la catena di comando

Cos’è una catena di comando? Possiamo definirla come un insieme di ruoli ordinati gerarchicamente ove il livello n+1 ha poteri precisi e dovere di vigilanza e controllo sul livello n. Terra terra spetta al livello n+1 controllare che il livello n non faccia idiozie e nel caso intervenire. Non dovrebbe intervenire direttamente il livello n+5, se ciò avviene significa che i livelli da n+1 a n+4 son da spedire nella graticola.

Quello che molti non capiscono, o non vogliono capire, è che ogni figura della catena ha precise responsabilità, poteri di controllo e doveri. E che chi dovrebbe risponderne per primo è chi ha il dovere di controllare o gestire una specifica vicenda. I superiori ne rispondono invece non di non aver gestito la vicenda ma di non aver vigilato su come la vicenda è stata gestita.

Chiariamola con un esempio: “nella scuola compaiono crepe sui soffitti”; chi deve attivarsi per gestire la situazione è il preside che può scegliere fra diverse opzioni: non far niente e tranquillizzare, allertare chi di dovere sollecitando l’intervento per la messa in sicurezza dell’edificio, chiudere la scuola per mancanza di condizioni di sicurezza.

Se il preside manca ai suoi doveri, ad esempio non facendo niente, allora tocca al provveditore prendere provvedimenti contro il preside. Ma in nessun caso la responsabilità del crollo può essere attribuita direttamente al ministro della pubblica istruzione. L’unico caso in cui il ministro può essere chiamato a rispondere direttamente è che il ministro stesso abbia firmato una circolare cui stabilisce che tutte le scuole italiane sono sicurissimissime e immuni dal rischio crollo. In tutti gli altri casi il primo responsabile è il preside e il suo immediato e diretto superiore, oltre alle persone che in quella situazione sarebbero dovute intervenire come comune e provincia.

Invece in italia sembra che le colpe siano da attribuirsi alla persona che “politicamente” sta più sulle balle indipendentemente dalla sua posizione nella catena di comando.  Cioè se sta più sulle balle il ministro la colpa è del ministro, anche se il comune o la provincia, proprietari dell’edificio scolastico, hanno dormito. Se invece il ministro è simpatico, è simpatico il sindaco e il provveditore allora tutte le colpe invece vengono scaricate sul preside.

E questo è l’andazzo dei media italiani. Fra il poliziotto e Trump ci sono minimo:  il capo della polizia, il sindaco della città ed il governatore dello stato. Eppure la colpa del casino, da come viene raccontata, sembra che sia stata solo di Trump. Si parla poco, molto poco, del capo della polizia di mineapolis (afroamericano), del sindaco (dem), del governatore (dem). Il primo che avrebbe dovuto prendere provvedimenti contro una mela marcia è il capo della polizia, la polizia cittadina risponde al sindaco, non risponde direttamente a Trump.

Non si cercano responsabili ma capri espiatori, peccato che questo modus operandi finisca poi per alimentare l’irresponsabilità (se non è mai colpa mia allora faccio tranquillamente il bip! che mi pare, se è sicuramente sempre e solo colpa mia allora tanto vale fare quello che mi pare).

 

In minoranza: Post preventivo

Questo è un vecchissimo, agosto 2011, post del blog inminoranza ma penso che sia ancora attuale.

Ancora attuale perché molti simpatizzano per la feccia che usa pretesti per sfogarsi e saccheggiare, feccia che crede di essere l’eroico partigiano che lotta contro il fascismo ma che in realtà son solo “culi a buon mercato” per scalzare il nemicissimo politico. Come ad esempio Berlusconi in quel di Genova nel 2001. O adesso Trump dipinto dai media italiani come la fonte di tutti i mali.

Qui si parla dell’inghilterra ma il “pattern” è comune a tante altre situazioni, compresa la corrente situazione americana. Chi sta pagando adesso è la parte un poco meno povera ma non di certo che partecipa ai caviale party al cineforum e che accumula rabbia, rabbia verso chi ha bruciato il loro negozio, la loro casa, non di certo verso Trump.

Rabbia verso una catena di comando che è scappata, invece di prendersi le proprie responsabilità; il sindaco della città del fattaccio è democratico, il governatore dello stato idem, il capo della polizia è afroamericano, eppure si parla solo delle colpe del grande satana di Washington…

Il post parla di londra ma, con piccoli aggiornamenti, è facile renderlo attuale.

Sorgente: In minoranza: Post preventivo

09 agosto 2011
Post preventivo
Premessa necessaria: nel corso del post, ed eventualmente nei commenti, non intendo lasciarmi coinvolgere in pippe sulla morte di Ian Tomlinson o Mark Duggan, o sulla presunta natura etnica dei disordini di Londra. Ian Tomlinson, perché trovo che sia stato un grimaldello politico per rendere impossibile alla polizia l’esercizio delle proprie funzioni. Mark Duggan, perché non essere riuscito a sparare per primo non ti rende innocente. Gli “scontri etnici” perché, Jesus effing Christ on a pogo stick, se non siete in grado di riconoscere il colore della pelle della gente ripresa nelle centinaia di video su YouTube e sulla BBC, non siete in grado di discutere di nulla di più complesso che i Teletubbies. E anche lì, col sostegno e il supporto di un adulto.

A quanto pare, dopo tre notti di saccheggi e incendi, stasera la polizia londinese dovrebbe essere presente in forze e, auspicabilmente, cambiare tattica, passando dal contenimento alla dispersione attiva dei gruppi di vandali e delle gang.

E qui casca l’asino, quindi ci tengo a fare un post a freddo, prima che succeda il casino.

Qui casca l’asino, dico, perché i razziatori e membri di gang che hanno imperversato per le ultime tre notti hanno commesso un errore di valutazione relativamente comune (ad esempio lo commisero i contrabbandieri pugliesi di sigarette nei confronti della Guardia di Finanza verso la fine degli anni ’90): hanno confuso controllo con debolezza.

I tizi incappucciati che sono andati in giro a dar fuoco a case con gente dentro sono, all’atto pratico, animali: non hanno la fase, fondamentale per gli esseri umani, della riflessione fra impulso e azione. Se vogliono sprangarti, ti sprangano. Non sono in grado di considerare conseguenze e alternative, perché non sono mai stati abituati/educati a farlo. Se non ti sprangano, può essere solo perché hanno paura di te: il timore di conseguenze immediate ed automatiche é l’unica cosa che possa fermarli, perché la reazione di altri animali come loro ha lentamente instillato l’appropriato riflesso pavloviano in quelli che, per mancanza di termini adeguati, chiameremo i loro cervelli. Sono, per usare l’appropriata definizione di una tizia di Ealing che si é vista bruciare il negozio intorno ieri pomeriggio, ratti ferali.

Ora, questi ratti ferali hanno visto per tre sere la polizia arretrare davanti a loro, o contenerli piuttosto che sfondarli di manganellate. Questo é dovuto in parte ad una scelta dottrinale della polizia inglese, che tende a contenere passivamente i disordini piuttosto che attaccarne le cause – in altre parole, forma una linea, se ha numeri sufficienti, e lascia che i manifestanti, i razziatori o chiunque abbiano davanti si stanchino a dar manganellate e mattonate agli scudi. E’ il motivo fondamentale per cui, quando da queste parti le manifestazioni sfociano in violenza, il numero di poliziotti che finiscono in ospedale é generalmente di gran lunga più alto di quello dei manifestanti. D’altra parte, quando i numeri non lo permettono, la polizia preferisce, ancora, indirizzare per quanto possibile i violenti in certe direzioni dove o hanno meno occasioni per fare danno, o almeno possono far danno a cose piuttosto che a persone. Fra un condominio ed un supermercato, i poliziotti spingono i ratti verso il supermercato e lasciano che venga saccheggiato e dato alle fiamme. Questo generalmente succede anche quando i poliziotti, pur non avendo i numeri per la resistenza passiva, potrebbero ancora (come nelle notti passate) disperdere i ratti o almeno interferire con le loro attività caricandoli. La carica, o in generale l’uso dei manganelli, é considerata un’autentica extrema ratio, da adottare ad esempio quando vi siano vite umane in pericolo. Questo, oltre che alla dottrina operativa standard, é dovuto al fatto che (come accadde con Ian Tomlinson) qualunque manifestante che dovesse morire di infarto due ore dopo aver ricevuto una manganellata sarà motivo sufficiente perché il poliziotto che ha dato la manganellata finisca sotto processo per omicidio.(*)

Avendo i ratti visto i poliziotti arretrare, hanno concluso che avevano paura: la loro visione del mondo non ha spazio per una interpretazione alternativa. Da tre giorni BBM, Twitter, Facebook, sono pieni di traffico che descrive come “stiamo facendo vedere alla polizia che facciamo quello che vogliamo”, come dicevano le due ragazzine che, bevendo vino razziato dall’off-licence di un immigrato pakistano, spiegavano al cronista della BBC anche che loro razziavano perché “é tutta colpa dei ricchi, quelli che hanno i negozi e le macchine”. I ratti sono veramente convinti di essere più forti, più aggressivi, più capaci di far danno ai propri avversari dei poliziotti. Confondono controllo con debolezza.

Si tratta di un errore di valutazione, come ho detto, comune, commesso dalla banda Baader-Meinhof davanti alle forze speciali tedesche, dai contrabbandieri pugliesi di sigarette davanti alla Guardia di Finanza, dalle milizie serbo-bosniache davanti alla NATO… i miei tre lettori non faranno fatica a notare che chi ha commesso quest’errore ha anche un’altra caratteristica in comune: hanno tutti smesso di esistere.

Ora, quello che é successo é che oggi, temporaneamente, un sacco di gente si é rotta i coglioni. Anche i tradizionali alleati di chiunque scenda in strada a dar fuoco a cassonetti – gente come Diane Abbott, per dire, o il Guardian, o parti della BBC – sta dicendo che, insomma, va bene la rivolta, ma dar fuoco ai negozi con la gente che ci abita sopra e’ un po’ un’esagerazione – e soprattutto, i ratti hanno commesso il madornale errore di aggredire diversi giornalisti, menargli e fregarsi telecamere e macchine fotografiche. Dar fuoco al negozio all’angolo dopo essersi fregati due casse di whisky può ancora passare per lotta di classe, ma se mi fregate la Nikon D5 siete praticamente amici personali di Bush e Netanyahu.

La gente, dicevamo, si é un po’ rotta i coglioni di andare a cena fuori ed essere derubata da “manifestanti”, e la polizia ha ricevuto abbastanza rinforzi da poter garantire una presenza robusta, come si dice qui, in tutte le zone calde, e l’autorizzazione del governo a usare proiettili di gomma e altri tipi di baton rounds. Le cose, in altre parole, stasera saranno un po’ diverse, e i ratti non lo capiranno, perché non hanno gli strumenti per interpretare una situazione che va al di là della dicotomia “ti sfondo di botte/ho paura di te”.

E’ possibile, anzi probabile, che tutto si risolva pacificamente: che ci siano un paio di cariche della polizia, che il diritto umano di qualche ratto a sfondare una vetrina o dar fuoco ad un’auto venga violato, che ne venga fuori qualche testa insanguinata, ma che tutto sommato le cose finiscano lì.

E’ anche possibile che i ratti non capiscano abbastanza rapidamente che il gioco é cambiato. E’ possibile che qualcuno, stasera, creda veramente di poter affrontare la Met in campo aperto con le risorse di una gang di Hackney o Tottenham e vincere. E’ possibile, in altre parole, che stasera ci scappi il morto. Molto improbabile (per fortuna) ma possibile.

Nel caso questo dovesse succedere, mi levo il pensiero ora della disamina delle reazioni

1) “Era un angelo, un’anima innocente che ogni domenica dopo la messa pisciava arcobaleni di ostie che indicavano la strada di casa ai cuccioli di sanbernardo” (la mamma) ((c) Bucknasty)

No, signora, non era un angelo. Era un delinquente che ha dato fuoco a case in cui viveva della gente, fra l’altro le case sopra ai negozi, dove in questo Paese abitano in generale i più poveri e i più deboli, o gli studenti più squattrinati. Era uno che ha creduto che la polizia fosse una gang rivale (sì signora, era in una gang, o se non c’era probabilmente l’avevano buttato fuori per indegnità morale) ed ha di conseguenza vinto un premio Darwin. Era uno che ha fatto il possibile per distruggere la comunità in cui viveva, spargendo il terrore e distruggendo piccole attività che davano lavoro a gente del posto. Era una merda. Lo so che non si parla male dei morti, cara signora, quindi per non offenderla questa roba la scrivo mentre é ancora vivo.

2) “Era innocente, era lì per caso, eravamo andati a vedere, i razziatori erano altri” (gli amici)

Non era innocente. Era in mezzo ad una folla che sfondava saracinesche e dava fuoco a palazzine. Anche a voler essere buoni e pensare che ci si fosse infilato per caso, era comunque troppo stupido per vivere: se pure fosse sopravvissuto, probabilmente domani avrebbe cercato di attraversare a piedi, e bendato, la M25, spalmandosi contro l’auto di Mrs. Inminoranza e costandomi una fortuna di carrozziere. Quindi a pensarci m’é andata pure bene.

Ma la cosa importante é che questo non é vero: non era innocente e non era lì per caso. O stava razziando e caricando la polizia e dando fuoco a case e negozi, oppure si era mescolato con chi lo faceva e stava fungendo effettivamente da scudo umano: faceva, oggettivamente, da complice.

Per qualche strano motivo da un po’ di tempo é invalsa l’idea che dal momento che io sono un cittadino e non ho commesso alcun reato, é mio diritto inalienabile stare letteralmente dove cacchio mi pare. Alle manifestazioni, per esempio, é sempre più normale sentire gente scandalizzata che dice che la polizia ha caricato quelli che stavano dando fuoco all’ambasciata israeliana e hanno dato una manganellata anche a me che non stavo facendo niente, solo perché stavo in mezzo a quegli altri! Anche i media, in generale, trattano questo tipo di lamentela come se fosse giustificata, ed anzi chiedono ai poliziotti di giustificare il fatto che non si siano premurati di controllare se in mezzo alla folla che cercava di dar fuoco all’ambasciata per caso ci fosse qualcuno che era lì per caso.

Allo stesso modo, nelle sere passate era normale vedere gruppi di razziatori e vandali operare in mezzo ad una folla che li guardava incuriositi, parlava con zia Emma al telefonino, indicava i poliziotti e si chiedeva perché non intervenivano, e così via, e a nulla sono valsi gli appelli della Met perché la gente smettesse di fare da scudo ai razziatori. Queste persone sono convinte che sia un loro diritto inalienabile stare dove cazzo gli pare, anche a costo di impedire alla polizia di proteggere i diritti altrui (ad esempio, a non vedersi bruciare casa e/o negozio); sono oggettivamente complici e o non se ne rendono conto (e rientriamo nel caso di sopra: M25 a piedi, occhi bendati, carrozziere, grazie Met per averli eliminati) o sono in malafede e sono effettivamente dalla parte dei razziatori. Quindi, ancora, non sono innocenti – a quei livelli di stupidità é lecito parlare di colpevolezza.

3) “Era un ragazzo di 17 anni, é morto tragicamente sotto i proiettili di gomma, gli occhi dei bambini di Gaza ci guardano da Hackney: cosa diremo alla sua mamma?” (il Guardian)

Cara Madeleine (se non lo scrive Madeleine Bunting sentitevi liberi di leggere ad alta voce sostituendo il nome con quello giusto, ed eventualmente il genere), mi permetto di darle un suggerimento su cosa dire alla mamma:

“Gentile signora, suo figlio é cresciuto per 17 anni senza che lei facesse il minimo sforzo per allontanarlo dalle gang, per insegnargli l’importanza dell’appartenere ad una comunità locale, l’orgoglio di essere parte di un tessuto sociale che sostiene e fa crescere. Lo so che lei se ne é fottuta per 17 anni, l’ha lasciato preda delle gang, ha permesso che diventasse un animale selvatico incapace di qualunque interazione sociale che non fosse predatoria; si é rifiutata di parlare con la gang task force della scuola dove lo ha parcheggiato, ogni volta che la contattavano per informarla di un episodio di bullismo lei dava la risposta che é diventata il motto di una certa Gran Bretagna, “it’s got nowt to do wiv me”; e sa come lo so? Lo so perché avantieri sera suo figlio é tornato a casa con un paio di Nike AirMax che costano quanto un mese di sussidio, e ieri mattina l’ha passata in casa, a parlare al telefono con i suoi “homies” di come la polizia gli scappava davanti, e ieri sera é tornato a casa con una Xbox360 + Kinect, una cassa di videogiochi ed un televisore LED da 42 pollici, e lei non gli ha chiesto niente, non ha fatto la minima obiezione, ha lasciato che uscisse anche stanotte, ha continuato a fottersene come negli ultimi 17 anni pur sapendo benissimo quello che stava succedendo. Signora, it’s your fucking fault. Se c’é qualcosa di cui dispiacersi, é che il proiettile successivo non abbia preso lei.”

Ecco Madeleine, provi così. Non sarà gentile, ma ancora, non sto parlando male dei morti: la mamma é viva, e per ora, pure il pargolo.

E visto che siamo in modalità mago del Tuscolano, azzardo anche qualche altra previsione: tutti quelli, come Diane Abbott, che oggi chiedono a gran voce il coprifuoco in tutto il Paese e poteri straordinari alla polizia, semplicemente perché diverse delle case date alle fiamme sono nel suo distretto elettorale, domani, a cose fatte, torneranno a lamentare gli eccessi di violenza poliziesca e a chiedere che ai reparti antisommossa vengano tolti scudi e manganelli che sono troppo provocatori; la feccia Tory che ci governa, o almeno che taglia servizi pubblici e assegna contratti di outsourcing ai suoi vecchi compagni di scuola mentre occupa parassiticamente Downing Street e Westminster, si scorderà dell’accaduto entro una settimana o due e non cambierà una virgola della propria intenzione di tagliare 2000 poliziotti dall’organico della Met, o di mettere sul lastrico, con i tagli simultanei alle forze armate e ai sussidi di disoccupazione, circa 14000 persone la cui unica qualifica professionale consiste nell’essere molto bravi a sparare in testa alla gente; almeno un imbecille (probabilmente sul Daily Mail) proporrà di censurare Twitter o Facebook o Internet o vaccapi’ cosa perché senza i social network queste cose non succederebbero. Infatti i disordini di Brixton dell’85 furono proprio il trampolino di lancio di Twitter.

(*) In realtà anche la tecnica di contenimento é messa pesantemente in discussione: dopo le manifestazioni studentesche di quest’inverno diversi parlamentari hanno obiettato che contenere dei manifestanti violenti e impedire anche per ore che si muovano a loro piacimento é una violazione dei loro diritti umani, soprattutto laddove é impossibile dimostrare incontrovertibilmente che ognuno dei contenuti ha partecipato ad azioni criminose.

Creare razzismo how to 27/la concorrenza sleale…

“Basta con la retorica dei poverini”

Sorgente: Parlano i subappaltatori dei rider di UberEats. ‘Sono africani perché gli italiani vogliono 2 mila euro al mese. Basta retorica del ‘poverini” | Business Insider Italia

A Milano stazionano per lo più in zona Navigli: li trovi seduti fuori fuori dal McDonald’s di Porta Ticinese coi telefonini in mano, o accovacciati di fianco alle biciclette e agli zainoni termici, all’ombra del monumento che domina piazza XXIV maggio. Digitano sugli smartphone, parlano poco, anche tra loro, e sono rapidi a mettersi in coda fuori dai locali per recuperare quello che dovranno consegnare.
Sono i ragazzi arruolati da Livotti srl e Flashroad srl, le due società fornitrici di UberEats, l’ultima arrivata, e la più “flessibile”, tra le società di food delivery.

Rider come tanti altri, con una particolarità: sono quasi tutti migranti africani, con permesso di soggiorno in corso (o con richiesta di rinnovo già inoltrata), ospitati per lo più nelle strutture di accoglienza della provincia e arrivati in Italia su barconi e barchini per trovare lavoro (o per rubarlo agli italiani, secondo una teoria diffusa), e che dunque molti vorrebbero rimandare “a casa loro”.

Ma che diventano utilissimi se gli italiani un lavoro lo vogliono fare sempre meno, o iniziano a sindacalizzarsi chiedendo diritti, tutele e salari. Ai migranti africani, per esempio, le due società di logistica affidano le consegne degli ordini fatti sulla piattafroma “UberEats”; affidano o, meglio detto, subappaltano: UberEats – ramo del colosso di San Francisco, quotato in Borsa da maggio scorso e con una capitalizzazione di 72,9 miliardi di dollari al 23 luglio – paga la società di logistica che paga i ciclofattorini, che sono collaboratori occasionali o, nella maggior parte, provvisti di partita Iva, dunque formalmente “imprese” autonome.

Chiedere diritti, tutele e salari. Questa frase spiega, e cosa peggiore, giustifica molto razzismo.

Delle due una: o le tutele non sono un diritto, e allora se le levano ai dipendenti pubblici o ai metalmeccanici o al personale alitalia le loro proteste sono abusi ingiustificati o sono diritti e allora, citando la tanto amata quanto piegata peggio di un origami, è giusto che tutti le abbiano.
E che chi fa “concorrenza sleale” giocando al ribasso sui diritti prenda giuste legnate sui denti.
Non si tratta di razzismo ma di concorrenza sleale al ribasso e sfruttamento. Strano che gli antirazzisti da operetta e gli indignados in servizio permanente effettivo stiano zitti. O se non c’entra salvini allora tutto ok, anche se fosse lo stile “alabama ante guerra di secessione”?

Schema semplice: azienda affida a un’altra un lavoro e questa lo fa fare a terzi, cioè in questo caso a una ditta individuale. Uguale: subappalto.

“Ma la parola non va bene, è fuori luogo, non mi piace”, dice Danilo Donnini, uno dei soci della Flash Road, fondata nel 1984 e titolare di un’esclusiva con UberEats a Rimini, Reggio Emilia, Monza, Bologna e Firenze per le consegne legate a McDonald’s.

Stabilire un contatto con i rappresentanti di Flash Road non è semplicissimo: il titolare, Giuseppe Moltini, non ha gradito la pubblicità inattesa arrivata dall’attenzione su UberEats e sui loro rider ed è parecchio ruvido nel rispondere alle domande, anche banali. Donnini cerca invece di spegnere il clamore, incluso quello della reazione del suo collega.

“Siamo un’agenzia che fa da tramite, che trova il personale per Uber. Non posso dirle quanto paghiamo la singola consegna per ragioni commerciali, ma UberEats paga noi più di quanto pagherebbe il rider singolo, e quindi anche noi versiamo al rider una cifra non dissimile da quella che prenderebbe se lavorasse da solo”.

La precisazione non è casuale: in questa nuova guerra tra poveri scatenata dalla gig economy, una delle voci ricorrenti tra i fattorini è infatti che gli africani siano pagati meno degli altri. E che vengano scelti anche perché non si lamentano né chiedono condizioni diverse.

Concorrenza sleale. Lo stesso motivo perché i belgi odiavano gli italiani e a marcinelle creparono tanti italiani. Gli italiani erano culi a buon mercato, più buono di quello dei belgi. E ovviamente mandarono fuori mercato le maestranze belghe.

“La verità è che sono arrivati moltissimi italiani a fare i colloqui, però tendenzialmente questo è un mestiere per cui devi fare sacrifici: devi pedalare parecchio, sotto al sole o alla pioggia, e le lo fai per 7-8 ore al giorno ti porti a casa uno stipendio “normale”, tipo 1.000, 1.200 euro al mese”, dice Donnini. “Il 99% degli italiani che hanno iniziato e ascoltato la mia proposta non si sono fermati, perché se non prendono 2 mila euro al mese non sono contenti”.

Bisogna vedere le cifre, una cosa sono 1.200 netti con contributi, assicurazione e ferie, altro son 1.200 cui devi pagarti “tutto”.

La spiegazione appare un po’ fragile, sia a giudicare i numeri – lo stipendio medio a Milano è 1.570 euro lordi al mese, e si tratta della 28esima città al mondo nella classifica dei salari – sia per il numero complessivo di lavoratori a chiamata in ogni settore della gig economy: circa 700 mila, secondo uno studio della Fondazione Rodolfo Debenedetti.

È vero invece che i rider per lo più non sanno esprimersi in italiano (“I miei manager parlano con loro in inglese e francese: abbiamo operatori di un certo livello culturale”), quindi è difficile verificare con gli interessati.

Ed è vero anche che questi si adeguano alle condizioni offerte: (…)

“Siamo molto accomodanti: se si rompe la bici o il telefono possiamo imprestargli i soldi per ricomprarli e poi glieli scaliamo un po’ alla volta nelle settimane successive”.

Ferie e malattia non sono previste, “Come non lo sono per nessun lavoratore autonomo”, e un contratto da dipendente nemmeno:

No comment.

“Non ha senso, non esiste una tipologia adeguata. Abbiamo una flotta di 600 persone, dovremmo applicare il contratto dei fattorini, ma si tratta di tutt’altro tipo di lavoro, con modalità diverse. E poi – si scalda Donnini – è tempo di finirla con il perbenismo e il moralismo con cui si pensa di distruggere gli imprenditori. Questo Paese andrà a rotoli se si continua a gridare all’untore, a dire ‘Poverini i rider’. Sinceramente, per me sono poverini quelli che hanno un tumore, non quelli che hanno un posto per dormire in un centro di accoglienza che paga il pubblico, più un telefono pagato sempre dal pubblico e anche un lavoro…”

Come per gli studenti. Per uno studente mantenuto da babbo, uno stage, diciamo formativo, di 400€ mese per gli extra è grasso che cola. Per uno che deve campare da solo è solo una presa per il culo.

Su una cosa ha ragione: la politica, a dispetto degli annunci, latita. E l’anormalità dei lavoratori autonomi che devono restare collegati otto ore al giorno a una App, per conto proprio o pagati da terzi a loro volta fornitori di altri, continua. Ma tra i ragazzi africani, di questi tempi parte dello strato più basso, e indifeso, della piramide socio-economica, il desiderio di lavorare è molto:

“All’inizio li abbiamo arruolati grazie alla collaborazione con un paio di Onlus, adesso però il passaparola funziona da solo”, (…)

Non so quanto legittimamente clandestini e richiedenti asilo possano lavorare.  (…)

Per il resto, quando da giovane pischello informatico iniziai a lavorare, collaboravo con una azienda che si occupava di servizi informatici alle imprese, azienda che aveva vinto un progetto europeo e quindi doveva supportare le imprese che volevano entrare nella niu economy. Quando non riuscì a vincere un grosso bando pubblico e dovette ridurre il personale il criterio per la riduzione fu solo uno: la ricattabilità del personale; non la competenza o l’esperienza o la capacità.

Io ero già stato scottato prima da un cococo, quindi come loro cococo facevo il cococo e non il fintodipendente, orari liberi, dovevo consegnare il progetto nei termini e basta, non ero tenuto a star lì a fare le otto ore, e non ero tenuto, visto che avevo un contratto a progetto, a dover puntare su un solo cavallo. Stavo anche insegnando e non ho mollato la scuola per fare un piacere a loro.

Risultato, il mio nome fu uno dei primi piazzati nella lista di persone cui non rinnovare il contratto insieme a chiunque avesse avuto contratti in contemporanea con loro e con altri, i rompiscatole patologici etc. Rimasero solo i ricattabili, gente che aveva mutuo o altri casini e che doveva mandar giù un rospo dietro l’altro perché non poteva sfancularli di brutto.

La domanda sul perché i fattorini siano prevalentemente ragazzi africani, il 60%, secondo i numeri dell’azienda stessa, però non ha una risposta. Ci permettiamo allora di suggerirne una noi: se hai attraversato l’Africa e il Mediterraneo in condizioni impossibili per raggiungere una vita migliore, lavorare a cottimo, magari mal pagato, è l’ultimo dei tuoi problemi. E il diritto per cui lotti è restare in Italia: per cui, tanto più di questi tempi, serve un impiego quale che sia. È così che i bisogni degli uni diventano le opportunità degli altri: e il cerchio si chiude.

il fatto è semplice: se si controlla l’immigrazione è anche per evitare che arrivi qui gente che deve cercare in tutti i modi di rimanerci e tirar su la pagnotta, stare in italia per i non cittadini non è un diritto, mettiamo i puntini sulle i, evitare di essere preda di farabutti e sfruttatori.

Come avevo scritto altre volte accogliere significa accogliere bene, dando, dal punto di vista del lavoro, gli stessi diritti (e gli stessi doveri) dei cittadini italiani. Accogliere per girare la faccia quando gli “accolti” finiscono sfruttati da questo o quel caporale, non è accogliere è importare schiavi rivestendo l’azione di un sottile strato di ipocrisia per giustificare il tutto.

D’altronde anche i proprietari terrieri dell’alabama accoglievano gli schiavi per elevarli e portarli alla civiltà, mica per sfruttarli nelle piantagioni di cotone.

 

Io gombloddista…

Stavo leggendo le reazioni alle dichiarazioni di Zangrillo sul virus. 

Devo dire che dopo “fake news” adesso la tecnica “contra hominem” usata è quella di dare del gombloddista a chiunque non beva come acqua fresca qualsiasi sparata da “fonti istituzionali”.

Devo dire che questo modo di comportarsi, chiudere il discorso bollando la gente come complottista ed evitando, sempre, di rispondere nel merito, alla fine è un grande regalo a gombloddisti assortiti dagli innocui terrapiattisti ai più pericolosi antivax passando per le millemila teorie farlocche e alternative.

Perché gli stanno dando un signor Galileo contrastato dalla santa inquisizione del politicamente corretto e conveniente cui paragonarsi. Perché puoi blastare pesciolina84 che straparla di vaccini, ma se provi a blastare gente competente che parla, con proprietà e secondo il canone scientifico, della sua materia rischi di fare tu la figura dell’esperto di bar sport. Cosa d’altra parte capitata a tante wannabe miss italia quando sono andati allegramente alla lotta contro il gombloddo dei no-trax.

Stessa cosa per zangrillo: ha fatto affermazioni “dimostrabili” o confutabili. Sulla carica virale nei tamponi e sul numero e la gravità dei malati, se i numeri che ha dato son falsi basta tirar fuori i numeri veri e smentirlo. Se ha detto numeri veri e li ha usati per dedurre conseguenze false, capita, qui un esempio, allora occorre lavorare un poco di più per smentirlo ma si può fare.

Se invece ha fatto affermazioni corrette e deduzioni corrette, l’unica via di uscita son le solite fallacie… dagli al gombloddista…


PS

lo ammetto, io sono convinto che una sfera immersa in uno spazio euclideo possa essere considerata localmente piatta.

PPS

Mi fa ridere che chi adesso si lagna del gombloddismo è spesso gente che beveva come acqua fresca le peggiori idiozie del sacro blog. Dall’urinoterapia all’olio di colza nel motore passando per le capacità dei cittadini portavoce…

PPPS

Sì, cazzate ne hanno condiviso anche Salvini e la Meloni, ma se cominciamo a parlare di pagliuzze e di travi, qui abbiamo tanto legname da poter soddisfare a vita le esigenze di un esercito di carpentieri. E avanza abbastanza per accontentare gli appassionati di barbecue.

Il sistema davigo

Si tratta dello stesso errore che fa chi confonde i film giudiziari con la realtà.

Nel film l’ascoltatore conosce tutta la verità, nella realta il giudice non conosce la verità e deve cercare di dedurla dalle prove; ad esempio da prove che dimostrano che Tizio ha fregato l’argenteria.

Vogliamo tornare a condannare solo un “onesto” dichiara che Tizio è sicuramente colpevole?

Beh Torquemada era di una onestà inconfutabile.

Il costo del software e l’informatico da bar sport.

prendo spunto da una osservazione fatta in questo articolo

8 Immuni non farà ricco nessuno. La app è stata sviluppata dalla società Bending Spoons gratuitamente e donata allo Stato italiano.

Il prezzo di un software non è solo la licenza iniziale. Chi si occuperà del mantenimento e del coordinamento dello sviluppo della app. Se domani qualcuno dovesse scoprire un bug, grave, nella app chi si dovrà occupare della correzione dell’errore? chi si deve occupare del mantenimento del codice? Lo sviluppatore iniziale? gratuitamente o a titolo oneroso? lo stato italiano, con risorse proprie o dando il mantenimento del codice in appalto? La app è solo un piccolo tassello del mosaico. Piccolo inciso: i costi legati ad un software spesso non son colti dall’uomo della strada, che pensa che il costo sia solo la licenza iniziale, ma dovrebbero essere conosciuti dai tecnici e da chi scrive articoli tecnici.

Molti quando pensano software libero pensano a “free as free beer” e non a “free as free speak”, non c’è la licenza quindi è gratis (e nessuno si arricchisce). Quello, ricordo, era uno dei tormentoni dei fan boy di open/libre office contro microsoft office.

Peccato non sia così. Un software ha i suoi bei costi nascosti, lato utente il costo per imparare ad usarlo in maniera efficace e per abituarsi ad usarlo, lato produttore i costi di mantenimento e correzione degli errori. Ci si può affidare alla community certo. Ma chi si fiderebbe di software dove non sai a chi rivolgerti per problemi? Come ho detto anche altre volte, i regali non si possono sindacare, quello che si può sindacare è quello che si paga. 

Terra terra, se io ho un problema il 14 sera di agosto e chiedo alla community, la community ha tutto il diritto di mandarmi affanculo, rispondere RTFM o semplicemente ignorarmi. Se io pago, sottolineo pago, un contratto di assistenza 24/7 e chiamo il 14 agosto sera, qualcuno deve, sottolineo deve, venire a risolvere il mio problema, altrimenti come prima cosa parte una letteraccia e seconda cosa si straccia il contratto e partono penali.

Ecco perché chi mena gran vanto di un software “critico” gratis con magari una mitica community di supporto lo ritengo l’equivalente informatico del tuttologo da bar sport, uno che non capisce nulla della complessità sottostante e considero il suo parere completamente inaffidabile.

Solinas, Sala abbia decenza di tacere – Sardegna – ANSA.it

Stavo leggendo la discussione Solinas – Sala, per quanto poco lo stimi, Solinas, stavolta ha ragione. Sala l’ha fatta leggermente fuori dal vasino e la “beccata” è giusta.

Sorgente: Solinas, Sala abbia decenza di tacere – Sardegna – ANSA.it

“Sala in materia di coronavirus dovrebbe usare la decenza del silenzio, dopo i suoi famigerati aperitivi pubblici in piena epidemia”. Così il governatore della Sardegna Christian Solinas replica al sindaco di Milano Giuseppe Sala sulla questione del passaporto sanitario. “Nessuno ha chiesto improbabili patenti di immunità, ma un semplice certificato di negatività”. (…)

LA REPLICA DI SALA – Illustre Presidente Solinas, rispondo con educazione a quanto da lei affermato. Ho parlato a titolo personale, ma non tiro proprio indietro la mano: io non andrei in vacanza laddove fosse richiesto un test di negatività al virus”. Così il sindaco di Milano, Giuseppe Sala, ha replicato con un post su Facebook al governatore della Sardegna, Christian Solinas, che gli ha suggerito di “usare la decenza del silenzio” dopo il video in cui ha detto che si ricorderà quando sarà il momento di decidere dove andare in vacanza delle Regioni che chiedono la patente di immunità. “A parte il fatto che non è così semplice disporre di questi test, penso sia sbagliato discriminare gli italiani per regioni di appartenenza. Milano e la Lombardia saranno sempre terre di libertà e di accoglienza – ha aggiunto Sala – Ci aspettiamo lo stesso dal resto del Paese”.

Non si riesce a fare i test per verificare se una persona è positiva o negativa, è un problema di sanità.

Btw mi sembra assurdo che prima si faccia fuoco e fiamme contro assembramenti perché tutti potenziali positivi e poi quando si chiede una semplice analisi per dimostrare di non essere positivi e potersi divertire “con tranquillità” si frigni che si viene discriminati.

Come al solito si spacciano le misure di cautela sanitarie per discriminazioni. Occhio che a far così tra un poco qualcuno dirà che i controlli anti TBC e anti scabbia sui migranti clandestini sono “razzisti”.

Per il resto penso che il fastidio provato da sala sia dovuto al fatto che qualcuno abbia messo in dubbio la storiella del bravo sindaco in una regione ove i vertici regionali son fatti di pazzi incoscienti ed incompetenti.

Piaccia o no nel casino lombardo ci son gravi colpe anche di certi sindaci del “…non si ferma”, non è che Fontana paga per tutti e gli altri vanno santificati e beatificati.