oh bella ciao, sarai romana e per bandiera tu avrai quella italiana…

Stavo leggendo la notizia sulle le polemiche per aver cantato bella ciao alla recita delle elementari (Fonte Repubblica)

Che dire? spiace ma oramai “bella ciao” dalla cantata idiota di Santoro contro il demonio di Arcore non è più un canto super partes che ricorda la resistenza e i partigiani che liberarono l’italia dal nazifascismo ma è diventato un canto “politico” ed un inno di una precisa parte politica e il cantarlo, spiace dirlo, ha un preciso significato politico.

Io penso che la politica debba stare fuori dalla scuola, soprattutto dalla scuola dell’infanzia ed elementare; non è il caso che i docenti portino a scuola le loro pippe mentali. I bambini devono crescere e poi si faranno loro le loro idee politiche senza bisogno di indottrinamento1.

Napoli, bimba canta ‘Bella ciao’ alla recita delle elementari, papà leghista si ribellaNapoli, bimba canta ‘Bella ciao’ alla recita delle elementari, papà leghista si ribella
Il genitore su Facebook: “Canzone di vigliacchi, fuori la politica dalla scuola”. Rabbia e indignazione in rete: “I partigiani liberarono l’Italia”

La sua intenzione era “solo di proteggere i bambini” da quello che egli stesso ha definito “un indottrinamento politico”. Prova a spiegare la propria posizione Paolo Santanelli, il papà di una piccola alunna della scuola elementare De Amicis di Napoli che, da lui ‘sorpresa’ a canticchiare Bella Ciao, ha criticato sui social la scelta di introdurre la canzone partigiana all’interno di una recita scolastica di Natale con conseguenti polemiche.

Santanelli, come riportato da alcuni organi di stampa, ha chiesto alla bambina come mai conoscesse quella canzone, e la piccola ha risposto che faceva parte dei testi della recita di Natale che, quest’anno, avrebbe avuto come tema la storia della Costituzione.

Recita di natale che ha come tema la storia della costituzione? Alle elementari? No, non ci sono intenzioni politiche dietro. Chi pensa questo sbaglia allo stesso modo di chi pensa che si guardino i film porno per le cose zozze. In realtà è per apprezzare la profondità della fig trama e inoltre per, diciamo, l’intreccio fra i personaggi nel dipanarsi della storia.

La scuola imho l’ha fatta fuori, e di tanto, dal vasino.

Una spiegazione che non è andata giù al genitore: “Non vorrei che questa decisione altro non fosse che una scelta ad hoc fatta per non turbare la sensibilità delle famiglie di religione musulmana che hanno i loro figli in quella stessa scuola – ha scritto in un primo post di ‘denuncia’ -.

E come al solito i musulmani (e i bambini) vengono tirati dentro come pretesto per verniciare di alti ideali le basse pippe mentali degli adulti. Solo un appunto; se arruoli il saracino, anche se a sua insaputa, sotto le tue bandiere non stupirti se dall’altra parte trovi tanti devoti di Santiago Matamoros e del Cid Campeador.

I post del dirigente della Lega hanno fatto esplodere rabbia e indignazione in rete. “I bambini e la libera determinazione della loro coscienza sono le ultime roccoforti che gli uomini di “buona volontà” hanno l’obbligo di difendere a spada tratta” scrive un utente su Facebook.

arruolandoli a loro insaputa? meglio lasciare che i bambini facciano i bambini e che gli scazzi politici dei grandi se li risolvano da soli i grandi.

“L’imbecillità e l’ignoranza porta a far credere che Bella Ciao sia una canzone politica….

Solo un titolo di giornale, uno dei tanti… Salvini, sulla navetta in Aeroporto cantano «Bella ciao» – La Gazzetta del Mezzogiorno.

La ‘strumentalizzazione’ del suo sfogo, come lo stesso Santanelli e alcuni suoi contatti sul social network l’hanno definita, ha poi spinto lo stesso Santanelli a un ulteriore post, sempre su Facebook. “Io desidero che a Natale mia figlia canti la natività di Gesù bambino in tutto quel magico mondo che appartiene alla sua età e non intoni una canzone di guerra che richiama morte, odio e violenza – ha scritto -. I dirigenti e gli insegnanti, se proprio vogliono fare politica, si occupassero di migliorare mense, bagni e strutture, assumendosi la responsabilità di denunciarne le precarietà, soprattutto in un momento in cui circa l’80% degli edifici scolastici a Napoli risulta non essere a norma”.

spiace dirlo ma ha ragione, per quanto possa essere leghista e possa avere le sue idee sui partigiani. Fra noi penso che i veri partigiani, quelli che combatterono realmente il fascismo, se tornassero a vivere difficilmente apprezzerebbero simili pagliacciate come quella fatta dalla scuola.

Comunque se si volesse cantare una canzone che invita alla fratellanza fra i popoli ed è apprezzata anche a destra si potrebbe cantare “facetta nera”; parla in maniera positiva di ius soli: “faccetta nera, sarai romana e per bandiera tu c’avrai quella italiana”2; perché non farlo?


  1. senza considerare che, come capitato al sottoscritto, i tentativi di indottrinamento poi possono ottenere l’effetto opposto. Penso che molti miei compagni di scuola andarono a destra perché videro dall’altra parte pessimi esempi. 
  2.   guardacaso canzone non gradita al regime fascista proprio perché parlava di integrazione “faccetta nera sarai Romana…” e di rapporti paritetici con gli abitanti delle colonie.
    Ma queste persone sanno che Benito Mussolini odiava Faccetta nera? Aveva addirittura tentato di farla bandire. Per lui era troppo meticcia: inneggiava all’unione tra “razze” e questo non era concepibile nella sua Italia imperiale, che presto avrebbe varato le leggi razziali che toglievano diritti e vita a ebrei e africani. Oggi però, ed è qui il paradosso, il regime fascista è ricordato proprio attraverso questa canzone che detestava. fonte: https://www.internazionale.it/opinione/igiaba-scego/2015/08/06/faccetta-nera-razzismo Quindi perché non cantarla tutti assieme? 
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Padova, si laurea con 109 e fa causa all’Università: «Meritavo 110» 

Devo dire che la notizia è strana; nella mia facoltà l’algoritmo per il calcolo del voto di laurea, arrotondamenti compresi, era “ufficiosamente” noto a tutti. Quello che mi chiedo è se in questa vicenda l’arrotondamento “per difetto” era prassi, ed in tal caso la studentessa ha torto, oppure è stata una eccezione per scazzi interni alla commissione.

Positivo comunque che il tar abbia ammesso che il voto deve essere deciso dalla commissione e non dai calcoli dello studente.

Per quanto poi riguarda il 109, sarà che nelle lauree STEM un voto superiore al 100 è considerato “alto”, sarà che man mano che si va avanti nel mondo del lavoro il voto di laurea conta sempre di meno rispetto alle esperienze che si possono mettere nel CV, ma non lo vedo così catastrofico. Suona un poco di beffa ma pazienza; come dice mina l’importante è finire…

Sorgente: Corriere del Veneto

Padova, si laurea con 109 e fa causa all’Università: «Meritavo 110»

PADOVA Si è laureata con il punteggio di 109 su 110. Un voto altissimo, il sogno della maggioranza degli universitari. Ma non per una studentessa di Lingue che si è sentita beffata perché convinta di meritare anche quell’ultimo punticino in più che le avrebbe consentito di conquistare l’agognato titolo con il massimo dei voti: 110. E per questo, ha trascinato l’Università di Padova fino in tribunale.  (…)

Con una media d’esame di 28,5, s’è ritrovata di fronte alla commissione con un punteggio di partenza di 104,58. Ed è proprio su quel mezzo punto, che si è scatenata la querelle portata fino in tribunale. Perché dopo aver discusso (in portoghese) la sua tesi, prima che i commissari potessero iniziare la discussione di merito che avrebbe portato poi a decidere il punteggio finale, la presidente della commissione «ha dichiarato pubblicamente che il voto andava arrotondato al ribasso», si legge nella sentenza del Tar. Per la studentessa, quindi, il punteggio di partenza doveva essere di 104 e non 105. La questione aveva subito innescato una polemica tra professori. «Si misero perfino a litigare – ricorda la ragazza – ma la presidente rifiutò di tornare sui suoi passi. Per un attimo ho avuto la sensazione che quel mezzo punto fosse solo il pretesto per un regolamento di conti interno alla commissione». Nel fascicolo al vaglio del tribunale amministrativo, in effetti è stata allegata la lettera di una professoressa (la relatrice della tesi) nella quale spiega le ragioni per le quali dissente dal criterio di arrotondamento deciso dalla presidente. (…)

Ricorso respinto
Il problema è nelle conseguenze che quel mezzo punto in meno avrebbe provocato, dal momento che la commissione ha stabilito all’unanimità di assegnare alla tesi cinque punti, che sommati ai 104 di partenza ha portato Chiara a laurearsi con 109. (…)
«Un punteggio di 109 suona come una beffa – dice – e quindi può sollevare degli interrogativi: chi seleziona il personale potrebbe chiedersi cosa abbia spinto la commissione a punirmi in quel modo». Purtroppo però dovrà continuare a fare i conti proprio con quel risultato. Il Tar ha infatti respinto il suo ricorso: se ciò che conta è l’esito finale – è la tesi dei giudici – allora non importa granché l’arrotondamento del punteggio di partenza. Perché, per quanto se ne sa, la commissione potrebbe aver rivisto all’insù quei cinque punti attribuiti alla tesi, trasformando un 108,5 in un 109. «Il giudizio della commissione di laurea è espressione di discrezionalità tecnica – si legge nella sentenza – e la commissione è l’unica autorità abilitata a esprimere il voto a seguito della discussione orale della tesi, senza poter essere in ciò condizionata dalla media dei voti riportata dal candidato nei singoli esami».

 

Così la scuola sta uccidendo le fiabe

Un articolo molto interessante e che fa riflettere alquanto; quanto può essere giusto e utile edulcorare all’eccesso la realtà e voler tenere a tutti i costi i bambini in una gabbia di vetro?

La paura, il male fanno parte della realtà e spesso la paura è funzionale anche a tenerti “vivo” e farti evitare di correre rischi inutili. Come tutte le cose umane può degenerare, come ad esempio nella xenofobia, ma evitare degenerazioni lottando contro la paura è semplicemente idiota.

Esiste il male ed esistono i cattivi, e la fiaba inizia a spiegare, nel linguaggio fantastico, questo ai bambini. L’alternativa qual’è? Tirar su una generazione di “candidi” di voltaire o Valentine Michael Smith di heinlein non so quanto possa essere utile, soprattutto per loro, qui sul terzo pianeta del sistema solare.

Sorgente: Così la scuola sta uccidendo le fiabe (grassetti miei)

Così la scuola sta uccidendo le fiabe
Via diavoli e orchi per non spaventare i bambini. E via anche i riferimenti religiosi. Una burattinaia narratrice racconta le incredibili richieste di genitori e insegnanti

di STEFANO BENFENATI 28 novembre 2018,07:47

Trasformare un ‘diavolo’ in un ‘mago’ o chiedere che Cappuccetto Rosso non vada più sola nel bosco per non impaurire i bambini, anche a costo di stravolgere il senso della storia. Una sorta di ‘censura’ alle fiabe, rappresentate in classe, sebbene i testi originali siano ormai entrati nella cultura popolare come la “Regina delle Nevi”, dello scrittore danese Hans Christian Andersen.
O come “La finta nonna” di Italo Calvino. A raccontare il caso è Margherita Cennamo, burattinaia-educatrice che da oltre 15 anni porta nelle scuole di Bologna e del territorio emiliano-romagnolo spettacoli per i bambini.

Scuole terrorizzate dai genitori
“Ormai le scuole sono terrorizzate dai genitori. Sono loro che dettano l’agenda”, ha lamentato l’artista parlando con l’AGI. “Togliere la paura nelle fiabe, eliminare l’Orco, la Strega – questo il pensiero della burattinaia – equivale a togliere il ‘sale’ alla mia attività. Questo non è utile al bambino perché le fiabe attraverso il contrasto tra l’eroe buono e l’antagonista cattivo, aiutano i più piccoli a gestire la paura”. Prima di conseguire la laurea in Scienze dell’educazione, Margherita Cennamo si è formata a 21 anni in una nota scuola per burattinai a Cervia. Ora lavora per l’associazione culturale “Burattinificio Mangiafoco” con sede a Bologna. “Non è la prima volta che mi capita che una scuola chieda di modificare una fiaba”, racconta.
L’ultimo episodio in una scuola d’infanzia della provincia di Bologna. La richiesta era di una storia sul Natale. Così la burattinaia ha proposto la fiaba della Regina della Neve, liberamente ispirata al testo di Andersen. “Non c’entra con Frozen vero?” si è preoccupata la maestra, poi rassicurata. Ma dopo aver visionato su Youtube lo spettacolo è arrivata, da parte della scuola, la richiesta di alcune modifiche: il diavolo doveva diventare un mago e la scheggia ‘malvagia’ che, nella fiaba di Andersen, si infila dentro l’occhio del bimbo Kay rendendolo una sorta di automa avrebbe dovuto colpire un dito.

E invece si cerca di edulcorare la realtà all’inverosimile; solo che se si fa così poi non ci si stupisca se i bambini non crescono e rimangono sempre ingenui ed idealisti come i bambini.

Serve conoscere e saper gestire la paura, serve saper conoscere e gestire lo stress, serve conoscere e saper gestire la sconfitta. E se non lo impari da piccolo, quando da grande affronti una gara vera, una gara dove si perde e non dove “vincono tutti”, e perdi che fai? Ti ammazzi? Ma in tal caso la colpa non è del professore che ti ha bocciato perché non conoscevi le tabelline senza considerare le tue capacità di assonanza karmica con lo spirito universale, la colpa è di chi ti ha impedito di crescere.

Censura religiosa
“Io – racconta Cennamo – ho risposto che non ero d’accordo. Poi è arrivata un’email in cui la scuola rinunciava allo spettacolo. Mi è dispiaciuto per la modalità arrogante e per questo ho poi raccontato tutto su Facebook. Non ho ancora capito se il timore della scuola sia nato dalle maestre o dai genitori”.
Secondo l’educatrice-burattinaia “ogni bambino vive in un mondo che non è esente dal male. Le fiabe rappresentano un ‘cuscinetto’ tra il bimbo e la realtà”. Un altro esempio di ‘censura’? “Stavo analizzando in classe la fiaba ‘La finta nonna” di Calvino. Ad un certo punto – ha raccontato Cennamo – la bimba si trova di fronte al fiume Giordano che spalanca le acque per farla passare. Mi è venuto naturale fare un richiamo a Mosè ma una maestra mi ha detto: ‘Non farlo perché una bimba ha genitori atei'”.

Anche questo mi ha dato da pensare; si vuole tenere il bimbo in una sfera di cristallo evitando che venga a contatto con cose che i genitori non condividono. Questo è grave; perché ti abitua a pensare che sia un tuo diritto non dover sentire cose che non ti vanno a genio e che tale diritto implichi che siano gli altri a non doverle dire e non tu ad essere obbligato ad ascoltarle. E’ un poco la questione del presepe: io posso essere ateo e giudicare “favolette” le storie della natività, ho il diritto di non far partecipare mio figlio alla recita natalizia. Non ho il diritto di pretendere che, siccome io sono ateo e non voglio che mio figlio partecipi ad attività religiose, a scuola non facciano il presepe e non mettano in scena la natività.

Altro esempio la festa della mamma; da molte parti si protesta perché “è discriminante verso i bambini che non hanno una mamma” quando in realtà riguarda i bambini che hanno due papà perché devo dire che tutta questa sensibilità non l’avevo vista quando il problema di non avere una mamma era un problema di chi era diventato orfano.

Quello che non mi piace è che si mettano in mezzo i bambini e che vengano usati come pretesto per le paturnie degli adulti. E’ una cosa che fa male, soprattutto ai bambini.

sul valore legale del titolo di studio

Per la serie “a volte ritornano”; adesso molti si stanno lamentando dell’intenzione, da parte del governo, di abolire il valore legale del titolo di studio. Devo dire che molte delle argomentazioni “contro l’abolizione” le trovo patetiche: “università di serie A e di serie B”, “concorsi pilotati alle università (ROTFL!)”, “la gente cercherà di andare nelle università migliori e snobberà le peggiori (ma va’?).

Secondo me i sostenitori del valore legale senza se e senza ma o sono astronatuti appena atterrati da marte oppure c’è un bel po’ di malafede, anche perché snobbano alla grande l’unico motivo per il quale il valore legale del titolo di studio avrebbe senso: ovvero che le conoscenze, le capacità e le competenze certificate dal titolo di studio siano più o meno le stesse in tutta italia da Ragusa a Como.

Ma questo significherebbe dover trovare dei sistemi “il più possibile oggettivi” per certificarle e dimostrale (Invalsi? vade retro satana…). Oramai ci sono un bel po’ di dati che dimostrano come il risultato dell’invalsi, per provincia, sia correlato con il risultato del test di ammissione e sia in anticorrelazione con il voto medio della maturità. E questo cosa vuol dire? in pratica che il “punteggio” del titolo di studio da solo è completamente inaffidabile per valutare la preparazione di un candidato e che occorre una correzione, che i cacciatori di teste ed il privato già fanno1, che tenga conto del “valore” della scuola cui tale titolo è stato conseguito.

Come spesso capita con la scuola esiste una realtà fatta già di scuole di serie A e di serie B, di scuole serie e di diplomifici, di aziende che discriminano fra queste due tipologie di scuole, certo ci si può continuare a raccontare che le scuole siano tutte uguali e che tutte parimenti sfornino i più migliorissimi studenti del mondo, ma allora non ci si offenda se si viene considerati evaporati fuori dal mondo e se si pensi che la scuola sia un mondo a parte che ambisce ad essere completamente avulso dalla realtà.

 


  1. la ricerca di personale non è una gara olimpica e non si devono riconoscere a tutti le pari opportunità; se son consapevole che la scuola A è valida e la scuola B è un diplomificio prima faccio i colloqui con gli studenti della scuola A; se trovo, la ricerca di lavoro è conclusa. Se non trovo allora chiamerò quelli della scuola B. Piaccia o no la realtà è questa, ci son scuole la cui frequenza fa indirizzare immediatamente i CV nel cestino della carta straccia. 

La voglia di leggi a geometria variabile

Questo articolo di next quotidiano fornisce spunti interessanti di riflessione, soprattutto riguardo alle “leggi a geometria variabile” ovvero di come molti ritengono giusto aggirare una legge in nome di non ben specificati “buoni motivi”.

Sorgente: Così i giudici del TAR promuovono all’esame di terza media | nextQuotidiano

Così i giudici del TAR promuovono all’esame di terza media
@neXt quotidiano | 17 settembre 2018

esame terza media
Una storia molto curiosa che riguarda un ragazzo e il suo esame di terza media raccontata oggi da Repubblica in un articolo a firma di Enrico Ferro:

Dunque c’è questo ragazzo che viene ammesso agli esami di terza media con un 6 complessivo e tiratissimo. Durante le prove di italiano, matematica (ironia della sorte), lingue straniere e soprattutto durante il colloquio, convince poco. Gli insegnanti non lo stroncano. Ma nessuno se la sente di dire sì, ce l’hai fatta, in bocca al lupo per le scuole superiori. Dunque il voto finale è 5,5: bocciato.

(…)

Prima mossa: chiedere l’annullamento della bocciatura. La risposta del Tar non si fa attendere, visto anche il carattere d’urgenza. A inizio agosto i giudici sospendono il verdetto della commissione d’esame. È l’articolo 8, comma 7, del decreto legislativo 62 del 2017, a normare la materia nel primo ciclo di studi e negli esami di Stato. Stabilisce che la media va «arrotondata all’unità superiore per frazioni pari o superiori a 0,5».

A quel punto però è la stessa scuola che, compreso l’errore, riunisce nuovamente la commissione e senza aspettare il giudizio di merito del Tar (fissato per il 5 settembre, proprio a ridosso del nuovo anno scolastico) e corregge il verbale e assegna allo studente il sospirato 6.

Visto come è raccontata, pare evidente che la storia non rappresenti un modello tanto edificante: la volontà della commissione era evidentemente quella di bocciare il ragazzo, ma l’errore compiuto nella valutazione li ha costretti, con l’intervento dei giudici, a “correggere” facendogli ottenere il diploma di terza media anche se gli insegnanti, chiaramente, non lo ritenevano pronto. Con questo risultato hanno perso tutti.

Partiamo dalla fine: l’errore, marchiano, l’ha fatto la commissione d’esame che, se intendeva bocciare il ragazzo avrebbe dovuto dargli un 5. La cosa grave è che i commissari e, cosa più grave, il presidente, non fossero a conoscenza o non abbiano tenuto conto della normativa sullo svolgimento degli esami di III media.

Che una persona non conosca la normativa riguardante il proprio lavoro o ne abbia una “semplice” infarinatura posso ammetterlo per figure di basso profilo, bidelli, addetti alle pulizie etc. Già ammetterlo per un docente diventa abbastanza arduo. Non parliamo poi del presidente della commissione che ha precise responsabilità sullo svolgimento della regolarità degli esami.

Capisco che la normativa scolastica italiana è di una chiarezza talmente lampante che al confronto la decifrazione dei geroglifici è stata una passeggiata però almeno le cose più importanti come il calcolo delle medie ed il loro arrotondamento1, dovrebbero essere padroneggiate almeno dal presidente della commissione (e/o dal docente che dovrebbe correggere il compito di matematica).

Come puoi pretendere di sostenere che il tuo lavoro sia un lavoro comparabile con il lavoro di un funzionario pubblico o di un quadro e poi cadi come una pera cotta sulle basi? Piaccia o no se vuoi svolgere lavori di un certo livello la normativa che riguarda il tuo lavoro, almeno a grandi linee, la devi conoscere.

Giusto stigmatizzare i genitori che cercano le gabole per far promuovere Pierino anche se “palesemente non in grado di affrontare le superiori”. ma parimenti son da criticare i membri della commissione, e nel caso anche i docenti che hanno votato per l’ammissione di Pierino all’esame; imho il classico “promoveatur ut amoveatur”2.

Sbagliato, e niente affatto edificante, invece prendersela con il tar che ha riscontrato l’errore; può non piacere ma la stupidaggine l’ha fatta la commissione che, nonostante volesse bocciare ha di fatto promosso, non il tar. Anche perché in un atto pubblico, ed un verbale d’esame lo è, ciò che conta è ciò che viene scritto non ciò che intendeva scrivere chi ha redatto l’atto. In caso contrario mandi a ramengo completamente il diritto. Meglio il “dura lex sed lex” che le leggi a “geometria variabile”.

 


  1. argomenti esoterici che vengono svelati solo agli adepti del 33° livello durante una cerimonia di iniziazione alla matematica superiore in una notte di novilunio innanzi ad un altare ove vengono svolti sacrifici a Nyarlathotep. 
  2. promuoviamocelo per levarcelo dai cXXXni; tanto lo fermano alle superiori|esame di maturità|università|dottorato di ricerca|esame di stato. 

Valentina, aspirante docente: “Credo nella scuola dei concorsi, non dei ricorsi” – Cronaca – L’Unione Sarda.it

Una buona intervista; ha ragione quando dice che chi è entrato, con ricorsi capziosi nelle GAE, ha perso un sacco di treni in attesa dell’ennesima regolarizzazione “salva tutti” come era triste prassi scolastica.
E la costituzione va applicata tutta, non ci si può fermare ai primi dodici articoli, esiste anche l’articolo 97.

Piccola parentesi per spiegare cosa sono i ricorsisti: fino al 2001 il diploma di scuola magistrale era un diploma valido per accedere (ovvero tentare) il concorso per l’insegnamento. Dal 2002 in poi per poter sostenere il concorso era richiesta la laurea. Alcuni diplomati pre 2001 avevano fatto ricorso sostenendo che il loro titolo desse la possibilità di essere iscritti alle graduatorie ad esaurimento, le graduatorie per il ruolo, senza dover sostenere alcun concorso.

Ci son stati pronunciamenti ondivaghi dei vari TAR fino a quando il consiglio di stato ha ribadito, con forza e definitivamente, che il titolo di diploma magistrale è valido per l’accesso ai concorsi e non per avere il ruolo “senza concorso“, ergo l’assunzione in ruolo fatta in forza della sentenza del tar non ha più valore, e i docenti devono tornare a fare i supplenti dietro a chi ha superato il concorso.

Per entrare in ruolo devono sostenere un concorso e vincerlo altrimenti, come è giusto che sia, nisba.

(sottolineature mie)

Sorgente: Valentina, aspirante docente: “Credo nella scuola dei concorsi, non dei ricorsi” – Cronaca – L’Unione Sarda.it

(…) Valentina ha 23 anni, è di Oristano e studia Scienze della formazione primaria all’università del Capoluogo. È al quarto anno, quasi al termine dunque del corso di laurea quinquennale che fra pochi mesi dovrebbe proiettarla nel mondo che ama, quello dell’insegnamento.

Dovrebbe, perché al di fuori dall’universo dorato che è un ateneo, con le sue centinaia di ore di insegnamento, trenta esami e 22 laboratori a obbligo di frequenza, la aspetta una vera e propria battaglia, a colpi di sentenze, di ricorsi, di rivendicazioni.

si blatera tanto di meritocrazia e poi l’unico merito è “la coda”; è inutile piangere che le lauree e i titoli superiori non son riconosciuti e non sono apprezzati se poi è lo stato il primo a non riconoscerli come meritano. Mi fa ridere che i sindacati della scuola che sono i primi a piangere che ai docenti non è riconosciuto questo e quello lottino perché ai docenti non vengano riconosciuto questo e quello. Ipocriti.

Al centro della questione i diplomati magistrali, o meglio i “ricorsisti”. Un esercito, come spesso viene definito, di 50mila persone che, spiega Valentina a UnioneSarda.it, “dopo aver conseguito un diploma magistrale entro il 2001, sono riuscite ad accedere alla prima fascia e a insegnare, senza essere andate all’università né aver fatto il concorso. La loro posizione oggi è incerta, e la nostra ancora di più”.

In che senso incerta?

“I ricorsisti, grazie appunto a un meccanismo tortuoso che ha permesso loro di restare in prima fascia con un’abilitazione, quella appunto del diploma entro il 2001, ma senza il concorso, stanno protestando per mantenere la cattedra a tutti i costi. A dicembre 2017 una sentenza del Consiglio di Stato ha decretato la loro uscita definitiva dalle graduatorie ad esaurimento, proprio per il principio secondo cui il ‘diploma magistrale, se pur conseguito entro l’anno scolastico 2001/2002, rimane titolo di studio idoneo a consentire la partecipazione ai concorsi ma di per sé non consente, e non ha mai consentito, l’accesso alle graduatorie permanenti, oggi ad esaurimento'”.

Quindi adesso lasceranno le loro cattedre?

“Probabilmente no, perché il Decreto Dignità appena varato dal governo, vista l’emergenza, ha congelato la situazione per 120 giorni per permettere il regolare svolgimento dell’anno scolastico 2018/2019. Ma per ogni posto occupato da un ricorsista, c’è un precario storico, laureato o diplomato, che ha superato il concorso nel 2012 o nel 2016 e ancora aspetta una cattedra”.

Ripeto, per evidenziarla, la frase Ma per ogni posto occupato da un ricorsista, c’è un precario storico, laureato o diplomato, che ha superato il concorso nel 2012 o nel 2016 e ancora aspetta una cattedra”. se al posto di uno capace di vincere un concorso metti uno che non ha mai sostenuto un concorso e che pensa, come si leggerà in seguito “Non ho studiato finora, dovrei mettermi a studiare adesso che ho una certa età?”, la qualità della scuola aumenta o diminuisce?

Dunque cosa proponete, un licenziamento collettivo?

“Assolutamente no, anzi, è ora che si smetta di far passare questo messaggio. Uscendo dalle Gae, le graduatorie ad esaurimento, i ricorsisti tornerebbero nelle graduatorie di istituto in seconda fascia. In sostanza, continuerebbero a lavorare, ma con le supplenze. Seguendo esattamente l’iter di tutti coloro che non hanno fatto o superato il concorso. Di occasioni ne hanno avute: potevano iscriversi all’università, hanno avuto a disposizione almeno sei cicli, o partecipare ai concorsi del 2012 o del 2016. Addirittura ora vorrebbero una sanatoria”.

Ossia?

“Una sorta di ‘condono’, che permetta la loro immissione in ruolo ufficiale, creando un intasamento che – in pratica – renderebbe necessario chiudere la mia facoltà. E non solo a Cagliari ma in tutta Italia, con tutti i suoi 40mila studenti. Sa cosa mi hanno risposto quando ho incontrato i ricorsisti? ‘Non ho studiato finora, dovrei mettermi a studiare adesso che ho una certa età?’. E tutte le colleghe più grandi di me, madri di famiglia, che ho in classe? Io credo che anche questo atteggiamento sia alla base della svalutazione del ruolo del docente”. (…)

E questi, che non vogliono mettersi a studiare, dovrebbero insegnare ad imparare ai bambini? penso che basti questa frase per far capire molto del dissesto dell’istruzione. Troppi vedono la scuola solo come un distributore di buste paga che come sistema di formazione.

Lei in che scuola crede?

“Io, e altre migliaia di studenti come me che fanno parte del coordinamento nazionale di Scienze della formazione primaria, credo in una scuola di qualità, popolata da docenti adeguatamente formati e aggiornati. Vogliamo che la sentenza del Consiglio di Stato, un organismo così importante, venga applicata ancora prima dei 120 giorni previsti dal Decreto Dignità, o cadrà in prescrizione. La meritocrazia deve vincere, è un nostro diritto. E dei nostri allievi”.

e c’ha ragione da vendere e rivendere.

 

Prof picchiato dal padre dell’alunno lo studente viene promosso L’insegnante: chiedo il trasferimento | Il Mattino

Sorgente: Prof picchiato dal padre dell’alunno lo studente viene promosso L’insegnante: chiedo il trasferimento | Il Mattino

L’alunno è stato promosso. Mentre il prof picchiato dal padre dello stesso ragazzo ha deciso di andarsene. Finisce così. Nel peggiore dei modi. Dopo l’aggressione subita il 23 dicembre dell’anno scorso nell’atrio della scuola media di Paese, Giuseppe Falsone, insegnante di matematica, si è sentito lasciato solo, abbandonato dai vertici dell’istituto comprensivo Casteller.

E nei giorni scorsi ha chiesto di essere trasferito in un’altra scuola. Impossibile per lui continuare lì. Dopo otto anni, ha preferito voltare pagina. E questo accade nel modo più traumatico possibile. «Ho chiesto il trasferimento perché la gestione della faccenda da parte della scuola è stata inopportuna. L’istituto ha preferito tutelare l’utenza piuttosto che gli insegnanti che lavorano seriamente mette in chiaro ho chiesto di andarmene perché l’ambiente in cui lavoro non mi ha dato assolutamente una mano. Il comportamento dell’istituto è stato vergognoso». Falsone ovviamente non se la prende con il 12enne.

faccio notare il tutelare l’utenza; alla fine l’istituto ha preferito sacrificare il docente per non perdere gli studenti. In realtà la perdita più grave è nascosta: chi poi vorrà andare in un istituto dove i teppisti possono fare il bello ed il cattivo tempo senza che ne abbiano conseguenze. Credo che non diventerà uno degli istituti più ambiti per futuri premi nobel.
Se riduci la scuola ad una discarica “sociale” poi non stupirti di trovarla piena di spazzatura “sociale”. E la colpa di ciò è in primo luogo della scuola stessa, poi si può parlare di eventuali comportamenti omissivi da parte di provveditorato e ministero, ma solo dopo.

L’ATTACCO
Quel che proprio non gli va giù è la sensazione di essere stato lasciato solo: «Non ce l’ho con il ragazzo, ci mancherebbe – specifica – resta il fatto che trovo sia stato altamente diseducativo il messaggio che è stato mandato con la sua promozione. Non solamente nei confronti di questo alunno, di cui in sostanza abbiamo avvallato il comportamento, a partire da quando mi ha detto che avrebbe chiamato i genitori per farmi picchiare. Ma anche nei confronti di tutti gli altri ragazzi dell’istituto, ai quali abbiamo fatto capire che possono fare quello che vogliono, tanto alla fine qualcuno ti promuove. Anche se, per fortuna, devo dire che ci sono diversi colleghi all’interno della scuola che a loro volta pensano che sia stato diseducativo promuovere il ragazzo».

Del ragazzo tanto quanto ma, per gli altri qual’è la lezione? che possono fare e disfare come vogliono che tanto vengono scusati e non ci son conseguenze. Peccato che la lezione sia fallace e che prima o poi il conto arriva. E magari quando arriva “il conto” sotto forma di legnata, reale o metaforica, di certo non si chiederà del suo impatto nello stato psicofisico di deve pagarlo.

ERRORI CONTINUI
Per Falsone è stato tutto sbagliato fin dal principio. Pochi giorni prima dell’aggressione, il prof aveva detto al 12enne di uscire durante la ricreazione, come prevede il regolamento scolastico e come avevano già fatto tutti i suoi compagni. Lui non voleva, diceva di avere freddo a causa dei jeans strappati. A quel punto l’insegnante gli ha messo una mano sulla spalla per invitarlo a uscire comunque. È stata la scintilla. Una volta a casa, il giovane ha raccontato tutto ai genitori di etnia Rom. E il 23 dicembre il padre si è presentato a scuola, accompagnato da un figlio più grande, di 16 anni, e ha preso l’insegnante a spintoni e ceffoni. A fronte di tutto ciò, dopo l’aggressione l’istituto ha aperto un procedimento disciplinare a carico del docente, archiviato nel giro di alcune settimane. Mentre non ha preso alcun provvedimento verso il ragazzo.

Preso per buono quanto riporta l’articolo, sinceramente mi sembra assurdo che la scuola si sia comportata così, abbiamo che un ragazzo che minaccia e fa picchiare un docente dai genitori, non viene neppure rimproverato e non viene preso nei suoi confronti alcun provvedimento, neppure una segnalazione ai servizi sociali per denunciare la situazione?
Questa è la classica situazione dove l’ignavia di chi dovrebbe agire per mantenere regole e disciplina causa la nascita di tanti  Paul Kersey. E una volta arrivato il  Paul Kersey della situazione a voglia di piangere perché la gente sostiene e tifa per i giustizieri.

L’IMBARAZZO
«Da insegnante, una decisione di questo tipo mi mette in una difficoltà enorme nel riuscire a valutare tutti gli altri ragazzi sottolinea Falsone perché nel momento in cui saltano determinati capisaldi sul fronte del comportamento, non ci sono più parametri con cui valutare tutti gli altri alunni. Poi, per questione di privacy, non posso dire nulla sul rendimento del ragazzo in questione, né sulla sua frequenza a scuola. Ma ho seri, seri dubbi che questa promozione sia stata educativa per lui».

La lezione: fai quello che vuoi che tanto verrai scusato, finquando non troverai un bastone che se ne sbatte dell’armoniosità del tuo sviluppo psicofisico.

I DIRIGENTI
Accuse pesantissime. Davanti alle quali la scuola di Paese preferisce trincerarsi dietro al silenzio. Non capita spesso che un prof decida di chiedere il trasferimento perché si è sentito abbandonato dai vertici dell’istituto: «Su questa cosa non sono informata – taglia corto la preside Paola Rizzo – e non ho nulla da dire». Stessa musica per quanto riguarda i dubbi sulla promozione del 12enne sollevati da Falsone sotto il profilo educativo. «Non è compito mio fare alcuna dichiarazione in merito».

Comportamento un poco strano; se il ragazzo è stato promosso è stato per una decisione del consiglio di classe, consiglio presieduto dal preside. Almeno spieghi perché si è agito così invece  che cosà invece di trincerarsi dietro un “su questa cosa non sono informata”. Anche perché se è stato avviato un procedimento contro il docente, è il preside quello che lo deve avviare. Ignavia o omertà?

Conclusione: imho questo è uno dei casi da manuale dove la scuola non forma e non educa, si limita a fare intrattenimento e baby sitting spacciandolo per inclusione attiva.

l’antanizzazione retroavanguardista leopardiana nelle tragedie di eschilo

Ho avuto una discussione con una “docente precaria” che insegna grammatica e letteratura alle medie. Quello che mi ha sconvolto è il suo ragionamento: “siccome di grammatica ci capisco poco allora preferisco fare letteratura”.

La frase offre due spunti interessanti; il primo è: come mai una che dovrebbe insegnare una materia ammette candidamente di capirci poco? non è che una parte dello scadimento della scuola sia dovuto a personale non all’altezza? Non dico di essere un membro dell’accademia della crusca ma almeno avere chiara la distinzione fra avverbio ed aggettivo ed essere in grado di farlo capire agli studenti.

il secondo è più sottile; siccome la letteratura è dominata più dalle opinioni che dalle regole rigide allora è facile contraffare per erudizione l’ignoranza e sostenere che il successo di Eschilo sia dovuto all’azione innovativa dell’antanizzazione retroavanguardista delle opere del Leopardi, poeta di cui Eschilo era un grande estimatore.

Ecco perché certe materie, come la matematica o le scienze “scienze”, sono temute; non te la puoi cavare a colpi di supercazzole. Puoi disquisire per ore ed ore della prematurazione covariante dell’insieme dei numeri reali ma poi, alla fine, l’esercizio devi riuscire a farlo, devi saper rispondere correttamente alla domanda: “la serie converge, sì o no”? Cosa che invece non avviene in altri ambiti ove è facile passare per eruditi sparando parole a casaccio1.

 


  1. Hegel era un fesso ricordiamolo; il lasciar cadere il principio di non contraddizione, per l’assoluto hegeliano tale principio non vale, significa, visto che ex falso sequitur quodlibet, che nell’ambito della teoria hegeliana dell’assoluto è possibile dimostrare qualsiasi tesi. Ovvero che si sta parlando solo di un mucchio di cose senza senso. Però, come qualche nipotino di Hegel, per via di Marx, dimostra, se le dici con aria “studiata” puoi passare per erudito e farti un sacco di seguito. 

il fallimento dell’invalsi

Stavo leggendo l’articolo del maestro riguardo a questo opuscolo ove viene spiegato l’invalsi. Devo dire che è abbastanza illuminante, l’articolo, perché mostra abbastanza chiaramente perché l’invalsi venga odiato e, parimenti come ragionino molti italiani, soprattutto quelli della corrente anticontroboicottara.

Ovvero siccome l’invalsi non è un sistema perfettissimo che valuta a tutto tondo lo studente e che riesce a correggere tutte le storture della scuola allora è un fiasco colossale e deve essere abbandonato.

L’opuscolo si limita ad esporre, in maniera alquanto onesta, cosa sia l’invalsi e come possa essere utilizzato, non millanta di essere la panacea di tutti i mali. Da notare comunque come un sistema abbastanza oggettivo per “stimare”1 le conoscenze degli studenti sia avversata dalla parte più pesantemente drogata di ideologia del corpo docente. Finché si discute di aria fritta e di grandezze non misurabili si può sostenere la balla che una scuola disastratissima licenzi supermegageni, quando si va a contare quanti riescono a leggere un grafo o calcolare una percentuale e si scoprono molti altarini…

Facendo un parallelo mi sembra quasi il caso del calcio; non è che non ho vinto lo scudetto perché sono a 22 punti in meno rispetto alla capolista ma sicuramente è stato a causa del grande gombloddo globale (e della mancata espulsione di pjanic…).

 

 


  1. misurare è una parola molto grossa 

Problemi disciplinari a scuola…

Dato che sono un duro non mi aspetto di piacervi, ma più mi odierete più imparerete!
[full metal jacket]

A quanto pare la notizia del momento è il comportamento da teppisti di alcuni studenti.

Non mi stupisce; da neolaureato ho dovuto insegnare matematica e fisica in un corso di formazione professionale, uno di quei corsi fatti per levare i ragazzi dalla strada ed insegnare loro un mestiere. Inizialmente il coordinatore era per la “comprensione”; erano ragazzi che venivano da situazioni difficili, dovevano essere compresi ed accolti. L’effetto fu che i ragazzi facevano a gara a chi la faceva più grossa, situazione pessima.

A febbraio si arrivò al punto di rottura: un ragazzo, non del mio corso, staccò un estintore a polvere dal muro e si divertì a spruzzare compagni e la docente usandolo come schiuma scherzo da carnevale. Ci fù una riunione di tutti i docenti e il coordinatore venne costretto “son’è corru1” a diventare leggermente più rigido con la disciplina.

Venne instaurato un regime di terrore giacobino: tre note sospensione, cinque sospensioni espulsione, non si sarebbe entrati nel merito delle note: un docente poteva scrivere “ammonisco Tizio perché ieri il Cagliari ha perso” e tizio avrebbe avuto la nota. L’idiota dell’estintore venne espulso e i più scalmanati si fecero tre giorni di sospensione, avvisati che altre due e poi cartellino rosso.

La disciplina migliorò sensibilmente e, dopo il tirocinio, quando i ragazzi capirono che c’era possibilità di assunzione, qualcuno tornò dal tirocinio con un pre contratto di assunzione2, si rivelarono voler imparare (e recuperare il tempo precedentemente perso).

Cosa imparai da quella vicenda:

  1. Che in certi casi vieni messo davanti alla scelta se perdere un ragazzo per salvare una classe o perdere tutta la classe. L’autore dello scherzo con l’estintore di fatto venne “perso” ma si riuscì a “salvare” gli altri. Il voler salvare tutti spesso si traduce nel non riuscire a salvare nessuno. In certi casi, purtroppo, vale la massima di Mao: colpirne uno per educarne cento.
  2. Che la cosa migliore non sono i pipponi solenni infarciti di retorica e belle parole; poche regole chiare, rispettate in primis dai docenti, si insegna con l’esempio prima che con le parole. Uno studente che vede un docente “che se ne sbatte” penserà che anche lui può “sbattersene”, e fatte rispettare. E chi è dentro è dentro e chi è fuori è fuori. Dura lex sed lex.
  3. Che basti il docente è una stronzata colossale; il primo a doversi motivare è lo studente, il docente può aiutare ma è lo studente a scegliere di voler imparare o voler cazzeggiare. Deresponsabilizzare ad oltranza lo studente è nocivo, cresci un bambinone incapace di prendersi le sue responsabilità. Spiace dirlo ma come esempio di didattica Paul Kersey è anni luce avanti rispetto a John Keating.


  1. Modo di dire campidanese, letteralmente “al suono del corno”, quando qualcuno viene costretto a fare le cose usando le maniere “decise”. 
  2. La condizione per essere assunto in azienda era il conseguimento della qualifica di operaio specializzato. Se conseguivano la qualifica l’assunzione sarebbe scattata da fine agosto. (il tirocinio venne fatto a maggio).