Stage, tirocini non pagati, sfruttamento… Ormai nemmeno uno su mille ce la fa – Il Fatto Quotidiano

Ho trovato questo articolo interessante; perché mostra impietosamente tanto piagnisteo legato al mondo del lavoro e di come stage ed esperienze formative vengano fraintese dall’una e dall’altra parte della barricata.

Divertente il refuso iniziale: “uno su mille non ce la fa” significa dire che i restanti novecentonovantanove riescono.

Sorgente: Stage, tirocini non pagati, sfruttamento… Ormai nemmeno uno su mille ce la fa – Il Fatto Quotidiano

Bamboccioni, sdraiati, iperconnessi, pappemolli… e stagisti. Uno su mille non ce la fa

Queste sono le tante etichette appiccicate addosso alla generazione dei Millennials. L’ultima, “pappemolli”, è proprio una mazzata visto che viene da Breat Easton Ellis, scrittore americano di romanzi cult come Less than zero (1985) e portabandiera della young generazione di allora.

Comincio dall’ultima categoria, quella degli stagisti, praticanti, apprendisti, applicanti di summer job (Salvini, al quale non piacciono gli inglesismi, direbbe “lavoretti estivi”).

Piccola nota: cosa ci sarebbe di male nell’utilizzo dei termini in italiano, molto più appropriati del disgustoso “italiese” di applicanti di summer job? alla fine pur di prendersela con salvini fanno figure barbine che paradossalmente lo favoriscono. Sinceramente alla lettura della frase ho pensato a questa barzelletta.

E’ un esercito di senza lavoro che sperano di trovarne uno partendo dal basso, umilmente, accettando “proposte indecenti” in nome di un’esperienza lavorativa non retribuita ma almeno formativa, da far “brillare” un curriculum ancora acerbo. Invece in nome di quella “straordinaria” macchina di sfruttamento operante in tanti paesi e in tante coscienze, ne sono vittime.

L’estate, poi, è l’alta stagione degli stage. La lista è infinita, di chi di si para il fondoschiena e offre un tirocinio in cambio di manovalanza a costo zero. Io la chiamo macelleria sociale, e voi? Ho figli in età di stage, dunque conosco un po’ la materia. Mio figlio, 19 anni, prima di cominciare Marketing and Advertising all’Universita Pepperdine, vuole avere un assaggio del mercato professionale a Los Angeles. Una casa di moda, un brand giovanile da influencer, gli offre uno stage di tre settimane, con possibilità di estenderlo. Al ragazzo viene affidata la mansione, carica di responsabilità, di appendere i vestiti sulle grucce. Ovviamente gratis.

Tramite la segnalazione di un amico di un amico gli si aprono le porte di una casa di produzione a Hollywood. Questa volta, pensa il ragazzo, farò qualcosa di serio. Socialmente utile di certo, viene messo a fare l’usciere: apre e chiude le porte a gente che va, gente che viene. La promozione non si fa attendere e dopo un mese va ad occupare il posto da centralinista e risponde al telefono. Altro che major: non è previsto neanche un minimo di salario. Resiste un altro mese.

Se gli stage non erano formativi perché li ha fatti? Mah. In realtà quando ho letto la storiella ho pensato a tanti ragazzini, e genitori, convinti che nell’alternanza scuola-lavoro sarebbero stati messi immediatamente ad operare in ruoli “critici” per l’azienda. Peccato che per ruoli “critici” le aziende tendano a preferire persone che “referenze alla mano” possano dimostrare di essere adatte a svolgere un tale lavoro.  Terra terra se sei un pischello alle superiori ti coinvolgo per aspetti marginali del lavoro, non ti metto da solo a svolgere lavori delicati, approcciarsi al mondo del lavoro significa anche capire “cosa si sa fare” e come lo si può dimostrare. Il ragazzo cosa sapeva fare? e cosa si aspettava di fare se non aveva alcuna esperienza? Sarò cinico ma se ti aspetti di uscire da scuola ed essere assunto come CEO da qualche parte con il pil del Rwanda come stipendio mensile (+ benefit) è molto probabile che finirai deluso.

C’è da dire che anche appendendo vestiti vedi come funziona il negozio, come dialogano i reparti, come si organizza il personale, come si svolgono le vendite, come si muove la gente che vuole acquistare e come la si supporta e convince.  Riporto un mio brano che scrissi riguardo all’alternanza scuola lavoro:

Se io devo investire in una nuova assunzione su chi mi conviene puntare? su chi, referenze alla mano, mi dimostra che certe cose le ha viste e magari le ha capite o su chi dice di averle fatte ma non può dimostrare alcunché? Chi parla di stage passati solo a servire il caffè e/o a fare fotocopie dimostra, impietosamente, di non essere capace di vedere cosa sta capitando sotto i suoi occhi; di essere incapace di vedere cosa sia un ciclo produttivo o quali siano gli scopi del reparto, o dell’ente, cui sta lavorando. Di dire cosa stanno facendo i colleghi per i quali stava facendo fotocopie. Più che un “poverino costretto a fare fotocopie (nonostante un curriculum mirabolante)” vedo un: “persona incapace di cogliere le opportunità di imparare”.
Immaginiamo la scena;
caso A: “buongiorno, vedo che ha fatto uno stage nella società X/al comune Y; cosa le è rimasto dello stage?” “ho visto come funziona il ciclo di produzione ho visto come si svolgono gli incontri con i fornitori/clienti, ho visto come si prepara una determina, un regolamento, una gara d’appalto.”
caso B: “buongiorno, vedo che ha fatto uno stage nella società X/al comune Y; cosa le è rimasto dello stage?” “ho fatto fotocopie.”
Si nota qualche differenza? faccio notare anche che nel caso A quello che viene risposto è: “ho visto questo e quell’altro”, non “ho fatto quello e quell’altro”. Il caso A è qualcuno pronto a cogliere le occasioni per imparare; il caso B invece è il classico studente che se non viene ordinato esplicitamente di imparare si limita a fare il minimo per arrivare al sei. Se foste il direttore del personale di una azienda, su chi investireste?

In Italia non siamo meno cialtroneschi: a mia figlia, 18 anni, e a tre sue amiche, iscritte a un famoso Istituto di moda e design di Milano, viene offerto un ministage di sei giorni durante la Design Week, quando Milano si trasforma in vetrina globale di creatività. Le ragazze si fregano le mani dalla contentezza. Pazienza se non ci pagano, vale anche come un credito, sì un solo punto, per gli esami. A loro sembra strategicamente interessante. E strategica sarà la posizione, dalle nove del mattino alle sei del pomeriggio all’ingresso del Salone del Mobile di Rho per indicare alla fiumana di gente dove sono le toilette. Motivazioni afflosciate come aquiloni senza vento. Nessuno ha nulla in contrario al lavoro di hostess, ma almeno che le ragazze siano pagate e non sfruttate.

Io invece mi porrei due domande: la prima è come mai il famoso istituto di moda accetta come formativa una esperienza di tale tipo. Se le aziende usano stagiste al posto delle hostess è anche perché ci son stagiste pronte a vendersi per 1 punto di credito universitario.

Seconda domanda: le ragazze cercavano uno stage o cercavano un lavoro? Non è che se entro in pizzeria, chiedo una margherita e mi danno una pizza mi possa arrabbiare perché volevo un fiore.  Per il resto ripeterei le riflessioni che ho fatto riguardo all’esperienza precedente.

Vado all’installazione di Hermès e chiedo a uno dei ragazzi chaperon, istruito a mostrare le meraviglie dell’ artigianato della maison, quanto guadagna al giorno: tramite agenzia di servizio, un’ottantina di euro, tutto regolare. Ovvio che Massimiliano Locatelli, architetto geniale, abbia la lista d’attesa per fare uno stage presso la Locatelli Partners, studio di progettazione tra i più conosciuti al mondo, sorride: “Li facciamo lavorare sul serio e li paghiamo sul serio”. Massimiliano e’ una mosca rara, se andiamo al Sud siamo messi anche peggio. Mia nipote Sveva quasi giornalista professionista (non posso scrivere il cognome, altrimenti non la fanno più scrivere) quando propone articoli, inchieste su Napoli, visto che il brand tira, a giornali locali e nazionali, si sente rispondere: “Siccome l’editoria è in crisi, non possiamo pagare”.

e lei continua a farli? Cinicamente: scema lei che continua a picchiare la testa al muro sperando che il muro si rompa; non te lo pagano o pretendono di pagarlo in visibilità? Non venderlo, nessuno ti obbliga.

Ci salva il grido di speranza di Aldo Masullo, un ragazzo di 96 anni, uno dei più grandi filosofi contemporanei: “Il mondo è ancora giovane. Non lasciatevelo scippare”. Si vabbè, ma neanche Gianni Morandi canterebbe più “Uno su mille ce la fa”. Al decreto Dignità che promette meno disoccupazione cambierei semplicemente nome: decreto senza dignità!

Non è che se io apro un negozio specializzato in articoli da Curling a Villasimius, con i commessi che parlano solo ed esclusivamente greco classico, poi la gente debba venire obbligata a comprare i miei prodotti. Se il mio prodotto non interessa, o costa troppo per la persona che dovrebbe acquistarlo, non viene comprato. Invece di fare questa semplice e banale riflessione si preferisce frignare contro il governo che mi toglie la dignità perché sono “Vozzi pVoletaVi che non amano il cuVling” e non capiscono la bellezza di parlare il “gVeco antico”. Ma quello non è un discorso di dignità, è un discorso di dimostrare di avere quel minimo di capacità razionali da non dover chiedere alla magistratura l’interdizione e la nomina di un tutore legale.

 

Annunci

Social e lavoro, uno su tre scartato per quello che pubblica. Ecco perché – Cronaca – quotidiano.net

Un articolo che offre spunti di riflessione interessanti. Molti sembrano non capire che i social sono una vetrina visibile a tutti. Difficilmente un “cacciatore di teste” può venire a sapere cosa dici al bar con gli amici mentre è facile che dia una occhiata al tuo profilo “pubblico” su faccialibro o sugli altri social. Certi commenti da “pesciolina84” è meglio farli presentandosi come “pesciolina84” e non con nome e cognome reale…

Ecco perché io sono a favore del pseudo anonimato su internet; meglio che certe cose non entrino nel profilo su FB pubblico; magari per lavoro devi apparire neutrale o magari è meglio non far apparire certe litigate sulle proprie pagine di FB. E’ una questione di bilanciamento fra l’esigenza dell’azienda o del datore di lavoro di non avere personale che lo imbarazza e la libertà del dipendete di essere quello che è. Anche perché io resto dell’opinione che scindere l’ambito privato da quello pubblico e da quello lavorativo sia una cosa buona e giusta. Io a scuola devo insegnare matematica e fisica; quello che faccio nel tempo libero o cosa io pensi del ministro pro tempore della pubblica istruzione non è un fatto che riguarda i miei studenti, analogamente quello che faccio nel tempo libero così come non mi deve interessare cosa facciano loro.

Sorgente: Social e lavoro, uno su tre scartato per quello che pubblica. Ecco perché – Cronaca – quotidiano.net

Social e lavoro, uno su tre scartato per quello che pubblica. Ecco perché
L’analisi: il 35% dei recruiter ha escluso potenziali candidati per informazioni contenute sui social network. Cosa è meglio non mettere su Facebook

Roma, 19 dicembre 2018 – Per coloro che ancora credono che Facebook sia la loro stanzetta privata ecco qualche numero, per correggere il tiro il prima possibile. Vi presentereste ad un colloquio a petto nudo con una birra in mano mentre fate un gestaccio? Parlereste ad un colloquio di religione, di calcio in maniera aggressiva, di politica o altri argomenti che possano infastidire l’orientamento del vostro interlocutore? Raccontereste esperienze, competenze, passatempi, passioni o inclinazioni del tutto false sapendo che la persona con la quale state sostenendo il colloquio avrà modo di scoprire ciò che realmente siete e fate nel vostro tempo libero?

C’è da augurarsi che la risposta sia no. Il problema è che – involontariamente – alla fine finisce proprio così per molte persone che non tengono in considerazione la variabile principe: i social network non sono uno spazio privato, ma una vetrina pubblica che restituisce l’immagine della vostra quotidianità. I recruiter – che di professione sono chiamati a stanare glorie, ma anche miserie, di una candidato – sanno perfettamente che nell’ambito di un colloquio le persone tendono a dare risposte pre-confezionate che non sempre restituiscono la vera natura e le inclinazioni della persona che si trovano di fronte. Per questo motivo si avvalgono sempre più spesso dei social per valutare o verificare i profili.

E son verifiche che non puoi impedire o dimostrare. Come fai a provare che sei stato scartato come commesso dalla macelleria scannagatti solo perché avevi il profilo zeppo di messaggi pro vegan? O che sei stato giudicato inaffidabile perché ti vantavi “di averla messa nel culo” a quel dittatore del titolare della ditta cui attualmente lavori? Bisogna fare attenzione all’immagine pubblica che si da. A casa ti puoi sbragare come vuoi, in piazza, e i social sono una piazza, purtroppo no. Ed il capirlo è segno che si è capaci di utilizzare correttamente i social e discernere i contesti. Sì lo statuto dei lavoratori vieta di indagare sul dipendente che si intende assumere però ci sarebbe da discutere su quanto possa essere considerata indagine il vedere quanto viene reso pubblico dal dipendente stesso nel suo profilo.

La dottoressa Silvia Zanella, responsabile a livello globale del digital marketing per Adecco Group e autrice, insieme ad Anna Martini, del libro “Social Recruiter: Strategie e strumenti digitali per i professionisti HR” ci ha spiegato cosa vogliono vedere, ma soprattutto non vogliono mai vedere, le persone che si occupano di selezionare i candidati per posizioni lavorative:

– Contenuti sconvenienti. Questa macroarea passa dall’abuso di alcolici alle foto discinte o di dubbio gusto. Nessuno si aspetta che siate dei santi senza scheletri nell’armadio, ma di certo ci si augura di trovare persone dotate di buonsenso che sappiano discernere quali contenuti sono opportuni per la pubblicazione e quali appartengono alla sfera privata e la cui condivisione pubblica sarebbe, quantomeno, una scelta strategica discutibile. – Contenuti violenti, razzisti, zuffe da social, lamentele circa il proprio capo o ambiente lavorativo. Vale anche per i neo laureandi che danno sempre la colpa al professore di turno.

che novità…
https://shevathas.wordpress.com/2017/08/13/venti-secondi-per-valutare-un-curriculum-2/

– Disallineamento. Se i primi due punti potevano essere abbastanza prevedibili (anche se, a giudicare dal trend di molti profili social pare non essere ancora un’oggettività assodata) il disallineamento può, invece, fare davvero la differenza. Come accennato i recruiter sanno perfettamente che le persone ai colloqui mentono, tentando di adeguare le proprie competenze e passioni alla mission dell’azienda. Per questo motivo si rende fondamentale il controllo fra quanto espresso dal candidato – soprattutto in termini di passioni, inclinazioni reali, passatempi e approcci – e la realtà dei suoi interessi espressa attraverso i social. La dottoressa Zanella ci ha fornito un esempio pratico: “Se una candidata per un lavoro nell’ambito del fashion, all’interno del proprio profilo personale non ha alcun riferimento a moda, tendenze e stili ma concentra la propria attenzione su tutt’altro, in qualche modo non sta confermando le pertinenze che vorrebbe convincerci di avere. Nessuno si aspetta di trovare il profilo della Ferragni, ma quantomeno che l’argomento sia fra i topic del profilo.”

Questo è un punto interessante; avere passioni che coincidono con gli ambiti aziendali anche se io sono un poco diffidente. Credo che il lavoro sia lavoro e il tempo libero sia tempo libero. Alla fine però conviene essere onesto; se non hai interesse verso la moda è inutile cercare di farti passare per ferragni 2.0; magari hai altri interessi che, pur non coincidendo a pieno con quelli dell’azienda, possono essere utili.

(…)Niente social per non sbagliare? Purtroppo questa soluzione non funziona. Un dirigente su tre, secondo CareerBuilder, assume i candidati sulla base delle informazioni positive che hanno trovato online. I datori di lavoro sono stati più propensi a fare offerte ai candidati che: hanno qualifiche professionali sostenute sui social (42%); hanno un’immagine professionale positiva sui social (38%); possiedono una grande capacità di comunicazione (38%); dimostrano creatività (38%). Non avere un ruolo nei social media è spesso interpretato come un non voler partecipare. Offre un segnale di chiusura, arroccamento, inflessibilità, incapacità di aprirsi alle nuove tendenze, pigrizia. Senza considerare l’enorme valore aggiunto che rappresentano – una volta dimostrate le proprie competenze professionali – la curiosità, la flessibilità e la capacità di adattarsi in maniera funzionale ai rapidi cambiamenti verso i quali stiamo correndo. Perché il punto cardine è proprio questo: in un mondo iper competitivo e iper qualificato non basta saper fare bene oggi il proprio lavoro, ma dimostrare di avere la flessibilità e la rapidità di saperlo fare anche domani con i nuovi strumenti con i quali – endemicamente – ci si trova a fare i conti.

La cosa migliore è avere un profilo pubblico con quello che si può mostrare in pubblico e tenere un profilo privato, o usare nick, per discussioni accese in libertà o per lo svacco da tempo libero…

Chiara Stone fashionblogger, il nostro account fake | Rolling Stone Italia

Un articolo molto interessante di Rolling Stone; a quanto pare il “sogno” di guadagnare godzillardi di soldi semplicemente postando foto su instagram e facendo video su youtube si sta rivelando essere un sogno; per una ferragni che c’è riuscita tra un poco un sacco di altre finiranno nel dimenticatoio.

Chiara Stone fashionblogger, il nostro account fake Una volta conclusa l’analisi dei dati dei profili più seguiti d’Italia, abbiamo deciso di provare anche noi: ecco Chiara Stone, la nostra fake-influencer

Sorgente: Chiara Stone fashionblogger, il nostro account fake | Rolling Stone Italia

il ritorno dell’assistenzialismo

Il ritorno rovinoso
all’assistenzialismo del passato

Anche se i centri per l’impiego diventassero più numerosi ed efficienti di quelli tedeschi, non si capisce quali e quanti posti di lavoro essi potranno offrire. L’esito più probabile è che si aumentino i dipendenti dei centri regionali e poi si trasformino i beneficiari in lavoratori socialmente utili a vita

qui: https://www.corriere.it/opinioni/18_settembre_17/ritorno-rovinoso-all-assistenzialismo-passato-a321af02-ba8a-11e8-978e-190179f216e9.shtml

Ed ha ragione; però l’assistenzialismo ha un vataggio, porta tanti clientes, utili per cementarsi alla poltrona.

la segretaria di dimaio…

Stavo leggendo sui social le reazioni a questa notizia

Il leader M5S interviene sul caso di Assia Montanino, la 26enne che avrà un compenso annuo al ministero di 73mila euro come segretaria particolare: “È figlia di un commerciante che ha denunciato i suoi usurai, le ho offerto un’opportunità di tirocinio quando ero vicepresidente della Camera”. La ‘segretaria particolare’ su Facebook: “Guadagno tremila e trecento euro”

Quello che vedo nei social son tanti rosicamenti e tanti che protestano su come mai la tizia sia stata chiamata come segretaria particolare e pagata così tanto senza un concorso, senza una selezione etc. etc.

La notizia è stata costruita ad arte per sollevare polemiche; quello che il si è omesso è di dire è:

UNO: ogni ministro ha diritto ad un ufficio di gabinetto costituito da personale di sua strettissima fiducia. Terra terra il ministro può chiamare chi vuole a lavorare in quell’ufficio, il personale non è di ruolo e lavora fino a quando rimane il ministro, quando il ministro cambia il personale del vecchio ufficio di gabinetto decade1. Quindi non è una assunzione in ruolo ma una assunzione temporanea.

DUE: Il segretario particolare non è una figura apicale, un dirigente per intenderci come invece è il capo di gabinetto, e non è un esperto come i consulenti, è un segretario; per questo non è richiesto un curriculum “monstre”, anzi prendere una persona superesperta come segretario è uno spreco visto che sarebbe, nel caso, più utile come consulente.

TRE: La retribuzione del personale degli uffici di gabinetto non è decisa dal ministro ma dalla legge, quella retribuzione è la retribuzione stabilita dalla legge per il ruolo di segretario particolare. Quindi perché evidenziare quanto prende? (che poi è lo stesso che prendono gli altri segretari particolari e che prendevano anche quelli dei ministri e sottosegretari del governo precedente).

TRE BIS: Perché una segretaria prende così tanto? c’è da dire che gestire l’agenda, la corrispondenza e le comunicazioni di un ministro è un lavoro leggermente più delicato di gestire la segreteria di una scuola oppure quella di un comune. In ogni caso che sia alto o che sia basso, la retribuzione è quella stabilita dalla legge.

Senza queste tre informazioni2 la notizia viene interpretata come: “dimaio chiama l’amica a millemila euro al mese quando si lamentavano del clientelismo politico3.”

Vero che i posti negli uffici di diretta collaborazione vengono utilizzati per fare clientelismo politico; ogni tanto si parla di tizio, figlio di un politico chiamato nella segreteria di un ministro amico o di caio che nomina la compagna in tali uffici, ma questi imho son peccattucci; il vero scandalo è un altro: i tanti precari della pubblica amministrazione assunti per vie traverse e poi spostati in ruolo (leggasi regolarizzati ed assunti a tempo indeterminato) senza uno straccio di concorso…

Stranamente però di regolarizzazioni di precari, senza concorso, ho letto poche polemiche nei giornali.

 


  1. decreto legislativo 30 marzo 2001, n. 165 art. 14 comma 2.
    Per l’esercizio delle funzioni di cui al comma 1 il Ministro si avvale di uffici di diretta collaborazione, aventi esclusive competenze di supporto e di raccordo con l’amministrazione, (omissis)
    A tali uffici sono assegnati, nei limiti stabiliti dallo stesso regolamento: (omissis)
    collaboratori assunti con contratti a tempo determinato disciplinati dalle norme di diritto privato;(omissis)
    All’atto del giuramento del Ministro, tutte le assegnazioni di personale, ivi compresi gli incarichi anche di livello dirigenziale e le consulenze e i contratti, anche a termine, conferiti nell’ambito degli uffici di cui al presente comma, decadono automaticamente ove non confermati entro trenta giorni dal giuramento del nuovo Ministro. (omissis) 
  2. E qui devo dare ragione a Mauro; una verità parziale è molto più pericolosa e fuorviante di una balla completa. 
  3.  Da notare comunque come ci siano molti rosiconi “bipartisan”, convinti che tutti debbano lavorare solo per la gloria e solo loro siano i meritevoli di essere nominati all’istante CEO di qualche multinazionale con il PIL del Rwanda come stipendio medio mensile (+bonus e benefit ovviamente). 

neoluddisti

Sorgente: Operaio licenziato dopo 30 anni, al suo posto una macchina: “Sa fare il suo lavoro” – Cronaca – L’Unione Sarda.it

Ha lavorato per 30 anni per la stessa azienda di Melzo (Milano), la Greif Italia.

Ora a quattro anni dalla pensione, per un 61enne di nazionalità marocchina – il quale convive con una pesante disabilità dal 1991, visto che ha perso una mano – è arrivata la lettera di licenziamento: la sua posizione lavorativa è stata “soppressa” dopo l’arrivo di un macchinario che svolge le sue stesse mansioni.

La società infatti ha comunicato di aver avanzato il licenziamento “per giustificato motivo oggettivo”, in seguito alla riorganizzazione aziendale all’interno della ditta che si occupa di fusti e imballaggi metallici.

Dopo l’installazione di una macchina (denominata Paint Cap Applicator) che svolge in automatico le stesse mansioni finora svolte dall’operaio, ovvero la posa dei tappi provvisori sui flaconi appena prodotti, nella lettera l’azienda sostiene di aver valutato la possibilità di trovare per il 61enne un’altra collocazione, ma “purtroppo non è stata reperita alcuna posizione lavorativa vacante, essendo tutti i posti già occupati da altri dipendenti”.

La ditta riconosce all’uomo l’indennità di legge, ma dopo un fallito il tentativo di conciliazione, il licenziamento è diventato effettivo.

Il lavoratore si è rivolto a un legale, l’avvocato penalista Mirko Mazzali, che ha commentato il caso: “È ingiusto licenziare una persona che ha lavorato 30 anni in un posto, che si ritrova disoccupato a un passo dalla pensione, perché una macchina ha preso il suo posto. Un’ingiustizia tanto più grave considerando che è una persona con una disabilità tale da rendergli difficile la ricerca di un nuovo impiego”.

Sinceramente articoli come questo mi sembrano  “Trollate” solo per cagionare indignazione un tanto al chilo, indignazione che fa vendere tanto, ma tanto. Il comportamento della ditta può essere considerato poco “gentile”; ma penso sia meglio non mescolare i comportamenti illegali con i comportamenti “poco gentili”, i primi son da sanzionare perché vietati dalla legge, i secondi invece per quanto non possano piacere restano tuttavia leciti.

Qui invece vedo la solita, colpevole, confusione fra comportamenti illegali e comportamenti “immorali”; i primi son vietati e, nel caso si compiano, sanzionati dalla giustizia, i secondi per quanto possano apparire disgustosi non son vietati dalla legge e quindi son permessi.

Mi ha fatto pensare anche la frase dell’avvocato: “È ingiusto licenziare una persona (…), perché una macchina ha preso il suo posto. “; piaccia o no il fare le cose meglio e a costo minore è uno dei motori del progresso. Se adesso giriamo con i tasca computer estremamente potenti a prezzi contenuti è anche grazie all’automazione ed alla produzione di massa. E così per tanti altri beni.

Bloccare l’innovazione significa anche il rischio che le aziende vengano spedite fuori mercato da aziende estere che innovano e far fuggire chi ha bisogno di puntare sull’innovazione per galleggiare in un mercato oramai globale.

Botte piena e moglie ubriaca

Stavo leggendo questo editoriale di Feltri: La predicatrice – La Stampa;

(…)Nel 2016 la presidente della Camera, Laura Boldrini, per dimostrarsi zelante quanto gli altri, annunciò un impegno senza precedenti lungo la strada della sobrietà. «Uno sforzo che i cittadini ci riconosceranno» (poi Boldrini si è candidata con Liberi e Uguali e non gliel’hanno tanto riconosciuto, guarda un po’). Insomma, taglia qui, taglia là, Montecitorio riesce a stare sotto il miliardo di spesa annua. Fra l’altro si fanno gare al ribasso: chi chiede meno ottiene l’appalto. È successo anche alle imprese delle pulizie, e da qualche giorno (di nuovo, guarda un po’) le donne che lucidano scaloni e corridoi del Palazzo stanno protestando. Persino con un certo garbo per gente che si alza alle 4 del mattino per lavorare 14 ore alla settimana a 370 euro al mese (6,60 l’ora! A Montecitorio!).

È che nel 2016, dopo avere spuntato contratti meno vantaggiosi, le imprese delle pulizie si sono rifatte sulle lavoratrici, riducendogli paghe già ridicole di un ulteriore 10 per cento. Bel capolavoro. Dunque, tornando all’inizio, anche Boldrini si diminuì lo stipendio. Ma per una tale predicatrice di giustizia sociale, non sarebbe stato meglio tenersi l’assegno e fare un po’ di attenzione a che le capitava sotto al naso?

Mi sembra che Feltri non abbia colto il punto; è vero che dalle inefficienze della spesa pubblica molti mangiano, comprese anche le ultime ruote del carro, ma parimenti è vero che con una spesa pubblica più efficiente puoi liberare risorse per investire. Gira che rigira i soldi son sempre quelli; puoi spendere 1000 spendendo 800 per pulizie e 200 per borse di studio oppure tutti e 1000 per le pulizie.  Si può scegliere di pagare gli addetti alle pulizie come primari ospedalieri; ma poi non ci si lamenti che per un addetto alle pulizie si spende tanto quanto si spende per retribuire un primario ospedaliero.

Se la Boldrini avesse fatto stipulare contratti “svantaggiosi” imho sarebbe partito il coretto: “ma perché la camera paga un impresa delle pulizie il 20% in più rispetto al prezzo di mercato? Sprechi, accozzi, l’hanno fatto per chiamare a lavorare la prima compagna di stanza della sorella della cognata della cugina della Boldrini… (1/2 cit)”

Il problema, che feltri non coglie è: “la retribuzione dei lavoratori è in linea con le norme vigenti in italia? l’azienda vincitrice rispetta le norme?” Se la risposta è no allora il problema non è la Boldrini e le sue gare d’appalto quanto l’omessa vigilanza che il vincitore rispetti la normativa.

Se la risposta è sì invece la riflessione da aprire sarebbe quella su quanto le norme vigenti siano realmente utili per la tutela dei lavoratori e, nel caso se sia opportuno un loro adeguamento e/o aggiornamento, ma questa è una questione prettamente politica che esula completamente dal comportamento della Boldrini. Aprire tale dibattito non dovrebbe essere compito di una figura di garanzia quale quella del presidente della Camera dei Deputati.  Son domande a cui la politica deve dare risposta, e la risposta deve valere sia per Anna che va a fare le pulizie alla Camera che per Michela che va a lavare le scale del condominio di via Sardegna 18. Paghiamo Anna come un primario ospedaliero, e Michela che fa il suo stesso lavoro si fotte?

Nella vicenda riportata noto anche un altro buco: dove sono i sindacati, figure istituzionalmente preposte alla tutela dei lavoratori? perché non hanno sollevato la questione? Se la retribuzione dei lavoratori è bassa mi aspetto minimo una vertenza sindacale, a maggior ragione se la controparte è una che si riempie la bocca con parole come diritti dei lavoratori1.

Quindi cosa si vuole? Si vuole davvero tornare al periodo in cui la politica spendeva 1.000 per coltivare i propri orticelli ma allo sfigato almeno 10 arrivava? Beh si abbia il coraggio di scriverlo chiaramente. Purtroppo l’avere la botte piena e la moglie ubriaca, per quanto possa essere una situazione ideale, è praticamente inattuabile.

 


  1. La CGIL, come tutti i sindacati, non è tenuta ad applicare, per i propri dipendenti, l’articolo 18 dello statuto dei lavoratori, non si è fatta scrupolo di usare i voucher… 

Permesso retribuito per curare il cane – Il Sole 24 ORE

A furia di chiamare diritti i capricci, qualcuno comincerà a chiamare capricci i diritti.

Sorgente: Permesso retribuito per curare il cane – Il Sole 24 ORE

un permesso retribuito a norma di contratto collettivo dei dipendenti pubblici per «grave motivo famigliare e personale»: assistere il cane malato. È accaduto a Roma, dove una lavoratrice single dell’Università La Sapienza ha ottenuto di assentarsi dal lavoro per due giorni perchè l’animale domestico necessitava di un intervento medico veterinario urgente e indifferibile alla laringe e poi andava accudito. A una prima richiesta della donna il datore di lavoro ha risposto, a voce, negativamente ma dopo il supporto tecnico-giuridico dell’ufficio legale della Lega antivivisezione e ricevuto anche il certificato del veterinario, le cose sono cambiate.

(…)

Soddisfazione degli animalisti: «D’ora in avanti, con le dovute certificazioni medico-veterinarie – ha detto il presidente Lav Gianluca Felicetti -, chi si troverà nella stessa situazione potrà citare questo importante precedente. Un altro significativo passo in avanti che prende atto di come gli animali non tenuti a fini di lucro o di produzione sono a tutti gli effetti componenti della famiglia», conclude.

 

Lavorare non Rende – Corriere.it

Bellissima sbroccata di gramellini che dimostra come i giornalisti talvolta vivano nell’iperuranio e parlino “del boschetto della (loro) fantasia e del fottio di animaletti un po’ matti” più che di interpretare la realtà.

Sorgente: Lavorare non Rende – Corriere.it

Immagina di avere trentacinque anni e di guadagnarti ancora da vivere in un call center. Avevi cominciato da ragazzo per metterti in tasca qualche euro in attesa di meglio. Ma il meglio non è mai arrivato e adesso ti ritrovi adulto con le cuffie a molestare telefonicamente degli sconosciuti o a fare da capro espiatorio alla loro ira per la memorabile somma di 750 euro al mese.

Mario, (nome di fantasia) hai iniziato a lavora in un call center e sei rimasto fermo lì per un sacco di tempo. Spiace dirlo ma nei lavori a bassissima qualità intellettuale, quelli dove le persone le sostituisci alla perfezione in cinque minuti non hai molto potere “sindacale”; l’unica forza è il numero. Ergo non son lavori sui quali ci puoi fare affidamento. L’ho appreso io lavorando nel mondo dell’informatica e non riesce a capirlo un signor giornalista?
Io mi chiederei perché si è rimasti fermi; problemi familiari? incapacità, dovute magari ad una scuola che ti ha illuso di essere preparatissimo ma che ti ha fatto uscire più ignorante di quando ci sei entrato? Pigrizia?

Soldi comunque irrinunciabili, perché nel frattempo persino tu ti sei azzardato a mettere su famiglia. Sul mercato del lavoro sei un numero fungibile. Su quello della politica un numero e basta, perché nessun partito si occupa di te: non vai di moda. Ti resta la dignità con cui rifiuti un accordo sindacale che ti avrebbe ridotto all’osso i già dimagriti diritti e dimezzato i magrissimi straordinari.

Per “alzare la posta” occorre avere merce di scambio. Quanto vale per l’azienda il lavoro di Mario? se Mario porta un saldo positivo di 1.000 euro fra quanto “costa” all’azienda e quanto “fa guadagnare” all’azienda è una cosa, se il saldo è di 1 solo euro, il discorso, lato azienda cambia.

Per tutta risposta l’azienda — che in questa storia si chiama Almaviva, ma ha altri mille nomi ogni giorno, in ogni parte del mondo — ti recapita a casa una lettera in cui annuncia il tuo trasferimento immediato da Milano a Rende, provincia di Cosenza. Tu pensavi che nell’era della banda larga non fosse necessario andare dall’altra parte della penisola per continuare a rispondere a una telefonata.

Magari a Cosenza gli affitti della sede di lavoro non costa come milano, magari i servizi accessori: pulizie, ristorazione, non costano come a milano. Magari spostandosi l’azienda aumenta gli utili. Mario è indispensabile ed è indispendabile che stia a Milano o per un Mario che molla si trovano immediatamente cento Luigi pronti a fare il suo lavoro?

Magari tuo padre era salito a Milano dal Meridione per trovare un lavoro, e ora a te si chiede di compiere il cammino inverso, separandoti dalla tua famiglia senza neanche una prospettiva di crescita economica o professionale.

Per avere prospettive devi avere le capacità di crescere, altrimenti resti fermo al palo. E cinicamente quanto può essere capace di “crescere” uno che è già rimasto al palo per un sacco di tempo?  Perché le squadre di serie A cercano, come titolari, campioni giovani e non giocatori trentacinquenni di media carriera?

Ti senti sconfitto dalla vita e ti domandi: ma un sistema che si basa sul malessere della maggioranza quanto ancora potrà durare?

Quanto può durare un sistema che illude gli ignoranti di essere dei dottoroni, che illude gli incapaci di essere dei guru indispensabili, che fa credere agli studenti che qualsiasi lavoro al di sotto del ruolo di amministratore delegato sia becero sfruttamento? Mario ha forza non per quello che sa fare o per quello che può portare all’azienda, ha forza perché è un numero e basta. E un numero “piccolo” soccombe sempre davanti ad un numero grande.

PS

Se si ama tanto il bel tempo andato perché allora non propone al corriere di mandare al diavolo l’informatica e di tornare ai vecchi linotype? Si ha idea di quanti vecchi tipografi ed impaginatori si potranno impiegare?

my 2 cents su alternanza scuola lavoro.

Stavo leggendo le polemiche sull’alternanza scuola lavoro; alcune le ho trovate giuste e motivate, altre invece mi son sembrate un pretestruoso piagnisteo.

Premessa: l’alternanza deve essere svolta a norma di legge, usare gli studenti come sostituti dei dipendenti o in progetti che non c’entrano niente con gli accordi stretti dalla scuola è reato e sia chi compie tali azioni, sia chi omette di controllare andrebbe chiamato a rispondere delle sue manchevolezze, come è giusto che sia. Però il fatto che possano esistere pirati della strada di per sé non è un valido motivo per revocare la patente a tutti e vietare, in toto, i veicoli a motore. Se ci son storture è giusto vengano denunciate e perseguite. Ma ciò non significa che tutto sia stortura.

Prima cosa: a cosa serve l’alternanza scuola lavoro. Non serve per imparare un lavoro o una professione; in quattrocento ore in tre anni è impossibile farlo, a meno che non si parli di lavori a bassissima professionalità. Serve per vedere, vedere non fare, vedere, come funziona il mondo del lavoro, quali sono le sue logiche, che ovviamente son diverse da quelle della scuola, capire cosa sia una consegna, capire, vedendo degli esempi cosa sia l’organizzazione del personale, la distribuzione del lavoro, come si porta avanti un progetto od un lavoro, quali son le fasi di lavoro. Si ha la possibilità di vedere da vicino tali cose, e, spesso l’averle viste da vicino è una marcia in più nel CV. Le così dette soft skills, che sono “trasversali” e comuni a tutto il mondo del lavoro. Sapere che il mondo del lavoro ragiona in maniera diversa dal mondo accademico è un vantaggio.
Sapere, e vedere, cos’è una mansione, come ci si rapporta fra colleghi e con i superiori e gli inferiori, capire quali siano le logiche ed i vincoli di una impresa è un bagaglio di esperienze utili da acquisire. Ed, imho, è meglio acquisirle quando si è ancora in formazione, aiutati dalla scuola, che dover poi far tutto da soli dopo.
Anche il mcDonald ha i suoi pregi: vedere come è organizzato un punto vendita, come funziona la logistica degli approvvigionamenti, la turnazione, anche come ci si deve rapportare con i clienti, è un bagaglio di esperienza prezioso. Qualcuno potrebbe dire: perché devo farlo gratis durante l’alternanza scuola lavoro? La risposta è semplice: perché devo pagarti per imparare quando posso chiamare qualcuno che è già stato ben formato?

Seconda cosa: è molto gettonata l’accusa di sfruttamento e che i ragazzi vengano costretti a lavorare gratis. C’è da fare una piccola considerazione: se una azienda riesce a macinare utili grazie al lavoro degli studenti allora è una azienda “di servizi” i cui servizi sono lavori a basso o nullo valore aggiunto come raccolta pomodori, pulizia, call center telefonico; lavori che può fare chiunque con qualsiasi preparazione, o impreparazione. Oppure è una azienda costruita solo per arraffare incentivi. Il primo caso è comunque utile perché ti rendi conto del “potere contrattuale” praticamente nullo che hai in quel tipo di lavori, nel secondo caso impari a riconoscere quali sono le aziende da cui diffidare, perché prima o poi arriva la grande inc…
Chi, docente, sostiene che una azienda, non dei due tipi precedenti, possa macinare utili su utili grazie al lavoro di manodopera non qualificata1 è uno che ha visto più da vicino proxima centauri che il mondo del lavoro al di fuori dell’ambiente scolastico o universitario2.
Il tirocinio non è lavoro; uno studente non ha, ed è giusto che non abbia, le responsabilità, gli obblighi e i doveri che invece ha un dipendente.  Se uno studente si sente sfruttato o se l’azienda non rispetta l’accordo con la scuola, lo studente ha tutto il diritto di ricusarlo protestando con chi dovrebbe vigilare. Peccato che ciò porti a scontrarsi con manchevolezze scolastiche. Meglio scaricare la colpa a Renzi ed alla Fedeli.

Terza cosa, un poco cinica, quanti fra quelli che stanno protestando che son sfruttati con l’alternanza scuola lavoro pensano che domani, ottenuto, magari per pietà o per “promoveatur ut amoveatur” un titolo le aziende faranno la lotta nel fango per assumerli come CEO? Se io devo investire in una nuova assunzione su chi mi conviene puntare? su chi, referenze alla mano, mi dimostra che certe cose le ha viste e magari le ha capite o su chi dice di averle ma non può dimostrare alcunché? Chi parla di stage passati solo a servire il caffè e/o a fare fotocopie dimostra, impietosamente, di non essere capace di vedere cosa sta capitando sotto i suoi occhi; di essere incapace di vedere cosa sia un ciclo produttivo o quali siano gli scopi del reparto, o dell’ente, cui sta lavorando. Di dire cosa stanno facendo i colleghi per i quali stava facendo fotocopie. Più che un “poverino costretto a fare fotocopie (nonostante un curriculum mirabolante3)” vedo un: “persona incapace di cogliere le opportunità di imparare”.
Immaginiamo la scena;
caso A: “buongiorno, vedo che ha fatto uno stage nella società X/al comune Y; cosa le è rimasto dello stage?” “ho visto come funziona il ciclo di produzione ho visto come si svolgono gli incontri con i fornitori/clienti, ho visto come si prepara una determina, un regolamento, una gara d’appalto.”
caso B: “buongiorno, vedo che ha fatto uno stage nella società X/al comune Y; cosa le è rimasto dello stage?” “ho fatto fotocopie.”
Si nota qualche differenza? faccio notare anche che nel caso A quello che viene risposto è: “ho visto questo e quell’altro”, non “ho fatto quello e quell’altro”. Il caso A è qualcuno pronto a cogliere le occasioni per imparare; il caso B invece è il classico studente che se non viene ordinato esplicitamente di imparare si limita a fare il minimo per arrivare al sei. Se foste il direttore del personale di una azienda, su chi investireste?

Anche a me è capitato di dover fare tirocini lavorativi ove sì son stato sfruttato ma ho anche imparato, ovviamente più le soft skill che gli aspetti puramente tecnici. Ho visto come funzionava il ciclo lavorativo, ho fatto qualche lavoretto, palloso come correggere indirizzi web e semplici lavori da HTML-ista, lavori che avrebbe potuto fare anche una scimmia, però ho visto come funziona, da dentro, un ente pubblico, quali son le dinamiche e le logiche. Ho capito, a grandi linee, come funziona un bando di gara di un ente pubblico, dalla scrittura del bando alle riunioni pubbliche della commissione di gara (per ovvi motivi non ho potuto partecipare a quelle riservate). Ho imparato cose che poche scuole sarebbero state in grado di insegnare, perché non è il loro campo, perché per ovvi motivi i docenti non le avevano viste “dal di dentro”. Mi è stato utile anche successivamente, come funzionino i giochi sia lato pubblica amministrazione sia lato aziende.


  1. Gli studenti non son qualificati, fossero già superbamente qualificati e con le capacità che millantano cosa cazzo ci stanno a fare ancora a scuola? 
  2. una differenza fra i miei docenti universitari di linguaggi di programmazione “puramente accademici” e quelli provenienti dal mondo del lavoro era che per i primi dovevi studiare “tutto” e non potevi usare manuali o prontuari, cioè dovevi ricordarti a memoria la sintassi del linguaggio e le principali funzioni di libreria mentre per i secondi se non avevi il manuale potevi anche evitare di sostenere l’esame che tanto non ne avresti cavato piede. In effetti in ufficio nessuno si scandalizza se vede sulla tua scrivania i prontuari (la collana “in a nutshell”) della o’reilly o testi simili.
    Per uno studente lo scoprire che quello che serve è capire come funziona l’ereditarietà e quale sia la classe migliore da cui ereditare per risolvere il problema più che ricordarsi tutti i parametri di formattazione del printf, cui teneva tanto il professore, può essere traumatizzante. 
  3. infatti uno studente delle superiori è immediatamente pronto ad essere impiegato dall’azienda in attività “mission critical”  da subito. Serve un nuraghe seminuovo?