il formulario di matematica all’esame; perché no?

Ho sentito la proposta dei cinque stelle di permettere l’uso del formulario di matematica alla maturità e stavo leggendo le reazioni scomposte di chi ha preso questa proposta come pretesto per un carica a testa bassa.

Penso che stavolta i cinque stelle non abbiano tutti i torti e che molte delle critiche siano infondate per non dire completamente fatte fuori dal vaso. Prima cosa: cosa significa conoscere la matematica. Di certo non ricordarsi a memoria mille formule e poi essere completamente incapaci di applicarle. Potrei dire che conoscere la matematica, a livello liceale, significa conoscere le formule, nel senso di sapere quale è il loro ruolo, ed essere capaci di utilizzarle per risolvere il problema o gli esercizi proposti.

Come diceva il mio docente delle superiori, che permetteva di utilizzare tranquillamente il libro ai compiti in classe: se conosci la formula e la sai usare il libro è utile se hai un dubbio su un segno od un esponente, se non sei capaci di usarla averla davanti al naso è inutile. Idea che condivido. Parlo per esperienza personale: io le formule di trigonometria per esprimere una funzione trigonometrica mediante le altre funzioni o  le formule di prostaferesi non me le ricordo, non son mai riuscito a ricordarmele anche perché le ho utilizzate poco. E se mi capita un problema per risolvere il quale ho bisogno di tali formule o guardo sul manuale oppure mi tocca ricavarmele partendo dalle formule di addizione e sottrazione. Oppure la formula per il calcolo della superficie della sfera io, per la mia preparazione o trovo un prontuario con la formula oppure devo calcolarlo usando un integrale doppio1.

Magari lo studente riesce ad impostare il problema, descrivere bene e correttamente tutti i passi per arrivare alla risoluzione e magari si blocca perché non ricorda una formula, usata raramente.

Lo scopo della matematica non è ricordare a memoria il formulario quanto il saper utilizzare la matematica, il conoscere gli strumenti e i loro ambiti di applicazione. Ecco perché penso che il concentrarsi sulla memorizzazione sia stupido e fuorviante.

Prendiamo ad esempio Gramellini

. Si può vivere senza sapere a memoria in che anno è nato Napoleone? Sì, se non fosse che così si rischia di non sapere se sia nato prima lui o Carlo Magno. E se non si sa questo, si finisce per non sapere niente di storia e poco di tutto il resto.

Serve sapere l’anno preciso di nascita di Napoleone per sapere se è anteriore o posteriore a Carlo Magno? non mi sembra. E poi perché l’anno, quando può bastare il secolo? Il conoscere a memoria l’anno di nascita di Napoleone, senza però sapere perché è importante Napoleone o riuscire a capire come Napoleone ha influenzato la Francia e gli altri paesi europei è proprio un esempio di sterile ed inutile nozionismo. L’evitare di far avere tante nozioni ma non essere capaci di inferirle, incrociarle od utilizzarle per estrarre ulteriori informazioni ma tenerle come monadi fini a sé stesse, dovrebbe essere uno degli scopi principali della scuola. O, tornando a parlare di matematica,  conoscere perfettamente la formula (c^2=a^2+b^2) il quadrato costruito sull’ipotenusa è uguale alla somma di quelli costruiti sui cateti, ed essere incapaci di calcolare il perimetro e l’area di un triangolo rettangolo nota l’ipotenusa e un cateto, è peggio del non ricordarsi un dettaglio della formula.

 


  1. le formule di prostaferesi non me le son mai ricordate, idem la formula ridotta per la soluzione dell’equazione di II grado quando il termine lineare è pari, le formule per la superficie della sfera, gli sviluppi dei determinanti di ordine tre, son tutte formule che non son mai riuscito a ricordare. Conosco cosa sono e in quali casi si devono applicare però se non ho il manuale sotto mano devo passare un po’ di tempo a ricavarmele. 

Il prof dei voti bassi? Aveva ragione – Corriere.it

Su twitter Mauro mi aveva segnalato questo articolo, che sinceramente ho trovato agghiacciante. (grassetti miei)

Sorgente: Il prof dei voti bassi? Aveva ragione – Corriere.it

LA STORIA
Il prof dei voti bassi? Aveva ragione
Sospeso per i criteri di valutazione: dopo 5 anni il giudice lo riabilita. «Non sono severo, ma alle superiori sbagliavano test da IV elementare» di Valentina Santarpia

A distanza di cinque anni, ha avuto ragione: una sentenza del giudice del lavoro di Lecce ha annullato la sanzione disciplinare che l’allora preside dell’istituto tecnico commerciale di Casarano, Prof. Bruno Contini, aveva inflitto al professore che dava voti troppo bassi. Il giudice ha anche condannato la scuola a pagare le spese legali, con conseguente danno erariale per l’Amministrazione Pubblica. Eppure lui, un cinquantenne salentino, che preferisce non far pubblicare nome e faccia per evitare un nuovo clamore sul suo caso, non è «soddisfatto», anzi: la sua voce ha il suono amaro della rassegnazione. «È vero, dopo molti anni ho capito che non si possono valutare davvero i ragazzi per quello che valgono, e quindi spingerli a lavorare e studiare di più. Se tutti gli studenti avessero i voti che meritano, non verrebbe promosso più del 20%». (…)

Quando sono entrato per la prima volta nell’istituto di Casarano, quello dove è scoppiato il caso, ho sottoposto i ragazzi di prima superiore ad un test matematico che viene proposto dal Miur per bambini di IV e V elementare, volevo valutare le loro condizioni di partenza. E per evitare polemiche ho usato quesiti riconosciuti, non inventati da me. Ma i risultati sono stati imbarazzanti, i ragazzi non erano in grado di rispondere a domande semplicissime: così ho messo loro voti bassi, come meritavano».

Apriti cielo: «In questo modo si creava una situazione di panico nelle classi che sfociava nelle proteste degli studenti e le preoccupazioni che le famiglie manifestavano al dirigente- racconta il preside nella memoria difensiva presentata in tribunale- al fine di sedare gli animi e far rientrare la situazione nella normalità, veniva convocato il docente, ma nonostante le sollecitazioni ad un dialogo costruttivo con gli studenti non si riscontrava alcuna collaborazione da parte del prof». (…) Eppure la decisione del giudice, che «riabilita» il professore all’epoca criticato per i suoi metodi didattici, rilancia il dibattito su un sistema scolastico contraddittorio, che assiste impotente alla debacle degli studenti pugliesi nelle valutazioni Ocse-Pisa e poi premia quegli stessi studenti con il record di lodi all’esame di maturità.

Com’è possibile? «Perché è molto più semplice accettare il sistema- sostiene il prof- che prevede poche regole chiare e non scritte. Non si possono bocciare più di 6-7 ragazzi all’anno altrimenti non si formano le classi successive: un tempo accadeva e nessuno si scandalizzava, oggi sarebbe impensabile- racconta il prof- Le scuole devono avere un nome solido per potersi permettere di bocciare, altrimenti si fanno terra bruciata intorno. E la stessa cosa vale per i professori: quelli che mettono voti reali, come me, vengono guardati male e costretti a giustificare ogni virgola, per cui quasi tutti si adattano mettendo sufficienze anche a chi non se lo merita. Ed è praticamente impossibile per le famiglie o per la scuola mandare via un docente che non insegna bene: i punteggi in graduatoria dipendono in gran parte dall’anzianità piu’ che dalla capacità di un professore e dalla sua preparazione».

Che dire? oramai si è scambiato il diritto allo studio per il diritto al conseguimento del titolo di studio. La scuola non è più formazione ma un campionato dove magari retrocedono (bocciati) solo le ultime tre e le altre possono vivacchiare, basta che non si avvicinino alla zona retrocessione. La vicenda del professore spiega benissimo anche la guerra ai test invalsi, test di ammissione all’università ed a tutto ciò che “rompa” il quieto vivere della scuola ove si evita di bocciare e di mettere i ragazzi davanti alla loro ignoranza ed impreparazione. Certo il quieto vivere viene ammantato, come al solito, di altissimi ideali: il non lasciare nessuno indietro, la scuola dell’inclusione, i ragazzi in fase di crescita.

Peccato che ciò significhi solo ritardare il momento in cui si dovrà realmente dimostrare di essere capaci e preparati e se non lo si è arriverà la bocciatura. E in quel momento saranno dolori, perché se l’essere bocciato, il non passare una selezione può irritare, lo scoprire di non essere così capace e preparato come ci si credeva di essere può essere devastante. Molta della rabbia dei gggiovani si spiega benissimo con il: hanno scoperto di essere capre e non dei novelli Einstein come li avevano illusi a scuola.

Cambiare il sistema? sarà certamente doloroso; oggi purtroppo non corri solo nella tua città o nella tua provincia ma la gara oramai è europea e mondiale1. Puoi cullarti nell’illusione e frignare cercando di contrabbandare il diritto al titolo di studio come diritto allo studio. Il risveglio, salvo che per pochi fortunati, sarà però tragico.


  1. Due parole sui cervelli in fuga: un caso singolo non può confutare una media. Il fatto che l’1% dei migliori studenti italiani ha successo all’estero non confuta il livello medio del restante 99%. In termini più chiari: il fatto che la Juventus sia arrivata in semifinale di Champions non confuta la, bassa, qualità del corrente campionato di serie A e non confuta certe figuracce fatte, in europa, da squadre italiane. 

Il treno del giustiziere della notte

Stavo leggendo le notizie del treno ventimiglia – torino e della baby gang che vi ha imperversato.  Ciò che mi è venuto in mente, e che temo, è che compaiano i giustizieri della notte. Quando lo stato palesemente non funziona, abdica, anche se con tante belle parole, al suo ruolo di “protettore” dei cittadini, i predetti o si fanno giustizia da soli oppure appoggiano chi fornisce loro protezione. In ogni caso lo Stato ne esce con le ossa rotte.

Chi si è trovato a vivere quella situazione, dopo aver visto che l’intervento delle FFOO è stato perfettamente inutile cosa farà? la tentazione di votare chi da risposte sbagliate a domande giuste diventa forte. E diventa sostegno fanatico quando invece di comprensione trovi benaltrismo: “ma i politici yabba yabba…”, accuse di razzismo, “anche gli italiani lo fanno…”  e buonismo a 3€/Kg “ma bisogna comprenderli, noi dobbiamo (che in realtà significa voi dovete) espiare le colpe del colonialismo, di questo e quello…”

Risultato: un ottimo brodo di coltura per mafiosi e nazistoidi. L’ascesa del nazismo è stata favorita anche dall’abdicazione dello stato, dalla sua ignavia nel proteggere i cittadini, nel garantire la sicurezza e nell’aiutare chi desiderava vivere nell’ordine a viverci. Non è stato generato solo da un anticristo piovuto, non si capisce bene come, dal cielo.

Bisogna intervenire in maniera decisa, sia per “insegnare” alle risorse sia per “dimostrare” agli altri che ci son paletti da non superare. L’alternativa è mandare tutto in vacca, trovarsi quartieri e zone della città che oramai diventano uno stato nello stato, dove la legge non è quella civile ma la legge che i balordi impongono loro.

Mi è capitato di insegnare in corsi di formazione professionale, corsi organizzati per recuperare studenti dispersi e far loro imparare un mestiere. Nello specifico era un corso per meccanici operatori con macchine a controllo numerico. Corso organizzato per levare dalla strada quelli che oggi chiamerebbero “neet” e tentare di far imparare loro un lavoro con il quale si sarebbero potuti mantenere. La classe, come quelle degli altri corsi attivati, aveva molti problemi di disciplina. La cattiva disciplina è stato un crescendo rossiniano di rotture di scatole. L’essere gruppo, da parte degli studenti ed il senso di impunità dovuto al fatto che il responsabile dei corsi non faceva altro che dire: “bisogna comprenderli, se li molliamo son persi, sorvolate, comprendete, chiudete un occhio” in realtà li spingevano ad alzare continuamente la posta. Prima il chiasso in classe, poi il giocare con le suonerie durante la lezione, poi l’iniziare a rispondere male al docente che li riprendeva. Alla fine c’è stata l’ultima spiritosata: un ragazzo ha staccato dal muro un estintore e l’ha usato per spruzzare i compagni come se fosse stata schiuma di carnevale. A quel punto anche il coordinatore si è svegliato e son, finalmente, partite le legnate. Il ragazzo dell’estintore è stato espulso, senza se e senza ma, gli altri “spiritosi” si son beccati un bel po’ di giorni di sospensione e son stati avvisati: ogni tre note un giorno di sospensione e se  i giorni di sospensione arrivavano a sette finivano espulsi.

L’ambiente migliorò notevolmente molti smisero di fare gli spiritosi. Poi quando andarono a fare il tirocinio ed alcuni tornarono con un contratto di pre assunzione in tasca, cioè se prendevano la qualifica sarebbero stati assunti dalla ditta meccanica cui avevano fatto lo stage, quasi tutti diventarono ansiosi di completare la preparazione.

Cosa ho imparato da quell’esperienza? Che in certi casi, da docente, vieni messo davanti alla scelta fra il perdere uno studente per cercare di salvare una classe o perdere la classe per tentare di salvare uno studente. Sarà cinico o crudele ma in tal caso, per me, la scelta migliore è cercare di salvare una classe anche al costo di perdere uno studente. La seconda è che le regole devono essere chiare e fatte rispettare, le vacue trombonate se non seguite da azioni servono solo a stuzzicare il senso di impunità e a spingere i baby teppisti ad alzare continuamente la posta fino al punto di rottura e se si raggiunge il punto di rottura poi son dolori per tutti.

Probabilmente se si fosse fatta la faccia cattiva da subito sospendendo immediatamente lo spiritoso della situazione, il ragazzo non avrebbe fatto la stronzata dell’estintore e forse sarebbe stato recuperato anche lui come la maggior parte dei suoi compagni. Chissà. Predicare, predicare e predicare non è servito a niente.

Tutto questo per dire che occorre che lo stato intervenga subito e bene, mostrando che ha anche interesse a tutelare i cittadini invece di pensare tanto, ma tanto, a Caino, da mandare a fare in culo Abele. L’alternativa son voti, e simpatie, per fascistoidi e “nazisti dell’illinois” assortititi che però almeno ammettono l’esistenza del problema invece di negarlo e cercare di indurre sensi di colpa (parli solo perché sei razzista) in chi prova a sollevarlo.

 

Codiamo, codiamo tutti…

L’incompetente non conosce le regole, il capace conosce le regole, il guru sa quando è il caso di violare le regole

Su faccialibro mi hanno coinvolto in una discussione sul coding alle elementari, ove per coding si intende l’insegnare il pensiero computazionale e i fondamenti della programmazione. Le obiezioni erano essenzialmente tre:

-> il coding, il saper programmare è una competenza troppo specialistica per essere insegnata.

-> meglio l’insegnamento “analogico” al digitale,

-> costringe gli studenti ad un pensiero rigido, a pensare per zero ed uno, uccidendo la creatività e tasformandoli in tanti piccoli robot. 1

Più una quarta che i progetti in realtà servivano per favorire le multinazionali del software ovvero la microsoft2; un poco di sano gombloddismo non guasta mai.

A me sembra che sul coding si faccia un sacco di confusione, come al solito, e che molti scrivano solo perché sottomano hanno una tastiera.

Prima considerazione: “coding” altro non è che il solito vizio italiano di usare una parola nuova per un concetto vecchio, il pensiero logico computazionale, per farlo passare come moderno. Il pensiero logico computazionale; il pensare in maniera matematica, conoscere, saper descrivere gli algoritmi, saperli utilizzare, è il fondamento di tutta la matematica e, conseguentemente, di tutte le scienze. Prima che venisse chiamato coniato il termine “coding” era quello che imparavi quando studiavi le tabelline e la geometria e ti esercitavi a risolvere i problemi come: Anna, Bruno e Carla hanno ognuno tre mele, quante mele hanno in tutto? Vogliamo preparare una tovaglia per un tavolo quadrato che ha il lato di 50 cm; quanti metri quadri di stoffa dobbiamo comprare? se la stoffa costa 8 euro a metro quadro, quanto spendiamo? Roba che alle elementari si è sempre fatta, solo che si chiamava aritmetica e geometria, e che si dovrebbe continuare a fare anche oggi. Chiamarla coding la fa sembrare qualcosa di figo, di moderno e di innovativo. Invece è la cara vecchia buona aritmetica.
Scava scava il linguaggio di programmazione è solo uno strumento, le strutture base della programmazione (istruzione, iterazione, scelta) son le stesse di qualsiasi algoritmo matematico e consentono di descrivere qualsiasi algoritmo e, conseguentemente, qualsiasi programma.  Il fatto è che molti confondono l’informatica con il saper usare il computer; il che è come dire che il conoscere l’ingegneria meccanica dei motori automobilistici è la stessa cosa di avere la patente e saper guidare una macchina. Usare il computer a scuola non è fare informatica come guidare non è fare progettazione di motori. Invece molti continuano a confondere la materia con lo strumento. Vero anche che molti su questa ambiguità ci giocano per lucrarci sopra. Quando insegnavo ho avuto problemi con ragazzi, convinti che l’informatica fosse la patente europea del software, si son trovati spiazzati quando invece di uord e uindos si è parlato di diagrammi di flusso e algoritmi.

Seconda considerazione: anche con l’informatica puoi fare insegnamento “analogico”; usare un mazzo di carte per spiegare gli algoritmi di ordinamento, fare il gioco delle venti domande per trovare una parola nel vocabolario, applicare tanti algoritmi “informatici” e modelli al mondo reale; prendere la ricetta della pizza come esempio di programma e convertirlo in un flow chart. Tante attività “analogiche”, coding non significa abbandonare i ragazzi davanti al PC.

Terza considerazione: una delle obiezioni contro il coding che ho sentito è: “insegna a pensare per zero ed uno, con regole rigide, riducendo l’alunno ad un automa”. Colossale uomo di paglia. Vorrei vedere un informatico che uno che “pensa” solo con una variabile binaria; si puàò pensare anche per “nibble” (4bit),  byte (8),  “word” (16)  e se proprio serve  “longint” (64 bit) 😀  In realtà la scuola già insegna a pensare con regole rigide di per sé, prendiamo ad esempio la grammatica: ci son regole “rigide” che impongono la concordanza del soggetto con il verbo o che vietano di usare un tempo futuro per parlare di eventi passati. “ieri io andrete al mare” è una frase che non significa niente. E non significa niente perché non rispetta le regole di concordanza del soggetto (io) con il verbo (seconda persona plurale) e non rispetta neppure le regole sui tempi, il verbo è al futuro mentre “ieri” fa riferimento al passato. La grammatica e la sintassi hanno le loro regole rigide quindi, se la rigidità delle regole uccide l’intelligenza e rende le persone automi, per coerenza sarebbe da eliminare anche la grammatica e la sintassi3 nell’insegnamento dell’italiano.

L’ultima considerazione sono invece le solite frignate “scolastiche” di chi cerca di verniciare con tanto idealismo i suoi bassi interessi di bottega, ovvero il non volersi aggiornare, il non voler imparare cose nuove per trasmetterle agli studenti.  Quello che trovo buffo è che i giorni pari ci si lamenti che i privati non investano nella scuola e i giorni dispari ci si lamenti del non voler diventare “schiavi” di chi nella scuola vorrebbe investire. Il solito “mamma ciccio mi tocca, toccami ciccio che mamma non vede”.

Uno dei compiti più importanti della scuola è fornirti un bagaglio culturale per interpretare, capire e saper agire nella maniera ottimale con il mondo; ed il pensiero logico matematico, o pensiero computazionale, rimane uno strumento molto potente per riuscirci. La scuola deve insegnarti a pensare non darti solo una sterile quanto inutile erudizione basata solo su tante nozioni disconnesse e avulse dalla realtà, senza che ti venga insegnato ad utilizzare tali nozioni, a collegarle ed a ragionarci sopra. E il coding altro non è che uno strumento per “applicare” il pensiero logico allo stesso modo dei problemi di aritmetica.

 


  1. una cosa che trovo divertente è che l’algebra di Boole che descrive la logica binaria altro non è che la formalizzazione matematica della logica aristotelica. Quindi lo studio di Aristotele e della filosofia è nocivo. Quando si parla di ironia. 
  2. Già il pensare che il software si riduca ai prodotti microsoft mostra quanto sia approfondita la conoscenza dell’informatica; e questo fa porre qualche sospetto su quanto possano essere appropriate certe obiezioni. 
  3. purtroppo temo stia già avvenendo, basta dare una lettura ai messaggi nei social. :-( 

lei è troppo qualificata per questo lavoro

Stavo leggendo questo articolo del fatto quotidiano

Ricevere risposte spiazzanti, dal mondo italiano, come “sei troppo qualificata”, oppure “il tuo curriculum è impressionante ma al momento non abbiamo posizioni adeguate”.

Con annesso piagnisteo che le aziende cercano schiavi e non persone qualificate. Polemiche che dimostrano come molti pensino che il possesso di un titolo di studio implichi l’obbligo per qualcuno, spesso lo stato, di assumerti e di pagarti per quel titolo di studio.

La questione del “troppo qualificata” esiste e perché? le aziende quando assumono hanno in testa un profilo professionale ben preciso con determinate mansioni e, logicamente pagano, sulla base delle mansioni che la persona dovrebbe svolgere. Se il lavoro è acquisizione dati profilo  junior magari cercherò qualche ragazzo sveglio per ribattere i  dati al PC e nel caso farlo crescere in azienda, non cercherò un PhD in informatica teorica e, nel caso mi capiti di assumerlo per quel profilo, verrà pagato per il lavoro di acquisizione dati, il lavoro per il quale è stato assunto.

Se pensate che non sia giusto e che un PhD debba essere pagato da PhD qualunque lavoro esso svolga; chi sarebbe disposto a pagare 30 euro un MacBurger solo perché a prepararlo c’è qualche chef di grido? Penso nessuno, il piatto accetti di pagarlo molto quando vai al ristorante “tre stelle michelin” con qualche chefstar ai fornelli, non di certo in un fastfood.
Se vai al fast food a prenderti un hamburger vuoi spendere per un hamburger e accetti la qualità di un hamburger. A servono le competenze di uno chef di grido per prepare MacBurger? No, per niente. Serve assumere uno chef di grido, e ovviamente pagarlo da chef di grido, per preparare MacBurger? No, sarebbe un suicidio economico.
Se sei Carlo Cracco e mandi il CV al macdonald o vieni assunto, e pagato, come qualsiasi altro cuoco oppure la risposta sarà ovviamente: lei è troppo qualificato per un lavoro da cuoco, non abbiamo posizioni da chefstar nel fastfood.

Il mondo del lavoro è così: se a me servono, bastano, le competenze di un ragazzino per acquisire dati, cercherò ragazzini per acquisire dati e verranno pagati per il lavoro che dovranno svolgere; i PhD in informatica teorica tenderò ad evitarli per due motivi: il primo è che una persona sovraqualificata per un lavoro generalmente molla appena trova qualcosa di più adatto alle sue capacità, la seconda è che potrebbe piantare storie sostenendo che, in quanto dotato di PhD debba essere pagata più e meglio di un semplice diplomato, anche se fa lo stesso lavoro del diplomato.

Essere adatti al mondo del lavoro significa anche capire quali sono le sue esigenze e le sue logiche; molti rimangono disoccupati perché magari si intestardiscono a voler vendere ghiaccioli al limone in groenlandia e magari si offendono se la gente non compra i loro prodotti o i loro servizi.

I commenti all’articolo sono illuminanti: molti ritengono che andrebbero pagati non sulla base del lavoro che viene richiesto di svolgere ma sulla base dei loro titoli, o delle competenze che “credono” di avere1, con annesso codazzo degli sfigati che: “in italia si assumono solo accozzati, colpa dei politici…” .

PS

Parlo ovviamente di pagare un PhD da diplomato perché si chiede al PhD di fare un lavoro da diplomato, chi pretende di pagare un PhD per fare lavori di altissimo profilo per un pugno di noccioline è in torto marcio e l’unica cosa che merita è di essere repentinamente mollato non appena si trova qualcosa di meglio. Una cosa che ho imparato è che il mercato del lavoro è un mercato anche lato aziende, che è giusto per l’azienda cercare il meglio spendendo meno è giusto anche per il dipendente cercare il meglio dove guadagna di più; la lealtà ed il rispetto devono essere reciproci.


  1. ho conosciuto “trafficoni” convinti di essere dei guru dell’informatica che si scandalizzavano se Steve (Jobs) o Bill (Gates) prendevano decisioni strategiche senza prima consultarsi con loro. Una gran parte del lavoro che, a suo tempo, veniva era per risolvere i loro pasticci. 

io ciò il diritto a seguire i miei sogni

il fatto che io abbia diritto di credermi quello che mi pare (d’altronde chi può vietarlo o impedirlo) per molti si traduce nel dovere di tutti di riconoscere quello che io credo di essere. Un pseudodiritto analogo è il diritto a seguire i propri sogni, diritto che molti intendono come dovere per lo stato di farteli realizzare.

Questo messaggio comparso nei forum del fatto su una discussione riguardo all’alternanza scuola lavoro.

Quindi meglio pulire i cessi, almeno ti rendi conto da subito che nel mondo reale l’investimento che hai fatto tu (e chi ti ha insegnato) per anni e anni non serve a un tubo?
Non posso credere che lei la pensi così.
Oppure forse vale la pena dirlo prima, tipo: “hai 18 anni e non sei raccomandato? non proseguire gli studi e vai subito a pulire i cessi, meglio prima che buttar via altri 5 anni”

Primo errore “nel mondo reale l’investimento che hai fatto tu (e chi ti ha insegnato) per anni e anni non serve a un tubo?” la risposta è: potrebbe essere vero. Non è scritto da nessuna parte che un investimento fatto renda, esistono anche gli investimenti fallimentari e i fiaschi. Capisco che per certi docenti parlare dei fiaschi a scuola sia tabù, che spiegare realmente come gira il mondo fuori dalla scuola invece di illudere gli studenti che basti conoscere chi era Socrate per avere la poltrona di amministratore delegato da qualche parte possa essere controproducente. Il rischio è che lo studente si faccia due conti in tasca e valuti se continuare con Platone o mollare ed imparare come si monta un rubinetto. Per intenderci molta della crisi di certi indirizzi è proprio dovuta al fatto che vengano percepiti come “inutili” e inadatti al mondo del lavoro. Messaggi come quello non fanno altro che rafforzare tale impressione, che la scuola sia un sistema chiuso completamente alieno al  resto del mondo e che gli studenti siano a scuola non per imparare qualcosa, e qui ci sta veramente, di utile per loro, qualcosa che gli dia una cultura e della conoscenza ovvero la capacità di interpretare e di interagire con il mondo, fosse anche la conoscenza del pensiero socratico, ma solo per fornire un pretesto per mantenere i docenti ed il personale scolastico.

Da notare anche il riferimento alla raccomandazione; il piangere che vanno avanti sempre e solo i raccomandati mentre i bravi ed esperti finiscono al call center o a pulire i cessi è il classico piagnisteo scusante che assolve dalle proprie colpe e dai propri errori, permette di non ammettere le proprie manchevolezze. Non sono un illuso e sono consapevole che in italia ci siano sacche di malaffare e posti che vanno ad accozzati. Ma tutti quelli assunti per concorso che lavorano in una PA sono accozzati? in qualsiasi concorso passa solo l’accozzato? sempre, sempre, sempre? Mi sembra poco plausibile per il semplice motivo dei numeri in gioco. Per non parlare di tanti controesempi come questo; il figlio del medico personale di Berlusconi non riesce ad entrare perché scavalcato da Pierino, figlio accozzato del consigliere circoscrizionale di roccafritta di sotto? Se la risposta è sì, per favore, smettetela di menarla con la storia della nipote di Mubarak, grazie.

Non bocciare alle elementari ovvero del nascondere la polvere sotto il tappeto

Nei miei anni di insegnamento mi è capitato di vedere promossa gente negativa in tedesco storia geografia italiano matematica scienze disegno e tecnica, impegno zero, comportamento pessimo. Chi è promosso è convinto di essere all’altezza. Chi è convinto di essere all’altezza pretende, e se non ottiene, sfascia o si sfascia. Le “colpe della società” esistono, e partono da qui. Mi sono battuta per 36 anni contro le promozioni regalate, cercando di far passare il concetto che fuori dalla scuola poi c’è la vita, e quella non fa sconti a nessuno, e se non sei preparato ad affrontarla sono cazzi acidi: sono sempre stata sconfitta.
Barbara, un commento a questo articolo.

Ho ripreso il commento di Barbara visto che leggendo questa notizia mi è venuto in mente.

Bocciatura alla scuola primaria “discriminatoria, va abolita”. Su change.org l’appello alla ministra

Nella legge delega sulla Buona Scuola era inserito il divieto, ma Valeria Fedeli l’ha eliminato. E parte la rivolta di docenti e pedagogisti: “Chi di noi lavora nell’ambito scolastico o si occupa di formare i futuri maestri sa non solo quanti sono i respinti ma anche chi sono: figli di immigrati, ragazzi meridionali delle famiglie più povere, bambini rom. La scuola dovrebbe aiutare chi ha difficoltà”.

E il testo della petizione su change.org (chissà se Pepito Sbazzeguti, la troverà interessante). Grassetti miei

“Non bocciare. A quelli che sembrano cretini dargli la scuola a tempo pieno. Agli svogliati basta dargli uno scopo”. Sono passati cinquant’anni da quando don Lorenzo Milani scriveva queste tre riforme della scuola in “Lettera ad una professoressa” (…) la ministra Valeria Fedeli ha voluto reintrodurre la norma precedente ovvero “i docenti della classe in sede di scrutinio, con decisione assunta all’unanimità, possono non ammettere l’alunno alla classe successiva solo in casi eccezionali e comprovati da specifica motivazione”.

Casi eccezionali, da valutare attentamente caso per caso.  Sinceramente la stima per la Fedeli sta aumentando; non per fascismo ma perché uno dei modi migliori per perdere uno studente è mandarlo “allo sbaraglio”, senza che abbia il bagaglio minimo di competenze e capacità, in I media. Non bocciare alle elementari significa procrastinare alle medie la risoluzione di problemi che sarebbe meglio risolvere alle elementari. Faccio notare che la norma richiede unanimità e “casi eccezionali”, non parla un un generico “profitto non sufficiente. Quindi perché fare tutto questo casino? Non è che la bocciatura dello studente sia vista in realtà come una bocciatura del docente?

I cosiddetti casi “eccezionali” solo nell’ultimo anno scolastico 2015/2016 sono stati 11.071 e nell’anno precedente 11.866.
Chi di noi lavora nella scuola o si occupa di formare i futuri maestri sa non solo quanti sono i respinti ma anche chi sono: figli di immigrati, ragazzi meridionali provenienti dalle famiglie più povere, bambini rom.

Ecco il piagnisteo: i bocciati sono gli ultimi. cinicamente risponderei: e quindi? la bocciatura è una falsa soluzione, la soluzione reale l’aveva indicata don Milani “tempo pieno e strutture di supporto”. La promozione “per pietà” in realtà è una polpetta avvelenata; Pierino viene promosso alle elementari “per non essere discriminato” e in prima media, visto che è ignorante come una capra, cosa farà? quando lo si potrà fermare e bloccare finché non colma le sue lacune? al dottorato di ricerca?

Da notare comunque che tale petizione non chiede risorse aggiuntive e o percorsi di recupero per i ragazzi “con difficoltà” quanto di promuoverli, quasi che l’essere promosso trasmetta, per osmosi, le competenze che si dovrebbero avere per venire promossi. In pratica per diventare bravi a karaté basta indossare una cintura nera e sei immediatamente un maestro.

Oggi come ai tempi di don Lorenzo Milani “la scuola ha un problema solo: i ragazzi che perde”. La nostra scuola anche oggi perde il 15 % dei ragazzi.

Alle elementari? Non è che perde i ragazzi perché i predetti si rendono conto che un titolo “inflazionato” non vale il minimo sbattimento richiesto per prenderlo? Perché prendere il titolo, a cosa mi serve in pratica? Sarei molto curioso di conoscere la risposta che i tanti “guru” dell’insegnamento inclusivo darebbero a tale domanda.

Dietro questa percentuale noi vediamo i volti dei nostri bambini che non hanno certo bisogno di essere respinti ma di maggiore risorse umane, di insegnanti di sostegno formati, di educatori di strada, di una scuola più lenta, capace di ascoltare le esigenze di questi bambini, di captare le loro difficoltà e quelle delle loro famiglie.
Come scriveva Janusz Korczak noi dobbiamo “rispetto alle sconfitte e alle lacrime del bambino. Dobbiamo rispetto alla sua ignoranza”.
Come insegnanti e pedagogisti respingiamo l’idea che la nostra scuola dopo cinquant’anni non abbia ancora compreso che non può respingere nessuno alla primaria ma può solo far valere l’articolo 3 della nostra Costituzione anche per i bambini che sono cittadini alla pari dei “grandi”. E’ lo stesso don Milani ancora a ricordarci che “Se si perde loro (gli ultimi) la scuola non è più scuola. E’ un ospedale che cura i sani e respinge i malati” e che dobbiamo fare una sola cosa: “Richiamateli, insistete, ricominciate tutto da capo all’infinito a costo di passar per pazzi”.

Rallentare la scuola, non respingere significa non trasformare la scuola in un ospedale che cura gli ammalati e non solo i sani ma trasformarla in un ospedale che non cura gli ammalati e contemporaneamente fa ammalare anche i sani. Il declinare il “nessuno rimanga indietro” con un “guai a chi scatta in avanti” ha distrutto la scuola. La scuola è formazione non assistenza sociale; pretendere che la scuola si trasformi in un surrogato dei servizi sociali è nocivo e controproducente. La scuola non ha le strutture ed il personale per fare assistenza sociale, è giusto che la scuola lavori in sinergia con i servizi sociali per i casi delicati ma non è giusto che si sostituisca ad essi.

Da notare anche la presenta di un buon indicatore di fuffosità; il richiamo alla costituzione. Cosa BIP! c’entra l’articolo 3? In realtà quell’articolo non dice che tutti sono uguali come invece viene maliziosamente fatto intendere. Siamo tutti uguali quindi la richiesta di una laurea in medicina per iscriversi all’ordine dei medici ed esercitare è incostituzionale? Bene, domani chi va a farsi operare da tonteddu konk’e’linna, disoccupato analfabeta di Cagliari? Non spingete per favore.

Perché quindi questo pietismo. Pensando male, è un peccato ma ci si azzecca, credo che il motivo reale l’abbia trovato un commentatore del fatto.

Un’altra delle “genialate” di (persona che ha lanciato la petizione).
Il “ragionamento sindacale” è chiarissimo : Se non c’è bocciatura, non c’è valutazione dell’alunno e, per sommatoria, neppure dell’insegnante.
In questo modo i “maestri” alla (persona che ha lanciato la petizione) potranno dedicare il loro tempo ad altri interessi e scopi, oltre che continuare in classe a declamare le canzoni di Lucio Dalla e altre banalità di politica da bar, invece di insegnare italiano, matematica, geografia e storia, senza alcun timore di perdere l’unico valore della Scuola che a loro interessi : lo stipendio.
È il modo più sicuro per costruire futuri cittadini, saccenti e ignoranti come capre, dei quali questo povero Paese certo non difetta.
Del resto, piuttosto che insegnino (male) cose che mostrano di non conoscere, forse è meglio così.

PS

Giova ricordare anche un altra “fulminante” risposta ad un articolo analogo:

“Oggi abbiamo bisogno non di bocciature ma di risorse, di “promuovere” chi non ce la fa.”

L’autore si puo’ permettere di dire queste cose per via della sua posizione – seduto davanti a un computer.

Perche’ se la sua posizione fosse diversa, che ne so, disteso, con una forte luce bianca negli occhi e una voce vicino a lui che dice qualcosa come “Oh ragazzi, io ad anatomia proprio non ce la facevo, pero’ mi hanno sempre promosso perche’ i miei professori credevano in me e mi volevano incoraggiare, perche’ era giusto che tutti andassero avanti, anche quelli che non sanno leggere… e poi anche l’Ordine dei Medici ha deciso che il mio amor proprio, la mia autostima, il mio diritto a progredire erano piu’ importanti di quattro stupide tavole anatomiche, insomma io non mi ricordo quali sono i reni e quali i polmoni, magari datemi una mano voi se taglio il pezzo sbagliato, OK? Vabbe’, adesso incido, e che Dio ce la mandi buona…”, ecco, secondo me la penserebbe diversamente.

Io, studentessa di Bologna, non mi sento rappresentata da voi finti rivoluzionari – TPI

Molto, molto interessante. Soprattutto il grido finale:

Per ultima cosa vi chiedo un favore: fatemi studiare, perché sono tre anni che spesso trovo le sedi universitarie occupate, sto parlando del caro 36 e del celeberrimo 38, e sono anni che private me e altri ragazzi di far lezione. Viva il diritto allo studio”.

Che condivido. Spesso i pseudorivoluzionari non son altro che teppisti in attesa di un pretesto per fare casino, pretesto che permette di coprire con una leggera mano di idealismo e buone intenzioni azioni che invece buone non sono. Poi parlano di cultura e di diritto allo studio ma spesso sono i primi a negare agli altri il diritto di studiare in ambienti “sicuri” e “tranquilli”.

Piena solidarietà alla studentessa.

Sorgente: Io, studentessa di Bologna, non mi sento rappresentata da voi finti rivoluzionari – TPI (grassetti miei)

Rispetto agli scontri avvenuti nella giornata di giovedì 9 febbraio tra la polizia e gli studenti dell’università di lettere di Bologna, S*** C***, una studentessa del Dams, ha voluto scrivere a TPI per fornire una diversa versione dei fatti e per rispondere alla versione del collettivo degli studenti universitario autonomo Bologna:

“Caro TPI, vorrei anche io raccontare la mia versione.

Sono una studentessa Dams, presso l’Università di Bologna. Zamboni 36 è la biblioteca universitaria del dipartimento di Lettere e Beni Culturali, penso l’unica a Bologna a far entrare senza alcun controllo. Si entra senza nemmeno lasciare un documento.

Il rettorato, con la decisione di voler aprire la biblioteca fino a mezzanotte – questo fa parte di un progetto per risollevare la zona universitaria e aiutare chi ha necessità a studiare fino a tardi – ha deciso di mettere i tornelli, per permettere di accedere alla biblioteca solo tramite badge. Badge che ogni studente universitario possiede.

Primo punto: chiunque inneggi alla privatizzazione, alla privazione dell’accesso di uno spazio pubblico, si dovrebbe ricordare la differenza tra biblioteca universitaria e biblioteca comunale. Quella biblioteca è universitaria e appartiene agli studenti. Chiunque altro può andare in qualsiasi biblioteca comunale, tra cui il bellissimo Archiginnasio o la Sala Borsa.

Secondo punto: il degrado e l’uso della biblioteca per uso non didattico. Cito il fatto dello scorso anno, quando un uomo si masturbò davanti a una studentessa. Tutti noi studenti sappiamo che tipi di persone popolano Piazza Verdi e son capaci di entrare liberamente in quella biblioteca.

Detto questo torniamo a cosa è successo: Il Collettivo universitario autonomo (Cua) grida allo scandalo, parla di deliberata chiusura di uno spazio di socialità e aggregazione da parte dell’Università e decide di boicottare i tornelli, spalancando prima le uscite di emergenza e due settimane dopo decide di smontare fisicamente i tornelli e di portare i resti in rettorato.

L’Ateneo, com’era prevedibile, chiude la biblioteca, in attesa di ristabilire le condizioni minime di sicurezza necessarie a tenerla aperta. Il Cua, previa assemblea, decide di forzarne la riapertura e di autogestire lo spazio. Cosa succede poi? L’Università chiede alla polizia di intervenire. Il risultato? Barricate coi cassonetti in Piazza Verdi, interno della biblioteca gravemente danneggiato, arresti e scontri durati una sera intera.

Ora: sì, la polizia ha usato la forza e non è mai bello vedere usare la forza contro gli studenti. Rispondere alla violenza con la violenza è la carte peggiore da giocare. Se tutti coloro che fanno parte del Cua avessero riflettuto solo un po’ di più su ciò che l’Università stava facendo, se avessero capito che quello era un servizio che l’Ateneo stava offrendo agli studenti, per permetterci di studiare in sicurezza fino a tardi, forse tutto questo non sarebbe successo.

Ma non l’hanno capito e ora ci ritroviamo con danni ingenti a una struttura universitaria, dovendo sentire tali persone che dicono di rappresentarmi e gridano alla rivoluzione.

No, non state rivoluzionando nulla. No, non mi rappresentate.

Per ultima cosa vi chiedo un favore: fatemi studiare, perché sono tre anni che spesso trovo le sedi universitarie occupate, sto parlando del caro 36 e del celeberrimo 38, e sono anni che private me e altri ragazzi di far lezione. Viva il diritto allo studio”.

L’allevamento di un baby teppista…

Stavo leggendo questa notizia; imho le reazioni della madre intervistata spiegano benissimo sia la perdita di educazione degli studenti, sia le tante future frustrazioni che incontreranno quei bambini.

Sorgente: Bambini costretti a pulire i bagni nell’Istituto Comprensivo di Elmas Monsignor Saba. L’episodio è accaduto oggi nella scuola media del paese alle porte di Cagliari – Vistanet il quotidiano sardo di informazione online a Cagliari

Bambini costretti a pulire i bagni nell’Istituto Comprensivo di Elmas Monsignor Saba.
L’episodio è accaduto oggi nella scuola media del paese alle porte di Cagliari.

Il fatto, descritto nel gruppo Facebook “Sei di Elmas se” dalla mamma di uno degli studenti coinvolti, è di quelli destinati a far discutere. Dove inizia il compito educativo degli insegnanti? E fin dove arriva? Sembra che la punizione sia scattata in seguito a un atto di vandalismo avvenuto qualche giorno fa nella scuola, quando son stati trovati degli escrementi nei pavimenti dei bagni riservati agli studenti. La decisione, punitiva o educativa a seconda delle sensibilità, è stata netta. Tutti gli alunni, a turno, sono perciò stati costretti ad armarsi di stracci e secchi per pulire. Il tutto, dopo il suono della campanella. La cosa ha fatto infuriare non poco i genitori dei ragazzi coinvolti, che hanno ricevuto la comunicazione dell’accaduto a decisione già presa e lo sfogo sui social è stato immediato.

Spiace dirlo ma la scuola ha ragione; la scuola ti dovrebbe insegnare anche che per le “cazzate” di uno rischiano di passarci tutti, che essere omertosi significa essere complici così come il coprire o l’esaltare le azioni del baby teppista. Certo magari può servire per spararsi pose da “figo” l’aver sporcato i bagni però, se quando te le spari vedi le occhiate assassine dei compagni, costretti anche loro a pulire la tua bravata, l’ego da baby teppista ha un repentino calo.

La punizione “a turno” imho è giusta proprio perché è meglio che tutti capiscano il fatto che nonostante la responsabilità “penale”, penale e non civile, è personale per le cazzate di uno rischiano di pagare tutti. Cazzate che non son solo la cacca nel bagno ma magari una “guida allegra” o una spiritosata con i botti di capodanno.

Sembra non si tratti del primo episodio del genere avvenuto nella scuola media di Elmas. La denuncia di S. M., mamma di una bambina di dodici anni che frequenta la seconda media dell’istituto, è simile a quanto avvenuto questa mattina: «Anche a mia figlia, qualche tempo fa, è stato imposto di pulire l’aula come punizione per averla sporcata con della carta. La professoressa si è presentata con la scopa in mano minacciando mia figlia di trattenerla a scuola oltre l’orario se non avesse pulito in terra. Il tentativo di mia figlia di chiamare i carabinieri è stato fermato dai docenti che le hanno strappato il telefono di mano».

Chiamare i carabinieri perché i docenti impongono di pulire dove si è sporcato? Prendersi cura delle “cose di tutti” è la base dell’educazione. Se domani sporchi su una aiuola perché “non è di nessuno” dopodomani poi non lamentarti se vivi in un immondezzaio e nessuno è venuto a pulire.
Fossi la madre invece di offendermi verso la scuola tirerei un grosso sospiro di sollievo; cosa sarebbe capitato se la ragazza avesse chiamato il 112? Minimo si sarebbe beccata un rimprovero per un procurato allarme e per aver fatto quello ritenuto uno scherzo cretino, e se proprio andava male sarebbero intervenuti i servizi sociali per capire “il disagio” della minore. E la prima a passarci, in quella situazione, è la famiglia. La scuola viene in seconda battuta.

Una politica disciplinare decisamente discutibile per S.M.: «Si tratta di bullismo alla rovescia. I professori, per quanto abbiano un compito educativo nei confronti dei ragazzi, devono astenersi da questi metodi fascisti e mettersi nella testa anche di ragazzini irrequieti cercando di utilizzare maniere diverse per farsi rispettare».

Il solito: l’idea è buona ma i metodi son sbagliati, ci son altri metodi ma ci si guarda bene dal dire quali essi siano. Peccato che il giornalista non abbia posto alla madre una semplice domanda: “lei signora come avrebbe agito in quella situazione?”. Criticare è facile, proporre un poco meno.

Da notare anche il “metodi fascisti”. Se è fascista il pretendere che le persone abbiano cura delle cose di tutti, che siano educate e che trasformino il luogo in un immondezzaio poi non ci si stupisca se molti sognano uno sdoganamento del fascismo.

La mamma in questione contesta anche un’altra decisione della scuola, avvenuta anch’essa stamattina: «All’ingresso delle classi sono state apposte delle cassette all’interno delle quali i nostri figli sono stati costretti a lasciare i cellulari, pena il divieto all’ingresso nella scuola». La decisione di S.M., scandalizzata dai provvedimenti dell’istituto, è categorica: «Ritirerò mia figlia da quella scuola. Se una ragazzina di dodici anni subisce queste vessazioni non dai compagni, ma addirittura dagli insegnanti, non ci si deve stupire dal tasso di abbandono una volta terminato il ciclo scolastico obbligatorio».

Vessazioni il non poter usare il cellulare in classe? Naturalmente la signora non avrà nulla da protestare se parcheggio la macchina attaccata alla sua porta di casa, e spero che mi difenda dalle “vessazioni” dei vigili urbani. Se abitui una ragazzina che le regole son vessazioni… stai preparando una baby teppista incapace di rispettare le regole. Puoi scegliere di non rispettare le regole ma, in tal caso poi non si pianga quando arriva il conto da pagare.

Dalla parte della scuola e del suo dirigente scolastico Annalisa Flaviani, si schiera invece l’ex docente dell’Istituto Saba, Emanuele Garau: «Molte persone non hanno idea dei comportamenti scorretti e della totale mancanza di civiltà che si vive nelle aule di molte scuole. La Flaviani non fa altro che indirizzare i nostri alunni e figli a diventare cittadini del domani che sappiano rispettare le regole del vivere civile».

Quest’ultima frase sarebbe da stampare ed incidere a lettere dorate all’ingresso della scuola.