colpa della prescrizione?

Ho seguito un poco il dibattito sull’intervento a cartabianca della argento. La vicenda che coinvolge l’argento è squallida ed in italia sto vedendo bellissimi esempi di come non si faccia giornalismo investigativo scavando nella fogna1 ma si preferisca portare avanti la storiella strappalacrime della povera orfanella contro tutte le brutture del mondo.

Invocando la legge di Godwin, la vicenda di tutti quelli che adesso si dissociano, mostrano solidarietà pelosa e denunciano di tutto e di più, mi ha fatto immaginare che, al processo di norimberga, tutti gli alti gerarchi nazisti si fossero giustificati sostenendo che agirono in quel modo solo perché terrorizzati da Hitler2. E in conseguenza delle loro dichiarazioni fossero stati riconosciuti come dei santi, santi che hanno trovato il coraggio di denunciare le brutture di Hitler. E che tanti si fossero anche scandalizzati che l’accademia di Svezia non avesse premiato i gerarchi con il nobel per la pace.

Comunque c’è un passaggio dell’intervista che mi ha stupito e fatto pensare un poco male

Sorgente: Asia Argento: “Lascio l’Italia, ci verrò in vacanza” – La Stampa

Asia Argento ha anche confermato di aver subito altre molestie sessuali nel corso della sua carriera: «non ho bisogno di fare i nomi, perché in Italia c’è la prescrizione. Anche se li denunciassi non avrei nessun potere giuridico contro questi uomini, ma l’ho comunque detto per sostenere altre donne nel denunciare».

Una bestemmia dal punto di vista giuridico. La prescrizione, che che ne dica la vulgata corrente, non è uno strumento per permettere ai farabutti di farla franca quanto uno strumento di giustizia e di buon senso; dopo un certo lasso di tempo dimostrare la falsità o la verità di certe accuse diventa molto difficile se non praticamente impossibile.

E secondo il diritto moderno se non ci sono prove bisogna assolvere. Che senso avrebbe sprecare risorse per imbastire un processo che quasi sicuramente finirà in un nulla di fatto per l’impossibilità di trovare prove? Son spese di tempo e risorse inutili. E magari per inquisire Tizio che trent’anni fa “quando avevo 13 […] anni me l ‘ ha fatto vedere e da allora sono traumatizzata(cit.)” ritardi il processo a quell’altro che invece ha lasciato evidentissime ed inconfutabili tracce mediche e biologiche su di un’altra sfortunata.

Come puoi dimostrare, con prove a prova di tribunale, oggi che Tizio ti aveva fatto vedere il pisello?

Il problema non è se sia vero o falso che Tizio l’abbia fatto, la questione è che senza prove non si può condannare, o non si dovrebbe condannare, in tribunale. Purtroppo, in certi casi, il desiderio dell’opinione pubblica di avere un colpevole è ipso facto giusta causa per la condanna; basti pensare alla condanna in I grado degli esperti per il terremoto dell’Aquila, condanna per fortuna ribaltata in appello e cassazione.

La seconda è che sostituire la condanna mediatica a quella “giudiziaria” è una bastardata, e chiedere condanne mediatiche mentre ci si lamenta di averne ricevuto è pura ipocrisia.

Ultima questione, accusare senza prove significa rischiare una contro denuncia per calunnia, contro denuncia stavolta però ben supportata da prove.

Perché allora parlare della prescrizione e presentarla come un sistema per permettere alla gente di farla franca? A pensar male, penserei a simpatia politica verso certe posizioni.


  1. Pare che lo scandalo si stia allargando; mi sa che alla prossima cerimonia degli oscar il filmato delle vacanze di Kim Jong-un vincerà tutte statuette, in spregio a Trump e causa mancanza di concorrenza. 
  2. Qualcuno tentò di usare la giustificazione “eseguivo solo gli ordini” ma, tale giustificazione, non venne ritenuta valida per scampare alla forca. 
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la colpa è sempre della cultura patriarcale.

Stavo leggendo questo articolo: https://www.nextquotidiano.it/nicolina-pacini-madre-foggia/ devo dire che l’ho trovato di pessimo gusto.
Mostrare le idiozie che delle stupide “maschiliste” scrivono nella pagina FB di una poveraccia cui hanno ucciso la figlia non mi sembra il massimo del buon gusto. Purtroppo esistono gli imbecilli e le imbecilli e i social spesso hanno lo stesso potere di attrazione, per loro, che la merda ha con le mosche. Esistono; non vedo l’interesse o l’utilità a far da cassa di risonanza a simili stronzate. Il solito articolo spazzatura, che però, devo ammettere, la cui conclusione mi ha alquanto divertito.

Manca giusto qualcuno che venga a scrivere che “se l’era cercata” e che la donna si vestiva in maniera troppo provocante e il cerchio si è chiuso. A volte il maschilismo non è una questione di genere ma uno stato mentale che è comune anche a molte donne e a molte mamme che saranno sempre a giudicare le vite altrui, tanto è gratis.

Il maschilismo (e la cultura patriarcale) a quanto pare ha il ruolo che ha Satana per la chiesa cattolica nella religione della grande madre mediterranea duepuntozero. O forse son solo parole a caso per attrarre click e non voler ammettere che l’idiozia è perfettamente indipendente dal sesso, possono esistere anche stronze persino stronze e femministe.
Quindi se una stronza si comporta da stronza non è colpa sua poverina ma colpa della cultura patriarcale… E pensano di essere credibili?

 

Casi di successo all’estero?

Un esempio da manuale di articolo sul “mitico estero” ove tutte le fighe hanno lo spinterogeno e chiunque vi approdi viene nominato CEO seduta stante.

Sorgente: Francesca, 32 anni,di Donori: vola in Francia, ecco il lavoro stabile – Casteddu Online (grassetti miei)

Il personaggio del giorno di Cagliari Online è , Francesca O., 32 anni di Donori: ora si sente finalmente felice e realizzata, dopo anni di precariato in un paese che ancora una volta si dimostra fucina, e allo stesso tempo carnefice, di migliaia di cervelli in fuga

Francesca, 32 anni,di Donori: vola in Francia, ecco il lavoro stabile
Una laurea in tasca e la voglia di realizzarsi nella sua isola, sogni spezzati da una meritocrazia che in Italia latita, rivitalizzati però, da una proposta arrivata d’oltralpe alla quale sarebbe stato molto difficile rinunciare. Lo studio, i tanti progetti ma soprattutto la determinazione di dare una svolta alla propria vita professionale, l’hanno portata in Francia, precisamente a Strasburgo.

Notare: una meritocrazia che in italia latita. Peccato che spesso per meritocrazia si intenda la meritocrazia all’italiana ove tutti, ma proprio tutti, hanno il merito per il mero fatto di respirare.

LONTANA DA TUTTI. Lontana dai suoi cari, lontana dagli amici e dalla sua amata isola, Francesca O. 32 anni di Donori, ora si sente finalmente felice e realizzata, dopo anni di precariato in un paese che ancora una volta si dimostra fucina, e allo stesso tempo carnefice, di migliaia di cervelli in fuga. “Sono arrivata a Strasburgo ad Aprile dopo aver terminato gli esami del corso di laurea magistrale in scienze pedagogiche e dei servizi educativi – racconta – sono partita con la borsa Erasmus traineeship, sarei dovuta rientrare a luglio 2016, ma eccomi qui con un contratto sino al 2018”. (…)

Facciamo un paio di conti: supponiamo sia arrivata ad aprile del 2015 per un anno di Erasmus, e facciamo i buoni supponendo che nel 2015 avesse 31 anni. Il corso di laurea magistrale è di cinque anni, normalmente ci si dovrebbe laureare in corso a 24/25 anni. Ad essere buoni ci son almeno 5/6 anni di fuoricorso. Ditemi quello che volete ma per le lauree umanistiche già con uno o due anni di fuoricorso si viene considerati asini, la percentuale di chi si laurea in corso è molto elevata. Magari lavorava mentre studiava, ma non la classificherei come cervello in fuga.

Un’altra cosa: come lei stessa dichiara ha un contratto biennale fino al 2018. Che a rigor di logica è un contratto precario, non è una assunzione a tempo indeterminato. Ci si lamenta del precariato e si parla di un contratto di due anni in Francia come lavoro stabile. Mah.

Ultima considerazione: ha iniziato con un tirocinio, penso non retribuito. Anche in questo caso in italia si sta facendo una guerra senza quartiere ai tirocini ed all’alternanza scuola lavoro o università lavoro. Alternanza università-lavoro che è quello che, mi è parso di capire, ha fatto Francesca. E allora perché la stessa cosa in italia sarebbe maledetto sfruttamento mentre in francia è un ottimo sistema per individuare persone valide?

Nonostante il presente le sorrida, in passato non si è certo mai tirata indietro Francesca, talvolta dividendo il suo prezioso tempo tra lo studio e una collezione di impieghi da far invidia, il tutto per racimolare ciò che in un paese civile dovrebbe essere un semplice, quanto sacrosanto, stipendio: “In Italia ho sempre lavorato tantissimo e spesso ho avuto 3 impieghi contemporaneamente, talvolta con mansioni totalmente differenti per riuscire a metter su uno stipendio dignitoso, qua lavoro 35 ore alla settimana e mi resta del tempo per vivere”.(…)

 

“un semplice, quanto sacrosanto, stipendio” cioè lo stipendio non è il corrispettivo di una prestazione professionale ma un diritto inalienabile. E dove sta scritto che lo stipendio per il mero fatto di essere cittadino italiano è un diritto? Da quello che c’è scritto mi sembra di capire che la ragazza fosse una studentessa lavoratrice. Ma è ovvio che se sei una studentessa lavoratrice vai a rilento nella formazione ed è parimenti logico che i lavori per persone “formate” vengano trovati più facilmente da persone completamente formate. Tanto più se esiste una inflazione di persone formate. Banale logica.

Conclusione: l’articolo non mi è piaciuto, si bada troppo a mitizzare l’estero e a denigrare l’italia da non accorgersi delle contraddizioni inserite nell’articolo. La stessa cosa: neolaureata assunta con contratto a tempo determinato per due anni dopo uno stage non retribuito in italia avrebbe fatto gridare allo scandalo, in francia invece è un “caso di successo”. Sinceramente comincio ad avere qualche dubbio che il ministro Poletti abbia solo detto una stronzata; in fondo forse c’era anche un minimo di verità.

 

Corso di gombloddologia teorica per giornalisti !!!!UNOUNOUNOUNDICIUNO

Stavo leggendo questo articolo del fatto quotidiano: Corsi de il Fatto Quotidiano, il giornalismo scientifico non deve dar voce solo agli addetti ai lavori e devo dire che mi ha divertito, divertito per non piangere perché l’autore dimostra platealmente di non aver capito cosa sia il giornalismo scientifico. Proprio vero che in italia chi sa fa, chi non sa fare insegna come farlo.

Corsi de il Fatto Quotidiano, il giornalismo scientifico non deve dar voce solo agli addetti ai lavori – Il Fatto Quotidiano

ArticoliIl giornalismo scientifico, soprattutto di marca italiana, sembra sposare un atteggiamento “militante-scientista” e cioè fa propria la missione di dar voce alla “Scienza”, invece di sintonizzarsi sull’interesse pubblico.

E già l’attacco è una cavolata; si deve parlare di scienza o si deve parlare dell’interesse pubblico? Son due cose distinte: da una parte il fatto, la scoperta, la teoria scientifica e dall’altra le conseguenze e l’impatto di quest’ultima sulla collettività. A cosa serve mescolarle? Imho solo il poter avere a disposizione tante “fallacie logiche” e “fallacie argomentative” da usare per confutare un fatto scientifico. Perché un fatto scientifico può essere confutato solo da un altro fatto scientifico, non dalle opinioni di sora Cesira o del tronista di turno di Uomini e Donne. Molto pessimo pseudogiornalismo scientifico in italia, si veda il caso stamina, nasce proprio dal voler mettere sullo stesso piano lo scienziato che parla dei risultati “sperimentali” nella sua materia e la vippetta svaporata che invece porta come argomenti quello che pensa la gggente. Come far confrontare durante la moviola calcistica un esperto di calcio e un esperto di cricket che giudica secondo le regole del cricket. Chi dovrebbe essere più attendibile riguardo al fuorigioco?

Spesso i giornalisti invece di fornire ai lettori gli strumenti per un giudizio critico, e di contribuire a porre in un contesto le notizie che provengono dal mondo della scienza, diventano portavoce degli scienziati.

Sarei curioso di sapere quali siano questi mirabolanti strumenti per un giudizio critico; dubito fortemente che si tratti della conoscenza di base del calcolo delle probabilità, di come si debba leggere correttamente una statistica. Il capire che anedotto non significa esperimento o il capire che un caso singolo non può, mai, confutare una media.

Ne parleremo sabato 3 dicembre al corso “Scienza, media e propaganda”, prendendo le mossa da racconto del caso del processo aquilano “Grandi Rischi”, per analizzare le criticità dell’informazione scientifica. Ancora più in dettaglio si mostrerà, in concreto, come certe distorsioni abbiano reso possibile raccontare sul piano mediatico un processo altro – il cosiddetto “Processo alla scienza” -, slegato da quello che effettivamente si stava svolgendo nelle aule di Tribunale.

Parliamone, parliamo di un processo fatto agli scienziati non per quello che avevano detto alla riunione, giudicato da tribunale d’appello come lo stato dell’arte delle conoscenze al momento, ma per quello che aveva capito, da notizie di seconda o terza mano, sora Cesira. Parliamo di tante supercazzole tirate fuori per coprire il fatto che si volevano processare ma non c’erano accuse sensate da fare. Una buona conoscenza della logica avrebbe fatto capire che l’affermazione “aver previsto il non svolgimento del terremoto” è perfettamente equivalente dal punto di vista logico all’affermazione “non aver previsto il terremoto”. Infatti i capi di imputazione erano talmente sgangherati e le motivazioni della condanna talmente inconsistenti che la sentenza di primo grado non è stata riformata ma completamente ribaltata in appello. La sentenza di appello poi è stata confermata in cassazione.

Nella seconda parte della lezione si indagheranno i rapporti tra medicina e mafie, con un focus sulla simulazione della follia per ottenere benefici di giustizia: chi sono i professionisti della salute che si prestano a “insegnare” ai boss di mafia le tecniche più evolute del disagio mentale e come funziona il sistema delle “carte dei pazzi”.

Mah, quello sarebbe da insegnare ai giudici ed ai periti del tribunale come scoprire i simulatori più che ad un Tizio che non ha accesso a tutta la documentazione clinica e che il “paziente” bene o male lo vede per cinque minuti alla televisione. Quindi cosa c’entra quella roba con il corso di giornalismo scientifico? Più che giornalismo scientifico mi fa venire in mente il caso di tanti esperti di “medicina di youtube” pronti a giurare sull’efficacia del caso stamina perché avevano visto, alla televisione, tanti miglioramenti. O il caso della parlamentare che si era messa a confutare le misure sulla potenza del sisma perché lei sentiva che non poteva essere solo del sesto grado.

Ecco perché penso che quello sia un corso di gombloddismo teorico per giornalisti; le stronzate in salsa pseudoscientifica fanno vendere anche se fanno danni.

la democrazia è bella se votano solo i democratici.

Stavo leggendo le analisi fatte nei giornali italiani riguardo alla vittoria di Trump alle elezioni americane. Uno dei topos più gettonati è che Trump ha vinto per il voto dei razzisti, dei bifolchi, della feccia mentre la minoranza dotta, accultuVata e politically coVVect, teneva, giustamente, per la Clinton. Il solito: “abbiamo preso più gol di quanti ne abbiamo realizzato, ma abbiamo vinto il premio della simpatia, della correttezza e del miglior palleggio a centrocampo (ed è una ingiustizia se i tre punti vanno agli altri)”… Quindi se avessero votato solo di democratici DOCGLGBTQRXYZ avrebbero vinto i buoni.

Analisi che, a mio avviso, mostrano il solito problema di molti “democratici”:  la democrazia giusta è quella dove votano solo i sostenitori del mio candidato. Ma quella non è democrazia ma una dittatura, illuminata quanto si vuole ma una dittatura (o democrazia popolare stile Ceaucescu, se piace di più). E riescono anche a stupirsi del fatto che la gente li mandi, metaforicamente, a cagare…

 

 

Premio “il manifesto” edizione elezioni americane 2016

Il vincitore del premio “il manifesto” edizione campagna elettorale americana 2016.

fonte: http://www.ilfattoquotidiano.it/2016/11/08/elezioni-usa-2016-perche-hillary-sara-la-prima-presidente/3176829/

Elezioni Usa 2016, perché Hillary Clinton sarà la prima presidente
di Sciltian Gastaldi | 8 novembre 2016

Sono rimasto un po’ sorpreso dal grado di allarmismo notato su diverse testate italiane in questi ultimi giorni prima del voto per le elezioni presidenziali statunitensi. Soprattutto paragonandolo alla relativa tranquillità dei principali centri di previsione Usa, che danno tutti Hillary Clinton favorita, dal 99% del Princeton Election Consortium, al 71% del blog FiveThirtyEight, passando per l’84% del New York Times.

Da quando Donald Trump è riuscito a imporsi nella nomination del Partito Repubblicano, ho pensato che i democratici avrebbero potuto candidare anche Pongo, il famoso cane dalmata protagonista de La carica dei 101, e sarebbero tornati alla Casa Bianca. L’immagine del cane dalmata la possiamo sostituire con qualcosa di ancora meno plausibile, stando alla storia politica americana: perfino se le primarie dem se le fosse aggiudicate il socialista Bernie Sanders, uomo che per altro io stimo moltissimo e che avrei votato sopra a Hillary, ci sarebbero state ottime possibilità di sconfiggere un candidato così improbabile come Donald Trump.

Sparare sulla croce rossa sarebbe facile; il giornalista ha preso una solenne cantonata come la prese il manifesto quando spacciò per realtà accertata il suo sogno, ovvero la vittoria di Kerry su Bush.  Succede, sono i rischi di giocare al piccolo indovino, anche se, personalmente, considero malafede da parte dei giornalisti lo spacciare le opinioni per la realtà. Avesse scritto “io penso che…” sarebbe stato molto più corretto. L’articolo comunque l’ho trovato molto più interessante per altri motivi; i grassetti nelle parti citate sono i miei.

So già che a questo punto del post diversi lettori staranno toccando ferro e no: non sottovaluto la capacità populistica di Trump. Né sottovaluto la particolarissima congiuntura in cui càpita la sua candidatura, con il vento che spira in poppa di tutti i movimenti populistici e qualunquisti. Vedo anche io l’ondata di analfabeti funzionali e di ignoranti che si sentono particolarmente fieri del loro status di allergici alla verifica e all’approfondimento. (…)

E invece no: perché poi alla fine dei giochi, c’è che per vincere le elezioni ti devi far votare da un sacco di gente diversa. Non bastano gli ignoranti, gli integralisti del Winchester o della Bibbia e gli uomini bianchi disoccupati.Occorre far breccia anche nel resto del mondo, quello che magari in casa tiene qualche libro in più delle Sacre Scritture, o che se sa che parli delle donne come “f***e da afferrare” gli dài la nausea. Insomma, Trump fra alcune categorie di elettori che rappresentano, tutte sommate insieme, la grande maggioranza del corpo elettorale americano è in netta minoranza. Fra le donne, fra i giovani, fra i diplomati, fra i laureati, fra gli afroamericani, fra i latini, fra gli asiatici, fra le persone Lgbtq, fra gli intellettuali, fra gli abitanti delle grandi metropoli e gli abitanti dei piccoli centri universitari, Trump prenderebbe meno voti di un qualunque opponente democratico. Figurarsi poi se quell’opponente è una persona competente e agguerrita come Hillary Clinton.

(…). Io penso vincerà soprattutto in quelli semi-disabitati che esprimono una maggioranza bianca, o agli Stati ricchi solo di analfabeti funzionali e integralisti o, al limite, di petrolio e miliardari in attività o in pensione.

Ma nonostante tutto domattina ci sveglieremo con Hillary Clinton presidente con una maggioranza in termini di grandi elettori che per me sfonderà i 300 su 538. Se poi Hillary dovesse perdere tutti gli stati incerti e vincere solo in Pennsylvania, allora magari la vittoria sarà molto più contenuta. Se poi dovessi sbagliarmi, mi sbrigo a cambiare nome e identità, ché la vendetta di Donald sarà feroce e arriverà di sicuro anche sui blogger de Il Fatto Quotidiano.

di Sciltian Gastaldi | 8 novembre 2016

Gli errori sono i soliti, gli stessi che lanciarono berlusconi: il non voler capire chi preferisce votare per l’altra parte, quali sono le sue motivazioni e i suoi desideri ma limitarsi a bollarli come “feccia”. La solita, e solenne, zappa sui piedi di chi pensa che chi vota il proprio candidato è buono bello saggio e intelligente mentre chi vota l’altro un penoso buzzurro. Vedi ad esempio le elezioni italiane cui ha partecipato berlusconi. Il leggere una competizione elettorale non come uno scontro fra due modelli, due proposte, due idee ma come un bene contro male. Peccato che la realtà non sia un film e il non capire perché e percome le persone votano significa automaticamente rinunciare al loro voto. Allo stesso modo l’essere convinto che basti essere il buono per essere, ipso facto, votato dai buoni significa che non si sta facendo nulla per convincere “i buoni” a votarti. E il risultato è che alla fine vince il cattivo. Quanto capitato in italia nel 2001 e nel 2008 non ha insegnato niente.

Un ultima cattiveria sul cambio di nome: penso sia opportuno più per aver contrabbandato una opinione come fatto accertato, cosa che per un giornalista è sintomo di scarsa professionalità.

 

Urlare al razzismo per un pugno di click

Non ho voluto commentare i fatti di Fermo; una rissa nella quale c’è purtroppo scappato il morto ma non il “romanzo” che certi giornalisti e certi politici hanno immaginato.
Però sto notando che, siccome il dibattito razzismo sì/no ha fatto vendere i giornali si stanno lanciando a scrivere articoli dove vedono razzismo anche nel fatto che negli scacchi inizino sempre i bianchi.
Come questo, pessimo, articolo del fatto,

Un tassista si rifiuta di accompagnare dal medico una ragazza che si sente male. Lei è una diciottenne nigeriana, da aprile in Italia, a Ferrara, seguita dal Centro XXX. Lunedì mattina le sue inquiline chiamano la mediatrice culturale del centro: la giovane sta male, accusa forti dolori alla pancia. La mediatrice, Maria, 40 anni, anche lei nigeriana, corre a vederla. I dolori sono così forti che le impediscono di camminare. L’accompagna poco distante, sul piazzale della stazione, per prendere un taxi.

“Mi ha detto bruscamente che lui se la ragazza sta male non la prendeva su. Che il suo taxi non è un’ambulanza”. Maria, esterrefatta, ha provato a convincerlo: “Non le sto chiedendo di curarla, solo di accompagnarla dal medico”. E l’uomo: “No, io non la prendo su”. (…)

Quanto invece all’episodio del taxi negato “non mi è mai capitata una cosa del genere” dice Maria a ilfattoquotidiano.it. E se fosse stata un’italiana a chiedere il passaggio, il tassista avrebbe accettato? “Sono sicura di sì”. La pensa così anche il Centro XXX: “Vista la nazionalità dell’operatrice e della ragazza, si ipotizza che tale comportamento e inadempimento ai propri doveri sia dovuto ad una evidente discriminazione etnica e pertanto chiediamo che tale segnalazione venga presa in considerazione e venga seguita da una adeguata risposta”.

che sembra quasi lamentarsi del razzismo del taxista che si rifiuta di soccorrere una ragazza solo perché di colore. Peccato che chi ha sbagliato, e alla grande, in quella vicenda non è stato il taxista ma la mediatrice culturale.

Come ha scritto, giustamente, un commentatore:

“La ragazza nigeriana (risponde citando la frase di un commento riguardo all’agire della mediatrice NdR) ha agito nel migliore dei modi rispetto agli standard dei Paesi più avanzati”. Davvero? Non dimentichiamo che la ragazza malata era ospite di una struttura di accoglienza o qualcosa di simile. Ebbene, nei Paesi più avanzati nei centri di accoglienza DEVE esistere un protocollo di intervento medico in caso di malore degli ospiti, protocollo che non consiste certamente nell’uscire per strada a cercare un mezzo di trasporto per recarsi dal dottore. Peggio ancora l’idea di far camminare una persona che si sente tanto male e accusa forti dolori. Delle due l’una: o questo centro non dispone di un protocollo di intervento medico – fatto gravissimo – o la mediatrice culturale ha ignorato tale protocollo agendo di testa propria, in maniera peraltro assolutamente pericolosa per la salute della ragazza, che è altrettanto grave. E il problema secondo costei sarebbe il tassista?

Se la ragazza, come dice l’articolo, aveva forti dolori, da non riuscire a camminare, la cosa giusta da fare era allertare il 118 e consultarsi con loro, non agire di testa propria. Avrebbero fatto le domande appropriate e avrebbero gestito, come loro dovere d’altronde, l’emergenza decidendo il da farsi.  Non è il taxista che ha discriminato, è stata la mediatrice ad aver preso una cantonata colossale. Prima di pensare a riprendere il taxista, come scrive anche il commento sopra citato, io penserei all’esistenza di un protocollo di emergenza e cosa ci sia scritto sopra. Poi vedrei di capire se la mediatrice conosce ed ha applicato quel protocollo o ha agito di testa sua, prendendo anche gli opportuni provvedimenti del caso. In certe situazioni meglio non improvvisare. Poi dopo, ma con calma, con molta calma, chiederei al taxista come mai non ha pensato lui di chiamare il 118.

Articoli simili, dove per cercare un poco di razzismo cui lagnarsi si presentano come meritori comportamenti dissennati: per una emergenza medica si chiama il 118 non si cerca un taxi; e come razzismo quello che è banale buon senso, finiscono a far pensare che molte accuse di razzismo siano solo piagnistei per giustificare i propri capricci e coprire le proprie stronzate. Il rischio è che quando qualcuno sarà realmente discriminato molti alzeranno le spalle con un “i soliti capricci”…

PS

da notare come i commenti dei lettori molto spesso aiutino a capire e valutare bene la quantità di fuffa di un articolo.

Creare razzismo how to.

Stavo leggendo questa “non notizia” del fatto quotidiano

Attentati Bruxelles, mima un mitragliatore in una scuola di Cremona: sospeso uno studente delle medie

Sanzionato un ragazzo marocchino che nel corridoio dell’istituto ha inneggiato agli eventi in Belgio. Un episodio analogo era avvenuto dopo i fatti di Parigi, a novembre. Alta l’attenzione della Digos: il giovane è parente di una persona indagata 15 anni fa in un’inchiesta antiterrorismo

Sospeso perché ha inneggiato agli attentati di Bruxelles. E’ la punizione inflitta ad un ragazzo marocchino di seconda media che frequenta una scuola di Cremona. Il giovane, durante le ore di lezione, secondo quanto hanno raccontato i suoi compagni di classe, è uscito dall’aula, e nel corridoio ha appallottolato un grande quaderno e ha mimato un mitragliatore, come a sparare. (…)

Secondo quanto si apprende il ragazzo aveva tenuto un atteggiamento simile in occasione degli attentati di Parigi del 13 novembre. In quel caso lo studente fu sanzionato solo con un richiamo, anche se i genitori furono convocati dal preside. Sulla vicenda resta alta l’attenzione della Digos di Cremona anche perché il giovane è il nipote di uno degli indagati in un’inchiesta del 2002 sul rischio attentati di matrice terroristica al duomo.

Perché lo considero un pessimo articolo? perché invece di presentare gli eventi per quello che sono: la sospensione di un alunno indisciplinato recidivo, fa vittimismo. Se uno studente esce, senza autorizzazione, dalla classe durante le ore di lezione per fare una chiassata, viola il regolamento e, generalmente, vengono presi provvedimenti disciplinari. Ciò vale per tutti gli studenti siano essi italiani o immigrati. Il gesto compiuto invece non conta, al posto del mitra poteva esultare per la vittoria del canicattì calcio o per la luna piena e la situazione non sarebbe cambiata per niente. Il comportamento errato, ribadisco, è stato l’uscire dalla classe. E la sospensione penso sia scattata giustamente a causa delle reiterazione del comportamento.

Fin qui nulla di particolare rispetto a quanto ho visto, da docente e da studente, nelle scuole; uno studente indisciplinato e recidivo viene sospeso, notizia utile ed interessante come il sapere che Lapalice prima di morire era vivo.  Perché allora farci un articolo di giornale, che senso ha far sapere che lo studente era immigrato, di chi era parente? La risposta che mi do è “click baiting”, il voler attrarre click e traffico sfruttando ancora l’onda emotiva degli attentati in belgio.

Ma questo è pericoloso; pericoloso perché, funzionando come una lente distorcente, può far apparire lo studente come un discriminato oppure mostrare una società che fa il muso cattivo contro i “boveri immigrati”. Pericoloso perché, per evitare polemiche, la scuola potrebbe adottare una doppia morale, una per gli autoctoni e una diversa per i migranti per evitare accuse di razzismo. Però questo, sia che la morale per i migranti sia più tenera, sia che sia più dura, è, in ogni caso, razzismo e discriminazione.

Piaccia o no il ragazzo marocchino è stato trattato allo stesso modo cui sarebbe stato trattato un ragazzo italiano che fosse uscito dalla classe ripetendo comportamenti per i quali era già stato ripreso, e sarebbe razzismo questo? Se poi la famiglia è “critica” e la Digos indaga forse è meglio non raccontarlo urbi et orbi ma lasciarla lavorare in silenzio e tranquillità.