Lodi, arrestato il prof dei record: 1.500 giorni di assenza, faceva l’avvocato in Calabria – Repubblica.it

Una dissociazione immediata da parte dei sindacati della scuola sarebbe gradita. Son casi come questo che fanno venire il dubbio che non tutti i docenti lavorino 36 ore al giorno per 10 giorni la settimana tutto l’anno, natale, pasqua e ferragosto compresi.
Anche perché abusare di, tutto sommato giusti, diritti è il modo migliore affinché vengano levati a tutti, sia chi ne abusa e a chi ne ha veramente bisogno.

Lodi, arrestato il prof dei record: 1.500 giorni di assenza, faceva l’avvocato in CalabriaLa guardia di finanza Le assenze accumulate in 5 anni fra malattia, congedi e aspettativa per motivi familiari mentre seguiva centinaia di udienze e viaggiava in tutt’Italia per portare avanti le cause18 luglio 2017Docente in due scuole del Nord e avvocato in Calabria, impegnato a viaggiare in tutta Italia per seguire le cause. In classe? In 5 anni ha collezionato 1.500 giorni di assenza e per lui è scattato l’arresto. Un professore, A.M. di 55 anni, ex docente dell’Istituto superiore di Codogno e dell’Istituto Merli-Villa Igea di Lodi è stato arrestato e posto ai domiciliari dai militari della guardia di finanza, su ordine del gip di Lodi, per aver accumulato, in cinque anni, la montagna di assenza dall’insegnamento, mentre, in realtà, faceva l’avvocato a Vibo Valentia. Dal settembre del 2011 al febbraio di quest’anno aveva totalizzato oltre 1.500 giornate di assenza fra malattia, congedo biennale per assistenza a familiare e aspettativa per motivi familiari.

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Invalsi, la sardegna ultima ma non è un problema, almeno per i sindacati.

Sono usciti i risultati dell’Invalsi e la sardegna risulta essere ultima in italia. Sull’unione sarda è comparso questo articolo, articolo che sinceramente non mi trova d’accordo, mi sembra un tentativo, patetico, di voler sostenere che per dimagrire basti lanciare fuori dalla finestra la bilancia. Certo non ti rendi conto di quanto pesi ma prima o poi il conto arriva…

Fonte: Unione Sarda

Ultimi in Italia.

“Ma non per questo meno preparati”, dice Nicola Giua, Cobas Sardegna.

Punto di vista interessante; sulla base di cosa si motiva il “non per questo meno preparati”? ci son numeri, fatti che lo provano oppure è un semplice ipse dixit?

L’ultimo rapporto sui test Invalsi 2017 descrive una regione in cui gli studenti che frequentano la seconda classe delle scuole superiori (licei e istituti tecnici, quindi) sono i meno bravi del Paese.

Vanno male sia in italiano (comprensione del testo e grammatica) sia in matematica.

“Gli Invalsi sono un’inutile e deleteria pratica, avulsa dalle attività didattiche della scuola”, dice Nicola Giua che, con i Cobas, in Sardegna da anni guida il “boicottaggio” di queste prove.

E di grazia si potrebbe sapere il perché? l’essere capaci di leggere un grafico, di comparare due offerte commerciali per scoprire quale sia la più conveniente perché è avulso dai programmi di matematica? La matematica deve servire solo a scomporre polinomi e stop?

“Da sempre sosteniamo che non hanno nessun valore, quindi leggere adesso che i risultati collocano gli studenti sardi in fondo alla classifica non ha nessun significato scientifico”.

Da notare la frase: “noi sosteniamo che non hanno nessun valore ergo i risultati non hanno nessun valore”. Ottimo ragionamento circolare. Perché non hanno alcun valore scientifico? dove son le prove di ciò? Perché esaminando i dati si nota che dove il risultato medio invalsi è più alto la gente mediamente si laurea prima, trova lavori “da laureato” più facilmente. Dove sono i dati che smentiscono l’incapacità predittiva dell’invalsi?

Gli studenti più bravi in Sardegna sono i bambini delle seconde elementari, ma già in quinta elementare comincia la prima lieve “discesa” rispetto al resto del Paese.

Il divario, però, cresce negli anni successivi e vede gli studenti delle terze classi delle scuole medie con punteggi più bassi, fino ad arrivare ai ragazzi dei licei e istituti superiori per i quali la distanza è enorme rispetto al resto d’Italia.

 

“I nuovi dati Invalsi rappresentano solo un pezzo di un sistema scolastico regionale in sofferenza”, spiega Ivo Vacca, segretario regionale Flc-Cgil, “che si somma al problema della dispersione scolastica, quello dello scarso tasso di laureati ecc. Pur apprezzando lo sforzo della Regione con il progetto Tutti a Iscol@, e ribadendo che anche noi come Cgil siamo sempre stata contrari agli Invalsi, non possiamo nascondere il fatto che occorre una legge regionale che si riappropri della qualità del servizio e che adegui il tipo di istruzione alle necessità del territorio”.

Come si può migliorare la qualità del servizio senza un controllo di qualità del servizio? Purtroppo prendere Gimmi Saponetta, terzo portiere della squadra dell’oratorio,  e pagarlo come Gigi Buffon non trasforma il Saponetta in un portiere da Champions. Che controlli di qualità andrebbero fatti?

BOICOTTAGGIO IN SARDEGNA – In generale, il rapporto scatta la fotografia di un’Italia che tra i banchi di scuola si muove a due velocità, in cui si conferma il divario tra Nord e Sud nell’apprendimento dell’italiano e della matematica.

In questo scenario, la Sardegna è la maglia nera.

“Non è un caso che vadano meglio i bambini”, spiega Nicola Giua.

“Più gli studenti crescono, più acquistano la consapevolezza della totale inutilità di questi test e più è facile per loro boicottarli con prestazioni negative. Ma questi risultati”, ribadisce, “non hanno nessuna attendibilità scientifica”.

E spiega il perché: “La Sardegna è la regione che ogni anno registra la più elevata percentuale di boicottaggio di questi test. Quest’anno, per esempio, ci sono state classi da 25-30 alunni in cui hanno svolto la prova appena due-tre, quattro studenti al massimo. Anche loro stati censiti, ma che valore ha utilizzare il risultato di pochi e mischiarlo con quello di un sistema?”.

I test sono inutili -> vengono boicottati -> non danno risultati attendibili -> sono inutili. Un perfetto ragionamento circolare. In realtà la percentuale di boicottaggi, secondo l’ufficio scolastico regionale, è minore del 30%. Un 70 delle classi quindi ha sostenuto la prova. E considerando che è più probabile che la boicottaggio partecipi un “casinista” più che un “secchione” i dati acquistano una luce ancora più fosca.

Purtroppo i sindacati cercano di curare il problema, la scarsa preparazione degli studenti, negandolo e sostenendo che non esista. Ma ciò non è una cura. E chi paga poi sono i ragazzi che partono convinti di essere dei geni e tornano scornati.

Donnarumma e l’esame di maturità

Avevo capito male; avevo capito, fuorviato dai peana sulla cultura, che Donnarumma aveva semplicemente rinunciato a dare l’orale dell’esame di maturità e non che avesse chiesto spostamenti “personalizzati” dell’esame.
Il suo comportamento è stato scorretto perché prima chiede una eccezione e poi fa beatamente di testa sua. Quello è un comportamento maleducato e cafone. Lascio comunque il post e questo messaggio a parziale correzione.

 

Su FB è tutto un fiorire di scandalizzati perché donnarumma, il portiere del milan, ha rinunciato a sostenere l’esame di maturità e se ne è volato ad ibiza.

Tutto un fiorire di: “è uno scandalo”, “è un pessimo esempio per i giovani” etc. etc.

Le proteste mi sembrano infantili; il tizio non è uno che ha bisogno del diploma per trovare un lavoro e sbarcare il lunario, il lavoro l’ha già trovato, un contrattino da sei milioni di euro, e il diploma è inutile. Piaccia o no è pagato per fare da portiere di calcio non per calcolare una partita doppia. Se hai le capacità di diventare giocatore professionista di serie A il diploma è perfettamente superfluo.

Trovo più diseducativo che ci si lamenti perché non è andato a dare l’esame di maturità invece di spiegare chiaramente che se sei “molto bravo” in qualcosa e di quel qualcosa riesci a viverci allora non sei obbligato alla carriera “accademica”.  Meglio un bagno di realtà che un ennesimo inutile peana alla cultura.

 

la strage dei colpevoli (al concorso magistrale)

spiace dirlo ma se vuoi avere qualità devi fare un robusto controllo di qualità. Detto questo, e detto che quanto capitato è una prova del tremendo analfabetismo di ritorno, vorrei fare alcune considerazioni. Non è una strage degli innocenti, persone bocciate per il gusto di bocciare; parliamo di persone che dovrebbero essere formate e che dovrebbero già aver messo piede in una scuola. E la domanda sorge spontanea: “ma in che mani stiamo mettendo i nostri figli”?

Ok parlare di strage ma non parlerei di strage degli innocenti; in un concorso, che che ne pensino certi “candidati” non si sega “mentula canis” ma si sega chi non è in grado.

Da notare anche un’altra cosa: oramai la PA non sta più venendo usata come un grosso ammortizzatore sociale per posteggiare persone incapaci di fare altro; e questo è devastante soprattutto per chi ragionava in termini di “pezzo di carta per il posto sotto casa”. Far pulizia nella scuola, ultimo diplomificio, sarà una impresa immane ma serve, l’alternativa è arrivare in una situazione dove avrai una scuola di elité che prepara e prepara bene e una scuola “diplomificio/intrattenimento” per illudere la gente di sapere e che sfornerà orde di ignoranti convinti di essere dottoroni e che si lamenteranno che l’ascensore sociale non funziona (perché incapaci di usare i tasti dell’ascensore).

fonte: http://bologna.repubblica.it/cronaca/2017/06/10/news/bologna_ecatombe_ai_concorsi_per_insegnare_a_scuola_piu_posti_che_promossi-167699982/

Bologna, quasi 5mila bocciati al concorso per elementari e materne: “Non hanno idea di come si insegna”

Ecatombe alle prove scritte. Il provveditore dell’Emilia Romagna Stefano Versari lancia l’allarme: “Chiediamoci come stiamo formando i futuri docenti”. I posti per la primaria non saranno nemmeno coperti

di ILARIA VENTURI
10 giugno 2017

BOLOGNA – Si sono presentati alla prova scritta in 3.319. Con molta apprensione e la speranza di diventare maestri di ruolo nella scuola statale. In palio c’erano 1.027 posti, uno su tre poteva farcela. E invece solo 826 di loro sono stati ammessi all’orale. I bocciati al concorso per la primaria in Emilia Romagna sono stati 2.493, una vera e propria falcidia dopo quella che aveva colpito gli aspiranti docenti di latino. Solo che in questo caso i numeri degli esaminandi sono più consistenti. E non è andata meglio al concorso per la scuola dell’infanzia statale, dove solo 448 candidati hanno superato lo scritto su 2.701: è il 16,5 per cento.

da notare che quest’anno non c’è stata la preselezione (50 domande di logica, inglese, informatica e comprensione del testo) vero killer dello scorso concorsone. Molta gente bocciata allo scritto nel precedente concorso non avrebbe passato la preselezione, sic et simpliciter.

Sogni infranti, dunque. Delusione e rabbia corrono sui social all’uscita dei risultati. Mentre l’alto tasso di bocciature preoccupa l’ufficio scolastico regionale, mette in discussione il tipo di preparazione dei futuri insegnanti e il meccanismo di un concorso che dopo un anno non arriva nemmeno a coprire i posti disponibili. È il direttore Stefano Versari a lanciare un grido d’allarme: “Chi si è presentato non aveva la valigia degli attrezzi che occorre per entrare in una classe. Al concorso per l’infanzia il livello culturale dei candidati era basso, negli altri i commissari hanno rilevato una profonda competenza culturale ma uno scarso livello di preparazione di natura didattica”.

Imho penso sia dovuto al vizio dell’istruzione di funzionare per “cicli chiusi” ovvero ogni ordine di scuola fornisce una preparazione fine a sé stessa e non nell’ottica di un futuro lavoro o di un proseguimento degli studi. In particolare spesso l’università tende ad alienarsi completamente dal mondo del lavoro, cosa che capita più di frequente negli indirizzi “umanistici”. E il risultato è questo: persone preparatissime dal punto di vista universitario ma incapaci di applicare od usare quanto studiato.

Insomma, candidati dall’età media di 35 anni pronti dal punto di vista teorico, ma incapaci di tradurre quanto studiato sui libri in una lezione. Per non parlare dei tanti che sono scivolati sulla grammatica: apostrofi in libertà, sintassi claudicante. “Purtroppo abbiamo visto anche questo nelle correzioni, c’era da mettersi le mani nei capelli”, racconta Emilio Porcaro, presidente coordinatore delle commissioni al concorso per la materna dove a bando, in regione, ci sono 349 posti. La prova era composta da domande su sei argomenti, come le indicazioni nazionali sulla scuola dell’infanzia, un’attività da fare coi bimbi, l’accoglienza dei piccoli. Poi il test sulla lingua straniera.

Una barzelletta recita:

Quando un tedesco non sa una cosa, la impara.
Quando un americano non sa una cosa, paga per saperla.
Quando un inglese non sa una cosa, ci scommette sopra.
Quando un francese non sa una cosa, fa finta di saperla.
Quando uno spagnolo non sa una cosa, chiede che gli sia spiegata.
Quando un greco non sa una cosa, ti sfida a chi ha ragione.
Quando un irlandese non sa una cosa, ci beve sopra.
Quando uno svizzero non sa una cosa, ci studia sopra.
Quando un italiano non sa una cosa, la insegna.

“Le bocciature sono dovute a risposte superficiali, banali o troppo teoriche, non calate nella situazione reale. Dispiace, si percepiva che mancava la pratica”, continua Porcaro. Versari invita a non a puntare il dito contro le commissioni: “Hanno giudicato senza rigori eccessivi – dice -. L’interrogativo da porsi è su come si stanno formando a livello universitario questi insegnanti. Un tempo uscivano dai vecchi istituti magistrali, magari non solidi sulla teoria ma più preparati a insegnare. Ora siamo passati a una formazione eccessivamente tecnica e disciplinare. Ancora non abbiamo centrato l’obiettivo”. Ma come è possibile che nemmeno con un “concorsone” si riescano a selezionare i docenti necessari alla scuola? “La fatica è improba e di fronte a tante bocciature ha poco senso – ammette Versari –. Il meccanismo è farraginoso, ma non è quello che ha determinato il fallimento. I bocciati non avevano le competenze fondamentali. Per entrare in una scuola ci vuole mestiere nel senso più alto del termine”.

Se si vuole qualità si deve selezionare chi raggiunge il livello minimo di qualità richiesto. La domanda del giornalista mi ricorda le tante discussioni in consiglio di classe dove, se per avere la classe l’anno successivo devi promuovere X ragazzi, allora promuovi X ragazzi anche se l’ultimo classificato viene promosso con quattro materie a debito e due materie “condonate” (ovvero meriti il debito anche in quelle ma ti abbiamo messo la sufficienza per promuoverti).

il formulario di matematica all’esame; perché no?

Ho sentito la proposta dei cinque stelle di permettere l’uso del formulario di matematica alla maturità e stavo leggendo le reazioni scomposte di chi ha preso questa proposta come pretesto per un carica a testa bassa.

Penso che stavolta i cinque stelle non abbiano tutti i torti e che molte delle critiche siano infondate per non dire completamente fatte fuori dal vaso. Prima cosa: cosa significa conoscere la matematica. Di certo non ricordarsi a memoria mille formule e poi essere completamente incapaci di applicarle. Potrei dire che conoscere la matematica, a livello liceale, significa conoscere le formule, nel senso di sapere quale è il loro ruolo, ed essere capaci di utilizzarle per risolvere il problema o gli esercizi proposti.

Come diceva il mio docente delle superiori, che permetteva di utilizzare tranquillamente il libro ai compiti in classe: se conosci la formula e la sai usare il libro è utile se hai un dubbio su un segno od un esponente, se non sei capaci di usarla averla davanti al naso è inutile. Idea che condivido. Parlo per esperienza personale: io le formule di trigonometria per esprimere una funzione trigonometrica mediante le altre funzioni o  le formule di prostaferesi non me le ricordo, non son mai riuscito a ricordarmele anche perché le ho utilizzate poco. E se mi capita un problema per risolvere il quale ho bisogno di tali formule o guardo sul manuale oppure mi tocca ricavarmele partendo dalle formule di addizione e sottrazione. Oppure la formula per il calcolo della superficie della sfera io, per la mia preparazione o trovo un prontuario con la formula oppure devo calcolarlo usando un integrale doppio1.

Magari lo studente riesce ad impostare il problema, descrivere bene e correttamente tutti i passi per arrivare alla risoluzione e magari si blocca perché non ricorda una formula, usata raramente.

Lo scopo della matematica non è ricordare a memoria il formulario quanto il saper utilizzare la matematica, il conoscere gli strumenti e i loro ambiti di applicazione. Ecco perché penso che il concentrarsi sulla memorizzazione sia stupido e fuorviante.

Prendiamo ad esempio Gramellini

. Si può vivere senza sapere a memoria in che anno è nato Napoleone? Sì, se non fosse che così si rischia di non sapere se sia nato prima lui o Carlo Magno. E se non si sa questo, si finisce per non sapere niente di storia e poco di tutto il resto.

Serve sapere l’anno preciso di nascita di Napoleone per sapere se è anteriore o posteriore a Carlo Magno? non mi sembra. E poi perché l’anno, quando può bastare il secolo? Il conoscere a memoria l’anno di nascita di Napoleone, senza però sapere perché è importante Napoleone o riuscire a capire come Napoleone ha influenzato la Francia e gli altri paesi europei è proprio un esempio di sterile ed inutile nozionismo. L’evitare di far avere tante nozioni ma non essere capaci di inferirle, incrociarle od utilizzarle per estrarre ulteriori informazioni ma tenerle come monadi fini a sé stesse, dovrebbe essere uno degli scopi principali della scuola. O, tornando a parlare di matematica,  conoscere perfettamente la formula (c^2=a^2+b^2) il quadrato costruito sull’ipotenusa è uguale alla somma di quelli costruiti sui cateti, ed essere incapaci di calcolare il perimetro e l’area di un triangolo rettangolo nota l’ipotenusa e un cateto, è peggio del non ricordarsi un dettaglio della formula.

 


  1. le formule di prostaferesi non me le son mai ricordate, idem la formula ridotta per la soluzione dell’equazione di II grado quando il termine lineare è pari, le formule per la superficie della sfera, gli sviluppi dei determinanti di ordine tre, son tutte formule che non son mai riuscito a ricordare. Conosco cosa sono e in quali casi si devono applicare però se non ho il manuale sotto mano devo passare un po’ di tempo a ricavarmele. 

Il prof dei voti bassi? Aveva ragione – Corriere.it

Su twitter Mauro mi aveva segnalato questo articolo, che sinceramente ho trovato agghiacciante. (grassetti miei)

Sorgente: Il prof dei voti bassi? Aveva ragione – Corriere.it

LA STORIA
Il prof dei voti bassi? Aveva ragione
Sospeso per i criteri di valutazione: dopo 5 anni il giudice lo riabilita. «Non sono severo, ma alle superiori sbagliavano test da IV elementare» di Valentina Santarpia

A distanza di cinque anni, ha avuto ragione: una sentenza del giudice del lavoro di Lecce ha annullato la sanzione disciplinare che l’allora preside dell’istituto tecnico commerciale di Casarano, Prof. Bruno Contini, aveva inflitto al professore che dava voti troppo bassi. Il giudice ha anche condannato la scuola a pagare le spese legali, con conseguente danno erariale per l’Amministrazione Pubblica. Eppure lui, un cinquantenne salentino, che preferisce non far pubblicare nome e faccia per evitare un nuovo clamore sul suo caso, non è «soddisfatto», anzi: la sua voce ha il suono amaro della rassegnazione. «È vero, dopo molti anni ho capito che non si possono valutare davvero i ragazzi per quello che valgono, e quindi spingerli a lavorare e studiare di più. Se tutti gli studenti avessero i voti che meritano, non verrebbe promosso più del 20%». (…)

Quando sono entrato per la prima volta nell’istituto di Casarano, quello dove è scoppiato il caso, ho sottoposto i ragazzi di prima superiore ad un test matematico che viene proposto dal Miur per bambini di IV e V elementare, volevo valutare le loro condizioni di partenza. E per evitare polemiche ho usato quesiti riconosciuti, non inventati da me. Ma i risultati sono stati imbarazzanti, i ragazzi non erano in grado di rispondere a domande semplicissime: così ho messo loro voti bassi, come meritavano».

Apriti cielo: «In questo modo si creava una situazione di panico nelle classi che sfociava nelle proteste degli studenti e le preoccupazioni che le famiglie manifestavano al dirigente- racconta il preside nella memoria difensiva presentata in tribunale- al fine di sedare gli animi e far rientrare la situazione nella normalità, veniva convocato il docente, ma nonostante le sollecitazioni ad un dialogo costruttivo con gli studenti non si riscontrava alcuna collaborazione da parte del prof». (…) Eppure la decisione del giudice, che «riabilita» il professore all’epoca criticato per i suoi metodi didattici, rilancia il dibattito su un sistema scolastico contraddittorio, che assiste impotente alla debacle degli studenti pugliesi nelle valutazioni Ocse-Pisa e poi premia quegli stessi studenti con il record di lodi all’esame di maturità.

Com’è possibile? «Perché è molto più semplice accettare il sistema- sostiene il prof- che prevede poche regole chiare e non scritte. Non si possono bocciare più di 6-7 ragazzi all’anno altrimenti non si formano le classi successive: un tempo accadeva e nessuno si scandalizzava, oggi sarebbe impensabile- racconta il prof- Le scuole devono avere un nome solido per potersi permettere di bocciare, altrimenti si fanno terra bruciata intorno. E la stessa cosa vale per i professori: quelli che mettono voti reali, come me, vengono guardati male e costretti a giustificare ogni virgola, per cui quasi tutti si adattano mettendo sufficienze anche a chi non se lo merita. Ed è praticamente impossibile per le famiglie o per la scuola mandare via un docente che non insegna bene: i punteggi in graduatoria dipendono in gran parte dall’anzianità piu’ che dalla capacità di un professore e dalla sua preparazione».

Che dire? oramai si è scambiato il diritto allo studio per il diritto al conseguimento del titolo di studio. La scuola non è più formazione ma un campionato dove magari retrocedono (bocciati) solo le ultime tre e le altre possono vivacchiare, basta che non si avvicinino alla zona retrocessione. La vicenda del professore spiega benissimo anche la guerra ai test invalsi, test di ammissione all’università ed a tutto ciò che “rompa” il quieto vivere della scuola ove si evita di bocciare e di mettere i ragazzi davanti alla loro ignoranza ed impreparazione. Certo il quieto vivere viene ammantato, come al solito, di altissimi ideali: il non lasciare nessuno indietro, la scuola dell’inclusione, i ragazzi in fase di crescita.

Peccato che ciò significhi solo ritardare il momento in cui si dovrà realmente dimostrare di essere capaci e preparati e se non lo si è arriverà la bocciatura. E in quel momento saranno dolori, perché se l’essere bocciato, il non passare una selezione può irritare, lo scoprire di non essere così capace e preparato come ci si credeva di essere può essere devastante. Molta della rabbia dei gggiovani si spiega benissimo con il: hanno scoperto di essere capre e non dei novelli Einstein come li avevano illusi a scuola.

Cambiare il sistema? sarà certamente doloroso; oggi purtroppo non corri solo nella tua città o nella tua provincia ma la gara oramai è europea e mondiale1. Puoi cullarti nell’illusione e frignare cercando di contrabbandare il diritto al titolo di studio come diritto allo studio. Il risveglio, salvo che per pochi fortunati, sarà però tragico.


  1. Due parole sui cervelli in fuga: un caso singolo non può confutare una media. Il fatto che l’1% dei migliori studenti italiani ha successo all’estero non confuta il livello medio del restante 99%. In termini più chiari: il fatto che la Juventus sia arrivata in semifinale di Champions non confuta la, bassa, qualità del corrente campionato di serie A e non confuta certe figuracce fatte, in europa, da squadre italiane. 

Il treno del giustiziere della notte

Stavo leggendo le notizie del treno ventimiglia – torino e della baby gang che vi ha imperversato.  Ciò che mi è venuto in mente, e che temo, è che compaiano i giustizieri della notte. Quando lo stato palesemente non funziona, abdica, anche se con tante belle parole, al suo ruolo di “protettore” dei cittadini, i predetti o si fanno giustizia da soli oppure appoggiano chi fornisce loro protezione. In ogni caso lo Stato ne esce con le ossa rotte.

Chi si è trovato a vivere quella situazione, dopo aver visto che l’intervento delle FFOO è stato perfettamente inutile cosa farà? la tentazione di votare chi da risposte sbagliate a domande giuste diventa forte. E diventa sostegno fanatico quando invece di comprensione trovi benaltrismo: “ma i politici yabba yabba…”, accuse di razzismo, “anche gli italiani lo fanno…”  e buonismo a 3€/Kg “ma bisogna comprenderli, noi dobbiamo (che in realtà significa voi dovete) espiare le colpe del colonialismo, di questo e quello…”

Risultato: un ottimo brodo di coltura per mafiosi e nazistoidi. L’ascesa del nazismo è stata favorita anche dall’abdicazione dello stato, dalla sua ignavia nel proteggere i cittadini, nel garantire la sicurezza e nell’aiutare chi desiderava vivere nell’ordine a viverci. Non è stato generato solo da un anticristo piovuto, non si capisce bene come, dal cielo.

Bisogna intervenire in maniera decisa, sia per “insegnare” alle risorse sia per “dimostrare” agli altri che ci son paletti da non superare. L’alternativa è mandare tutto in vacca, trovarsi quartieri e zone della città che oramai diventano uno stato nello stato, dove la legge non è quella civile ma la legge che i balordi impongono loro.

Mi è capitato di insegnare in corsi di formazione professionale, corsi organizzati per recuperare studenti dispersi e far loro imparare un mestiere. Nello specifico era un corso per meccanici operatori con macchine a controllo numerico. Corso organizzato per levare dalla strada quelli che oggi chiamerebbero “neet” e tentare di far imparare loro un lavoro con il quale si sarebbero potuti mantenere. La classe, come quelle degli altri corsi attivati, aveva molti problemi di disciplina. La cattiva disciplina è stato un crescendo rossiniano di rotture di scatole. L’essere gruppo, da parte degli studenti ed il senso di impunità dovuto al fatto che il responsabile dei corsi non faceva altro che dire: “bisogna comprenderli, se li molliamo son persi, sorvolate, comprendete, chiudete un occhio” in realtà li spingevano ad alzare continuamente la posta. Prima il chiasso in classe, poi il giocare con le suonerie durante la lezione, poi l’iniziare a rispondere male al docente che li riprendeva. Alla fine c’è stata l’ultima spiritosata: un ragazzo ha staccato dal muro un estintore e l’ha usato per spruzzare i compagni come se fosse stata schiuma di carnevale. A quel punto anche il coordinatore si è svegliato e son, finalmente, partite le legnate. Il ragazzo dell’estintore è stato espulso, senza se e senza ma, gli altri “spiritosi” si son beccati un bel po’ di giorni di sospensione e son stati avvisati: ogni tre note un giorno di sospensione e se  i giorni di sospensione arrivavano a sette finivano espulsi.

L’ambiente migliorò notevolmente molti smisero di fare gli spiritosi. Poi quando andarono a fare il tirocinio ed alcuni tornarono con un contratto di pre assunzione in tasca, cioè se prendevano la qualifica sarebbero stati assunti dalla ditta meccanica cui avevano fatto lo stage, quasi tutti diventarono ansiosi di completare la preparazione.

Cosa ho imparato da quell’esperienza? Che in certi casi, da docente, vieni messo davanti alla scelta fra il perdere uno studente per cercare di salvare una classe o perdere la classe per tentare di salvare uno studente. Sarà cinico o crudele ma in tal caso, per me, la scelta migliore è cercare di salvare una classe anche al costo di perdere uno studente. La seconda è che le regole devono essere chiare e fatte rispettare, le vacue trombonate se non seguite da azioni servono solo a stuzzicare il senso di impunità e a spingere i baby teppisti ad alzare continuamente la posta fino al punto di rottura e se si raggiunge il punto di rottura poi son dolori per tutti.

Probabilmente se si fosse fatta la faccia cattiva da subito sospendendo immediatamente lo spiritoso della situazione, il ragazzo non avrebbe fatto la stronzata dell’estintore e forse sarebbe stato recuperato anche lui come la maggior parte dei suoi compagni. Chissà. Predicare, predicare e predicare non è servito a niente.

Tutto questo per dire che occorre che lo stato intervenga subito e bene, mostrando che ha anche interesse a tutelare i cittadini invece di pensare tanto, ma tanto, a Caino, da mandare a fare in culo Abele. L’alternativa son voti, e simpatie, per fascistoidi e “nazisti dell’illinois” assortititi che però almeno ammettono l’esistenza del problema invece di negarlo e cercare di indurre sensi di colpa (parli solo perché sei razzista) in chi prova a sollevarlo.

 

Codiamo, codiamo tutti…

L’incompetente non conosce le regole, il capace conosce le regole, il guru sa quando è il caso di violare le regole

Su faccialibro mi hanno coinvolto in una discussione sul coding alle elementari, ove per coding si intende l’insegnare il pensiero computazionale e i fondamenti della programmazione. Le obiezioni erano essenzialmente tre:

-> il coding, il saper programmare è una competenza troppo specialistica per essere insegnata.

-> meglio l’insegnamento “analogico” al digitale,

-> costringe gli studenti ad un pensiero rigido, a pensare per zero ed uno, uccidendo la creatività e tasformandoli in tanti piccoli robot. 1

Più una quarta che i progetti in realtà servivano per favorire le multinazionali del software ovvero la microsoft2; un poco di sano gombloddismo non guasta mai.

A me sembra che sul coding si faccia un sacco di confusione, come al solito, e che molti scrivano solo perché sottomano hanno una tastiera.

Prima considerazione: “coding” altro non è che il solito vizio italiano di usare una parola nuova per un concetto vecchio, il pensiero logico computazionale, per farlo passare come moderno. Il pensiero logico computazionale; il pensare in maniera matematica, conoscere, saper descrivere gli algoritmi, saperli utilizzare, è il fondamento di tutta la matematica e, conseguentemente, di tutte le scienze. Prima che venisse chiamato coniato il termine “coding” era quello che imparavi quando studiavi le tabelline e la geometria e ti esercitavi a risolvere i problemi come: Anna, Bruno e Carla hanno ognuno tre mele, quante mele hanno in tutto? Vogliamo preparare una tovaglia per un tavolo quadrato che ha il lato di 50 cm; quanti metri quadri di stoffa dobbiamo comprare? se la stoffa costa 8 euro a metro quadro, quanto spendiamo? Roba che alle elementari si è sempre fatta, solo che si chiamava aritmetica e geometria, e che si dovrebbe continuare a fare anche oggi. Chiamarla coding la fa sembrare qualcosa di figo, di moderno e di innovativo. Invece è la cara vecchia buona aritmetica.
Scava scava il linguaggio di programmazione è solo uno strumento, le strutture base della programmazione (istruzione, iterazione, scelta) son le stesse di qualsiasi algoritmo matematico e consentono di descrivere qualsiasi algoritmo e, conseguentemente, qualsiasi programma.  Il fatto è che molti confondono l’informatica con il saper usare il computer; il che è come dire che il conoscere l’ingegneria meccanica dei motori automobilistici è la stessa cosa di avere la patente e saper guidare una macchina. Usare il computer a scuola non è fare informatica come guidare non è fare progettazione di motori. Invece molti continuano a confondere la materia con lo strumento. Vero anche che molti su questa ambiguità ci giocano per lucrarci sopra. Quando insegnavo ho avuto problemi con ragazzi, convinti che l’informatica fosse la patente europea del software, si son trovati spiazzati quando invece di uord e uindos si è parlato di diagrammi di flusso e algoritmi.

Seconda considerazione: anche con l’informatica puoi fare insegnamento “analogico”; usare un mazzo di carte per spiegare gli algoritmi di ordinamento, fare il gioco delle venti domande per trovare una parola nel vocabolario, applicare tanti algoritmi “informatici” e modelli al mondo reale; prendere la ricetta della pizza come esempio di programma e convertirlo in un flow chart. Tante attività “analogiche”, coding non significa abbandonare i ragazzi davanti al PC.

Terza considerazione: una delle obiezioni contro il coding che ho sentito è: “insegna a pensare per zero ed uno, con regole rigide, riducendo l’alunno ad un automa”. Colossale uomo di paglia. Vorrei vedere un informatico che uno che “pensa” solo con una variabile binaria; si puàò pensare anche per “nibble” (4bit),  byte (8),  “word” (16)  e se proprio serve  “longint” (64 bit) 😀  In realtà la scuola già insegna a pensare con regole rigide di per sé, prendiamo ad esempio la grammatica: ci son regole “rigide” che impongono la concordanza del soggetto con il verbo o che vietano di usare un tempo futuro per parlare di eventi passati. “ieri io andrete al mare” è una frase che non significa niente. E non significa niente perché non rispetta le regole di concordanza del soggetto (io) con il verbo (seconda persona plurale) e non rispetta neppure le regole sui tempi, il verbo è al futuro mentre “ieri” fa riferimento al passato. La grammatica e la sintassi hanno le loro regole rigide quindi, se la rigidità delle regole uccide l’intelligenza e rende le persone automi, per coerenza sarebbe da eliminare anche la grammatica e la sintassi3 nell’insegnamento dell’italiano.

L’ultima considerazione sono invece le solite frignate “scolastiche” di chi cerca di verniciare con tanto idealismo i suoi bassi interessi di bottega, ovvero il non volersi aggiornare, il non voler imparare cose nuove per trasmetterle agli studenti.  Quello che trovo buffo è che i giorni pari ci si lamenti che i privati non investano nella scuola e i giorni dispari ci si lamenti del non voler diventare “schiavi” di chi nella scuola vorrebbe investire. Il solito “mamma ciccio mi tocca, toccami ciccio che mamma non vede”.

Uno dei compiti più importanti della scuola è fornirti un bagaglio culturale per interpretare, capire e saper agire nella maniera ottimale con il mondo; ed il pensiero logico matematico, o pensiero computazionale, rimane uno strumento molto potente per riuscirci. La scuola deve insegnarti a pensare non darti solo una sterile quanto inutile erudizione basata solo su tante nozioni disconnesse e avulse dalla realtà, senza che ti venga insegnato ad utilizzare tali nozioni, a collegarle ed a ragionarci sopra. E il coding altro non è che uno strumento per “applicare” il pensiero logico allo stesso modo dei problemi di aritmetica.

 


  1. una cosa che trovo divertente è che l’algebra di Boole che descrive la logica binaria altro non è che la formalizzazione matematica della logica aristotelica. Quindi lo studio di Aristotele e della filosofia è nocivo. Quando si parla di ironia. 
  2. Già il pensare che il software si riduca ai prodotti microsoft mostra quanto sia approfondita la conoscenza dell’informatica; e questo fa porre qualche sospetto su quanto possano essere appropriate certe obiezioni. 
  3. purtroppo temo stia già avvenendo, basta dare una lettura ai messaggi nei social. :-( 

lei è troppo qualificata per questo lavoro

Stavo leggendo questo articolo del fatto quotidiano

Ricevere risposte spiazzanti, dal mondo italiano, come “sei troppo qualificata”, oppure “il tuo curriculum è impressionante ma al momento non abbiamo posizioni adeguate”.

Con annesso piagnisteo che le aziende cercano schiavi e non persone qualificate. Polemiche che dimostrano come molti pensino che il possesso di un titolo di studio implichi l’obbligo per qualcuno, spesso lo stato, di assumerti e di pagarti per quel titolo di studio.

La questione del “troppo qualificata” esiste e perché? le aziende quando assumono hanno in testa un profilo professionale ben preciso con determinate mansioni e, logicamente pagano, sulla base delle mansioni che la persona dovrebbe svolgere. Se il lavoro è acquisizione dati profilo  junior magari cercherò qualche ragazzo sveglio per ribattere i  dati al PC e nel caso farlo crescere in azienda, non cercherò un PhD in informatica teorica e, nel caso mi capiti di assumerlo per quel profilo, verrà pagato per il lavoro di acquisizione dati, il lavoro per il quale è stato assunto.

Se pensate che non sia giusto e che un PhD debba essere pagato da PhD qualunque lavoro esso svolga; chi sarebbe disposto a pagare 30 euro un MacBurger solo perché a prepararlo c’è qualche chef di grido? Penso nessuno, il piatto accetti di pagarlo molto quando vai al ristorante “tre stelle michelin” con qualche chefstar ai fornelli, non di certo in un fastfood.
Se vai al fast food a prenderti un hamburger vuoi spendere per un hamburger e accetti la qualità di un hamburger. A servono le competenze di uno chef di grido per prepare MacBurger? No, per niente. Serve assumere uno chef di grido, e ovviamente pagarlo da chef di grido, per preparare MacBurger? No, sarebbe un suicidio economico.
Se sei Carlo Cracco e mandi il CV al macdonald o vieni assunto, e pagato, come qualsiasi altro cuoco oppure la risposta sarà ovviamente: lei è troppo qualificato per un lavoro da cuoco, non abbiamo posizioni da chefstar nel fastfood.

Il mondo del lavoro è così: se a me servono, bastano, le competenze di un ragazzino per acquisire dati, cercherò ragazzini per acquisire dati e verranno pagati per il lavoro che dovranno svolgere; i PhD in informatica teorica tenderò ad evitarli per due motivi: il primo è che una persona sovraqualificata per un lavoro generalmente molla appena trova qualcosa di più adatto alle sue capacità, la seconda è che potrebbe piantare storie sostenendo che, in quanto dotato di PhD debba essere pagata più e meglio di un semplice diplomato, anche se fa lo stesso lavoro del diplomato.

Essere adatti al mondo del lavoro significa anche capire quali sono le sue esigenze e le sue logiche; molti rimangono disoccupati perché magari si intestardiscono a voler vendere ghiaccioli al limone in groenlandia e magari si offendono se la gente non compra i loro prodotti o i loro servizi.

I commenti all’articolo sono illuminanti: molti ritengono che andrebbero pagati non sulla base del lavoro che viene richiesto di svolgere ma sulla base dei loro titoli, o delle competenze che “credono” di avere1, con annesso codazzo degli sfigati che: “in italia si assumono solo accozzati, colpa dei politici…” .

PS

Parlo ovviamente di pagare un PhD da diplomato perché si chiede al PhD di fare un lavoro da diplomato, chi pretende di pagare un PhD per fare lavori di altissimo profilo per un pugno di noccioline è in torto marcio e l’unica cosa che merita è di essere repentinamente mollato non appena si trova qualcosa di meglio. Una cosa che ho imparato è che il mercato del lavoro è un mercato anche lato aziende, che è giusto per l’azienda cercare il meglio spendendo meno è giusto anche per il dipendente cercare il meglio dove guadagna di più; la lealtà ed il rispetto devono essere reciproci.


  1. ho conosciuto “trafficoni” convinti di essere dei guru dell’informatica che si scandalizzavano se Steve (Jobs) o Bill (Gates) prendevano decisioni strategiche senza prima consultarsi con loro. Una gran parte del lavoro che, a suo tempo, veniva era per risolvere i loro pasticci. 

io ciò il diritto a seguire i miei sogni

il fatto che io abbia diritto di credermi quello che mi pare (d’altronde chi può vietarlo o impedirlo) per molti si traduce nel dovere di tutti di riconoscere quello che io credo di essere. Un pseudodiritto analogo è il diritto a seguire i propri sogni, diritto che molti intendono come dovere per lo stato di farteli realizzare.

Questo messaggio comparso nei forum del fatto su una discussione riguardo all’alternanza scuola lavoro.

Quindi meglio pulire i cessi, almeno ti rendi conto da subito che nel mondo reale l’investimento che hai fatto tu (e chi ti ha insegnato) per anni e anni non serve a un tubo?
Non posso credere che lei la pensi così.
Oppure forse vale la pena dirlo prima, tipo: “hai 18 anni e non sei raccomandato? non proseguire gli studi e vai subito a pulire i cessi, meglio prima che buttar via altri 5 anni”

Primo errore “nel mondo reale l’investimento che hai fatto tu (e chi ti ha insegnato) per anni e anni non serve a un tubo?” la risposta è: potrebbe essere vero. Non è scritto da nessuna parte che un investimento fatto renda, esistono anche gli investimenti fallimentari e i fiaschi. Capisco che per certi docenti parlare dei fiaschi a scuola sia tabù, che spiegare realmente come gira il mondo fuori dalla scuola invece di illudere gli studenti che basti conoscere chi era Socrate per avere la poltrona di amministratore delegato da qualche parte possa essere controproducente. Il rischio è che lo studente si faccia due conti in tasca e valuti se continuare con Platone o mollare ed imparare come si monta un rubinetto. Per intenderci molta della crisi di certi indirizzi è proprio dovuta al fatto che vengano percepiti come “inutili” e inadatti al mondo del lavoro. Messaggi come quello non fanno altro che rafforzare tale impressione, che la scuola sia un sistema chiuso completamente alieno al  resto del mondo e che gli studenti siano a scuola non per imparare qualcosa, e qui ci sta veramente, di utile per loro, qualcosa che gli dia una cultura e della conoscenza ovvero la capacità di interpretare e di interagire con il mondo, fosse anche la conoscenza del pensiero socratico, ma solo per fornire un pretesto per mantenere i docenti ed il personale scolastico.

Da notare anche il riferimento alla raccomandazione; il piangere che vanno avanti sempre e solo i raccomandati mentre i bravi ed esperti finiscono al call center o a pulire i cessi è il classico piagnisteo scusante che assolve dalle proprie colpe e dai propri errori, permette di non ammettere le proprie manchevolezze. Non sono un illuso e sono consapevole che in italia ci siano sacche di malaffare e posti che vanno ad accozzati. Ma tutti quelli assunti per concorso che lavorano in una PA sono accozzati? in qualsiasi concorso passa solo l’accozzato? sempre, sempre, sempre? Mi sembra poco plausibile per il semplice motivo dei numeri in gioco. Per non parlare di tanti controesempi come questo; il figlio del medico personale di Berlusconi non riesce ad entrare perché scavalcato da Pierino, figlio accozzato del consigliere circoscrizionale di roccafritta di sotto? Se la risposta è sì, per favore, smettetela di menarla con la storia della nipote di Mubarak, grazie.