reddito di cittadinanza, potere di acquisto e inflazione

Sul reddito di cittadinanza ci son altri aspetti cui mi sembra si stia parlando poco ovvero che possa causare una forte inflazione con tutto ciò che ad esso segue.

Premessa: cos’è il potere di acquisto di una moneta? Una moneta non ha valore di per sé ma sulla base di quanti beni e servizi può comprare. Grosso modo si può pensare il potere di acquisto come un: “quante mele posso comprare con 100 unità monetarie?” Una moneta forte con 100 unità monetarie compra 10 Kg di mele, una moneta debole invece compra mezzo torsolo e due semi. Ed è quella la cosa più importante della moneta più che il valore assoluto. Basti pensare che in Zimbabwe a seguito della iperinflazione avevano corso legale banconote da centomila miliardi di dollari dello zimbabwe (100.000.000.000.000 in cifre o 10^14 in notazione esponenziale) banconota che aveva un controvalore, al momento dell’annuncio, pari a circa 30 Dollari Americani.

In italia negli anni esisteva la “scala mobile” che causava una forte inflazione a due cifre e questo erodeva il potere di acquisto della moneta. Tanto per fare  un esempio, usando questo calcolatore on line dell’istat: http://rivaluta.istat.it/Rivaluta/  si vede che per avere il potere di acquisto di 1.000 lire al 1 gennaio 1975, il 1 gennaio del 1976 occorreva avere 1.109 lire, ovverosia la moneta ha perso potere di acquisto, ovvero valore.

Una moneta che perde rapidamente potere d’acquisto, ovvero che si svaluta troppo, viene snobbata dagli altri paesi e costringe a dover operare in valuta estera pregiata con le ovvie controindicazioni del caso, cioè dover immobilizzare capitali per acquistare valuta “forte” e doversi sobbarcare il rischio di cambio.

Troppa inflazione è nociva ed il reddito di cittadinanza, soprattutto se “incondizionato” oppure se condizionato con condizioni “assurde” che lo rendono di fatto incondizionato lancia a mille l’inflazione.

Supponiamo, usando cifre tonde, ci sia un reddito di cittadinanza di 1.000. Anna, cassiera del supermercato, preferirà restare a casa che andare a lavoro per la stessa cifra. Bruno, il proprietario del supermercato quindi, se vuole che Anna, o altri, lavorino alle casse del supermercato dovrà logicamente offrire di più e portare lo stipendio della cassiera da 1000 a 1200. Non solo, se paga la cassiera semplice 1200 non potrà pagare il caporeparto 1200 euro ma dovrà dargli qualcosa di più, diciamo che passa da 1200 a 1500. E così a scalare.
Domanda semplice chi paga tutti questi aumenti di stipendio? ovviamente Bruno dovrà alzare i prezzi del supermercato, e ciò ovviamente causa inflazione. Un chilo di mele passa da 2€ a 2,5€.
Il reddito di cittadinanza di Anna che prima le garantiva l’acquisto di 500 Kg di mele adesso permette di acquistarne solo 400 Kg.  E in breve tempo l’inflazione erode il potere di acquisto del reddito di cittadinanza.

Alta inflazione significa anche alti tassi di interesse come mostra questa tabella, che significa anche difficoltà ad ottenere prestiti e finanziamenti. Insomma un disastro economico.

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Sul reddito di cittadinanza… – Buseca ن!

Ribloggo completamente l’articolo perché lo condivido e poi per aggiungere ulteriori in un mio post successivo

Sorgente: Sul reddito di cittadinanza… – Buseca ن!

Della serie sì, c’è vita intelligente su faccialibro, interessante questo pezzo propostoci da Fabio Goldoni:

Luca Ricolfi su reddito di cittadinanza (e perché non è soltanto un’idiozia…)

Il reddito di cittadinanza è una disgrazia sotto molti punti di vista
di Luca Ricolfi.

Tasse, sicurezza e occupazione sono gli unici temi che sono stati centrali in tutte le campagne elettorali della seconda Repubblica, compresa questa. Oggi però si è aggiunto un quarto tema, assolutamente centrale e senza precedenti: il reddito minimo.

Fra tutte le forze politiche, quella che più risolutamente e da più tempo punta sul reddito minimo, e da ben cinque anni ha depositato un disegno di legge, è il Movimento Cinque Stelle. L’idea è di garantire a chiunque, indipendentemente dal fatto di lavorare o meno, il raggiungimento di un reddito familiare pari alla soglia di povertà relativa, che attualmente in Italia è di oltre 1000 euro per una famiglia di 2 persone e di 1500 euro per una di 3 persone. La misura, fondamentalmente, riguarda tre categorie di soggetti; chi lavora e guadagna meno della soglia di povertà; chi è disoccupato e cerca un lavoro; chi si trova nella condizione di pensionato, di casalinga o di inoccupato con un reddito familiare inferiore alla soglia. In sostanza ne sono esclusi soltanto i minorenni, e chi ha un reddito dichiarato superiore alla soglia di povertà. Detta così, l’idea è affascinante. Ma come spesso accade, il diavolo si nasconde nei dettagli (e nelle conseguenze).

Vediamo. Primo dettaglio, il costo: comunque lo si computi (le stime oscillano fra 15 e 30 miliardi, ma se si sta alla lettera del disegno di legge la seconda cifra è la più verosimile), un costo annuo di una ventina di miliardi corrisponde a una manovra finanziaria permanente. E’ come dire che, una volta impegnati questi soldi, null’altro si potrà fare: né abbassare le tasse, né incentivare l’occupazione e gli investimenti, per non parlare delle altre innumerevoli promesse dei Cinque Stelle stessi.

Secondo dettaglio: il disincentivo a lavorare. Il disegno di legge sul reddito di cittadinanza ignora il fatto che, così configurato, il reddito minimo renderebbe non conveniente lavorare per ben 9 milioni di italiani. Perché mai un occupato a tempo parziale a 500 euro al mese dovrebbe continuare a lavorare se può guadagnarne quasi 700 non facendo nulla? Certo, si può obiettare che, in realtà, il diritto al reddito di cittadinanza si perde se non si rispettano determinati obblighi (come la ricerca di un lavoro, la formazione, la disponibilità a lavori socialmente utili) e, soprattutto, se si rifiutano le offerte di lavoro. C’è un piccolo dettaglio, però: il percettore di un reddito di cittadinanza può rifiutare ben 3 offerte di lavoro, e arrivato alla quarta può eccepire che l’offerta non è “congrua”, o che una delle precedenti offerte non lo era, e quindi non va inclusa nel conteggio. Ma che significa congrua? Lo specifica nei minimi dettagli il comma 2 dell’articolo 12 del Disegno di legge dei Cinque Stelle. Un’offerta di lavoro è considerata congrua se (cito solo alcune delle condizioni); “è attinente alle propensioni, agli interessi e alle competenze acquisite dal beneficiario”; “la retribuzione oraria è maggiore o eguale all’80% di quella riferita alle mansioni di provenienza”; il posto di lavoro è raggiungibile in meno di un’ora e 20 minuti con i mezzi pubblici. Tutte condizioni che devono essere soddisfatte congiuntamente, altrimenti l’offerta non è congrua. Non ci vuole moltissima fantasia ad immaginare le conseguenze. L’enorme burocrazia di funzionari pubblici pagati per gestire questi 9 milioni di beneficiari non riuscirà ad “accompagnare” al lavoro, al servizio civile, o nei corsi di formazione che una minima parte di essi. A chiunque non voglia accettare un’offerta di lavoro perché preferisce percepire il sussidio senza lavorare (o lavorando in nero) basterà rifiutarla (ha diritto a rifiutarne ben tre senza alcuna giustificazione). Se poi fosse così sfortunato da riceverne ben quattro, e anche la quarta non gli andasse bene, gli basterà considerarla “non attinente alle sue propensioni ed interessi”, che evidentemente nessuno, tantomeno un giudice del Tar, potrà pretendere di conoscere meglio del diretto interessato (l’unico freno all’abuso di questa possibilità di rifiuto è posto dal comma 2, che comunque scatta solo dopo un anno e nel caso di rifiuto di tutte le offerte precedentemente ricevute).

In breve: l’effetto economico più macroscopico del reddito minimo in formato Cinque Stelle sarebbe di ridurre ulteriormente l’offerta di lavoro, che in Italia è già patologicamente bassa rispetto a quella delle altre economie avanzate. Ma il dettaglio più inquietante del reddito minimo sta nella sua iniquità. Essendo basato sul reddito nominale, anziché sul potere di acquisto, esso non potrà che creare nuove diseguaglianze, come se non ne avessimo già abbastanza. Una misura equa, come il “minimo vitale” proposto dall’Istituto Bruno Leoni, dovrebbe basarsi sul reddito in termini reali e non sul reddito monetario. Stanti le enormi differenze nel livello dei prezzi, analiticamente documentate dall’Istat, mille euro di un operaio che vive a Milano valgono poco più della metà di quel che valgono per un manovale che vive in un piccolo comune del Mezzogiorno. Ecco perché tutte le misure basate sul reddito nominale (anche quelle del Pd e del Centro-destra) sono intrinsecamente inique: rischiano di escludere dal beneficio molti veri poveri nelle regioni del centro-nord, e di sussidiare molti finti poveri in quelle del Mezzogiorno. Per non parlare di altri squilibri: l’iniezione nell’economia di 20 miliardi di sussidi all’anno sulla base del reddito nominale dichiarato è strutturalmente una misura pro-evasori, perché beneficerebbe chi guadagna abbastanza ma dichiara poco o nulla, e taglierebbe fuori chi guadagna poco ma dichiara tutto.

Si potrebbe obiettare, naturalmente, che il fascino del reddito minimo deriva anche dal fatto che la formazione di posti di lavoro è molto lenta, molti mestieri e molte occupazioni stanno sparendo, i robot e l’intelligenza artificiale stanno sostituendo gli uomini. In un mondo in cui, come aveva previsto Keynes fin dagli anni ’20 del Novecento, il monte ore totale di una società tende a contrarsi, è logico che la maggioranza non lavori, e che sia la mamma-Stato a provvedere agli sfortunati (o ai fortunati?) che dal lavoro saranno esentati, che lo vogliano o non lo vogliano. Dopotutto, almeno in Italia, in parte è già così: la patologia di uno Stato che da sociale si fa assistenziale risale a circa mezzo secolo fa, quando per la prima volta venne denunciata vigorosamente da un manipolo di studiosi e di politici coraggiosi: Franco Reviglio, Giorgio Galli, Alessandra Nannei, Ugo La Malfa, autori di libri e analisi tanto memorabili quanto inascoltate.

A questa obiezione si possono, a mio parere, fornire due sole risposte. La prima è una domanda: è questo il tipo di mondo in cui vorremmo vivere? Davvero ci piacerebbe che il lavoro fosse il destino di una minoranza di super-efficienti, competitivi, stakanovisti cui spetta, attraverso la mano pubblica, mantenere tutti gli altri? La seconda risposta, invece, è una constatazione, che emerge dal confronto con gli altri paesi. Se guardiamo all’evoluzione del numero di posti di lavoro nelle società avanzate, scopriamo una cosa molto interessante, anche se leggermente frustrante per noi: dopo la crisi, e a dispetto della crisi, sono molti i paesi che hanno oggi un tasso di occupazione più alto di quello di dieci anni fa. Questo basta a mostrare che automazione, intelligenza artificiale, globalizzazione, delocalizzazioni non bastano a spegnere le energie di un paese vitale, che vuole continuare a crescere e prosperare. Certo, è possibile che fra dieci o venti anni l’Italia si ritrovi irrimediabilmente al di fuori dei sentieri della crescita e della modernizzazione, e che a un manipolo di produttori sia affidato il compito di mantenere una maggioranza di cittadini impoveriti e impotenti, in un paese che decresce e diventa sempre più marginale. Ma non raccontiamoci che è colpa del progresso, o che era destino, o che la responsabilità è dell’Europa, della signora Merkel o dell’austerità. Perché se a noi andrà così, e altri invece ne verranno fuori come già stanno facendo, è solo a noi stessi che dovremo chiedere: come mai, anziché reagire alla crisi, creando posti di lavoro veri, abbiamo preferito continuare, come facciamo da mezzo secolo, a puntare tutte le nostre carte sullo Stato assistenziale?

la bufala della moneta scritturale

Ovvero alcuni pazzi pretendono di battere loro la moneta e di usarla per pagare le obbligazioni.

Due note a margine:

-> Nessuno è obbligato ad accettare, in pagamento, valuta che non sia la valuta avente corso legale nello stato. Io posso rifiutare i pagamenti in dollari, in bitcoin od in patate. Sono obbligato ad accettare invece i pagamenti in euro.

La Banca d’Italia qui spiega bene cosa sia la moneta scritturale “vera” e cosa si rischi a giocare alla piccola “zecca di stato”. Terra terra: la moneta scritturale creata al di fuori del sistema bancario europeo è solo carta straccia e non vale la carta cui è stampata.  Tentarsi la carta della “moneta scritturale” significa peggiorare, e di molto, la propria situazione finanziaria.

Perché quando parliamo di “tornare alla lira” dimentichiamo la storia – Altreconomia

Molto, molto interessante. Molti che paventano il ritorno alla lira hanno una memoria selettiva; dimenticano l’inflazione alta e il dover pagare la benzina, in proporzione allo stipendio medio, un botto.

Vero anche che prendere un master in economia alla youtube university è oramai alla portata di tutti…

Perché quando parliamo di “tornare alla lira” dimentichiamo la storia

Sorgente: Perché quando parliamo di “tornare alla lira” dimentichiamo la storia – Altreconomia

Se questo è un cittadino portavoce…

fonte: http://www.ilpost.it/2016/09/19/carlo-sibilia-moneta/

 

Carlo Sibilia, deputato e membro del direttorio del Movimento 5 Stelle, ha pubblicato un post su Facebook a proposito di quella che secondo lui è una fregatura che è stata raccontata agli italiani.

Esiste una crisi idrica, quando c’è scarsità d’acqua.
Esiste una crisi geologica, quando c’è scarsità di suolo.
Esiste una crisi d’aria, quando è troppo inquinata.
Non può esistere una crisi monetaria perché manca la moneta.
Infatti acqua, terra e aria sono risorse naturali e pertanto sono finite. La moneta è un’unità di misura e può essere creata in qualsiasi momento.
Dire che esiste una crisi monetaria è come dire che non c’è la lunghezza perché mancano i metri.
NON FACCIAMOCI FREGARE!

“Crisi monetaria”, in genere, è un’espressione usata per indicare il rapido crollo del valore di una moneta. Sibilia costruisce un parallelo in cui sostiene che le “crisi” sono in genere determinate da una mancanza di qualcosa e così, quindi, deve essere anche per le crisi monetarie. Il problema, continua, è che la moneta è soltanto un’unità di misura del valore, quindi non può mai mancare. In caso di “mancanza di moneta”, quindi, è sufficiente stampare nuova moneta per risolvere la situazione. Le crisi monetarie, secondo il deputato, sono una “fregatura”.

A prescindere dal fatto che Sibilia forse allude più alla crisi economica che a una crisi monetaria, gli esempi che utilizza per dimostrare la sua tesi sono un po’ sballati. Il fatto che il metro sia un’unità di misura non implica che esista una quantità infinita di metri: e come un appartamento ha una precisa dimensione in metri, così è finita la dimensione di un’economia. L’Italia, per esempio, ha un PIL di circa 1.500 miliardi, se misurato in euro. Se la produzione di beni e servizi nel nostro paese rimane costante, raddoppiare la quantità di euro in circolazione non produce effetti positivi (anzi), così come non si può variare la dimensione un appartamento semplicemente raddoppiando o dimezzando l’unità di misura con cui se ne misura la superficie.

Il problema che Sibilia non sembra considerare, in sostanza, è l’inflazione. Se la moneta in circolazione aumenta in maniera sostanziale senza che ci sia un aumento nella produzione di beni e servizi, il risultato sarà una perdita di valore della moneta stessa: quello che ieri compravo con dieci, oggi ne costa quindici. È un concetto facile da comprendere se immaginiamo che domattina tutti gli italiani si trovino depositati sul conto corrente tre milioni di euro. Arrivati alla sera, quanto pensate che vi costerà convincere qualcuno che è appena diventato milionario a consegnarvi una pizza sotto la pioggia?

Riporto l’ottimo articolo del post che spiega la cavolata galattica del cittadino portavoce. Adesso io non pretendo che i parlamentari siano tuttologi assoluti ma avere o le basi per non dire troppe cavolate o tenere il becco chiuso quando si parla di argomenti che non si capiscono sarebbe un comportamento accorto.

Perché l’ignorante più pericoloso è quello convinto di sapere tutto e di avere tutta la scienza in testa.

C’è da dire che comunque l’ala dura dei sostenitori del moVimento conta molte persone che seguivano Grillo da quando il suo blog era il sancta sanctorum della fuffa nell’internet italiana e che prendevano per oro colato qualunque cosa venisse scritta nel blog.

Se il peso elettorale del movimento si ridimensiona chi riuscirà a rimanere sulla cresta dell’onda sarà chi riuscirà a carpire il voto dello zoccolo duro gombloddista, uno che ovviamente sostiene le loro tesi. Quindi mi rimane un dubbio; siamo davanti ad un clamoroso caso di ignoranza, roba da far sembrare Mary Star del Tunnel una novella Gianotti o ad un cinico calcolo politico per carpire il voto e il sostegno dell’ala sbroctronica del moVimento?

E’ giusto pagare due euro per farsi installare una app? Sì.

Stavo leggendo la vicenda di Selvaggia Lucarelli e di Mediaworld.

Questo il messaggio della lucarelli su FB

A MediaWorld hanno deciso di fare cassa coi vecchietti. Io ora se mia mamma mi chiede di installarle whatsapp le chiedo 10 euro.

foto di Selvaggia Lucarelli.

Che dire? trovo l’accusa della lucarelli gratuita e infamante. Piaccia o no il tempo è denaro e, un addetto che sta dietro al vostro cellulare per configurarvelo, non sta servendo un cliente che vorrebbe magari supporto per comprare qualcosa, e che magari, infastidito dall’attesa, alla fine esce senza comprare niente.

Che mediaworld sia grande o piccola, se vuole rimanere a galla deve fare utili non beneficenza. D’altronde anche la lucarelli va a gratis a fare l’opinionista nelle varie trasmissioni di gossip? Credo di no.

Lavorando da informatico mi è capitato, come a moltissimi altri colleghi, di ricevere chiamate per risistemare computer, stampanti e qualsiasi altro dispositivo elettronico. E spesso, i pseudoamici, quelli che si ricordano solo quando servi, pretendevano che gli risistemassi i pasticci che loro avevano fatto, magari perdendoci tutta una sera, salvo poi pretendere il servizio gratis perché: è facile, lo sai fare.
Ci siamo passati quasi tutti e, alla fine si diventa cinici e bastardi, anche perché io dell’informatica ci vivevo. I discorsi erano di questo tipo; i pensieri tra parentesi.

Shevathas: Sì, pronto?

PseudoAmico: Ciao, come stai, il mio computer è incasinato non riesco più a navigare in internet cos’ha?

S: (e chi sono, mago Ciro?) Non ne ho idea.

PA: Ma puoi fare qualcosa?

S: (vuoi vedere che ha dimenticato di attaccare qualcosa.) hai controllato i cavi, il modem funziona, le luci sono accese?.

PA: eh ma io non ci capisco nulla, non è che puoi passare a dare un’occhiata

S: (due coglioni, ho altro da fare che rimettere a posto, a gratis, PC incriccati) sto lavorando, non posso.

PA: ma è un lavoro da cinque minuti

S: (sì, non capisci nulla però sai che son 5 minuti…) son 50 sacchi di chiamata e poi vediamo quanto ci impiego. Se mi porti il PC a casa ti faccio pagare solo l’intervento

PA: per un lavoro di cinque minuti facile e veloce?

S: ma se è un lavoro di cinque minuti facile e veloce perché non te lo fai da solo?

PA: Tanalla(1). Click!

Vivere a scrocco è bello, e fare i generosi con i soldi degli altri fa tanto, ma tanto, fico. Peccato che la realtà sia diversa. Lavorando come libero professionista ti rendi conto che i “clienti” con il braccino cortissimo che pretendono e non pagano è meglio perderli da subito che tenerli.
I più rompiballe era la gente pretende da te lo stesso servizio che riceveva da meganipote, supercuggino o ipercognato.

Queste figure mitologiche, conosciutissime da chi lavora nell’informatica, sono ultraesperti con 37 master in informatica al MIT e al CALTEC, che ti chiedi come mai Google, Oracle o Microsoft non abbiano fatto la lotta nel fango per assumerli, capaci di risolvere qualsiasi problema in cinque minuti, fare portali web immensi, contenuti e grafica compresa, in mezza giornata, e lo facevano gratis, anzi a momenti pagavano per l’onore di risistemare un PC incasinato.

Al secondo caso, la risposta era solo una: ma perché allora non ti rivolgi a loro?

Una cosa che alcuni scrocconi viziati non capiscono è che l’amicizia è una cosa ma i rapporti professionali sono altro, se vuoi una consulenza professionale la paghi, altrimenti la ricevi come e quando, e soprattutto, se piace a me.
Se vai al ristorante e paghi per l’aragosta hai tutti i diritti del mondo di incazzarti se non ti portano l’aragosta, se vieni a pranzo da me è maleducato offenderti se non ti servo l’aragosta che desideri. Ciò che si paga si può e si deve pretendere(2), i regali invece sono insindacabili.

Concludendo, se la lucarelli ha tanto a cuore i vecchietti che non sanno installarsi what’s app perché non apre lei una onlus dove volontari, o dipendenti da lei pagati, forniranno gratuitamente l’assistenza richiesta?

Temo che la stella di selvaggia si stia appannando e quindi stia cercando di trollare a più non posso per rimanere sulla cresta dell’onda. Vedo un isola degli ex famosi all’orizzonte.

PS segnalo anche questo commento che condivido a pieno

fonte: https://www.linkedin.com/pulse/non-capisco-lo-scandalo-generato-da-questa-foto-chi-rudy-bandiera

Selvaggia Lucarelli è entrata a un Mediaworld, ha fatto la foto al cartellone che vedete in copertina e più in basso, e poi ha commentato come segue:

A MediaWorld hanno deciso di fare cassa coi vecchietti. Io ora se mia mamma mi chiede di installarle whatsapp le chiedo 10 euro.

Lei è furba, provocatrice. La sua frase è controversa e può essere interpretata in mille modi diversi: come una battuta, come una critica, con sarcasmo.
In effetti a mia nonna non chiedo i soldi per sistemare il telefono perchè è mia nonna ma a tutti quelli che si sono incazzati dicendo a MW cose tipo “sciacalli” oppure “rubate i soldi ai più deboli” io chiedo: voi lavorate gratis?

5 euro per la prima accensione vi sembrano davvero così tanti? Se si allora non l’avete fatta a molte persone: l’ultima volta che ne ho fatta una io a qualcuno, questo qualcuno non sapeva la password, ha dovuto fare 16 telefonate, provare con 5 password diverse, non sapeva cosa voleva e via dicendo.

Il tempo è un valore, non è sciacallaggio, è lavoro. Se qualcuno ti trasferisce la rubrica ti sta facendo un servizio. Se non ti va bene pagarlo chiama tuo nipote, fallo da solo o chiama la nonna della Lucarelli che ormai credo sappia fare.

(1) Tirchio in vernacolo Cagliaritano.

(2) Che poi è il motivo per il quale le aziende preferiscono stringere contratti con altre aziende che appoggiarsi a volontari come i LUG. Se io pago un contratto di assistenza 7/24, e chiamo il 14 di agosto alle 23:00, pretendo che qualcuno mi risponda e mi fornisca il servizio che pago. Se invece mi appoggio a volontari non posso pretendere che vengano immediatamente a levarmi le castagne dal fuoco.

Patrimoniale

Uno dei cavalli di battaglia di una certa sinistra pauperistica è, puntualmente, la patrimoniale. Giochiamo ai piccoli robin hood e leviamo ai ricchi per dare ai poveri.
Peccato che questi sogni non reggano alla forza dei numeri, come dimostra questa perla pubblicata fra i commenti del fatto quotidiano.

fonte:http://www.ilfattoquotidiano.it/2016/03/10/debito-pubblico-i-problemi-di-un-paese-che-non-ha-una-sinistra-che-fa-la-sinistra/2533132/#comment-2562699168

Andrej Vyšinskij
L’unica vera soluzione è quella che nessuno vuol prendere! Si chiama aumento di capitale del Paese, cioè una grande PATRIMONIALE, cioè (per essere ancora più chiaro) forte travaso del patrimonio dei RICCHI verso le casse dello stato!!! Solo questo ci potrà salvare!!!!!!!

Hobbes -> Andrej Vyšinskij
Bene, facciamo qualche conto. Secondo la rivista Forbes i dieci uomini più ricchi d’Italia possiedono un patrimonio di 100 miliardi di dollari. Facciamo una super patrimoniale, cioè portiamogli via tutto e diamolo ai 12 milioni di italiani che secondo l’Istat vivono in povertà. Fanno 8300 euro a testa: un modesto stipendio di 700 euro mensili per un anno. Uno solo, e poi basta.
Adesso invece pensiamo a quante persone lavorano, direttamente o indirettamente, per questi dieci super ricchi. Persone che ricevono uno stipendio mensile quasi sempre superiore a 700 euro a testa. Anno dopo anno.
E rendiamoci conto che la povertà si vince col lavoro, e il lavoro lo crea l’imprenditore, non lo stato. E pensiamo come spingere questi miliardari a investire di più su aziende che creano lavoro.

Che dire? una pietra tombale sui sogni di tanti robin hood con il master in economia conseguito alla prestigiosa Youtube University.

Sto par del bail-in

il bello degli economisti di internet phd in youtube è che non si rendono conto delle loro contraddizioni ma ogni occasione è buona per ripetere i loro mantra: “banche signoraggio male, BCE, euro cattivi”.

Adesso su faccialibro è pieno di proteste per due motivi: il primo è perché le banche son state salvate dai soldi pubblici e il secondo è a causa del bail-in, ovvero che in futuro le banche che fanno cazzate dovranno essere salvate da azionisti e creditori.

Cioè se una banca, a causa di sue azioni, si trova in fallimento non deve essere salvata ne dal pubblico e neppure dal privato. Visto il QI medio degli economisti di youtube, io penso che la metà di loro creda che la banca debba essere salvata dai rettiliani, l’altra metà che il salvataggio debba essere opera di Babbo Natale Genitore Uno di Festa del Solstizio d’Inverno (G.U.F.S.I.) (1) e la restante metà pensi invece che la banca si debba salvare da sola stampandosi in casa i soldi che le servono(2).

Seriamente, quale dovrebbe essere il lavoro di una banca? raccogliere i soldi delle persone ed investirli in maniera tale da poter girare un interesse a chi ha prestato temporaneamente i suoi soldi alla banca.  I soldi che la banca aveva usato per acquistare, ad esempio, i sirtaki bond erano i soldi di chi aveva depositato soldi in banca o sottoscritto piani di investimento con la banca. Non son “tutti” soldi del signor Banca o della Signora G. Giò(3). Gombloddisticamente parlando si può dire che la banca si mette a speculare conto terzi, dove i terzi son quelli che mettono i soldini in banca. E il bail-in altro non è che il principio che se la banca (che specula conto terzi) fa stupidaggini chi ci rimette son quei terzi e non la fiscalità generale(4).

Ci sono dei servizi e dei prodotti bancari al sicuro dal bail-in, dall’articolo di repubblica:

“Sono escluse dall’applicazione del bail-in alcune categorie di passività, segnatamente quelle più rilevanti per la stabilità sistemica o quelle protette nell’ambito fallimentare, come i depositi di valore inferiore a 100.000 euro, le obbligazioni garantite da attivi della banca, i debiti a breve sul mercato interbancario. Altre categorie di passività potranno essere escluse dall’autorità di risoluzione, in casi particolari, sulla base di una valutazione specifica degli effetti sulla stabilità sistemica e del possibile contagio”, spiega la scheda di lettura che ha accompagnato il testo in Aula. “Nell’allocazione delle perdite dovrà essere rispettata la gerarchia prevista dalla direttiva, che in parte modifica quella concorsuale prevedendo, tra l’altro, che i depositi superiori a 100.000 euro detenuti dalle persone fisiche e dalle piccole e medie imprese siano colpiti dopo gli altri crediti chirografari (c.d. pecking order). In ogni caso, il trattamento riservato agli azionisti e ai creditori nell’ambito della risoluzione non potrà essere peggiore rispetto a quello che essi avrebbero subìto in caso di liquidazione coatta amministrativa”.
http://www.repubblica.it/economia/2015/07/02/news/approvata_la_legge_ue_le_banche_saranno_salvate_da_azionisti_e_creditori-118157432/

Per questo trovo buffe le proteste di chi parla della rapina di stato nei confronti dei conti correnti e degli investimenti dei cittadini quando, fino al giorno prima protestava perché lo stato era intervenuto per salvare le banche. Era ciò che chiedevano, son stati accontentati e protestano di nuovo per il motivo opposto. Credibili non c’è che dire…

(1) Questo blog è contro tutte le discriminazioni ed in particolare quelle basate sulla supremazia dell’uomo bianco e della tradizione cristiana.

(2) L’autore dell’articolo ha preso una laurea cum laude in matematica su youtube. >:-)

(3) Nell’NWO non c’è solo il Signor Aggio a tenere le fila dell’economia e delle banche.

(4)Si tratta di speculazione anche se avviene per interposta persona.

 

Crisi grecia in breve

Molti pensano che la Germania si sia comportata con la Grecia come il più classico degli strozzini da telefilm, persone che arrivano a minacciare di morte se non vengono resi tutti i loro soldi in tempi rapidi. Purtroppo le cose sono andate in una maniera leggermente più complessa di quella banale versione dal telefilm.

Brevemente:

  • La grecia aveva chiesto in prestito tanti soldini e se li è allegramente sputtanati.
  • Siccome l’euro era una moneta forte rispetto alla dracma, i contraccolpi dei bagordi (svalutazione della moneta e rialzo degli interessi sui titoli di debito pubblico) la grecia non li ha sentiti subito.
  • Adesso la grecia non può rendere i soldi e si trova ad un bivio: o chiede altri soldi e investe per diventare un paese più solvibile oppure rinuncia a chiedere soldi visto che nessuno vuol dare soldi a fondo perduto per farla continuare a gozzovigliare.
  • I greci hanno votato tsipippas sperando di poter ricevere altri soldi per continuare a gozzovigliare.
  • Tsipras e Varoufakis hanno tentato un bluff dicendo che se non davano altri soldi, senza chiedere di diventare più solvibile, saltava tutto, e per rinforzare il bluff hanno anche chiesto un referendum
  • Peccato che l’europa del 2015 non è quella del 2007 e della crisi valutaria, allora se saltava la grecia si sarebbe innescata la reazione a catena e saltava tutto, adesso invece salta solo lui.
  • La BCE al bluff ha urlato “vedo!” e buttato le carte in tavola costringendo Tsipras a portare agli estremi limiti il suo bluff e costringerlo a rivelare di non avere nulla in mano.

Quindi stringi stringi o la grecia diventa più solvibile oppure nessuno più presterà dei soldi a lei e, come capita a protestati o persone in fallimento, dovrà pagare tutto in contanti o, se farà debiti, avrà interessi folli e dovrà fornire garanzie colossali, una base militare russa molto ben carrozzata nel Pireo, qualche isola ceduta, come Honk Kong all’Inghilterra, alla Cina… Neanche il ritorno alla dracma, soluzione molto gettonata dagli esperti di economia “di youtube” è impraticabile; con che valuta pagheresti le importazioni? all’estero non sono obbligati ad accettarla e possono tranquillamente vendere solo in cambio di beni o di valuta pregiata. E le svalutazioni, come capitato in italia negli anni ’70 ti fanno vendere ma poi ti costringono a pagare prezzi folli per le materie prime e le importazioni. E il rischio di cambio chi se lo prende nel groppone?

La storiella della nuova dracma con rapporto di cambio 1:1 con l’euro è una barzelletta, la durata di quel valore di rapporto nei mercati durerà alcuni femtosecondi, la grecia non ha una economia così forte da essere significativamente paragonata alla UE-{Grecia}. La svalutazione è matematica.

 

Azzardo, prestiti e tassi di interesse…

Una regola “pratica” del gioco d’azzardo è che il valore del premio che si può vincere è inversamente proporzionale alla probabilità di vincerlo. Ovvero più è facile vincere più è basso il premio che eventualmente si vincerà. Prendiamo ad esempio la roulette francese; se punto 1€ sul rosso e, se vinco (probabilità di vincita 18/37), incasso un altro euro. Se invece punto sul 7 e vinco (probabilità di vincita 1/37), incasso altri 35€.

I prestiti di denaro possono essere visti come una  specie di scommessa, io presto il denaro “scommettendo” che tu me lo renderai e la mia vincita (l’interesse) è inversamente proporzionale alla tua solvibilità (la probabilità che tu onorerai il tuo debito). Ecco perché i prestiti dati con forti garanzie come i mutui ipotecari hanno, attualmente, tassi verso il 3% mentre i prestiti “ad alto rischio” come quello delle carte revolving per prestiti sotto i 5.000€ hanno tassi verso il 16%.

E se una persona fosse disoccupata, protestata e sotto pignoramento?

In tal caso nessuno presta lui del denaro, costringendolo a dover pagare tutto in contanti oppure se gli viene prestato del denaro, il prestito ha tassi di interesse “folli” e/o dietro fornitura di “robustissime” garanzie.(1)

Per gli stati è lo stesso; la “solvibilità” di uno stato è dato dalla forza della sua economia e della sua moneta(2). Se uno stato non ha forza economica deve pagare tutto in contanti e se non ha contanti deve svendere i pezzi pregiati sperando di trovare un compratore.

Prima di cercare “gombloddi” e piangere contro le banche cattive forse sarebbe meglio un ripasso dei fondamenti di calcolo delle probabilità e di economia.

 

(1) In Italia esiste una normativa anti usura che fissa un tasso massimo, tasso che dipende dalla tipologia di prestito, qui ci sono i decreti del Ministero delle Finanze riguardo ai tassi medi e tassi soglia per l’usura. Ergo se il rischio del prestito richiede un tasso oltre soglia semplicemente la banca, o la finanziaria, rifiuta.

(2) Il valore di una moneta non può deciderlo lo stato che la emette, o meglio lo stato può decidere il valore nominale ma non ha alcun potere riguardo al valore reale riconosciuto dagli altri stati, e spesso anche dai cittadini dello stato che batte moneta come aveva dimostrato la crisi in russia o nella ex jugoslavia ove, la moneta reale era il marco tedesco. L’euro, impedendo i giochetti di svalutazioni etc. etc. ha anche impedito giochetti come quello che ha portato alla svalutazione della lira nel 1992.