Sulla serietà delle pubblicazioni scientifiche antivax.

ogni tanto anche sui social si trovano “perle” che riportano la fiducia nel genere umano. Nello specifico si parlava di alcuni “cazzari” antivax  che millantavano pubblicazioni in riviste “open access” dall’impact factor (grosso modo quanto è importante, attendibile e di qualità una rivista).  Quello sotto è il messaggio che parlava di un articolo selezionato per la pubblicazione1 da una rivista open, articolo che dimostra quanto siano attendibili certe riviste scientifiche.

ah, un’aggiunta saporita: la rivista che ha accettato e pubblicato la “ricerca” del grande scienziato in esame [si parla di un celebre antivax italiano NdR] è una rivista open (e per giunta senza impact factor). Vi linko un articolo pubblicato da un’altra rivista open che stressava via mail un ricercatore per avere pubblicato il suo lavoro su di essa. Il ricercatore in esame ha alla fine accettato la richiesta e inviato il proprio lavoro che, ovviamente, è stato prontamente pubblicato dopo un accurato peer review. Vale la pena leggere anche solo le prime 2 righe fidatevi
http://www.scs.stanford.edu/~dm/home/papers/remove.pdf

Sull’argomento, riviste e convegni open e democratici, consiglio anche gli ottimi articoli che raccontano come il dott. prof. Massimo della Serietà ha pubblicato nelle migliori riviste ed è stato invitato ai più rinomati convegni scientifici del mondo.


  1. a leggere wikipedia https://en.wikipedia.org/wiki/International_Journal_of_Advanced_Computer_Technology pare che l’articolo sia stato selezionato per la pubblicazione passando la fase di peer review ma non sia stato pubblicato in quanto l’autore rifiutò il pagamento di 150$ per la pubblicazione. 

Codiamo, codiamo tutti…

L’incompetente non conosce le regole, il capace conosce le regole, il guru sa quando è il caso di violare le regole

Su faccialibro mi hanno coinvolto in una discussione sul coding alle elementari, ove per coding si intende l’insegnare il pensiero computazionale e i fondamenti della programmazione. Le obiezioni erano essenzialmente tre:

-> il coding, il saper programmare è una competenza troppo specialistica per essere insegnata.

-> meglio l’insegnamento “analogico” al digitale,

-> costringe gli studenti ad un pensiero rigido, a pensare per zero ed uno, uccidendo la creatività e tasformandoli in tanti piccoli robot. 1

Più una quarta che i progetti in realtà servivano per favorire le multinazionali del software ovvero la microsoft2; un poco di sano gombloddismo non guasta mai.

A me sembra che sul coding si faccia un sacco di confusione, come al solito, e che molti scrivano solo perché sottomano hanno una tastiera.

Prima considerazione: “coding” altro non è che il solito vizio italiano di usare una parola nuova per un concetto vecchio, il pensiero logico computazionale, per farlo passare come moderno. Il pensiero logico computazionale; il pensare in maniera matematica, conoscere, saper descrivere gli algoritmi, saperli utilizzare, è il fondamento di tutta la matematica e, conseguentemente, di tutte le scienze. Prima che venisse chiamato coniato il termine “coding” era quello che imparavi quando studiavi le tabelline e la geometria e ti esercitavi a risolvere i problemi come: Anna, Bruno e Carla hanno ognuno tre mele, quante mele hanno in tutto? Vogliamo preparare una tovaglia per un tavolo quadrato che ha il lato di 50 cm; quanti metri quadri di stoffa dobbiamo comprare? se la stoffa costa 8 euro a metro quadro, quanto spendiamo? Roba che alle elementari si è sempre fatta, solo che si chiamava aritmetica e geometria, e che si dovrebbe continuare a fare anche oggi. Chiamarla coding la fa sembrare qualcosa di figo, di moderno e di innovativo. Invece è la cara vecchia buona aritmetica.
Scava scava il linguaggio di programmazione è solo uno strumento, le strutture base della programmazione (istruzione, iterazione, scelta) son le stesse di qualsiasi algoritmo matematico e consentono di descrivere qualsiasi algoritmo e, conseguentemente, qualsiasi programma.  Il fatto è che molti confondono l’informatica con il saper usare il computer; il che è come dire che il conoscere l’ingegneria meccanica dei motori automobilistici è la stessa cosa di avere la patente e saper guidare una macchina. Usare il computer a scuola non è fare informatica come guidare non è fare progettazione di motori. Invece molti continuano a confondere la materia con lo strumento. Vero anche che molti su questa ambiguità ci giocano per lucrarci sopra. Quando insegnavo ho avuto problemi con ragazzi, convinti che l’informatica fosse la patente europea del software, si son trovati spiazzati quando invece di uord e uindos si è parlato di diagrammi di flusso e algoritmi.

Seconda considerazione: anche con l’informatica puoi fare insegnamento “analogico”; usare un mazzo di carte per spiegare gli algoritmi di ordinamento, fare il gioco delle venti domande per trovare una parola nel vocabolario, applicare tanti algoritmi “informatici” e modelli al mondo reale; prendere la ricetta della pizza come esempio di programma e convertirlo in un flow chart. Tante attività “analogiche”, coding non significa abbandonare i ragazzi davanti al PC.

Terza considerazione: una delle obiezioni contro il coding che ho sentito è: “insegna a pensare per zero ed uno, con regole rigide, riducendo l’alunno ad un automa”. Colossale uomo di paglia. Vorrei vedere un informatico che uno che “pensa” solo con una variabile binaria; si puàò pensare anche per “nibble” (4bit),  byte (8),  “word” (16)  e se proprio serve  “longint” (64 bit) 😀  In realtà la scuola già insegna a pensare con regole rigide di per sé, prendiamo ad esempio la grammatica: ci son regole “rigide” che impongono la concordanza del soggetto con il verbo o che vietano di usare un tempo futuro per parlare di eventi passati. “ieri io andrete al mare” è una frase che non significa niente. E non significa niente perché non rispetta le regole di concordanza del soggetto (io) con il verbo (seconda persona plurale) e non rispetta neppure le regole sui tempi, il verbo è al futuro mentre “ieri” fa riferimento al passato. La grammatica e la sintassi hanno le loro regole rigide quindi, se la rigidità delle regole uccide l’intelligenza e rende le persone automi, per coerenza sarebbe da eliminare anche la grammatica e la sintassi3 nell’insegnamento dell’italiano.

L’ultima considerazione sono invece le solite frignate “scolastiche” di chi cerca di verniciare con tanto idealismo i suoi bassi interessi di bottega, ovvero il non volersi aggiornare, il non voler imparare cose nuove per trasmetterle agli studenti.  Quello che trovo buffo è che i giorni pari ci si lamenti che i privati non investano nella scuola e i giorni dispari ci si lamenti del non voler diventare “schiavi” di chi nella scuola vorrebbe investire. Il solito “mamma ciccio mi tocca, toccami ciccio che mamma non vede”.

Uno dei compiti più importanti della scuola è fornirti un bagaglio culturale per interpretare, capire e saper agire nella maniera ottimale con il mondo; ed il pensiero logico matematico, o pensiero computazionale, rimane uno strumento molto potente per riuscirci. La scuola deve insegnarti a pensare non darti solo una sterile quanto inutile erudizione basata solo su tante nozioni disconnesse e avulse dalla realtà, senza che ti venga insegnato ad utilizzare tali nozioni, a collegarle ed a ragionarci sopra. E il coding altro non è che uno strumento per “applicare” il pensiero logico allo stesso modo dei problemi di aritmetica.

 


  1. una cosa che trovo divertente è che l’algebra di Boole che descrive la logica binaria altro non è che la formalizzazione matematica della logica aristotelica. Quindi lo studio di Aristotele e della filosofia è nocivo. Quando si parla di ironia. 
  2. Già il pensare che il software si riduca ai prodotti microsoft mostra quanto sia approfondita la conoscenza dell’informatica; e questo fa porre qualche sospetto su quanto possano essere appropriate certe obiezioni. 
  3. purtroppo temo stia già avvenendo, basta dare una lettura ai messaggi nei social. :-( 

Perché insegnare matematica?

insegnamento_matematica

Uomo: Insegnare matematica a scuola è sbagliato.

Donna: se insegniamo le equazioni gli studenti non faranno investimenti idioti. Con la teoria delle probabilità non si faranno fregare dalle previsioni.Con la logica matematica non si faranno fregare dai truffatori.

U: E’ proprio quello che dicevo io. Insegnali le equazioni e non faranno mai acquisti a credito. Insegnali le probabilità e non giocheranno d’azzardo. Insegnali la logica e non compreranno mai cose inutili. In pratica insegna la matematica e buona parte dell’economia moderna andrà a rotoli.

D: MINCHIA. Non avrei mai pensato che l’economia si basasse sull’ignoranza.

U: Prova a spiegare la società moderna in qualunque altro modo.

Via Rettiliano Verace.

Differenza fra nesso temporale e nesso casuale

da: https://www.facebook.com/groups/54316309950/permalink/10154868153264951/#

Vorrei spiegare la differenza tra nesso temporale e nesso causale con un esempio realmente accaduto, anche se temo non serva a nulla.
Dunque. C’è una famiglia, padre, madre e bimbo di otto anni. Cedendo alle insistenze del bimbo, la famiglia va a cena in un ristorante cinese. Mangiano. Tutto ok. Il bimbo è felice, ma…
Uno alla volta , nel giro di due giorni, tutti e tre finiscono in rianimazione: botulismo. Il ristorante cinese viene messo sotto sequestro e la cosa va per il meglio per i tre. Articoli a carattere cubutali sui giornali mettono in evidenza che la famiglia si è ammalata di botulismo a causa del ristorante cinese, qualcuno, più gentilmente, scrive ” dopo aver cenato al ristorante cinese”. Ma. C’è un ma. O meglio ce ne sono almeno due…
1) che probabilità ci sono che il botulismo crei il problema dopo sole 12 ore?
2) come è possibile che il botulino sia stato presente solo nelle pietanze dei tre malcapitati?
Tranne noi poveri sanitari, tutti diedero per scontato il nesso causale tra cena e botulismo pur avendo fatto notare le perplessità scientifiche ( ma chissenefrega della scienza ). Come hanno fatto ad ammalarsi se non con la cena? Era l’unica cosa diversa fatta e quindi automaticamente era quello. Punto e basta.
Caso volle che dopo qualche giorno anche la nonna materna venne ricoverata per botulismo. Però lei non era al ristorante cinese come gli altri, allora che fare? Suggerimmo di sequestrare e analizzare le conserve e si scoprì che c’erano dei barattoli di funghi sott’olio fatti in casa, dalla nonna, che erano contaminati. Per non alterare i sapori, la nonna non acidificava con l’aceto. ” Ho sempre fatto così e non è mai succesdo niente “.
Trovato l’inghippo, una famiglia ha rischiato la pelle, un ristorante è finito in mutande, perché? Per dar retta a luoghi comuni e nessi temporali e non causali.

il caso ippolito

A quanto pare i cortocircuiti fra politica, magistratura e potentati riguardo alle questioni di politica energetica e industriale non sono solo eventi recenti. Leggere l’articolo, di cui ho riportato alcuni stralci, mi ha dato un senso di dejavu e soprattutto mi ha fatto pensare a molti, troppi, casi giudiziari recenti nei quali è implicata la scienza.

fonte: http://www.fisicamente.net/SCI_SOC/index-1838.htm

 

IL CASO IPPOLITO

(…)

Delle vicende che hanno portato Ippolito al vertice del CNEN ho già parlato. Restano da raccontare le vicende che portarono Ippolito in prigione e quindi fecero morire ogni velleità dell’Italia di rendersi autonoma da un punto di vista energetico ed in possesso di tecnologie da poter esportare.

Una premessa a quanto accadrà nell’agosto 1963 la si ebbe in giugno quando Bruno Ferretti, mai prima critico oltre la normale dialettica con la gestione dell’ente nucleare, cambiò di opinione facendo pubbliche dichiarazioni negative sulla gestione CNEN. A luglio il direttivo del gruppo DC al Senato incaricò il senatore Spagnolli, del quale più oltre seguiremo le gesta, di raccogliere elementi intorno all’attività del CNEN (si voleva fermare l’ascesa di Colombo, Presidente del CNEN, che, pur essendo della destra DC era in accordo con Ippolito sulla gestione dell’ente ?). Spagnolli già da tempo si occupava del CNEN (e del CNRN prima) egli era a contatto proprio con Bruno Ferretti che, a sua volta, era in contatto con Giampiero Puppi che condivideva la posizione critica uscita da qualche mese da un cilindro. Ippolito, sentendosi criticato, fornì alcuni giudizi sull’inaffidabilità di alcuni consiglieri ENEL, particolarmente Angelini, a Scalfari che ne fece un articolo per l’Espresso del 4 agosto.

Il Caso Ippolito vero e proprio iniziò subito dopo, il 10 agosto 1963, con una nota di Saragat, di ritorno da un viaggio in USA, dettata all’Agenzia democratica di proprietà del suo partito, il PSDI. Il discutibile e discusso personaggio, sempre dalla parte degli interessi della destra economica e degli USA, entrò nel merito di qualcosa che non conosceva, la politica nucleare ed addirittura la gestione tecnica di esso. Una cosa del genere sarebbe passata via senza provocare alcun interesse. Invece fu ripresa con grande clamore dalla stampa padronale. Solo l’Avanti!, la Voce repubblicana e l’Unità ebbero da ridire, anche pesantemente (il primo quotidiano in termini politici, il secondo in termini più tecnici, il terzo in termini politici e tecnici).

L’11 agosto 1963, mentre Ippolito era in vacanza ed il CNEN nel letargo estivo, uscì sul «Corriere della sera» un articolo che diede inizio alla «guerra nucleare». L’articolo, su due colonne, aveva il titoloElettricità ed energia nucleare e più in basso in grossi caratteri Dilapidazioni denunciate da Saragat. Ma che c’entra questo personaggio con il nucleare ? In ogni cosa americana c’è sempre il suo zampino e siccome questa è una cosa americana ecco Saragat.

Nella nota si sosteneva che l’Enel rappresentava quanto di meglio ci si  potesse attendere sul piano produttivo ed organizzativo mentre il CNEN amministrava in modo a dir poco disinvolto i soldi che lo Stato gli passava. Saragat così proseguiva:

«La verità è che negli enti che predispongono spese per la parte atomica occorrerebbe gente responsabile che conoscesse la materia, vale a dire studiosi seri, affiancati da amministratori oculati. Nel campo dell’energia nucleare sono avvenute, in Italia, dilapidazioni che meriterebbero un’analisi più approfondita e che, in ogni caso, non possono essere più tollerate. Il pubblico denaro deve essere amministrato con oculatezza e con senso di responsabilità».

Prendendo poi in considerazione le centrali nucleari italiane, Saragat sosteneva che esse, dal punto di vista economico, erano  un vero disastro. Secondo Saragat la costruzione di centrali  nucleari per la produzione di energia elettrica era assimilabile  alla costruzione di una segheria con l’intento di produrre segatura. Fin qui il capo del PSDI. Naturalmente resta da capire da chi  gli era venuta l’imbeccata visto che Saragat di queste cose era  assolutamente digiuno e non se ne era mai occupato. Questo  forse resterà un mistero a meno che non si voglia indagare a  fondo sui viaggi negli Usa fatti da questo personaggio e sui flussi di denaro nelle casse dell’ex PSDI. Lo stesso Ippolito ebbe a dire che

«fra tutte le azioni convergenti contro di me è stata certamente preminente l’azione svolta dalle multinazionali petrolifere» [Ippolito, 1978]. «I petrolieri desiderosi di smistare barili e costruire nuovi impianti di raffinazione, avevano tutto l’interesse che l’Italia non sviluppasse una politica nucleare alternativa al petrolio. E il mio tentativo di creare un’industria nucleare italiana urtava appunto gli interessi delle “sette sorelle”, i grandi gruppi — integrati — che, coprendo tutto il ciclo del petrolio, dalla ricerca alla vendita del prodotto finito, dominavano il mercato mondiale. Né era gradito alle grandi compagnie americane costruttrici di reattori e agli ambienti conservatori (per non dire reazionari) italiani, che non vedevano di buon occhio l’affermarsi di un ente dinamico e moderno, qual era il CNEN»  [Barrese].

(…)

Qualora mi sia chiesto di prendere una decisione prima del compimento dell’inchiesta, ritengo mio dovere restare segretario generale del Cnen, non solo per rendere ragione del mio operato, ma per rimanere accanto a quei collaboratori e quei colleghi con i quali abbiamo creato in Italia negli ultimi dieci anni l’ente pubblico per l’energia nucleare [Citato da Barrese].

In un incontro con il ministro dell’industria Togni, Ippolito venne sottoposto a ricatto: dimettersi dall’Enel (dove gli era stato chiesto di andare da Emilio Colombo, il suo capo nel CNEN!) e dopo inchiesta al CNEN. Caspita, Togni chiedeva ad Ippolito di andarsene dall’Enel, dove non risultavano irregolarità vere o presunte, e di restare al CNEN dove vi erano accuse contro la sua persona ? Ippolito dirà in seguito:

Persi il lume degli occhi e a Togni risposi tra i denti che il Cnen non era Fiumicino. Per il ministro fu come uno schiaffo. Immediatamente venni messo alla porta [Citato da Barrese].

Ippolito aveva sputato in faccia a Togni il gigantesco scandalo di Fiumicino del 1961 (lavori durati 15 anni, costi moltiplicati per 10, terreni acquitrinosi acquistati dalla duchessa della nobiltà vaticana e cioè nera Anna Maria Torlonia a 45 lire al metro quadro quando il prezzo di mercato era tra 3 e 7, realizzato da ditte vicine a DC e Vaticano, pista principale che sprofonda poco prima dell’inaugurazione). In tale scandalo erano stati implicati Andreotti, Pacciardi e lo stesso Togni.

Sabato 31 agosto il ministro democristiano Togni (che in occasione del suo protagonismo nello scandalo di Fiumicino fu difeso da Andreotti che lo definì uomo dal carattere propulsore a turbina elettrica e che, si ricorda, il 25 maggio 1958, in un giro elettorale, riuscì in 5 ore a porre ben 16 prime pietre senza dimenticare di fare un intermezzo per il pranzo), non lasciando ad Ippolito tempi per la difesa o per eventuali opzioni tra una carica e  l’altra, fingendosi scandalizzato per una cosa che già sapeva e che sapevano tutti anche se tutti aveva scandalizzato, emise un  comunicato con il quale Ippolito era dichiarato sospeso dal suo  incarico al CNEN. Il 14 ottobre il consiglio di amministrazione dell’Enel sostituì il nome di Ippolito con altro nominativo.

Ma quali erano gli elementi di diritto sui quali si era basato Togni per prendere queste decisioni di estrema gravità ? Vi erano solo voci ed illazioni che accompagnavano campagne di stampa. Nessun dato certo, niente che desse adito a questioni sostanziali. Togni si mosse abusando della sua autorità !

«Nel frattempo un miscuglio di rivelazioni della stampa, di inchieste più o meno sommarie, di voci e indiscrezioni aveva sollevato dubbi sulla correttezza amministrativa della gestione del Cnen, della quale Ippolito era l’unico o il principale imputato.  Una commissione d’indagine,  nominata  il  2  settembre  a tamburo battente dal ministro Togni, rimetteva il 15 ottobre le  sue conclusioni. Esse apparvero tanto gravi da risvegliare l’interesse della magistratura per l’apertura di un processo penale. Con queste battute finiva, più o meno, lo scandalo nucleare e cominciava lo scandalo “Ippolito”, pericoloso per l’interessato, assai meno per gli altri. Delle iniziali accuse Saragat: dilapidazione e sperpero di pubblico denaro da parte del Comitato Nucleare non si sarebbe più parlato. Sarebbero venuti a galla il “peculato”, “l’abuso in atti d’ufficio”, le “distrazioni” e “l’interesse privato”» [Silvestri].

Tra le 55 ipotesi di reato (per 47 delle quali verrà condannato) Ippolito venne anche accusato di aver usato una camionetta del CNEN per i suoi spostamenti personali quando era in vacanza a Cortina e di aver fatto stanziare dei fondi a favore dello storico Vittorio De Caprariis perché scrivesse una storia d’Italia attraverso la storia delle varie tappe del pensiero e delle realizzazioni tecnico-scientifiche (storia ancora mancante!). E’ anche utile riportare qualche esempio di distrazione di fondi: 5.195.000 lire per sussidi al personale; 2.230.000 lire per premi al personale; 85.000 per un regalo a un dipendente; 397.800 per abbonamenti vari. Un vero criminale.

A seguito della sospensione di Ippolito dal CNEN decretata da Togni il 31 agosto del 1963, con un tempismo degno di personaggi assurti alla cronaca politica, mondana e giudiziaria dal 1994 e del suoavere la propulsione di una turbina elettrica, il Procuratore Generale della Repubblica di Roma, il porto delle nebbie che non aveva portato nessuno alla sbarra dei potenti dei vari scandali DC e che  rimarrà tale ancora per molti anni, Luigi Giannantonio, il 6 settembre successivo inviò a Togni, e per conoscenza al Presidente del Consiglio, la seguente lettera:

Giusto quanto pubblica la Gazzetta ufficiale n. 224 del 4 settembre 1963, l’Eccellenza vostra con decreto del 31 agosto 1963 ha sospeso il prof. ing. Felice Ippolito dalle funzioni di segretario generale del Cnen e con altro decreto, di pari data, ha nominato una commissione di indagine sulla gestione amministrativa del detto segretario generale, commissione che dovrà riferire con relazione scritta entro il termine massimo del 15 ottobre p. v. Ora per l’adempimento dei doveri di questo ufficio, in ordine anche a recenti e ben note pubblicazioni giornalistiche, prego l’Eccellenza vostra di volermi inviare. non appena sarà presentata, copia della relazione della commissione di indagine e di volermi intanto rimettere copia dei rilievi del collegio dei revisori dei conti di cui si parla nel decreto di sospensione, nonché copia del rapporto redatto da un comitato di senatori di cui parlano alcuni giornali [Citato da Barrese].

37 giorni dopo, note le conclusioni della commissione ministeriale d’indagine, Ippolito si recò al palazzo di Giustizia  per fare dichiarazioni spontanee in propria difesa, dichiarazioni che occuperanno 4 giorni. Intanto era stato destituito (14 ottobre) da consigliere ENEL.

Il 4 marzo 1964, con queste accuse, Ippolito venne arrestato e condotto a Regina Coeli da dove attenderà, in stato di detenzione, la sentenza che sarà letta il 29 ottobre 1964.

Il processo ad Ippolito iniziò l’11 giugno 1964 (il Tribunale era composto dal Presidente Giuseppe Semeraro e dai giudici Carlo Testi e Luigi Bilardo) con un Pubblico Ministero, Romolo Pietroni, che fece l’impossibile, anche cose scorrette, per arrivare alla condanna. Il Pietroni sarà indagato nel 1971 dalla Commissione parlamentare antimafia per aver avuto rapporti con la vicenda dell’infiltrazione mafiosa nella Regione Lazio quando il DC Girolamo Mechelli chiamò a lavorare in Regione Natale Rimi, figlio del numero 2 della mafia trapanese, in seguito all’intervento del pregiudicato commercialista Italo Jalongo, consulente fiscale nientemeno che di Frank Coppola (noto mafioso che abbiamo già incontrato con il senatore DC Messeri, uno degli accusatori di Ippolito). Pietroni era consulente dell’antimafia e frequentava amichevolmente Jalongo; e non solo: aveva anche rapporti per raccomandazioni con Mechelli al quale chiedeva notizie sui trasferimenti di Rimi da Alcamo. Pietroni venne cacciato dall’antimafia ma rimase come braccio destro del magistrato Carmelo Spagnuolo, anch’egli criticato dall’antimafia. Finalmente, nel 1976, vedrà la galera, per merito del giudice istruttore di Spoleto Fiasconaro. Gli vennero addebitati rapporti stretti con la mafia (consulenze a noti mafiosi e soffiate sui lavori dell’antimafia e della Corte d’Appello di Roma), violazione dei doveri della sua funzione, corruzione (bustarelle Standa). Ma Pietroni venne infine assolto …

Tale Pietroni chiese per Ippolito una condanna a 20 anni di reclusione (sic!). ma non citò Colombo e neppure il senatore DC Focaccia (“all’allora Presidente del CNEN non si può attribuire alcuna responsabilità di aver autorizzato con dolo qualche violazione di legge. Anzi, semmai, si può dire che l’onorevole Colombo non è il complice di Felice Ippolito, ma la vittima più importante“). Quel Colombo che aveva autorizzato Ippolito, con un suo specifico decreto, a firmare impegni e contratti fino ad un importo di 100 milioni. E Colombo e Moro non furono per nulla turbati da un pm che non riteneva legittimo il decreto di Colombo e che procedeva con questa indegna richiesta di condanna. E non si turbarono neppure della condanna ad 11 anni e 4 mesi di reclusione che Ippolito ebbe in primo grado di giudizio. Contro questo comportamento della magistratura si ebbero duri giudizi di Galante Garrone (“Un diniego dei diritti dell’imputato e della difesa“) e Arturo Carlo Jemolo ed addirittura ilCorriere della Sera si espresse con giudizio negativo sulla sentenza.

Il fatto comunque straordinario è quello che riferisce bene Barrese:

Al processo, Ippolito deve rispondere di ben quaranta capi d’accusa che vanno dal falso continuato in atti pubblici, al peculato continuato, all’ interesse privato continuato, all’ abuso continuato in atti d’ufficio. Tutto continuato. A leggere la lunga sfilza di imputazioni, alcune delle quali particolarmente infamanti, c’è da pensare a un incallito furfante e come tale Ippolito viene presentato all’ opinione pubblica. Ma poiché si tratta di reati continuati, come mai il segretario generale del Cnen li ha potuti compiere, senza che nessuno se ne accorgesse? Dove erano i «controlli» e i revisori dei conti, dov’era il comitato di ministri che aveva il compito di vigilare sull’ attività del Comitato nucleare?

Ecco allora che la tesi dell’imbecillità o dell’esautoramento di Colombo e dei membri della commissione direttiva del Cnen, benché non spieghi le carenze di altre persone e di altri organi, diventa, più che funzionale, necessaria all’accusa. Che altrimenti non può reggersi.

Su gran parte degli addebiti ritenuti reati dal tribunale, vi sarà però una ben diversa valutazione in secondo grado. I giudici d’appello, infatti, non soltanto assolveranno Ippolito da molte imputazioni, ma addirittura lo elogeranno per alcuni episodi sui quali il tribunale aveva espresso un duro verdetto di colpevolezza.

Gli ambienti della ricerca scientifica italiana solidarizzarono subito con Ippolito. Vi furono prese di posizione dell’Associazione sindacale dei ricercatori di fisica (Asrf), da parte di quasi tutti i professori cattedratici di fisica italiani e da parte di molte altre personalità del mondo della politica e del giornalismo. Prima della condanna, praticamente tutti gli scienziati italiani (65 su poco più di 70 cattedratici di fisica su tutto il territorio nazionale) avevano indirizzato una lettera al Tribunale in cui si diceva:

I fisici italiani titolari di cattedra universitaria che aderiscono alla presente dichiarazione hanno partecipato a vario livello di responsabilità alla vita scientifica italiana di questo ultimo decennio e alle discussioni che hanno portato alla formulazione e alla esecuzione di quei nuovi, grandi strumenti oggi disponibili alla ricerca, quali l’Istituto nazionale di fisica nucleare, i laboratori nazionali di Frascati ed il Centro europeo per le ricerche nucleari (Cern).

Nelle scelte e nelle decisioni è anche avvenuto che i fisici si trovassero in posizioni fortemente contrastanti fra loro, posizioni che avevano comunque in comune il vivo desiderio di elevare la ricerca scientifica del Paese. Argomento di questi dibattiti sono state fra l’altro le funzioni, le decisioni e le scelte del Comitato nazionale per le ricerche nucleari (Cnrn) e successivamente del Comitato nazionale per l’energia nucleare (Cnen). Né poteva essere altrimenti, dato che la maggior pane delle realizzazioni si è fatta attraverso questi organi.

Profondamente colpiti per la grave richiesta del pubblico ministero nei confronti del segretario generale del Cnen prof. Felice lppolito, i dichiaranti ritengono che possa giovare al corso della giustizia la testimonianza di coloro che si sono trovati nelle migliori condizioni per valutare i risultati del lavoro svolto. Essi pertanto dichiarano quanto segue:

1. Il Cnrn ed il Cnen sono intervenuti in questi anni nella ricerca universitaria salvando il prestigio scientifico del nostro Paese, prestigio che non avrebbe potuto essere adeguatamente difeso, per carenza di mezzi, da parte del ministero della pubblica istruzione e del Consiglio nazionale delle ricerche. Certamente la maggior parte della ricerca tisica italiana si è svolta su dispositivi ed iniziative del Cnen. Le decisioni sui finanziamenti non sono stare sempre unanimi e non è mancato il dibattito; ma è possibile affermare che nel nostro Paese le somme impegnate per la ricerca hanno avuto un rendimento scientifico certamente maggiore di quello ottenuto in ogni altro Paese. Poiché il Cnen è il maggior responsabile di quanto si è fatto, ad esso va attribuito il merito dei risultati conseguiti.

2. Il prof. Felice Ippolito quale Segretario generale del Cnen ha grande responsabilità di quanto si è realizzato. Ognuno dei dichiararnti ha potuto valutare la sua opera e molti di essi hanno avuto con lui scambi occasionali o continui. Il terreno della discussione, del dibattito, dell’accordo, anche dei contrasti, è stato sempre quello della ricerca, della scienza, della tecnica. In ogni contatto il prof. Ippolito è risultato essere persona volta al progresso del Cnen. La sua esuberanza, la sua ansietà di accelerare i tempi dello sviluppo scientifico dei nostro Paese, possono avere degenerato in eccessivo ottimismo, ingenuità o leggerezza; ma mai egli è apparso persona meschina o incline a mediocri compromessi personali.

È pertanto profonda convinzione dei dichiaranti che la figura dell’ex Segretario generale del Cnen vada chiaramente inquadrata in queste prospettive [Citato da Barrese].

Il 14 novembre  1964 fu organizzata a Roma,  al Ridotto del teatro Eliseo, una manifestazione in sostegno di Ippolito alla quale aderirono pressocché tutti i fisici italiani e una quantità incredibile di persone della cultura e della società civile. Durante questa manifestazione il professor Amaldi (tra i più grandi fisici nucleari del mondo e padre della fisica italiana postbellica), il più eminente fisico italiano, attaccò duramente Saragat (e le manovre politiche  che si potevano intravedere dietro il suo operato) e difese puntualmente la politica seguita da Ippolito nel Cnen. In particolare Amaldi ebbe a dire che le affermazioni di Saragat (secondo cui la costruzione di centrali nucleari per la produzione di  energia elettrica era assimilabile alla costruzione di una segheria  con l’intento di produrre segatura) avevano meritato a questo  eminente personaggio un solido posto, in Europa, nel mondo della barzelletta.

A nulla servi tutto ciò. Ippolito fu condannato a undici anni e 4 mesi di prigione senza la concessione di alcuna attenuante: un vero criminale incallito al cui confronto un qualche Presidente del Consiglio è un gran signore. E gli industriali ex-elettrici non fecero mistero di aver pagato la campagna diffamatoria di stampa contro Ippolito.

(…)

Le vicende processuali di Ippolito seguirono in un processo d’appello che ebbe altri esiti anche se non si poteva passare ad una assoluzione (la magistratura ne sarebbe uscita con le ossa rotte). Intanto vi fu ancora una pesante d’interferenza del capo del porto delle nebbie, il Procuratore Generale di Roma Giannantonio. Quando fu indicato Donato Di Migliardo a sostenere l’accusa e quando Giannantonio seppe che Di Migliardo non aveva tesi precostituite di colpevolezza, lo esonerò. La cosa andò bene solo perché, prima di designare un nuovo accusatore, Giannantonio se ne andò dalla Procura di Roma. Su 27 tra i capi d’accusa che lo avevano visto condannato in primo grado, nell’appello verrà assolto. L’accusa più grave che gli verrà contestata sarà quella di distrazione di fondi pubblici per aver acquistato molte copie del libro di scritti e discorsi di Colombo per farne omaggio in giro. Il Tribunale elogerà spesso Ippolito per aver fatto bene il suo lavoro ed aver sostenuto gli interessi dell’Italia. Il 4 febbraio 1966 lo condannerà solo a 5 anni e tre mesi ed uno di questi anni sarà condonato. La libertà provvisoria per aver scontato oltre metà della pena (2 anni e venti giorni) arriverà il 23 maggio. Il 15 novembre 1967 la Cassazione respinse i ricorsi dell’accusa. Ed arriviamo alla farsa: nel marzo 1968 il Presidente della Repubblica ubriacone, Saragat, concesse la grazia d Ippolito. Fatto importante è che, con la grazia, Ippolito riacquistò i diritti civili e quindi poté tornare ad insegnare e ad occupare posti di prestigio. Nel 1996 l’Accademia Nazionale delle Scienze detta dei Quaranta gli consegnò una medaglia d’oro per meriti scientifici e, nello stesso anno, il Presidente Scalfaro gli concesse la massima onorificenza italiana, la Croce al merito della Repubblica. Appena un anno prima della scomparsa di Ippolito, avvenuta a Roma il 24 aprile 1997.

Per concludere altri due fatti significativi e qualche considerazione.

Non è un caso che, appena esploso il caso Ippolito, nel settembre 1963, in un convegno della DC dal titolo Partiti e Democrazia, Paolo Emilio Taviani fece un intervento in cui chiese il finanziamento pubblico dei partiti per evitare le concessioni sempre maggiori alle richieste dei grossi gruppi industriali.

Amaldi in una intervista a D. Sacchettoni (Il Messaggero del 13 aprile del 1977) affermava:

«Forse ci furono errori da parte nostra e forse, anche in buona fede magari, dall’altra parte. Saragat bloccò tutto e poco dopo fu eletto presidente della repubblica. Ciò fu casuale? È probabile, ma resta qualche sospetto… Se fossimo andati avanti forse i problemi di oggi [il duro dibattito sul nucleare iniziato a partire dalla seconda metà degli anni ’70, n.d.r.] non si porrebbero».

(…)

Quiz matematico, dividere un cerchio in parti di uguale area usando solo riga e compasso.

E’ possibile suddividere la circonferenza in N parti uguali, ovvero costruire il poligono regolare inscritto di N lati, usando solo riga e compasso se e solo se N è il prodotto di una potenza di due e di una serie di numeri primi di fermat (senza ripetizioni).

Invece dato un generico N, è sempre possibile, usando solo riga e compasso, dividere un cerchio in N parti di eguale area?

 

Un articolo sull’odio della scienza in italia.

Sul corriere della sera ho letto questo articolo, a firma di Paolo Mieli(1), veramente inquietante anche se, imho, sia uno sprazzo di luce. Uno sprazzo di luce perché finalmente si comincia a criticare la pretesa di alcuni magistrati di voler fare scienza non con esperimenti ma a colpi di supercazzole giudiziarie. E finalmente, invece di tenere il bordone qualunque cosa facciano e rispondere alle critiche urlando alla delegittimazione, si comincia a chiedere conto di certi comportamenti “oltre le righe”.

Un Paese che odia la scienza
di Paolo Mieli
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L’Italia sta diventando sempre più un Paese ostile al metodo scientifico e amante delle teorie del complotto. L’ennesima dimostrazione viene dal caso della «Xylella fastidiosa», batterio che produce grave nocumento all’ulivo, penetrato in Europa diciotto anni fa e più recentemente in Italia, nel Salento. Nelle Americhe la si combatte da un secolo, purtroppo senza successo. Il Consiglio nazionale delle ricerche di Bari ha lavorato sodo per scoprire origini e modo di debellare quello che prende il nome di CoDiRO (Complesso del disseccamento rapido dell’olivo). Prendendo in seria considerazione anche l’ipotesi di sradicare gli ulivi già colpiti per provare a sterminare gli insetti diffusori dell’infezione e creare un cordone sanitario che isoli le piante infette.
Ma la magistratura, con un’inchiesta della Procura di Lecce, si è opposta. Di più: ha accusato il Cnr barese di aver favorito la diffusione del batterio, ne ha fatto sequestrare il materiale sia informatico che cartaceo e ha deciso che gli ulivi malati restino lì dove sono. Ha poi anche denunciato «inquietanti aspetti» relativi al «progettato stravolgimento della tradizione agroalimentare e della identità territoriale del Salento per effetto del ricorso a sistemi di coltivazione superintensiva». In parole povere, i ricercatori avrebbero deliberatamente cospirato per abbattere i vecchi ulivi e soppiantarli con piante nuove. Gli indagati sono accusati di diffusione colposa della malattia delle piante, violazione dolosa delle disposizioni in materia ambientale, falso materiale e ideologico, getto pericoloso di cose, distruzione di bellezze naturali. La «peste degli ulivi», secondo i magistrati leccesi, sarebbe stata volontariamente importata in Puglia dall’Olanda nell’ottobre del 2010 con un convegno ad essa dedicato. Poi, nel 2013, un professore barese, Giovanni Paolo Martelli, avrebbe messo in scena la «folgorante intuizione» di aver individuato la Xylella come agente patogeno del disseccamento degli ulivi salentini. Quindi il capo della Guardia forestale, Giuseppe Silletti, peraltro su sollecitazione dell’Unione Europea, avrebbe disposto il taglio di cinquemila alberi (così da salvarne un milione). In combutta con il professore di Agraria Angelo Godini fautore dell’eliminazione degli alberi infetti, in particolar modo, secondo l’accusa, «quelli monumentali». Accuse che hanno dell’incredibile.

Sinceramente più che un pezzo di cronaca giudiziaria, fino ad adesso ho avuto l’impressione di leggere uno dei tanti messaggi in cui si smontano i filmati dei gombloddisti su FB.

Nature e Washington Post si sono scandalizzati per questo che a loro appare come un «processo italiano alla scienza».

(…) Negli atti si parla anche di persone avvistate in tuta bianca a spalmare unguenti su alberi di ulivo, che successivamente sarebbero stati bruciati per cancellare le prove. Prove che avrebbero potuto portare al «grande vecchio» di questa cospirazione: la multinazionale dell’agroalimentare Monsanto. Persino l’ex Presidente del Tribunale di Bari Vito Savino ha preso le distanze da questa iniziativa giudiziaria e ha manifestato sulla stampa il proprio «sconcerto». Ma i magistrati – come sempre si fa in casi del genere – hanno ribattuto allargando il campo delle accuse ad un numero sempre più vasto di imputati, i quali (Savino, Godini, Martelli) avrebbero condiviso «un medesimo approccio culturale nell’Accademia dei Georgofili di cui fa parte anche il professor Paolo De Castro, già ministro dell’Agricoltura, attualmente eurodeputato, che ha riferito in commissione proprio sulla questione Xylella». Europa, Guardia forestale, Georgofili, ex ministri avrebbero dunque congiurato per distruggere gli ulivi salentini allo scopo di impiantare in quel di Gallipoli nuove coltivazioni. E gli scienziati dell’Università di Bari, del Cnr e dell’Istituto agronomico alimentare (Iam) avrebbero aderito (dietro compenso?) al complotto. Sulla Stampa Gilberto Corbellini e Roberto Defez hanno esortato coloro che in passato si sono indignati contro i tentativi di imporre per via giudiziaria le pseudo cure Di Bella o Stamina o contro il rinvio a giudizio e la condanna in primo grado della Commissione Grandi Rischi rea di non aver dato l’allarme per il terremoto dell’Aquila, a «insorgere per quanto sta accadendo nel Salento». Ma il loro appello è caduto nel vuoto.

L’appello è caduto nel vuoto perché? perché fino a quando i PM non saranno chiamati a rispondere di accuse troppo fantasiose e penalizzati se il loro castello accusatorio si rivela meno saldo di un castello di carte in un tornado alcuni continueranno a fare i “paladini” per carpire le simpatie dell’ampia area anticontroboicottara e di chi ha bisogno di un capro espiatorio per mondarsi dalle proprie colpe, come capitato con il terremoto dell’Aquila. Purtroppo l’incapacità di contrastare Berlusconi dal punto di vista politico e l’essere costretti ad usare solo ed esclusivamente l’arma giudiziaria ha creato un mostro, una magistratura convinta non di essere quello che ha il dovere di indagare e di dover decidere torti o ragioni ma convinta di essere il giudice dredd, l’unico buono che lotta contro i cattivi e che è contemporaneamente inquisitore, giudice e giustiziere. La riforma della giustizia serve urgentemente.

Qualcuno ha messo in evidenza come l’inchiesta della procura di Lecce si basi su una grande contraddizione logica: da un lato i magistrati sostengono che non esiste «un reale nesso di causalità tra il batterio e il disseccamento degli ulivi», dall’altro accusano i ricercatori di aver diffuso il batterio. Saremmo quindi in presenza di «untori di una peste innocua» (ha ironizzato Luciano Capone sul Foglio ).

Inquietante, inquietante che nonostante una così macroscopica ed evidente contraddizione logica alla base dell’inchiesta nessuno, fra chi di dovere, l’abbia bloccata. Delle due una, o qualcuno si accorge di tale contraddizione e finalmente blocca tutto con tante scuse (e magari qualche tirata d’orecchie a chi di dovere) oppure si arriva a sentenza e, come capitato nel caso dell’Aquila, si dimostra che in italia la giustizia è puro arbitrio. In tal caso spero si ripristino le ordalie medievali, molto più oneste e oggettive.

Lo Iam è accusato, come si è detto, di aver dato inizio al contagio con le provette olandesi fatte giungere a Bari per il convegno scientifico del 2010. L’Istituto ha risposto dimostrando che i campioni introdotti in Italia per quell’incontro scientifico erano tutti di una sottospecie diversa da quella ritrovata nel Salento. Ma, con logica acrobatica, l’accusa ha trasformato anche questa in un’ammissione di colpa: fu «priva di plausibile giustificazione l’introduzione da parte dello Iam di tutte le sottospecie di Xylella conosciute a eccezione di quella individuata nel Salento» che c’era già, tenuta ben nascosta, e non aveva perciò bisogno di essere importata.

L’unica cosa che mi viene da dire è ex gombloddo quodlibet, questi son sistemi da santa inquisizione dei film. Salta subito agli occhi che i PM non stanno indagando per scoprire se siano stati commessi reati, come e quando ma hanno già deciso i colpevoli e stanno indagando e supercazzolando per dimostarlo. Mi sembra il processo de “il nome della rosa”, svolto da Bernardo Gui verso il cellario Remigio da Varagine. Medioevo.

Incredibile. L’inchiesta cita poi un’affermazione dell’esperto mondiale di Xylella, Alexander Purcell di Berkeley – «Contro la Xylella gli abbattimenti non servono a nulla» – che lo stesso Purcell nega di aver mai pronunciato ed è stata riferita da un’europarlamentare grillina. Il Movimento Cinque Stelle ha contemporaneamente depositato una mozione di sfiducia nei confronti del ministro delle Politiche Agricole Maurizio Martina colpevole di non aver ostacolato il complotto.

Remake degli anni ’90, per avere una sponda politica che copra e che faccia lei il lavoro sporco alcuni magistrati son disposti a fare da paladini e puntellare, a colpi di atti giudiziari, le idee politiche della parte scelta. Finché si discute di frequenze televisive o di vendite di diritti fra aziende ancora ancora ma qui si va avanti a colpi di gombloddismo e di assurdità che mettono a rischio tutti.

Nel frattempo l’Unione Europea ha avviato nei confronti dell’Italia una procedura d’infrazione per i ritardi nell’attuazione del piano di guerra contro il flagello salentino. A questo punto non è lecito nutrire dubbi: vincerà la Xylella e gli italiani si troveranno a dover pagare una multa all’Europa. Poi, come sempre accade, tra un decennio verrà il tempo delle pubbliche scuse ai ricercatori che hanno fatto il loro dovere e per questo hanno avuto dei guai. Così vanno le cose nel nostro Paese.Un Paese che odia la scienza
di Paolo Mieli

Una popolazione ignorante e pronta a credere al primo che urla in piazza, una magistratura in delirio di onnipotenza capace di credersi superiore anche alla logica, leggi che possono venire stravolte ad arbitrio con supercazzole grossolane sono un cocktail esplosivo. Chi, azienda o persona, investirebbe in un paese dove domani potrebbe finire al rogo con l’accusa di aver scatenato temporali o lanciato malefici? Stiamo tornando al medioevo, cazzo, stiamo tornando al medioevo. E io, sinceramente, pur con tutti i suoi difetti preferisco invece l’illuminismo.

(1) Anche Paolo Mieli è un membro del grande gombloddo universale per il dominio del mondo.

Dibattito sulle onde elettromagnetiche

Una discussione sul fatto cui ho preso parte (grassetti miei e cognomi censurati per riservatezza).

Andrea [***] • 3 giorni fa
I router Wi-Fi trasmettono informazioni utilizzando radiazioni non ionizzanti, che non interagiscono a livello molecolare, quindi non pericolose per la salute. La notizia vera, che purtroppo però non è una novità, è che anche un caprone ignorante può diventare sindaco.

Thinkabout Andrea [***] • 3 giorni fa
Ci sono studi fatti da caproni coltissimi che dimostrano una stretta correlazione tra esposizione quotidiana e prolungata a onde elettromagnetiche ad alta frequenza e tumori alla testa.

Shevathas Thinkabout • 3 giorni fa
la banale luce solare e la radiazione infrarossa hanno entrambe frequenza maggiore di quella del wi-fi, come si può verificare in qualsiasi sito che tratti di onde elettromagnetiche. Quindi tutti a bagno al buio nell’elio liquido ? (-270° gradi){1}

zioJay Shevathas • 2 giorni fa
nonsense.
la luce solare espone le forme di vita su questo pianeta da oltre 100 milioni di anni. le onde wifi le abbiamo introdotte di recente. non mi sembra un paragone accettabile, dato che abbiamo avuto tutto il tempo per adattarci alla luce solare (pelle nera).

l’assioma che piu energia = piu nocività non regge. le frequenze basse possono anche avere degli effetti su determinati elementi. basti pensare come diversi componenti edilizi hanno diverse reazioni a diverse frequenze sonore. qualcosa vibrerà in alta frequenza, qualcos’altro in bassa.
quindi non significa niente.
tant’è che il nostro campo magnetico corporeo è a bassissima frequenza. problema? se per caso ci aggiungiamo qualcosa che confligge con la nostra ‘fisiologia magnetica’?

come esercizio il lettore trovi le affermazioni errate o improprie dal punto di vista della fisica.

laurea_youtube_italiana

{1}  Qualunque corpo per il semplice fatto di trovarsi ad una temperatura superiore allo zero assoluto irradia onde elettromagnetiche (radiazione di corpo nero)