Il pasticcio della comunicazione

Sul green pass si stanno ripetendo paro paro tutti gli errori di comunicazione che hanno fatto fallire immuni. Il primo, più grave, è il non voler cercare il confronto con l’ala “ragionevole” di chi ha riserve sul green pass ma partire subito all’attacco a colpi di uomini di paglia di “novax”.

Perché alcune obiezioni sono sensate, chiedere che ci si possa vaccinare presto e chiedere che ci siano “azioni mitigative” come magari una franchigia di tamponi gratis, non sono obiezioni del tipo “gombloddo big pharma microchip”, sono domande sensate alle quali è giusto dare una risposta. Invece si urla al gombloddista verso chi pone tali dubbi. Azione che a molti fa venire il dubbio su chi siano realmente i fanatici. Stesso errore fatto con immuni; qualunque dubbio era perché eri un gombloddista, la risposta a qualsiasi dubbio era “ma ti scarichi che verdura sei”. E quando, poi hanno dovuto dare ragione ai dubbiosi, hanno fatto un signor regalo ai gombloddisti. Immuni è stato un colossale flop, perché, non dovrebbe essere lo stesso per il green pass?

Secondo errore: non dire la procedura subito: il GP funziona in questo modo, così e cosà. Chi non lo possiede può fare questo e quello, se vuole fare quest’altro deve almeno fare un tampone 48h prima… etc. etc. Invece no, come per immuni dove non si parlava di cosa fare quando arrivava il BIP, ma si parlava solo di scaricarla, c’è molta confusione su troppi dettagli della procedura. E questo ovviamente non contribuisce alla fiducia che chi propone il GP abbia idea di cosa stia realmente facendo ma fa pensare che pensi solo alla facciata. Giova ricordare anche gli indegni balletti sui vaccini, con notizie di morti pompate dalla stampa, il governo che agiva dando grattini alla piazza, leva AZ anche contro il parere dell’EMA, rimetti AZ, leva AZ per gli under 60 e fai l’eterologa. Troppi cambi in corsa per sperare che la gente si fidi ancora senza “robuste motivazioni”

Capisco molta diffidenza sui vaccini, troppe voci autorevoli contrastanti hanno aumentato e di molto la confusione e insieme ai fanatici no vax ci sono anche quelli giustamente perplessi e confusi. Percularli, come ha fatto “il Virologo” invece di chiarire la loro confusione significa regalarsi ai no vax. Altro grave errore prestarsi al gioco del “telewrestling” fra face (i buoni) e gli heel (i cattivi). Si finisce ad essere percepiti come “attori” allo stesso modo degli altri, come personaggi costruiti a tavolino per interpretare una parte, non come terzi autorevoli.

Green pass

I miei due centesimi, sul green pass si stanno facendo grossi errori, errori che rischiano seriamente di mandare tutto a puttane.

Io sono per i vaccini e penso che sia giusto adottare misure di prevenzione sensate e pesate però evitando da una parte gli eccessi e dall’altra una narrativa post apocalittica del bene contro il male.  Prendiamo ad esempio il lockdown; che senso aveva vietare completamente le attività all’aria aperta come il trekking o i giri in bicicletta, il nuoto al mare o anche le semplici passeggiate? Non sarebbe stato meglio permetterle a patto che si rispettasse il distanziamento? Nei parchi non so ma nei sentieri o passeggiando in spiaggia è facilissimo stare distanti. Non parliamo di chi si mette a fare snorkeling. O le mascherine; metterle sempre, anche quando è facile mantenere il distanziamento, ha senso?

Adesso con il green pass si stanno ripetendo paro paro gli stessi errori fatti l’estate scorsa con una serie di direttive confusionarie e pasticciate fatte, imho, solo per far vedere che si è capaci di darle. In linea teorica è giusto ma, azioni “mitigative” del divieto per chi vorrebbe vaccinarsi e, per motivi indipendenti dalla sua volontà come allergia o più banale mancanza di vaccini, non può farlo? Anche un pro vax finisce ad incazzarsi se, avendo il vaccino prenotato per settembre visto che prima non era possibile, deve restare recluso e, peggio, additato come “no vax”. Alla fine questa stronzata finirà a far odiare lo strumento e lottare per toglierlo.

La comunicazione è stata sbagliata completamente; imho si sarebbe dovuto parlare di misure di cautela, test rapidi gratuiti o pass, invece di parlare del pass di un modo per dividere il mondo in buoni e cattivi. Posso fare alcuni esempi di amici pro vax che hanno criticato il provvedimento con obiezioni sensate; uno ha due figli di 16 e 14 anni. Per loro il vaccino è prenotato a ottobre, non possono vaccinarsi prima. Vietato uscire anche a prendersi una pizza? Un altro torna con la moglie dall’Inghilterra per le vacanze, ove son stati vaccinati. Ma il vaccino inglese non è riconosciuto dalle autorità italiane, penso per casini diplomatici. Nessuna pizza con gli amici?

E alle loro, giuste, critiche son stati presi da “untori”; si è realizzato il sogno bagnato di chi sogna di far approvare leggi a colpi di: “chi è contrario è un nazipedosatanista untore”, il mondo diviso fra i buoni, che son d’accordo incondizionatamente, e i cattivi, che non lo sono. E i cattivi non sono persone che la pensano in maniera diversa e che possono avere anche obiezioni sensate. No sono un incrocio fra l’untore di manzoniana memoria e la caricatura del complottista terrapiattista. Brutte brutte cose.


PS ho letto il messaggio su twitter del “Virologo” con la V maiuscola. Mi sa che ha preso gusto a fare lo scienziato di regime e, qualunque cosa dica il re lui finirà a voler fare il più realista del re. Non ne avevo molta stima prima, preferivo divulgatori più pacati come Di Grazia o Bressanini, adesso posso dire che meno parla meglio è, troppe stronzate sui social.

sulla fine del motore a scoppio

Ho letto la notizia che l’europa pare sia intenzionata a vietare le auto a combustione interna entro il 2035.
Personalmente penso sia prematuro parlarne adesso visto che la tecnologia non è abbastanza matura e si rischia di ripetere lo stesso esperimento del nucleare tedesco dopo fukushima. Venne chiuso per una transizione verde e, per mantenere gli stessi livelli di produzione di energia, si sta bruciando più carbone.

Auto a combustione interna fuorilegge in Europa entro il 2035. Brutta o bella notizia?
A partire dal 2035 in Europa non sarà più possibile acquistare auto a combustione interna. I veicoli immatricolati prima di allora ovviamente potranno continuare a circolare, ma è presumibile che entro pochi anni spariranno, in quanto ovviamente anche il circuito di distribuzione dei carburanti andrà progressivamente a ridursi e i vantaggi di avere un’auto a benzina o diesel saranno sempre meno.
Ma servirà a qualcosa dal punto di vista della riduzione delle emissioni? Sì, a qualcosa servirà, ma non a molto.
Dal punto di vista dei consumi, un’auto elettrica ha un’efficienza maggiore di un’auto a combustione interna, ma a monte occorre tenere in considerazione l’efficienza del processo di produzione dell’energia elettrica: se questo è basato sui combustibili fossili, il risultato finale è circa lo stesso – si ha un lieve guadagno se le centrali elettriche sono a turbogas, perché hanno un rendimento maggiore e un minor tasso di emissioni a parità di energia generata.
Se invece l’energia si produce in altro modo, allora il vantaggio di avere un parco autoveicoli elettrificato aumenta, ma questo non significa necessariamente che il rapporto costi-benefici sia sbilanciato a favore dei secondi. Se prendiamo la situazione italiana, ad esempio, noi oggi produciamo circa il 60% della nostra elettricità coi combustibili fossili. Supponendo che l’aumento della domanda dovuto alle auto elettriche lasci questa percentuale invariata, le emissioni dovute al traffico su gomma verrebbero ridotte del 40%, che di per sé non sarebbe male; il problema è che non è affatto detto che l’aumento della domanda di elettricità non venga invece compensato da un aumento della produzione da combustibili fossili, soprattutto considerato che l’idroelettrico e il geotermico sono saturi, il solare e l’eolico sono intermittenti e le biomasse vanno bilanciate con politiche ambientali adeguate, altrimenti diventano peggio del carbone.
Il problema della decarbonizzazione dei trasporti viene dunque semplicemente spostato e accorpato a quello della decarbonizzazione della produzione di elettricità, sul quale l’andazzo sembra essere quello di voler continuare ad escludere l’unica fonte pulita, densa e sempre disponibile.
Qualcuno dirà che le auto elettriche permettono di stabilizzare la rete, permettendo quindi al solare e all’eolico di assumere un ruolo predominante nonostante la loro intermittenza. Ma questo può essere vero in media, non sempre: se capita un momento di picco di domanda in un orario in cui le rinnovabili producono poco e la gente non può attaccare l’auto alla rete, cosa succede? Non è uno scenario ipotetico: l’orario in cui cala la produzione di energia solare (tardo pomeriggio) coincide con l’orario in cui si hanno i maggiori consumi (duck-shape curve) ed è anche l’ora di punta, in cui la maggior parte delle auto è nel traffico. Se quel giorno il vento è scarso, l’instabilità di rete è un rischio concreto.
La California, ancora una volta, è un buon esempio di comportamento da NON imitare: il governo ha infatti messo fuorilegge la vendita di auto a combustione interna già a partire dal 2025, ma durante l’ondata di calore della settimana passata ha dovuto vietare ai cittadini di ricaricare le auto elettriche nelle ore di picco dei consumi. Al momento non sembra quindi che le auto elettriche aiutino a stabilizzare le reti basate su rinnovabili intermittenti.
Nell’equazione va inoltre inserito l’impatto ambientale dell’industria delle batterie, che è quella più “ingorda” di terre rare (seguita a breve distanza dall’industria delle turbine eoliche): questi elementi hanno un impatto ambientale elevatissimo sia in fase estrattiva che in fase di raffinazione, e dal momento che il ricorso massiccio ad essi è relativamente recente, ancora non abbiamo idea delle possibili difficoltà dovute al loro smaltimento a fine vita. Il riciclaggio in teoria dovrebbe essere possibile, ma questo non significa che sia sostenibile economicamente, e questo purtroppo vale anche per i pannelli solari e le pale eoliche, che sarebbero quasi interamente riciclabili, ma ad un prezzo dieci volte superiore a quello del loro smaltimento in discarica.
Quindi le auto elettriche sono peggiori di quelle a combustione interna? No! Ma, come sempre, si pretende di risolvere un problema complesso buttandosi ciecamente su un’unica strada, senza valutarne attentamente i pro e i contro, invece di affidarsi ad un portfolio di soluzioni. Gli enormi incentivi rivolti alla mobilità elettrica stanno completamente ammazzando tutta la ricerca sui metodi alternativi per la decarbonizzazione del settore automotive – che includono l’idrogeno, gli idrocarburi sintetici fabbricati tramite cattura della CO2 atmosferica, etc.
Last but not least, si pone il problema della decarbonizzazione dei trasporti pesanti: oggi le batterie per auto sono una realtà, ma siamo ancora lontani da quelle per TIR. Ovviamente la ricerca è molto attiva su questo fronte, ed è probabile che entro i prossimi anni vedremo qualcosa, ma è difficile che da qui al 2035 si arriverà ad una diffusione capillare. E questo dovrebbe essere un monito per quelli che ritengono che si possa facilmente decarbonizzare attraverso l’accumulo di energia rinnovabile: ad oggi non abbiamo batterie in grado di stoccare l’equivalente energetico di 1000 litri di benzina, come pensate di accumularli 200 TWh?
-Luca

Perché obbligo vaccinale e Green Pass anche a colazione sarebbero incostituzionali – Atlantico Quotidiano, Atlantico Quotidiano

Articolo molto equilibrato e corretto di atlantico magazine sull’obbligo vaccinale.

Sorgente: Perché obbligo vaccinale e Green Pass anche a colazione sarebbero incostituzionali – Atlantico Quotidiano, Atlantico Quotidiano

A me sinceramente l’isteria provax inquieta e non poco, sto vedendo lo stesso fanatismo e la stessa cecità dei novax, l’essere convinti di avere la verità in tasca, che si possa fare carne di porco della costituzione in nome “del bene superiore”, che poi, in passato, è sempre stata la porta aperta che ha fatto entrare le peggiori porcate della storia.

Segnalo anche questa perla per la serie: il fatto di essere esperto in una materia non significa esserlo in tutti i campi dello scibile umano, e se si esce dal seminato si rischia di sparare cazzate colossali come capitato quando provò a fare l’esperto di sicurezza informatica…

 

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Creare razzismo how to 44

A quanto pare i tifosi inglesi non l’hanno presa bene la sconfitta agli europei e si son scatenati sui tre che hanno sbagliato i rigori.

Adesso molti si stanno lamentando degli insulti razzisti presi da quei giocatori. Io mi chiedo, visto che ho visto tante altre volte l’insultare “il capro espiatorio di turno” se gli insulti debbano essere giustificati solo dal razzismo oppure  è semplice e banale idiozia.

Personalmente trovo pericoloso il battere solo sul razzismo, quando capiterà la stessa cosa ma con un giocatore non diversamente pigmentato? Ordinaria amministrazione?

L’articolo di sotto è tossico.

sorgente: https://www.giornalettismo.com/insulti-marcus-rashford-social/

Gli insulti razzisti sotto gli account social di Marcus Rashford sono la sostanza del calcio tossico
Gli insulti razzisti a Marcus Rashford, sui profili social o guardando il match, esprimono la tossicità di una parte ancora troppo ampia del mondo dei tifosi

Quel maledetto vizio che proprio i tifosi non si vogliono levare: lo sfottò razzista. Se dopo la semifinale contro vinta contro la Spagna era toccato agli insulti misogini e sessisti a Alice Campello – moglie italiana di Alvaro Morata – stavolta la vittima è un giocatore della nazionale inglese, Marcus Rashford. L’Italia ha vinto, la gioia è massima, il paese è in festa come è giusto che sia ma è bene ricordare come, ancora troppo (troppo) spesso, il mondo dei tifosi non sappia tracciare un limite e gli insulti Marcus Rashford ne sono la prova.

Spiace che ci siano gli insulti ma spiace il doppio che gli insulti vengano visti come più gravi per “razzismo”. Fosse stato bianco la merda rovesciatagli addosso sarebbe stata giustificata? Per me la risposta è no, ed è giusto punire gli idioti per “il lancio della merda” fregandosene del colore del bersaglio. Perché differenziare la condanna sulla base del colore del bersaglio è il modo migliore per dividere fra “noi” e “loro”, un ottimo assist ai veri razzisti.

Ecco che allora non basta più urlare “uh uh uh” davanti ai teleschermi e allo stadio per imitare il verso della scimmia alludendo all’etnia dei giocatori neri, lo si fa anche sui social. E poco importa, a ognuno di quelli che si dà pena di andare su un determinato profilo per lasciare insulti razzisti, se si tratta di uno dei gesti più indecenti che possono ferire i giocatori neri. Un problema, quello degli insulti razzisti nel calcio, che davvero sembra non trovare mai soluzione.

Invece le poesie “dolce stil novo” scritte alla moglie di morata oppure le odi catulliane che prese, ad esempio, Higuain quando andò da Napoli a Torino son solo goliardate? Decidiamoci, se quelle son state goliardate allora anche quanto capitato a Rashford è una goliardata, se quanto capitato a Rashford è grave è grave anche l’altro. Antirazzismo significa trattare casi uguali in maniera uguale indipendentemente dai colori in gioco. Altrimenti, se si differenzia per colore, si è razzisti.

Ecco che allora basta scorrere i commenti lasciati sotto i profili social di Rashford dopo il match contro l’Italia per trovare commenti e sfottò razzisti di ogni genere, con le emoji delle scimmie che vanno per la maggiore. Rashford è entrato all’ultimo per il suo ruolo da rigorista e il tiro da undici metri lo ha sbagliato; un errore che resterà nel curriculum del giovane giocatore inglese ma che per nessun motivo al mondo autorizza le persone a riempire di insulti (razzisti e non) i suoi profili social. La consolazione è che, parallelamente a tutte le offese, il giocatore ha ricevuto altrettanta solidarietà per quello che – alla fine dei conti – è un gioco che dovrebbe unire le persone.

faccio notare razzisti e non. gli insulti pesanti “non razzisti” son meno gravi di quelli razzisti? o se io do del brocco incapace ad un bianco sono solo un cafone mentre se lo dico a un negro sono un degno esponente del KKK?

Gli alti livelli di tossicità del calcio
(…)

La domanda, poi, sorge spontanea: visti anche gli accadimenti, le testimonianze dirette del dolore dei giocatori e la lotta aperta del calcio al razzismo – si veda anche l’iniziativa di TikTok per Euro 2020 – è mai possibile che non si possa fare appello a un briciolo di decenza umana e trattenere quell’istinto così stupido? C’è un solo modo per risolvere – o quantomeno provare a risolvere – problemi come gli insulti razzisti o quelli a Alice Campello: l’educazione emotiva di uomini e donne fin dalla nascita.

Serve educazione, ma educazione al rispetto di tutti, non educare a non toccare i verdi mentre dei viola si può dire corna&peste.

“Bullismo etico della sinistra”. Ricolfi demolisce il ddl Zan – ilGiornale.it

Bellissimo e magistrale articolo di Luca Ricolfi nel “il giornale”

Sorgente: “Bullismo etico della sinistra”. Ricolfi demolisce il ddl Zan – ilGiornale.it

Il ddl Zan, la prepotenza della sinistra che non è più di sinistra e la destra che è diventata “un po’ di sinistra”

Lucido, diretto, spesso tranchant. Luca Ricolfi all’establishment progressista piace poco. “Pochissime recensioni, nessuna intervista, rari inviti in tv”. Fuori dai salotti che piacciono alla gente che piace, ma teme il “confronto di idee”. Mentre a citare come faro dell’indipendenza di pensiero il sociologo, da sempre di sinistra, ci pensa la destra. Un ribaltamento di ruoli ormai evidente nella politica spaccata in due sul ddl Zan. Da una parte, una sinistra prona alla prepotenza progressista, che ‘bullizza’ chi non si sottomette ai suoi diktat. Dall’altra, la difesa della libertà di espressione che diventa prerogativa di una destra sempre “un po’ più di sinistra”.
 
Quello che molta “sinistra” non capisce è che se butti giù il muro a difesa della libertà di espressione poi il muro va giù per tutti.

Il ddl Zan dovrebbe approdare in Senato entro la metà di luglio. Ma la scia di polemiche che lo accompagna è lontana dall’essere archiviata. La sua posizione a riguardo è netta: l’ha definito il “cavallo di Troia del politicamente corretto”, cosa intende?

“Intendo sottolineare il suo carattere proditorio. Basta leggere i disegni di legge precedenti, Zan-Annibali e Scalfarotto-Zan, entrambi ragionevoli e accettabili per chiunque (destra compresa), per rendersi conto che con il ddl Zan la cosiddetta comunità LGBT ha visto una ghiotta occasione di imporre a tutti la propria, specifica e minoritaria, visione del mondo: un atto di pura prepotenza culturale”.

Concordo, con la scusa di voler tutelare i deboli in realtà si vuole chiudere il becco a chiunque dica cose, non offensive e non ingiuriose, che non sono gradite.

Come le “safe zone” delle università, oramai ridotte a zone in cui si possono dire le peggiori castronerie senza paura che qualcuno corregga o puntualizzi.

Quale tra gli “effetti aberranti” del disegno di legge teme di più?

“L’articolo 1, il più temuto anche dal mondo femminista, perché scatenerebbe un uso opportunistico della scelta soggettiva del genere, con i carcerati che chiedono il trasferimento nei reparti femminili, gli atleti ‘ex maschi’ che gareggiano con le atlete, e più in generale l’assalto ai benefici di genere, ossia riservati a uno dei due sessi. E poi l’articolo 7, che apre le porte all’indottrinamento degli scolari e – nella
misura in cui sancisce per legge che il genere è una questione di scelte soggettive – rischia pure di suscitare dubbi, e innescare crisi esistenziali, in un periodo della vita molto delicato per qualsiasi ragazzo o ragazza”.

E il numero 4 che limita fortemente la libertà di espressione in nome di pericoli teorici e astratti. Faccio umilmente notare che tutti i debunker pro zan evitano come la peste questi punti preferendo parlare di comodi uomini di paglia come l’utero in affitto.

C’è bisogno davvero di una legge ad hoc contro l’omotransfobia o in fondo basterebbe l’impianto vigente?

“Prima di rispondere alla domanda, mi consenta una riflessione linguistica. Le parole con il suffisso ‘fobia’ (paura), tipo omofobia, transfobia, ma anche xenofobia, andrebbero completamente bandite dalla legge penale, e sostituite con parole che utilizzano suffissi derivati dal greco ‘misein’, odiare, come correttamente già avviene quando si parla di misoginia (odio verso la donna), o di misantropia (odio contro gli esseri umani). Già è assurdo e illiberale sindacare sui sentimenti, ma è ridicolo demonizzare la paura. In una società libera ognuno ha il diritto di provare i sentimenti che vuole, e stigmatizzare la paura è semplicemente un non senso”.

Non puoi condannare i sentimenti in quanto non puoi mai dimostrare che sentimenti sto provando. Si possono, e si devono, sanzionare le azioni.

Quindi serve o no?

“Dipende. Se si accetta che lo strumento per combattere le discriminazioni e la violenza sia la legge Mancino, non si può non riconoscere che quella legge è incompleta, perché dimentica omosessuali e transessuali, nonché una caterva di altre categorie talora oggetto di atti aggressivi più o meno gravi: ad esempio i disabili, i barboni, i bambini ‘diversi’ in quanto grassi, timidi, secchioni, con pochi like,
eccetera. Ma, più ci penso, più mi convinco che il difetto stia nel manico, cioè nella legge Mancino, ovvero nell’idea che per combattere violenza e discriminazioni la strada sia quella di moltiplicare le categorie protette: l’elenco delle categorie degne di protezione, infatti, è arbitrario e potenzialmente illimitato”.

e non inserire una categoria fra quelle protette è discriminatorio nei confronti della categoria X. Perché Tizio, bullizzato perché omosessuale deve essere protetto mentre Caio, bullizzato allo stesso modo perché strabico/gracile/grasso/molto miope deve arrangiarsi?
Così facendo si sta presentando Tizio come un privilegiato e, se verrà bullizzato i vari Caio, che si son dovuti arrangiare, finiranno a tifare per i bulli…

Quanto c’è di vero nell’endorsment della sinistra? Intercetta un’istanza sentita dalle masse o insegue i trend dettati da un’élite di pseudo influencer?

“La seconda che ha detto”.

Ta -daan!!!

Lei che conosce bene le pieghe della società, qual è lo sfondo culturale che ha trasformato, proprio ora, la legge contro l’omotransfobia in una necessità? In fondo la sinistra è stata al governo dal 2013 fino al 2018, poteva farlo prima…

“Forse conosco ‘le pieghe della società’, ma ignoro quasi del tutto quelle della politica. Perché sono stati fermi nel 2013-2018? Mah, forse pensavano di non avere i voti al Senato, forse non volevano irritare il Vaticano, forse erano troppo impegnati sul versante dei migranti. Insomma: non lo so”.

forse non volevano irritare il Vaticano, forse erano troppo impegnati sul versante dei migranti. Insomma: non lo so”.

Se arruoli il santo padre sotto le tue bandiere devi pagare l’obolo a san pietro…

Ma non è che per essere sempre ‘più civili’ diventeremo sempre meno liberi? Penso anche alla polemica sull’inginocchiarsi o meno. Chi non lo fa viene considerato automaticamente razzista…

“Siamo già molto meno liberi anche di solo 20 anni fa. Io noto questa differenza: nell’ultima parte del secolo scorso il politicamente corretto era un modo di affermare la propria superiorità morale, nel XXI secolo sta assumendo tratti intimidatori. È un passaggio sociologicamente molto importante, perché segnala una pericolosa mutazione dell’establishment progressista. Ieri si accontentavano dell’egemonia culturale, oggi aspirano al dominio. Dalla ‘maestrina dalla penna rossa’, al prepotente che umilia chi non si sottomette. Dal pavone al bullo. È per questo che, oggi, io non parlo più di ‘razzismo etico’ (una espressione coniata vent’anni fa da Marcello Veneziani), ma mi sento costretto a parlare di ‘bullismo etico’”.

Da notare come tutte le dittature del passato non abbiano avuto remore a verniciare di alti e giusti ideali le loro porcate.

Se chi vota (a giudicare dai sondaggi impietosi) e soprattutto una parte, le nuove leve, dentro il Pd si sgola per dire che le battaglie sono altre, perché la sinistra insiste?

“Perché la base sociale della sinistra, da almeno 30 anni, sono diventati i ‘ceti medi riflessivi’ (così li battezzò lo storico Paul Ginsborg), e la sua base popolare in parte è scomparsa (con il restringimento della classe operaia), in parte è stata ceduta alla destra, che difende il lavoro autonomo e il diritto delle periferie ad aver paura dell’immigrazione”.

E aggiungo: pensare di spegnere il razzismo con ipocrisia e sensi di colpa è come pensare di spegnere un incendio con benzina e alcool.

Non è un po’ il solito “complesso dei migliori” in cui cade la sinistra: “Solo noi sappiamo cosa è giusto e ve lo imponiamo, democraticamente”?

“In realtà, come accennavo prima, al complesso dei migliori è subentrata la prepotenza dei paladini del bene. Ma non è strano, se si evidenziano tutti i passaggi. Dopo il 1989 c’è stata una saldatura fra l’establishment politico-finanziario, che vuole solo globalizzazione e frontiere aperte, l’establishment mediatico, che vuole solo intrattenimento, internet e buone cause (dal riscaldamento globale al Black Lives
Matter), e l’establishment politico progressista, che vuole solo espandere il proprio potere per guidare il cambiamento sociale. Avendo quasi tutti i poteri forti dalla propria parte, l’establishment progressista si è fatto più aggressivo: non gli basta dire ‘noi siamo moralmente superiori’, ora pretende di stabilire come dobbiamo parlare, come dobbiamo comportarci, a quali valori dobbiamo inchinarci”.

Creando delle categoria protette il paradosso è che la discriminazione rischia di essere doppia: per chi ne è fuori, ma anche per chi è dentro, in un certo senso ghettizzato come specie da tutelare. Neri, donne, omosessuali non sono semplicemente persone?

“È così, e molte femministe lo hanno capito. Forse l’effetto sociale più importante del ddl Zan è stato di spaccare il mondo femminista”.

Vero.

Dalle favole riscritte al linguaggio declinato in chiave inclusiva: l’attenzione, a volte ridicola, nel proteggere queste categorie per non urtarne la sensibilità le protegge davvero?

“È difficile valutare quale sia il saldo fra gli effetti di protezione e quelli di umiliazione. Quel che però mi sembra indubbio è che ci sono anche effetti negativi sui non protetti: la protezione speciale accordata a determinate categorie, inevitabilmente suscita il risentimento delle categorie escluse. E poi c’è l’effetto perverso del linguaggio politicamente corretto: a forza di proclamare che non devi dire negro ma nero, non devi dire handicappato ma diversamente abile, non devi dire cieco ma ipovedente, automaticamente metti in mano ai portatori di cattivi sentimenti un armamentario di parole contundenti che prima – quando Cesare Pavese parlava tranquillamente di negri, e Edoardo Vianello esaltava i Watussi ‘altissimi negri’ – semplicemente non c’erano, perché quelle parole erano neutre, puramente descrittive. È come se, a un certo punto, qualcuno avesse deciso che per ogni cosa che nominiamo, debbano esistere due termini, uno rispettoso e l’altro irrispettoso, anziché un solo termine neutro: come si fa a pensare che sia una buona idea?”.

 

Poi, però, la difesa a spada tratta non vale sempre. Su Saman la sinistra ha taciuto, perché?

“La sinistra ha un occhio di riguardo per l’Islam, e le persone di sinistra coraggiose e intellettualmente oneste (come Ritana Armeni, che ha denunciato il silenzio sul caso di Saman), sono troppo poche”.

Ma la strumentalizzazione ad uso e consumo della politica può essere un boomerang. Come nel caso di Malika, la ragazza lesbica ripudiata dalla famiglia ‘usata’ come eroina pro ddl Zan. Poi, si è scoperto che con i soldi raccolti per sostenerla si è comprata auto di lusso e cani di razza. Anche qui tutti zitti da sinistra. Dice che avranno imparato qualcosa?

“No. L’incapacità di imparare dall’esperienza è uno dei tratti del software mentale dell’establishment progressista”.

Lei ha dichiarato di essere stato abituato a pensare che la censura fosse “una cosa di destra” e che la difesa delle libertà di opinione, di pensiero e di espressione fossero “ben incise nelle tavole dei valori del mondo progressista”. Ora ha cambiato idea?

“Il trionfo del politicamente corretto, ma soprattutto l’autocensura in atto da anni fra scrittori, giornalisti, artisti, intellettuali, mi hanno costretto a prendere atto che sinsitra e libertà di espressione sono diventate due cose incompatibili”.

Il ddl contro l’omotransfobia del centrodestra, con Licia Ronzulli come prima firmataria, tutelerebbe meglio la libertà di espressione?

“Ovviamente sì, ma non abbastanza. Finché non si riscrive la legge Mancino la libertà di espressione è in pericolo, perché quella legge lascia in mano ai giudici la facoltà di stabilire se una certa idea determina oppure no il ‘concreto pericolo’ di azioni violente o discriminatorie”.

Quotone.

Lei che è dichiaratamente di sinistra viene citato spesso dalla destra. Come vive la cosa?

“Potrei dirle, citando una frase di Alfonso Berardinelli del 2005: ‘non credo che la sinistra sia di sinistra’. Ma c’è una risposta più radicale, che mi trovo costretto a darle: la realtà è che alcune, fondamentali, bandiere della sinistra sono passate a destra”.

‘non credo che la sinistra sia di sinistra’, mitico!

Quali?

“Almeno tre: la libertà di espressione, chiaramente insidiata dal politicamente corretto; la difesa dei veri deboli, che oggi sono innanzitutto i membri della ‘società del rischio’, ossia le partite Iva e i loro dipendenti, esposti alle turbolenze del mercato ed ora decimati dal Covid; e poi la parità uomo-donna in politica, un tema su cui la sinistra è addirittura retrograda. Le sembra possibile che, in tanti decenni, non sia mai emersa una leadership femminile a sinistra né in Italia né in Europa? È mai possibile che un elettore che auspicasse un premier donna sia costretto, oggi come in passato, a guardare a destra? In Europa tutti i leader-donna importanti degli ultimi 50 anni sono di destra: Margareth Thatcher, Angela Merkel, Marine Le Pen, Marion Le Pen, Theresa May, Ursula von der Leyen, Giorgia Meloni. Come possiamo credere in una sinistra in cui tutti i posti chiave sono occupati da maschi?”.

E se gliel’avessero detto trent’anni fa, che sarebbe diventato simbolo di libertà di pensiero per la destra contro le degenerazioni ideologiche della sinistra?

“Non ci avrei creduto, trent’anni fa. Ma vent’anni fa, quando scrissi La frattura etica e cominciai a lavorare a Perché siamo antipatici?, forse sì”.

Da sinistra però qualche nemico se lo sarà fatto per le sue ‘sparate’ politicamente scorrette?

“Mi spiace che lei le definisca ‘sparate’, io di solito mi baso sui miei studi, e sono piuttosto analitico, poco umorale. Anche se, questo lo ammetto, non ho peli sulla lingua. Quanto ai nemici a sinistra, non saprei. Quel che mi succede è semplicemente di essere ignorato. Pochissime recensioni, nessuna intervista, rari inviti in tv. L’establishment di sinistra, fatto non solo di politici ma di giornalisti, scrittori,
conduttori televisivi, operatori culturali, si comporta come se avesse paura del confronto di idee, e forse anche per questo si è così spesso lasciato spiazzare dai cambiamenti della realtà”.

Ma soprattutto: quella italiana, il Pd di Letta si può ancora definire sinistra?

“No, non è sinistra, ma non è nemmeno destra. Il Pd di Letta è semplicemente establishment, nient’altro che establishment”.

Lei si riconosce in questa sinistra o no?

“No”.

Non sarà davvero diventato di destra?

“No. È la destra che è diventata un po’ di sinistra”.

Fedez contro Renzi su Instagram per il ddl Zan: ma il bastonatore finisce bastonato – Il Riformista

Articolo interessante. Come avevo scritto Fedez comunica principalmente per slogan spinti da folle adoranti che rilancerebbero sempre e comunque e magari qualche bot di supporto. Però quando devi iniziare ad argomentare e non puoi cavartela solo a slogan, fallisce miseramente.

Come quei politici che sembrano spaccare il mondo quando vengono intervistati da giornalisti genuflessi e la domanda più difficile è: “con quanti cucchiaini di zucchero preferisce il caffè?” e al primo contraddittorio infilano una figura di palta dietro l’altra.

Sorgente: Fedez contro Renzi su Instagram per il ddl Zan: ma il bastonatore finisce bastonato – Il Riformista

Fedez contro Renzi su Instagram per il ddl Zan: ma il bastonatore finisce bastonato
Fedez è l’influencer che ha deciso di dimostrare plasticamente che la quantità di follower non ha nulla a che fare con la quantità di informazioni in gioco. Anzi, talvolta il bilancio è davvero magro. Nella diretta di queste ore il cantante ha deciso di attaccare Matteo Renzi a testa bassa, forte di un appunto di carta che ha tenuto accanto a sé durante l’improvvisato show. E lo ha attaccato sul Ddl Zan, chiamando Alessandro Zan a fargli da spalla.

Piazze piene, urne vuote. Così commentò la sconfitta del 1948 il socialista pietro nenni rendendosi conto che magari la gente vuoi per conformismo, vuoi per convenienza va in piazza a fare il comunista e poi, nel segreto dell’urna, vota secondo coscienza.

Stessa cosa per fedez; 100K like ad un post non sono automanticamente 100K voti nell’urna. Dario Fo si candidò a milano come sindaco convinto di spaccare il mondo. Quando venne misurato, sottolineo misurato, il suo reale peso politico quello fu l’inizio della fine come prima donna del csx. Pesava un 3%, poteva pretendere per un 3%.

Il senso dell’attacco di Fedez? “Renzi non vuole questa conquista di civiltà. Cerca un pretesto per non votare la legge Zan“. Come tutti sanno, fino a oggi Renzi al contrario ha certificato nero su bianco il suo voto e quello di Italia Viva a favore, ma messo tutti in guardia per i prevedibili agguati che il voto segreto riserva a chi si avventura in Senato su questioni etiche. Fedez, a quanto pare, non l’ha capito. “Renzi si è messo d’accordo con Salvini”, è quello che ripete. Come? Quando? Perché? Non lo si dice. Ma si sarebbe accordato con Salvini per far naufragare il Ddl Zan.

da notare lo storitelling, da una parte il buono e dall’altra il cattivo; il mond è bianco o nero e non esite complessità. Sarei curioso di sapere come risponderebbe Fedez a questa domanda: “e se uno menasse un gay perché influenzato dalla canzone ‘al contrario’?”. Imho se non ha un buon gobbo cui far riferimento è, semplicemente, morto.

Zan, che è presente, alza il sopracciglio. Non obietta a muso duro ma si vede l’imbarazzo. Fedez non sa che Zan è stato eletto in quota renziana, nel Pd a guida Renzi. Fu proprio il Matteo di Firenze a volerlo in lista come esponente di punta del mondo Lgbt. “Ma Renzi ce l’ha con i gay”, continua Fedez. E allora Zan lo ferma, ed obietta: “Veramente è quello che ha realizzato la legge sulle Unioni Civili”. Allora Fedez guarda al foglio che deve aver appeso accanto al telefono con cui va in diretta. “La ministra Bonetti è di Italia Viva e non difende il Ddl Zan”. Il diretto interessato lascia cadere, sempre più in imbarazzo. E allora Fedez chiama in live anche Marco Cappato. L’esponente radicale si collega e sorride, ma inizia con i distinguo. Non può essere Renzi l’obiettivo di tutto questo circo. “Renzi al Senato vuole far votare i suoi con il voto segreto per affossare la legge“, va giù duro Fedez.

Banalmente non è bravo ad improvvisare, è capace di interpretare da dio un copione già scritto ma se si deve improvvisare è perso.

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Renzi, per quanto antipatico, bisogna ammettere che è uno dei pochi politici di razza, o almeno ha la capacità di capire che il mondo non è in bianco e nero e che la politica è anche mediazione fra mille punti di vista differenti, non solo due; uno giusto e uno sbagliato.

Legge Zan alla prova dell’aula, decisivi i voti dei renziani (che assicurano “La voteremo”…)
Cappato lo prende idealmente per mano, sorride ancora e spiega: “Veramente non è Renzi, è che il regolamento del Senato prevede il voto segreto sempre, per le questioni etiche“. Fedez non ha capito. Torna: “È perché si vergognano a votare in modo diverso dalle indicazioni dei partiti”. Cappato è gentile ma fermo: “No, si fa sempre così. È la prassi del Senato”. E gli tocca precisare: “Renzi non ha detto una cosa sbagliata, ha fatto notare un rischio reale, perché da Pd e M5S è lecito aspettarsi diversi franchi tiratori, che in aula voteranno secondo coscienza e dunque contro il Ddl Zan”. Fedez non demorde: “Bisognerebbe avere il coraggio di votare apertamente, di metterci la faccia”.

Ci si metta al faccia a chiedere un cambio del regolamento del senato. E non si protesti se qualcuno, su questioni di coscienza, non vota in maniera diversa dalla scuderia di partito per non prendersi del “antiitaliano”. La ratio del voto segreto è chiara, proteggere chi pensa che si stia votando una porcata ma pubblicamente, vuoi per pavidità vuoi perché verrebbe fatto fuori, non vuole dirlo. L’alternativa quale sarebbe? dare un potere enorme ai segretari di far fuori tutte le voci dissidenti.

A quel punto anche Cappato alza le mani, capisce che non c’è partita senza avere un playground su cui giocarla. “Ho letto un articolo del giornalista Scalfarotto…” prova a dire Fedez disperato, arrampicandosi su specchi che non ha. Ivan Scalfarotto è in realtà un parlamentare di Italia Viva, non un giornalista. I fan si accorgono della mala parata e qualcuno commenta in diretta: “Forse è meglio se non parli di politica, si vede che non ne sai”.

A dire il vero l’avevo sospettato con la storia dei preti pedofili non processabili; un comodo uomo di paglia per attaccare la chiesa.

In effetti chi guarda si fa un’opinione piuttosto severa sul bastonatore che finisce bastonato. A Fedez mancano alcune imprescindibili basi: la politica è fatta di regolamenti, leggi, prassi, conseguenzialità, correlazioni, accordi, disaccordi: parti di una strategia articolata e di lungo corso che contempla e contempera mille cose. Non servono quarti di nobiltà, né doti particolari. Bisogna però studiarli in controluce, i passaggi in filigrana di quelle leggi di cui si parla. Piano piano, magari quando la diretta è finita.

Fedez sembra uno di quei soldati scelti che, non appena conseguito il grado, si chiede come mai il gnerale capo di stato maggiore non l’abbia ancora interpellato per sapere esattamente come far funzionare l’esercito. Spesso l’ignorante più grosso è quello convinto di saperne più di tutti. Certo gli slogan consentono di “bucare” i social e farsi un facile seguito, ma poi quando ci si deve scontare con la complessità del mondo, mostrano tutti i loro limiti.

Ferragnez vs Renzi

A quanto pare la coppia di influencer sta corteggiano la parte politica del partito dell’aMMMore e vuole porsi, credo, come intellettuale di riferimento per tale parte politica. 

Questo avrebbe il vantaggio, non indifferente, di poter condividere le vittorie e avere a portata di mano i responsabili cui scaricare la colpa delle sconfitte, come capitato per i tanti intellettuali dei girotondi. Intellettuali che ricordo fecero un disastro comunicativo dietro l’altro, distrussero letteralmente l’opposizione a berlusconi riducendola ad una guerra fra bande su chi fosse il puro più puro. Salvo poi scaricare al PD la colpa di non essere riuscito a contrastare berlusconi…

Stavo leggendo adesso la diatriba fra i ferragnez e renzi sulla vicenda della legge zan; da parte mia posso dire che mentre Renzi conosce la politica e come funziona, realmente, le mediazioni necessarie dall’altra parte stanno rispondendo solo con slogan mezzo campati per aria, vedi ad esempio fedez che polemizza per i preti pedofili oppure la sparata di lei

“L’Italia è il Paese più trasfobico di Europa. Ed Italia viva (con Salvini) si permette di giocarci su”, accompagnato da una foto di Matteo Renzi e la scritta sotto: “Che schifo che fate politici”

Faccio notare che quelli son solo slogan, di appoggio alla solita tecnica: chi non è d’accordo è un nazipedosatanista, senza entrare nel merito della vicenda. In un dibattito pubblico, come quello cui l’ha sfidata renzi, dove devi essere capace di rispondere e non puoi trincerarti dietro esperti di comunicazione o altro, a mio avviso non regge cinque minuti. Non per la sua incapacità ma perché non puoi combattere solo a slogan semplici e devi spiegare la complessità e le apparenti contraddizioni. Un dibattito pubblico non è l’ambiente protetto di instagram o di altri posti dove puoi selezionare con cura i commenti e nascondere quelli scomodi(1)

Per il resto gli effetti della politica “a slogan” sono sotto gli occhi di tutti, vedi i 5 stelle. Lo slogan è bello e semplice ma attuarlo è un altro paio di maniche. E non so, per chi conosce un minimo la politica o ha provato a gestire qualcosa di più complesso di una pizzata fra amici, quanto una proposta politica che si limita solo a slogan evitando accuratamente di parlare di come attuarli possa essere appetibile. 

In pratica lei mira ad un movimento a metà strada fra i 5 stelle, pupazzi che splendono solo di luce riflessa del capo cui devono tutto, fuori dal movimento c’è solo il dimenticatoio ed il ritorno ad una vita grigia, e le sardine, i gggiovani che accultuVati belli e buoni che si oppongono ai rozzi barbari brutti e cattivi. Il problema è che molto probabilmente pescherà soprattutto in quei due stagni senza intaccare molto gli stagni di destra…

(1) Cosa vista nei commenti su vari giornali on line, i commenti da cassare inappellabilmente non sono quelli contro scritti da trogloditi incapaci di esprimersi ma quelli, ben scritti e ben argomentati che sollevano questioni che non possono essere chiuse facilmente con una semplice accusa di nazipedosatanistmo.  Come avevo scritto in un altro mio post:

un poco come capita in certi forum dove fra i commenti di un articolo che sostiene una tesi T vengono fatti passare un 70% circa di messaggi pro T, un 20% contro e un 10% neutri. E fra i commenti contro passano solo quelli che sembrano scritti da trogloditi sgrammaticati mentre vengono censurati quelli scritti bene che in maniera corretta confutano T. Tanto per fare un esempio, in un articolo pro ius soli un commento come “no ai bingo bongo” verrà fatto passare mentre un commento come “son contrario perché considero poco accorto far sì che un minore abbia una cittadinanza diversa da quella dei suoi genitori/tutori” verrà cassato.

“Le Ong verdi sono in mano ai bianchi”, la campagna antirazzista prende di mira gli ambientalisti

Ma guarda, metti 5€ sul tavolo e subito si scatena la guerra del tutti contro tutti, a base di accuse di razzismo presunto o di altre *-fobie, per cercare di prenderli. Sorprendente, mai capitato in passato.

Sorgente: “Le Ong verdi sono in mano ai bianchi”, la campagna antirazzista prende di mira gli ambientalisti

“Le Ong verdi sono in mano ai bianchi”, la campagna antirazzista prende di mira gli ambientalisti
La bolla dell’Ue ha un problema:“ci sono troppi bianchi e il settore verde è complice”. Questo è quanto affermano le attiviste che hanno lanciato il movimento #GreenBrusselsSoWhite

Strano, i bianchi sono la maggioranza in europa, strano che siano la maggioranza nella maggior parte delle organizzazioni in europa.
Questa sparata mostra come chi parla di “quote” spesso mira a comode scorciatoie che a poter competere ad armi pari.

Giulia Maini
20 marzo 2021 11:13
L’ambientalismo è un affare per bianchi, almeno nella capitale d’Europa. E’ l’accusa che arriva dalla campagna antirazzista #GreenBrusselsSoWhite secodo cui nella cosiddetta ‘bolla’ di Bruxelles c’è una eccessiva rappresentanza di bianchi, rispetto ad altre minoranze che non riescono a tovare voce, in diversi campo. Chloé Mikolajczak e Marianna Tuokkola, due attiviste che hanno lanciato una petizione sulla questione, sostengono che se si guarda alle istituzioni europee ci si rende conto di una chiara assenza di rappresentanza “nera” e aggiungono che “la questione va oltre e abbraccia anche le centinaia di Ong, lobby e agenzie che gravitano attorno all’Ue”.

Solo nera? e le altre etnie? Contro il razzismo di chi divide il mondo in bianchi e non bianchi dividiamo il mondo in negri e non negri.

L’accusa alle Ong verdi
Il movimento, connesso a “The Burning Case Podcast”, un’iniziativa guidata dai giovani che mira a integrare i legami tra politica e sostenibilità, punta il dito soprattutto contro le Ong ambientaliste “che svolgono un ruolo chiave nell’influenzare le politiche, soprattutto in un momento in cui il clima e la crisi ambientale sono alcune delle massime priorità dell’Ue”. (…)

Una ricerca preliminare sul personale delle principali Ong verdi a Bruxelles condotta nell’ambito della campagna ha mostrato una chiara mancanza di diversità razziale ed etnica – in media, l’85-100% dei dipendenti al vertice delle Ong sembrano essere bianchi.

Urca che scoperta; qual è la percentuale di bianchi in europa? E non le hanno ancora dato il nobel per l’invenzione dell’acqua calda?

Le proposte e la petizione
Secondo Mikolajczak e Tukkola “ogni organizzazione dovrebbe avere una politica antirazzista strategica e pubblica che affronti i processi interni come il reclutamento, ma anche eventi lavoro politico e comunicazioni”. Hanno anche aggiunto che “sebbene le Ong verdi di Bruxelles non abbiano il potere di cancellare il razzismo strutturale in Europa, possono contribuire a cambiare le cose”. La proposta è che tutti gli aspetti del lavoro, interno e pubblico, vengano ristrutturati in una prospettiva antirazzista, anticapitalista, antimperialista e anticoloniale. Inoltre, i luoghi di lavoro devono essere spazi sicuri per le persone di colore e luoghi in cui tutti possano essere veramente inclusi. Insieme alla campagna è stata lanciata una petizione che verrà consegnata ai capi delle Ong verdi a Bruxelles entro il 29 marzo 2021.

Traduzione: dateci un po’ di soldi come ragazze immagine quota per dimostrare quanto siete multiculturali e antirazzisti.

Cosa che dimostra per l’ennesima volta come spesso richieste verniciate di alti ideali come le pari opportunità poi vengono declinati in più veniali “dateci li soldi”.
Da notare come le ONG verdi siano quelle che si fanno più vanto di essere quelle buone progressiste e inclusive…

i mei due centesimi sulla legge zan

Dalle ultime notizie sembra che la proposta di legge Zan-Boldrini-Scalfarotto finirà in niente perché al senato non ci sono i numeri per approvarla. Ovviamente a sinistra è partito il tutti contro tutti, si stanno sparando a vicenda anche se stanno facendo finta che i bersagli siano i soliti di destra.

Riguardo alle criticità: io non condivido l’articolo 4, troppo “liberticida” oltre che pericoloso. Cioè se le idee solo limitate e sanzionabili, nota bene le idee e non le azioni perché esiste, in astratto che siano “idonee a determinare il concreto pericolo del compimento di atti discriminatori o violenti.” un domani lo stesso testo potrebbe essere usato per altri tipi di idee. Ad esempio la partitofobia o qualche altra *fobia infilata di straforo. Una volta che si buca il muro il muro casca per tutti; anche robespierre finì decapitato proprio grazie alle leggi da lui fatte approvare per decapitare le persone. Per me va bene lo stato attuale: si deve perseguire chi fa apologia di reato, diffama ingiuria o minaccia. Le leggi ci sono già, a cosa serve una legge “contro le idee”?

Per quanto riguarda la strategia politica: Renzi con la trattativa riuscì a portare a casa la legge sulle unioni civili nonostante i sabotaggi e le stronzate fatte dalla sua stessa parte politica. Parte politica che si impuntava sui punti più controversi come l’adozione del figlio del coniuge, adozione già molto limitata anche nel caso etero, visto che il figlio non è figlio di un solo genitore ma sempre di due. Anche se creato orfano a tavolino giocando con le provette.
Si è rinunciato ai punti più controversi e si è riusciti a portare a casa il 90% del risultato.  Come si dice il 5% di qualcosa  è sempre molto di più del 100% di nulla.

Adesso invece si son impuntati nel volere il tutto non rinunciando al jolly *-fobia per vincere tutti i dibattiti e avere sempre ragione. Finiranno male molto male.  Già il fatto che il governo abbia fatto sapere che non si impunterà su una fiducia, che rischia seriamente di farlo uscire in ogni caso, con le ossa rotte, significa solo una cosa: i numeri non ci sono e il ddl è morto, Chi l’ha ucciso? Come per la procreazione assistita, quando si parlò dei poteri mefistofelici di Ruini per non parlare delle tante, troppe, cazzate fatte,  oggi la colpa sarà di SalviniMeloniRenzi quasi che sia un dovere della destra il votare le leggi volute dalla sinistra.

I primi colpi il ddl li prese quando venne tirato fuori l’uomo di paglia che senza l’approvazione del ddl non sarebbe stato possibile perseguire aggressioni nei confronti dei gay, quando la storia di Malika finì essa stessa in un boomerang, quando a qualsiasi osservazione si iniziò a urlare “omofobia” ad ogni piè sospinto. Quando certi “influencer” iniziarono a “saltare sul carro” solo per avere visibilità.

Adesso molti vips stanno iniziando a defilarsi, e per chi rimane rischia di arrivare una bella “inc*lata”; vuol dire che politicamente non sono così “appetibili” e che non spostano molti voti… Se entrano in campo finiranno a contendersi i soliti quattro voti quattro dell’area progressista e basta.