l’antanizzazione retroavanguardista leopardiana nelle tragedie di eschilo

Ho avuto una discussione con una “docente precaria” che insegna grammatica e letteratura alle medie. Quello che mi ha sconvolto è il suo ragionamento: “siccome di grammatica ci capisco poco allora preferisco fare letteratura”.

La frase offre due spunti interessanti; il primo è: come mai una che dovrebbe insegnare una materia ammette candidamente di capirci poco? non è che una parte dello scadimento della scuola sia dovuto a personale non all’altezza? Non dico di essere un membro dell’accademia della crusca ma almeno avere chiara la distinzione fra avverbio ed aggettivo ed essere in grado di farlo capire agli studenti.

il secondo è più sottile; siccome la letteratura è dominata più dalle opinioni che dalle regole rigide allora è facile contraffare per erudizione l’ignoranza e sostenere che il successo di Eschilo sia dovuto all’azione innovativa dell’antanizzazione retroavanguardista delle opere del Leopardi, poeta di cui Eschilo era un grande estimatore.

Ecco perché certe materie, come la matematica o le scienze “scienze”, sono temute; non te la puoi cavare a colpi di supercazzole. Puoi disquisire per ore ed ore della prematurazione covariante dell’insieme dei numeri reali ma poi, alla fine, l’esercizio devi riuscire a farlo, devi saper rispondere correttamente alla domanda: “la serie converge, sì o no”? Cosa che invece non avviene in altri ambiti ove è facile passare per eruditi sparando parole a casaccio1.

 


  1. Hegel era un fesso ricordiamolo; il lasciar cadere il principio di non contraddizione, per l’assoluto hegeliano tale principio non vale, significa, visto che ex falso sequitur quodlibet, che nell’ambito della teoria hegeliana dell’assoluto è possibile dimostrare qualsiasi tesi. Ovvero che si sta parlando solo di un mucchio di cose senza senso. Però, come qualche nipotino di Hegel, per via di Marx, dimostra, se le dici con aria “studiata” puoi passare per erudito e farti un sacco di seguito. 
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il fallimento dell’invalsi

Stavo leggendo l’articolo del maestro riguardo a questo opuscolo ove viene spiegato l’invalsi. Devo dire che è abbastanza illuminante, l’articolo, perché mostra abbastanza chiaramente perché l’invalsi venga odiato e, parimenti come ragionino molti italiani, soprattutto quelli della corrente anticontroboicottara.

Ovvero siccome l’invalsi non è un sistema perfettissimo che valuta a tutto tondo lo studente e che riesce a correggere tutte le storture della scuola allora è un fiasco colossale e deve essere abbandonato.

L’opuscolo si limita ad esporre, in maniera alquanto onesta, cosa sia l’invalsi e come possa essere utilizzato, non millanta di essere la panacea di tutti i mali. Da notare comunque come un sistema abbastanza oggettivo per “stimare”1 le conoscenze degli studenti sia avversata dalla parte più pesantemente drogata di ideologia del corpo docente. Finché si discute di aria fritta e di grandezze non misurabili si può sostenere la balla che una scuola disastratissima licenzi supermegageni, quando si va a contare quanti riescono a leggere un grafo o calcolare una percentuale e si scoprono molti altarini…

Facendo un parallelo mi sembra quasi il caso del calcio; non è che non ho vinto lo scudetto perché sono a 22 punti in meno rispetto alla capolista ma sicuramente è stato a causa del grande gombloddo globale (e della mancata espulsione di pjanic…).

 

 


  1. misurare è una parola molto grossa 

Problemi disciplinari a scuola…

Dato che sono un duro non mi aspetto di piacervi, ma più mi odierete più imparerete!
[full metal jacket]

A quanto pare la notizia del momento è il comportamento da teppisti di alcuni studenti.

Non mi stupisce; da neolaureato ho dovuto insegnare matematica e fisica in un corso di formazione professionale, uno di quei corsi fatti per levare i ragazzi dalla strada ed insegnare loro un mestiere. Inizialmente il coordinatore era per la “comprensione”; erano ragazzi che venivano da situazioni difficili, dovevano essere compresi ed accolti. L’effetto fu che i ragazzi facevano a gara a chi la faceva più grossa, situazione pessima.

A febbraio si arrivò al punto di rottura: un ragazzo, non del mio corso, staccò un estintore a polvere dal muro e si divertì a spruzzare compagni e la docente usandolo come schiuma scherzo da carnevale. Ci fù una riunione di tutti i docenti e il coordinatore venne costretto “son’è corru1” a diventare leggermente più rigido con la disciplina.

Venne instaurato un regime di terrore giacobino: tre note sospensione, cinque sospensioni espulsione, non si sarebbe entrati nel merito delle note: un docente poteva scrivere “ammonisco Tizio perché ieri il Cagliari ha perso” e tizio avrebbe avuto la nota. L’idiota dell’estintore venne espulso e i più scalmanati si fecero tre giorni di sospensione, avvisati che altre due e poi cartellino rosso.

La disciplina migliorò sensibilmente e, dopo il tirocinio, quando i ragazzi capirono che c’era possibilità di assunzione, qualcuno tornò dal tirocinio con un pre contratto di assunzione2, si rivelarono voler imparare (e recuperare il tempo precedentemente perso).

Cosa imparai da quella vicenda:

  1. Che in certi casi vieni messo davanti alla scelta se perdere un ragazzo per salvare una classe o perdere tutta la classe. L’autore dello scherzo con l’estintore di fatto venne “perso” ma si riuscì a “salvare” gli altri. Il voler salvare tutti spesso si traduce nel non riuscire a salvare nessuno. In certi casi, purtroppo, vale la massima di Mao: colpirne uno per educarne cento.
  2. Che la cosa migliore non sono i pipponi solenni infarciti di retorica e belle parole; poche regole chiare, rispettate in primis dai docenti, si insegna con l’esempio prima che con le parole. Uno studente che vede un docente “che se ne sbatte” penserà che anche lui può “sbattersene”, e fatte rispettare. E chi è dentro è dentro e chi è fuori è fuori. Dura lex sed lex.
  3. Che basti il docente è una stronzata colossale; il primo a doversi motivare è lo studente, il docente può aiutare ma è lo studente a scegliere di voler imparare o voler cazzeggiare. Deresponsabilizzare ad oltranza lo studente è nocivo, cresci un bambinone incapace di prendersi le sue responsabilità. Spiace dirlo ma come esempio di didattica Paul Kersey è anni luce avanti rispetto a John Keating.


  1. Modo di dire campidanese, letteralmente “al suono del corno”, quando qualcuno viene costretto a fare le cose usando le maniere “decise”. 
  2. La condizione per essere assunto in azienda era il conseguimento della qualifica di operaio specializzato. Se conseguivano la qualifica l’assunzione sarebbe scattata da fine agosto. (il tirocinio venne fatto a maggio). 

Ironia involontaria sulla scuola

Stavo leggendo questo articolo sul fatto quotidiano, articolo che comunque offre spunti interessanti perché mostra impietosamente come le idee autoassolutorie oramai abbiano monopolizzato certe categorie; è sempre colpa degli altri mai loro. Anche se, come ho imparato per fortuna a scuola ed a lavoro, devi essere tu il primo a doverti curare della tua preparazione. E la scuola si è distrutta a colpi di piangnistei autoassolutori. E’ sempre colpa degli altri, mai di chi a scuola ci lavora e che dovrebbe formare gli studenti.

Sorgente: Perché gli insegnanti italiani sono ignoranti? – Il Fatto Quotidiano

“Chi è senza peccato scagli la prima pietra”. Chi non ha mai sbagliato un congiuntivo? Fatta questa premessa non possiamo non soffermarci sulla notizia che tre candidati su quattro al concorso per la scuola dell’infanzia in Friuli Venezia Giulia non sono stati ammessi all’orale a causa degli errori ortografici negli scritti. Di là dei “per evitare che tutto fuoriesce” sono sparite le “acca”, le doppie, la concordanza tra soggetto e verbo e la consecutio. Non solo. I futuri maestri nei loro temi hanno sostituito i “perché” con i “xché” e abbreviato i “comunque” con le tre consonanti “cmq”.

L’errore è grave perché mostra come la persona non riesca a capire quale sia il contesto cui si trova ed il registro linguistico da usare. Una cosa è un messaggio agli amici per organizzare una pizzata, altro è un compito d’esame. E se una persona dimostra di essere incapace in questo, come è possibile che sia in grado di insegnarlo?

Non ci resta che chiederci: cos’è successo? Gli insegnanti italiani sono davvero asini? Perché siamo di fronte a una generazione sgrammaticata? Chi ha permesso che queste persone arriverebbero (ops, arrivassero) fino al diploma o in alcuni casi alla laurea? Non passi come una difesa della categoria ma va detto che purtroppo non sono solo i docenti a dimenticare i congiuntivi e le doppie. I verbali delle forze dell’ordine sono una via crucis. Davanti alla tv assistiamo a uno stillicidio dell’italiano da parte di conduttori e ospiti. Senza scomodare Antonio Razzi, in parlamento sono numerosi i casi di madornali errori da parte dei nostri politici.

Comincia l’autoassoluzione: siamo tutti peccatori quindi io non son tanto peccatore, rispetto agli altri. Il solito credere che le colpe altrui assolvano dalle proprie. Purtroppo non è così; se non si è capaci di scrivere in italiano, non si è capaci di scrivere in italiano sia che l’appuntato Esposito sia presidente dell’Accademia della Crusca sia che non sia capace di scrivere tre parole senza un errore di grammatica.

Ognuno di noi potrebbe aggiungere una personale lista di “incidenti” grammaticali sentiti sul proprio posto di lavoro. Certo è che si dà per scontato che coloro che si occupano dell’educazione dei bambini sappiano l’italiano. Giusto: quando noi andiamo dal dentista ci aspettiamo che sappia estrarre un dente. Allo stesso modo quando affidiamo un bambino a un maestro vorremmo che sapesse fare il suo mestiere.

Le domande sembrano legittime, peccato che chi se le ponga sia la stessa persona che non ha passato la preselezione del concorsone del 2012 e che lotta strenuamente contro le bocciature alle elementari, e polemizza anche contro i colleghi delle medie perché hanno bocciato dei ragazzi (qui). La domanda che porrei è semplice: quando è giusto iniziare a selezionare e ad invitare chi non è in grado di frequentare con profitto la classe successiva a prendersi una pausa? Alle elementari? Alle medie? Alle superiori? al dottorato di ricerca? nei concorsi per l’accesso nella pubblica amministrazione?

C’è anche una domanda implicita nel grassetto: e se uno si rivela incapace di fare il suo mestiere che si fa? lo si fa continuare ad insegnare?

Ci resta da capire perché gli italiani (maestri compresi) hanno dimenticato le “acca” e la concordanza tra soggetto e verbo. Tento di dare una risposta che deriva dall’esperienza ed è supportata da qualche dato. L’esercito degli sgrammaticati non ha sul comodino neanche un libro. Meno della metà della popolazione nel nostro Paese legge romanzi, saggi o altro. E per di più la lettura di libri nel tempo libero è in forte calo. Abbiamo perso 3 milioni e 300 mila lettori dal 2010 a oggi. (…)

Ma c’è un altro dato che la dice lunga sulla questione. Com’è stata utilizzata la carta docente che metteva a disposizione 500 euro per l’aggiornamento degli insegnanti?
Il 77,4% dei fondi a disposizione è stato utilizzato per l’acquisito di hardware e software; a seguire, con il 14,93% dell’importo totale, troviamo l’acquisto di libri e testi, anche in formato digitale; i corsi di formazione e aggiornamento hanno impegnato il 6,6% della somma totale; e infine solo l’1,5% dei fondi disponibili è stato utilizzato per l’acquisto di biglietti per spettacoli teatrali, cinematografici, musei, mostre ed eventi culturali.

Medice cura te ipsem: se i docenti non leggono e preferiscono spendere il bonus per giocattolini elettronici, che, a dire il vero, possono anche essere usati come strumenti di supporto per la didattica, mi sembra ipocrita che poi si lamentino quando la gente copia il loro comportamento invece di seguire quello che dicono. Si insegna soprattutto con l’esempio più che con la parola; se il docente è il primo a cercare mille scuse per giustificare una debacle, se considera qualsiasi valutazione un sopruso poi si troverà tanti allievi che ragionano esattamente come lui.
Se il docente non è il primo a dare l’esempio come può pretendere che gli studenti facciano quello che lui dice?

Lo scarto tra la prima e la seconda cifra è di 62,47 punti percentuali: un divario da prendere in considerazione. Resta un ultimo punto: nelle scorse settimane ci siamo tutti scandalizzati per l’insegnante che ha scritto “squola” ma ora di fronte a questi dati che arrivano dal Friuli c’è da fare una riflessione seria. Gli errori madornali degli aspiranti maestri sono il frutto di una scuola che ha perso di vista il suo principale obiettivo: fornire ai futuri lavoratori l’ “Abc” necessario. Non solo. Nonostante il nostro sistema d’istruzione sia perennemente monitorato da test come l’Invalsi, il risultato non cambia. Anzi peggiora. Qualcuno dirà che l’ignoranza degli aspiranti docenti è anche la conseguenza di una scuola che promuove tutti.

L’invalsi mostra, è uno strumento ma non è la soluzione. E ci sarebbe da spiegare anche la guerra che molti docenti fanno all’invalsi. Semplicemente se non fai selezione sulla base della qualità non hai personale selezionato per qualità, banalissima logica. Considerando anche che selezionare per qualità significa mandare, chi non ha le qualità, a fare altro.
Ma ciò, nel mondo della scuola, verrebbe considerato un crimine contro l’umanità tale da far derubricare la II guerra mondiale, in toto, ad un peccatuccio equivalente più o meno al non far uso, in strada, dei dispositivi di illuminazione o segnalazione visiva quando è prescritto (art. 152, comma 3°, C.d.s.)[^1].

Può essere, ma vorrei ricordare che alla primaria negli ultimi anni sono stati bocciati 11 mila bambini: troppi! Non è lì che va usata la mannaia perché a quell’età il bambino ha diritto ad avere il suo tempo, a essere sostenuto, a trovare maestri che possano offrirgli se serve anche ciò che non ha trovato nel contesto famigliare o ambientale da cui proviene.

Punterei gli occhi piuttosto sulla scuola secondaria di secondo grado dove alla maturità vengono promossi il 99,5% dei ragazzi. Allo stesso modo guarderei con attenzione al sistema universitario che regala 110 e lode. Mi impressiona, invece, sapere che qualche maestro si permetta una scrittura da social. servirebbe proprio a nulla.

Beh se in classe, I superiore, mi arrivano studenti che non conoscono le tabelline ed hanno enormi difficoltà in matematica, di chi è la colpa? ovviamente di chi doveva formali prima. E’ stupido non voler bocciare alle elementari, quando magari puoi ancora riparare, e poi uccidere in I superiore, quando spesso è tardi per intervenire. Ripeto la domanda che ho posto precedentemente: quando è ora di bocciare? A me è capitato di insegnare e se avessi dovuto valutare “onestamente” i ragazzi avrei dovuto fare una strage. La realtà è questa qui; guai a far prendere consapevolezza della propria ignoranza ad uno studente. Meglio illuderlo tanto poi, quando se ne renderà veramente conto, non sarà più a scuola e la scuola non potrà essere tirata “direttamente” in causa.

Facile dire di fare accoglienza, integrazione, supporto, intrattenimento e scaricare un somaro fatto e finito ai docenti degli anni successivi lavandosene completamente le mani e la coscienza. Conseguenza di questo modus operandi è che gli esami, quelli veri, oramai si son spostati all’inizio del ciclo successivo ammissione università nei corsi a numero chiuso ad esempio. Quelli in uscita oramai son considerati completamente inaffidabili.

Un’ultima riflessione: speriamo che al concorso oltre a correggere la grammatica (giustamente) si valutino anche le competenze pedagogiche di chi va in aula. Avere un docente che sa usare i congiuntivi ma non sa insegnarli non servirebbe proprio a nulla.

Prima vediamo se sa usare la grammatica (o la logica) poi vediamo se la sa insegnare. Il caso “conosce X ma non è in grado di trasmetterlo” può capitare, il caso “non conosce affatto X ma è in grado di trasmetterlo” invece non capita mai.  Apprezzo comunque che si chieda finalmente il congiuntivo invece di De Andrè, Gaber e la supercazzolazione prematurata antanica della Costituzione Italiana.

[^1] Sanzionato anche con la perdita di 1 (uno) punto sulla patente.

Tutti promossi, la Scuola finta che sforna analfabeti futuri operai

Su FB un mio contatto ha condiviso questa lettera. Devo dire che pur non condividendola l’ho trovata alquanto interessante perché mostra tutti i problemi della scuola italiana, quelli palesi ovvero il dover promuovere ad oltranza in quanto una bocciatura oramai viene considerata alla stregua di un crimine contro l’umanità ma anche, seppure in maniera occulta e fra le righe, la spocchia e l’autoreferenzialità del mondo scolastico oltre al pensare che lo scopo principale della scuola, la mission per dirla alla ammerrigana, sia il dover distribuire buste paga, soprattutto a gente che essendo riuscita a vincere una laurea con i bollini del supermercato si rivela essere talmentete stupida da non essere neppure capace di fare da operaio generico.

Sorgente: Tutti promossi, la Scuola finta che sforna analfabeti futuri operai – Tecnica della Scuola

Bisogna che finalmente qualcuno abbia il coraggio di dirlo: in Italia oggi in ogni ordine d’istruzione un bel voto si prende molto più facilmente di un tempo; anche perché, se così non fosse, il numero dei “non ammessi” all’anno successivo dovrebbe essere forse doppio (o triplo) rispetto a quello attuale. Da almeno tre decenni il Ministero della Pubblica Istruzione (che oggi non si chiama nemmeno più così) profonde sommi sforzi per far comprendere agli insegnanti che le bocciature non sono gradite “colà dove si puote”.

Non solo il ministero. Da ex docente posso dire che se per mantenere una classe serve promuovere 20 persone, si promuovono 20 persone anche a costo di promuoverle con 4 materie a debito e 2 debiti condonati. Perché perdere una classe significa perdere posti di ruolo. E nessun docente si taglia volontariamente le palle.

Questo però causa una spirale perversa: più è squalificato un titolo di studio, meno c’è voglia di sbattersi per prenderlo e maggiore è l’abbandono scolastico, oltre che il disprezzo per chi “certifica” bravo gente che non è capace di fare una O con il culo di un bicchiere.

Gli insegnanti, troppo spesso lontani dal possedere un cuor di leone, si adeguano. E le promozioni fioccano, aumentando di anno in anno, proporzionalmente al diminuire del livello culturale degli alunni. Tanto l’importante è superare i quiz Invalsi. Una realtà che supera di molto la fantasia di Carlo Collodi, che nel “Paese di Acchiappacitrulli” rappresentò un mondo alla rovescia, dove, per uscire di galera, Pinocchio deve dichiarare di essere un malandrino: mondo sinistramente simile all’Italia di oggi, purtroppo.

Questo passaggio sui quiz invalsi mi ha fatto pensare. Ci si lamenta della scarsa preparazione degli studenti, del dover promuovere emeriti asini e ci si lamenta dello strumento principe per rivelare l’asineria di quelli che si è stati costretti a promuovere. Solo io vedo una colossale contraddizione?

Ma se la Scuola diventa sempre più un Paese dei Balocchi, nel quale l’importante è far divertire gli alunni coi “progetti” e superare gli indovinelli del Ministero della Verità, il compito degli insegnanti, sottopagati, proletarizzati, vituperati, disprezzati, si fa sempre più arduo. E tutto ciò dimostra che degli insegnanti e della loro libertà (d’insegnamento e di valutazione secondo coscienza) la nostra classe politica e dirigenziale ha deciso di voler fare a meno.

la libertà di insegnamento non è la libertà di fare il cazzo che pare in classe; è la libertà di decidere i sistemi didattici giudicati più appropriati. E non è neppure l’immunità a qualsiasi forma di valutazione dell’operato del docente.

(…)Obbedir tacendo e tacendo promuovere
I collegi della Penisola si sono rapidamente adeguati al rigorismo ministeriale antibocciatura, ed hanno scritto nei “PTOF” criteri estremamente rigidi e particolareggiati. Così ora capita, ad esempio, che un allievo di terza media con quattro insufficienze gravi, magari in matematica e inglese (le quali prevedono prove scritte all’esame finale), ma non in italiano, e che abbia una risicata sufficienza in tutte le altre materie deve essere ammesso, comunque, all’esame di licenza media (e, ovviamente, affrontare con successo l’esame). P

Se riesce a passare l’esame “senza aiutini”, senza un “promuoveratur ut amoveatur” allora forse i docenti scolastici hanno sbagliato le valutazioni. Altrimenti si sta ammettendo che l’esame di III media è una burletta.

promozione certa per quasi tutti. Altro che la meritocrazia di cui blaterava Renzi: quella vale (?) solo per i Docenti destinatari del bonus premiale assegnato dal Dirigente a piacer suo; che sono poi quelli più ubbidienti all’andazzo imposto dal Ministero e dall’Invalsi. Per chi lo contesta in nome della Costituzione, per i Docenti che lavorano in classe per diffondere la cultura vera, neanche una lira bucata. Così imparano.

Cos’è, di grazia, la cultura vera?

Passo dopo passo, l’Italia sta diventando il Paese del diploma assicurato; così i posti di lavoro saranno sempre più riservati ai non meritevoli ben raccomandati, mentre i meritevoli veri resteranno disoccupati. E si moltiplicheranno i casi, già frequentissimi nelle scuole più disagiate, di Docenti picchiati dai genitori e dagli alunni per un voto insufficiente, e di ragazzi “furbi” che, ben sapendo di esser diventati intoccabili per legge, non porteranno a scuola nemmeno più la penna.

https://shevathas.wordpress.com/2013/01/16/una-scuola-non-selettiva-favorisce-i-poveri/

Sia chiaro: noi non siamo per una Scuola selettiva, di classe, che bocci la maggior parte degli alunni. Noi (gli insegnanti che contestano questo andazzo) ci battiamo, al contrario, per una Scuola inclusiva, democratica, con classi di massimo diciannove o venti alunni, che aiuti davvero quelli in difficoltà, che li motivi, che li segua, che li valuti in base alla buona volontà ed agli sforzi, non solo ai risultati.

Ta-daan non vogliamo una scuola selettiva ma ci lamentiamo della non selezione. Mi sembra di scorgere una leggera contraddizione.

Non siamo, però, per una Scuola finta, che rinneghi i propri principi ispiratori, che premi i furbi e gli analfabeti determinati a restare tali, che insegni ad essere corrotti e disonesti fin da bambini: i vizi italioti che tutto il mondo disprezza! Purtroppo non siamo maggioranza nel Paese. La scuola così come’è conciata sta bene al potere politico, ai potentati economici e a gran parte delle famiglie italiane: quelle culturalmente più deprivate, e quindi più incapaci di desiderare una Scuola seria e di comprenderne l’importanza.

E quindi se in classe hai uno, praticamente semianalfabeta, che non recupera durante l’anno che si fa? Si creano PIF, POF, PUF e PAF perché è un BES con una spruzzata di DSA e SIC quanto basta per promuoverlo (e non perdere la classe), o, sic et simpliciter, bocci? Spiegare grassie.

I peccati di Gola
Il 26 gennaio 2018 sul sito web di Confindustria Cuneo è stata messa in bella mostra una lettera aperta del presidente Mauro Gola “alle famiglie cuneesi che si trovano a scegliere l’indirizzo delle scuole superiori per i propri figli”. Secondo il presidente di Confindustria Cuneo è perfettamente inutile che gli studenti si ostinino a conseguire a scuola una preparazione culturale elevata, per poi iscriversi a filosofia o a fisica nucleare. Lavorare bisogna!

«Nel 2017», sostiene Gola, «le aziende cuneesi nel loro complesso, presi in considerazione industria, artigianato, commercio, agricoltura e servizi, hanno dichiarato di assumere circa 40.000 nuovi lavoratori. Di questi, il 38% sono operai specializzati, il 36% tecnici specializzati nei servizi alle aziende, il 30% addetti agli impianti e ai macchinari». Cifre in libertà, perché la loro somma è superiore a 100. Ma poco importa: “Il resto, marginale, sono gli altri ruoli aziendali, che sebbene fondamentali ed irrinunciabili, occuperanno poche unità. Il nostro dovere è quello di evidenziarvi questa realtà. Perché queste sono le persone che troveranno subito lavoro una volta terminato il periodo di studi“.

Il messaggio è molto esplicito: ciò che fa gola a Mauro Gola ed a Confindustria Cuneo non sono lavoratori colti e capaci di pensare criticamente in base al proprio bagaglio culturale, ma “addetti agli impianti e ai macchinari”, “operai specializzati”, “tecnici specializzati nei servizi alle aziende”. Che poi sappiano leggere un contratto o distinguere i fatti dalle opinioni, poco importa agli industriali. Anzi, se non sanno ben parlare, ascoltare, leggere e scrivere, meglio pure: saranno più docili e meno riottosi.

Ammesso che tecnici specializzati son capaci di pensare, e cacchio se son capaci di pensare, progettare un sistema eliminando criticità oppure gestire bene un tornio a controllo numerico devi pensare. Per fare i lavori da “scimmia” ci son già i robot, robot che son molto, ma molto, più vantaggiosi degli operai generici.

Un operaio specializzato deve saper parlare, deve saper documentare il suo lavoro e deve saper leggere la documentazione prodotta da altri.

Il passaggio di sopra è emblematico perché mostra due gravi difetti della scuola: il primo è la spocchia di chi si crede il centro del mondo e l’unico depositario della scienza e della cultura. E l’altro è l’autoreferenzialità della scuola: solo lei decide cosa sia o no cultura, cosa sia o no importante. E poco importa se quando si ferma l’automobile chiamate un meccanico che conosce il motore e non un dotto latinista capace di recitarvi tutto Tacito a memoria in lingua originale.

È, insomma, la solita vecchia storia di sempre: l’operaio non deve volere il figlio dottore. E il figlio dell’operaio deve introiettare questo dogma. Dogma sposato anche da quella sinistra che è erede diretta dei partiti stalinisti del dopoguerra, e che, senza cambiare affatto i quadri dirigenti, dopo il 1989 si è innamorata del neoliberismo, gareggiando con le Destre per dimostrare a chi controlla i capitali che la dittatura sul proletariato (e sulla classe media) si esercita meglio con la “Sinistra” al Governo che con le Destre. Anche perché la “Sinistra” non si troverà mai di fronte, se non a parole, l’ostilità di mamma Cgil (come invece può capitare ai Governi di Destra).

Fuoco a volontà
E allora tutto è chiaro. La Scuola, da trent’anni, si trova sotto il fuoco incrociato di vecchi nemici e amici falsi. Sopravvive, ed è ancora comunque efficace, solo grazie al suo pilastro fondamentale, che sono gli insegnanti. E infatti il fuoco è concentrato soprattutto contro questi ultimi, sempre più immiseriti, disprezzati, oberati di scartoffie, calunniati, sbeffeggiati, dominati, e premiati (poco) solo se ubbidiscono. È dunque fondamentale, per salvare la Scuola, che gli insegnanti comprendano l’importanza di cambiare la legge vigente sulla rappresentanza sindacale. Solo così potranno sperare di esautorare i maggiori responsabili di questa situazione, ovverosia quei sindacati “maggiormente rappresentativi” che alla realizzazione di tutto ciò hanno dedicato la propria fattiva complicità.

Taaa daaan i sofficini. Una nuova politica sindacale. Beh per esperienza di tecnico quindi stupido et ignorante, posso dire che con i requisiti contraddittori di sopra: bocciare ma non bocciare, rivelare il merito ma tutti egualmente meritevoli, l’unica cosa che esce è una immensa, solenne, epica “cagata pazzesca”. Consiglierei ai dottissimissimi sindacati scolastici di rivedere le basi della logica Aristotelica, in particolare il principio di non contraddizione.

L’Italia può ancora salvarsi dal declino cui è avviata. Può salvarsi, però, solo a patto che si salvi la Scuola. Perché la Scuola è il fondamento di ogni futuro. Se avremo una Scuola pessima, ridotta ad un carnevale senza senso, il futuro sarà pessimo. Se invece saremo capaci di recuperare il senso del suo esistere e del mandato costituzionale che l’ha istituita, il futuro tornerà a farsi pieno di speranza per tutti: ivi compresi quegli straricchi che si illudono di costruire la propria felicità in un Paese distrutto.

Per salvare la scuola imho si dovrebbe, per certi insegnati, inserire l’alternanza miniera, spalamento letame. E a sera al posto della cena acculturarsi. Cos’è un misero piatto di pasta dinanzi a Tacito ed Erodoto in lingua originale? che siano saziati di cultura…

Di maio vuole il ministero della meritocrazia…

Sorgente: Di Maio, serve ministero “Meritocrazia”. Scuola è massacrata – Elezioni 2018 – ANSA.it

“Servono gli Stati Generali della scuola non nuove riforme”

Luigi Di Maio intervenendo in streaming a Skuola.net ha rivelato di non aver votato nelk 2008. “Avevo 22 anni e non ho votato perché non mi sentivo rappresentato: ma da quel giorno mi sono ripromesso di iniziare un percorso di partecipazione. La vera sfida non è solo il voto ma la partecipazione. Mettersi in gioco e provare a cambiare le cose.

“Stiamo pensando a un ministero della meritocrazia che finalmente dia la possibilità al governo di fare politiche che permettano ai giovani e ai meno giovani meritevoli di raggiungere gli obbiettivi della loro vita. Il tema della meritocrazia non esiste in Italia. Gli onesti spesso sono ritenuti fessi”.

La scuola – ha detto ancora il candidato premier M5S – è stata massacrata dalle riforme. Servono gli Stati Generali della scuola non nuove riforme. Sono state fatte per la scuola quattro riforme in pochi anni ma ora, prima di tutto, la scuola vorrei rifinanziarla. Per assicurarci che non caschino tetti sulla testa degli studenti, che non cambino insegnanti ogni sei mesi e venga assicurata la continuità didattica e che non ci siano 30 alunni per classe. Io – ripete Di Maio – non sono dell’idea di mettere mano ad un’altra riforma”.

Sinceramente Di Maio che propone il ministero della meritocrazia è comico tanto quanto Berlusconi che proponga il ministero per la castità o la Boldrini quello per l’umiltà. Detto questo, noto che, come al solito, si parla di meritocrazia ma non si entra nel merito della vicenda. Per parlare di meritocrazia, con proprietà, occorrono due cose:

  1. definire bene cosa sia “il merito”
  2. specificare come tale merito possa essere misurato; misurato nella maniera più oggettiva possibile

Mancando le due cose,  il termine meritocrazia è solo un termine vacuo che serve a mascherare con belle parole il concetto: “non son io una capra ignorante ma è colpa dell’assenza di meritocrazia”.  E spesso gli stessi che stra parlano di meritocrazia sono i primi a lagnarsi quando si parla realmente di meritocrazia. Ricordo il caso di un maestro, all’epoca precario, che si lamentava dell’assenza di meritocrazia nella selezione dei maestri. Lo stesso che si lagnò alquanto quando non riuscì a passare il test di preselezione (test di preselezione pre) si lamentò alquanto che il MIUR pretendeva capacità di ragionamento logico matematico e capacità di comprensione del testo e non didattica innovativa come l’ascolto di De Andrè invece di insegnare il flauto…

Anche gli studenti; quanti pro “meritocrazia” sarebbero anche pro “test invalsi” e “esami di ammissione”? credo pochi, molto molto pochi.  Meglio la meritocrazia nella quale il merito è la capacità di antanizzazione supercazzolante prematurata postdatata.

Beata la scuola che non ha bisogno di eroi…

Stavo leggendo la vicenda della professoressa sfregita da un suo studente. Professoressa che, a quanto pare ha dichiarato:

«Lo perdono»
Oggi, la professoressa Di Blasio dovrebbe essere dimessa. Ieri l’insegnante è stata sottoposta a una visita maxillofacciale a Caserta, poi è tornata all’ospedale di Maddaloni. Scossa, ma incredibilmente decisa ad assumere il ruolo di primo difensore del ragazzo. «Torno a scuola appena possibile – ha detto – ma Rosario non deve essere punito, chi lo punisce fa male a me». La donna ha riferito che «per quanto si rifiutasse di studiare, non avrei mai immaginato che avrebbe fatto una cosa simile». (fonte)

Prima considerazione: non si sta parlando di un bambino di 3 anni che non si rende conto di nulla ma di una persona di 17 anni. A 17 anni dovresti iniziare ad essere responsabile delle tue azioni; e responsabilità significa anche trovarsi a dover pagare per le stupidaggini fatte. Giustificarlo come se avesse avuto 3 anni significa educare lui e gli altri all’irresponsabilità dei bambini di 3 anni. Si vuole questo? Poi però non ci si lamenti dell’irresponsabilità dei ragazzi visto che è un diretto effetto di come son stati cresciuti.

Seconda considerazione: non condivido l’agiografia che vuole che la professoressa sia una santa. La scuola con il ragazzo avrà anche sbagliato ma non è stata l’unica che doveva intervenire, e gli eventuali sbagli fatti dalla scuola non possono e non devono, in nessun caso, giustificare per niente tali comportamenti. E il fare la santa e perdonare significa insegnare, con l’esempio: “fate quello che vi pare che poi tanto un pretesto per perdonare si trova”.  Il ragazzo va trattato con giustizia in modo che sia un esempio per lui e per gli altri, che si renda conto di ciò che ha fatto e che se ne rendano conto anche i compagni. Un ragazzo non si porta il coltello a serramanico a scuola così per caso. Non vorrei calunniare ma, leggendo, ho avuto l’impressione che come al solito si tendesse a minimizzare certi comportamenti per poi “accorgersene” di botto quando la questione diventa troppo grossa da poter essere nascosta.

Terza cosa: la scuola non ha bisogno di martiri; ha bisogno di personale professionale che venga posto nelle condizioni di lavorare bene ed in maniera efficace. Sarebbe opportuna una riflessione sui danni che l'”attimo fuggente” ha fatto. Era un bel film ma un film non è la realtà. E soprattutto non si può pretendere che i docenti facciano miracoli e trasformino “per miracolo” teppisti in perfetti lord inglesi.

proteste per la riforma della scuola, le solite zappe sui piedi.

Ok come al solito il ministro della pubblica istruzione ha annunciato la sua riforma epocale della scuola e stavolta l’idea geniale per rendere la scuola italiana la più migliore1 del mondo2 è accorciare di un anno le superiori.

E il dibattito è, guarda caso, soprattutto sul numero di posti di lavoro nella scuola che si perderebbero. Nessuno ha considerato il punto reale della questione ovvero: accorciare di un anno le superiori come si rifletterà sulle capacità e competenze in uscita degli studenti? Usciranno con, più o meno, la stessa preparazione di prima o usciranno meno preparati e capaci?

Se l’anno perso a scuola si traduce in un anno di formazione in più da fare al lavoro o all’università la riforma è perfettamente inutile, si limita a spostare l’onere formativo dallo stato ai privati. Se invece la preparazione degli studenti è la stessa, che escano dalla quarta o dalla quinta per i datori di lavoro  le università è la stessa cosa, allora ci sarebbe da aprire un serio discorso sulla scuola e sui programmi scolastici realmente svolti e sulla loro utilità.

Un problema della scuola è che viene pensata, soprattutto dai sindacati dei docenti, non come uno strumento di formazione ma come uno strumento il cui scopo principale è la distribuzione di buste paga. E questo spiega anche l’autoreferenzialità della scuola ed il fatto che l’alternanza scuola – lavoro sia vista come blasfema. La scuola dovrebbe restare chiusa nella sua torre d’avorio al riparo dalle brutture del mondo. Brutture che sono il richiedere persone capaci e competenti, non pappagalli capaci di recitare alla perfezione tutte le orazioni di cicerone ma incapaci di calcolare una banale percentuale.

Purtroppo la scuola è rimasta l’ultimo “stipendificio”3 visto che il resto della pubblica amministrazione, per amore o per forza, è stato costretto a virare da stipendificio a ente di servizio4. E purtroppo ciò che è avvenuto al resto della PA sta iniziando a capitare anche con la scuola, e, come capitato da altre parti, molti ne usciranno con le ossa frantumate.

Per il resto prima di dirmi d’accordo o meno con la riforma preferirei vedere bene come verranno rimodulati i programmi; meglio poco ma ben fatto che programmi vastissimi dei quali si riesce a fare più o meno un decimo.

 


  1. io sono studiato quindi conoscerebbi la grammatica; mica uso lo scorretto “più meglio”. 
  2. a sentire i docenti che vi insegnano, stipendi a parte, è quella che prepara ottimi studenti talmente capaci che rompono il culo a cinesi, coreani e finlandesi. Basta considerare che i test OCSE PISA son preparati da bildemberg in combutta con la trilaterale al solo scopo di sabotare la scuola italiana. 
  3. Basti vedere gli ultimi due concorsi. Colossali lacune di preparazione degli aspiranti docenti e nonostante ciò in virtù delle graduatorie e che, praticamente, non ci son controlli sulla qualità del lavoro dei docenti, tali aspiranti docenti spesso insegnano e magari alla fine “vincono” il passaggio in ruolo per anzianità di servizio grazie alle mitiche graduatorie della scuola. Graduatorie ove l’unico merito è l’anzianità. 
  4. i concorsi son diventati leggermente più selettivi, non son più possibili “le grandi regolarizzazioni a pioggia”, le norme europee evitano i giochetti “all’italiana” troppo sfacciati. 

riguardo a trump ed “science-based”

Sui media c’è stato fermento a seguito della direttiva di Trump di vietare l’uso di alcune parole; faccio notare il gioco di “narrazione” che viene tirato fuori per infangare trump.

fonte: http://www.ansa.it/sito/notizie/mondo/2017/12/16/trump-vieta-trans-feto-testi-sanita_8f3b4cec-b730-4e6b-99f8-a2ae68149ad0.html

Transessuale, feto, diversità, vulnerabile, diritto, basato sulle evidenze, basato sulla scienza: sono i sette termini che l’amministrazione Trump vuole proibire nei documenti della sanità, con un approccio ideologico senza precedenti che ha già scatenato forti polemiche nel mondo politico e scientifico. A rivelare la blacklist è stato il Washington Post, che ha dato conto di un episodio avvenuto ad Atlanta, in uno dei Centers for Disease Control and Prevention (Cdc), un’autorità sanitaria internazionalmente conosciuta e stimata, con un bilancio di circa 7 miliardi di dollari ed oltre 12 mila dipendenti.

E’ qui che si è presentata Alison Kelly, dirigente dei servizi finanziari, comunicando che quelle parole e quelle espressioni non devono comparire nei documenti per il bilancio del prossimo anno. In alcuni casi, ad esempio “basato sulle evidenze”, “basato sulla scienza”, si suggerisce di usare “basato sulla scienza in considerazione degli standard e dei desideri della comunità”. In altri non è stata offerta alcuna alternativa. Kelly non ha spiegato il perché della blacklist e si è difesa dicendo che lei faceva solo da ambasciatrice dell’informazione. Del resto Donald Trump non ha mai nascosto di considerare la scienza come una questione di opinione e non una realtà oggettiva basata sull’evidenza, a partire dalle sue considerazioni sul climate change. I presenti sono rimasti increduli, riferisce la fonte del Wp. “Ma dice sul serio?”, “Ci sta prendendo in giro”, sono state alcune reazioni.

a leggere la notizia sembra che siano da vietare nei documenti per il bilancio. Penso si tratti di documenti contabili, non so se per “documenti per il bilancio” si intendano anche le relazioni giustificative per le spese. Se si intendono anche queste ultime la decisione appare alquanto bizzarra, altrimenti, se si parla solo di documenti strettamente contabili si tratta solo di una pagliacciata fatta per dare un pseudocontentino ai “creazionisti” sostenitori.

Immediate le polemiche, e le ironie sul web. “E’ più chiaro che mai: questa amministrazione ha disprezzato la salute delle donne, le persone Lgbt e la scienza sin dal primo giorno”, ha twittato Planned parenthood, la rete di organizzazioni no profit che si occupano della salute e della educazione sessuale e dell’accesso a servizi sanitari come l’aborto. “L’amministrazione di Donald Trump sta facendo l’America nuovamente stupida. Finiremo con l’usare Voodoo e sanguisuga per trattare le malattie?”, ha twittato il deputato democratico Ted Lieu, parafrasando lo slogan trumpiano “Make America great again”. Non è la prima volta, dopo l’insediamento di Trump, che nelle agenzie federali affiora il problema della terminologia da usare in questioni relative l’orientamento sessuale, l’identità di genere, il diritto all’aborto, il cambiamento climatico, che avevano ricevuto ampia visibilità con la presidenza Obama. Diversi dipartimenti, tra cui la sanità, la giustizia, l’educazione, lo sviluppo residenziale ed urbano, hanno cambiato alcune politiche federali e il modo di raccogliere informazioni sulla comunità Lgbt. In marzo, ad esempio, il ministero della salute ha evitato di fare domande sull’orientamento sessuale e l’identità di genere in due sondaggi sugli anziani. E ha già da tempo cancellato dal proprio sito le pagine che contenevano informazioni sulla comunità Lgbt, mentre il dipartimento che si occupa di Infanzia e Famiglia ha rimosso le pagine che fornivano informazioni sui servizi disponibili per le persone Lgbt e le loro famiglie, comprese quelle su come ricevere aiuto se vittime di trafficanti. Certo, ora non si capisce come il centro nazionale per l’Aids, la tubercolosi e le malattie sessualmente trasmissibili possa evitare di usare la parola transgender lavorando sulla prevenzione dell’Hiv tra queste persone. O come il Cdc possa lavorare sui difetti alla nascita causati da Zika senza utilizzare la parola feto nella sue ricerche.

Interessanti anche l’umorismo e le polemiche. Mi sarebbe piaciuto leggerle anche in altri casi; ad esempio quando si è proposta la matematica politically correct oppure quando la British Medical Association, nelle sue linee guida sul linguaggi da tenere nei rapporti con il pubblico scrisse alcune perle come questa:

fonte: https://archive.org/stream/2016BritishMedicalAssociationBMAGuideToEffectiveCommunication2016/2016_BritishMedicalAssociation_BMA-guide-to-effective-communication-2016_djvu.txt

Pregnancy and maternity

Gender inequality is reflected in traditional ideas about the roles of women and men.
Though they have shifted over time, the assumptions and stereotypes that underpin
those ideas are often deeply rooted.

It is common to assume a woman will have children, look after them and take a break
from paid work or work part-time to accommodate the family. If a woman is forgetful
during pregnancy, this is often referred to as her ‘baby brain’. However, such assumptions
and stereotypes can and often do have the effect of seriously disadvantaging women.

A large majority of people that have been pregnant or have given birth identify as women.
We can include intersex men and transmen who may get pregnant by saying ‘pregnant
people’ instead of ‘expectant mothers ’. 2

2 Intersex is a term used to describe a person who may have the biological attributes of both sexes or whose
biological attributes do notfit with societal assumptions about what constitutes male orfemale. Intersex people
can identify as male, female or non-binary.

traduzione (con google translate – grassetti miei)

Gravidanza e maternità

La disuguaglianza di genere si riflette nelle idee tradizionali sul ruolo delle donne e degli uomini.
Sebbene abbiano spostato nel tempo, le ipotesi e gli stereotipi su cui si fonda
quelle idee sono spesso profondamente radicate.

È normale presumere che una donna abbia figli, che si prendano cura di loro e si prendano una pausa
da lavoro retribuito o lavoro part-time per assistere la famiglia. Se una donna è dimentica
durante la gravidanza, questo è spesso definito come il suo “cervello del bambino”. Tuttavia, tali presupposti
e gli stereotipi possono e spesso hanno l’effetto di svantaggiare seriamente le donne.

Una grande maggioranza delle persone che sono state incinte o che hanno partorito si identificano come donne.
Possiamo includere uomini intersessuali e transmen che potrebbero rimanere incinta dicendo “incinta”
persone “invece di” mamme in attesa “. 2

2 Intersex è un termine usato per descrivere una persona che può avere gli attributi biologici di entrambi i sessi o di chi
gli attributi biologici non si adattano alle ipotesi della società su ciò che costituisce un maschio o una femmina. Persone intersessuali
può identificarsi come maschio, femmina o non binario.

Per me il casino che sta nascendo è perché “ha stato Trump!!!UNOUNOUNO” ad attaccare la scienza, avesse detto, le stesse ed identiche vaccate, un progressista verniciandole di buone intenzioni: “linguaggio inclusivo, la mutabilità del mondo contro l’arida rigidità della scienza…” gli stessi che adesso si stanno stracciando le vesti per la scienza, probabilmente sarebbero in piazza a lamentarsi degli scienziati che pretendono di chiamare “madre in attesa” un essere appartenente al genere “homo sapiens” dotato di utero contenente uno o più… ehm… cosi1 che ivi vi maturano.

Più o meno quello che succede in italia: quando Maristella Gelmini parlò del tunnel neutrinico l’italia si scoprì esperta di fisica del neutrino più meglio dei fisici del CERN, quando Valeria Fedeli sbaglia congiuntivi e scrive erroneamente il termine “più meglio” c’è un imbarazzato silenzio… Per non parlare dei tentativi della presidentdella camera dei deputatdi riscrivere la grammatica italiana.

 


  1. qui le direttive del potus si devono rispettare, non voglio problemi con il mossad. 

Invece concita, il posto delle vostre storie – Che paura la crudeltà dei vostri commenti

Una lettera pubblicata nel sito della “de gregorio”. Interessante perché si accusa gli altri di crudeltà e di odio invece di guardare i propri sbagli.

Sorgente: Invece concita, il posto delle vostre storie – Che paura la crudeltà dei vostri commenti

Grazie a I., 30 anni

“Ho compiuto i 30 e sono disoccupata. Da quando mi sono laureata, l’impiego più stabile che ho trovato è stato come colf. Ho tentato tutto: stage, fabbrica, raccoglitrice nei campi, negozi, pulizie. Ormai quando un’agenzia interinale mi chiama (molto di rado) mi dimentico perfino di chiedere il tipo di contratto offerto, o gli orari, e accetto il colloquio. Sono angosciata, perché ora che ho superato i 29 anni (la maggior parte degli annunci pone questa soglia) sento che per il mercato del lavoro sono da rottamare. Una specie di semi-nuovo avviato verso il deserto di latta di uno sfasciacarrozze”.

“Ho sviluppato una specie di fobia rispetto all’attività stessa di cercare un lavoro. Tutte le volte che leggo “non idoneo”, che aspetto invano una risposta; “le faremo sapere” ai colloqui, accordi disattesi degli impiegati delle risorse umane di turno. Dopo tante porte chiuse arrivi a sospettare di non valere nulla. Di essere tu in difetto. Davvero non valgo nulla?”.

Sono domande che è giusto porsi; se io aprissi un negozio e vedo che non riesco a battere chiodo la domanda: “perché la gente non compra i miei prodotti”? me la dovrei porre e così anche la domanda “perché non riesco a trovare lavoro”? Non a caso si parla del mercato del lavoro; ed un mercato è fatto da chi vende e da chi acquista. E se chi vende, vende cose che non interessano a chi acquista, venderà poche cose. La domanda da porsi non è: “ma io non valgo nulla?” ma bensì: che esigenze dell’acquirente posso soddisfare? perché dovrebbe assumere proprio me?

La mentalità “io valgo ergo mi devono assumere” è una mentalità che porta a valutazioni sbagliate come la mentalità “io apro un negozio ergo la gente deve venire a comprare da me”. E se c’è un concorrente che fa prezzi migliori? E se la gente preferisce prodotti diversi da quelli che vendo? Cultura significa capire la realtà ed il mondo cui si vive, non limitarsi ad essere guru del proprio ombelico.

“Mi sono laureata con voti più che buoni e mi sto preparando per il concorso del dottorato. Una volta ho fatto un colloquio per un contratto di un paio di mesi per coprire un picco stagionale; il titolare mi ha detto: ‘E’ un lavoro che chiunque, a meno che non abbia problemi di cervello, in un paio di giorni ha imparato’. Non mi ha richiamata. Come si deve sentire una persona che viene respinta? Sono ben consapevole di non essere l’unica in questa situazione. Leggevo la testimonianza di Annarita, qualche giorno fa. Sai cosa davvero mi colpisce? La crudeltà di chi commenta. Perché non basta essere bistrattati, non avere soldi, dipendere dagli altri. Bisogna anche subire il disprezzo di chi ti dice che non lavori perché sei schizzinoso, o che ti meriti di essere disoccupato perché hai una laurea umanistica (è tutta la vita che lo sento)”.

Come si deve sentire una persona che puntualmente vince “la medaglia di legno”? O si rende conto di non essere portato per quello sport e cerca di cambiare, possibilmente il prima possibile, o continua ad allenarsi sperando di vincere. Oppure frigna che il governo deve dare a tutti una medaglia d’oro. In italia spesso si è scelta la terza, quando le vacche erano grasse. Adesso che ci son pochi soldi al più si può avere una medaglia di cartone.

La questione non è laurea umanistica/laurea scientifica. Semplicemente è più facile trovare lavoro in una nave come marinaio che come speleologo. Hai la passione per la speleologia? benissimo, studiarla è una tua scelta. Ma poi non lamentarti se in marina assumono prevalentemente marinai e “snobbano” gli speleologi.

“La colpa è tua. E’ questa crudeltà a lasciarmi senza fiato, più delle porte chiuse. La cattiveria della gente che per ignoranza e insensibilità mi dice che di non potermi costruire una famiglia me lo merito, che se mi offrono un contratto di un’ora e mezza a settimana (mi è stato offerto) lo dovrei accettare, altrimenti non è vero che ho bisogno di lavorare. La superficialità di chi pensa che con la cultura non si mangia e deride chi ci si dedica, senza pensare che l’assurdità, al limite, è il fatto che in Italia non si possa mangiare con la cultura”.

Se si vuole dimostrare che con la cultura si mangia basta portare casi “virtuosi” di gente che riesce a mangiare con la cultura. Casi virtuosi dove si mostra come un centro culturale è diventato un attrattore economico. Ma forse in italia molti confondono cultura con il termine “cul thurah”, antico termine sumero-babilonese che significa “scrivania con stipendio garantito il 27 del mese”.

Crederò che in italia si possa mangiare con la cultura quando vedrò un colto con la pancia piena e non tanti affamati livorosi che si arrabbiano quando viene ricordato loro che non stanno mangiando.

Quella che chiami cattiveria è solo un modo, sgarbato, di ricordare la verità. Ma che venga detta in modo sgarbato non rende la verità meno vera.

“Per non parlare di chi ti fa i conti in tasca, del tipo “stai scrivendo da un pc, se fossi povero non lo avresti”, dimenticando il fatto che sto anche mangiando, se è per questo, e senza uno stipendio non posso prendermi neanche il pane. Ma il computer come il pane non li ho comprati io; non perché non abbia voluto, ma perché non ho potuto. Penso tutti i giorni a Michele, il ragazzo di Udine che non molto tempo fa si è ucciso a causa della disoccupazione”.

“Ho stampato la sua lettera di addio e la tengo appesa in camera. Ringrazio il mio ragazzo, è grazie a lui se non sono ancora arrivata a ripetere lo stesso gesto. Che società siamo? Che cosa stiamo lasciando a chi verrà dopo di noi? Invece che condannare un sistema che provoca la tragedia, condanniamo le vittime della tragedia”.

Un saggio detto tibetano dice: accendere una candela è più saggio che maledire l’oscurità. Qui vedo tanto frignismo; una persona che non capisce il gioco della domanda e dell’offerta, che pensa che il lavoro sia un diritto e non una possibilità. E’ una cosa che ho imparato nel mondo del lavoro; gli altri, aziende e persone hanno i loro interessi e “vendi”, “lavori” se offri qualcosa che a loro serve o di cui hanno interesse, altrimenti non interessa e prendono altro. Si chiama realtà.