Permesso retribuito per curare il cane – Il Sole 24 ORE

A furia di chiamare diritti i capricci, qualcuno comincerà a chiamare capricci i diritti.

Sorgente: Permesso retribuito per curare il cane – Il Sole 24 ORE

un permesso retribuito a norma di contratto collettivo dei dipendenti pubblici per «grave motivo famigliare e personale»: assistere il cane malato. È accaduto a Roma, dove una lavoratrice single dell’Università La Sapienza ha ottenuto di assentarsi dal lavoro per due giorni perchè l’animale domestico necessitava di un intervento medico veterinario urgente e indifferibile alla laringe e poi andava accudito. A una prima richiesta della donna il datore di lavoro ha risposto, a voce, negativamente ma dopo il supporto tecnico-giuridico dell’ufficio legale della Lega antivivisezione e ricevuto anche il certificato del veterinario, le cose sono cambiate.

(…)

Soddisfazione degli animalisti: «D’ora in avanti, con le dovute certificazioni medico-veterinarie – ha detto il presidente Lav Gianluca Felicetti -, chi si troverà nella stessa situazione potrà citare questo importante precedente. Un altro significativo passo in avanti che prende atto di come gli animali non tenuti a fini di lucro o di produzione sono a tutti gli effetti componenti della famiglia», conclude.

 

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Lavorare non Rende – Corriere.it

Bellissima sbroccata di gramellini che dimostra come i giornalisti talvolta vivano nell’iperuranio e parlino “del boschetto della (loro) fantasia e del fottio di animaletti un po’ matti” più che di interpretare la realtà.

Sorgente: Lavorare non Rende – Corriere.it

Immagina di avere trentacinque anni e di guadagnarti ancora da vivere in un call center. Avevi cominciato da ragazzo per metterti in tasca qualche euro in attesa di meglio. Ma il meglio non è mai arrivato e adesso ti ritrovi adulto con le cuffie a molestare telefonicamente degli sconosciuti o a fare da capro espiatorio alla loro ira per la memorabile somma di 750 euro al mese.

Mario, (nome di fantasia) hai iniziato a lavora in un call center e sei rimasto fermo lì per un sacco di tempo. Spiace dirlo ma nei lavori a bassissima qualità intellettuale, quelli dove le persone le sostituisci alla perfezione in cinque minuti non hai molto potere “sindacale”; l’unica forza è il numero. Ergo non son lavori sui quali ci puoi fare affidamento. L’ho appreso io lavorando nel mondo dell’informatica e non riesce a capirlo un signor giornalista?
Io mi chiederei perché si è rimasti fermi; problemi familiari? incapacità, dovute magari ad una scuola che ti ha illuso di essere preparatissimo ma che ti ha fatto uscire più ignorante di quando ci sei entrato? Pigrizia?

Soldi comunque irrinunciabili, perché nel frattempo persino tu ti sei azzardato a mettere su famiglia. Sul mercato del lavoro sei un numero fungibile. Su quello della politica un numero e basta, perché nessun partito si occupa di te: non vai di moda. Ti resta la dignità con cui rifiuti un accordo sindacale che ti avrebbe ridotto all’osso i già dimagriti diritti e dimezzato i magrissimi straordinari.

Per “alzare la posta” occorre avere merce di scambio. Quanto vale per l’azienda il lavoro di Mario? se Mario porta un saldo positivo di 1.000 euro fra quanto “costa” all’azienda e quanto “fa guadagnare” all’azienda è una cosa, se il saldo è di 1 solo euro, il discorso, lato azienda cambia.

Per tutta risposta l’azienda — che in questa storia si chiama Almaviva, ma ha altri mille nomi ogni giorno, in ogni parte del mondo — ti recapita a casa una lettera in cui annuncia il tuo trasferimento immediato da Milano a Rende, provincia di Cosenza. Tu pensavi che nell’era della banda larga non fosse necessario andare dall’altra parte della penisola per continuare a rispondere a una telefonata.

Magari a Cosenza gli affitti della sede di lavoro non costa come milano, magari i servizi accessori: pulizie, ristorazione, non costano come a milano. Magari spostandosi l’azienda aumenta gli utili. Mario è indispensabile ed è indispendabile che stia a Milano o per un Mario che molla si trovano immediatamente cento Luigi pronti a fare il suo lavoro?

Magari tuo padre era salito a Milano dal Meridione per trovare un lavoro, e ora a te si chiede di compiere il cammino inverso, separandoti dalla tua famiglia senza neanche una prospettiva di crescita economica o professionale.

Per avere prospettive devi avere le capacità di crescere, altrimenti resti fermo al palo. E cinicamente quanto può essere capace di “crescere” uno che è già rimasto al palo per un sacco di tempo?  Perché le squadre di serie A cercano, come titolari, campioni giovani e non giocatori trentacinquenni di media carriera?

Ti senti sconfitto dalla vita e ti domandi: ma un sistema che si basa sul malessere della maggioranza quanto ancora potrà durare?

Quanto può durare un sistema che illude gli ignoranti di essere dei dottoroni, che illude gli incapaci di essere dei guru indispensabili, che fa credere agli studenti che qualsiasi lavoro al di sotto del ruolo di amministratore delegato sia becero sfruttamento? Mario ha forza non per quello che sa fare o per quello che può portare all’azienda, ha forza perché è un numero e basta. E un numero “piccolo” soccombe sempre davanti ad un numero grande.

PS

Se si ama tanto il bel tempo andato perché allora non propone al corriere di mandare al diavolo l’informatica e di tornare ai vecchi linotype? Si ha idea di quanti vecchi tipografi ed impaginatori si potranno impiegare?

my 2 cents su alternanza scuola lavoro.

Stavo leggendo le polemiche sull’alternanza scuola lavoro; alcune le ho trovate giuste e motivate, altre invece mi son sembrate un pretestruoso piagnisteo.

Premessa: l’alternanza deve essere svolta a norma di legge, usare gli studenti come sostituti dei dipendenti o in progetti che non c’entrano niente con gli accordi stretti dalla scuola è reato e sia chi compie tali azioni, sia chi omette di controllare andrebbe chiamato a rispondere delle sue manchevolezze, come è giusto che sia. Però il fatto che possano esistere pirati della strada di per sé non è un valido motivo per revocare la patente a tutti e vietare, in toto, i veicoli a motore. Se ci son storture è giusto vengano denunciate e perseguite. Ma ciò non significa che tutto sia stortura.

Prima cosa: a cosa serve l’alternanza scuola lavoro. Non serve per imparare un lavoro o una professione; in quattrocento ore in tre anni è impossibile farlo, a meno che non si parli di lavori a bassissima professionalità. Serve per vedere, vedere non fare, vedere, come funziona il mondo del lavoro, quali sono le sue logiche, che ovviamente son diverse da quelle della scuola, capire cosa sia una consegna, capire, vedendo degli esempi cosa sia l’organizzazione del personale, la distribuzione del lavoro, come si porta avanti un progetto od un lavoro, quali son le fasi di lavoro. Si ha la possibilità di vedere da vicino tali cose, e, spesso l’averle viste da vicino è una marcia in più nel CV. Le così dette soft skills, che sono “trasversali” e comuni a tutto il mondo del lavoro. Sapere che il mondo del lavoro ragiona in maniera diversa dal mondo accademico è un vantaggio.
Sapere, e vedere, cos’è una mansione, come ci si rapporta fra colleghi e con i superiori e gli inferiori, capire quali siano le logiche ed i vincoli di una impresa è un bagaglio di esperienze utili da acquisire. Ed, imho, è meglio acquisirle quando si è ancora in formazione, aiutati dalla scuola, che dover poi far tutto da soli dopo.
Anche il mcDonald ha i suoi pregi: vedere come è organizzato un punto vendita, come funziona la logistica degli approvvigionamenti, la turnazione, anche come ci si deve rapportare con i clienti, è un bagaglio di esperienza prezioso. Qualcuno potrebbe dire: perché devo farlo gratis durante l’alternanza scuola lavoro? La risposta è semplice: perché devo pagarti per imparare quando posso chiamare qualcuno che è già stato ben formato?

Seconda cosa: è molto gettonata l’accusa di sfruttamento e che i ragazzi vengano costretti a lavorare gratis. C’è da fare una piccola considerazione: se una azienda riesce a macinare utili grazie al lavoro degli studenti allora è una azienda “di servizi” i cui servizi sono lavori a basso o nullo valore aggiunto come raccolta pomodori, pulizia, call center telefonico; lavori che può fare chiunque con qualsiasi preparazione, o impreparazione. Oppure è una azienda costruita solo per arraffare incentivi. Il primo caso è comunque utile perché ti rendi conto del “potere contrattuale” praticamente nullo che hai in quel tipo di lavori, nel secondo caso impari a riconoscere quali sono le aziende da cui diffidare, perché prima o poi arriva la grande inc…
Chi, docente, sostiene che una azienda, non dei due tipi precedenti, possa macinare utili su utili grazie al lavoro di manodopera non qualificata1 è uno che ha visto più da vicino proxima centauri che il mondo del lavoro al di fuori dell’ambiente scolastico o universitario2.
Il tirocinio non è lavoro; uno studente non ha, ed è giusto che non abbia, le responsabilità, gli obblighi e i doveri che invece ha un dipendente.  Se uno studente si sente sfruttato o se l’azienda non rispetta l’accordo con la scuola, lo studente ha tutto il diritto di ricusarlo protestando con chi dovrebbe vigilare. Peccato che ciò porti a scontrarsi con manchevolezze scolastiche. Meglio scaricare la colpa a Renzi ed alla Fedeli.

Terza cosa, un poco cinica, quanti fra quelli che stanno protestando che son sfruttati con l’alternanza scuola lavoro pensano che domani, ottenuto, magari per pietà o per “promoveatur ut amoveatur” un titolo le aziende faranno la lotta nel fango per assumerli come CEO? Se io devo investire in una nuova assunzione su chi mi conviene puntare? su chi, referenze alla mano, mi dimostra che certe cose le ha viste e magari le ha capite o su chi dice di averle ma non può dimostrare alcunché? Chi parla di stage passati solo a servire il caffè e/o a fare fotocopie dimostra, impietosamente, di non essere capace di vedere cosa sta capitando sotto i suoi occhi; di essere incapace di vedere cosa sia un ciclo produttivo o quali siano gli scopi del reparto, o dell’ente, cui sta lavorando. Di dire cosa stanno facendo i colleghi per i quali stava facendo fotocopie. Più che un “poverino costretto a fare fotocopie (nonostante un curriculum mirabolante3)” vedo un: “persona incapace di cogliere le opportunità di imparare”.
Immaginiamo la scena;
caso A: “buongiorno, vedo che ha fatto uno stage nella società X/al comune Y; cosa le è rimasto dello stage?” “ho visto come funziona il ciclo di produzione ho visto come si svolgono gli incontri con i fornitori/clienti, ho visto come si prepara una determina, un regolamento, una gara d’appalto.”
caso B: “buongiorno, vedo che ha fatto uno stage nella società X/al comune Y; cosa le è rimasto dello stage?” “ho fotocopie.”
Si nota qualche differenza? faccio notare anche che nel caso A quello che viene risposto è: “ho visto questo e quell’altro”, non “ho fatto quello e quell’altro”. Il caso A è qualcuno pronto a cogliere le occasioni per imparare; il caso B invece è il classico studente che se non viene ordinato esplicitamente di imparare si limita a fare il minimo per arrivare al sei. Se foste il direttore del personale di una azienda, su chi investireste?

Anche a me è capitato di dover fare tirocini lavorativi ove sì son stato sfruttato ma ho anche imparato, ovviamente più le soft skill che gli aspetti puramente tecnici. Ho visto come funzionava il ciclo lavorativo, ho fatto qualche lavoretto, palloso come correggere indirizzi web e semplici lavori da HTML-ista, lavori che avrebbe potuto fare anche una scimmia, però ho visto come funziona, da dentro, un ente pubblico, quali son le dinamiche e le logiche. Ho capito, a grandi linee, come funziona un bando di gara di un ente pubblico, dalla scrittura del bando alle riunioni pubbliche della commissione di gara (per ovvi motivi non ho potuto partecipare a quelle riservate). Ho imparato cose che poche scuole sarebbero state in grado di insegnare, perché non è il loro campo, perché per ovvi motivi i docenti non le avevano viste “dal di dentro”. Mi è stato utile anche successivamente, come funzionino i giochi sia lato pubblica amministrazione sia lato aziende.


  1. Gli studenti non son qualificati, fossero già superbamente qualificati e con le capacità che millantano cosa cazzo ci stanno a fare ancora a scuola? 
  2. una differenza fra i miei docenti universitari di linguaggi di programmazione “puramente accademici” e quelli provenienti dal mondo del lavoro era che per i primi dovevi studiare “tutto” e non potevi usare manuali o prontuari, cioè dovevi ricordarti a memoria la sintassi del linguaggio e le principali funzioni di libreria mentre per i secondi se non avevi il manuale potevi anche evitare di sostenere l’esame che tanto non ne avresti cavato piede. In effetti in ufficio nessuno si scandalizza se vede sulla tua scrivania i prontuari (la collana “in a nutshell”) della o’reilly o testi simili.
    Per uno studente lo scoprire che quello che serve è capire come funziona l’ereditarietà e quale sia la classe migliore da cui ereditare per risolvere il problema più che ricordarsi tutti i parametri di formattazione del printf, cui teneva tanto il professore, può essere traumatizzante. 
  3. infatti uno studente delle superiori è immediatamente pronto ad essere impiegato dall’azienda in attività “mission critical”  da subito. Serve un nuraghe seminuovo? 

venti secondi per valutare un curriculum /2

Un paio di settima fa mi è capitato di andare cena in un ristorante tenuto da amici e il discorso si è spostato sulla “selezione del personale”; mi hanno raccontato le loro vicissitudini per trovare personale di sala e di cucina da impiegare nel ristorante.

Dopo i loro racconti la vicenda della disoccupazione si vede da un punto di vista alquanto diverso. Il loro annunci di lavoro son stati presi di mira da molti CV, d’altronde in una zona come la sardegna dove le opportunità di lavoro son poche è ovvio che cerchi qualsiasi opportunità di lavoro, ed hanno dovuto sfrondare in fretta molti CV; la loro quantità presupponeva ovviamente di dover trovare in massimo 20” i CV da spedire nel cestino della carta straccia.

Queste sono state alcune loro linee guida per far fuori i CV:

1: Foto non appropriata: c’è stata gente che ha mandato nel CV non la classica foto tessera da carta di identità ma la stessa foto in costume da bagno del profilo FB, e qualcuna addirittura foto cui tagliava la fronte per mettere in evidenza la scollatura1. Tutti quei CV son finiti immediatamente nel cestino. E ci son finiti giustamente perché con foto simili non stai dicendo che sei professionale e vorresti lavorare ma che sei bello e vorresti essere pagato per farti guardare. La professionalità di un cameriere non si limita ai pettorali o a quello che ci sta davanti.

2: CV scritti in pessima ortografia, scritti come sms; posso capire che qualche errore di ortografia o di battitura possa scappare però leggere obbrobri del tipo: kome, xkè, ki, ke, hanno fatto scartare immediatamente il CV. Perché visto che i camerieri non dovrebbero andare a servire all’accademia della crusca? Per il banale motivo che le comande vanno scritte bene e devi essere capace sia di leggere (e capire) le istruzioni sia di scriverne per i colleghi.

3: CV pasticciati o dispersivi; cinque pagine di CV per un neodiplomato son semplicemente assurde; significa che hai messo in mezzo tanta fuffa per allungare il brodo. CV con tante esperienze di 1 giorno di lavoro oppure con sparate colossali senza referenze.  Ma sugli orrori dei CV ci sarebbe da scrivere moltissimo.

4: Pessimi profili FB associati al curriculum; piaccia o no oggi nella valutazione di un candidato si getta uno sguardo al suo profilo FB; hobby pericolosi, gruppi strani, comportamenti “discutibili”, vengono tenuti in conto. Sì, secondo alcune interpretazioni, per lo statuto dei lavoratori non si dovrebbe poter indagare sul profilo FB del dipendente visto che la legge vieta indagini preventive sul dipendente2, ma all’atto pratico come puoi dimostrare che sei stato scartato per quello che tu hai scritto nel tuo profilo “pubblico” su facebook3?  Sarebbe interessante anche discutere se la visione di un profilo FB “pubblico” sia o no indagine.

5: il caso più triste, persone senza specifiche professionalità cercate, non puoi inventarti cameriere di sala o cuoco, dall’oggi al domani. Capisco che se sei disoccupato qualsiasi opportunità sia da cogliere ma tentare senza avere i titoli richiesti significa candidarsi ad un sacco di porte in faccia.

Alla luce di quanto raccontato di come sia difficile trovare in mezzo a tanta cartaccia solo le persone da chiamare per un successivo colloquio, comincio a capire molti motivi della disoccupazione: persone che hanno poca cura nella ricerca del lavoro, che non hanno chiaro in testa cosa voglio fare, che non capiscono che il CV è un biglietto da visita ma contano anche le referenze, che son solo capaci di frignare.
Forse un poco di autocritica invece di raccontarsi le solite storielle autoassolutorie: “lavorano solo gli accozzati”, “tutti i datori di lavoro cercano solo schiavi da sfruttare a morte” sarebbero opportune.


  1. il buffo è che molti di quei CV li ha scremati una “lei”, eterosessuale. E con una donna eterosessuale l’argomento “tette” difficilmente è efficace anzi diventa alquanto controproducente. 
  2.  Statuto dei lavoratori Art. 8. – Divieto di indagini sulle opinioni.
    È fatto divieto al datore di lavoro, ai fini dell’assunzione, come nel corso dello svolgimento del rapporto di lavoro, di effettuare indagini, anche a mezzo di terzi, sulle opinioni politiche, religiose o sindacali del lavoratore, nonché su fatti non rilevanti ai fini della valutazione dell’attitudine professionale del lavoratore. 
  3. In questo caso il tizio ha scritto esplicitamente: ti scarto perché nel profilo ho visto che hai un fidanzato nero. Non avesse detto niente ed avesse scartato in silenzio il CV, non sei obbligato a fornire nessuna spiegazione del diniego di assunzione, sarebbe stato inattaccabile. 

Lavoro e discriminazione.

“attenzione post abbastanza polemico”

Stavo leggendo le vicende del ragazzo non assunto come cameriere perché nero e del regolamento della scuola svizzera di Milano.

Molti commenti chiedono, non capisco su che basi, l’intervento della magistratura per punire gli autori di cotali comportamenti razzisti e discriminatori; peccato che i reati, come li intendono i commentatori, esistano tanto quanto il reato di “sesso con minorenne”.

Non si può vietare di essere razzisti visto che non si può vietare a chicchessia di pensare questo o quello; quello che si può fare è punire le discriminazioni quando si riesce a dimostrare, oltre ogni ragionevole dubbio, che la scelta è sicuramente avvenuta per motivi discriminatori. Peccato che far ciò sia un impresa abbastanza ardua.

Prendiamo il caso del ragazzo; quando ho letto l’articolo ho pensato ad un fake, un datore di lavoro non può essere così ingenuo e così imbecille da ammettere candidamente che sta discriminando per il colore della pelle.  Anche perché un datore di lavoro quando assume il personale non è tenuto in alcun modo a giustificare a chicchesia perché abbia preferito Tizio rispetto a Caio. Avesse usato una scusa “standard”: abbiamo già trovato, scusa siamo al completo, son venuti meno clienti e quindi serve meno personale, nessuno avrebbe potuto dire nulla a parte una eventuale responsabilità precontrattuale del datore di lavoro.

Sarebbe stato un caso nel quale non si può dimostrare che la scelta del datore è sicuramente a causa della “volontà di discriminare”; idem ad esempio per la discriminazione “femminile”, la discriminazione esiste e le statistiche la dimostrano impietosamente però nel caso concreto come puoi dimostrare che Tizio abbia scelto Caio invece che Mevia, soprattutto se i CV dei due sono molto vicini,  solo per discriminazione per il sesso e non magari perché Caio gli ha ispirato più fiducia o Mevia gli è sembrata meno adatta alla posizione?

Non si può a meno di non voler inserire una barbarie come l’inversione dell’onere della prova ovvero deve essere il datore di lavoro a dimostrare di non aver discriminato invece che Mevia a dimostrare di essere stata discriminata (soluzione di stampo totalitario),  oppure inserire “quote” in ogni dove (soluzione delirante ed inconcludente).

Per loro natura le quote, come quella per i lavoratori disabili, le puoi inserire solo in ambiti lavorativi con tanto personale; non ha alcun senso inserire quote per PMI o imprese artigianali. A meno di non voler imporre quote anche per livello e settore io potrei cavarmela, nel rispetto quote, con una donna per le pulizie e un uomo come project manager. Le quote hanno anche la controindicazione di sostituirsi alla competenza; portano naturalmente alla domanda: “Ma Tizio è stato assunto perché capace o solo per rispettare una quota?” Un ultima cosa: quante e quali quote inserisci? per colore della pelle? per sesso? per orientamento sessuale? per religione? per squadra di calcio? E se per assurdo mi trovassi a dover scegliere fra una donna bianca e un uomo nero quale sarebbe la scelta meno discriminante?

Si finirà come in questa barzelletta (politically scorrect)

BOSS [rivolto a quattro dipendenti]: Quest’anno abbiamo subito grosse perdite, devo licenziare uno di voi per far quadrare i conti.
DIPENDENTE #1 [immigrato]: Non può licenziare me, sarebbe razzismo, la denuncio per discriminazione razzista.
DIPENDENTE #2 [donna]: Non può licenziare me, sarebbe maschilismo, la denuncio per discriminazione sessuale.

DIPENDENTE #3 [sindacalista]: Non può licenziare me, sarebbe un comportamento antisindacale, la denuncio per violazione dei diritti dei lavoratori.

 DIPENDENTE #4 [bianco, uomo, giovane]: (togliendo fuori un mascara) non starai pensando di licenziare me, bel maschione…

Il lavoro rubato dai clandestini

Una delle storie che girano spesso è la storiella che gli immigrati clandestini tolgano lavoro agli italiani. Quella, che che ne dicano le anime belle dell’accoglienza sempre&comunque, non è una frase del tutto sbagliata.

Che lavori “rubano” i clandestini? ovviamente non i lavori ad alto valore intellettuale aggiunto quanto i lavori di basso livello, quello per i quali non occorrono grandi capacità e per i quali un elevato turn over non è di ostacolo: raccolta frutta, pulizie, facchinaggio, vendite ambulanti…
Come hanno dimostrato i fatti di Rosarno spesso si preferisce “assumere” clandestini in nero perché molto più facilmente ricattabili e meno schizzinosi riguardo al rispetto delle norme sanitarie e di sicurezza; con il costo aziendale di un italiano “in regola” una azienda paga due o tre “schiavi” in nero1.
Degli amici che erano andati, una quindicina di anni or sono, a fare la vendemmia mi avevano raccontato che l’azienda metteva a disposizione degli alloggi, in quelli degli italiani dormivano sei persone, in quelli, identici, degli albanesi quindici. L’azienda, per salvare la faccia ovviamente aveva un paio di italiani “in regola” il resto erano extracomunitari “in amicizia”.
Quindi i clandestini in effetti “rubano” il lavoro a quella parte di popolazione che, vuoi per un motivo vuoi per un altro, devono mirare a lavori “umili” e di basso profilo2.
E questo spiega benissimo l’origine di certo razzismo come quello capitato a Rosarno. Come risolvere la questione? le soluzioni “attuabili”, che non siano ricorrere a Babbo Natale, sono entrambe dolorose, molto dolorose.

Se lotti senza tregua contro il nero obbligando le aziende ad assumere in chiaro ovviamente dei tre pagati in nero ne terranno uno e “licenzieranno” gli altri due. Che molto probabilmente andranno ad incrementare la microcriminalità o finiranno nelle maglie di un altro racket.  Con anche il rischio di mandare “fuori mercato” causa aumento dei costi di raccolta, molte aziende agricole.
Se invece attui una lotta senza quartiere all’immigrazione economica “illegale”, ovvero al di fuori della concessione di regolare visto dalle ambasciate e rilascio del visto subordinato al possesso di un lavoro “in chiaro”. Azioni che farebbero saltare immediatamente tutti gli illusi dell’accoglienza sempre e comunque e chi lavora nella filiera dell’accoglienza. Filiera che ha come sottoprodotto la fornitura di schiavi alle aziende agricole3.


  1. Se un lavoratore costa globalmente 100 ad una azienda, al lavoratore arriva un netto di circa 50; gli altri 50 son contributi previdenziali che deve versare l’azienda, contributi che deve versare il lavoratore e l’IRPEF. Ovviamente con il lavoro nero quei 50 fra contributi ed irpef non vengono dati allo stato ma usati per pagare un netto di 50 ad un’altra persona. 
  2. Buffo comunque che quando son stati chiamati esperti europei per dirigere i musei italiani molti accultuVati dell’accoglienza e del cosmopolitismo abbiano protestato come Salvini contro gli stranieri. 
  3. In pratica si sta ripetendo in piccolo quanto capitato negli Stati Uniti prima della guerra di secessione: il nord industriale lotta contro la schiavitù ed il sud, latifondista ed agricolo, lotta invece per mantenerla. 

cargo cult ed ingegneria gestionale

Il cargo cult (culto del cargo) è un culto religioso sviluppato da alcune popolazioni aborigene durante la seconda guerra mondiale; si trattava del copiare gli aeroporti e dell’imitare il comportamento del personale aeroportuale. Si parla di “cargo cult” quando qualcuno copia la forma senza però aver capito nulla della sostanza.

Una cosa che accomuna l’ingegneria del software e l’ingegneria gestionale è che spesso diventano oggetto di Cargo Cult da parte di incompetenti. Molti erroneamente ritengono che si tratti di attività facili, alla portata di chiunque, e che basti imitare vagamente la forma: diagrammi e tabelle, per arrivare alla sostanza. E quando tentano di reinventarsi ingegneri ottengono risultati che vanno dal comico al tragico (soprattutto per chi deve sopravvivere alle loro sparate o cercare di riparare).

Stamattina ho avuto un esempio di cargo cult dell’ingegneria gestionale; gli HR hanno chiesto la compilazione di una tabella sulle attività svolte. Nulla da eccepire, un feedback sulle attività è utile ed anche dovuto. Però ho trovato strano che mi venga chiesto l’autput (scritto così invece di output) del mio lavoro misurato secondo una metrica assurda ed inadatta.  Metrica di valutazione delle attività informatiche azzeccata più o meno come l’usare come metrica per valutare un giocatore di calcio il numero di rimesse laterali effettuate.

Proprio un esempio da manuale di cargo cult dell’ingegneria gestionale.

 

lei è troppo qualificata per questo lavoro

Stavo leggendo questo articolo del fatto quotidiano

Ricevere risposte spiazzanti, dal mondo italiano, come “sei troppo qualificata”, oppure “il tuo curriculum è impressionante ma al momento non abbiamo posizioni adeguate”.

Con annesso piagnisteo che le aziende cercano schiavi e non persone qualificate. Polemiche che dimostrano come molti pensino che il possesso di un titolo di studio implichi l’obbligo per qualcuno, spesso lo stato, di assumerti e di pagarti per quel titolo di studio.

La questione del “troppo qualificata” esiste e perché? le aziende quando assumono hanno in testa un profilo professionale ben preciso con determinate mansioni e, logicamente pagano, sulla base delle mansioni che la persona dovrebbe svolgere. Se il lavoro è acquisizione dati profilo  junior magari cercherò qualche ragazzo sveglio per ribattere i  dati al PC e nel caso farlo crescere in azienda, non cercherò un PhD in informatica teorica e, nel caso mi capiti di assumerlo per quel profilo, verrà pagato per il lavoro di acquisizione dati, il lavoro per il quale è stato assunto.

Se pensate che non sia giusto e che un PhD debba essere pagato da PhD qualunque lavoro esso svolga; chi sarebbe disposto a pagare 30 euro un MacBurger solo perché a prepararlo c’è qualche chef di grido? Penso nessuno, il piatto accetti di pagarlo molto quando vai al ristorante “tre stelle michelin” con qualche chefstar ai fornelli, non di certo in un fastfood.
Se vai al fast food a prenderti un hamburger vuoi spendere per un hamburger e accetti la qualità di un hamburger. A servono le competenze di uno chef di grido per prepare MacBurger? No, per niente. Serve assumere uno chef di grido, e ovviamente pagarlo da chef di grido, per preparare MacBurger? No, sarebbe un suicidio economico.
Se sei Carlo Cracco e mandi il CV al macdonald o vieni assunto, e pagato, come qualsiasi altro cuoco oppure la risposta sarà ovviamente: lei è troppo qualificato per un lavoro da cuoco, non abbiamo posizioni da chefstar nel fastfood.

Il mondo del lavoro è così: se a me servono, bastano, le competenze di un ragazzino per acquisire dati, cercherò ragazzini per acquisire dati e verranno pagati per il lavoro che dovranno svolgere; i PhD in informatica teorica tenderò ad evitarli per due motivi: il primo è che una persona sovraqualificata per un lavoro generalmente molla appena trova qualcosa di più adatto alle sue capacità, la seconda è che potrebbe piantare storie sostenendo che, in quanto dotato di PhD debba essere pagata più e meglio di un semplice diplomato, anche se fa lo stesso lavoro del diplomato.

Essere adatti al mondo del lavoro significa anche capire quali sono le sue esigenze e le sue logiche; molti rimangono disoccupati perché magari si intestardiscono a voler vendere ghiaccioli al limone in groenlandia e magari si offendono se la gente non compra i loro prodotti o i loro servizi.

I commenti all’articolo sono illuminanti: molti ritengono che andrebbero pagati non sulla base del lavoro che viene richiesto di svolgere ma sulla base dei loro titoli, o delle competenze che “credono” di avere1, con annesso codazzo degli sfigati che: “in italia si assumono solo accozzati, colpa dei politici…” .

PS

Parlo ovviamente di pagare un PhD da diplomato perché si chiede al PhD di fare un lavoro da diplomato, chi pretende di pagare un PhD per fare lavori di altissimo profilo per un pugno di noccioline è in torto marcio e l’unica cosa che merita è di essere repentinamente mollato non appena si trova qualcosa di meglio. Una cosa che ho imparato è che il mercato del lavoro è un mercato anche lato aziende, che è giusto per l’azienda cercare il meglio spendendo meno è giusto anche per il dipendente cercare il meglio dove guadagna di più; la lealtà ed il rispetto devono essere reciproci.


  1. ho conosciuto “trafficoni” convinti di essere dei guru dell’informatica che si scandalizzavano se Steve (Jobs) o Bill (Gates) prendevano decisioni strategiche senza prima consultarsi con loro. Una gran parte del lavoro che, a suo tempo, veniva era per risolvere i loro pasticci. 

io ciò il diritto a seguire i miei sogni

il fatto che io abbia diritto di credermi quello che mi pare (d’altronde chi può vietarlo o impedirlo) per molti si traduce nel dovere di tutti di riconoscere quello che io credo di essere. Un pseudodiritto analogo è il diritto a seguire i propri sogni, diritto che molti intendono come dovere per lo stato di farteli realizzare.

Questo messaggio comparso nei forum del fatto su una discussione riguardo all’alternanza scuola lavoro.

Quindi meglio pulire i cessi, almeno ti rendi conto da subito che nel mondo reale l’investimento che hai fatto tu (e chi ti ha insegnato) per anni e anni non serve a un tubo?
Non posso credere che lei la pensi così.
Oppure forse vale la pena dirlo prima, tipo: “hai 18 anni e non sei raccomandato? non proseguire gli studi e vai subito a pulire i cessi, meglio prima che buttar via altri 5 anni”

Primo errore “nel mondo reale l’investimento che hai fatto tu (e chi ti ha insegnato) per anni e anni non serve a un tubo?” la risposta è: potrebbe essere vero. Non è scritto da nessuna parte che un investimento fatto renda, esistono anche gli investimenti fallimentari e i fiaschi. Capisco che per certi docenti parlare dei fiaschi a scuola sia tabù, che spiegare realmente come gira il mondo fuori dalla scuola invece di illudere gli studenti che basti conoscere chi era Socrate per avere la poltrona di amministratore delegato da qualche parte possa essere controproducente. Il rischio è che lo studente si faccia due conti in tasca e valuti se continuare con Platone o mollare ed imparare come si monta un rubinetto. Per intenderci molta della crisi di certi indirizzi è proprio dovuta al fatto che vengano percepiti come “inutili” e inadatti al mondo del lavoro. Messaggi come quello non fanno altro che rafforzare tale impressione, che la scuola sia un sistema chiuso completamente alieno al  resto del mondo e che gli studenti siano a scuola non per imparare qualcosa, e qui ci sta veramente, di utile per loro, qualcosa che gli dia una cultura e della conoscenza ovvero la capacità di interpretare e di interagire con il mondo, fosse anche la conoscenza del pensiero socratico, ma solo per fornire un pretesto per mantenere i docenti ed il personale scolastico.

Da notare anche il riferimento alla raccomandazione; il piangere che vanno avanti sempre e solo i raccomandati mentre i bravi ed esperti finiscono al call center o a pulire i cessi è il classico piagnisteo scusante che assolve dalle proprie colpe e dai propri errori, permette di non ammettere le proprie manchevolezze. Non sono un illuso e sono consapevole che in italia ci siano sacche di malaffare e posti che vanno ad accozzati. Ma tutti quelli assunti per concorso che lavorano in una PA sono accozzati? in qualsiasi concorso passa solo l’accozzato? sempre, sempre, sempre? Mi sembra poco plausibile per il semplice motivo dei numeri in gioco. Per non parlare di tanti controesempi come questo; il figlio del medico personale di Berlusconi non riesce ad entrare perché scavalcato da Pierino, figlio accozzato del consigliere circoscrizionale di roccafritta di sotto? Se la risposta è sì, per favore, smettetela di menarla con la storia della nipote di Mubarak, grazie.

Una opinione riguardo alla lettera del suicida

Attenzione: articolo fortemente polemico.

Ho letto la lettera del trentenne che si è suicidato ad udine. Capisco che dei morti si debba parlar bene ma, spiace dirlo, la lettera non mi è piaciuta, l’ho vista anche io troppo lamentosa. Capisco la tragedia del ragazzo e mi spiace che abbia deciso di farla finita, però è sbagliato limitarsi a lanciare le solite, inutili, accuse contro la politica e la società senza fare un minimo sforzo per capire come mai si è arrivati ad una simile soluzione. Se si scava un poco si vede che i destinatari delle accuse non son altro che comodi capri espiatori usati per evitare di guardare in faccia ai propri errori. Il mondo è una jungla non il villaggio dei puffi, esiste la competizione ed è sfrenata; i sogni son belli ma per vivere nel mondo bisogna venire a patti con la realtà. Dare la colpa al precariato, come avviene nella lettera, è come dare la colpa del fiasco a scuola solo al docente che non rende interessante la materia, dare la colpa dell’essere finito in panchina solo all’allenatore incapace, del due di picche solo al fatto che lei è stronza, senza alcuna riflessione su di sé ed alcuna autocritica. Crescere significa anche guardare in faccia la realtà e smetterla con le balle autoassolutorie. Non voglio condannare il ragazzo che si è suicidato però ritengo sia abbastanza pericolosa una mentalità “deresponsabilizzante” dove la colpa è sempre degli altri. Ho visto l’effetto a scuola dove un docente “severo” oramai rischia di essere deferito alla corte dell’Aja per crimini contro l’umanità, dove il mettere gli studenti davanti alle loro manchevolezze viene considerata una tortura brutale. Eppure guardare e prendere consapevolezza delle proprie manchevolezze significa anche imparare ad accettarle ed accettarsi e anche il primo passo per cercare di superarle. Una cosa che avevo scritto in vari commenti è che se non abitui lo studente ad accettare e superare lo stress di una sconfitta quello, finite le scuole, quando si troverà davanti sconfitte senza che la mamma possa andare a rimproverare il docente, cosa farà? Disperazione cupa come quella del povero ragazzo.

(…)Da questa realtà non si può pretendere niente. Non si può pretendere un lavoro, non si può pretendere di essere amati, non si possono pretendere riconoscimenti, non si può pretendere di pretendere la sicurezza, non si può pretendere un ambiente stabile.

Purtroppo il mondo è così, tu non puoi pretendere non perché sia sbagliato pretendere ma perché nessuno è obbligato a darti così come tu non sei obbligato a dare a nessuno. Non sei obbligato ad andare da un filosofo per discutere di filosofia, non sei obbligato ad amare jenny la cozza e non puoi pretendere che mary la figona te la dia solo perché tu la vuoi. Purtroppo queste cose se non le impari da piccolo, che non tutti i desideri si possono realizzare, da grande ne soffri enormemente di più. Questo è il danno che fa lo spazzaneve se ti cammina davanti molto a lungo. Appena lo spazzaneve smette di funzionare ti blocchi perché, senza il suo aiuto, non sei più capace di andare avanti.

Non ci sono le condizioni per impormi, e io non ho i poteri o i mezzi per crearle. Non sono rappresentato da niente di ciò che vedo e non gli attribuisco nessun senso: io non c’entro nulla con tutto questo. Non posso passare la vita a combattere solo per sopravvivere, per avere lo spazio che sarebbe dovuto, o quello che spetta di diritto, cercando di cavare il meglio dal peggio che si sia mai visto per avere il minimo possibile. Io non me ne faccio niente del minimo, volevo il massimo, ma il massimo non è a mia disposizione.
Di no come risposta non si vive, di no si muore, e non c’è mai stato posto qui per ciò che volevo, quindi in realtà, non sono mai esistito. Io non ho tradito, io mi sento tradito, da un’epoca che si permette di accantonarmi, invece di accogliermi come sarebbe suo dovere fare.

Questa per me è la parte centrale, sarò duro ma mi sembrano capricci: “lo spazio che spetta di diritto”, quale è?  “volevo il massimo, ma il massimo non è a mia disposizione.”, “un’epoca che si permette di accantonarmi, invece di accogliermi come sarebbe suo dovere fare”. Non vorrei fare la iena che cinicamente specula sulle disgrazie altrui ma quelle frasi per me sono emblematiche. Leggendole ho avuto l’impressione di qualcuno che creda ancora a babbo natale, soprattutto l’ultima. “un epoca che si permette di accantonarmi”; quando mai ci son state epoche dove non si rischiava di venire accantonati, dove non ci son stati “accantonati”? Temo che al ragazzo sia stato fatto credere di vivere nel villaggio dei puffi e poi il bagno di realtà sia stato per lui fatale.

Dentro di me non c’era caos. Dentro di me c’era ordine. Questa generazione si vendica di un furto, il furto della felicità. Chiedo scusa a tutti i miei amici. Non odiatemi. Grazie per i bei momenti insieme, siete tutti migliori di me. Questo non è un insulto alle mie origini, ma un’accusa di alto tradimento.
P.S. Complimenti al ministro Poletti. Lui sì che ci valorizza a noi stronzi.
Ho resistito finché ho potuto.

E che c’entra il ministro? anche questo post-scritto è emblematico; il ministro Poletti avrà le sue, lievi, gravi non importa, colpe, ma di certo la colpa di non aver trasformato l’italia nel villaggio dei puffi dove il puffo inventore fa il puffo inventore e il puffo pasticcere fa il puffo pasticcere non appartiene a lui. Avrà mille altre colpe ma non è compito del ministero del lavoro trovare ad ognuno il lavoro che desidera. La realtà purtroppo è un compromesso fra ciò che si vorrebbe fare, ciò che si è in grado realmente di fare e ciò che si riesce a fare. Non è detto che sia il massimo o il lavoro dei desideri e non è detto che sia il minimo. Accusare di tutto i politici, compresi i propri fallimenti, può essere autoassolutorio ma spesso è solo una scusa per evitare di ammettere le proprie manchevolezze ed i propri errori.

PS

Per i tanti commentatori che hanno preso la lettera come pretesto per accusare la ka$ta di quanto è capitato; sarei curioso di conoscere la risposta ad una semplice domanda: “cosa avrebbe dovuto e potuto fare il ministro per far sì che tale tragedia non capitasse?”. Ovviamente mi aspetto una risposta che parli dei doveri e dei poteri del ministero; spero che le risposte non si limitino ad un infatile: “avrebbe dovuto creare il posto di lavoro che lui desiderava in modo che potesse venire assunto”.