riguardo alla professoressa sospesa per il video su salvini

Adesso si conosce qualche notizia più precisa sulla vicenda; che dire? sarò contro corrente ma penso che la docente avrebbe dovuto far capire ai ragazzi le stronzate che stavano scrivendo e dicendo, questo fa parte della formazione.

Piaccia o no il dare dell’Hitler, a sproposito, è ancora diffamazione. Nel discorso politico, soprattutto fra i fans di questo o di quello, non si persegue perché altrimenti si ingolferebbe all’istante tutta la macchina della giustizia italiana però sarebbe opportuno insegnare una certa “continenza” nelle affermazioni.

Devo dire che sarei curioso di leggere il lavoro fatto dai ragazzi, ma temo che si risolva a quattro slogan copiati pedissequamente dai media conditi da qualche variazione sul tema “Salveeeny cacca pupù”.

Devo dire che questo articolo comunque non mi è piaciuto molto per come esprime, mescola il racconto della vicenda con alcune interpretazioni funzionali alla tesi: “rappresaglia fascista stile giacomo matteotti”.

Sorgente: Corriere della Sera (grassetti miei)

«Allontanarmi dalla scuola è la ferita più grande», parla la prof di Palermo sospesa per il video su Salvini
Rosa Maria Dell’Aria sospesa per un video realizzato dai suoi alunni di un classe di una scuola di Palermo, in cui si confrontavano le leggi razziali al decreto sicurezza

PALERMO – Mentre dai balconi veniva rimosso qualche striscione anti-Salvini, in una scuola di Palermo era stata già comminata una severa punizione contro una professoressa di italiano, Rosa Maria Dell’Aria, sospesa per due settimane perché i suoi ragazzi hanno paragonato il decreto sicurezza del ministro leghista alle leggi razziali. Il tutto con una ricerca video e una serie di slide in cui non c’è tanta differenza fra Salvini e il Duce. Materia incandescente. Esplosa sui media a indagine interna già svolta e a sentenza comminata. Verdetto sancito dal provveditore dirigente di Palermo, Marco Anello, in corsa per coprire la carica di dirigente regionale, forse ossequioso, dicono esponenti del Pd, nei confronti del ministro dell’Istruzione, Marco Bussetti, anche lui leghista.

Non c’è tanta differenza fra Salvini e il Duce. Se ciò è vero i ragazzi hanno fatto una colossale stupidaggine dimostrando di non aver capito nulla e di essere facilmente manipolabili. Ricordo che i paragoni funzionano nei due versi; se paragoni la tragedia del fascismo a quanto sta capitando adesso poi non stupirti se qualcuno inizierà a pensare che gli ebrei assaltavano i treni per andare nei lager così come i migranti prendono le navi per andare nei lager del CIE. Sono stronzate simili che portano poi ad una rivalutazione della figura del Duce (qui).

Da notare come, in chiusura, sia scritto che la punizione sia stata comminata forse per far carriera cercando di carpire le grazie del ministro dell’istruzione.

Bussetti

Tutto parte infatti da un tweet inviato due mesi fa a Bussetti da un attivista di destra, Claudio Perconte, raccontando con qualche iperbole il senso di slide e video prodotti all’istituto industriale Vittorio Emanuele di Palermo dai ragazzi impegnati in una ricerca sui migranti: «Salvini-Conte-Di Maio? Come il Reich di Hitler, peggio dei nazisti. Una professoressa ha obbligato dei quattordicenni a dire che Salvini è come Hitler perché stermina i migranti. Al Miur hanno qualcosa da dire?». Roboante quesito rimbalzato all’ufficio scolastico provinciale trasformato in un tribunale con sorpresa della prof che a quel punto s’è affidata a un legale, il figlio, Alessandro Luna, la cui memoria difensiva non ha impedito la sospensione scattata l’11 maggio.

Alcune precisazioni: nel caso di comportamenti non consoni nel posto di lavoro è proprio il provveditorato a dover giudicare il dipendente e nel caso comminarli una sanzione; cosa prevista da tutti i contratti pubblici, non è che se, ad esempio, ho reiterati ritardi non giustificati, il mio datore di lavoro non possa prendere provvedimenti disciplinari e debba per forza denunciarmi e aspettare la pronuncia del tribunale.

Proviamo poi a fare un esperimento mentale: se invece di Salveeny – Hitler la ricerca avesse riguardato che so, le cose buone fatte da Mussolini e le cose buone che fa Salveeny, sareste ancora contrari alla punizione per la docente? Se la risposta è no, allora forse  si sta facendo il solito doppiopesismo…

Adesso che tutto è diventato pubblico, a scuola i ragazzi protestandifendendo la prof e i colleghi avviano una raccolta firme perché il provvedimento rientri. Come spera ancora l’avvocato Luna: «Gli studenti hanno fatto un paragone tra leggi razziali e decreto sicurezza partendo da un ragionamento sui diritti umani. Dopo aver letto tanto, anche il libro Questa sera è già domani di Lia Levi, premio Strega 2018, e le dichiarazioni di Liliana Segre».

Qui vedo la tecnica difensiva del solito paraculismo all’italiana: pensare che se la stronzata è stata fatta per alti motivi allora non è giusto che se ne paghino le conseguenze.

Le reazioni

(…) Le senatrici e i senatori del Movimento 5 Stelle in commissione cultura attaccano il ministro: «Non è accettabile in un Paese libero e civile, nato su fondamenta antifasciste, assistere a un fatto inqualificabile come la sospensione di una docente da parte degli ispettori scolastici per non aver esercitato una censura preventiva sul lavoro di un suo studente. Chiediamo che il ministro Bussetti chiarisca quanto accaduto», concludono i parlamentari pentastellati.

Il solito stantio antifascismo di facciata. Faccio notare comunque una cosa: la docente non è perseguita per una “censura preventiva” quanto per aver permesso che venissero presentate tante belle stronzate approvando il lavoro dei ragazzi invece di stroncarlo. E se i ragazzi invece di Salvini – Hitler avessero paragonato le cose buone fatte dalla lega con quelle fatte da Mussolini con una ricerca stile “istituto luce”? Anche in quel caso nessuna censura preventiva e nessuna conseguenza per la docente?  Io credo che sarebbe stata chiesta la testa di studenti, docente, preside, provveditore, ministro dell’istruzione e di Salveeny

Spiace dirlo ma se questo è l’antifascismo, allora state facendo tantissimo per sdoganare il fascismo, voi e non quei quattro scalmanati di casapound o forza nuova.

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Educare senza sanzioni genera giovani mostri

Un ottimo articolo di Luca Ricolfi sulla deriva dell’educazione in italia; piaccia o no l’educazione si basa anche sui sistemi “premi/punizioni”; di fatto si sta rinunciando ad educare scaricando “la patata bollente” ai genitori però fornendoli anche una signora scusa nel caso falliscano miseramente: la scuola ci ha lasciato soli.

Perché scuola e genitori devono funzionare in sinergia per educare e, nel caso l’uno o l’altro manchi ai doveri, occorre intervenire. Trasformare la scuola in un parcheggio ed in un comodo capro espiatorio per i genitori non conviene affatto.  Piaccia o no il “caso manduria” nasce anche da quello.

fonte: https://www.ilmessaggero.it/AMP/editoriali/editoriali_luca_ricolfi-4471799.html?__twitter_impression=true

Educare senza sanzioni genera giovani mostri (Luca Ricolfi)

Chiunque abbia bambini che vanno alle scuole elementari sa perfettamente che, ormai da diversi decenni, non solo è praticamente impossibile bocciare un bambino, ma è anche rarissimo osservare sanzioni classiche, come l’ammonizione, la nota sul registro, la sospensione.
Al loro posto è invece dato osservare una serie di comportamenti sostanzialmente omissivi o elusivi: far finta di niente, limitarsi a redarguire più o meno blandamente, cercare di spiegare perché un comportamento è sbagliato e non dovrebbe essere ripetuto. I risultati sono scarsissimi, per non dire negativi, visto che il bullismo, sia quello tradizionale sia quello via internet, sono in aumento e coinvolgono spesso bambini, più sovente bande di bambini, che frequentano le ultime classi delle scuole elementari. (…)

Al loro posto si propone di estendere alla scuola elementare il farraginosissimo istituto del “Patto di corresponsabilità educativa”, che rafforza e incentiva uno dei più dannosi fenomeni culturali del nostro tempo, ovvero l’ingerenza dei genitori nel funzionamento della scuola, oltre a promuovere una sorta di Far West dei regolamenti, per cui ogni scuola si costruisce il suo patto, con tanti saluti a una delle idee più semplici della vita sociale, ossia che sia più efficace avere poche norme chiare e valide per tutti, piuttosto che lasciare a ogni comunità di darsi regole proprie (chi non avesse bambini a scuola, o non avesse idea di quanto avanti siano andate le cose rispetto a 20 o 30 anni fa, può leggere la pacata quanto agghiacciante testimonianza dello scrittore Matteo Bussola: “Sono puri i loro sogni”, Einaudi Stile Libero 2017).

E il non far niente, parlo per esperienza, spinge i bulli a fare di più. Io ho capito sulla mia pelle: “non prendertela, poi si stuferanno e stuzzicheranno qualcun’altro” funziona poco o male, invece una reazione sì. Essenzialmente il bullo cerca il più debole per dimostrare il suo potere. Trovarsi qualcuno che reagisce lo spinge a cercare altre potenziali vittime.  Prediche infinite senza conseguenze che non una perdita di tempo sono invece un incentivo ed un motivo di bando del bullo.

Mi è capitato di insegnare in corsi di formazione professionale, corsi organizzati per recuperare studenti dispersi e far loro imparare un mestiere. organizzati in realtà per levare dalla strada quelli che oggi chiamerebbero “neet” e tentare di far imparare loro un lavoro con il quale si sarebbero potuti mantenere. Le classi, come quelle degli altri corsi attivati, aveva molti problemi di disciplina. La cattiva disciplina è stato un crescendo rossiniano di rotture di scatole. L’essere gruppo, da parte degli studenti ed il senso di impunità dovuto al fatto che il responsabile dei corsi non faceva altro che dire: “bisogna comprenderli, se li molliamo son persi, sorvolate, comprendete, chiudete un occhio” in realtà li spingevano ad alzare continuamente la posta. Prima il chiasso in classe, poi il giocare con le suonerie durante la lezione, poi l’iniziare a rispondere male al docente che li riprendeva. Alla fine c’è stata l’ultima spiritosata: un ragazzo ha staccato dal muro un estintore e l’ha usato per spruzzare i compagni come se fosse stata schiuma di carnevale. A quel punto c’è stata una rivolta dei docenti ed anche il coordinatore si è dovuto svegliare e son, finalmente, partite le legnate. Il ragazzo dell’estintore è stato espulso, senza se e senza ma, gli altri “spiritosi” si son beccati un bel po’ di giorni di sospensione e son stati avvisati: ogni tre note un giorno di sospensione e se  i giorni di sospensione arrivavano a sette finivano espulsi. Si perse un ragazzo, si salvarono molte classi visto che l’ambiente migliorò notevolmente molti smisero di fare gli spiritosi. Quando poi andarono a fare il tirocinio ed alcuni tornarono con un contratto di pre assunzione in tasca, cioè se prendevano la qualifica sarebbero stati assunti dalla ditta meccanica cui avevano fatto lo stage, capirono che stavano lavorando “per loro stessi” e le classi divennero quasi modello.

E’ stato utile il “terrore giacobino” in classe? è stato utile perdere il ragazzo per lo scherzo dell’estintore? La risposta è sì ad entrambe le domande; servono regole, per insegnare a seguire le regole servono regole, poche chiare e fatte rispettare, non bizantinismi o pipponi pseudomoralisticheggianti. Serve “punire” e perdere un ragazzo? Purtroppo se la scelta è fra il perdere un ragazzo e il perdere tutta la classe, la cosa giusta è “perdere” il ragazzo, non ha senso condannare tutti per cercare di salvarne solo uno.

Una chiara testimonianza di quanto certe idee, che eravamo abituati ad attribuire alla mentalità progressista, siano ormai penetrate nello spirito pubblico, coinvolgendo anche quanti un tempo le combattevano.
Ma quali idee? Fondamentalmente tre convinzioni. La prima è che, nel processo educativo, le sanzioni non debbano e non possano svolgere alcun ruolo. Chi sbaglia deve essere convinto a cambiare comportamento con la sola forza della persuasione. L’uso di punizioni, anche di lieve entità, non solo sarebbe controproducente, ma sarebbe la testimonianza del fallimento del processo educativo.

Grande stronzata: senza il sistema “premi/punizioni” nessun sistema educativo funziona.

La seconda è che, a dispetto della loro conclamata incapacità (o non volontà) di educare i figli, l’ultima parola spetti ai genitori, unici giudici dei loro pargoli, unici arbitri e custodi del destino delle loro creature. Di qui la tendenza a porsi verso ogni autorità, ma prima di tutto verso l’autorità scolastica, come sindacalisti dei propri figli.

E questo poi si traduce in un danno per i figli. Cresci persone intimamente fragili che alla prima difficoltà vera crollano; non puoi portarti mammà al colloquio di lavoro o durante i test di un concorso. Che piangere e battere i piedi per terra non commuove affatto un sistema automatico che deve decidere se concedervi o no una linea di credito.  Se non fai acquistare a tuo figlio una corazza contro “le brutture del mondo” poi non stupirti se quelle riescono a ferirlo molto facilmente.

Ma la più pericolosa è la terza convinzione, che forse più che una convinzione vera e propria è una sorta di strabismo, di partito preso, o di riflesso pavloviano. Quando qualcuno viola le regole, il che quasi sempre comporta la sofferenza di qualcun altro (si pensi alla diffusione del bullismo, già alle elementari), stranamente la pietas, la compassione, quasi automaticamente si indirizzano verso i prepotenti, che andrebbero capiti, perdonati e rieducati, e ignorano le ragioni delle vittime. Curiosamente, chi fa proprio l’imperativo del perdono, non sente altrettanto forte il dovere di impedire che altre violenze e sopraffazioni si scatenino contro nuove vittime.

Eppure è proprio questo il nodo della questione. C’è un’incredibile ingenuità pedagogica e sociologica nella credenza che, per la prevenzione di fenomeni come il bullismo e il cyberbullismo nelle scuole, possano bastare corsi, lezioni, momenti di sensibilizzazione, ammonimenti, prediche, e che ogni punizione sia inutile o addirittura controproducente. Come se la consapevolezza di non rischiare alcuna vera sanzione non fosse un potente incentivo a perseverare nei comportamenti più aggressivi, violenti e anti-sociali. Come se, soprattutto, la rinuncia delle istituzioni a sanzionare i comportamenti più scorretti, più che una forma di umana comprensione per chi sbaglia, non fosse invece quello che è: una forma di disumana indifferenza verso le vittime.

http://www.fondazionehume.it

Il far sentire la vittima sola, il far pensare che lo stato sia un complice dei bulli e che ci si debba difendere da soli o appoggiarsi al don Vito Corleone di turno; nell’opera di Mario Puzo, il padrino, don Vito viene presentato come un “raddrizza” torti. Una delle sue azioni, descritte nell’inizio del romanzo, è il far menare e spedire all’ospedale due ragazzi che avevano aggredito la una ragazza e che, denunciati, se la erano cavata solo con una predica.

In quelle condizioni tifare per Vito Corleone o per Paul Kersey è scontato. E il “luca traini” della situazione è una logica quanto inevitabile conseguenza.

Scuola e analfabetismo funzionale

Fonte:  https://twitter.com/DavideGiac/status/1124550629920321536?s=09

34.4% in terza media e 33.5 alle superiori sono semianalfabeti. 40.1 e 41.6 non sanno far di conto. Dati Istat. La più gigantesca truffa a danno dei giovani. Di che ci si occupa? Assumere precari e cancellare note sui registri. Come si è buoni. A fregare i più deboli.

Non so se la notizia sia vera, ma visto l’autore penso di sì. Che dire? ha perfettamente ragione anche quando sostiene che alla fine una scuola che promuove tutti serve solo ad illudere le persone, poi quando arriva la selezione “cattiva” dove non puoi barare e non puoi sperare nella benevolenza dei professori, in mammà che va a fare da bulldozer e nel tar finisce che crolli e fallisci miseramente.

Illudere gli studenti di essere preparati serve solo a mantenerli ignoranti; uno che è consapevole della sua ignoranza cercherà di colmarla, uno che pensa di essere preparatissimissimo invece no.

La colpa di busetti: dire che il re è nudo.

Stavo sentendo le polemiche sul ministro busetti e le sue dichiarazioni sull’impegno del sud.  Ho trovato la vicenda molto interessante per alcuni aspetti:

Primo: alla sparata del ministro son partite tante risposte piccate ed indignate però ho notato che non viene mai risposto con un numero od una statistica; se io volessi mostrare come le scuole al nord siano meglio di quelle al sud basterebbe prendere i test invalsi, o i risultati delle prove per l’accesso ai corsi a numero chiuso, il fatto che molti più studenti vadano a completare gli studi superiori da sud a nord che viceversa, i dati sull’assenteismo. E infatti al sud hanno risposto con il solito piagnisteo di quanto si impegnano, di quanto sono stati sfortunati…

Secondo: durante la buona scuola e il fatto che a molti, immessi in ruolo, sarebbero state assegnate cattedre al nord c’è stato un fiorire di proteste e su FB era un fiorire di gruppi ove si parlava di congedi e si metodi per evitare di dover andare a lavorare al nord come congedi, legge 104 etc. etc. Oddio tutti mezzi legittimi; l’impressione che ho avuto è che si stesse cercando di fare un analogo dell’elusione fiscale. Lecito però lascia un poco di amaro in bocca

Terzo: questo caso; supplente nominato prende congedo fino al 22 dicembre poi torna per un giorno a scuola e poi riparte in congedo dal 7 gennaio. Ciò per non far risultare “congedo” i giorni delle ferie natalizie. Anche qui parliamo di comportamenti leciti, ma la professionalità?

Quarto: per un caso che ho visto di persona, un parente ha dovuto interrompere gli studi in sardegna e completare le superiori al nord. Ivi si è accorto che a cagliari avevano fatto si e no circa un terzo del programma che avrebbero dovuto fare e che il 10 a cagliari equivaleva più o meno ad un 4 nel nord.

Quinto: non conosco la prassi del nord ma posso dire che mentre insegnavo qui al sud non era raro che colleghi, impiegati nei famigerati progetti, mi lasciassero la classe, all’epoca ero insegnante di laboratorio che avrebbe dovuto lavorare in compresenza, per lavorare per i progetti o per fare altro. Peccato che per i progetti, siccome erano pagati extrastipendio, si sarebbe dovuto lavorare fuori dal tempo di lezione. E il preside muto.

Sesto: la prova che la gente non capisce una cippa di matematica è il numero di quanti, su twitter, pensano che basti un caso singolo per confutare una media.

Settimo: sempre riguardo alle polemiche e ai numeri molti pensano che si debba valutare l’aspetto globale della persona nell’antanizzazione del karma universale e non i risultati ottenuti.

Ottavo: la differenza fondamentale è che al nord non hanno il terrore di perdere classi, chi non vuole stare a scuola ha la possibilità di andare a lavorare e levarsi dalle palle, al sud invece ho visto tanti, troppi, casi di gente mandata a scuola per il solo motivo di non volerla vedere in strada a bighellonare. Con gli ovvi risultati in quelle classi. Il classico caso da manuale ove per tentare di salvare una persona si finisce ad ammazzare una classe.

Bari, a scuola in limousine: la festa di compleanno di una bambina di 8 anni scatena le proteste – Repubblica.it

Notizia particolare che mostra bene quale sia la mentalità da fiocco di neve; invece di accettare che le differenze, anche di possibilità economiche, esistano e che si debbano accettare: c’è chi ha di più e si può permettere di fare questo e quello e chi no, si chiede di vietare le ostentazioni.

Uno può essere “cafonal-tamarro” quanto si vuole ma fino a quando si limita a violare le leggi del buon gusto e solo quelle, ha tutti i diritti di comportarsi come gli pare.

Sorgente: Bari, a scuola in limousine: la festa di compleanno di una bambina di 8 anni scatena le proteste – Repubblica.it

Bari, a scuola in limousine: la festa di compleanno di una bambina di 8 anni scatena le proteste
Una mamma si rivolge alla preside: “Non mi piace una scuola dove si esibisca sfarzo inopportuno per età e vacuo, si semini discriminazione sociale”. Ma la dirigente scolastica non commenta

“Cara preside, oggi un limousine lunga cinque metri attendeva una bimba di otto anni e solo alcuni dei suoi compagni di classe all’uscita dalla sua scuola pubblica, accanto al pulmino pubblico pagato dal Comune”. Comincia così lo sfogo di una madre su Facebook: davanti alla scuola primaria di Parchitello, quartiere di villette fra Bari e Noicattaro, i bambini si sarebbero trovati davanti a un limousine che attendeva una di loro per festeggiare il compleanno.

La donna si rivolge direttamente alla dirigente: “Questo modo di fare scuola non mi rappresenta e non avrà il mio consenso. Una scuola dove un dirigente accetta che a un metro di distanza e a un minuto dal tempo e luogo dell’educazione si predichi apparenza, si esibisca sfarzo inopportuno per età e vacuo, si semini discriminazione sociale. Abbiamo appena finito la celebrazione della Giornata della memoria, poi quella nazionale contro il bullismo, ma alimentiamo le differenze, l’esibizione, il valore delle cose materiali”.

Tante alte parole per nascondere il pensiero: “quell’ostentazione io non me la posso permettere, mi fa rosicare e chiedo, facendomi scudo dei bambini e di tante belle parole, che venga vietata.

Comportamento che io vedo, dal punto di vista educativo, pessimo. Purtroppo le differenze di possibilità economiche esistono, bisogna accettarlo ed insegnare ai bambini ad accettare il fatto. Ad accettare che non si è tutti perfettamente e completamente uguali e che come c’è chi è più alto e chi è più basso, chi è più bravo a calcio e chi meno bravo, chi è più bravo in matematica e chi è meno bravo, chi ha più soldi e chi meno. L’alternativa è convincere i bambini di vivere in un mondo dove vige un egualitarismo di facciata e fare i capricci quando vengono considerati “meno uguali” degli altri, magari perché l’amico va in campo e lui resta in panchina o perché il compagno prende 8 e lui 4.

Molti problemi adesso ci sono perché ne i genitori e, di conseguenza i figli, accettano queste differenze anzi le vedono come un attacco personale. Come in questo caso.

Questa è la radice che poi porta a Gino, il CT della nazionale del bar sport, che pretende di insegnare la virologia a Burioni etc. etc. Siamo tutti uguali quindi le mie idee, su qualsiasi argomento, virologia compresa, valgono tanto quanto quelle di Burioni.

Da notare come chiami in intervento la scuola quando la scuola non c’entra proprio niente; della vita al di fuori di essa non deve interessarsi, a meno che non ci siano gravi motivi. Cioè capisco l’allertare i servizi sociali e segnalare a chi di dovere se, ad esempio, uno studente ha segni di violenza o si sospettano maltrattamenti in famiglia. Ma la tamarreide familiare non è un valido motivo per ingerire.

La richiesta della madre mi sembra una frignata per far rimproverare, per un torto immaginario ricevuto, la scuola. Scuola che non ha alcuna responsabilità ed alcun potere di intervenire, cosa c’entra e cosa può, legalmente fare la dirigente?

Comunque scommetto che se al piccolo, chiamiamolo Pierino, venisse tolta qualcosa perché c’è un compagno che ha di meno e che non può averla, la madre che non accetta che “si semini discriminazione sociale” sarebbe la prima a far fuoco e fiamme perché “viene punito il figlio per un suo giusto diritto”.

Purtroppo per certe teste bacate una cosa che non mi posso permettere è una “discriminazione sociale”, una cosa che invece mi posso permettere, ma che altri non possono, è invece un “giusto diritto”.

E la mia opinione sul chiamare “diritti” i capricci è sempre la stessa: occhio che a furia di chiamare “diritti” i “capricci” qualcuno inizierà a chiamare “capricci” i “diritti”.

Una situazione, quella denunciata dalla madre, che ricorda la storia della bambina di Altamura accompagnata in carrozza in chiesa per la prima comunione. E se la preside, interpellata, preferisce non commentare l’accaduto e l’accanimento del genitore, ci pensano altri utenti Facebook a rispondere alla donna: “Condivido lo sconcerto nel vedere una limousine fuori dalla scuola del proprio figlio – dice un’altra donna – Tuttavia a noleggiarla non sono stati gli insegnanti, tanto meno la preside e la scuola in generale. E neppure si può intervenire, giudicare o vietare la sosta di un veicolo fuori dalla scuola a meno che non si tratti di un mezzo oggettivamente pericoloso come un carro armato pronto a sparare. E anche in quel caso a vigilare dovrebbero essere le forze dell’ordine e non un preside”.

L’episodio, evidentemente, diventa più una questione morale: “La dirigente non è di certo la proprietaria della strada per vietare a una qualsiasi macchina di parcheggiare nelle immediate vicinanze della scuola – scrive qualcun altro – la colpa è solo e soltanto dei genitori, non nascondiamoci dietro a un dito”.

Puro buon senso, una vera boccata di aria fresca.

La prova lampante del fallimento della scuola

Penso che la scuola debba formare e non indottrinare; se sei formato, se sei colto dovresti avere tutti gli strumenti per leggere la realtà e capirla. Dire che la scuola debba levare ore allo svolgimento dei programmi scolastici per “insegnarti a capire la realtà” significa dire che i programmi scolastici, per come sono fatti, non ti consentono di farlo, con tanti saluti alle storielle che “la scuola ti da la cultura sbroc sbroc”. Qui stanno ammettendo che la scuola non fornisce tali strumenti, visto che servono “lezioni extra” per comprendere la realtà.

Un poco come quando si sosteneva che la legge Fiano sarebbe servita per far rispettare la legge Scelba, chi ne parlava non si rendeva conto della evidente idiozia del dire che serve una legge per far rispettare un’altra legge già in vigore.

Sorgente: Bologna, 60 prof del liceo Copernico: “Faremo lezione per spiegare cosa accade sui migranti” – Repubblica.it

Bologna, 60 prof del liceo Copernico: “Faremo lezione per spiegare cosa accade sui migranti”Bologna, 
L’appello degli insegnanti e del preside: “Fatelo anche in altre scuole”

BOLOGNA – “In queste settimane assistiamo a episodi che ci sconcertano, chiamando direttamente in causa il senso e il modo in cui stiamo svolgendo il nostro compito di insegnanti ed educatori. Tenere per giorni e giorni al largo delle nostre coste donne, uomini e bambini migranti non solo viola le regole internazionali ma sfida anche il senso di umanità e la coscienza civile della comunità nazionale”. Comincia così l’appello con cui più 60 insegnanti del liceo scientifico Copernico di Bologna annunciano che dedicheranno alcune ore della prossima settimana per spiegare agli studenti cosa sta succedendo nel Paese sul tema dell’accoglienza dei migranti – vedi il caso Sea Watch – e sulle morti nel Mediterraneo. Un appello rivolto ai colleghi anche di altre scuole: “Fate altrettanto”.

Sarei curioso di leggere la scaletta degli interventi. Parleranno di politica internazionale? di convenzioni e norme che regolano i flussi? Delle diverse problematiche che pone l’immigrazione come il gestire quelle persone evitando che diventino o farabutti o preda di farabutti, vedi quelle poveracce spedite a prostituirsi o i vari parcheggiatori abusivi? O sarà la solita sceneggiata dove il bovero negro viene obbresso dal gattivo buana bianco Salveeny?

“Ogni giorno la comunicazione mediatica ci bombarda di proclami che forzano i principi della nostra Costituzione, come quello inderogabile alla solidarietà sancito dall’articolo 2 – continua la lettera aperta – La sfida continua alla magistratura da parte del potere politico confligge con quello che spieghiamo alle nostre ragazze e ai nostri ragazzi riguardo alla divisione dei poteri come base dello Stato di diritto. La contrapposizione frontale fra gli italiani di sangue e le altre persone presenti sul territorio nazionale, la gran parte a pieno titolo, contrasta con l’impegno quotidiano di costruire una scuola plurale e inclusiva e spesso confligge con la stessa realtà delle nostre classi”.

Le lezioni, spiega Gabriella Fenocchio, docente di Lettere, saranno sulla Costituzione: “La leggeremo, insieme ai giornali, e poi discuteremo coi ragazzi. la sensazione è che non sappiamo nulla, o poco, di quello che sta succedendo e la scuola ha il dovere di informarli, non possiamo essere un’isola separata da quanto accade fuori, non possiamo girarci dall’altra parte. L’integrazione e l’inclusione sono parte fondante del nostro insegnamento”. La lettera è firmata anche dal preside Roberto Fiorini.

Non son d’accordo: la scuola dovrebbe già insegnarti la lettura critica dei giornali e il darti gli strumenti per farti autonomamente le tue idee ed interpretare la realtà. Se la scuola, con i programmi standard, non riesce a farlo allora, per me è una evidente prova che la scuola sta fallendo e che occorre porre dei correttivi.

Da notare anche che il compito del docente dovrebbe essere quello di insegnare, a tutti i suoi studenti, la sua materia, non il costruire una scuola “plurale ed inclusiva”. Per il resto la lettera è zeppa di stantia ideologia. Riprendo il pezzo “forte”

Le lezioni, spiega Gabriella Fenocchio, docente di Lettere, saranno sulla Costituzione: “La leggeremo, insieme ai giornali, e poi discuteremo coi ragazzi. la sensazione è che non sappiamo nulla, o poco, di quello che sta succedendo e la scuola ha il dovere di informarli, non possiamo essere un’isola separata da quanto accade fuori, non possiamo girarci dall’altra parte. L’integrazione e l’inclusione sono parte fondante del nostro insegnamento”. 

La costituzione si dovrebbe studiare in “educazione civica” ed in “diritto”; materie già previste in molti ordinamenti. E poi cosa c’entra la costituzione con l’attualità; credo che sia indottrinamento dove una lettura “maliziosa” della costituzione venga utilizzata come giustificativo di tesi preimpostate. Roba che ho già vissuto a scuola, e il risultato non è stato quello che i docenti si aspettavano.

Seconda cosa: la scuola ha il dovere di formare e di fornire gli strumenti affinché gli studenti siano in grado di informarsi e farsi, autonomamente, una loro idea. Non deve formare, non è un organo di informazione, non è un giornale. Soprattutto la conclusione della frase è emblematica “non possiamo essere un’isola separata da quanto accade fuori, non possiamo girarci dall’altra parte. L’integrazione e l’inclusione sono parte fondante del nostro insegnamento“, che mi fa propendere per indottrinamento mascherato da formazione. Scomettiamo che se qualche studente in quelle ore tirerà fuori la storia di Pamela verrà additato come neonazista?

E ancora, si legge nell’appello: “La considerazione che il Mediterraneo sia tornato a essere una barriera fra civiltà e sia diventato il grande cimitero di chi è senza speranza costringe a ripensare i temi e i motivi della nostra stessa storia. Siamo convinti che in questo contesto non sia possibile per noi docenti far finta di niente e continuare a ignorare nella nostra attività didattica i fatti che si muovono intorno a noi, perché una scuola che non riesce a facilitare la comprensione e la rielaborazione di quello che accade al di fuori non svolge la propria funzione”.

Ecco appunto, una scuola che non fa quello non funziona. E parlare di attualità senza fornire gli strumenti “culturali” per capirla è solo un’inutile perdita di tempo.

“L’appello nasce da un senso di disagio profondo per lo smarrimento dei valori comuni di fronte all’arrivo di poche decine di migranti, che il nostro paese lascia in mare a soffrire – dice Sergio lo Giudice, docente del Copernico ed ex senatore Pd – Tu entri in classe come sempre a commentare gli articoli della Costituzione, a leggere Primo Levi o a spiegare Hannah Arendt e intanto fuori da qui succedono fatti che vanno nella direzione opposta da quella che la scuola sta indicando . Così ai ragazzi arrivano segnali ambigui: per questo è necessario fermarsi un attimo per provare ad elaborare insieme cosa sta succedendo”.

” fatti che vanno nella direzione opposta da quella che la scuola sta indicando .” Cosa deve indicare la scuola, scusate?  La scuola non deve indicare niente, deve formare ed educare non deve indicare o meglio NON DEVE INDOTTRINARE. Il voler usare la scuola come centro di indottrinamento, il coccolare i docenti convinti che la loro missione non sia insegnare ma portare il verbo del loro partito al mondo è una delle cose che ha sputtanato alla grande la scuola. Triste che non se ne rendano conto.

PS

Il sottoscritto ritiene che sia giusto che un docente abbia le proprie idee e che possa fare attivamente politica ma non a scuola con i suoi studenti: quello è un comportamento poco professionale e decisamente improprio. Poi se uno vuole fare l’attivista 24/24 molla la scuola e fa solo quello, non sfrutta la scuola come “palcoscenico” privilegiato per fare propaganda.

Qualità e quantità

Questo articolo: “Altro che bamboccioni: gli studenti italiani sono tra i migliori in Europa – Linkiesta.it” l’ho trovato interessante perché mostra due “bias” diffusi quando si parla di analizzare i dati; il primo è il considerare un solo dato su un fenomeno avulso dagli altri dati  relativi a tale fenomeno. Il secondo invece è pensare che la quantità possa sostituire la qualità.

Per demolire le ingiuste prese di posizione degli adulti, nulla è meglio di qualche dato volto a screditare le maldicenze. Il 12 dicembre si è tenuta presso il Ministero dell’Istruzione la presentazione dell’ottava indagine Eurostudent per il periodo 2016-2018. Per una volta gli anziani dovranno ricredersi. Dai dati analizzati nel triennio viene fuori un immagine molto positiva degli studenti italiani: a livello percentuale siamo gli studenti con il più alto tasso di ore di studio in Europa. Gli universitari italiani impiegano nello studio quasi 44 ore settimanali, il 30% in più della media calcolata in Europa. Per quanto riguarda il tempo di studio, è stata rilevata una crescita regolare dell’impegno degli studenti, con il monte ore settimanale che è cresciuto di circa il 38% negli ultimi venti anni. Questo tipo di comportamento appare rinforzato dall’idea che non ci siano molte prospettive per il futuro: questa percezione ha portato sempre più giovani ad un’assunzione di responsabilità individuale così come ad una scelta di aumentare l’investimento di energie nello studio. Ciò vale soprattutto per gli studenti fuorisede: tra di loro l’impegno nello studio è cresciuto più degli altri.

Il misurare il numero di ore impiegate nello studio è come il contare il possesso di palla in una partita di calcio.  Esiste una correlazione fra il possesso di palla ed il numero di gol segnati: più tieni la palla più è probabile che segni, ma è anche vero che puoi avere squadre che tengono tanto la palla e sbagliano tanto e “cecchini” che magari tirano poco ma riescono a capitalizzare bene i pochi tiri che riescono a fare[^1]. I tre punti li prende chi segna più non chi tiene più a lungo il pallone. Per valutare devi considerare anche il risultato finale della partita; non è detto che la squadra che fa più possesso di palla sia quella che vince il campionato o che passa il turno.

Idem per le ore di studio: il numero di ore di studio è un indicatore ma preso da solo significa poco o niente; uno può passare giorni e giorni a studiare a memoria le prime 10.000 cifre di pi-greco, studia tanto ma sta solo sprecando tempo inutilmente. Come una squadra che perde tempo in tanti passaggetti orizzontali senza provare a tirare o ad attaccare. Utile se stai vincendo due a zero e vuoi addormentare il gioco, suicida se devi vincere e sei sotto.

C’è anche da fare un discorso di qualità. Cioè il numero di ore di studio non è un indice di qualità. Impara più matematica chi studia per 8 ore come funzionano i limiti che chi si mette a studiare per 8 ore le cifre di pi greco.  La quantità di ore di studio è la stessa, la qualità dello studio profondamente diversa. La quantità non può sostituire la qualità.

 

oh bella ciao, sarai romana e per bandiera tu avrai quella italiana…

Stavo leggendo la notizia sulle le polemiche per aver cantato bella ciao alla recita delle elementari (Fonte Repubblica)

Che dire? spiace ma oramai “bella ciao” dalla cantata idiota di Santoro contro il demonio di Arcore non è più un canto super partes che ricorda la resistenza e i partigiani che liberarono l’italia dal nazifascismo ma è diventato un canto “politico” ed un inno di una precisa parte politica e il cantarlo, spiace dirlo, ha un preciso significato politico.

Io penso che la politica debba stare fuori dalla scuola, soprattutto dalla scuola dell’infanzia ed elementare; non è il caso che i docenti portino a scuola le loro pippe mentali. I bambini devono crescere e poi si faranno loro le loro idee politiche senza bisogno di indottrinamento1.

Napoli, bimba canta ‘Bella ciao’ alla recita delle elementari, papà leghista si ribellaNapoli, bimba canta ‘Bella ciao’ alla recita delle elementari, papà leghista si ribella
Il genitore su Facebook: “Canzone di vigliacchi, fuori la politica dalla scuola”. Rabbia e indignazione in rete: “I partigiani liberarono l’Italia”

La sua intenzione era “solo di proteggere i bambini” da quello che egli stesso ha definito “un indottrinamento politico”. Prova a spiegare la propria posizione Paolo Santanelli, il papà di una piccola alunna della scuola elementare De Amicis di Napoli che, da lui ‘sorpresa’ a canticchiare Bella Ciao, ha criticato sui social la scelta di introdurre la canzone partigiana all’interno di una recita scolastica di Natale con conseguenti polemiche.

Santanelli, come riportato da alcuni organi di stampa, ha chiesto alla bambina come mai conoscesse quella canzone, e la piccola ha risposto che faceva parte dei testi della recita di Natale che, quest’anno, avrebbe avuto come tema la storia della Costituzione.

Recita di natale che ha come tema la storia della costituzione? Alle elementari? No, non ci sono intenzioni politiche dietro. Chi pensa questo sbaglia allo stesso modo di chi pensa che si guardino i film porno per le cose zozze. In realtà è per apprezzare la profondità della fig trama e inoltre per, diciamo, l’intreccio fra i personaggi nel dipanarsi della storia.

La scuola imho l’ha fatta fuori, e di tanto, dal vasino.

Una spiegazione che non è andata giù al genitore: “Non vorrei che questa decisione altro non fosse che una scelta ad hoc fatta per non turbare la sensibilità delle famiglie di religione musulmana che hanno i loro figli in quella stessa scuola – ha scritto in un primo post di ‘denuncia’ -.

E come al solito i musulmani (e i bambini) vengono tirati dentro come pretesto per verniciare di alti ideali le basse pippe mentali degli adulti. Solo un appunto; se arruoli il saracino, anche se a sua insaputa, sotto le tue bandiere non stupirti se dall’altra parte trovi tanti devoti di Santiago Matamoros e del Cid Campeador.

I post del dirigente della Lega hanno fatto esplodere rabbia e indignazione in rete. “I bambini e la libera determinazione della loro coscienza sono le ultime roccoforti che gli uomini di “buona volontà” hanno l’obbligo di difendere a spada tratta” scrive un utente su Facebook.

arruolandoli a loro insaputa? meglio lasciare che i bambini facciano i bambini e che gli scazzi politici dei grandi se li risolvano da soli i grandi.

“L’imbecillità e l’ignoranza porta a far credere che Bella Ciao sia una canzone politica….

Solo un titolo di giornale, uno dei tanti… Salvini, sulla navetta in Aeroporto cantano «Bella ciao» – La Gazzetta del Mezzogiorno.

La ‘strumentalizzazione’ del suo sfogo, come lo stesso Santanelli e alcuni suoi contatti sul social network l’hanno definita, ha poi spinto lo stesso Santanelli a un ulteriore post, sempre su Facebook. “Io desidero che a Natale mia figlia canti la natività di Gesù bambino in tutto quel magico mondo che appartiene alla sua età e non intoni una canzone di guerra che richiama morte, odio e violenza – ha scritto -. I dirigenti e gli insegnanti, se proprio vogliono fare politica, si occupassero di migliorare mense, bagni e strutture, assumendosi la responsabilità di denunciarne le precarietà, soprattutto in un momento in cui circa l’80% degli edifici scolastici a Napoli risulta non essere a norma”.

spiace dirlo ma ha ragione, per quanto possa essere leghista e possa avere le sue idee sui partigiani. Fra noi penso che i veri partigiani, quelli che combatterono realmente il fascismo, se tornassero a vivere difficilmente apprezzerebbero simili pagliacciate come quella fatta dalla scuola.

Comunque se si volesse cantare una canzone che invita alla fratellanza fra i popoli ed è apprezzata anche a destra si potrebbe cantare “facetta nera”; parla in maniera positiva di ius soli: “faccetta nera, sarai romana e per bandiera tu c’avrai quella italiana”2; perché non farlo?


  1. senza considerare che, come capitato al sottoscritto, i tentativi di indottrinamento poi possono ottenere l’effetto opposto. Penso che molti miei compagni di scuola andarono a destra perché videro dall’altra parte pessimi esempi. 
  2.   guardacaso canzone non gradita al regime fascista proprio perché parlava di integrazione “faccetta nera sarai Romana…” e di rapporti paritetici con gli abitanti delle colonie.
    Ma queste persone sanno che Benito Mussolini odiava Faccetta nera? Aveva addirittura tentato di farla bandire. Per lui era troppo meticcia: inneggiava all’unione tra “razze” e questo non era concepibile nella sua Italia imperiale, che presto avrebbe varato le leggi razziali che toglievano diritti e vita a ebrei e africani. Oggi però, ed è qui il paradosso, il regime fascista è ricordato proprio attraverso questa canzone che detestava. fonte: https://www.internazionale.it/opinione/igiaba-scego/2015/08/06/faccetta-nera-razzismo Quindi perché non cantarla tutti assieme? 

Padova, si laurea con 109 e fa causa all’Università: «Meritavo 110» 

Devo dire che la notizia è strana; nella mia facoltà l’algoritmo per il calcolo del voto di laurea, arrotondamenti compresi, era “ufficiosamente” noto a tutti. Quello che mi chiedo è se in questa vicenda l’arrotondamento “per difetto” era prassi, ed in tal caso la studentessa ha torto, oppure è stata una eccezione per scazzi interni alla commissione.

Positivo comunque che il tar abbia ammesso che il voto deve essere deciso dalla commissione e non dai calcoli dello studente.

Per quanto poi riguarda il 109, sarà che nelle lauree STEM un voto superiore al 100 è considerato “alto”, sarà che man mano che si va avanti nel mondo del lavoro il voto di laurea conta sempre di meno rispetto alle esperienze che si possono mettere nel CV, ma non lo vedo così catastrofico. Suona un poco di beffa ma pazienza; come dice mina l’importante è finire…

Sorgente: Corriere del Veneto

Padova, si laurea con 109 e fa causa all’Università: «Meritavo 110»

PADOVA Si è laureata con il punteggio di 109 su 110. Un voto altissimo, il sogno della maggioranza degli universitari. Ma non per una studentessa di Lingue che si è sentita beffata perché convinta di meritare anche quell’ultimo punticino in più che le avrebbe consentito di conquistare l’agognato titolo con il massimo dei voti: 110. E per questo, ha trascinato l’Università di Padova fino in tribunale.  (…)

Con una media d’esame di 28,5, s’è ritrovata di fronte alla commissione con un punteggio di partenza di 104,58. Ed è proprio su quel mezzo punto, che si è scatenata la querelle portata fino in tribunale. Perché dopo aver discusso (in portoghese) la sua tesi, prima che i commissari potessero iniziare la discussione di merito che avrebbe portato poi a decidere il punteggio finale, la presidente della commissione «ha dichiarato pubblicamente che il voto andava arrotondato al ribasso», si legge nella sentenza del Tar. Per la studentessa, quindi, il punteggio di partenza doveva essere di 104 e non 105. La questione aveva subito innescato una polemica tra professori. «Si misero perfino a litigare – ricorda la ragazza – ma la presidente rifiutò di tornare sui suoi passi. Per un attimo ho avuto la sensazione che quel mezzo punto fosse solo il pretesto per un regolamento di conti interno alla commissione». Nel fascicolo al vaglio del tribunale amministrativo, in effetti è stata allegata la lettera di una professoressa (la relatrice della tesi) nella quale spiega le ragioni per le quali dissente dal criterio di arrotondamento deciso dalla presidente. (…)

Ricorso respinto
Il problema è nelle conseguenze che quel mezzo punto in meno avrebbe provocato, dal momento che la commissione ha stabilito all’unanimità di assegnare alla tesi cinque punti, che sommati ai 104 di partenza ha portato Chiara a laurearsi con 109. (…)
«Un punteggio di 109 suona come una beffa – dice – e quindi può sollevare degli interrogativi: chi seleziona il personale potrebbe chiedersi cosa abbia spinto la commissione a punirmi in quel modo». Purtroppo però dovrà continuare a fare i conti proprio con quel risultato. Il Tar ha infatti respinto il suo ricorso: se ciò che conta è l’esito finale – è la tesi dei giudici – allora non importa granché l’arrotondamento del punteggio di partenza. Perché, per quanto se ne sa, la commissione potrebbe aver rivisto all’insù quei cinque punti attribuiti alla tesi, trasformando un 108,5 in un 109. «Il giudizio della commissione di laurea è espressione di discrezionalità tecnica – si legge nella sentenza – e la commissione è l’unica autorità abilitata a esprimere il voto a seguito della discussione orale della tesi, senza poter essere in ciò condizionata dalla media dei voti riportata dal candidato nei singoli esami».