La colpa di busetti: dire che il re è nudo.

Stavo sentendo le polemiche sul ministro busetti e le sue dichiarazioni sull’impegno del sud.  Ho trovato la vicenda molto interessante per alcuni aspetti:

Primo: alla sparata del ministro son partite tante risposte piccate ed indignate però ho notato che non viene mai risposto con un numero od una statistica; se io volessi mostrare come le scuole al nord siano meglio di quelle al sud basterebbe prendere i test invalsi, o i risultati delle prove per l’accesso ai corsi a numero chiuso, il fatto che molti più studenti vadano a completare gli studi superiori da sud a nord che viceversa, i dati sull’assenteismo. E infatti al sud hanno risposto con il solito piagnisteo di quanto si impegnano, di quanto sono stati sfortunati…

Secondo: durante la buona scuola e il fatto che a molti, immessi in ruolo, sarebbero state assegnate cattedre al nord c’è stato un fiorire di proteste e su FB era un fiorire di gruppi ove si parlava di congedi e si metodi per evitare di dover andare a lavorare al nord come congedi, legge 104 etc. etc. Oddio tutti mezzi legittimi; l’impressione che ho avuto è che si stesse cercando di fare un analogo dell’elusione fiscale. Lecito però lascia un poco di amaro in bocca

Terzo: questo caso; supplente nominato prende congedo fino al 22 dicembre poi torna per un giorno a scuola e poi riparte in congedo dal 7 gennaio. Ciò per non far risultare “congedo” i giorni delle ferie natalizie. Anche qui parliamo di comportamenti leciti, ma la professionalità?

Quarto: per un caso che ho visto di persona, un parente ha dovuto interrompere gli studi in sardegna e completare le superiori al nord. Ivi si è accorto che a cagliari avevano fatto si e no circa un terzo del programma che avrebbero dovuto fare e che il 10 a cagliari equivaleva più o meno ad un 4 nel nord.

Quinto: non conosco la prassi del nord ma posso dire che mentre insegnavo qui al sud non era raro che colleghi, impiegati nei famigerati progetti, mi lasciassero la classe, all’epoca ero insegnante di laboratorio che avrebbe dovuto lavorare in compresenza, per lavorare per i progetti o per fare altro. Peccato che per i progetti, siccome erano pagati extrastipendio, si sarebbe dovuto lavorare fuori dal tempo di lezione. E il preside muto.

Sesto: la prova che la gente non capisce una cippa di matematica è il numero di quanti, su twitter, pensano che basti un caso singolo per confutare una media.

Settimo: sempre riguardo alle polemiche e ai numeri molti pensano che si debba valutare l’aspetto globale della persona nell’antanizzazione del karma universale e non i risultati ottenuti.

Ottavo: la differenza fondamentale è che al nord non hanno il terrore di perdere classi, chi non vuole stare a scuola ha la possibilità di andare a lavorare e levarsi dalle palle, al sud invece ho visto tanti, troppi, casi di gente mandata a scuola per il solo motivo di non volerla vedere in strada a bighellonare. Con gli ovvi risultati in quelle classi. Il classico caso da manuale ove per tentare di salvare una persona si finisce ad ammazzare una classe.

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Bari, a scuola in limousine: la festa di compleanno di una bambina di 8 anni scatena le proteste – Repubblica.it

Notizia particolare che mostra bene quale sia la mentalità da fiocco di neve; invece di accettare che le differenze, anche di possibilità economiche, esistano e che si debbano accettare: c’è chi ha di più e si può permettere di fare questo e quello e chi no, si chiede di vietare le ostentazioni.

Uno può essere “cafonal-tamarro” quanto si vuole ma fino a quando si limita a violare le leggi del buon gusto e solo quelle, ha tutti i diritti di comportarsi come gli pare.

Sorgente: Bari, a scuola in limousine: la festa di compleanno di una bambina di 8 anni scatena le proteste – Repubblica.it

Bari, a scuola in limousine: la festa di compleanno di una bambina di 8 anni scatena le proteste
Una mamma si rivolge alla preside: “Non mi piace una scuola dove si esibisca sfarzo inopportuno per età e vacuo, si semini discriminazione sociale”. Ma la dirigente scolastica non commenta

“Cara preside, oggi un limousine lunga cinque metri attendeva una bimba di otto anni e solo alcuni dei suoi compagni di classe all’uscita dalla sua scuola pubblica, accanto al pulmino pubblico pagato dal Comune”. Comincia così lo sfogo di una madre su Facebook: davanti alla scuola primaria di Parchitello, quartiere di villette fra Bari e Noicattaro, i bambini si sarebbero trovati davanti a un limousine che attendeva una di loro per festeggiare il compleanno.

La donna si rivolge direttamente alla dirigente: “Questo modo di fare scuola non mi rappresenta e non avrà il mio consenso. Una scuola dove un dirigente accetta che a un metro di distanza e a un minuto dal tempo e luogo dell’educazione si predichi apparenza, si esibisca sfarzo inopportuno per età e vacuo, si semini discriminazione sociale. Abbiamo appena finito la celebrazione della Giornata della memoria, poi quella nazionale contro il bullismo, ma alimentiamo le differenze, l’esibizione, il valore delle cose materiali”.

Tante alte parole per nascondere il pensiero: “quell’ostentazione io non me la posso permettere, mi fa rosicare e chiedo, facendomi scudo dei bambini e di tante belle parole, che venga vietata.

Comportamento che io vedo, dal punto di vista educativo, pessimo. Purtroppo le differenze di possibilità economiche esistono, bisogna accettarlo ed insegnare ai bambini ad accettare il fatto. Ad accettare che non si è tutti perfettamente e completamente uguali e che come c’è chi è più alto e chi è più basso, chi è più bravo a calcio e chi meno bravo, chi è più bravo in matematica e chi è meno bravo, chi ha più soldi e chi meno. L’alternativa è convincere i bambini di vivere in un mondo dove vige un egualitarismo di facciata e fare i capricci quando vengono considerati “meno uguali” degli altri, magari perché l’amico va in campo e lui resta in panchina o perché il compagno prende 8 e lui 4.

Molti problemi adesso ci sono perché ne i genitori e, di conseguenza i figli, accettano queste differenze anzi le vedono come un attacco personale. Come in questo caso.

Questa è la radice che poi porta a Gino, il CT della nazionale del bar sport, che pretende di insegnare la virologia a Burioni etc. etc. Siamo tutti uguali quindi le mie idee, su qualsiasi argomento, virologia compresa, valgono tanto quanto quelle di Burioni.

Da notare come chiami in intervento la scuola quando la scuola non c’entra proprio niente; della vita al di fuori di essa non deve interessarsi, a meno che non ci siano gravi motivi. Cioè capisco l’allertare i servizi sociali e segnalare a chi di dovere se, ad esempio, uno studente ha segni di violenza o si sospettano maltrattamenti in famiglia. Ma la tamarreide familiare non è un valido motivo per ingerire.

La richiesta della madre mi sembra una frignata per far rimproverare, per un torto immaginario ricevuto, la scuola. Scuola che non ha alcuna responsabilità ed alcun potere di intervenire, cosa c’entra e cosa può, legalmente fare la dirigente?

Comunque scommetto che se al piccolo, chiamiamolo Pierino, venisse tolta qualcosa perché c’è un compagno che ha di meno e che non può averla, la madre che non accetta che “si semini discriminazione sociale” sarebbe la prima a far fuoco e fiamme perché “viene punito il figlio per un suo giusto diritto”.

Purtroppo per certe teste bacate una cosa che non mi posso permettere è una “discriminazione sociale”, una cosa che invece mi posso permettere, ma che altri non possono, è invece un “giusto diritto”.

E la mia opinione sul chiamare “diritti” i capricci è sempre la stessa: occhio che a furia di chiamare “diritti” i “capricci” qualcuno inizierà a chiamare “capricci” i “diritti”.

Una situazione, quella denunciata dalla madre, che ricorda la storia della bambina di Altamura accompagnata in carrozza in chiesa per la prima comunione. E se la preside, interpellata, preferisce non commentare l’accaduto e l’accanimento del genitore, ci pensano altri utenti Facebook a rispondere alla donna: “Condivido lo sconcerto nel vedere una limousine fuori dalla scuola del proprio figlio – dice un’altra donna – Tuttavia a noleggiarla non sono stati gli insegnanti, tanto meno la preside e la scuola in generale. E neppure si può intervenire, giudicare o vietare la sosta di un veicolo fuori dalla scuola a meno che non si tratti di un mezzo oggettivamente pericoloso come un carro armato pronto a sparare. E anche in quel caso a vigilare dovrebbero essere le forze dell’ordine e non un preside”.

L’episodio, evidentemente, diventa più una questione morale: “La dirigente non è di certo la proprietaria della strada per vietare a una qualsiasi macchina di parcheggiare nelle immediate vicinanze della scuola – scrive qualcun altro – la colpa è solo e soltanto dei genitori, non nascondiamoci dietro a un dito”.

Puro buon senso, una vera boccata di aria fresca.

La prova lampante del fallimento della scuola

Penso che la scuola debba formare e non indottrinare; se sei formato, se sei colto dovresti avere tutti gli strumenti per leggere la realtà e capirla. Dire che la scuola debba levare ore allo svolgimento dei programmi scolastici per “insegnarti a capire la realtà” significa dire che i programmi scolastici, per come sono fatti, non ti consentono di farlo, con tanti saluti alle storielle che “la scuola ti da la cultura sbroc sbroc”. Qui stanno ammettendo che la scuola non fornisce tali strumenti, visto che servono “lezioni extra” per comprendere la realtà.

Un poco come quando si sosteneva che la legge Fiano sarebbe servita per far rispettare la legge Scelba, chi ne parlava non si rendeva conto della evidente idiozia del dire che serve una legge per far rispettare un’altra legge già in vigore.

Sorgente: Bologna, 60 prof del liceo Copernico: “Faremo lezione per spiegare cosa accade sui migranti” – Repubblica.it

Bologna, 60 prof del liceo Copernico: “Faremo lezione per spiegare cosa accade sui migranti”Bologna, 
L’appello degli insegnanti e del preside: “Fatelo anche in altre scuole”

BOLOGNA – “In queste settimane assistiamo a episodi che ci sconcertano, chiamando direttamente in causa il senso e il modo in cui stiamo svolgendo il nostro compito di insegnanti ed educatori. Tenere per giorni e giorni al largo delle nostre coste donne, uomini e bambini migranti non solo viola le regole internazionali ma sfida anche il senso di umanità e la coscienza civile della comunità nazionale”. Comincia così l’appello con cui più 60 insegnanti del liceo scientifico Copernico di Bologna annunciano che dedicheranno alcune ore della prossima settimana per spiegare agli studenti cosa sta succedendo nel Paese sul tema dell’accoglienza dei migranti – vedi il caso Sea Watch – e sulle morti nel Mediterraneo. Un appello rivolto ai colleghi anche di altre scuole: “Fate altrettanto”.

Sarei curioso di leggere la scaletta degli interventi. Parleranno di politica internazionale? di convenzioni e norme che regolano i flussi? Delle diverse problematiche che pone l’immigrazione come il gestire quelle persone evitando che diventino o farabutti o preda di farabutti, vedi quelle poveracce spedite a prostituirsi o i vari parcheggiatori abusivi? O sarà la solita sceneggiata dove il bovero negro viene obbresso dal gattivo buana bianco Salveeny?

“Ogni giorno la comunicazione mediatica ci bombarda di proclami che forzano i principi della nostra Costituzione, come quello inderogabile alla solidarietà sancito dall’articolo 2 – continua la lettera aperta – La sfida continua alla magistratura da parte del potere politico confligge con quello che spieghiamo alle nostre ragazze e ai nostri ragazzi riguardo alla divisione dei poteri come base dello Stato di diritto. La contrapposizione frontale fra gli italiani di sangue e le altre persone presenti sul territorio nazionale, la gran parte a pieno titolo, contrasta con l’impegno quotidiano di costruire una scuola plurale e inclusiva e spesso confligge con la stessa realtà delle nostre classi”.

Le lezioni, spiega Gabriella Fenocchio, docente di Lettere, saranno sulla Costituzione: “La leggeremo, insieme ai giornali, e poi discuteremo coi ragazzi. la sensazione è che non sappiamo nulla, o poco, di quello che sta succedendo e la scuola ha il dovere di informarli, non possiamo essere un’isola separata da quanto accade fuori, non possiamo girarci dall’altra parte. L’integrazione e l’inclusione sono parte fondante del nostro insegnamento”. La lettera è firmata anche dal preside Roberto Fiorini.

Non son d’accordo: la scuola dovrebbe già insegnarti la lettura critica dei giornali e il darti gli strumenti per farti autonomamente le tue idee ed interpretare la realtà. Se la scuola, con i programmi standard, non riesce a farlo allora, per me è una evidente prova che la scuola sta fallendo e che occorre porre dei correttivi.

Da notare anche che il compito del docente dovrebbe essere quello di insegnare, a tutti i suoi studenti, la sua materia, non il costruire una scuola “plurale ed inclusiva”. Per il resto la lettera è zeppa di stantia ideologia. Riprendo il pezzo “forte”

Le lezioni, spiega Gabriella Fenocchio, docente di Lettere, saranno sulla Costituzione: “La leggeremo, insieme ai giornali, e poi discuteremo coi ragazzi. la sensazione è che non sappiamo nulla, o poco, di quello che sta succedendo e la scuola ha il dovere di informarli, non possiamo essere un’isola separata da quanto accade fuori, non possiamo girarci dall’altra parte. L’integrazione e l’inclusione sono parte fondante del nostro insegnamento”. 

La costituzione si dovrebbe studiare in “educazione civica” ed in “diritto”; materie già previste in molti ordinamenti. E poi cosa c’entra la costituzione con l’attualità; credo che sia indottrinamento dove una lettura “maliziosa” della costituzione venga utilizzata come giustificativo di tesi preimpostate. Roba che ho già vissuto a scuola, e il risultato non è stato quello che i docenti si aspettavano.

Seconda cosa: la scuola ha il dovere di formare e di fornire gli strumenti affinché gli studenti siano in grado di informarsi e farsi, autonomamente, una loro idea. Non deve formare, non è un organo di informazione, non è un giornale. Soprattutto la conclusione della frase è emblematica “non possiamo essere un’isola separata da quanto accade fuori, non possiamo girarci dall’altra parte. L’integrazione e l’inclusione sono parte fondante del nostro insegnamento“, che mi fa propendere per indottrinamento mascherato da formazione. Scomettiamo che se qualche studente in quelle ore tirerà fuori la storia di Pamela verrà additato come neonazista?

E ancora, si legge nell’appello: “La considerazione che il Mediterraneo sia tornato a essere una barriera fra civiltà e sia diventato il grande cimitero di chi è senza speranza costringe a ripensare i temi e i motivi della nostra stessa storia. Siamo convinti che in questo contesto non sia possibile per noi docenti far finta di niente e continuare a ignorare nella nostra attività didattica i fatti che si muovono intorno a noi, perché una scuola che non riesce a facilitare la comprensione e la rielaborazione di quello che accade al di fuori non svolge la propria funzione”.

Ecco appunto, una scuola che non fa quello non funziona. E parlare di attualità senza fornire gli strumenti “culturali” per capirla è solo un’inutile perdita di tempo.

“L’appello nasce da un senso di disagio profondo per lo smarrimento dei valori comuni di fronte all’arrivo di poche decine di migranti, che il nostro paese lascia in mare a soffrire – dice Sergio lo Giudice, docente del Copernico ed ex senatore Pd – Tu entri in classe come sempre a commentare gli articoli della Costituzione, a leggere Primo Levi o a spiegare Hannah Arendt e intanto fuori da qui succedono fatti che vanno nella direzione opposta da quella che la scuola sta indicando . Così ai ragazzi arrivano segnali ambigui: per questo è necessario fermarsi un attimo per provare ad elaborare insieme cosa sta succedendo”.

” fatti che vanno nella direzione opposta da quella che la scuola sta indicando .” Cosa deve indicare la scuola, scusate?  La scuola non deve indicare niente, deve formare ed educare non deve indicare o meglio NON DEVE INDOTTRINARE. Il voler usare la scuola come centro di indottrinamento, il coccolare i docenti convinti che la loro missione non sia insegnare ma portare il verbo del loro partito al mondo è una delle cose che ha sputtanato alla grande la scuola. Triste che non se ne rendano conto.

PS

Il sottoscritto ritiene che sia giusto che un docente abbia le proprie idee e che possa fare attivamente politica ma non a scuola con i suoi studenti: quello è un comportamento poco professionale e decisamente improprio. Poi se uno vuole fare l’attivista 24/24 molla la scuola e fa solo quello, non sfrutta la scuola come “palcoscenico” privilegiato per fare propaganda.

Qualità e quantità

Questo articolo: “Altro che bamboccioni: gli studenti italiani sono tra i migliori in Europa – Linkiesta.it” l’ho trovato interessante perché mostra due “bias” diffusi quando si parla di analizzare i dati; il primo è il considerare un solo dato su un fenomeno avulso dagli altri dati  relativi a tale fenomeno. Il secondo invece è pensare che la quantità possa sostituire la qualità.

Per demolire le ingiuste prese di posizione degli adulti, nulla è meglio di qualche dato volto a screditare le maldicenze. Il 12 dicembre si è tenuta presso il Ministero dell’Istruzione la presentazione dell’ottava indagine Eurostudent per il periodo 2016-2018. Per una volta gli anziani dovranno ricredersi. Dai dati analizzati nel triennio viene fuori un immagine molto positiva degli studenti italiani: a livello percentuale siamo gli studenti con il più alto tasso di ore di studio in Europa. Gli universitari italiani impiegano nello studio quasi 44 ore settimanali, il 30% in più della media calcolata in Europa. Per quanto riguarda il tempo di studio, è stata rilevata una crescita regolare dell’impegno degli studenti, con il monte ore settimanale che è cresciuto di circa il 38% negli ultimi venti anni. Questo tipo di comportamento appare rinforzato dall’idea che non ci siano molte prospettive per il futuro: questa percezione ha portato sempre più giovani ad un’assunzione di responsabilità individuale così come ad una scelta di aumentare l’investimento di energie nello studio. Ciò vale soprattutto per gli studenti fuorisede: tra di loro l’impegno nello studio è cresciuto più degli altri.

Il misurare il numero di ore impiegate nello studio è come il contare il possesso di palla in una partita di calcio.  Esiste una correlazione fra il possesso di palla ed il numero di gol segnati: più tieni la palla più è probabile che segni, ma è anche vero che puoi avere squadre che tengono tanto la palla e sbagliano tanto e “cecchini” che magari tirano poco ma riescono a capitalizzare bene i pochi tiri che riescono a fare[^1]. I tre punti li prende chi segna più non chi tiene più a lungo il pallone. Per valutare devi considerare anche il risultato finale della partita; non è detto che la squadra che fa più possesso di palla sia quella che vince il campionato o che passa il turno.

Idem per le ore di studio: il numero di ore di studio è un indicatore ma preso da solo significa poco o niente; uno può passare giorni e giorni a studiare a memoria le prime 10.000 cifre di pi-greco, studia tanto ma sta solo sprecando tempo inutilmente. Come una squadra che perde tempo in tanti passaggetti orizzontali senza provare a tirare o ad attaccare. Utile se stai vincendo due a zero e vuoi addormentare il gioco, suicida se devi vincere e sei sotto.

C’è anche da fare un discorso di qualità. Cioè il numero di ore di studio non è un indice di qualità. Impara più matematica chi studia per 8 ore come funzionano i limiti che chi si mette a studiare per 8 ore le cifre di pi greco.  La quantità di ore di studio è la stessa, la qualità dello studio profondamente diversa. La quantità non può sostituire la qualità.

 

oh bella ciao, sarai romana e per bandiera tu avrai quella italiana…

Stavo leggendo la notizia sulle le polemiche per aver cantato bella ciao alla recita delle elementari (Fonte Repubblica)

Che dire? spiace ma oramai “bella ciao” dalla cantata idiota di Santoro contro il demonio di Arcore non è più un canto super partes che ricorda la resistenza e i partigiani che liberarono l’italia dal nazifascismo ma è diventato un canto “politico” ed un inno di una precisa parte politica e il cantarlo, spiace dirlo, ha un preciso significato politico.

Io penso che la politica debba stare fuori dalla scuola, soprattutto dalla scuola dell’infanzia ed elementare; non è il caso che i docenti portino a scuola le loro pippe mentali. I bambini devono crescere e poi si faranno loro le loro idee politiche senza bisogno di indottrinamento1.

Napoli, bimba canta ‘Bella ciao’ alla recita delle elementari, papà leghista si ribellaNapoli, bimba canta ‘Bella ciao’ alla recita delle elementari, papà leghista si ribella
Il genitore su Facebook: “Canzone di vigliacchi, fuori la politica dalla scuola”. Rabbia e indignazione in rete: “I partigiani liberarono l’Italia”

La sua intenzione era “solo di proteggere i bambini” da quello che egli stesso ha definito “un indottrinamento politico”. Prova a spiegare la propria posizione Paolo Santanelli, il papà di una piccola alunna della scuola elementare De Amicis di Napoli che, da lui ‘sorpresa’ a canticchiare Bella Ciao, ha criticato sui social la scelta di introdurre la canzone partigiana all’interno di una recita scolastica di Natale con conseguenti polemiche.

Santanelli, come riportato da alcuni organi di stampa, ha chiesto alla bambina come mai conoscesse quella canzone, e la piccola ha risposto che faceva parte dei testi della recita di Natale che, quest’anno, avrebbe avuto come tema la storia della Costituzione.

Recita di natale che ha come tema la storia della costituzione? Alle elementari? No, non ci sono intenzioni politiche dietro. Chi pensa questo sbaglia allo stesso modo di chi pensa che si guardino i film porno per le cose zozze. In realtà è per apprezzare la profondità della fig trama e inoltre per, diciamo, l’intreccio fra i personaggi nel dipanarsi della storia.

La scuola imho l’ha fatta fuori, e di tanto, dal vasino.

Una spiegazione che non è andata giù al genitore: “Non vorrei che questa decisione altro non fosse che una scelta ad hoc fatta per non turbare la sensibilità delle famiglie di religione musulmana che hanno i loro figli in quella stessa scuola – ha scritto in un primo post di ‘denuncia’ -.

E come al solito i musulmani (e i bambini) vengono tirati dentro come pretesto per verniciare di alti ideali le basse pippe mentali degli adulti. Solo un appunto; se arruoli il saracino, anche se a sua insaputa, sotto le tue bandiere non stupirti se dall’altra parte trovi tanti devoti di Santiago Matamoros e del Cid Campeador.

I post del dirigente della Lega hanno fatto esplodere rabbia e indignazione in rete. “I bambini e la libera determinazione della loro coscienza sono le ultime roccoforti che gli uomini di “buona volontà” hanno l’obbligo di difendere a spada tratta” scrive un utente su Facebook.

arruolandoli a loro insaputa? meglio lasciare che i bambini facciano i bambini e che gli scazzi politici dei grandi se li risolvano da soli i grandi.

“L’imbecillità e l’ignoranza porta a far credere che Bella Ciao sia una canzone politica….

Solo un titolo di giornale, uno dei tanti… Salvini, sulla navetta in Aeroporto cantano «Bella ciao» – La Gazzetta del Mezzogiorno.

La ‘strumentalizzazione’ del suo sfogo, come lo stesso Santanelli e alcuni suoi contatti sul social network l’hanno definita, ha poi spinto lo stesso Santanelli a un ulteriore post, sempre su Facebook. “Io desidero che a Natale mia figlia canti la natività di Gesù bambino in tutto quel magico mondo che appartiene alla sua età e non intoni una canzone di guerra che richiama morte, odio e violenza – ha scritto -. I dirigenti e gli insegnanti, se proprio vogliono fare politica, si occupassero di migliorare mense, bagni e strutture, assumendosi la responsabilità di denunciarne le precarietà, soprattutto in un momento in cui circa l’80% degli edifici scolastici a Napoli risulta non essere a norma”.

spiace dirlo ma ha ragione, per quanto possa essere leghista e possa avere le sue idee sui partigiani. Fra noi penso che i veri partigiani, quelli che combatterono realmente il fascismo, se tornassero a vivere difficilmente apprezzerebbero simili pagliacciate come quella fatta dalla scuola.

Comunque se si volesse cantare una canzone che invita alla fratellanza fra i popoli ed è apprezzata anche a destra si potrebbe cantare “facetta nera”; parla in maniera positiva di ius soli: “faccetta nera, sarai romana e per bandiera tu c’avrai quella italiana”2; perché non farlo?


  1. senza considerare che, come capitato al sottoscritto, i tentativi di indottrinamento poi possono ottenere l’effetto opposto. Penso che molti miei compagni di scuola andarono a destra perché videro dall’altra parte pessimi esempi. 
  2.   guardacaso canzone non gradita al regime fascista proprio perché parlava di integrazione “faccetta nera sarai Romana…” e di rapporti paritetici con gli abitanti delle colonie.
    Ma queste persone sanno che Benito Mussolini odiava Faccetta nera? Aveva addirittura tentato di farla bandire. Per lui era troppo meticcia: inneggiava all’unione tra “razze” e questo non era concepibile nella sua Italia imperiale, che presto avrebbe varato le leggi razziali che toglievano diritti e vita a ebrei e africani. Oggi però, ed è qui il paradosso, il regime fascista è ricordato proprio attraverso questa canzone che detestava. fonte: https://www.internazionale.it/opinione/igiaba-scego/2015/08/06/faccetta-nera-razzismo Quindi perché non cantarla tutti assieme? 

Padova, si laurea con 109 e fa causa all’Università: «Meritavo 110» 

Devo dire che la notizia è strana; nella mia facoltà l’algoritmo per il calcolo del voto di laurea, arrotondamenti compresi, era “ufficiosamente” noto a tutti. Quello che mi chiedo è se in questa vicenda l’arrotondamento “per difetto” era prassi, ed in tal caso la studentessa ha torto, oppure è stata una eccezione per scazzi interni alla commissione.

Positivo comunque che il tar abbia ammesso che il voto deve essere deciso dalla commissione e non dai calcoli dello studente.

Per quanto poi riguarda il 109, sarà che nelle lauree STEM un voto superiore al 100 è considerato “alto”, sarà che man mano che si va avanti nel mondo del lavoro il voto di laurea conta sempre di meno rispetto alle esperienze che si possono mettere nel CV, ma non lo vedo così catastrofico. Suona un poco di beffa ma pazienza; come dice mina l’importante è finire…

Sorgente: Corriere del Veneto

Padova, si laurea con 109 e fa causa all’Università: «Meritavo 110»

PADOVA Si è laureata con il punteggio di 109 su 110. Un voto altissimo, il sogno della maggioranza degli universitari. Ma non per una studentessa di Lingue che si è sentita beffata perché convinta di meritare anche quell’ultimo punticino in più che le avrebbe consentito di conquistare l’agognato titolo con il massimo dei voti: 110. E per questo, ha trascinato l’Università di Padova fino in tribunale.  (…)

Con una media d’esame di 28,5, s’è ritrovata di fronte alla commissione con un punteggio di partenza di 104,58. Ed è proprio su quel mezzo punto, che si è scatenata la querelle portata fino in tribunale. Perché dopo aver discusso (in portoghese) la sua tesi, prima che i commissari potessero iniziare la discussione di merito che avrebbe portato poi a decidere il punteggio finale, la presidente della commissione «ha dichiarato pubblicamente che il voto andava arrotondato al ribasso», si legge nella sentenza del Tar. Per la studentessa, quindi, il punteggio di partenza doveva essere di 104 e non 105. La questione aveva subito innescato una polemica tra professori. «Si misero perfino a litigare – ricorda la ragazza – ma la presidente rifiutò di tornare sui suoi passi. Per un attimo ho avuto la sensazione che quel mezzo punto fosse solo il pretesto per un regolamento di conti interno alla commissione». Nel fascicolo al vaglio del tribunale amministrativo, in effetti è stata allegata la lettera di una professoressa (la relatrice della tesi) nella quale spiega le ragioni per le quali dissente dal criterio di arrotondamento deciso dalla presidente. (…)

Ricorso respinto
Il problema è nelle conseguenze che quel mezzo punto in meno avrebbe provocato, dal momento che la commissione ha stabilito all’unanimità di assegnare alla tesi cinque punti, che sommati ai 104 di partenza ha portato Chiara a laurearsi con 109. (…)
«Un punteggio di 109 suona come una beffa – dice – e quindi può sollevare degli interrogativi: chi seleziona il personale potrebbe chiedersi cosa abbia spinto la commissione a punirmi in quel modo». Purtroppo però dovrà continuare a fare i conti proprio con quel risultato. Il Tar ha infatti respinto il suo ricorso: se ciò che conta è l’esito finale – è la tesi dei giudici – allora non importa granché l’arrotondamento del punteggio di partenza. Perché, per quanto se ne sa, la commissione potrebbe aver rivisto all’insù quei cinque punti attribuiti alla tesi, trasformando un 108,5 in un 109. «Il giudizio della commissione di laurea è espressione di discrezionalità tecnica – si legge nella sentenza – e la commissione è l’unica autorità abilitata a esprimere il voto a seguito della discussione orale della tesi, senza poter essere in ciò condizionata dalla media dei voti riportata dal candidato nei singoli esami».

 

Così la scuola sta uccidendo le fiabe

Un articolo molto interessante e che fa riflettere alquanto; quanto può essere giusto e utile edulcorare all’eccesso la realtà e voler tenere a tutti i costi i bambini in una gabbia di vetro?

La paura, il male fanno parte della realtà e spesso la paura è funzionale anche a tenerti “vivo” e farti evitare di correre rischi inutili. Come tutte le cose umane può degenerare, come ad esempio nella xenofobia, ma evitare degenerazioni lottando contro la paura è semplicemente idiota.

Esiste il male ed esistono i cattivi, e la fiaba inizia a spiegare, nel linguaggio fantastico, questo ai bambini. L’alternativa qual’è? Tirar su una generazione di “candidi” di voltaire o Valentine Michael Smith di heinlein non so quanto possa essere utile, soprattutto per loro, qui sul terzo pianeta del sistema solare.

Sorgente: Così la scuola sta uccidendo le fiabe (grassetti miei)

Così la scuola sta uccidendo le fiabe
Via diavoli e orchi per non spaventare i bambini. E via anche i riferimenti religiosi. Una burattinaia narratrice racconta le incredibili richieste di genitori e insegnanti

di STEFANO BENFENATI 28 novembre 2018,07:47

Trasformare un ‘diavolo’ in un ‘mago’ o chiedere che Cappuccetto Rosso non vada più sola nel bosco per non impaurire i bambini, anche a costo di stravolgere il senso della storia. Una sorta di ‘censura’ alle fiabe, rappresentate in classe, sebbene i testi originali siano ormai entrati nella cultura popolare come la “Regina delle Nevi”, dello scrittore danese Hans Christian Andersen.
O come “La finta nonna” di Italo Calvino. A raccontare il caso è Margherita Cennamo, burattinaia-educatrice che da oltre 15 anni porta nelle scuole di Bologna e del territorio emiliano-romagnolo spettacoli per i bambini.

Scuole terrorizzate dai genitori
“Ormai le scuole sono terrorizzate dai genitori. Sono loro che dettano l’agenda”, ha lamentato l’artista parlando con l’AGI. “Togliere la paura nelle fiabe, eliminare l’Orco, la Strega – questo il pensiero della burattinaia – equivale a togliere il ‘sale’ alla mia attività. Questo non è utile al bambino perché le fiabe attraverso il contrasto tra l’eroe buono e l’antagonista cattivo, aiutano i più piccoli a gestire la paura”. Prima di conseguire la laurea in Scienze dell’educazione, Margherita Cennamo si è formata a 21 anni in una nota scuola per burattinai a Cervia. Ora lavora per l’associazione culturale “Burattinificio Mangiafoco” con sede a Bologna. “Non è la prima volta che mi capita che una scuola chieda di modificare una fiaba”, racconta.
L’ultimo episodio in una scuola d’infanzia della provincia di Bologna. La richiesta era di una storia sul Natale. Così la burattinaia ha proposto la fiaba della Regina della Neve, liberamente ispirata al testo di Andersen. “Non c’entra con Frozen vero?” si è preoccupata la maestra, poi rassicurata. Ma dopo aver visionato su Youtube lo spettacolo è arrivata, da parte della scuola, la richiesta di alcune modifiche: il diavolo doveva diventare un mago e la scheggia ‘malvagia’ che, nella fiaba di Andersen, si infila dentro l’occhio del bimbo Kay rendendolo una sorta di automa avrebbe dovuto colpire un dito.

E invece si cerca di edulcorare la realtà all’inverosimile; solo che se si fa così poi non ci si stupisca se i bambini non crescono e rimangono sempre ingenui ed idealisti come i bambini.

Serve conoscere e saper gestire la paura, serve saper conoscere e gestire lo stress, serve conoscere e saper gestire la sconfitta. E se non lo impari da piccolo, quando da grande affronti una gara vera, una gara dove si perde e non dove “vincono tutti”, e perdi che fai? Ti ammazzi? Ma in tal caso la colpa non è del professore che ti ha bocciato perché non conoscevi le tabelline senza considerare le tue capacità di assonanza karmica con lo spirito universale, la colpa è di chi ti ha impedito di crescere.

Censura religiosa
“Io – racconta Cennamo – ho risposto che non ero d’accordo. Poi è arrivata un’email in cui la scuola rinunciava allo spettacolo. Mi è dispiaciuto per la modalità arrogante e per questo ho poi raccontato tutto su Facebook. Non ho ancora capito se il timore della scuola sia nato dalle maestre o dai genitori”.
Secondo l’educatrice-burattinaia “ogni bambino vive in un mondo che non è esente dal male. Le fiabe rappresentano un ‘cuscinetto’ tra il bimbo e la realtà”. Un altro esempio di ‘censura’? “Stavo analizzando in classe la fiaba ‘La finta nonna” di Calvino. Ad un certo punto – ha raccontato Cennamo – la bimba si trova di fronte al fiume Giordano che spalanca le acque per farla passare. Mi è venuto naturale fare un richiamo a Mosè ma una maestra mi ha detto: ‘Non farlo perché una bimba ha genitori atei'”.

Anche questo mi ha dato da pensare; si vuole tenere il bimbo in una sfera di cristallo evitando che venga a contatto con cose che i genitori non condividono. Questo è grave; perché ti abitua a pensare che sia un tuo diritto non dover sentire cose che non ti vanno a genio e che tale diritto implichi che siano gli altri a non doverle dire e non tu ad essere obbligato ad ascoltarle. E’ un poco la questione del presepe: io posso essere ateo e giudicare “favolette” le storie della natività, ho il diritto di non far partecipare mio figlio alla recita natalizia. Non ho il diritto di pretendere che, siccome io sono ateo e non voglio che mio figlio partecipi ad attività religiose, a scuola non facciano il presepe e non mettano in scena la natività.

Altro esempio la festa della mamma; da molte parti si protesta perché “è discriminante verso i bambini che non hanno una mamma” quando in realtà riguarda i bambini che hanno due papà perché devo dire che tutta questa sensibilità non l’avevo vista quando il problema di non avere una mamma era un problema di chi era diventato orfano.

Quello che non mi piace è che si mettano in mezzo i bambini e che vengano usati come pretesto per le paturnie degli adulti. E’ una cosa che fa male, soprattutto ai bambini.

sul valore legale del titolo di studio

Per la serie “a volte ritornano”; adesso molti si stanno lamentando dell’intenzione, da parte del governo, di abolire il valore legale del titolo di studio. Devo dire che molte delle argomentazioni “contro l’abolizione” le trovo patetiche: “università di serie A e di serie B”, “concorsi pilotati alle università (ROTFL!)”, “la gente cercherà di andare nelle università migliori e snobberà le peggiori (ma va’?).

Secondo me i sostenitori del valore legale senza se e senza ma o sono astronatuti appena atterrati da marte oppure c’è un bel po’ di malafede, anche perché snobbano alla grande l’unico motivo per il quale il valore legale del titolo di studio avrebbe senso: ovvero che le conoscenze, le capacità e le competenze certificate dal titolo di studio siano più o meno le stesse in tutta italia da Ragusa a Como.

Ma questo significherebbe dover trovare dei sistemi “il più possibile oggettivi” per certificarle e dimostrale (Invalsi? vade retro satana…). Oramai ci sono un bel po’ di dati che dimostrano come il risultato dell’invalsi, per provincia, sia correlato con il risultato del test di ammissione e sia in anticorrelazione con il voto medio della maturità. E questo cosa vuol dire? in pratica che il “punteggio” del titolo di studio da solo è completamente inaffidabile per valutare la preparazione di un candidato e che occorre una correzione, che i cacciatori di teste ed il privato già fanno1, che tenga conto del “valore” della scuola cui tale titolo è stato conseguito.

Come spesso capita con la scuola esiste una realtà fatta già di scuole di serie A e di serie B, di scuole serie e di diplomifici, di aziende che discriminano fra queste due tipologie di scuole, certo ci si può continuare a raccontare che le scuole siano tutte uguali e che tutte parimenti sfornino i più migliorissimi studenti del mondo, ma allora non ci si offenda se si viene considerati evaporati fuori dal mondo e se si pensi che la scuola sia un mondo a parte che ambisce ad essere completamente avulso dalla realtà.

 


  1. la ricerca di personale non è una gara olimpica e non si devono riconoscere a tutti le pari opportunità; se son consapevole che la scuola A è valida e la scuola B è un diplomificio prima faccio i colloqui con gli studenti della scuola A; se trovo, la ricerca di lavoro è conclusa. Se non trovo allora chiamerò quelli della scuola B. Piaccia o no la realtà è questa, ci son scuole la cui frequenza fa indirizzare immediatamente i CV nel cestino della carta straccia. 

La voglia di leggi a geometria variabile

Questo articolo di next quotidiano fornisce spunti interessanti di riflessione, soprattutto riguardo alle “leggi a geometria variabile” ovvero di come molti ritengono giusto aggirare una legge in nome di non ben specificati “buoni motivi”.

Sorgente: Così i giudici del TAR promuovono all’esame di terza media | nextQuotidiano

Così i giudici del TAR promuovono all’esame di terza media
@neXt quotidiano | 17 settembre 2018

esame terza media
Una storia molto curiosa che riguarda un ragazzo e il suo esame di terza media raccontata oggi da Repubblica in un articolo a firma di Enrico Ferro:

Dunque c’è questo ragazzo che viene ammesso agli esami di terza media con un 6 complessivo e tiratissimo. Durante le prove di italiano, matematica (ironia della sorte), lingue straniere e soprattutto durante il colloquio, convince poco. Gli insegnanti non lo stroncano. Ma nessuno se la sente di dire sì, ce l’hai fatta, in bocca al lupo per le scuole superiori. Dunque il voto finale è 5,5: bocciato.

(…)

Prima mossa: chiedere l’annullamento della bocciatura. La risposta del Tar non si fa attendere, visto anche il carattere d’urgenza. A inizio agosto i giudici sospendono il verdetto della commissione d’esame. È l’articolo 8, comma 7, del decreto legislativo 62 del 2017, a normare la materia nel primo ciclo di studi e negli esami di Stato. Stabilisce che la media va «arrotondata all’unità superiore per frazioni pari o superiori a 0,5».

A quel punto però è la stessa scuola che, compreso l’errore, riunisce nuovamente la commissione e senza aspettare il giudizio di merito del Tar (fissato per il 5 settembre, proprio a ridosso del nuovo anno scolastico) e corregge il verbale e assegna allo studente il sospirato 6.

Visto come è raccontata, pare evidente che la storia non rappresenti un modello tanto edificante: la volontà della commissione era evidentemente quella di bocciare il ragazzo, ma l’errore compiuto nella valutazione li ha costretti, con l’intervento dei giudici, a “correggere” facendogli ottenere il diploma di terza media anche se gli insegnanti, chiaramente, non lo ritenevano pronto. Con questo risultato hanno perso tutti.

Partiamo dalla fine: l’errore, marchiano, l’ha fatto la commissione d’esame che, se intendeva bocciare il ragazzo avrebbe dovuto dargli un 5. La cosa grave è che i commissari e, cosa più grave, il presidente, non fossero a conoscenza o non abbiano tenuto conto della normativa sullo svolgimento degli esami di III media.

Che una persona non conosca la normativa riguardante il proprio lavoro o ne abbia una “semplice” infarinatura posso ammetterlo per figure di basso profilo, bidelli, addetti alle pulizie etc. Già ammetterlo per un docente diventa abbastanza arduo. Non parliamo poi del presidente della commissione che ha precise responsabilità sullo svolgimento della regolarità degli esami.

Capisco che la normativa scolastica italiana è di una chiarezza talmente lampante che al confronto la decifrazione dei geroglifici è stata una passeggiata però almeno le cose più importanti come il calcolo delle medie ed il loro arrotondamento1, dovrebbero essere padroneggiate almeno dal presidente della commissione (e/o dal docente che dovrebbe correggere il compito di matematica).

Come puoi pretendere di sostenere che il tuo lavoro sia un lavoro comparabile con il lavoro di un funzionario pubblico o di un quadro e poi cadi come una pera cotta sulle basi? Piaccia o no se vuoi svolgere lavori di un certo livello la normativa che riguarda il tuo lavoro, almeno a grandi linee, la devi conoscere.

Giusto stigmatizzare i genitori che cercano le gabole per far promuovere Pierino anche se “palesemente non in grado di affrontare le superiori”. ma parimenti son da criticare i membri della commissione, e nel caso anche i docenti che hanno votato per l’ammissione di Pierino all’esame; imho il classico “promoveatur ut amoveatur”2.

Sbagliato, e niente affatto edificante, invece prendersela con il tar che ha riscontrato l’errore; può non piacere ma la stupidaggine l’ha fatta la commissione che, nonostante volesse bocciare ha di fatto promosso, non il tar. Anche perché in un atto pubblico, ed un verbale d’esame lo è, ciò che conta è ciò che viene scritto non ciò che intendeva scrivere chi ha redatto l’atto. In caso contrario mandi a ramengo completamente il diritto. Meglio il “dura lex sed lex” che le leggi a “geometria variabile”.

 


  1. argomenti esoterici che vengono svelati solo agli adepti del 33° livello durante una cerimonia di iniziazione alla matematica superiore in una notte di novilunio innanzi ad un altare ove vengono svolti sacrifici a Nyarlathotep. 
  2. promuoviamocelo per levarcelo dai cXXXni; tanto lo fermano alle superiori|esame di maturità|università|dottorato di ricerca|esame di stato.