi dello scibile umano e tali competenze vengono utilizzate, come un maglio, per chiudere la bocca agli altri.

Probabilmente quindi molta della diffidenza riguardo al “principio di autorità” deriva proprio da questo uso improprio di tale prinipio, nel ritenere, erroneamente, che se uno è esperto in un campo allora è esperto in tutti i campi. Un esempio di ciò si era visto con Dario Fo, ad esempio, quando lui parlava di ogm e di come fossero brutti e cattivi e qualche biologo o agronomo ribatteva che stava dicendo stronzate immediatamente partiva il coro: “ma lui è un nobel1 (per la letteratura) voi no quindi zitti ignoranti BWAWAWA!!!!”. Idem per Saviano, lui è laureato in filosofia2, Meloni e Salvini no quindi devono stare zitti.

Ma questo si trasforma poi in un tremendo boomerang perché poi il messaggio che passa è che gli esperti, soprattutto quando si spacciano per esperti tuttologi e sparano stronzate colossali in ambiti al di fuori del loro campo, son solo dei palloni gonfiati convinti di essere dei novelli pico de paperis. Seconda cosa si diffida anche degli esperti che parlano di argomenti pertinentissimi al loro campo di esperienza come Burioni con i vaccini, Rubbia con la fisica delle particelle…

Altra cosa: se usi il titolo come maglio poi non stupirti se ricevi lo stesso trattamento. Ovverosia ad un Saviano che commenta forte della sua laurea in filosofia qualcuno forte della sua laurea in “relazioni internazionali” od in “economia” potrebbe rispondere di tenere il becco chiuso su tali materie.


  1. Tanto per dirne una esistono nobel che credono alla stronzata della memoria dell’acqua. L’essere un nobel non ti rende infallibile. 
  2. visto come all’atto pratico i laureati in quell’indirizzo si siano “mediamente” coperti di “gloria” nei concorsi per l’insegnamento, forse sarebbe meglio nascondere tale titolo. 

Bullismo: se pensate che a vostro figlio tutto sia concesso, state allevando un ducetto – Il Fatto Quotidiano

Bellissimo articolo. Ha ragione la moda del dover perdonare sempre comunque e dovunque ha fatto molti danni.

Se non insegni a prendersi le proprie responsabilità la gente non impara a prendersi le proprie responsabilità. Sic et simpliciter.

Sorgente: Bullismo: se pensate che a vostro figlio tutto sia concesso, state allevando un ducetto – Il Fatto Quotidiano

La Repubblica e l’Utopia

Sorgente: La Repubblica e l’Utopia – Google+

<<Cos’hanno in comune questi, e altri mille esempi di ricerca spasmodica di un pasto gratis? A me pare che tutti questi casi, e molti altri che apparentemente non sembrano riconducibili al “liberopastismo”, si fondino su una modalità di pensiero essenzialmente infantile. Un bambino sa forse quanto costa il pranzo che la madre gli prepara? Si chiede quali problemi sia necessario risolvere per procurarlo, o quanto lavoro occorra? Conosce la complessità della realtà? Ovviamente no: ha fame e il pasto gli viene servito. Cosa c’è da chiedersi?>>
#Piccolostatista

H/t +Raffaele Martino

 

Sul reddito di cittadinanza… – Buseca ن!

Ribloggo completamente l’articolo perché lo condivido e poi per aggiungere ulteriori in un mio post successivo

Sorgente: Sul reddito di cittadinanza… – Buseca ن!

Della serie sì, c’è vita intelligente su faccialibro, interessante questo pezzo propostoci da Fabio Goldoni:

Luca Ricolfi su reddito di cittadinanza (e perché non è soltanto un’idiozia…)

Il reddito di cittadinanza è una disgrazia sotto molti punti di vista
di Luca Ricolfi.

Tasse, sicurezza e occupazione sono gli unici temi che sono stati centrali in tutte le campagne elettorali della seconda Repubblica, compresa questa. Oggi però si è aggiunto un quarto tema, assolutamente centrale e senza precedenti: il reddito minimo.

Fra tutte le forze politiche, quella che più risolutamente e da più tempo punta sul reddito minimo, e da ben cinque anni ha depositato un disegno di legge, è il Movimento Cinque Stelle. L’idea è di garantire a chiunque, indipendentemente dal fatto di lavorare o meno, il raggiungimento di un reddito familiare pari alla soglia di povertà relativa, che attualmente in Italia è di oltre 1000 euro per una famiglia di 2 persone e di 1500 euro per una di 3 persone. La misura, fondamentalmente, riguarda tre categorie di soggetti; chi lavora e guadagna meno della soglia di povertà; chi è disoccupato e cerca un lavoro; chi si trova nella condizione di pensionato, di casalinga o di inoccupato con un reddito familiare inferiore alla soglia. In sostanza ne sono esclusi soltanto i minorenni, e chi ha un reddito dichiarato superiore alla soglia di povertà. Detta così, l’idea è affascinante. Ma come spesso accade, il diavolo si nasconde nei dettagli (e nelle conseguenze).

Vediamo. Primo dettaglio, il costo: comunque lo si computi (le stime oscillano fra 15 e 30 miliardi, ma se si sta alla lettera del disegno di legge la seconda cifra è la più verosimile), un costo annuo di una ventina di miliardi corrisponde a una manovra finanziaria permanente. E’ come dire che, una volta impegnati questi soldi, null’altro si potrà fare: né abbassare le tasse, né incentivare l’occupazione e gli investimenti, per non parlare delle altre innumerevoli promesse dei Cinque Stelle stessi.

Secondo dettaglio: il disincentivo a lavorare. Il disegno di legge sul reddito di cittadinanza ignora il fatto che, così configurato, il reddito minimo renderebbe non conveniente lavorare per ben 9 milioni di italiani. Perché mai un occupato a tempo parziale a 500 euro al mese dovrebbe continuare a lavorare se può guadagnarne quasi 700 non facendo nulla? Certo, si può obiettare che, in realtà, il diritto al reddito di cittadinanza si perde se non si rispettano determinati obblighi (come la ricerca di un lavoro, la formazione, la disponibilità a lavori socialmente utili) e, soprattutto, se si rifiutano le offerte di lavoro. C’è un piccolo dettaglio, però: il percettore di un reddito di cittadinanza può rifiutare ben 3 offerte di lavoro, e arrivato alla quarta può eccepire che l’offerta non è “congrua”, o che una delle precedenti offerte non lo era, e quindi non va inclusa nel conteggio. Ma che significa congrua? Lo specifica nei minimi dettagli il comma 2 dell’articolo 12 del Disegno di legge dei Cinque Stelle. Un’offerta di lavoro è considerata congrua se (cito solo alcune delle condizioni); “è attinente alle propensioni, agli interessi e alle competenze acquisite dal beneficiario”; “la retribuzione oraria è maggiore o eguale all’80% di quella riferita alle mansioni di provenienza”; il posto di lavoro è raggiungibile in meno di un’ora e 20 minuti con i mezzi pubblici. Tutte condizioni che devono essere soddisfatte congiuntamente, altrimenti l’offerta non è congrua. Non ci vuole moltissima fantasia ad immaginare le conseguenze. L’enorme burocrazia di funzionari pubblici pagati per gestire questi 9 milioni di beneficiari non riuscirà ad “accompagnare” al lavoro, al servizio civile, o nei corsi di formazione che una minima parte di essi. A chiunque non voglia accettare un’offerta di lavoro perché preferisce percepire il sussidio senza lavorare (o lavorando in nero) basterà rifiutarla (ha diritto a rifiutarne ben tre senza alcuna giustificazione). Se poi fosse così sfortunato da riceverne ben quattro, e anche la quarta non gli andasse bene, gli basterà considerarla “non attinente alle sue propensioni ed interessi”, che evidentemente nessuno, tantomeno un giudice del Tar, potrà pretendere di conoscere meglio del diretto interessato (l’unico freno all’abuso di questa possibilità di rifiuto è posto dal comma 2, che comunque scatta solo dopo un anno e nel caso di rifiuto di tutte le offerte precedentemente ricevute).

In breve: l’effetto economico più macroscopico del reddito minimo in formato Cinque Stelle sarebbe di ridurre ulteriormente l’offerta di lavoro, che in Italia è già patologicamente bassa rispetto a quella delle altre economie avanzate. Ma il dettaglio più inquietante del reddito minimo sta nella sua iniquità. Essendo basato sul reddito nominale, anziché sul potere di acquisto, esso non potrà che creare nuove diseguaglianze, come se non ne avessimo già abbastanza. Una misura equa, come il “minimo vitale” proposto dall’Istituto Bruno Leoni, dovrebbe basarsi sul reddito in termini reali e non sul reddito monetario. Stanti le enormi differenze nel livello dei prezzi, analiticamente documentate dall’Istat, mille euro di un operaio che vive a Milano valgono poco più della metà di quel che valgono per un manovale che vive in un piccolo comune del Mezzogiorno. Ecco perché tutte le misure basate sul reddito nominale (anche quelle del Pd e del Centro-destra) sono intrinsecamente inique: rischiano di escludere dal beneficio molti veri poveri nelle regioni del centro-nord, e di sussidiare molti finti poveri in quelle del Mezzogiorno. Per non parlare di altri squilibri: l’iniezione nell’economia di 20 miliardi di sussidi all’anno sulla base del reddito nominale dichiarato è strutturalmente una misura pro-evasori, perché beneficerebbe chi guadagna abbastanza ma dichiara poco o nulla, e taglierebbe fuori chi guadagna poco ma dichiara tutto.

Si potrebbe obiettare, naturalmente, che il fascino del reddito minimo deriva anche dal fatto che la formazione di posti di lavoro è molto lenta, molti mestieri e molte occupazioni stanno sparendo, i robot e l’intelligenza artificiale stanno sostituendo gli uomini. In un mondo in cui, come aveva previsto Keynes fin dagli anni ’20 del Novecento, il monte ore totale di una società tende a contrarsi, è logico che la maggioranza non lavori, e che sia la mamma-Stato a provvedere agli sfortunati (o ai fortunati?) che dal lavoro saranno esentati, che lo vogliano o non lo vogliano. Dopotutto, almeno in Italia, in parte è già così: la patologia di uno Stato che da sociale si fa assistenziale risale a circa mezzo secolo fa, quando per la prima volta venne denunciata vigorosamente da un manipolo di studiosi e di politici coraggiosi: Franco Reviglio, Giorgio Galli, Alessandra Nannei, Ugo La Malfa, autori di libri e analisi tanto memorabili quanto inascoltate.

A questa obiezione si possono, a mio parere, fornire due sole risposte. La prima è una domanda: è questo il tipo di mondo in cui vorremmo vivere? Davvero ci piacerebbe che il lavoro fosse il destino di una minoranza di super-efficienti, competitivi, stakanovisti cui spetta, attraverso la mano pubblica, mantenere tutti gli altri? La seconda risposta, invece, è una constatazione, che emerge dal confronto con gli altri paesi. Se guardiamo all’evoluzione del numero di posti di lavoro nelle società avanzate, scopriamo una cosa molto interessante, anche se leggermente frustrante per noi: dopo la crisi, e a dispetto della crisi, sono molti i paesi che hanno oggi un tasso di occupazione più alto di quello di dieci anni fa. Questo basta a mostrare che automazione, intelligenza artificiale, globalizzazione, delocalizzazioni non bastano a spegnere le energie di un paese vitale, che vuole continuare a crescere e prosperare. Certo, è possibile che fra dieci o venti anni l’Italia si ritrovi irrimediabilmente al di fuori dei sentieri della crescita e della modernizzazione, e che a un manipolo di produttori sia affidato il compito di mantenere una maggioranza di cittadini impoveriti e impotenti, in un paese che decresce e diventa sempre più marginale. Ma non raccontiamoci che è colpa del progresso, o che era destino, o che la responsabilità è dell’Europa, della signora Merkel o dell’austerità. Perché se a noi andrà così, e altri invece ne verranno fuori come già stanno facendo, è solo a noi stessi che dovremo chiedere: come mai, anziché reagire alla crisi, creando posti di lavoro veri, abbiamo preferito continuare, come facciamo da mezzo secolo, a puntare tutte le nostre carte sullo Stato assistenziale?