Di maio vuole il ministero della meritocrazia…

Sorgente: Di Maio, serve ministero “Meritocrazia”. Scuola è massacrata – Elezioni 2018 – ANSA.it

“Servono gli Stati Generali della scuola non nuove riforme”

Luigi Di Maio intervenendo in streaming a Skuola.net ha rivelato di non aver votato nelk 2008. “Avevo 22 anni e non ho votato perché non mi sentivo rappresentato: ma da quel giorno mi sono ripromesso di iniziare un percorso di partecipazione. La vera sfida non è solo il voto ma la partecipazione. Mettersi in gioco e provare a cambiare le cose.

“Stiamo pensando a un ministero della meritocrazia che finalmente dia la possibilità al governo di fare politiche che permettano ai giovani e ai meno giovani meritevoli di raggiungere gli obbiettivi della loro vita. Il tema della meritocrazia non esiste in Italia. Gli onesti spesso sono ritenuti fessi”.

La scuola – ha detto ancora il candidato premier M5S – è stata massacrata dalle riforme. Servono gli Stati Generali della scuola non nuove riforme. Sono state fatte per la scuola quattro riforme in pochi anni ma ora, prima di tutto, la scuola vorrei rifinanziarla. Per assicurarci che non caschino tetti sulla testa degli studenti, che non cambino insegnanti ogni sei mesi e venga assicurata la continuità didattica e che non ci siano 30 alunni per classe. Io – ripete Di Maio – non sono dell’idea di mettere mano ad un’altra riforma”.

Sinceramente Di Maio che propone il ministero della meritocrazia è comico tanto quanto Berlusconi che proponga il ministero per la castità o la Boldrini quello per l’umiltà. Detto questo, noto che, come al solito, si parla di meritocrazia ma non si entra nel merito della vicenda. Per parlare di meritocrazia, con proprietà, occorrono due cose:

  1. definire bene cosa sia “il merito”
  2. specificare come tale merito possa essere misurato; misurato nella maniera più oggettiva possibile

Mancando le due cose,  il termine meritocrazia è solo un termine vacuo che serve a mascherare con belle parole il concetto: “non son io una capra ignorante ma è colpa dell’assenza di meritocrazia”.  E spesso gli stessi che stra parlano di meritocrazia sono i primi a lagnarsi quando si parla realmente di meritocrazia. Ricordo il caso di un maestro, all’epoca precario, che si lamentava dell’assenza di meritocrazia nella selezione dei maestri. Lo stesso che si lagnò alquanto quando non riuscì a passare il test di preselezione (test di preselezione pre) si lamentò alquanto che il MIUR pretendeva capacità di ragionamento logico matematico e capacità di comprensione del testo e non didattica innovativa come l’ascolto di De Andrè invece di insegnare il flauto…

Anche gli studenti; quanti pro “meritocrazia” sarebbero anche pro “test invalsi” e “esami di ammissione”? credo pochi, molto molto pochi.  Meglio la meritocrazia nella quale il merito è la capacità di antanizzazione supercazzolante prematurata postdatata.

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Beata la scuola che non ha bisogno di eroi…

Stavo leggendo la vicenda della professoressa sfregita da un suo studente. Professoressa che, a quanto pare ha dichiarato:

«Lo perdono»
Oggi, la professoressa Di Blasio dovrebbe essere dimessa. Ieri l’insegnante è stata sottoposta a una visita maxillofacciale a Caserta, poi è tornata all’ospedale di Maddaloni. Scossa, ma incredibilmente decisa ad assumere il ruolo di primo difensore del ragazzo. «Torno a scuola appena possibile – ha detto – ma Rosario non deve essere punito, chi lo punisce fa male a me». La donna ha riferito che «per quanto si rifiutasse di studiare, non avrei mai immaginato che avrebbe fatto una cosa simile». (fonte)

Prima considerazione: non si sta parlando di un bambino di 3 anni che non si rende conto di nulla ma di una persona di 17 anni. A 17 anni dovresti iniziare ad essere responsabile delle tue azioni; e responsabilità significa anche trovarsi a dover pagare per le stupidaggini fatte. Giustificarlo come se avesse avuto 3 anni significa educare lui e gli altri all’irresponsabilità dei bambini di 3 anni. Si vuole questo? Poi però non ci si lamenti dell’irresponsabilità dei ragazzi visto che è un diretto effetto di come son stati cresciuti.

Seconda considerazione: non condivido l’agiografia che vuole che la professoressa sia una santa. La scuola con il ragazzo avrà anche sbagliato ma non è stata l’unica che doveva intervenire, e gli eventuali sbagli fatti dalla scuola non possono e non devono, in nessun caso, giustificare per niente tali comportamenti. E il fare la santa e perdonare significa insegnare, con l’esempio: “fate quello che vi pare che poi tanto un pretesto per perdonare si trova”.  Il ragazzo va trattato con giustizia in modo che sia un esempio per lui e per gli altri, che si renda conto di ciò che ha fatto e che se ne rendano conto anche i compagni. Un ragazzo non si porta il coltello a serramanico a scuola così per caso. Non vorrei calunniare ma, leggendo, ho avuto l’impressione che come al solito si tendesse a minimizzare certi comportamenti per poi “accorgersene” di botto quando la questione diventa troppo grossa da poter essere nascosta.

Terza cosa: la scuola non ha bisogno di martiri; ha bisogno di personale professionale che venga posto nelle condizioni di lavorare bene ed in maniera efficace. Sarebbe opportuna una riflessione sui danni che l'”attimo fuggente” ha fatto. Era un bel film ma un film non è la realtà. E soprattutto non si può pretendere che i docenti facciano miracoli e trasformino “per miracolo” teppisti in perfetti lord inglesi.

proteste per la riforma della scuola, le solite zappe sui piedi.

Ok come al solito il ministro della pubblica istruzione ha annunciato la sua riforma epocale della scuola e stavolta l’idea geniale per rendere la scuola italiana la più migliore1 del mondo2 è accorciare di un anno le superiori.

E il dibattito è, guarda caso, soprattutto sul numero di posti di lavoro nella scuola che si perderebbero. Nessuno ha considerato il punto reale della questione ovvero: accorciare di un anno le superiori come si rifletterà sulle capacità e competenze in uscita degli studenti? Usciranno con, più o meno, la stessa preparazione di prima o usciranno meno preparati e capaci?

Se l’anno perso a scuola si traduce in un anno di formazione in più da fare al lavoro o all’università la riforma è perfettamente inutile, si limita a spostare l’onere formativo dallo stato ai privati. Se invece la preparazione degli studenti è la stessa, che escano dalla quarta o dalla quinta per i datori di lavoro  le università è la stessa cosa, allora ci sarebbe da aprire un serio discorso sulla scuola e sui programmi scolastici realmente svolti e sulla loro utilità.

Un problema della scuola è che viene pensata, soprattutto dai sindacati dei docenti, non come uno strumento di formazione ma come uno strumento il cui scopo principale è la distribuzione di buste paga. E questo spiega anche l’autoreferenzialità della scuola ed il fatto che l’alternanza scuola – lavoro sia vista come blasfema. La scuola dovrebbe restare chiusa nella sua torre d’avorio al riparo dalle brutture del mondo. Brutture che sono il richiedere persone capaci e competenti, non pappagalli capaci di recitare alla perfezione tutte le orazioni di cicerone ma incapaci di calcolare una banale percentuale.

Purtroppo la scuola è rimasta l’ultimo “stipendificio”3 visto che il resto della pubblica amministrazione, per amore o per forza, è stato costretto a virare da stipendificio a ente di servizio4. E purtroppo ciò che è avvenuto al resto della PA sta iniziando a capitare anche con la scuola, e, come capitato da altre parti, molti ne usciranno con le ossa frantumate.

Per il resto prima di dirmi d’accordo o meno con la riforma preferirei vedere bene come verranno rimodulati i programmi; meglio poco ma ben fatto che programmi vastissimi dei quali si riesce a fare più o meno un decimo.

 


  1. io sono studiato quindi conoscerebbi la grammatica; mica uso lo scorretto “più meglio”. 
  2. a sentire i docenti che vi insegnano, stipendi a parte, è quella che prepara ottimi studenti talmente capaci che rompono il culo a cinesi, coreani e finlandesi. Basta considerare che i test OCSE PISA son preparati da bildemberg in combutta con la trilaterale al solo scopo di sabotare la scuola italiana. 
  3. Basti vedere gli ultimi due concorsi. Colossali lacune di preparazione degli aspiranti docenti e nonostante ciò in virtù delle graduatorie e che, praticamente, non ci son controlli sulla qualità del lavoro dei docenti, tali aspiranti docenti spesso insegnano e magari alla fine “vincono” il passaggio in ruolo per anzianità di servizio grazie alle mitiche graduatorie della scuola. Graduatorie ove l’unico merito è l’anzianità. 
  4. i concorsi son diventati leggermente più selettivi, non son più possibili “le grandi regolarizzazioni a pioggia”, le norme europee evitano i giochetti “all’italiana” troppo sfacciati. 

riguardo a trump ed “science-based”

Sui media c’è stato fermento a seguito della direttiva di Trump di vietare l’uso di alcune parole; faccio notare il gioco di “narrazione” che viene tirato fuori per infangare trump.

fonte: http://www.ansa.it/sito/notizie/mondo/2017/12/16/trump-vieta-trans-feto-testi-sanita_8f3b4cec-b730-4e6b-99f8-a2ae68149ad0.html

Transessuale, feto, diversità, vulnerabile, diritto, basato sulle evidenze, basato sulla scienza: sono i sette termini che l’amministrazione Trump vuole proibire nei documenti della sanità, con un approccio ideologico senza precedenti che ha già scatenato forti polemiche nel mondo politico e scientifico. A rivelare la blacklist è stato il Washington Post, che ha dato conto di un episodio avvenuto ad Atlanta, in uno dei Centers for Disease Control and Prevention (Cdc), un’autorità sanitaria internazionalmente conosciuta e stimata, con un bilancio di circa 7 miliardi di dollari ed oltre 12 mila dipendenti.

E’ qui che si è presentata Alison Kelly, dirigente dei servizi finanziari, comunicando che quelle parole e quelle espressioni non devono comparire nei documenti per il bilancio del prossimo anno. In alcuni casi, ad esempio “basato sulle evidenze”, “basato sulla scienza”, si suggerisce di usare “basato sulla scienza in considerazione degli standard e dei desideri della comunità”. In altri non è stata offerta alcuna alternativa. Kelly non ha spiegato il perché della blacklist e si è difesa dicendo che lei faceva solo da ambasciatrice dell’informazione. Del resto Donald Trump non ha mai nascosto di considerare la scienza come una questione di opinione e non una realtà oggettiva basata sull’evidenza, a partire dalle sue considerazioni sul climate change. I presenti sono rimasti increduli, riferisce la fonte del Wp. “Ma dice sul serio?”, “Ci sta prendendo in giro”, sono state alcune reazioni.

a leggere la notizia sembra che siano da vietare nei documenti per il bilancio. Penso si tratti di documenti contabili, non so se per “documenti per il bilancio” si intendano anche le relazioni giustificative per le spese. Se si intendono anche queste ultime la decisione appare alquanto bizzarra, altrimenti, se si parla solo di documenti strettamente contabili si tratta solo di una pagliacciata fatta per dare un pseudocontentino ai “creazionisti” sostenitori.

Immediate le polemiche, e le ironie sul web. “E’ più chiaro che mai: questa amministrazione ha disprezzato la salute delle donne, le persone Lgbt e la scienza sin dal primo giorno”, ha twittato Planned parenthood, la rete di organizzazioni no profit che si occupano della salute e della educazione sessuale e dell’accesso a servizi sanitari come l’aborto. “L’amministrazione di Donald Trump sta facendo l’America nuovamente stupida. Finiremo con l’usare Voodoo e sanguisuga per trattare le malattie?”, ha twittato il deputato democratico Ted Lieu, parafrasando lo slogan trumpiano “Make America great again”. Non è la prima volta, dopo l’insediamento di Trump, che nelle agenzie federali affiora il problema della terminologia da usare in questioni relative l’orientamento sessuale, l’identità di genere, il diritto all’aborto, il cambiamento climatico, che avevano ricevuto ampia visibilità con la presidenza Obama. Diversi dipartimenti, tra cui la sanità, la giustizia, l’educazione, lo sviluppo residenziale ed urbano, hanno cambiato alcune politiche federali e il modo di raccogliere informazioni sulla comunità Lgbt. In marzo, ad esempio, il ministero della salute ha evitato di fare domande sull’orientamento sessuale e l’identità di genere in due sondaggi sugli anziani. E ha già da tempo cancellato dal proprio sito le pagine che contenevano informazioni sulla comunità Lgbt, mentre il dipartimento che si occupa di Infanzia e Famiglia ha rimosso le pagine che fornivano informazioni sui servizi disponibili per le persone Lgbt e le loro famiglie, comprese quelle su come ricevere aiuto se vittime di trafficanti. Certo, ora non si capisce come il centro nazionale per l’Aids, la tubercolosi e le malattie sessualmente trasmissibili possa evitare di usare la parola transgender lavorando sulla prevenzione dell’Hiv tra queste persone. O come il Cdc possa lavorare sui difetti alla nascita causati da Zika senza utilizzare la parola feto nella sue ricerche.

Interessanti anche l’umorismo e le polemiche. Mi sarebbe piaciuto leggerle anche in altri casi; ad esempio quando si è proposta la matematica politically correct oppure quando la British Medical Association, nelle sue linee guida sul linguaggi da tenere nei rapporti con il pubblico scrisse alcune perle come questa:

fonte: https://archive.org/stream/2016BritishMedicalAssociationBMAGuideToEffectiveCommunication2016/2016_BritishMedicalAssociation_BMA-guide-to-effective-communication-2016_djvu.txt

Pregnancy and maternity

Gender inequality is reflected in traditional ideas about the roles of women and men.
Though they have shifted over time, the assumptions and stereotypes that underpin
those ideas are often deeply rooted.

It is common to assume a woman will have children, look after them and take a break
from paid work or work part-time to accommodate the family. If a woman is forgetful
during pregnancy, this is often referred to as her ‘baby brain’. However, such assumptions
and stereotypes can and often do have the effect of seriously disadvantaging women.

A large majority of people that have been pregnant or have given birth identify as women.
We can include intersex men and transmen who may get pregnant by saying ‘pregnant
people’ instead of ‘expectant mothers ’. 2

2 Intersex is a term used to describe a person who may have the biological attributes of both sexes or whose
biological attributes do notfit with societal assumptions about what constitutes male orfemale. Intersex people
can identify as male, female or non-binary.

traduzione (con google translate – grassetti miei)

Gravidanza e maternità

La disuguaglianza di genere si riflette nelle idee tradizionali sul ruolo delle donne e degli uomini.
Sebbene abbiano spostato nel tempo, le ipotesi e gli stereotipi su cui si fonda
quelle idee sono spesso profondamente radicate.

È normale presumere che una donna abbia figli, che si prendano cura di loro e si prendano una pausa
da lavoro retribuito o lavoro part-time per assistere la famiglia. Se una donna è dimentica
durante la gravidanza, questo è spesso definito come il suo “cervello del bambino”. Tuttavia, tali presupposti
e gli stereotipi possono e spesso hanno l’effetto di svantaggiare seriamente le donne.

Una grande maggioranza delle persone che sono state incinte o che hanno partorito si identificano come donne.
Possiamo includere uomini intersessuali e transmen che potrebbero rimanere incinta dicendo “incinta”
persone “invece di” mamme in attesa “. 2

2 Intersex è un termine usato per descrivere una persona che può avere gli attributi biologici di entrambi i sessi o di chi
gli attributi biologici non si adattano alle ipotesi della società su ciò che costituisce un maschio o una femmina. Persone intersessuali
può identificarsi come maschio, femmina o non binario.

Per me il casino che sta nascendo è perché “ha stato Trump!!!UNOUNOUNO” ad attaccare la scienza, avesse detto, le stesse ed identiche vaccate, un progressista verniciandole di buone intenzioni: “linguaggio inclusivo, la mutabilità del mondo contro l’arida rigidità della scienza…” gli stessi che adesso si stanno stracciando le vesti per la scienza, probabilmente sarebbero in piazza a lamentarsi degli scienziati che pretendono di chiamare “madre in attesa” un essere appartenente al genere “homo sapiens” dotato di utero contenente uno o più… ehm… cosi1 che ivi vi maturano.

Più o meno quello che succede in italia: quando Maristella Gelmini parlò del tunnel neutrinico l’italia si scoprì esperta di fisica del neutrino più meglio dei fisici del CERN, quando Valeria Fedeli sbaglia congiuntivi e scrive erroneamente il termine “più meglio” c’è un imbarazzato silenzio… Per non parlare dei tentativi della presidentdella camera dei deputatdi riscrivere la grammatica italiana.

 


  1. qui le direttive del potus si devono rispettare, non voglio problemi con il mossad. 

Invece concita, il posto delle vostre storie – Che paura la crudeltà dei vostri commenti

Una lettera pubblicata nel sito della “de gregorio”. Interessante perché si accusa gli altri di crudeltà e di odio invece di guardare i propri sbagli.

Sorgente: Invece concita, il posto delle vostre storie – Che paura la crudeltà dei vostri commenti

Grazie a I., 30 anni

“Ho compiuto i 30 e sono disoccupata. Da quando mi sono laureata, l’impiego più stabile che ho trovato è stato come colf. Ho tentato tutto: stage, fabbrica, raccoglitrice nei campi, negozi, pulizie. Ormai quando un’agenzia interinale mi chiama (molto di rado) mi dimentico perfino di chiedere il tipo di contratto offerto, o gli orari, e accetto il colloquio. Sono angosciata, perché ora che ho superato i 29 anni (la maggior parte degli annunci pone questa soglia) sento che per il mercato del lavoro sono da rottamare. Una specie di semi-nuovo avviato verso il deserto di latta di uno sfasciacarrozze”.

“Ho sviluppato una specie di fobia rispetto all’attività stessa di cercare un lavoro. Tutte le volte che leggo “non idoneo”, che aspetto invano una risposta; “le faremo sapere” ai colloqui, accordi disattesi degli impiegati delle risorse umane di turno. Dopo tante porte chiuse arrivi a sospettare di non valere nulla. Di essere tu in difetto. Davvero non valgo nulla?”.

Sono domande che è giusto porsi; se io aprissi un negozio e vedo che non riesco a battere chiodo la domanda: “perché la gente non compra i miei prodotti”? me la dovrei porre e così anche la domanda “perché non riesco a trovare lavoro”? Non a caso si parla del mercato del lavoro; ed un mercato è fatto da chi vende e da chi acquista. E se chi vende, vende cose che non interessano a chi acquista, venderà poche cose. La domanda da porsi non è: “ma io non valgo nulla?” ma bensì: che esigenze dell’acquirente posso soddisfare? perché dovrebbe assumere proprio me?

La mentalità “io valgo ergo mi devono assumere” è una mentalità che porta a valutazioni sbagliate come la mentalità “io apro un negozio ergo la gente deve venire a comprare da me”. E se c’è un concorrente che fa prezzi migliori? E se la gente preferisce prodotti diversi da quelli che vendo? Cultura significa capire la realtà ed il mondo cui si vive, non limitarsi ad essere guru del proprio ombelico.

“Mi sono laureata con voti più che buoni e mi sto preparando per il concorso del dottorato. Una volta ho fatto un colloquio per un contratto di un paio di mesi per coprire un picco stagionale; il titolare mi ha detto: ‘E’ un lavoro che chiunque, a meno che non abbia problemi di cervello, in un paio di giorni ha imparato’. Non mi ha richiamata. Come si deve sentire una persona che viene respinta? Sono ben consapevole di non essere l’unica in questa situazione. Leggevo la testimonianza di Annarita, qualche giorno fa. Sai cosa davvero mi colpisce? La crudeltà di chi commenta. Perché non basta essere bistrattati, non avere soldi, dipendere dagli altri. Bisogna anche subire il disprezzo di chi ti dice che non lavori perché sei schizzinoso, o che ti meriti di essere disoccupato perché hai una laurea umanistica (è tutta la vita che lo sento)”.

Come si deve sentire una persona che puntualmente vince “la medaglia di legno”? O si rende conto di non essere portato per quello sport e cerca di cambiare, possibilmente il prima possibile, o continua ad allenarsi sperando di vincere. Oppure frigna che il governo deve dare a tutti una medaglia d’oro. In italia spesso si è scelta la terza, quando le vacche erano grasse. Adesso che ci son pochi soldi al più si può avere una medaglia di cartone.

La questione non è laurea umanistica/laurea scientifica. Semplicemente è più facile trovare lavoro in una nave come marinaio che come speleologo. Hai la passione per la speleologia? benissimo, studiarla è una tua scelta. Ma poi non lamentarti se in marina assumono prevalentemente marinai e “snobbano” gli speleologi.

“La colpa è tua. E’ questa crudeltà a lasciarmi senza fiato, più delle porte chiuse. La cattiveria della gente che per ignoranza e insensibilità mi dice che di non potermi costruire una famiglia me lo merito, che se mi offrono un contratto di un’ora e mezza a settimana (mi è stato offerto) lo dovrei accettare, altrimenti non è vero che ho bisogno di lavorare. La superficialità di chi pensa che con la cultura non si mangia e deride chi ci si dedica, senza pensare che l’assurdità, al limite, è il fatto che in Italia non si possa mangiare con la cultura”.

Se si vuole dimostrare che con la cultura si mangia basta portare casi “virtuosi” di gente che riesce a mangiare con la cultura. Casi virtuosi dove si mostra come un centro culturale è diventato un attrattore economico. Ma forse in italia molti confondono cultura con il termine “cul thurah”, antico termine sumero-babilonese che significa “scrivania con stipendio garantito il 27 del mese”.

Crederò che in italia si possa mangiare con la cultura quando vedrò un colto con la pancia piena e non tanti affamati livorosi che si arrabbiano quando viene ricordato loro che non stanno mangiando.

Quella che chiami cattiveria è solo un modo, sgarbato, di ricordare la verità. Ma che venga detta in modo sgarbato non rende la verità meno vera.

“Per non parlare di chi ti fa i conti in tasca, del tipo “stai scrivendo da un pc, se fossi povero non lo avresti”, dimenticando il fatto che sto anche mangiando, se è per questo, e senza uno stipendio non posso prendermi neanche il pane. Ma il computer come il pane non li ho comprati io; non perché non abbia voluto, ma perché non ho potuto. Penso tutti i giorni a Michele, il ragazzo di Udine che non molto tempo fa si è ucciso a causa della disoccupazione”.

“Ho stampato la sua lettera di addio e la tengo appesa in camera. Ringrazio il mio ragazzo, è grazie a lui se non sono ancora arrivata a ripetere lo stesso gesto. Che società siamo? Che cosa stiamo lasciando a chi verrà dopo di noi? Invece che condannare un sistema che provoca la tragedia, condanniamo le vittime della tragedia”.

Un saggio detto tibetano dice: accendere una candela è più saggio che maledire l’oscurità. Qui vedo tanto frignismo; una persona che non capisce il gioco della domanda e dell’offerta, che pensa che il lavoro sia un diritto e non una possibilità. E’ una cosa che ho imparato nel mondo del lavoro; gli altri, aziende e persone hanno i loro interessi e “vendi”, “lavori” se offri qualcosa che a loro serve o di cui hanno interesse, altrimenti non interessa e prendono altro. Si chiama realtà.

 

 

Selargius, insegnante finisce in ospedale per le botte di un alunno – Cronaca – L’Unione Sarda.it

Questo articolo dell’Unione Sarda parla di un problema che, quando insegnavo, capitò anche ad una collega della classe affianco. Un ragazzo con problemi psichici di botto di alzò ed iniziò a correre per l’aula prendendo a calci i banchi e buttando all’aria tutto quello che vedeva. Non fu un bello spettacolo anche perché nessuno sapeva come calmarlo. Tentare un placcaggio? e se si faceva male chi pagava? Per fortuna due collaboratori riuscirono a “tranquillizzarlo” dopo che si sfogo a prendere a calci i banchi.  Ciò dimostra che purtroppo esistono disabilità che richiedono cautele nell’essere gestite. Spiace dirlo ma in casi come quello vissuto dalla collega o descritto nell’articolo di sotto è essenziale avere persone preparate e pronte ad intervenire subito per evitare che il ragazzo od il bambino diventi un pericolo per sé e per gli altri.

Nei social molti giustizieri del web fanno prestissimo ad incolpare di razzismo e di discriminazione genitori, spaventati, che hanno a cuore la tutela dei propri figli.  Se un bambino ha, per frequentare la scuola, bisogno di un adulto che lo controlli continuamente quell’adulto ci deve essere. Scaricare il bambino a scuola e poi criticare e denigrare chi, comprensibilmente, ha a cuore la salute del figlio che i discorsi sull’integrazione signfica insegna, con l’esempio, che i disabili non son persone da aiutare ma solo pesi da scaricare agli altri a colpi di tonnellate di riprovazione e ipocrisia.

Sorgente: Selargius, insegnante finisce in ospedale per le botte di un alunno – Cronaca – L’Unione Sarda.it

A volte basta la luce del sole che filtra dalla finestra e gli finisce negli occhi, in altre occasioni uno sguardo – pur innocente – di un compagnetto. Altre volte, proprio nulla. Però improvvisamente lui, che ha soltanto sei anni, diventa una furia incontrollabile.

A farne le spese sono le maestre: ieri mattina dopo l’aggressione nell’aula di una scuola di Selargius ne ha mandata una all’ospedale. L’altra si è invece medicata da sola, a casa.

Quando il cervello non connette più, e la sofferenza diventa troppo grande per un bambino tanto piccolo, l’alunno di sei anni tira fortissimo i capelli, affonda le unghie e i denti nella carne delle maestre, tira pugni, schiaffi e calci a casaccio, con sorprendente forza.

Bloccarlo significa fare violenza a lui, aggiungendo così danno a danno.

Tentare di contenerlo equivale invece a soccombere, con danni fisici sicuri. (…)

E quindi che fare? questa è una domanda che vorrei porre ai tanti esperti di tastiera che, dopo questo articolo  In un gruppo whatsapp le mamme celebrano l’espulsione di un bambino autistico: “Finalmente una buona notizia!”, si son precipitati a stigmatizzare le mamme ed a parlare di accoglienza. Che fare? In certi casi, se non si conosce la situazione o la si pensa identica a qualche filmone strappalacrime, forse è meglio non giudicare e non versare merda nei social.

LE FERITE – Il bimbo – ovviamente incolpevole – ieri mattina ne è uscito senza un graffio, per fortuna, ma nel frattempo un’ambulanza del 118 trasportava al pronto soccorso una delle due maestre, che nel tardo pomeriggio era ancora in ospedale per lunghi accertamenti.

La sua collega ha un labbro spaccato, il naso gonfio, il viso graffiato e un paio di occhiali da ricomprare, ed è quella ridotta meno peggio.

L’ALLARME – L’anno scolastico è iniziato da un mese, ma quella di ieri non è stata la prima aggressione in una scuola-modello, dove i bimbi hanno voti superiori alla media nazionale.

Ciò non ha però impedito, ieri mattina alle 10.30, che senza motivo logico e assolutamente all’improvviso il bimbo si scagliasse contro la sua maestra prevalente, afferrandola per i capelli e tirandola per terra: a quel punto l’ha colpita con pugni, calci, schiaffi e graffi profondi.

Per l’insegnante, che ha 54 anni e grande esperienza, fronteggiare quella furia è stato un compito impossibile anche quando a lei si è unita la collega, 45 anni.

Risultato: maestra prevalente all’ospedale, l’altra contusa, tutti a bloccare il bambino facendo di tutto per non provocargli dolore.

EMERGENZA – Il problema c’è: lo sanno i genitori, lo sa la scuola, lo sanno i medici, lo sanno le autorità scolastiche.

e nessuno fa niente? se i genitori ritirano i figli io non me la sentirei di giudicarli. Non è un loro dovere e ancor di meno dei bambini, che hanno tutto il diritto di essere bambini, intervenire. La scuola, e il provveditorato, la ASL e le altre parti in causa hanno il dovere di intervenire. E se non riescono si critichino loro, non i genitori che, spaventati, ritirano i figli da scuola.

Gli specialisti non sono ancora riusciti a trovare la terapia giusta per impedire che la rabbia incontenibile pervada questo bimbo sfortunato, che entri in allarme senza motivo e, altrettanto senza ragione, avverta l’impulso di difendersi da attacchi veri solo per lui.

LA SCUOLA – Col clamore dell’aggressione di ieri, la dirigenza scolastica è consapevole che sarà chiamata ad affrontare le reazioni impaurite dei genitori degli altri bambini: un tam-tam che, in altre occasioni, si è rivelato micidiale.

Genitori da soli, insegnanti da soli, scuola lasciata sola: impossibile, con quest’impostazione, che il bimbo iperattivo con deficit dell’attenzione possa farcela. Occorre molto, molto di più. E serve subito, prima che quel giovanissimo essere umano rimanga isolato.

E serve che lo faccia chi di dovere, non chi ha avuto la sfortuna di trovarselo in classe.

my 2 cents su alternanza scuola lavoro.

Stavo leggendo le polemiche sull’alternanza scuola lavoro; alcune le ho trovate giuste e motivate, altre invece mi son sembrate un pretestruoso piagnisteo.

Premessa: l’alternanza deve essere svolta a norma di legge, usare gli studenti come sostituti dei dipendenti o in progetti che non c’entrano niente con gli accordi stretti dalla scuola è reato e sia chi compie tali azioni, sia chi omette di controllare andrebbe chiamato a rispondere delle sue manchevolezze, come è giusto che sia. Però il fatto che possano esistere pirati della strada di per sé non è un valido motivo per revocare la patente a tutti e vietare, in toto, i veicoli a motore. Se ci son storture è giusto vengano denunciate e perseguite. Ma ciò non significa che tutto sia stortura.

Prima cosa: a cosa serve l’alternanza scuola lavoro. Non serve per imparare un lavoro o una professione; in quattrocento ore in tre anni è impossibile farlo, a meno che non si parli di lavori a bassissima professionalità. Serve per vedere, vedere non fare, vedere, come funziona il mondo del lavoro, quali sono le sue logiche, che ovviamente son diverse da quelle della scuola, capire cosa sia una consegna, capire, vedendo degli esempi cosa sia l’organizzazione del personale, la distribuzione del lavoro, come si porta avanti un progetto od un lavoro, quali son le fasi di lavoro. Si ha la possibilità di vedere da vicino tali cose, e, spesso l’averle viste da vicino è una marcia in più nel CV. Le così dette soft skills, che sono “trasversali” e comuni a tutto il mondo del lavoro. Sapere che il mondo del lavoro ragiona in maniera diversa dal mondo accademico è un vantaggio.
Sapere, e vedere, cos’è una mansione, come ci si rapporta fra colleghi e con i superiori e gli inferiori, capire quali siano le logiche ed i vincoli di una impresa è un bagaglio di esperienze utili da acquisire. Ed, imho, è meglio acquisirle quando si è ancora in formazione, aiutati dalla scuola, che dover poi far tutto da soli dopo.
Anche il mcDonald ha i suoi pregi: vedere come è organizzato un punto vendita, come funziona la logistica degli approvvigionamenti, la turnazione, anche come ci si deve rapportare con i clienti, è un bagaglio di esperienza prezioso. Qualcuno potrebbe dire: perché devo farlo gratis durante l’alternanza scuola lavoro? La risposta è semplice: perché devo pagarti per imparare quando posso chiamare qualcuno che è già stato ben formato?

Seconda cosa: è molto gettonata l’accusa di sfruttamento e che i ragazzi vengano costretti a lavorare gratis. C’è da fare una piccola considerazione: se una azienda riesce a macinare utili grazie al lavoro degli studenti allora è una azienda “di servizi” i cui servizi sono lavori a basso o nullo valore aggiunto come raccolta pomodori, pulizia, call center telefonico; lavori che può fare chiunque con qualsiasi preparazione, o impreparazione. Oppure è una azienda costruita solo per arraffare incentivi. Il primo caso è comunque utile perché ti rendi conto del “potere contrattuale” praticamente nullo che hai in quel tipo di lavori, nel secondo caso impari a riconoscere quali sono le aziende da cui diffidare, perché prima o poi arriva la grande inc…
Chi, docente, sostiene che una azienda, non dei due tipi precedenti, possa macinare utili su utili grazie al lavoro di manodopera non qualificata1 è uno che ha visto più da vicino proxima centauri che il mondo del lavoro al di fuori dell’ambiente scolastico o universitario2.
Il tirocinio non è lavoro; uno studente non ha, ed è giusto che non abbia, le responsabilità, gli obblighi e i doveri che invece ha un dipendente.  Se uno studente si sente sfruttato o se l’azienda non rispetta l’accordo con la scuola, lo studente ha tutto il diritto di ricusarlo protestando con chi dovrebbe vigilare. Peccato che ciò porti a scontrarsi con manchevolezze scolastiche. Meglio scaricare la colpa a Renzi ed alla Fedeli.

Terza cosa, un poco cinica, quanti fra quelli che stanno protestando che son sfruttati con l’alternanza scuola lavoro pensano che domani, ottenuto, magari per pietà o per “promoveatur ut amoveatur” un titolo le aziende faranno la lotta nel fango per assumerli come CEO? Se io devo investire in una nuova assunzione su chi mi conviene puntare? su chi, referenze alla mano, mi dimostra che certe cose le ha viste e magari le ha capite o su chi dice di averle ma non può dimostrare alcunché? Chi parla di stage passati solo a servire il caffè e/o a fare fotocopie dimostra, impietosamente, di non essere capace di vedere cosa sta capitando sotto i suoi occhi; di essere incapace di vedere cosa sia un ciclo produttivo o quali siano gli scopi del reparto, o dell’ente, cui sta lavorando. Di dire cosa stanno facendo i colleghi per i quali stava facendo fotocopie. Più che un “poverino costretto a fare fotocopie (nonostante un curriculum mirabolante3)” vedo un: “persona incapace di cogliere le opportunità di imparare”.
Immaginiamo la scena;
caso A: “buongiorno, vedo che ha fatto uno stage nella società X/al comune Y; cosa le è rimasto dello stage?” “ho visto come funziona il ciclo di produzione ho visto come si svolgono gli incontri con i fornitori/clienti, ho visto come si prepara una determina, un regolamento, una gara d’appalto.”
caso B: “buongiorno, vedo che ha fatto uno stage nella società X/al comune Y; cosa le è rimasto dello stage?” “ho fotocopie.”
Si nota qualche differenza? faccio notare anche che nel caso A quello che viene risposto è: “ho visto questo e quell’altro”, non “ho fatto quello e quell’altro”. Il caso A è qualcuno pronto a cogliere le occasioni per imparare; il caso B invece è il classico studente che se non viene ordinato esplicitamente di imparare si limita a fare il minimo per arrivare al sei. Se foste il direttore del personale di una azienda, su chi investireste?

Anche a me è capitato di dover fare tirocini lavorativi ove sì son stato sfruttato ma ho anche imparato, ovviamente più le soft skill che gli aspetti puramente tecnici. Ho visto come funzionava il ciclo lavorativo, ho fatto qualche lavoretto, palloso come correggere indirizzi web e semplici lavori da HTML-ista, lavori che avrebbe potuto fare anche una scimmia, però ho visto come funziona, da dentro, un ente pubblico, quali son le dinamiche e le logiche. Ho capito, a grandi linee, come funziona un bando di gara di un ente pubblico, dalla scrittura del bando alle riunioni pubbliche della commissione di gara (per ovvi motivi non ho potuto partecipare a quelle riservate). Ho imparato cose che poche scuole sarebbero state in grado di insegnare, perché non è il loro campo, perché per ovvi motivi i docenti non le avevano viste “dal di dentro”. Mi è stato utile anche successivamente, come funzionino i giochi sia lato pubblica amministrazione sia lato aziende.


  1. Gli studenti non son qualificati, fossero già superbamente qualificati e con le capacità che millantano cosa cazzo ci stanno a fare ancora a scuola? 
  2. una differenza fra i miei docenti universitari di linguaggi di programmazione “puramente accademici” e quelli provenienti dal mondo del lavoro era che per i primi dovevi studiare “tutto” e non potevi usare manuali o prontuari, cioè dovevi ricordarti a memoria la sintassi del linguaggio e le principali funzioni di libreria mentre per i secondi se non avevi il manuale potevi anche evitare di sostenere l’esame che tanto non ne avresti cavato piede. In effetti in ufficio nessuno si scandalizza se vede sulla tua scrivania i prontuari (la collana “in a nutshell”) della o’reilly o testi simili.
    Per uno studente lo scoprire che quello che serve è capire come funziona l’ereditarietà e quale sia la classe migliore da cui ereditare per risolvere il problema più che ricordarsi tutti i parametri di formattazione del printf, cui teneva tanto il professore, può essere traumatizzante. 
  3. infatti uno studente delle superiori è immediatamente pronto ad essere impiegato dall’azienda in attività “mission critical”  da subito. Serve un nuraghe seminuovo? 

Il solito rito delle proteste studentesche…

A quanto pare lo slogan delle, tradizionali, proteste studentesche di inizio anno scolastico è “no all’alternanza scuola lavoro”. Oramai trovo che lo slogan dell’anno sia l’unica cosa che permetta di distinguere fra le proteste dei diversi anni scolastici. Per il resto stesse, vacue, richieste, stesse, inconcludenti,  manifestazioni, stessi rituali triti e ritriti che puntualmente partono ad ogni inizio di anno scolastico e che puntualmente non portano assolutamente a nulla che non sia il bigiare alcuni giorni di scuola.

Anche per queste c’è una “simpatia” da parte di alcuni professori, quelli che considerano le aziende private ed il profitto “sterco di satana”, che si lagnano, i docenti, che nonostante le loro “immensa e smisurata” cultura siano ad insegnare a scuola invece di essere CEO o Guru da qualche altra parte. Perché il mondo disprezza la cultura, perché il mondo ha paura delle persone oneste e colte, perché non son stati capaci di superare un test imbecille.

L’articolo Studenti in 70 piazze italiane contro l’alternanza scuola – lavoro – La Stampa nella sua conclusione è emblematico su quali siano i reali motivi della protesta (il solito vuoto pneumatico spinto)

«Anche gli universitari scenderanno oggi in piazza per denunciare i tirocini – sfruttamento. Siamo stanchi di vedere i nostri percorsi di studi degradati a manodopera a basso costo per enti, privati e imprese», dice Andrea Torti, Coordinatore nazionale di Link Coordinamento universitario – «Con la campagna Formazione Precaria abbiamo lanciato un’inchiesta, con lo scopo di portare alla luce lo sfruttamento che gli studenti e le studentesse vivono nei loro percorsi accademici.» «Il Governo deve stanziare maggiori risorse in Istruzione e Ricerca. Le risorse regalate alle aziende con gli sgravi fiscali vanno invece investite per un’istruzione gratuita e di qualità» – Dichiara Martina Carpani, Coordinatrice nazionale di Rete della Conoscenza – «La scuola e l’università non devono essere asservite al profitto degli sfruttatori, semmai devono cambiare il mondo del lavoro. L’istruzione deve essere garantita a tutte e tutti abolendo il numero chiuso all’università e istituendo il reddito di formazione universale».

Non “migliorate così e cosà l’esistente” ma i soliti gettonatissimi: “più soldi incondizionatamente per tutti” e  “diritto al pezzo di carta contrabbandato da diritto allo studio”. Emblematica la richiesta di “investire in istruzione gratuita di qualità ma si guardano bene dal dire cosa sia per loro la qualità dell’istruzione (argomento abbastanza scottante) e come misurare tale qualità (qui la blasfemia raggiunge livelli altissimi).

Poi se il problema è il riconoscimento del titolo di studio, avrei una modesta proposta; rendere il titolo sottostante, a patto che venga apposta una marca da bollo da 16€, legalmente valido e lasciare che consenta l’utilizzo legittimo del titolo di dottore.

 

Così tutti son dottori e contenti…

Qui una lettera, agli studenti, che scrissi per le proteste di quell’anno. Ricopio il “pezzo forte” perché penso che non ci siano state grosse variazioni di sorta rispetto a tre anni fa.

L’istruzione è anche imparare dal passato per evitare di ripetere gli stessi errori; ogni anno si parla di come è stata distrutta la scuola, si ripetono i soliti slogan che “un popolo di ignoranti si controlla facilmente” e “i politici temono la cultura”, e poi da dicembre continua tutto come prima.

E allora io ti invito a dar seguito a ciò che dici: istruisciti ed acculturati, leggi e informati, adesso che esiste internet è facile reperire notizie di uno o due anni fa, leggi e guarda come e cosa è stato chiesto l’anno scorso, cosa è stato chiesto due anni fa, come è stato chiesto e cosa si è ottenuto…

Vedrai una copia della manifestazione cui tu hai partecipato. Sai spiegarmi perché quest’anno sarà diverso, perché quest’anno le cose cambieranno davvero? Se non ci riesci, mi spiace dirtelo, ma finirà esattamente come gli altri anni, anche gli altri anni gli studenti non sapevano rispondere a tali domande, non sapevano cosa volevano o, meglio, pensavano di volere una cosa ma in realtà chiedevano altro. Chiedevano istruzione ma intendevano pezzi di carta. (…)

Perché solo chi è istruito va avanti, attento ho detto chi è istruito non chi possiede un pezzo di carta, l’istruzione e il pezzo di carta son due cose diverse, e l’avere un pezzo di carta non significa essere istruito, può anche significare che si è un pappagallo perfettamente ammaestrato a ripetere frasi e concetti che non ha capito.

Istruirsi significa perdere tempo e fatica per apprendere, studiare, esercitarsi e devi essere tu a volerlo fare. Devi acquisire consapevolezza della tua preparazione, devi cercare di renderti conto di quanto sei preparato rispetto agli altri, i tuoi compagni di classe, gli studenti delle altre scuole della tua città, dell’italia. Perché è domani che con loro ti dovrai confrontare e dimostrare di essere più bravo, perché che che ti dicano la competizione esiste, nello sport come nella vita.

Istruirsi significa anche saper discernere il sogno dalla realtà (oltre ad imparare come si possono realizzare “realmente” i sogni invece di sperare in babbo natale).

Flash mob dei bimbi sullo Ius soli: a Iglesias infuria la polemica – Cronaca – L’Unione Sarda.it

Premessa: ho alcune perplessità riguardo alla legge, impropriamente chiamata dello ius soli1 attualmente in discussione al senato.

Comunque penso che i docenti abbiano sbagliato ed abusato del loro ruolo nell’organizzare il flash mob usando i loro studenti come testimonial. Sbagliato per due motivi: piaccia o no il rapporto studente-docente non è paritetico; la domanda che mi verrebbe da fare è: quanti hanno partecipato perché convinti (loro o le loro famiglie) e quanti per non scontentare il docente?

A scuola non si dovrebbe fare politica per il semplice motivo che il rapporto studente – docente non è paritetico e, come mi è capitato personalmente, i giudizi di merito di un docente sul discente possono venire influenzati anche dal giudizio del docente sulle idee politiche possedute dal discente. Ancora peggio se un docente abusa del suo ruolo per far propaganda, o far fare propaganda, per la sua fazione ai sui studenti, soprattutto se son bambini.

Cosa ne possono capire di ius soli e di problematiche politiche dei bambini? che idee autonome possono avere se non l’accodarsi alle idee di un adulto che hanno come riferimento? Buffo che molti che si lamentano ogni giorno che vogliono trasformare la scuola in indottrinamento, siano i primi ad indottrinare.

Sorgente: Flash mob dei bimbi sullo Ius soli: a Iglesias infuria la polemica – Cronaca – L’Unione Sarda.it

Polemiche e feroci attacchi agli insegnanti sui social e l’annuncio di interrogazioni in Parlamento e consiglio regionale.

Il flash mob sullo “ius soli” – che martedì ha visto protagonisti gli scolari della 5A dell’istituto comprensivo Pietro Allori di Iglesias – divide gli adulti. (…)

Intanto i maestri che hanno organizzato il flash mob – all’interno di un progetto più ampio con il coinvolgimento delle famiglie – difendono l’iniziativa.

“Abbiamo agito nel pieno rispetto delle direttive ministeriali – puntualizza Christian Castangia, che ha preparato gli scolari insieme alle colleghe Enrica Ena e Maria Efisia Piras – insegnare educazione civica a scuola, altro non è che portare in classe temi dei quali i bambini sentono parlare ogni giorno. Nessuno di noi è iscritto ad alcun partito, né sventola bandiere che non siano quelle a sostegno del più debole. Siamo partiti anche, e lo dice un non cattolico, dalle parole pronunciate dal Papa”. Poi conclude: “Non ci spaventano le critiche, né il confronto. A meno che non ci sia dietro il tentativo di controllare le modalità d’insegnamento”.

Personalmente le trovo scuse patetiche: un progetto scolastico, anche se coinvolge le famiglie, che ha sfondo e scopi politici non deve essere approvato. In classe non si fa politica e non si usano gli studenti come testimonial, sempre ed in ogni caso.

insegnare educazione civica a scuola, altro non è che portare in classe temi dei quali i bambini sentono parlare ogni giorno. 
Secondo: l’educazione civica è insegnare come funziona lo stato non è lo sventolare questa o quella bandiera pro o contro l’approvazione di una legge. O c’è un fraintendimento in  malafede o non si è capito quali siano gli argomenti della materia “educazione civica” che si vorrebbe insegnare. Una cosa è parlare con i bambini, una cosa è farli schierare e manifestare pro fazione scelta.

Nessuno di noi è iscritto ad alcun partito, né sventola bandiere che non siano quelle a sostegno del più debole.
Excusatio non petita accusatio manifesta.  Il manifestare a favore dell’approvazione di una legge è una azione politica, sia che si abbia in tasca una, due o centomila tessere sia che non se ne abbia in tasca nessuna.

Siamo partiti anche, e lo dice un non cattolico, dalle parole pronunciate dal Papa”.
Sareste partiti anche per le polemiche sul matrimonio omosessuale? Se “arruoli” sua santità poi non stupirti se devi pagare l’obolo a S. Pietro.

Poi conclude: “Non ci spaventano le critiche, né il confronto. A meno che non ci sia dietro il tentativo di controllare le modalità d’insegnamento”.
Son pronto a confrontarmi con chiunque sia disposto a darmi ragione. Ottima conclusione. Peccato che la libertà di insegnamento non sia la libertà di fare i propri comodi a scuola.

Imho gli estremi per un provvedimento disciplinare ci son tutti anche se, temo, finirà a tarallucci e vino e qualche posa da martire.


  1. non è uno ius soli puro nel senso di chi nasce in italia ha automaticamente la cittadinanza italiana. E quindi chiamarla legge sullo ius soli è improprio. 

Università, non entri a Medicina? Vai in Albania. L’esodo degli italiani: “Qui il test è più facile, poi torno a lavorare in Italia” – Il Fatto Quotidiano

Questo articolo paradossalmente è la prova che i test per l’accesso alla facoltà di medicina funzionano bene scremando abbastanza fra compententi ed incompetenti.

E la prova è che gli incompetenti “danarosi” scappino all’estero ove è più facile, se hai i soldini, prendere il titolo.

Sorgente: Università, non entri a Medicina? Vai in Albania. L’esodo degli italiani: “Qui il test è più facile, poi torno a lavorare in Italia” – Il Fatto Quotidiano

Almeno 500 quelli che si sono presentati per sostenere la prova di ingresso all’ateneo cattolico “Nostra signora del buon consiglio” di Tirana: nel 2015 erano stati 100. Un’altra meta, meno gettonata ma sempre più attrattiva, è la Bulgaria: “Da noi pochi posti e c’è la lobby dei baroni”

“Perché scegliere di studiare Medicina in Albania deve essere un tabù? Per me è un’opportunità, se a Roma non passo il test d’ingresso mi gioco un’altra carta là, così non perdo l’anno”. Giacomo ha 19 anni e un grande sogno, quello di fare il medico. A tutti i costi. La valigia per volare a Tirana è già pronta. La data della prova di ammissione è fissata per il 28 settembre. Non sarà l’unico a partire da Salerno. “Ci andrò con un amico. La voce ormai si sta diffondendo, sono stati altri amici in comune a dirci di questa possibilità, anche loro hanno fatto così”. Basta avere i soldi. All’università cattolica “Nostra signora del buon consiglio” di Tirana, l’eldorado dei silurati italiani, la retta annua costa circa ottomila euro. Alla facoltà di Medicina insegnano professori esclusivamente italiani, gli stessi dell’Università Tor Vergata di Roma grazie a una convenzione tra l’ateneo italiano e quello albanese, che è privato.

In pratica se “sbagli” il test in italia basta pagare e vai a studiare, in italiano, ad una università privata e poi tentare il trasferimento in italia. Per “bloccare” questo giochetto basterebbe mettere il concorso anche per i trasferimenti dall’estero. E molti spendono e rimangono fregati.

“In pratica è come fare l’università in Italia con la differenza che qui il test è più facile”, ci racconta Giuseppe, 23 anni, napoletano, che sta per iniziare il terzo anno. “Non ci sono domande di cultura generale, né di logica. Io in Italia avevo tentato l’esame tre volte senza superarlo”.

le domande di cultura generale son solo 4 su 60, le altre son domande sulle materie, la logica e la comprensione del testo. Chi si farebbe curare da un medico che ha avuto difficoltà con logica e comprensione del testo?

 

(…) “A Bari sono stato scartato per due volte di fila, ero stanco. Oggi Tirana è la mia seconda casa”: Giammarco si è laureato in Odontoiatria a giugno. “Mi sono trovato benissimo, eravamo una trentina, pochi e ben seguiti”. Ora sta facendo un master a Bologna. “Potrei lavorare nello studio dentistico di mio padre, ma l’idea è di tornare a Tirana e trovare un posto in una clinica, là va forte la chirurgia plastica e avrei più successo”.

Buffo; una delle accuse ai test era che “passavano solo i figli dei medici”…

Anche Clelia viene da Bari e dopo sei tentativi falliti di entrare nell’università della sua città, in Albania finalmente ce l’ha fatta. “L’ho vissuta malissimo, avevo perso la speranza, ero disperata giuro. Si sa che se non sei raccomandato a Bari non sempre ti va bene.

Sei fiaschi al test, sei. La domanda sorge spontanea: colpa degli accozzati o colpa di una scarsa preparazione dovuta alle superiori?

Mentre Giuseppe è ormai al quinto anno. “Pago settemila euro di tasse l’anno e no, non mi pesa. Voglio diventare un chirurgo ma in Italia per pochi punti non mi hanno preso, ho provato l’esame due volte a Napoli e una volta a Siena”. In Bulgaria la storia cambia: “Il quiz non ha domande trabocchetto, una preparazione liceale è sufficiente per ottenere un buon punteggio”. Di rientrare nel suo Paese lui non ne ha nessuna voglia. “Pochi posti e poi c’è la lobby dei baroni, in pratica inizi a operare quando hai già i capelli bianchi. Punto a una carriera in America, in Germania o in Francia”.

Certo la lobby dei baroni…

Il ministero dell’Istruzione preferisce non commentare la fuga nell’Europa dell’Est dei nostri giovani per bypassare le selezioni in Medicina negli atenei della Repubblica. Nemmeno davanti all’emorragia di neodiplomati in Romania per saltare a piè pari i quiz e magari essere riammessi dopo qualche mese o anno in una delle università italiane. Lorenzo, scartato a Milano, ha studiato due anni a Targu Mures, nel cuore della Transilvania, punto di riferimento per la Medicina da ottomila euro l’anno: “Per essere ammesso devi sostenere una conversazione in inglese di venti minuti, ti fanno delle domandine stupide, del tipo ‘dove sei andato in vacanza’ e ‘quali sono i tuoi hobby’. Ma se non stai al passo con gli esami ti fanno saltare l’anno, come è capitato a me. Ne ho approfittato per girarmi la Romania e intanto ho chiesto il trasferimento in Italia, all’università Vanvitelli”.

Commento io: son delle scappatoie come le scuole private cinque anni in uno, specializzate nel dare una parvenza di preparazione e far prendere il diploma a casi “disperati”. Da notare che nell’articolo son citati figli di medici con studi ben avviati cui il titolo serve per “ereditare” il posto di lavoro di babbo. Gente che non è stata in grado di superare la selezione in italia.
Imho rischiano; perché pagare 1.000 per essere curato da un dentista italiano laureato in albania quando posso essere curato per 100 (viaggio compreso) da un dentista albanese laureato nella stessa università?

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