Disperati veri e disperati finti…

Segnalo un magistrale articolo di Nebo Zuliani che ricorda una, vera, opera di salvataggio di, veri, disperati fatta dalla marina militare italiana.

Sorgente: Quando negli anni ’80 la marina militare italiana riuscì a fare l’impossibile

Quando negli anni ’80 la marina militare italiana riuscì a fare l’impossibile
PREMESSA IMPORTANTE: questa è Storia, non opinioni. Ho raccontato e raccolto testimonianze di fatti accaduti quarant’anni fa di cui oggi ricorre l’anniversario. Chiunque desideri fare parallelismi o “interpretarlo” lo fa di sua iniziativa, non mia.

Nebo si è limitato a raccontare la storia facendo cronaca e senza mischiare i fatti con le sue opinioni. Tanto di cappello, questo è un esempio di buon giornalismo.

30 aprile 1975
Saigon cade, e assieme a lei tutto il Vietnam del sud. I comunisti si scatenano in un vortice di vendette verso militari e civili, instaurando un regime totalitario. Al loro arrivo un milione di persone viene prelevato per essere “rieducato”; sono sacerdoti, bonzi, religiosi, politici regionali, intellettuali, artisti, scrittori, studenti. A ogni angolo di strada spuntano “tribunali del popolo” in cui gli accusati non hanno diritto alla difesa, e a cui seguono esecuzioni sommarie.

A migliaia vengono tolte case, beni, proprietà e vengono gettati nelle paludi, dette “Nuove Zone Economiche”, dove avrebbero dovuto creare fattorie e coltivazioni dal nulla. In realtà, li mandano a morire di fame. L’intero Vietnam del sud diventa un grande gulag, dove accadono orrori simili a quelli della Kolyma di Stalin.

Nel 1979, la popolazione cerca di scappare.

Non possono farlo via terra, perché i paesi confinanti li respingono; l’unica opzione per intere famiglie consiste nel prendere barconi improvvisati e gettarsi in mare, lontano dai fucili e dai tribunali del popolo. Le immagini di questi disperati fanno il giro del mondo e dividono l’opinione pubblica mondiale, ancora divisa per ideologie pre-muro di Berlino. Il comunismo non può essere contestato né fare errori, sono “menzogne raccontate dai media che ingigantiscono la faccenda per strumentalizzarla”. (…)

Niente di nuovo sotto il sole; il non permettere alla realtà di inficiare una bellissima teoria è un vecchio vizio dei comunisti. Facendo un parallelo con oggi, quando qualche evento “negativo” coinvolge una risorsa la prima cosa che si urla è proprio di non strumentalizzarlo. Mentre si strumentalizza tranquillamente qualsiasi evento “non negativo” o “negativo” verso le risorse; tanto per fare un esempio, questo è il messaggio di Matteo Renzi che commenta “a caldo” la vicenda Osakue.

#DaisyOsakue è una campionessa italiana. Ieri è stata selvaggiamente picchiata da schifosi razzisti. Gli attacchi contro persone di diverso colore della pelle sono una EMERGENZA. Ormai è un’evidenza, che NESSUNO può negare, specie se siede al Governo. Italia, #torniamoumani.

No… nessuna strumentalizzazione…

Mentre l’occidente blatera, i rifugiati sui barconi scoprono di non poter sbarcare da nessuna parte. Vengono ribattezzati “boat people”, disperati con a disposizione due cucchiai d’acqua e due di riso secco al giorno che raccolgono l’acqua piovana coi teli di plastica e sono in balia di tempeste e crudeltà.  (…) Quando le immagini dei boat people vengono rese pubbliche da Tiziano Terzani il 15 giugno 1979, invece di aggiungersi al dibattito globale di opinionisti e intellettuali impegnati a decidere se salvare dei profughi di un regime comunista sia un messaggio capitalista o no, Pertini capisce che ogni minuto conta, chiama Andreotti e dà ordine di recuperarli e portarli in Italia.

Pertini, Andreotti, Ruffini, Zaberletti, Cossiga. Tolto santo Sandro della pipa il resto, ai compagni, suona come una congrega di demoni. Demoni che però organizzano e mandano la marina militare in missione di recupero.

(…)L’Andrea Doria dà l’avanti tutta e arriva a prenderli alle 9.20, carica su un gommone interprete, medici, scorta e glielo manda incontro in mezzo alla burrasca che monta, raccomandandosi di rispettare norme di prevenzione e contagio. Il gommone si affianca e gli interpreti recitano un testo che hanno imparato a memoria.

«Le navi vicine a voi sono della Marina Militare Italiana e sono venute per aiutarvi. Se volete potete imbarcarvi sulle navi italiane come rifugiati politici ed essere trasportati in Italia. Attenzione, le navi ci porteranno in Italia, ma non possono portarvi in altre nazioni e non possono rimorchiare le vostre barche. Se non volete imbarcarvi sulle navi italiane potete ricevere subito cibo, acqua e assistenza medica. Dite cosa volete e di cosa avete bisogno»

Un’onda allontana il gommone, e una donna vietnamita, convinta che gli italiani li stiano abbandonando come tutti, gli lancia il proprio figlio a bordo. I marinai erano italiani del 1979, un mondo in cui non esistevano i social e queste scene non erano già state raccontate. A quella vista, impazziscono. Tutte le procedure per evitare contagi vengono infrante, e dallo scafo tirano fuori 66 uomini, 39 donne e 23 bambini.

Facciamo un parallelo con i naufraghi del mediterraneo; principalmente uomini, poche donne e pochi bambini usati come “scudi umani”; cosa vista nel caso Aquarius quando alle donne, in difficoltà, è stata data la possibilità di sbarcare, molte hanno rifiutato “per non separare le famiglie”. Proprio lo stesso comportamento di quella madre disperata che lancia il pupo sulla nave per cercare di salvare almeno lui.

Interessante anche confrontare le foto dei “boat people” soccorsi sulle navi nell’articolo di Nebo e le foto di “solidarietà” di gere.

Il 1 agosto a bordo delle navi non c’è più spazio fisico; hanno navigato per 2640 miglia, esplorato 250,000 kmq di oceano e salvato 907 anime. L’ammiraglio dà ordine di tornare a casa, e il 21 agosto 1979 i tre incrociatori entrano in bacino San Marco. (…)

Quali sono le differenze fra ieri ed oggi?  Molte, la più evidente è che quelli erano realmente disperati e aventi diritto al riconoscimento dello status di profugo, con annessa protezione internazionale garantita dalle norme. Oggi: i migranti che sbarcano in italia, cui viene riconosciuto lo status di profugo son circa l’8%.

Altra differenza fondamentale è che ieri si erano trovati lo stato invaso e son dovuti scappare per salvare la pelle, oggi molti vanno, motu proprio, nello “stato canaglia” libico sperando poi di essere salvati, dall’europa mica dal loro stato di origine. Facendo un parallelo è come se il governo italiano, nel caso delle ochette o di altri connazionali in difficoltà se ne lavasse completamente le mani e lasciasse il loro salvataggio al buon cuore del governo Nigeriano, salvo poi frignare forte all’ONU se la Nigeria non gestisce in maniera ottimale la vicenda.

Ultima differenza:  Se volete potete imbarcarvi sulle navi italiane come rifugiati politici ed essere trasportati in Italia. Attenzione, le navi ci porteranno in Italia, ma non possono portarvi in altre nazioni(…)” soccorsi da italiani e portati in italia. Non trasportati e scaricati nel paese più gradito ai profughi.

4 pensieri su “Disperati veri e disperati finti…

  1. Un articolo molto bello, ieri ammetto avevo gli occhi lucidi verso la fine. E se vai a leggere le fonti citate, è pure ancora più dura: Andrea, il bimbo nato sulla Doria, morì pochi giorni dopo durante il viaggio di ritorno.

    Poi vai a leggere i commenti sotto al tweet di Nebo e trovi gli immancabili “…eh come eravamo buoni una volta signora mia, adesso invece…”, “…quanto siamo caduti in basso…” et similia. Vuol dire non capire (non VOLER capire) la straordinarietà della situazione attuale.

    Vogliamo fare i paragoni?
    Allora il paragone più lampante è sui numeri.

    907 sbarcati contro mezzo milione di persone (per difetto).
    Con tutto ciò che ne viene di conseguenza.

    Mi gioco il rene sinistro che per anche 907 dei 500mila suddetti si potrebbero trovare storie di accoglienza, generosità spontanea da parte italiana ed integrazione perfetta. Anzi per migliaia e migliaia di loro.
    Quanti però vengono invece abbandonati a loro stessi, perchè semplicemente “troppi” per una gestione efficace?

    Piace a 1 persona

    • Ottime riflessioni; il problema è l’ordine di grandezza dei numeri, 900 persone puoi accoglierle bene ed integrarle senza troppi sforzi mentre 90.000 pongono difficoltà e grossi problemi logistici.
      Problemi che durante il periodo dell’accoglienza indiscriminata ci son stati; ricordo casi di migranti “scappati dalla guerra” che non volevano stare nei paesini di sardegna e protestavano perché volevano andare via da dove erano ospitati.

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