prendersela “politicamente” contro una donna è più grave che prendersela contro un uomo?

Quando latitano gli argomenti per far polemica spesso si ritorna all’evergreen: la destra attacca le donne; nello specifico i messaggi che girano sui social adesso sono uno della boldrini che rinfaccia a salvini di aver messo alla gogna una minorenne, minorenne con un cartello con una scritta delirante “il mio sogno nel cassetto non è stato rimosso S** sai che a piazza loreto c’è ancora posto”, e le polemiche riguardo alla dichiarazione di sfiducia presentata dalla Boschi.

Non vorrei parlare di quei deliri ma riflettere su come mai molti si dichiarino sdegnati che vengono attaccate delle donne; in passato quando l’attacco era “fisico”; visto che la donna è fisicamente più debole dell’uomo avevamo il classico caso di forte che “bullizza” il debole, azione generalmente considerata vigliacca. Ma oggi, in quel colossale bla bla bla sui social che qualche volta si tenta di far passare per dibattito politico, perché attaccare una donna dovrebbe essere più grave che attaccare un uomo? Perché? si tratta di confronti, e scontri, a colpi di messaggi e di offese; perché dare ad una donna della “troia” o del “cesso” dovrebbe essere più grave di dare ad un uomo dello stronzo, del puttaniere o del “cazzo piccolo1“? (tutti scambi di epiteti fra dx e sx visti e letti, l’ultimo viene tirato fuori adesso come giustificazione per l’odio verso i migranti). Insomma i soliti, insulsi, insulti da asilo. Perché Matteo, quando fa le boccacce a Laura si comporta in maniera più grave di Laura quando fa le pernacchie a Matteo?

La risposta che mi verrebbe da dare è che le donne sono più deboli, più fragili e quindi attaccarle è da vigliacchi, ma se ci si riflette un poco quella è una tremenda zappa sui piedi delle donne stesse; non puoi commutare a piacimento dalla modalità “bulldozer inarrestabile” a “bambolina di porcellana” a seconda della convenienza, o meglio puoi farlo ma rischi di essere presa per “paracula” e che il gioco della commutazione venga fatto anche dagli avversari. Se vieni insultata sei un bulldozer quindi che protesti a fare? Se devi dimostrare il tuo valore sei una bambolina di porcellana quindi inadatta ad un mondo “da duri”.

Che poi nei social sto vedendo la fiera dell’ipocrisia; gente che si scandalizza per gli attacchi sul fisico di Tizia e che diffonde meme in cui viene fatta ironia su quello di Caia (ho visto un messaggio su tw in cui si confrontava la bellezza della Boschi con quella della Taverna, messaggio postato da un supporter di sinistra poi). Alla fine penso che tutto questo pollaio finisca solo nell’aumentare la confusione e diventi controproducente per le donne stesse, che verranno fatte passare solo come delle frignone che quando son incapaci di replicare tirano fuori la storia della discriminazione e del “son vigliacchi che attaccano una donna”.


  1. che poi dire che gli uomini bianchi antimigranti invidiano i neri per le dimensioni del loro pene è dire che le donne, comprese quelle pro migranti, apprezzano le dimensioni generose dei migranti; quindi perché offendersi quando quello viene scritto in maniera esplicita? 
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sulla mezza maratona di trieste

Fatto: gli organizzatori della manifestazione per evitare problemi avuti gli anni scorsi, atleti vincitori poi abbandonati dal procuratore senza un soldo, hanno deciso di non invitare atleti africani. Nota bene: di non invitare cioè chiamare atleti pagando l’organizzazione, le spese di iscrizione e di viaggio. Giusto o sbagliato che possa apparire è un diritto dell’organizzazione pagare chi vuole per partecipare e decidere se invitare tizio o caio.

La partecipazione alla manifestazione infatti è libera ed aperta a tutti, africani compresi, non c’è nessun divieto di razza o etnia, per verificarlo bastava vedere il regolamento disponibile sul web, cosa che i giornalisti non hanno fatto limitandosi a rilanciare acriticamente la notizia, senza verifiche ulteriori.

I media: hanno sparato il titolo, malizioso, manifestazione vietata agli africani, scatenando la solita shitstorm sui social, con richiami ad hitler, tonnellate di sdegno da parte dei vips antirazzisti, sputtanamenti pubblici delle organizzazioni, insulti e inviti al boicottaggio. Come al solito nel caso non convenga sono fake news e manipolazione, nel caso convenga invece son verità abbellite e fraintendimenti, cioè doppio standard.

I vip:  molti si son precipitati ad urlare “ha stato salveeny” senza approfondire, senza cercare di capire, bevendosi la verità abbellita come acqua di fonte. In pratica si è ripetuto quanto capitato con l’uovo di daisy: da subito era diventata una barbara aggressione fascista colpa di salveeny e del clima di odio. Poi, quando la verità è saltata fuori quello che è rimasto è che molti si erano bevuti tutto come acqua fresca perché conveniente politicamente, sperando che i cervelli da criceto dei loro adoratori dimenticassero la figuraccia.

I social: un oceano di guano, a fronte di pochi che hanno cercato di informarsi e sentire tutte le campane, la massa si è fatta trascinare nella direzione voluta in una gara a chi era il più antirazzista e il più giacobino nei confronti degli organizzatori, con richieste di inchieste, denunce alla magistratura, inviti al boicottaggio, sputtanamento in pubblico degli organizzatori e tonnellate di insulti gratuiti. In pratica son stati ripetuti paro paro gli stessi comportamenti che venivano rimproverati a Salvini&co. Però copiando lo stesso comportamento, come capita ad esempio con i pseudoantifascisti che si comportano allo stesso modo dei fascisti, il messaggi che dai è che non è sbagliato il comportamento in sè, quanto il fatto che si comporti così Tizio invece che Caio. Fornisci a Tizio, in un piatto d’oro due armi politicamente molto efficaci: lamentarsi del doppio standard e poter chiamare a giustificazione del suo comportamento il tuo, oltre che poter far dare, a ragione, dell’ipocrita a Caio.

Mie considerazioni

I media hanno le loro gravi colpe nel sobillare, è preoccupante come una notizia falsa o verità abbellita che dir si voglia visto che basta poco per scatenare un incendio. La vicenda “trieste” è identica a questa vicenda riportata da butac “niente africani alla mezza maratona di lucca”. Molti SJW si son precipitati dietro alla massa cercando di dimostrare di essere i puri più puri e dimostrando di esser solo burattini facilmente manovrabili con due titoli ad hoc. Peccato che simili azioni alla fine ti facciano passare per fanatico invasato e non per persona sensata con la quale è possibile ragionare. Alla fine l’inverarsi casi di razzismo per andar contro salvini si traduce nel portare voti al medesimo. Per uno che rinforza la sua convinzione di votarti per fermare le forze del male, dieci ti mollano disgustati dal tuo fanatismo, perché vedono che ti comporti come quelli che dici di voler contrastare e contemporaneamente sostieni di essere migliore e diverso. Per questo penso che, nonostante le stronzate di questo governo, alle europee la lega abbia un ottimo risultato e che a urne chiuse non ci sarà una seria riflessione su quello che è stato sbagliato in campagna elettorale ma si urlerà il solito “italiani fasciorazzisti”, noi solo la minoranza pura, colta e informata.

Riguardo poi alle fake news, bufale enormi come queste devastano la credibilità dei media, cioè se i media dicono cazzate sul razzismo cosa mi garantisce che invece sui vaccini o su altri argomenti dicano la verità? Prima di lagnarsi dei terrapiattisti forse sarebbe opportuna una riflessione sulle troppe stronzate dette sperando che la gente se la beva come acqua fresca…

PS

Fra tanta merda dei media, devo dare un riconoscimento a Puente che, invece di seguire la massa, ha approfondito la notizia, ha verificato le fonti ed ha descritto i fatti in maniera onesta. In una parola ha fatto il Giornalista e non il fotocopiatore dei lanci di agenzia.

 

 

la giustizia dei social

Segnalo un ottimo articolo di butac sulla vicenda dei tre accusati di stupro e dei conseguenti deliri sui social network.

A margine vorrei dire che è il giudice quello che ha letto tutte le carte del processo e ha a disposizione tutte le informazioni, non pesciolina_indignata123 di twitter, e che pertanto la decisione del giudice dovrebbe essere più ponderata di quella di pesciolina_indignata123 che, della vicenda, ha informazioni parziali urlate nei social.

Il pretendere che la giustizia della magistratura si pieghi alla giustizia del bobolo è una stronzata; come ho scritto nel messaggio precedente se butti nel cesso le garanzie allora le garanzie finiscono nel cesso per tutt*. Si veda la vicenda di Oceania Platino che da grande accusatrice poi si trovò anch’essa sulla graticola.

Per questo trovo anche sbagliato che politici, giornalisti ed altri montino l’indignazione sui social stuzzicando l’ego dei tanti giureconsulti da tastiera; se convinci Gino del bar di essere più competente in diritto di un magistrato poi non scandalizzarsi se si convince di essere anche più competente in virologia di un virologo o in ingegneria delle grandi strutture di un ingegnere.

Ed inoltre, se convinci che la magistratura sbaglia perché non da retta al bobolo ed ai suoi voleri poi non lamentarti quando la stessa storia viene tirata fuori per salvare il culo di qualche “antipatico”. Oppure trova una valida spiegazione per giustificare come mai in un caso la magistratura sia insindacabile e ciò che dice vangelo e nell’altro invece non lo sia.

Anonimato sì, anonimato no.

Stavo leggendo su twitter la vicenda di Riccardo Puglisi e delle minacce che ha ricevuto. Qualcuno ha preso tale vicenda come pretesto per chiedere che nei social non ci siano anonimi, che non ci si possa presentare con nick di fantasia come “shevathas” o “pesciolina84” ma ci si debba presentare con nome e cognome, e foto, reali.

Proposte che, sinceramente, non mi trovano molto d’accordo; esistono le lettere minatorie, esistono le scritte minatorie sui muri ma chiunque proponga di dover tirar fuori la carta di identità per spedire una lettera o acquistare una latta di vernice verrebbe, giustamente, preso per pazzo.

Un “vip” come la boldrini o saviano ha una rete di protezione “robusta” attorno, capace di regolare in quattro e quattro otto gli scalmanati da social che vomitano insulti su insulti. A meno che “pesciolina84” non sia un hacker capace di mascherare le proprie tracce saltando fra vari sistemi informatici, la polizia postale riesce rapidamente a sapere che è Tizia Caia residente a rocca fritta di sotto del molise in via del tutto eccezionale 42. E nel caso a farle vedere i sorci in technicolor.

Una persona normale no; considerando anche che alcuni prendono un semplice “non son d’accordo con te” per un violentissimo attacco personale e reagiscono in maniera scomposta, e molti “paladini de stocazzo” per fare i fighi vorrebbero passare alle vie dirette. E’ anche utile separare la vita privata da quella “pubblica”; non son stati rari casi di persone che a seguito di uno shitstorm, si son viste chiedere il licenziamento dall’azienda o altre rappresaglie nella vita reale. Meglio quindi che i paladini del cavolo che infestano i social se la prendano con pesciolina84 e lascino in pace Tizia Caia. Qui una vicenda emblematica.

L’anonimato è utile anche per quieto vivere; perché devo finire a discutere tutti i giorni con il collega anticontroboicottaro antivax pro omeopatia tutte le volte che pubblico un post scientifico o che critico qualche sparata delle iene?

Per il resto riguardo all’intelligenza del voler far perseguire tutti i violenti, i molestatori o i semplici imbecilli dei social lascio la parola a zerocalcare.

fonte:http://www.zerocalcare.it/2014/09/08/i-litigi-su-internet/

Concludo facendo notare che le cose dette anonimamente su internet erano le stesse cose dette al bar; i social altro non sono che una telecamera sui bar dove la gente diceva quello che pensava, magari fra persone che erano d’accordo o che per quieto vivere facevano finta di esserlo.
“piazze piene urne vuote”, molti andavano in piazza per conformismo e per evitare lottare contro la massa, poi nel segreto dell’urna esprimevano, liberamente, la loro volontà.

 

l’insensibilità delle macchine

Sul fatto quotidiano è apparso questo articolo; articolo che offre interessanti spunti di riflessione su empatia, social e “intelligenza delle macchine”.

Sorgente: ‘Non ricordatemi che il mio bambino è morto’. Il web e l’incapacità di capire il dolore di chi soffre – Il Fatto Quotidiano

Gillian Brockell è una video editor per il Washington Post e la sua è una denuncia che, nella polemica sulla tratta dei nostri dati online, per la prima volta va oltre e pone un problema di contenuto più che di forma. Aspettava un figlio, ha avuto un aborto. Ha sofferto. Ma Facebook&Co., dopo settimane, continuano a propinarle pubblicità per neomamme con annesse immagini di neonati e bambini.

”Lo so che voi sapevate che io ero incinta – scrive in una lettera aperta indirizzata alle grandi compagnie tecnologiche – È colpa mia. Semplicemente non ho saputo resistere a questi hashtag su Instagram: #30weekspregnant, #babybump. Che stupida! Ma vi imploro: se siete abbastanza intelligenti da rendervi conto che sono incinta, siete altresì sicuramente abbastanza intelligenti anche da rendervi conto che il mio bambino è morto”.

sfatiamo il primo mito: non sono abbastanza intelligenti da accorgersi che la tizia è incinta, semplicemente gli algoritmi per mostrare la pubblicità lavorano di profilazione e “sparano nel mucchio”. Se una persona cerca qualcosa o clicca su qualcosa legato ad un argomento X, significa che probabilmente è interessata anche a prodotti attinenti ad X e quindi gli algoritmi “stupidi” continuano a pescare pubblicità legate all’argomento X. Siccome sono stupidi non capiscono subito quando invece X non interessa più.

Caso personale; stavo cercando su Amazon una staffa per il televisore, e anche ad acquisto fatto amazon ha continuato a propormi in home page staffe per televisori. Se ho comprato la staffa perché mostrarmene altre?

Qualcosa, secondo la Brockell, non funziona: la donna racconta di aver fatto anche ricerche online che confermassero la tragedia della sua vita. E se non fosse bastato il silenzio di tre giorni sui social network, sarebbe però magari stato più utile l’annuncio della perdita del bambino con le parole chiave: ‘cuore spezzato’, ‘problema’ e ‘nato morto’. E invece no. Il dolore non è stato rilevato.

In pochi giorni, le segnalazioni di situazioni simili si moltiplicano: Gillian non è la sola, succede a tante tantissime donne, agli uomini, e per i casi più disparati. C’è una sola grande domanda: come è possibile che algoritmi così intelligenti, così bravi a profilare anche le più intime pulsioni degli utenti, capaci di misurare anche le nostre tasche (se glielo si concede) non siano in grado di capire che è accaduto qualcosa di così grave? Come mai non sono in grado di percepire la sofferenza di chi è dietro lo schermo?

La domanda è interessante perché mostra come molte persone non capiscano cos’è un algoritmo, come funzionino le procedure automatiche e quali siano i limiti del computer. “Capaci di misurare anche le nostre tasche (se glielo si concede)” misurare le tasche non è difficile soprattutto se si fanno “simulazioni” per la richiesta di un mutuo o per la richiesta di un finanziamento. Dalla lista degli acquisti fatti nei portali è facile profilare l’utente, vedere cosa compra, quanto spende e per che cosa. Gli algoritmi non sono particolarmente “bravi”, siamo noi che non ci rendiamo conto di quante informazioni diffondiamo, di quali sono i legami fra i prodotti.

La docente di basi di dati aveva portato, come esempio di big data e data mining, l’esempio di un supermercato che aveva fatto analizzare gli scontrini per scoprire quali erano le coppie di prodotti, di categorie merceologiche diverse, comprate più frequentemente assieme. Questo per mettere i prodotti più distanti possibili e costringere la gente a girare per il supermercato, aumentando la possibilità di invogliarla a compiere acquisti “non preventivati”. Per la cronaca scoprì che una coppia gettonata era “birra e pannolini”1.

Questo il motivo per il quale negli ipermercati generalmente  gli alimentari son lontani dall’ingresso mentre son vicini all’ingresso l’elettronica e le offerte.

Forse non gli interessa. O meglio: non è nel loro interesse. Senza sciacallaggio, non c’è nulla da vendere con profitto sulla disperazione altrui. Un aborto non è remunerativo, la tristezza non paga. Se si parte dal presupposto che siamo numeri che compongono un campione standard da offrire a chi paga per le inserzioni, vien da sé che l’unicità del nostro dolore non può trovare dignità nella compravendita massiva.

Sì è così. La pubblicità che che se ne dica ragiona per grossi numeri non per singolo caso. Si tratta di una sorta di scommessa su quanto la persona X che cerca quelle parole chiave sia interessata ad acquistare un prodotto attinente a tali parole chiave. Solo questo. Non interessa altro. Si tratta d’altronde di procedure completamente automatizzate tarate sulla massa, non di tanti microalgoritmi personalizzati.

Le macchine non pensano, non sentono. Giusto. Ma, vien da dire, non pensa e non sente neanche chi quelle macchine le progetta? Non ci credo alla storia della tecnologia senza umanità: è sempre l’uomo che la crea ed è all’uomo che tocca darle un’etica. Ma l’etica, si sa, non sempre va d’accordo con gli affari.

Io mi chiedo cosa c’entri l’etica. Quando si tratta con la massa l’individualità gioco forza sparisce. E’ stupido pretendere che la televisione non trasmetta pubblicità di pannolini durante le trasmissioni seguite prevalentemente dalle neomamme per rispetto a chi ha avuto un aborto; anche la televisione “spara nel mucchio”. Vietare la pubblicità “perché potrebbe colpire una singola sensibilità” è una stupidaggine colossale, utopistica ed irrealizzabile.

Questa frase però mostra anche un’altro aspetto, spinto all’eccesso dalla snowflake generation: il pesare che tutto il mondo debba tener conto della singolarità e specificità del singolo individuo, che tutto debba essere “personalizzato” sulla persona. Purtroppo il mondo non funziona così; gli orari e i percorsi dei pulmann tengono conto delle esigenze di spostamento della maggioranza  delle persone, non dei desideri di una singola persona. Se si vuole un taxi occorre pagarsi il taxi. Protestare che l’autobus non è un taxi mostra semplicemente che non si è capito cosa sia e quali esigenze deve soddisfare un autobus e cosa sia e quali esigenze deve soddisfare un taxi.

Così la Brockell alla fine deve fare da sé: accedere alle impostazioni dei social, trovare le opzioni sulla profilazione dei propri interessi e disattivare la voce “genitorialità”. Accendere e spegnere, come a dire che se la macchina non può essere umana è l’uomo a doversi fare macchina. In questo caso, però, non senza dolore.

La conclusione è emblematica; da una parte si protesta perché gli algoritmi pubblicitari ci profilano per cercare di indovinare cosa potrebbero venderci più facilmente, dall’altra si protesta perché non riescono a profilarci talmente bene da capire quando non siamo più interessati a determinati prodotti. Mah.


  1. erano i papà ad andare a far la spesa al sabato. 

Chiara Stone fashionblogger, il nostro account fake | Rolling Stone Italia

Un articolo molto interessante di Rolling Stone; a quanto pare il “sogno” di guadagnare godzillardi di soldi semplicemente postando foto su instagram e facendo video su youtube si sta rivelando essere un sogno; per una ferragni che c’è riuscita tra un poco un sacco di altre finiranno nel dimenticatoio.

Chiara Stone fashionblogger, il nostro account fake Una volta conclusa l’analisi dei dati dei profili più seguiti d’Italia, abbiamo deciso di provare anche noi: ecco Chiara Stone, la nostra fake-influencer

Sorgente: Chiara Stone fashionblogger, il nostro account fake | Rolling Stone Italia

piccole differenze

Stavo leggendo questo articolo riguardo alla trasmissione sul rastrellamento del ghetto di Roma tenuta da Alberto Angela, articolo segnalatomi su FB da un mio contatto quando ho notato una cosa; il titolo che compare nell’articolo:

Alberto Angela convince con la sua puntata più politica. Sui social: “Stasera Ulisse è da guardare in silenzio”

è diverso dal titolo presentato su FB:

Anche l’Alberto Angela più ‘politico’ conquista i social: “Vi spiega cosa succede se continuate a odiare gli immigrati

screenshoot articolo su trasmissione di Alberto Angela

Devo dire che il titolo presentato su FB, e che compare se si preme il tasto condividi nel sito di Repubblica, mi aveva stupito: ad una prima distratta lettura la dichiarazione fra virgolette mi sembrava una dichiarazione di Alberto Angela e non avrei mai pensato che anche lui fosse un soldatino delle truppe che cercano di divulgare in ogni dove l’equazione lega=fascismo.

Il titolo della pagina web, forse cambiato successivamente, invece è molto più equilibrato ed onesto. Si capisce chiaramente che il virgolettato riguarda le reazioni dei social e non è una dichiarazione di Alberto Angela.

La dichiarazione di Alberto Angela, contenuta nell’articolo è molto equilibrata e neutrale, come d’altronde è giusto che sia, rispetto alla politica italiana:

“Dobbiamo parlare di queste cose – ha detto Angela – perché non vengano dimenticate. Dalla ex Yugoslavia al Ruanda i genocidi hanno continuato a esistere. Chi si occupa di Storia sa che con il passare delle generazioni i fatti si stemperano ma non deve succedere. Quel che è accaduto ai tempi dei nostri nonni, non lontanissimi, può accadere di nuovo. Ricordare è un vaccino, significa creare anticorpi affinché non accada mai più. Ed è importante che sia il servizio pubblico a fare questo passo”.

Non sta attualizzando e non ha parlato della situazione attuale come invece poteva apparire, ad una lettura distratta, il titolo dello snippet su facebook.

Ennesima prova che alcuni titoli possono essere fuorvianti e far fraintendere il contenuto dell’articolo. E il brutto è che molti invece criticano solo basandosi sul titolo; su twitter molti di una parte politica davano contro ad Angela pensando fosse un ennesimo giornalista “venduto” ed altri gioivano perché era stato arruolato, a sua insaputa, sotto le bandiere dei giusti. Quanto successo è un esempio plateale delle reazioni che può causare un’informazione poco curata.

 

Perle antisalviniane

Su twitter gira questo messaggio di chef rubio

Disonorevole @matteosalvini il #taser è un giocattolo che diventa automaticamente mortale sem esso nelle mani di chi non eccelle sotto il profilo fisico e psicoattitudinale. La criminalità si combatte con la cultura e non con le armi. E “pronunica” bene

Che dire? questo messaggio spiega benissimo la situazione politica italiana; una opposizione muta che lascia la piazza a tanti wannabe intellettuale di riferimento della sinistra, Rubio si aggiunge al gruppo di Saviano, Balotelli etc. etc.

Muta perché? perché l’idea di dotare le FFOO di taser è partita nel 2014 e quindi accusare salvini di voler far usare i taser significa accusarlo di portare avanti proposte fatte dal vecchio ministro degli interni. Quindi l’accusare Salvini per i taser significa accusare Minniti e Alfano della stessa colpa. Non sarebbe di certo il top della comunicazione politica efficace.

Purtroppo parlano gli “intellettuali” che sparano stupidaggini colossali;  basta osservare che le pistole “pistole” non son giocattoli e che una pallottola è molto, ma molto, più probabile che uccida rispetto ad una scossa elettrica. Quindi o le FFOO sono mediamente in grado di utilizzare le pistole, ergo dovrebbero avere la preparazione psicofisica per usare i taser, oppure bisogna iniziare a preoccuparsi perché il ministero degli interni sta già mandando in giro, e da tanto tempo, “pazzi” armati con armi da fuoco.

Sulla “cultura” per combattere la criminalità ne parlerei in un altro post, comunque faccio umilmente notare che Totò riina è stato arrestato dai ROS dei carabinieri e detenuto in carcere, non da un gruppo di docenti e portato in un cineforum per una retrospettiva sul cinema cecoslovacco…

Per scalzare Salvini occorre una seria controproposta “politica”, se si lascia mano libera agli “intellettuali di sinistra”, salvini può dormire fra otto guanciali.

solo quando assaggi la tua zuppa ti rendi veramente conto del suo sapore

La vicenda riportata sotto, che precede e di molto l’attuale vicenda che sta riguardando una nota, diciamo attrice, italiana mostra impietosamente una cosa: che il modo migliore per capire l’utilità del garantismo è finire per un poco nel banco degli imputati, ancor di più se ci finisci da innocente.

Sorgente: Grossman, ex «femminista convinta»: «Ideologia orrenda» | Tempi.it

«Ero una femminista, poi mio figlio è stato accusato ingiustamente. Così ho capito che è un’ideologia orrenda»

La testimonianza di Judith Grossman, avvocato di New York, che ha salvato a fatica suo figlio da false accuse di molestie sessuali.

«Sono una femminista, ho fatto le barricate, abbonata al magazine Ms., ho bussato a molte porte per appoggiare candidati progressisti che si battevano per i diritti delle donne. Fino a un mese fa, avrei appoggiato senza se e senza ma l’articolo 9 e la legge contro la violenza sulle donne». Fino a un mese fa, cioè fino a quando non ha ricevuto dal figlio questo messaggio sul telefonino: «CHIAMAMI. URGENTE. ORA». A raccontare la sua storia è Judith Grossman, procuratore di New York, che ha scritto il 16 aprile un articolo sul Wall Street Journal per denunciare l’ideologia del femminismo, in cui lei ha sempre creduto, e gli «orrori» che ha generato. Tutto è cambiato quando il figlio, studente di un college nel New England, è stato accusato senza prove da una ex fidanzata di “molestie sessuali”, avvenute qualche anno prima.

Da notare come la signora si sia accorta di certe bestialità, la più grave è la presunzione di colpevolezza, ovvero non deve essere la vittima a dimostrare ma l’accusato a doversi discolpare, solo quando le ha “assaggiate” il figlio. Altrimenti sarebbe ancora sulle barricate ad urlare che se un accusato non veniva condannato era perché i giudici non avevano creduto alla verità della vittima, che stavano facendo becero “victim blaming” e non perché il fatto non si era svolto come raccontato dalla presunta vittima.

Adesso sta succedendo la stessa cosa: dallo scoppio dello scandalo Weinstein ad oggi si è urlato che la “presunta” vittima per il mero fatto di esserlo aveva sempre ragione, si son svolti un sacco di processi mediatici tramite social seguiti da repentina et inappellabile condanna, adesso che qualcuna passa da “vittima” a “carnefice” stranamente si sta riscoprendo il garantismo.

Cosa sta succedendo alla poverina? null’altro di diverso da quanto capitato nei mesi precedenti ad altri: processi e condanne per insinuazioni non dimostrate, gente che urla nei social: sangue, sangue, sangue senza andare tanto per il sottile o fermarsi un attimo a riflettere se e quanto gravi siano le accuse e tanti, vuoi per pavidità vuoi per interesse, sostengono la canea urlante.

Una lezione della storia, che molti wannabe giacobini ignorano, è che anche l’incorruttibile Maximilien de Robespierre, dopo averne fatto ghigliottinare tanti lasciò a sua volta la testa sulla ghigliottina.

ADDIO PRESUNZIONE DI INNOCENZA. Una volta accusato, il figlio è stato subito portato davanti a un tribunale. «Nessuna indagine preliminare è stata fatta nella scuola, (…) nessuno ha neanche preso in considerazione che le accuse potevano essere frutto della gelosia o del desiderio di vendetta della ex. Nessuno ha riconosciuto a mio figlio la presunzione di innocenza». Continua: «L’articolo 9, che dovrebbe garantire l’uguaglianza tra i sessi nei college, ha cancellato la presunzione di innocenza, che è la base della nostra giustizia. Nei nostri campus (…) nessuna “chiara e convincente” prova è richiesta per stabilire una persona colpevole di abuso sessuale». Ora, è sufficiente che l’accusa abbia «un margine di verosimiglianza tra il 50,1 e il 49,9 per cento».

Condannato solo perché la storia è abbastanza verosimile, come per Brizzi, come per George Takei, Spacey e come per molti altri, compresa la Argento. L’unica sola differenza è che ne Takei e neppure Brizzi son scesi in piazza a chiedere che si desse sempre e solo ragione alla presunta vittima, ad urlare davanti ad ogni, ragionevole, dubbio al victim blaming.

DIFESA RITENUTA IRRILEVANTE. Così, al figlio è arrivata una lettera scritta «in modo molto vago» dai responsabili del campus con le accuse a lui rivolte, senza che fosse indicata alcuna prova della veridicità delle parole dell’ex fidanzata. Durante un’udienza di due ore al ragazzo è stata negata la possibilità di chiamare un avvocato e la sua difesa scritta è stata ritenuta «non rilevante». A quel punto, è arrivato l’sms sul cellulare di Grossman. «Fortunatamente – continua il procuratore di New York – io sono un avvocato e avevo i soldi per assistere mio figlio. Le accuse contro di lui sono alla fine cadute, (…) ma io mi rendo conto molto bene di quanto facilmente le cose sarebbero potute finire in modo diverso e quante volte finiscono effettivamente in modo diverso».

DIRITTI DELLE DONNE. E chi ha causato questo sistema malato? Il «politicamente corretto», che non garantisce a tutti un «giusto processo». «Io temo – conclude Grossman – che in questo clima l’obiettivo dei “diritti delle donne”, con il benestare delle misure del governo approvate a scopo politico e del tacito assenso degli amministratori dei college, rischi di trasformare le nostre più gloriose istituzioni in un groviglio di vipere pieno di ingiustizia. La sfrenata ortodossia femminista non è più una risposta quando si portano avanti politiche che vittimizzano le stesse vittime».

E se invece del figlio di un procuratore femminista di punta fosse stato un semplice ricercatore che magari ha ottenuto i titoli grazie a borse di studio ma senza “avvocati di grido” pronti a difenderlo? Penso che la signora sarebbe ancora convinta che il non prendere per oro colato quanto dichiara una presunta vittima sia becero victim blaming.

La morale della storia è la stessa di quanto adesso sta capitando ad altri: solo quando assaggi la tua zuppa ti rendi veramente conto del suo sapore.

 

Attentato alla libertà del capo dello stato?

Stavo leggendo questo articolo del  Corriere della Sera

L’attacco via Twitter contro il presidente Sergio Mattarella serviva a esercitare pressioni affinché facesse marcia indietro sul nome di Paolo Savona e accettasse la sua nomina a ministro dell’Economia. È questa l’ipotesi seguita dai magistrati della Procura di Roma che infatti ipotizzano l’«attentato alla libertà del capo dello Stato, e l’offesa al suo onore». La scelta di procedere per reati tanto gravi serve anche ad effettuare una serie di accertamenti tecnici — anche attraverso rogatorie all’estero — per individuare l’origine di quelle migliaia di messaggi che la notte tra il 27 e il 28 maggio ne chiedevano le dimissioni. E nell’elenco viene inserita anche la «sostituzione di persona», visto che i primi accertamenti effettuati dalla polizia postale hanno dimostrato che tutti i profili utilizzati erano falsi e servivano a schermare l’autore dell’assalto. E hanno escluso la responsabilità di troll russi.

Non capisco l’attentato alla libertà del capo dello stato; in che modo dei profili fake avrebbero impedito al capo dello stato di agire liberamente? è così schiavo delle opinioni del web che se 4 gatti scrivono “mattarella dimettiti” lui convoca d’urgenza il parlamento per dare le dimissioni?

Penso che la notizia sia stata data, come al solito, male e che forse ci sia qualcosa d’altro dietro.