Selargius, insegnante finisce in ospedale per le botte di un alunno – Cronaca – L’Unione Sarda.it

Questo articolo dell’Unione Sarda parla di un problema che, quando insegnavo, capitò anche ad una collega della classe affianco. Un ragazzo con problemi psichici di botto di alzò ed iniziò a correre per l’aula prendendo a calci i banchi e buttando all’aria tutto quello che vedeva. Non fu un bello spettacolo anche perché nessuno sapeva come calmarlo. Tentare un placcaggio? e se si faceva male chi pagava? Per fortuna due collaboratori riuscirono a “tranquillizzarlo” dopo che si sfogo a prendere a calci i banchi.  Ciò dimostra che purtroppo esistono disabilità che richiedono cautele nell’essere gestite. Spiace dirlo ma in casi come quello vissuto dalla collega o descritto nell’articolo di sotto è essenziale avere persone preparate e pronte ad intervenire subito per evitare che il ragazzo od il bambino diventi un pericolo per sé e per gli altri.

Nei social molti giustizieri del web fanno prestissimo ad incolpare di razzismo e di discriminazione genitori, spaventati, che hanno a cuore la tutela dei propri figli.  Se un bambino ha, per frequentare la scuola, bisogno di un adulto che lo controlli continuamente quell’adulto ci deve essere. Scaricare il bambino a scuola e poi criticare e denigrare chi, comprensibilmente, ha a cuore la salute del figlio che i discorsi sull’integrazione signfica insegna, con l’esempio, che i disabili non son persone da aiutare ma solo pesi da scaricare agli altri a colpi di tonnellate di riprovazione e ipocrisia.

Sorgente: Selargius, insegnante finisce in ospedale per le botte di un alunno – Cronaca – L’Unione Sarda.it

A volte basta la luce del sole che filtra dalla finestra e gli finisce negli occhi, in altre occasioni uno sguardo – pur innocente – di un compagnetto. Altre volte, proprio nulla. Però improvvisamente lui, che ha soltanto sei anni, diventa una furia incontrollabile.

A farne le spese sono le maestre: ieri mattina dopo l’aggressione nell’aula di una scuola di Selargius ne ha mandata una all’ospedale. L’altra si è invece medicata da sola, a casa.

Quando il cervello non connette più, e la sofferenza diventa troppo grande per un bambino tanto piccolo, l’alunno di sei anni tira fortissimo i capelli, affonda le unghie e i denti nella carne delle maestre, tira pugni, schiaffi e calci a casaccio, con sorprendente forza.

Bloccarlo significa fare violenza a lui, aggiungendo così danno a danno.

Tentare di contenerlo equivale invece a soccombere, con danni fisici sicuri. (…)

E quindi che fare? questa è una domanda che vorrei porre ai tanti esperti di tastiera che, dopo questo articolo  In un gruppo whatsapp le mamme celebrano l’espulsione di un bambino autistico: “Finalmente una buona notizia!”, si son precipitati a stigmatizzare le mamme ed a parlare di accoglienza. Che fare? In certi casi, se non si conosce la situazione o la si pensa identica a qualche filmone strappalacrime, forse è meglio non giudicare e non versare merda nei social.

LE FERITE – Il bimbo – ovviamente incolpevole – ieri mattina ne è uscito senza un graffio, per fortuna, ma nel frattempo un’ambulanza del 118 trasportava al pronto soccorso una delle due maestre, che nel tardo pomeriggio era ancora in ospedale per lunghi accertamenti.

La sua collega ha un labbro spaccato, il naso gonfio, il viso graffiato e un paio di occhiali da ricomprare, ed è quella ridotta meno peggio.

L’ALLARME – L’anno scolastico è iniziato da un mese, ma quella di ieri non è stata la prima aggressione in una scuola-modello, dove i bimbi hanno voti superiori alla media nazionale.

Ciò non ha però impedito, ieri mattina alle 10.30, che senza motivo logico e assolutamente all’improvviso il bimbo si scagliasse contro la sua maestra prevalente, afferrandola per i capelli e tirandola per terra: a quel punto l’ha colpita con pugni, calci, schiaffi e graffi profondi.

Per l’insegnante, che ha 54 anni e grande esperienza, fronteggiare quella furia è stato un compito impossibile anche quando a lei si è unita la collega, 45 anni.

Risultato: maestra prevalente all’ospedale, l’altra contusa, tutti a bloccare il bambino facendo di tutto per non provocargli dolore.

EMERGENZA – Il problema c’è: lo sanno i genitori, lo sa la scuola, lo sanno i medici, lo sanno le autorità scolastiche.

e nessuno fa niente? se i genitori ritirano i figli io non me la sentirei di giudicarli. Non è un loro dovere e ancor di meno dei bambini, che hanno tutto il diritto di essere bambini, intervenire. La scuola, e il provveditorato, la ASL e le altre parti in causa hanno il dovere di intervenire. E se non riescono si critichino loro, non i genitori che, spaventati, ritirano i figli da scuola.

Gli specialisti non sono ancora riusciti a trovare la terapia giusta per impedire che la rabbia incontenibile pervada questo bimbo sfortunato, che entri in allarme senza motivo e, altrettanto senza ragione, avverta l’impulso di difendersi da attacchi veri solo per lui.

LA SCUOLA – Col clamore dell’aggressione di ieri, la dirigenza scolastica è consapevole che sarà chiamata ad affrontare le reazioni impaurite dei genitori degli altri bambini: un tam-tam che, in altre occasioni, si è rivelato micidiale.

Genitori da soli, insegnanti da soli, scuola lasciata sola: impossibile, con quest’impostazione, che il bimbo iperattivo con deficit dell’attenzione possa farcela. Occorre molto, molto di più. E serve subito, prima che quel giovanissimo essere umano rimanga isolato.

E serve che lo faccia chi di dovere, non chi ha avuto la sfortuna di trovarselo in classe.

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my 2 cents su alternanza scuola lavoro.

Stavo leggendo le polemiche sull’alternanza scuola lavoro; alcune le ho trovate giuste e motivate, altre invece mi son sembrate un pretestruoso piagnisteo.

Premessa: l’alternanza deve essere svolta a norma di legge, usare gli studenti come sostituti dei dipendenti o in progetti che non c’entrano niente con gli accordi stretti dalla scuola è reato e sia chi compie tali azioni, sia chi omette di controllare andrebbe chiamato a rispondere delle sue manchevolezze, come è giusto che sia. Però il fatto che possano esistere pirati della strada di per sé non è un valido motivo per revocare la patente a tutti e vietare, in toto, i veicoli a motore. Se ci son storture è giusto vengano denunciate e perseguite. Ma ciò non significa che tutto sia stortura.

Prima cosa: a cosa serve l’alternanza scuola lavoro. Non serve per imparare un lavoro o una professione; in quattrocento ore in tre anni è impossibile farlo, a meno che non si parli di lavori a bassissima professionalità. Serve per vedere, vedere non fare, vedere, come funziona il mondo del lavoro, quali sono le sue logiche, che ovviamente son diverse da quelle della scuola, capire cosa sia una consegna, capire, vedendo degli esempi cosa sia l’organizzazione del personale, la distribuzione del lavoro, come si porta avanti un progetto od un lavoro, quali son le fasi di lavoro. Si ha la possibilità di vedere da vicino tali cose, e, spesso l’averle viste da vicino è una marcia in più nel CV. Le così dette soft skills, che sono “trasversali” e comuni a tutto il mondo del lavoro. Sapere che il mondo del lavoro ragiona in maniera diversa dal mondo accademico è un vantaggio.
Sapere, e vedere, cos’è una mansione, come ci si rapporta fra colleghi e con i superiori e gli inferiori, capire quali siano le logiche ed i vincoli di una impresa è un bagaglio di esperienze utili da acquisire. Ed, imho, è meglio acquisirle quando si è ancora in formazione, aiutati dalla scuola, che dover poi far tutto da soli dopo.
Anche il mcDonald ha i suoi pregi: vedere come è organizzato un punto vendita, come funziona la logistica degli approvvigionamenti, la turnazione, anche come ci si deve rapportare con i clienti, è un bagaglio di esperienza prezioso. Qualcuno potrebbe dire: perché devo farlo gratis durante l’alternanza scuola lavoro? La risposta è semplice: perché devo pagarti per imparare quando posso chiamare qualcuno che è già stato ben formato?

Seconda cosa: è molto gettonata l’accusa di sfruttamento e che i ragazzi vengano costretti a lavorare gratis. C’è da fare una piccola considerazione: se una azienda riesce a macinare utili grazie al lavoro degli studenti allora è una azienda “di servizi” i cui servizi sono lavori a basso o nullo valore aggiunto come raccolta pomodori, pulizia, call center telefonico; lavori che può fare chiunque con qualsiasi preparazione, o impreparazione. Oppure è una azienda costruita solo per arraffare incentivi. Il primo caso è comunque utile perché ti rendi conto del “potere contrattuale” praticamente nullo che hai in quel tipo di lavori, nel secondo caso impari a riconoscere quali sono le aziende da cui diffidare, perché prima o poi arriva la grande inc…
Chi, docente, sostiene che una azienda, non dei due tipi precedenti, possa macinare utili su utili grazie al lavoro di manodopera non qualificata1 è uno che ha visto più da vicino proxima centauri che il mondo del lavoro al di fuori dell’ambiente scolastico o universitario2.
Il tirocinio non è lavoro; uno studente non ha, ed è giusto che non abbia, le responsabilità, gli obblighi e i doveri che invece ha un dipendente.  Se uno studente si sente sfruttato o se l’azienda non rispetta l’accordo con la scuola, lo studente ha tutto il diritto di ricusarlo protestando con chi dovrebbe vigilare. Peccato che ciò porti a scontrarsi con manchevolezze scolastiche. Meglio scaricare la colpa a Renzi ed alla Fedeli.

Terza cosa, un poco cinica, quanti fra quelli che stanno protestando che son sfruttati con l’alternanza scuola lavoro pensano che domani, ottenuto, magari per pietà o per “promoveatur ut amoveatur” un titolo le aziende faranno la lotta nel fango per assumerli come CEO? Se io devo investire in una nuova assunzione su chi mi conviene puntare? su chi, referenze alla mano, mi dimostra che certe cose le ha viste e magari le ha capite o su chi dice di averle ma non può dimostrare alcunché? Chi parla di stage passati solo a servire il caffè e/o a fare fotocopie dimostra, impietosamente, di non essere capace di vedere cosa sta capitando sotto i suoi occhi; di essere incapace di vedere cosa sia un ciclo produttivo o quali siano gli scopi del reparto, o dell’ente, cui sta lavorando. Di dire cosa stanno facendo i colleghi per i quali stava facendo fotocopie. Più che un “poverino costretto a fare fotocopie (nonostante un curriculum mirabolante3)” vedo un: “persona incapace di cogliere le opportunità di imparare”.
Immaginiamo la scena;
caso A: “buongiorno, vedo che ha fatto uno stage nella società X/al comune Y; cosa le è rimasto dello stage?” “ho visto come funziona il ciclo di produzione ho visto come si svolgono gli incontri con i fornitori/clienti, ho visto come si prepara una determina, un regolamento, una gara d’appalto.”
caso B: “buongiorno, vedo che ha fatto uno stage nella società X/al comune Y; cosa le è rimasto dello stage?” “ho fotocopie.”
Si nota qualche differenza? faccio notare anche che nel caso A quello che viene risposto è: “ho visto questo e quell’altro”, non “ho fatto quello e quell’altro”. Il caso A è qualcuno pronto a cogliere le occasioni per imparare; il caso B invece è il classico studente che se non viene ordinato esplicitamente di imparare si limita a fare il minimo per arrivare al sei. Se foste il direttore del personale di una azienda, su chi investireste?

Anche a me è capitato di dover fare tirocini lavorativi ove sì son stato sfruttato ma ho anche imparato, ovviamente più le soft skill che gli aspetti puramente tecnici. Ho visto come funzionava il ciclo lavorativo, ho fatto qualche lavoretto, palloso come correggere indirizzi web e semplici lavori da HTML-ista, lavori che avrebbe potuto fare anche una scimmia, però ho visto come funziona, da dentro, un ente pubblico, quali son le dinamiche e le logiche. Ho capito, a grandi linee, come funziona un bando di gara di un ente pubblico, dalla scrittura del bando alle riunioni pubbliche della commissione di gara (per ovvi motivi non ho potuto partecipare a quelle riservate). Ho imparato cose che poche scuole sarebbero state in grado di insegnare, perché non è il loro campo, perché per ovvi motivi i docenti non le avevano viste “dal di dentro”. Mi è stato utile anche successivamente, come funzionino i giochi sia lato pubblica amministrazione sia lato aziende.


  1. Gli studenti non son qualificati, fossero già superbamente qualificati e con le capacità che millantano cosa cazzo ci stanno a fare ancora a scuola? 
  2. una differenza fra i miei docenti universitari di linguaggi di programmazione “puramente accademici” e quelli provenienti dal mondo del lavoro era che per i primi dovevi studiare “tutto” e non potevi usare manuali o prontuari, cioè dovevi ricordarti a memoria la sintassi del linguaggio e le principali funzioni di libreria mentre per i secondi se non avevi il manuale potevi anche evitare di sostenere l’esame che tanto non ne avresti cavato piede. In effetti in ufficio nessuno si scandalizza se vede sulla tua scrivania i prontuari (la collana “in a nutshell”) della o’reilly o testi simili.
    Per uno studente lo scoprire che quello che serve è capire come funziona l’ereditarietà e quale sia la classe migliore da cui ereditare per risolvere il problema più che ricordarsi tutti i parametri di formattazione del printf, cui teneva tanto il professore, può essere traumatizzante. 
  3. infatti uno studente delle superiori è immediatamente pronto ad essere impiegato dall’azienda in attività “mission critical”  da subito. Serve un nuraghe seminuovo? 

Il solito rito delle proteste studentesche…

A quanto pare lo slogan delle, tradizionali, proteste studentesche di inizio anno scolastico è “no all’alternanza scuola lavoro”. Oramai trovo che lo slogan dell’anno sia l’unica cosa che permetta di distinguere fra le proteste dei diversi anni scolastici. Per il resto stesse, vacue, richieste, stesse, inconcludenti,  manifestazioni, stessi rituali triti e ritriti che puntualmente partono ad ogni inizio di anno scolastico e che puntualmente non portano assolutamente a nulla che non sia il bigiare alcuni giorni di scuola.

Anche per queste c’è una “simpatia” da parte di alcuni professori, quelli che considerano le aziende private ed il profitto “sterco di satana”, che si lagnano, i docenti, che nonostante le loro “immensa e smisurata” cultura siano ad insegnare a scuola invece di essere CEO o Guru da qualche altra parte. Perché il mondo disprezza la cultura, perché il mondo ha paura delle persone oneste e colte, perché non son stati capaci di superare un test imbecille.

L’articolo Studenti in 70 piazze italiane contro l’alternanza scuola – lavoro – La Stampa nella sua conclusione è emblematico su quali siano i reali motivi della protesta (il solito vuoto pneumatico spinto)

«Anche gli universitari scenderanno oggi in piazza per denunciare i tirocini – sfruttamento. Siamo stanchi di vedere i nostri percorsi di studi degradati a manodopera a basso costo per enti, privati e imprese», dice Andrea Torti, Coordinatore nazionale di Link Coordinamento universitario – «Con la campagna Formazione Precaria abbiamo lanciato un’inchiesta, con lo scopo di portare alla luce lo sfruttamento che gli studenti e le studentesse vivono nei loro percorsi accademici.» «Il Governo deve stanziare maggiori risorse in Istruzione e Ricerca. Le risorse regalate alle aziende con gli sgravi fiscali vanno invece investite per un’istruzione gratuita e di qualità» – Dichiara Martina Carpani, Coordinatrice nazionale di Rete della Conoscenza – «La scuola e l’università non devono essere asservite al profitto degli sfruttatori, semmai devono cambiare il mondo del lavoro. L’istruzione deve essere garantita a tutte e tutti abolendo il numero chiuso all’università e istituendo il reddito di formazione universale».

Non “migliorate così e cosà l’esistente” ma i soliti gettonatissimi: “più soldi incondizionatamente per tutti” e  “diritto al pezzo di carta contrabbandato da diritto allo studio”. Emblematica la richiesta di “investire in istruzione gratuita di qualità ma si guardano bene dal dire cosa sia per loro la qualità dell’istruzione (argomento abbastanza scottante) e come misurare tale qualità (qui la blasfemia raggiunge livelli altissimi).

Poi se il problema è il riconoscimento del titolo di studio, avrei una modesta proposta; rendere il titolo sottostante, a patto che venga apposta una marca da bollo da 16€, legalmente valido e lasciare che consenta l’utilizzo legittimo del titolo di dottore.

 

Così tutti son dottori e contenti…

Qui una lettera, agli studenti, che scrissi per le proteste di quell’anno. Ricopio il “pezzo forte” perché penso che non ci siano state grosse variazioni di sorta rispetto a tre anni fa.

L’istruzione è anche imparare dal passato per evitare di ripetere gli stessi errori; ogni anno si parla di come è stata distrutta la scuola, si ripetono i soliti slogan che “un popolo di ignoranti si controlla facilmente” e “i politici temono la cultura”, e poi da dicembre continua tutto come prima.

E allora io ti invito a dar seguito a ciò che dici: istruisciti ed acculturati, leggi e informati, adesso che esiste internet è facile reperire notizie di uno o due anni fa, leggi e guarda come e cosa è stato chiesto l’anno scorso, cosa è stato chiesto due anni fa, come è stato chiesto e cosa si è ottenuto…

Vedrai una copia della manifestazione cui tu hai partecipato. Sai spiegarmi perché quest’anno sarà diverso, perché quest’anno le cose cambieranno davvero? Se non ci riesci, mi spiace dirtelo, ma finirà esattamente come gli altri anni, anche gli altri anni gli studenti non sapevano rispondere a tali domande, non sapevano cosa volevano o, meglio, pensavano di volere una cosa ma in realtà chiedevano altro. Chiedevano istruzione ma intendevano pezzi di carta. (…)

Perché solo chi è istruito va avanti, attento ho detto chi è istruito non chi possiede un pezzo di carta, l’istruzione e il pezzo di carta son due cose diverse, e l’avere un pezzo di carta non significa essere istruito, può anche significare che si è un pappagallo perfettamente ammaestrato a ripetere frasi e concetti che non ha capito.

Istruirsi significa perdere tempo e fatica per apprendere, studiare, esercitarsi e devi essere tu a volerlo fare. Devi acquisire consapevolezza della tua preparazione, devi cercare di renderti conto di quanto sei preparato rispetto agli altri, i tuoi compagni di classe, gli studenti delle altre scuole della tua città, dell’italia. Perché è domani che con loro ti dovrai confrontare e dimostrare di essere più bravo, perché che che ti dicano la competizione esiste, nello sport come nella vita.

Istruirsi significa anche saper discernere il sogno dalla realtà (oltre ad imparare come si possono realizzare “realmente” i sogni invece di sperare in babbo natale).

Flash mob dei bimbi sullo Ius soli: a Iglesias infuria la polemica – Cronaca – L’Unione Sarda.it

Premessa: ho alcune perplessità riguardo alla legge, impropriamente chiamata dello ius soli1 attualmente in discussione al senato.

Comunque penso che i docenti abbiano sbagliato ed abusato del loro ruolo nell’organizzare il flash mob usando i loro studenti come testimonial. Sbagliato per due motivi: piaccia o no il rapporto studente-docente non è paritetico; la domanda che mi verrebbe da fare è: quanti hanno partecipato perché convinti (loro o le loro famiglie) e quanti per non scontentare il docente?

A scuola non si dovrebbe fare politica per il semplice motivo che il rapporto studente – docente non è paritetico e, come mi è capitato personalmente, i giudizi di merito di un docente sul discente possono venire influenzati anche dal giudizio del docente sulle idee politiche possedute dal discente. Ancora peggio se un docente abusa del suo ruolo per far propaganda, o far fare propaganda, per la sua fazione ai sui studenti, soprattutto se son bambini.

Cosa ne possono capire di ius soli e di problematiche politiche dei bambini? che idee autonome possono avere se non l’accodarsi alle idee di un adulto che hanno come riferimento? Buffo che molti che si lamentano ogni giorno che vogliono trasformare la scuola in indottrinamento, siano i primi ad indottrinare.

Sorgente: Flash mob dei bimbi sullo Ius soli: a Iglesias infuria la polemica – Cronaca – L’Unione Sarda.it

Polemiche e feroci attacchi agli insegnanti sui social e l’annuncio di interrogazioni in Parlamento e consiglio regionale.

Il flash mob sullo “ius soli” – che martedì ha visto protagonisti gli scolari della 5A dell’istituto comprensivo Pietro Allori di Iglesias – divide gli adulti. (…)

Intanto i maestri che hanno organizzato il flash mob – all’interno di un progetto più ampio con il coinvolgimento delle famiglie – difendono l’iniziativa.

“Abbiamo agito nel pieno rispetto delle direttive ministeriali – puntualizza Christian Castangia, che ha preparato gli scolari insieme alle colleghe Enrica Ena e Maria Efisia Piras – insegnare educazione civica a scuola, altro non è che portare in classe temi dei quali i bambini sentono parlare ogni giorno. Nessuno di noi è iscritto ad alcun partito, né sventola bandiere che non siano quelle a sostegno del più debole. Siamo partiti anche, e lo dice un non cattolico, dalle parole pronunciate dal Papa”. Poi conclude: “Non ci spaventano le critiche, né il confronto. A meno che non ci sia dietro il tentativo di controllare le modalità d’insegnamento”.

Personalmente le trovo scuse patetiche: un progetto scolastico, anche se coinvolge le famiglie, che ha sfondo e scopi politici non deve essere approvato. In classe non si fa politica e non si usano gli studenti come testimonial, sempre ed in ogni caso.

insegnare educazione civica a scuola, altro non è che portare in classe temi dei quali i bambini sentono parlare ogni giorno. 
Secondo: l’educazione civica è insegnare come funziona lo stato non è lo sventolare questa o quella bandiera pro o contro l’approvazione di una legge. O c’è un fraintendimento in  malafede o non si è capito quali siano gli argomenti della materia “educazione civica” che si vorrebbe insegnare. Una cosa è parlare con i bambini, una cosa è farli schierare e manifestare pro fazione scelta.

Nessuno di noi è iscritto ad alcun partito, né sventola bandiere che non siano quelle a sostegno del più debole.
Excusatio non petita accusatio manifesta.  Il manifestare a favore dell’approvazione di una legge è una azione politica, sia che si abbia in tasca una, due o centomila tessere sia che non se ne abbia in tasca nessuna.

Siamo partiti anche, e lo dice un non cattolico, dalle parole pronunciate dal Papa”.
Sareste partiti anche per le polemiche sul matrimonio omosessuale? Se “arruoli” sua santità poi non stupirti se devi pagare l’obolo a S. Pietro.

Poi conclude: “Non ci spaventano le critiche, né il confronto. A meno che non ci sia dietro il tentativo di controllare le modalità d’insegnamento”.
Son pronto a confrontarmi con chiunque sia disposto a darmi ragione. Ottima conclusione. Peccato che la libertà di insegnamento non sia la libertà di fare i propri comodi a scuola.

Imho gli estremi per un provvedimento disciplinare ci son tutti anche se, temo, finirà a tarallucci e vino e qualche posa da martire.


  1. non è uno ius soli puro nel senso di chi nasce in italia ha automaticamente la cittadinanza italiana. E quindi chiamarla legge sullo ius soli è improprio. 

Università, non entri a Medicina? Vai in Albania. L’esodo degli italiani: “Qui il test è più facile, poi torno a lavorare in Italia” – Il Fatto Quotidiano

Questo articolo paradossalmente è la prova che i test per l’accesso alla facoltà di medicina funzionano bene scremando abbastanza fra compententi ed incompetenti.

E la prova è che gli incompetenti “danarosi” scappino all’estero ove è più facile, se hai i soldini, prendere il titolo.

Sorgente: Università, non entri a Medicina? Vai in Albania. L’esodo degli italiani: “Qui il test è più facile, poi torno a lavorare in Italia” – Il Fatto Quotidiano

Almeno 500 quelli che si sono presentati per sostenere la prova di ingresso all’ateneo cattolico “Nostra signora del buon consiglio” di Tirana: nel 2015 erano stati 100. Un’altra meta, meno gettonata ma sempre più attrattiva, è la Bulgaria: “Da noi pochi posti e c’è la lobby dei baroni”

“Perché scegliere di studiare Medicina in Albania deve essere un tabù? Per me è un’opportunità, se a Roma non passo il test d’ingresso mi gioco un’altra carta là, così non perdo l’anno”. Giacomo ha 19 anni e un grande sogno, quello di fare il medico. A tutti i costi. La valigia per volare a Tirana è già pronta. La data della prova di ammissione è fissata per il 28 settembre. Non sarà l’unico a partire da Salerno. “Ci andrò con un amico. La voce ormai si sta diffondendo, sono stati altri amici in comune a dirci di questa possibilità, anche loro hanno fatto così”. Basta avere i soldi. All’università cattolica “Nostra signora del buon consiglio” di Tirana, l’eldorado dei silurati italiani, la retta annua costa circa ottomila euro. Alla facoltà di Medicina insegnano professori esclusivamente italiani, gli stessi dell’Università Tor Vergata di Roma grazie a una convenzione tra l’ateneo italiano e quello albanese, che è privato.

In pratica se “sbagli” il test in italia basta pagare e vai a studiare, in italiano, ad una università privata e poi tentare il trasferimento in italia. Per “bloccare” questo giochetto basterebbe mettere il concorso anche per i trasferimenti dall’estero. E molti spendono e rimangono fregati.

“In pratica è come fare l’università in Italia con la differenza che qui il test è più facile”, ci racconta Giuseppe, 23 anni, napoletano, che sta per iniziare il terzo anno. “Non ci sono domande di cultura generale, né di logica. Io in Italia avevo tentato l’esame tre volte senza superarlo”.

le domande di cultura generale son solo 4 su 60, le altre son domande sulle materie, la logica e la comprensione del testo. Chi si farebbe curare da un medico che ha avuto difficoltà con logica e comprensione del testo?

 

(…) “A Bari sono stato scartato per due volte di fila, ero stanco. Oggi Tirana è la mia seconda casa”: Giammarco si è laureato in Odontoiatria a giugno. “Mi sono trovato benissimo, eravamo una trentina, pochi e ben seguiti”. Ora sta facendo un master a Bologna. “Potrei lavorare nello studio dentistico di mio padre, ma l’idea è di tornare a Tirana e trovare un posto in una clinica, là va forte la chirurgia plastica e avrei più successo”.

Buffo; una delle accuse ai test era che “passavano solo i figli dei medici”…

Anche Clelia viene da Bari e dopo sei tentativi falliti di entrare nell’università della sua città, in Albania finalmente ce l’ha fatta. “L’ho vissuta malissimo, avevo perso la speranza, ero disperata giuro. Si sa che se non sei raccomandato a Bari non sempre ti va bene.

Sei fiaschi al test, sei. La domanda sorge spontanea: colpa degli accozzati o colpa di una scarsa preparazione dovuta alle superiori?

Mentre Giuseppe è ormai al quinto anno. “Pago settemila euro di tasse l’anno e no, non mi pesa. Voglio diventare un chirurgo ma in Italia per pochi punti non mi hanno preso, ho provato l’esame due volte a Napoli e una volta a Siena”. In Bulgaria la storia cambia: “Il quiz non ha domande trabocchetto, una preparazione liceale è sufficiente per ottenere un buon punteggio”. Di rientrare nel suo Paese lui non ne ha nessuna voglia. “Pochi posti e poi c’è la lobby dei baroni, in pratica inizi a operare quando hai già i capelli bianchi. Punto a una carriera in America, in Germania o in Francia”.

Certo la lobby dei baroni…

Il ministero dell’Istruzione preferisce non commentare la fuga nell’Europa dell’Est dei nostri giovani per bypassare le selezioni in Medicina negli atenei della Repubblica. Nemmeno davanti all’emorragia di neodiplomati in Romania per saltare a piè pari i quiz e magari essere riammessi dopo qualche mese o anno in una delle università italiane. Lorenzo, scartato a Milano, ha studiato due anni a Targu Mures, nel cuore della Transilvania, punto di riferimento per la Medicina da ottomila euro l’anno: “Per essere ammesso devi sostenere una conversazione in inglese di venti minuti, ti fanno delle domandine stupide, del tipo ‘dove sei andato in vacanza’ e ‘quali sono i tuoi hobby’. Ma se non stai al passo con gli esami ti fanno saltare l’anno, come è capitato a me. Ne ho approfittato per girarmi la Romania e intanto ho chiesto il trasferimento in Italia, all’università Vanvitelli”.

Commento io: son delle scappatoie come le scuole private cinque anni in uno, specializzate nel dare una parvenza di preparazione e far prendere il diploma a casi “disperati”. Da notare che nell’articolo son citati figli di medici con studi ben avviati cui il titolo serve per “ereditare” il posto di lavoro di babbo. Gente che non è stata in grado di superare la selezione in italia.
Imho rischiano; perché pagare 1.000 per essere curato da un dentista italiano laureato in albania quando posso essere curato per 100 (viaggio compreso) da un dentista albanese laureato nella stessa università?

Università, se il numero chiuso genera mostri (e un maxi business) – Il Fatto Quotidiano

Puntualmente, in concomitanza con le prove per il numero chiuso, partono gli articoli piagnisteo che cercano di carpire le simpatie dei poverini che ci son rimasti secchi dietro al numero chiuso.

Io personalmente al numero chiuso sono favorevole; ho frequentato un CdL ove per accedere bisognava passare una selezione, ho avuto il vantaggio di essere in un ambiente “ben dimensionato” per il numero di studenti iscritti ed i docenti non hanno dovuto perdere troppo tempo per richiamare competenze di base che ti deve fornire la scuola media e la scuola superiore.

Mettere un docente universitario a spiegare la scomposizione dei polinomi, o peggio le operazioni con i numeri relativi e le frazioni, è solo uno spreco bello e buono.

Sorgente: Università, se il numero chiuso genera mostri (e un maxi business) – Il Fatto Quotidiano

Non ne posso più. Davvero. Non ne posso più di vedere 18enni costrette/i a fare un percorso tortuoso, costoso, sfiancante solo per studiare, applicarsi, tentare di guadagnarsi un mestiere. Magari attraverso facoltà che producono professionalità che sono e saranno sempre più richieste. Medici, fisioterapisti, matematici tanto per fare un esempio. Per loro, invece, ci sono pochissimi posti – una vera e propria lotteria – quando invece sappiamo che in una società sempre più anziana i fisioterapisti saranno sempre più richiesti. Come i matematici o i fisici. O i logopedisti o i dentisti. O i matematici, non solo nelle scuole.

Comincia il piagnisteo. Lo studio è anche fatica, studiare significa anche sfiancarsi sui libri, fare un sacco di esercizi, lavorare e tanto.   Proviamo a cambiare poco poco l’attacco:

Non ne posso più di vedere 18enni costrette/i a fare un percorso tortuoso, costoso, sfiancante solo per giocare a calcio, applicarsi, tentare di entrare in una squadra di serie A.

Serie A libera per tutti; perché Donnarumma sì (e con contratti milionari) e Bebo manidisaponetta no? Roba incostituzionale, è uno scandalo, serie A per tutti… Basta poco per vedere l’assurdità dell’attacco.

Il numero chiuso è diventato un incubo per qualsiasi maturando, e a ragione. Basta vederli. Cominciano a preoccuparsi dall’ultimo anno, cercando di capire dove gli converrà andare a fare l’esame. Molti tra loro scelgono posti lontani, così il giorno della prova sono costretti a fare lunghi viaggi, per finire in uno stanzone con migliaia di candidati tutti in corsa per poche decine di posti. Ma non ci sono solo le spese per spostarsi. I libri, ad esempio. Così come i corsi. Racconta Sofia, 18 anni, che vorrebbe fare Odontoiatria: “Ho speso 140 euro di libri, 1200 euro di ripetizioni, 2000 euro per un corso Alphatest di due settimane a luglio. E non ho nessuna sicurezza di entrare, ho parlato con ragazzi che il corso l’hanno fatto due o tre volte”. Poi ci sono quelli che si iscrivono ad altre facoltà e poi cercano di passare a quella desiderata. Quelli che vanno all’estero e poi provano a rientrare. Il tutto, appunto, con un dispiego di forze psicologiche, fisiche ed economiche non facili da sostenere, sia per i ragazzi che per le famiglie, altrettanto stremate e insieme preoccupate.

Questa è la parte più succosa piena di pietismo e di appelli al buon cuore.

Cominciano a preoccuparsi dall’ultimo anno, cercando di capire dove gli converrà andare a fare l’esame; ovvero si sceglie la sede “facile” dove i test son meno “difficili” o magari non si è tanto rigorosi sulla preparazione che si dovrebbe aver ricevuto dalle scuole superiori. Sarei curioso di sapere perché sia giusto sdegnarsi per Sofia, costretta a dare l’esame in qualche diplomificio e ci si sia invece scandalizzati perché Maria Stella (aka marystar – tunnel neutrinico) abbia dato l’esame di stato a Reggio Calabria.

“Ho speso 140 euro di libri, 1200 euro di ripetizioni, 2000 euro per un corso Alphatest di due settimane a luglio. E non ho nessuna sicurezza di entrare, ho parlato con ragazzi che il corso l’hanno fatto due o tre volte”.  Siccome il test è “tarato” sui programmi ministeriali che si sarebbero dovuti svolgere alle superiori io inizierei chiedendomi cosa abbia fatto Sofia nei cinque anni delle superiori e perché abbia bisogno di ripetizioni sul programma che avrebbe dovuto svolgere. Per il resto il pagare ripetizioni ovviamente non garantisce il risultato, ed io in quello non ci vedo alcuno scandalo. Non è che se pago allenamenti personali con un preparatore atletico di serie A e compro attrezzatura extralusso ultraprofessionale poi acquisisco il diritto divino di andare a giocare in serie A.

Il businnes se c’è è per sostituire o rifare quanto fatto alle scuole superiori; e la domanda sorge spontanea: perché le superiori non hanno funzionato? Ma il porla farebbe incazzare altri…

Il tutto, appunto, con un dispiego di forze psicologiche, fisiche ed economiche non facili da sostenere, sia per i ragazzi che per le famiglie, altrettanto stremate e insieme preoccupate. Oddio; e come fai a gestire poi lo stress di un esame o del successivo lavoro? Io più che simpatia verso Sofia leggo tanto piagnisteo per far entrare chi non è in grado.

Tantissimi sono i respinti, quelli che, nonostante gli sforzi, non riescono. Magari perché hanno sbagliato un quiz di religione – sì, ci sono anche quelli – anche se volevano fare i fisioterapisti.

Se entrano dieci e tu arrivi undicesimo magari perché hai toppato solo quella domanda hai ragione ad incazzarti; ma se sei arrivato millesimo, figliolo hai grosse lacune nella tua preparazione e anche se fosse sparita tale domanda capra sei e capra rimani. E non saresti entrato comunque.

Così si produce una generazione di scoraggiati, persone che magari si mettono a lavorare e lasciano perdere la voglia di studiare, nel paese dove, secondo i dati Eurostat, il tasso di laureati è il più basso d’Europa (peggio di noi solo la Romania) e i numeri ci inchiodano al quintultimo posto, davanti solo a Portogallo, Romania, Spagna e Malta, per quanto riguarda il tasso di abbandono scolastico dei ragazzi tra i 18 e i 24 anni. E allora, ancora, bisogna chiedersi: a chi giova il numero chiuso?

Giova a chi vuole studiare ed è in grado di farlo sia perché ha le motivazioni sia perché ha le competenze pregresse. Uno che si incasina calcolando percentuali o che non è in grado di fare le divisioni nelle lauree STEM non ci sta a fare niente. Pretendere che un docente universitario insegni le tabelline è uno spreco bello e buono.

Di recente, il Tar del Lazio ha accolto il ricorso di alcuni studenti contro il numero chiuso nelle facoltà umanistiche dell’Università Statale di Milano. Se i giudici hanno ritenuto insensato chiudere l’accesso in facoltà ad alto tasso di disoccupazione, tanto più assurdo appare lo sbarramento coriaceo, e generatore di enormi sofferenze, per entrare in facoltà che invece il lavoro, potenzialmente, lo offrono. Il Tar ha parlato in modo corretto di decisione che lede il diritto allo studio. Ed è verissimo: oggi in Italia lo strozzamento in entrata sta realmente danneggiando il diritto allo studio che la stessa Costituzione tutela. Studiare è diventato impossibile e molti giovani sono letteralmente discriminati.

Perché fanno trovare facilmente lavoro? non è che una selezione all’ingresso, selezione che aumenta la qualità degli studenti, il fatto di poter frequentare in strutture ben dimensionate per il numero di frequentanti e quindi l’ovvia conseguenza che escano pochi ma preparati che tanti incompetenti, aumenti la qualità del titolo?  Dire che in italia servono laureati è fuorviante; servono persone con competenze comparabili con quelle che dovrebbero possedere i laureati. Se sei bravo e capace diventi cintura nera, ma non è che il mero indossare una cintura nera ti renda, per il semplice fatto di indossarla, esperto di Karatè. Molti non son capaci di tirare un pugno o di eseguire correttamente una parata eppure, per non essere discriminati, pretendono di indossare anche loro la cintura nera.

Sorvoliamo poi sulla lettura maliziosa della costituzione: il diritto allo studio è il diritto a poter studiare quello che piace, non è il diritto ad iscriversi all’università e meno che meno il diritto al pezzo di carta universitario. Se nell’articolo 34 c’è scritto “I capaci e meritevoli, anche se privi di mezzi, hanno diritto di raggiungere i gradi più alti degli studi.”  forse una ragione c’è ed anche abbastanza evidente.

Restano, allora, inevase le domande: perché il numero chiuso? Davvero si tratta di una misura che tutela gli studenti? Risponde realmente alle esigenze di un mondo del lavoro, peraltro in continuo cambiamento? A me pare che le risposte diano esiti negativi. E che la vera ragione sia altrove: nella scarsità di aule, nella mancanza di docenti. Insomma, ancora una volta nella penuria di fondi che si scarica come al solito sui cittadini indifesi. Da un lato, sui ragazzi le cui speranze vengono tradite, dall’altro sulle loro famiglie stremate dai rifiuti e incapaci di capire perché ai loro figli viene negata la possibilità di tentare, attraverso il merito, di avere un’occupazione dignitosa.

perché ai loro figli viene negata la possibilità di tentare, attraverso il merito Nessuno nega niente; merito è anche l’essere stati capaci di passare una prova preselettiva per accedere all’università. Se non sei capace non hai il merito sic et simpliciter. Quella che viene, giustamente, negata è la balla: tutti hanno il merito, tutti son capaci. Dichiararsi “pro meritocrazia” e poi ritenere un merito semplicemente l’essere capaci di respirare è paraculismo, non è meritocrazia.

LeoniBlog L’esercito dei guerrieri dei pezzi di carta – LeoniBlog

Un valido articolo che spiega bene la bufala del “numero chiuso incostituzionale” con alcune chicche e di come la costituzione non venga letta ma venga solo utilizzata per “nobilitare” i propri capricci anche se quest’ultima dice tutto il contrario.

Sorgente: LeoniBlog L’esercito dei guerrieri dei pezzi di carta – LeoniBlog

(..:) Ma si tratta veramente di questo? Di una limitazione alla libertà di decidere del proprio futuro e del diritto allo studio sancito nella carta costituzionale? Gli studenti preannunciano altre battaglie dello stesso tenore e sarà un autunno ( tanto per cambiare) caldo di manifestazioni, cortei, atenei occupati insomma il solito copione di chi vorrebbe studiare ma è molto impegnato a gridare che vuole farlo.

(…)

L’idea che facoltà universitarie pubbliche incondizionatamente accessibili a tutti siano un bene è, poi, nei fatti, smentita dalle stesse classifiche : le migliori università mondiali, europee ed anche italiane adottano tutte il numero chiuso.

A ben vedere il problema e la polemica sollevata dai test di ammissione, lambisce una questione ben più profonda e cioè perché gli studenti confondano, in realtà, il diritto allo studio con il diritto alla laurea universitaria. Nessuno di loro protesta mai, né scende in piazza, per la libertà di programmi nella scuola dell’obbligo, di insegnamenti, per un’offerta formativa più libera, più ricca e variegata, e non compressa nelle morse assai strette dell’istruzione di stato, ma reclamano tutti la possibilità di ottenere il famigerato pezzo di carta, fosse anche la pergamena di una laurea in filosofia tibetana all’università di Nonsodove, e solo ed esclusivamente per il conseguimento di un diploma di scuola superiore. (…)

 

 

 

Editoriale | Il patto che ha rovina la scuola – Corriere.it

Un interessante editoriale di Angelo Panebianco che, dopo tanto tempo che la si menava su come la scuola italiana fosse “la più migliorissima” del mondo, finalmente urla: “il re è nudo!”.
Che la scuola fosse uno stipendificio ne ho avuto molti esempi, da studente e da docente. Si è visto con il concorsone: invece di far partire una seria riflessione sul perché più della metà degli aspiranti docenti non è riuscito a passare un test a livello di terza media1, il tutto è stato coperto da una coltre di imbarazzato silenzio.

(grassetti miei)
(…) Il patto di cui parlo venne tacitamente siglato fra la Democrazia Cristiana, allora al potere, e i sindacati della scuola, e coinvolse anche il Partito comunista. Il patto venne sottoscritto con il consenso tacito dell’opinione pubblica (disinteressata e spesso complice quasi tutta la classe colta, gli intellettuali). I termini del patto erano i seguenti: la scuola ha un unico vero scopo , assorbire occupazione . Non importa se gli insegnanti reclutati siano capaci o no, preparati o no. Importa solo che siano tanti (il che significa , inevitabilmente , mal pagati) . E neppure importa che siano condannati a una lunga e umiliante esperienza di precariato. Gli effetti di tutto ciò sulla qualità dell’ insegnamento erano, per i contraenti del patto, irrilevanti. Anche perché l’assenso degli utenti, famiglie e studenti, poteva essere ottenuto grazie al valore legale del titolo di studio. Ciò che conta è il diploma, il pezzo di carta. Non ha importanza che dietro quel pezzo di carta ci sia o no una solida formazione. Per giunta, contribuiva al mantenimento del patto un clima culturale nel quale il diritto costituzionale allo studio era da molti interpretato come diritto al diploma.

Nell’età post- democristiana le cose non sono cambiate. Non ci sono più quegli attori politici ma l’eredità che hanno lasciato è sempre viva. Tutto ciò che ha a che fare con i processi educativi continua ad essere trattato nello stesso modo. Si pensi all’ultima imbarcata di precari: l’importante era assumere docenti. Il fatto che fossero competenti o no era irrilevante. E tanto peggio per il congiuntivo. (…)

Il patto “scellerato” è chiaro:

  • Per i docenti: paga bassa uguale per tutti ma nessun controllo e nessuna competizione interna; posizione sicurissima a meno di non compiere cazzate epiche.
  • Per gli studenti: diritto al titolo di studio; l’importante non è quello che si è capaci di fare ma possedere il pezzo di carta, quasi che il mero possesso garantisca l’immediata acquisizione di tutte le competenze e capacità che tale titolo implica.
  • Per i sindacati: una massa di convinti che ritengono di essere sottopagati e sfruttati peggio di un minatore sardo del 1800. Tanti clienti e ottime truppe cammellate da usare per le loro processioni[^2].

Perché il giocattolo si è rotto e finalmente se ne parla nella “stampa alta” senza la retorica dei “poveri ma belli”? La risposta l’aveva fornita il Professor Alessandro D’Avenia nell’intervista citata qui; oggi non “giochi” più nel quartiere o in italia ma giochi in europa e nel mondo. Non competi solo con il vicino di casa o quello del paese vicino ma con spagnoli, francesi, tedeschi, inglesi e statunitensi. E queste gare hanno evidenziato i gap; per lottare in un mondo globale dove per emergere servono le competenze, devi avere le competenze. E la scuola deve aiutarti ad acquisirle.2

(…)Sappiamo, ad esempio, da molti anni, che uno dei gravi problemi della scuola riguarda l’insegnamento della matematica. Le carenze in questo campo sbarrano di fatto, a tanti futuri studenti universitari, l’ingresso nei corsi di laurea scientifici. La ragione per cui tanti giovani si orientano verso le umanistiche (nonostante le minori probabilità di occupazione post- laurea) anziché verso le scientifiche, ha a che fare con questo problema. Ma qualcuno forse, in tutti questi anni, se ne è mai preoccupato? La ministra Fedeli ha ribadito, anche in questa occasione, ripetendo un antico ritornello, che occorrono più «laureati». Mi dispiace ma detto così non è vero. Occorrono più laureati ( anzi, tanti di più) in materie scientifiche. Ne occorrono di meno in materie umanistiche e quei «meno» dovrebbero essere tutti di qualità elevata.

Io penso che il discorso “occorrono più laureati” sia fuorviante, oltre ad aprire la strada a soluzioni “alla Berlinguer” ovvero stamperia titoli come nel caso delle lauree triennali. Occorrono persone con competenze che un laureato obbligatoriamente dovrebbe avere per conseguire il titolo. Il resto son solo chiacchiere e abbellimenti di statistiche. Con i titoli vacui al di fuori della PA o meglio di certi ambienti della PA non si va più avanti. I concorsi pubblici son diventati, per il semplice motivo di un numero di partecipanti enorme rispetto ai posti disponibili, duretti  da affrontare. L’Europa vieta certi giochi delle tre carte troppo sfacciati,3 imho un validissimo motivo per essere filoeuropeisti. Oramai l’ultimo stipendificio è la scuola. Vediamo quanto durerà.


  1. Il maestro che l’aveva menata con la sua stroncatura al test di logica è stato immesso in ruolo dalle graduatorie. 
  2. Per valutare l’efficacia dei sindacati della scuola basta vedere che risultati, a parte il patto scellerato, hanno ottenuto. Nulla, niente, nada, niet. 
  3. Ad esempio: creo una cooperativa di servizi per l’ente pubblico, la cooperativa assume chi vuole e come vuole. Poi la cooperativa viene “assorbita” dall’ente e i dipendenti passati in ruolo senza concorso. O i vecchi giochetti con le società “in house”; in pratica società private a capitale pubblico. 

chiedere l’esonero dei docenti per le loro idee è fascismo.

Rispondo qui ad un commento di Barbara a questo articolo, perché penso che le questioni interessanti ed anche giuste che pone meritino una riflessione decisamente approfondita ed una risposta molto più articolata.

OK, lascialo insegnare. Però io se avessi un figlio in una sua classe lo toglierei di lì immediatamente.

Sarebbe un tuo diritto ed una tua libera decisione; io non me la sentirei di sindacarla in alcun modo.

PS: dire che la cocaina fa bene e qualche buco ogni tanto non è la fine del mondo è un’opinione personale? Tu lo faresti insegnare uno che esprimesse in classe opinioni personali di questo genere? Se fosse l’insegnante di tuo figlio dormiresti sonni tranquilli?

Un docente da solo può far poco se non trova “brodo di coltura” adatto, anzi spesso a spingere troppo verso una direzione succede che per reazione il ragazzo va in quella opposta. Chi deve vigilare che il docente a lezione faccia lezione e non comizi “pro coca party” però non sono i pistoleri del web quanto i colleghi del consiglio di classe, il preside, soprattutto, ed a scalare il resto della catena di comando.  Sinceramente mi fa più paura che passi l’idea che basti una shitstorm per rimuovere un docente che il rischio di avere un docente “cocainomane”. E se domani la vittima fosse un semplice antiproibizionista? una sentinella in piedi od un partecipante al gay pride?
La shitstorm è come usare la mitragliatrice su un gruppo di persone: ammazzi il cattivo ma lasci anche tanti altri buoni stecchiti.

PPS: tu sai, ti sei informato, hai nozioni precise del tipo di discorsi e insegnamenti che questo signore, che ci tiene tanto a presentarsi non semplicemente come fascista, ma dalla parte di quelli che hanno fatto deportare gli ebrei, che si sono associati alle stragi naziste eccetera eccetera, propone ai suoi alunni?

Chi deve vigilare che il tipo non faccia in classe comizi politici invece di spiegare matematica è il preside. Chi deve verificare e nel caso condannare il tipo per apologia di fascismo è la magistratura. In nessun caso sono i pistoleri del web. Se invece di spiegare matematica si mette a fare comizi o lezioni di storia è da allontanare dall’insegnamento. Ma perché fa  lezioni di storia e comizi, non per il contenuto dei medesimi.

PPPS: e il famigerato professor Damiani, che con fior di “documenti” insegna che l’olocausto è una balla inventata dagli ebrei, va lasciato al suo posto in nome della libertà di opinione? Sinceramente, certe volte mi fai paura.

Il problema è che in italia non abbiamo la cultura del: “chiedi le prove” ma quella del “ha ragione chi urla di più”.  Fosse diffusa la cultura del “chiedi le prove”, cultura che richiede pensiero critico e capacità di comprensione, i negazionisti avrebbero vita breve in quanto le loro chiamiamole “prove” son deboli e facilmente smentibili. Il problema è che in italia sembra avere ragione invece chi urla più forte e, capisco, che la tentazione di usare la legge per “chiudere il becco” sia fortissima. Però è sbagliata e molto pericolosa. Ho l’esempio dell’omofobia. Adesso io non sostengo che gli omosessuali debbano andare al rogo o che debbano venire discriminati riespetto agli etero. Sono favorevole al “matrimonio omosessuale e son contrario però all’utero in affitto, indipendentemente che il committente sia una coppia etero, una coppia omo od una singola persona. Ho trovato patetico il piagnisteo: “critichi l’utero in affitto solo perché sei omofobo.”, piagnisteo sentito spessissimo, ad esempio, nelle discussioni sul “figlio” di vendola.  Se l'”omofobia” fosse reato, sarebbe ancora legale manifestare contrarietà alla pratica dell’utero in affitto?

Sinceramente preferisco correre il rischio di dover sentire uno sciroccato che sostiene che hitler non sia mai esistito e la seconda guerra mondiale sia stato solo un complotto della CIA e del Mossad per giustificare i cappellini della Regina Elisabetta  che dover sottostare alla dittatura del politically correct ove chi decide se “una opinione” sia o meno reato non è la magistratura secondo la legge ma i SJW a colpi di urla e shitstorm nei social.

Questo è uno dei casi in cui la scelta non la vedo fra male e bene ma fra un male minore (dover sentire qualche demente) ed un male maggiore (la legge dei pistoleri del ueb).

Spero di aver chiarito.

chiedere l’esonero dei docenti per le loro idee è fascismo.

Stavo leggendo la vicenda del docente che ha pubblicato una foto sulla vetta del Sagro ove sventola la bandiera della repubblica di Salò;

Fonte: La bandiera di Salò sulla vetta del Sagro: bufera su un docente – Cronaca – Il Tirreno (grassetti miei)

La bandiera di Salò sulla vetta del Sagro: bufera su un docente

La provocazione a pochi giorni dalla ricorrenza della strage di Vinca in cui i nazifascisti uccisero 173 civili tra cui donne e bambini. L’insegnante e politico: “Ho espresso la mia opinione”.  Lenzoni e l’Anpi: “Non può insegnare, via dalla scuola”di Cinzia Chiappini

CARRARA. A pochi giorni dalla ricorrenza della strage di Vinca, un insegnante carrarese si fa ritrarre sulla vetta del Sagro con la bandiera della Repubblica di Salò e nella città decorata con la medaglia d’oro al merito civile, scoppia la polemica. Sconcerto e indignazione. Condanna e sgomento. Richieste di intervento delle autorità e segnalazioni ai gestori del social network. Ai carraresi non è proprio andata giù quella foto postata su Facebook da Manfredo Bianchi, ingegnere e insegnante dell’Istituto Zaccagna, dove viene ritratto mentre festeggia la conquista della vetta del Sagro con in mano la bandiera della Repubblica di Salò.
(…)
Bianchi: diritto di opinione. Per molti un gesto di disprezzo e di sfida, di più: un reato. Bianchi, interpellato sulla vicenda, centellina le parole, tiene i toni bassi e si difende: «Penso di avere esercitato il diritto di opinione e non credo di aver commesso alcun reato» ha dichiarato al Tirreno.
(…)
Lenzoni: un affronto ai morti di Vinca. Completamente diversa l’opinione dei tanti che hanno condannato il gesto: tra i primi a farlo, Marco Lenzoni dei Carc che ha sollecitato il comune di Fivizzano a denunciare Bianchi per l’affronto ai 173 morti di Vinca e l’Istituto Zaccagna a prendere provvedimenti contro l’insegnante. «Issare la bandiera della Repubblica di Salò in pubblico è un reato a tutti gli effetti, averlo fatto di fronte al paese di Vinca è un oltraggio vergognoso e indicibile che grida vendetta. Chiedo a nome del partito dei Carc e della città di Carrara tutta che gli studenti dello Zaccagna vengano portati alla prossima commemorazione della strage di Vinca. La scuola deve rimediare al velenoso odio propagandato non solo su Facebook da questo “signore” cultore del nazi fascismo» aggiunge Lenzoni, che annuncia che alla riapertura della scuola i Carc saranno presenti all’ingresso dello Zaccagna con un presidio per mostrare agli alunni le foto delle stragi nazifasciste e per chiedere l’allontanamento dalla attività didattica del «moderno nazista».

Conti (Anpi): è un reato. D’accordo con la valutazione del gesto di Bianchi anche Alessandro Conti, presidente di Anpi Carrara: «Avere esposto la bandiera dei repubblichini e avere decantato il fascismo è un reato. Il prefetto e chi di dovere prendano i provvedimenti del caso. Il fatto che sia un insegnante è un’aggravante e Bianchi dovrebbe essere allontanato dalla scuola». Altrettanto dura Claudia Bienaimè di CarraraBeneComune/Lista Dema che si dice allibita: «Il Sagro è il monte di tutti, si affaccia su Vinca e l’idea di sventolare una bandiera fascista è un’offesa e una provocazione a tutta la provincia. Ci aspettiamo che le istituzioni intervengano».

La difesa del centrodestra. In difesa di Bianchi intervengono i militanti del centro destra. Secondo Maurizio Lorenzoni, ex candidato sindaco oggi consigliere comunale, «queste manifestazioni ti possono mettere nei guai, la foto non doveva andare su Facebook ma la Costituzione va rivista, perché si devono condannare tutti i regimi totalitari, non solo il fascismo. Quanto a Manfredo, posso dire che se tutti i fascisti e gli antifascisti fossero stati come lui, allora l’Italia sarebbe un posto migliore». Gianni Musetti, della Lista Trump in Forza Italia parla di «un assurdo linciaggio contro Manfredo Bianchi che è una brava persona e un rispettabile professionista e ha il diritto sacrosanto di andare dove vuole con le bandiere che meglio preferisce». Ancora più schierato Lorenzo Baruzzo, di Fratelli D’Italia che se la prende con chi ha attaccato Bianchi.

Personalmente penso che il tizio abbia fatto una solenne trollata e si sia lasciato andare a provocazioni gratuite. Che il comportamento sia riprovevole e che sia giusto evidenziarlo. Che la risposta di commemorare la strage di Vinca a scuola e di parlare di quella tragedia sia un’ottima risposta. Quello che invece non mi trova d’accordo e mi fa pensare che lo scontro non sia fra fascisti e antifasciti ma fra fascisti pro e fascisti anti son i richiami all’esonero del docente.

Il principio per il quale si chiede l’allontanamento del docente dall’insegnamento è perfettamente fascista: osa propugnare idee non allineate ergo deve essere allontanato perché il docente oltre che formare deve anche indottrinare. Si tratta di un comportamento abbastanza grave. Se il docente venisse condannato e la condanna sarebbe tale da renderlo incompatibile con l’insegnamento è giusto che decada però: deve decadere dopo e non prima della condanna e la colpevolezza deve essere riconosciuta da una sentenza della magistratura, altrimenti è solo un abuso fatto per soddisfare la canea urlante di FB. Abuso che poi rischia di rivelarsi un tremendo boomberang;

Perché il fatto che Tizio pensi che il comportamento di Caio sia un reato è una opinione, non è un fatto. A norma di Costituzione, quella che i fascisti anti dicono di amare svisceratamente ma che applicano solo le parti che fanno comodo quando fanno comodo1, una persona è colpevole solo dopo sentenza passata in giudicato. Una persona, finché non commette reato, ha pieno diritto alla libertà di opinione, per quanto le sue opinioni possano essere abiette.
Riguardo poi alla questione dell’esibizione di simboli fascisti ci sarebbe da dire che la norma Fiano non è ancora legge dello Stato e che la corte costituzionale, come avevo scritto qui ha dichiarato in due sentenze “storiche” che l’apologia del fascismo o l’esibizione di simboli fascisti è reato solo se tale apologia o tale esibizione son finalizzate alla ricostituzione del disciolto partito fascista.

Perché se passa l’idea che la canea urlante che chiede la testa di un docente per qualche idea “non allineata” ha ragione; oggi è il caso del fascista e domani se a chiedere la testa di un docente trans sono i bigotti? O se i poveri obbressi del bobolo Mbingo chiedono la testa del docente Inuit, perché gli Inuit tra la penultima e l’ultima glaciazione avevano oppresso il bobolo Mbingo?

Perché il perseguitare le persone per le loro idee è un comportamento prettamente fascista2; il risultato di tutto sto casino sarà, imho, il far passare il troll per martire, rivelare che anche chi si crede antifascista è in realtà un fascista anti e il trasformare la memoria di tali tragedie, che dovrebbe essere condivisa, nelle discussioni sul goal annulato a muntari.

Perché proprio questi comportamenti da cazzoni sono un ottimo sistema per aprire le porte ad un ritorno in pompa magna del fascismo3.


  1. la solita lettura selettiva della costituzione; però se la esalti il lunedì mattina e ci pisci sopra il mercoledì sera non sei molto credibile. 
  2. La differenza con i medici antivax radiati è questa: un medico, come un ingegnere come un altro professionista è tenuto, nella sua professione, ad applicare le norme ed esercitarla secondo lo stato dell’arte. Io, ingegnere, posso pensare che le norme antisismiche siano esagerate e che le case di tre piani in “merda e cazzo di orango (cit.)” siano sicurissime ed a prova di sisma, posso anche sostenerlo e portare prove a favore della mia tesi. Però a lavoro se la norma dice che si deve usare il cemento armato fatto così e cosà io devo applicare la norma. Se non applico la norma l’ordine, perché tale potere è stato conferitoli dalla legge, può impedirmi di esercitare la professione. Ma la sanzione non è perché credo o dico che le case fatte in “merda e cazzo di orango” siano sicure, è perché non applico la norma che impone l’uso del cemento. 
  3. alcuni non erano fascisti solo perché non piaceva il colore della camicia.