Sul reddito di cittadinanza… – Buseca ن!

Ribloggo completamente l’articolo perché lo condivido e poi per aggiungere ulteriori in un mio post successivo

Sorgente: Sul reddito di cittadinanza… – Buseca ن!

Della serie sì, c’è vita intelligente su faccialibro, interessante questo pezzo propostoci da Fabio Goldoni:

Luca Ricolfi su reddito di cittadinanza (e perché non è soltanto un’idiozia…)

Il reddito di cittadinanza è una disgrazia sotto molti punti di vista
di Luca Ricolfi.

Tasse, sicurezza e occupazione sono gli unici temi che sono stati centrali in tutte le campagne elettorali della seconda Repubblica, compresa questa. Oggi però si è aggiunto un quarto tema, assolutamente centrale e senza precedenti: il reddito minimo.

Fra tutte le forze politiche, quella che più risolutamente e da più tempo punta sul reddito minimo, e da ben cinque anni ha depositato un disegno di legge, è il Movimento Cinque Stelle. L’idea è di garantire a chiunque, indipendentemente dal fatto di lavorare o meno, il raggiungimento di un reddito familiare pari alla soglia di povertà relativa, che attualmente in Italia è di oltre 1000 euro per una famiglia di 2 persone e di 1500 euro per una di 3 persone. La misura, fondamentalmente, riguarda tre categorie di soggetti; chi lavora e guadagna meno della soglia di povertà; chi è disoccupato e cerca un lavoro; chi si trova nella condizione di pensionato, di casalinga o di inoccupato con un reddito familiare inferiore alla soglia. In sostanza ne sono esclusi soltanto i minorenni, e chi ha un reddito dichiarato superiore alla soglia di povertà. Detta così, l’idea è affascinante. Ma come spesso accade, il diavolo si nasconde nei dettagli (e nelle conseguenze).

Vediamo. Primo dettaglio, il costo: comunque lo si computi (le stime oscillano fra 15 e 30 miliardi, ma se si sta alla lettera del disegno di legge la seconda cifra è la più verosimile), un costo annuo di una ventina di miliardi corrisponde a una manovra finanziaria permanente. E’ come dire che, una volta impegnati questi soldi, null’altro si potrà fare: né abbassare le tasse, né incentivare l’occupazione e gli investimenti, per non parlare delle altre innumerevoli promesse dei Cinque Stelle stessi.

Secondo dettaglio: il disincentivo a lavorare. Il disegno di legge sul reddito di cittadinanza ignora il fatto che, così configurato, il reddito minimo renderebbe non conveniente lavorare per ben 9 milioni di italiani. Perché mai un occupato a tempo parziale a 500 euro al mese dovrebbe continuare a lavorare se può guadagnarne quasi 700 non facendo nulla? Certo, si può obiettare che, in realtà, il diritto al reddito di cittadinanza si perde se non si rispettano determinati obblighi (come la ricerca di un lavoro, la formazione, la disponibilità a lavori socialmente utili) e, soprattutto, se si rifiutano le offerte di lavoro. C’è un piccolo dettaglio, però: il percettore di un reddito di cittadinanza può rifiutare ben 3 offerte di lavoro, e arrivato alla quarta può eccepire che l’offerta non è “congrua”, o che una delle precedenti offerte non lo era, e quindi non va inclusa nel conteggio. Ma che significa congrua? Lo specifica nei minimi dettagli il comma 2 dell’articolo 12 del Disegno di legge dei Cinque Stelle. Un’offerta di lavoro è considerata congrua se (cito solo alcune delle condizioni); “è attinente alle propensioni, agli interessi e alle competenze acquisite dal beneficiario”; “la retribuzione oraria è maggiore o eguale all’80% di quella riferita alle mansioni di provenienza”; il posto di lavoro è raggiungibile in meno di un’ora e 20 minuti con i mezzi pubblici. Tutte condizioni che devono essere soddisfatte congiuntamente, altrimenti l’offerta non è congrua. Non ci vuole moltissima fantasia ad immaginare le conseguenze. L’enorme burocrazia di funzionari pubblici pagati per gestire questi 9 milioni di beneficiari non riuscirà ad “accompagnare” al lavoro, al servizio civile, o nei corsi di formazione che una minima parte di essi. A chiunque non voglia accettare un’offerta di lavoro perché preferisce percepire il sussidio senza lavorare (o lavorando in nero) basterà rifiutarla (ha diritto a rifiutarne ben tre senza alcuna giustificazione). Se poi fosse così sfortunato da riceverne ben quattro, e anche la quarta non gli andasse bene, gli basterà considerarla “non attinente alle sue propensioni ed interessi”, che evidentemente nessuno, tantomeno un giudice del Tar, potrà pretendere di conoscere meglio del diretto interessato (l’unico freno all’abuso di questa possibilità di rifiuto è posto dal comma 2, che comunque scatta solo dopo un anno e nel caso di rifiuto di tutte le offerte precedentemente ricevute).

In breve: l’effetto economico più macroscopico del reddito minimo in formato Cinque Stelle sarebbe di ridurre ulteriormente l’offerta di lavoro, che in Italia è già patologicamente bassa rispetto a quella delle altre economie avanzate. Ma il dettaglio più inquietante del reddito minimo sta nella sua iniquità. Essendo basato sul reddito nominale, anziché sul potere di acquisto, esso non potrà che creare nuove diseguaglianze, come se non ne avessimo già abbastanza. Una misura equa, come il “minimo vitale” proposto dall’Istituto Bruno Leoni, dovrebbe basarsi sul reddito in termini reali e non sul reddito monetario. Stanti le enormi differenze nel livello dei prezzi, analiticamente documentate dall’Istat, mille euro di un operaio che vive a Milano valgono poco più della metà di quel che valgono per un manovale che vive in un piccolo comune del Mezzogiorno. Ecco perché tutte le misure basate sul reddito nominale (anche quelle del Pd e del Centro-destra) sono intrinsecamente inique: rischiano di escludere dal beneficio molti veri poveri nelle regioni del centro-nord, e di sussidiare molti finti poveri in quelle del Mezzogiorno. Per non parlare di altri squilibri: l’iniezione nell’economia di 20 miliardi di sussidi all’anno sulla base del reddito nominale dichiarato è strutturalmente una misura pro-evasori, perché beneficerebbe chi guadagna abbastanza ma dichiara poco o nulla, e taglierebbe fuori chi guadagna poco ma dichiara tutto.

Si potrebbe obiettare, naturalmente, che il fascino del reddito minimo deriva anche dal fatto che la formazione di posti di lavoro è molto lenta, molti mestieri e molte occupazioni stanno sparendo, i robot e l’intelligenza artificiale stanno sostituendo gli uomini. In un mondo in cui, come aveva previsto Keynes fin dagli anni ’20 del Novecento, il monte ore totale di una società tende a contrarsi, è logico che la maggioranza non lavori, e che sia la mamma-Stato a provvedere agli sfortunati (o ai fortunati?) che dal lavoro saranno esentati, che lo vogliano o non lo vogliano. Dopotutto, almeno in Italia, in parte è già così: la patologia di uno Stato che da sociale si fa assistenziale risale a circa mezzo secolo fa, quando per la prima volta venne denunciata vigorosamente da un manipolo di studiosi e di politici coraggiosi: Franco Reviglio, Giorgio Galli, Alessandra Nannei, Ugo La Malfa, autori di libri e analisi tanto memorabili quanto inascoltate.

A questa obiezione si possono, a mio parere, fornire due sole risposte. La prima è una domanda: è questo il tipo di mondo in cui vorremmo vivere? Davvero ci piacerebbe che il lavoro fosse il destino di una minoranza di super-efficienti, competitivi, stakanovisti cui spetta, attraverso la mano pubblica, mantenere tutti gli altri? La seconda risposta, invece, è una constatazione, che emerge dal confronto con gli altri paesi. Se guardiamo all’evoluzione del numero di posti di lavoro nelle società avanzate, scopriamo una cosa molto interessante, anche se leggermente frustrante per noi: dopo la crisi, e a dispetto della crisi, sono molti i paesi che hanno oggi un tasso di occupazione più alto di quello di dieci anni fa. Questo basta a mostrare che automazione, intelligenza artificiale, globalizzazione, delocalizzazioni non bastano a spegnere le energie di un paese vitale, che vuole continuare a crescere e prosperare. Certo, è possibile che fra dieci o venti anni l’Italia si ritrovi irrimediabilmente al di fuori dei sentieri della crescita e della modernizzazione, e che a un manipolo di produttori sia affidato il compito di mantenere una maggioranza di cittadini impoveriti e impotenti, in un paese che decresce e diventa sempre più marginale. Ma non raccontiamoci che è colpa del progresso, o che era destino, o che la responsabilità è dell’Europa, della signora Merkel o dell’austerità. Perché se a noi andrà così, e altri invece ne verranno fuori come già stanno facendo, è solo a noi stessi che dovremo chiedere: come mai, anziché reagire alla crisi, creando posti di lavoro veri, abbiamo preferito continuare, come facciamo da mezzo secolo, a puntare tutte le nostre carte sullo Stato assistenziale?

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Oggi è il Giorno del Pi greco, π! – Il Post

Il Giorno del Pi greco – o Pi Day, in inglese – si festeggia oggi, 14 marzo, in tutto il mondo: è la festa della costante matematica pi greco (π), che molti di voi assoceranno al calcolo dell’area del cerchio (A = πr²), ma che in realtà è molto di più: trova applicazione nella relatività generale di Albert Einstein, nel calcolo della probabilità, nell’elettromagnetismo, nella meccanica quantistica. Cos’è il pi greco? Tecnicamente, è il rapporto tra la lunghezza della circonferenza di un cerchio e quella del suo diametro.

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La tua ipersensibilità non ti rende speciale o interessante – The Vision

Un articolo molto interessante sulla snowflake generation e di come lo spingere all’eccesso la tutela della specialità alla fine porti a conseguenze completamente antitetiche rispetto a quanto si voleva inizialmente ottenere.

Concordo con le conclusioni dell’autrice; pensano di essere paladini ma spesso son solo immaturi che rifiutano il dialogo, giustificandosi con la loro spiccata sensibilità, sensibilità che usano per dipingere di idealismo i loro capricci.

Da considerare anche una cosa: quando domani qualcuno parlerà di nazist-shaming, molti dei fiocchi di neve andranno in cortocircuito di brutto ma di brutto, brutto, brutto.

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LA TUA IPERSENSIBILITÀ NON TI RENDE SPECIALE O INTERESSANTE
Di ALICE OLIVERI 18 SETTEMBRE 2017

(…)

Al di là della becera tendenza dell’alt-right a screditare qualsiasi oppositore del movimento sessista, razzista e machista, la questione Generazione Fiocco di Neve porta alla luce un aspetto interessante e complesso della contemporaneità, e a tratti anche inquietante e pericoloso, perché volto a istituire e a imporre in alcuni casi una norma che non è detto garantisca necessariamente una maggiore libertà. Se da un lato il maschio alfa trumpiano impone il suo dominio con violenza spregiudicata e oppressiva, dall’altro il giovane snowflake promulga un’inclinazione alla censura e alla limitazione della libertà di espressione in favore della sua politica in difesa della sensibilità. L’esempio più lampante di questa battaglia per l’ipersensibilizzazione della società è senza dubbio quello della lingua gender-sensitive: ci sono università nel mondo anglosassone che minacciano di abbassare voti a chi non usa termini ed espressioni gender neutral, creando un cortocircuito distopico in cui si propone un modello libero e rispettoso che si applica attraverso norme e divieti.

Sempre a proposito di censura e divieti: la sensibilità degli studenti di lettere della University of Pennysilvania era così urtata da un’immagine di Shakespeare, poeta ritenuto razzista e misogino, affissa nella hall del dipartimento da imporre la sua rimozione e sostituzione con la foto di Audre Lorde, poetessa lesbica e femminista africana. Siamo davvero tanto sicuri del valore che ha il sostituire al più grande poeta e drammaturgo inglese che sia mai esistito questa poetessa? Non è forse attraverso le sue poesie e le sue parole che questa scrittrice dovrebbe essere acclamata, invece che come icona?

 

(…)

La Snowflake Generation rischia con la sua determinata intenzione a stabilire regole e divieti di diventare una sorta di paladina di una metaforica Santa Inquisizione dove qualsiasi mancanza di rispetto al dio delle diversità generi un patibolo di esecuzione per il colpevole di un generico shaming.  (…)

E dunque, questa ipersensibilità, questo desiderio di generare a tutti i costi etichette che danno vita a cose che fino a un attimo prima non esistevano (come nella migliore tradizione biblica), questa incapacità di accettare critiche e di pestare i piedi di fronte a chi si permette di controbattere, annullando ogni scontro dialettico, è forse il segno di una inquietante immaturità che alimenta la marginalità delle minoranze, piuttosto che favorire l’integrazione. Insomma, come può questa generazione di candidi fiocchi di neve portare avanti le sue battaglie, spesso legittime, se per farlo sente il bisogno di scagliarsi contro un’immagine di Shakespeare? Forse i più grandi nemici dei fiocchi di neve sono i fiocchi di neve stessi, che fanno della loro sensibilità un’arma contro il dialogo, di fatto unico vero antidoto all’intolleranza.

 

Se questo è un biomaschio | Bagni Proeliator

Un ottimo articolo di Nebo; oramai il conformismo, l’usare correttamente l’italiano, il ritenere certe cose come: “transgender tendente al cisgender da sinistra con una spruzzata di queer, due fettine di bisex e un’oliva”,  emerite buffonate sta diventando una azione anticonformista. Mala tempora currunt.

 

Di recente Facebook ha implementato la possibilità di modificare il proprio sesso. Oltre a maschio e femmina, aveva aggiunto 50 opzioni. C’è stata un’insurrezione popolare, così le opzioni sono rapidamente diventate 71. Essendo io nato maschio con aggravante etero (che nella neolingua si pronuncia biomaschio, o cisgender) ho sempre pensato si potesse nascere maschi o femmine, e che ti potessero piacere maschi o femmine. Che c’era di complicato?

Oggi i miei amici, quando in Internet parlano al plurale, scrivono “ragazz*” con l’asterisco alla fine, perché se uno legge “tutti” ed è una donna, si sente escluso.

Segue su: Se questo è un biomaschio | Bagni Proeliator

PS se interessa il mio orientamento sessuale è:

LeoniBlog L’esercito dei guerrieri dei pezzi di carta – LeoniBlog

Un valido articolo che spiega bene la bufala del “numero chiuso incostituzionale” con alcune chicche e di come la costituzione non venga letta ma venga solo utilizzata per “nobilitare” i propri capricci anche se quest’ultima dice tutto il contrario.

Sorgente: LeoniBlog L’esercito dei guerrieri dei pezzi di carta – LeoniBlog

(..:) Ma si tratta veramente di questo? Di una limitazione alla libertà di decidere del proprio futuro e del diritto allo studio sancito nella carta costituzionale? Gli studenti preannunciano altre battaglie dello stesso tenore e sarà un autunno ( tanto per cambiare) caldo di manifestazioni, cortei, atenei occupati insomma il solito copione di chi vorrebbe studiare ma è molto impegnato a gridare che vuole farlo.

(…)

L’idea che facoltà universitarie pubbliche incondizionatamente accessibili a tutti siano un bene è, poi, nei fatti, smentita dalle stesse classifiche : le migliori università mondiali, europee ed anche italiane adottano tutte il numero chiuso.

A ben vedere il problema e la polemica sollevata dai test di ammissione, lambisce una questione ben più profonda e cioè perché gli studenti confondano, in realtà, il diritto allo studio con il diritto alla laurea universitaria. Nessuno di loro protesta mai, né scende in piazza, per la libertà di programmi nella scuola dell’obbligo, di insegnamenti, per un’offerta formativa più libera, più ricca e variegata, e non compressa nelle morse assai strette dell’istruzione di stato, ma reclamano tutti la possibilità di ottenere il famigerato pezzo di carta, fosse anche la pergamena di una laurea in filosofia tibetana all’università di Nonsodove, e solo ed esclusivamente per il conseguimento di un diploma di scuola superiore. (…)

 

 

 

sulle macchine congegnate dai filosofi.

“Allora andiamo a prendere la pietra di Severino, e un vaso, e dell’acqua, e un sugero…ˮ

“Piano, piano,ˮ disse Guglielmo. “Non so perché, ma non ho mai visto una macchina che, perfetta nella descrizione dei filosofi poi sia perfetta nel suo funzionamento meccanico. Mentre la roncola di un contadino, che nessuna filosofia ha mai descritto, funziona come si deve…

Umberto Eco, Il Nome della Rosa

MedBunker – Le scomode verità: I vaccini inquinati? Un’esperta dice di no.

Magistrale articolo che smonta la bufala dei vaccini inquinati dalle più svariate sostanze dal tremendo mercurio ad alluminio, bario, sodio, cloro etc. etc. semplicemente evidenziando tutte le “stupidate metodologiche” dello studio che aveva trovato di tutto e di più, canzoni di gigi d’alessio comprese, dentro i vaccini.

Oggi parliamo di una bella notizia. Un’esperta infatti ci fa tirare un sospiro di sollievo, vedremo come ma quando le cronache sono piene di allarmi inutili e terroristici, ogni tanto una bella notizia ci vuole. Gli antivaccinisti non perdono occasione per trovare un motivo per definire “tossici” o “pericolosi” i vaccini. Ci vuole coraggio ma ci provano.

In effetti serve uno sforzo notevole per smentire l’utilità e l’efficacia di una delle più importanti e geniali scoperte dell’uomo ma gli antivaccinisti, si sa, non temono nulla e vanno persino contro il buon senso e la logica. I vaccini sono farmaci somministrati da decenni a milioni di individui. Grazie a loro abbiamo evitato, soprattutto ai bambini ma non solo, malattie, dolore, sofferenze e morte. (…)

Nei vaccini si trova di tutto!

Nel tempo abbiamo assistito quindi ad esempi di falsi studi, terrorismo, manipolazione dei dati, sono tutte fasi che l’antivaccinista deve superare, in qualche modo deve trovare un pericolo nei vaccini, qualcosa che li renda pericolosi, terribili minacciosi per tutti. Ma non ci riesce mai, anzi, a volte, come vedremo, dimostra proprio il contrario.  (…)

Una delle ultime mode dell’attivista che ce l’ha con i vaccini è quella di inserire, tra gli ingredienti dei vaccini, le cose più assurde e raccapriccianti. Che possono essere raccapriccianti solo se siamo ignoranti sul tema. Da medico, vi assicuro, potrei rendere molto raccapricciante qualsiasi cosa, persino il parto, l’evento più fisiologico che possa vivere un essere umano. Ma non lo faccio perché quando si trasforma in raccapricciante qualcosa di “normale”, è ovvio che vi è uno scopo diverso dall’informazione. (…)

Così, per il fatto che la coltivazione di virus o batteri presuppone la presenza di cellule viventi, ecco che per gli antivaccinisti i vaccini contengono “feti abortiti” o “cellule di scimmia”.
Ditemi sinceramente se dire che un vaccino contiene “feti abortiti” sia una cosa normale o un patetico tentativo di causare raccapriccio (e quindi rifiuto) in chi lo legge. Chi lo dice somiglia a chi dice che nel latte c’è pus o che una fetta di carne è un pezzo di cadavere. Se dicessi ad un paziente: “questa penicillina che le ha prescritto il mio collega contiene sostanze ammuffite, è pericolosa!” non starei mentendo ma sarei considerato un povero pazzo (o un furbetto). (…)

Segue su: MedBunker – Le scomode verità: I vaccini inquinati? Un’esperta dice di no.