la segretaria di dimaio…

Stavo leggendo sui social le reazioni a questa notizia

Il leader M5S interviene sul caso di Assia Montanino, la 26enne che avrà un compenso annuo al ministero di 73mila euro come segretaria particolare: “È figlia di un commerciante che ha denunciato i suoi usurai, le ho offerto un’opportunità di tirocinio quando ero vicepresidente della Camera”. La ‘segretaria particolare’ su Facebook: “Guadagno tremila e trecento euro”

Quello che vedo nei social son tanti rosicamenti e tanti che protestano su come mai la tizia sia stata chiamata come segretaria particolare e pagata così tanto senza un concorso, senza una selezione etc. etc.

La notizia è stata costruita ad arte per sollevare polemiche; quello che il si è omesso è di dire è:

UNO: ogni ministro ha diritto ad un ufficio di gabinetto costituito da personale di sua strettissima fiducia. Terra terra il ministro può chiamare chi vuole a lavorare in quell’ufficio, il personale non è di ruolo e lavora fino a quando rimane il ministro, quando il ministro cambia il personale del vecchio ufficio di gabinetto decade1. Quindi non è una assunzione in ruolo ma una assunzione temporanea.

DUE: Il segretario particolare non è una figura apicale, un dirigente per intenderci come invece è il capo di gabinetto, e non è un esperto come i consulenti, è un segretario; per questo non è richiesto un curriculum “monstre”, anzi prendere una persona superesperta come segretario è uno spreco visto che sarebbe, nel caso, più utile come consulente.

TRE: La retribuzione del personale degli uffici di gabinetto non è decisa dal ministro ma dalla legge, quella retribuzione è la retribuzione stabilita dalla legge per il ruolo di segretario particolare. Quindi perché evidenziare quanto prende? (che poi è lo stesso che prendono gli altri segretari particolari e che prendevano anche quelli dei ministri e sottosegretari del governo precedente).

TRE BIS: Perché una segretaria prende così tanto? c’è da dire che gestire l’agenda, la corrispondenza e le comunicazioni di un ministro è un lavoro leggermente più delicato di gestire la segreteria di una scuola oppure quella di un comune. In ogni caso che sia alto o che sia basso, la retribuzione è quella stabilita dalla legge.

Senza queste tre informazioni2 la notizia viene interpretata come: “dimaio chiama l’amica a millemila euro al mese quando si lamentavano del clientelismo politico3.”

Vero che i posti negli uffici di diretta collaborazione vengono utilizzati per fare clientelismo politico; ogni tanto si parla di tizio, figlio di un politico chiamato nella segreteria di un ministro amico o di caio che nomina la compagna in tali uffici, ma questi imho son peccattucci; il vero scandalo è un altro: i tanti precari della pubblica amministrazione assunti per vie traverse e poi spostati in ruolo (leggasi regolarizzati ed assunti a tempo indeterminato) senza uno straccio di concorso…

Stranamente però di regolarizzazioni di precari, senza concorso, ho letto poche polemiche nei giornali.

 


  1. decreto legislativo 30 marzo 2001, n. 165 art. 14 comma 2.
    Per l’esercizio delle funzioni di cui al comma 1 il Ministro si avvale di uffici di diretta collaborazione, aventi esclusive competenze di supporto e di raccordo con l’amministrazione, (omissis)
    A tali uffici sono assegnati, nei limiti stabiliti dallo stesso regolamento: (omissis)
    collaboratori assunti con contratti a tempo determinato disciplinati dalle norme di diritto privato;(omissis)
    All’atto del giuramento del Ministro, tutte le assegnazioni di personale, ivi compresi gli incarichi anche di livello dirigenziale e le consulenze e i contratti, anche a termine, conferiti nell’ambito degli uffici di cui al presente comma, decadono automaticamente ove non confermati entro trenta giorni dal giuramento del nuovo Ministro. (omissis) 
  2. E qui devo dare ragione a Mauro; una verità parziale è molto più pericolosa e fuorviante di una balla completa. 
  3.  Da notare comunque come ci siano molti rosiconi “bipartisan”, convinti che tutti debbano lavorare solo per la gloria e solo loro siano i meritevoli di essere nominati all’istante CEO di qualche multinazionale con il PIL del Rwanda come stipendio medio mensile (+bonus e benefit ovviamente). 
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neoluddisti

Sorgente: Operaio licenziato dopo 30 anni, al suo posto una macchina: “Sa fare il suo lavoro” – Cronaca – L’Unione Sarda.it

Ha lavorato per 30 anni per la stessa azienda di Melzo (Milano), la Greif Italia.

Ora a quattro anni dalla pensione, per un 61enne di nazionalità marocchina – il quale convive con una pesante disabilità dal 1991, visto che ha perso una mano – è arrivata la lettera di licenziamento: la sua posizione lavorativa è stata “soppressa” dopo l’arrivo di un macchinario che svolge le sue stesse mansioni.

La società infatti ha comunicato di aver avanzato il licenziamento “per giustificato motivo oggettivo”, in seguito alla riorganizzazione aziendale all’interno della ditta che si occupa di fusti e imballaggi metallici.

Dopo l’installazione di una macchina (denominata Paint Cap Applicator) che svolge in automatico le stesse mansioni finora svolte dall’operaio, ovvero la posa dei tappi provvisori sui flaconi appena prodotti, nella lettera l’azienda sostiene di aver valutato la possibilità di trovare per il 61enne un’altra collocazione, ma “purtroppo non è stata reperita alcuna posizione lavorativa vacante, essendo tutti i posti già occupati da altri dipendenti”.

La ditta riconosce all’uomo l’indennità di legge, ma dopo un fallito il tentativo di conciliazione, il licenziamento è diventato effettivo.

Il lavoratore si è rivolto a un legale, l’avvocato penalista Mirko Mazzali, che ha commentato il caso: “È ingiusto licenziare una persona che ha lavorato 30 anni in un posto, che si ritrova disoccupato a un passo dalla pensione, perché una macchina ha preso il suo posto. Un’ingiustizia tanto più grave considerando che è una persona con una disabilità tale da rendergli difficile la ricerca di un nuovo impiego”.

Sinceramente articoli come questo mi sembrano  “Trollate” solo per cagionare indignazione un tanto al chilo, indignazione che fa vendere tanto, ma tanto. Il comportamento della ditta può essere considerato poco “gentile”; ma penso sia meglio non mescolare i comportamenti illegali con i comportamenti “poco gentili”, i primi son da sanzionare perché vietati dalla legge, i secondi invece per quanto non possano piacere restano tuttavia leciti.

Qui invece vedo la solita, colpevole, confusione fra comportamenti illegali e comportamenti “immorali”; i primi son vietati e, nel caso si compiano, sanzionati dalla giustizia, i secondi per quanto possano apparire disgustosi non son vietati dalla legge e quindi son permessi.

Mi ha fatto pensare anche la frase dell’avvocato: “È ingiusto licenziare una persona (…), perché una macchina ha preso il suo posto. “; piaccia o no il fare le cose meglio e a costo minore è uno dei motori del progresso. Se adesso giriamo con i tasca computer estremamente potenti a prezzi contenuti è anche grazie all’automazione ed alla produzione di massa. E così per tanti altri beni.

Bloccare l’innovazione significa anche il rischio che le aziende vengano spedite fuori mercato da aziende estere che innovano e far fuggire chi ha bisogno di puntare sull’innovazione per galleggiare in un mercato oramai globale.

Botte piena e moglie ubriaca

Stavo leggendo questo editoriale di Feltri: La predicatrice – La Stampa;

(…)Nel 2016 la presidente della Camera, Laura Boldrini, per dimostrarsi zelante quanto gli altri, annunciò un impegno senza precedenti lungo la strada della sobrietà. «Uno sforzo che i cittadini ci riconosceranno» (poi Boldrini si è candidata con Liberi e Uguali e non gliel’hanno tanto riconosciuto, guarda un po’). Insomma, taglia qui, taglia là, Montecitorio riesce a stare sotto il miliardo di spesa annua. Fra l’altro si fanno gare al ribasso: chi chiede meno ottiene l’appalto. È successo anche alle imprese delle pulizie, e da qualche giorno (di nuovo, guarda un po’) le donne che lucidano scaloni e corridoi del Palazzo stanno protestando. Persino con un certo garbo per gente che si alza alle 4 del mattino per lavorare 14 ore alla settimana a 370 euro al mese (6,60 l’ora! A Montecitorio!).

È che nel 2016, dopo avere spuntato contratti meno vantaggiosi, le imprese delle pulizie si sono rifatte sulle lavoratrici, riducendogli paghe già ridicole di un ulteriore 10 per cento. Bel capolavoro. Dunque, tornando all’inizio, anche Boldrini si diminuì lo stipendio. Ma per una tale predicatrice di giustizia sociale, non sarebbe stato meglio tenersi l’assegno e fare un po’ di attenzione a che le capitava sotto al naso?

Mi sembra che Feltri non abbia colto il punto; è vero che dalle inefficienze della spesa pubblica molti mangiano, comprese anche le ultime ruote del carro, ma parimenti è vero che con una spesa pubblica più efficiente puoi liberare risorse per investire. Gira che rigira i soldi son sempre quelli; puoi spendere 1000 spendendo 800 per pulizie e 200 per borse di studio oppure tutti e 1000 per le pulizie.  Si può scegliere di pagare gli addetti alle pulizie come primari ospedalieri; ma poi non ci si lamenti che per un addetto alle pulizie si spende tanto quanto si spende per retribuire un primario ospedaliero.

Se la Boldrini avesse fatto stipulare contratti “svantaggiosi” imho sarebbe partito il coretto: “ma perché la camera paga un impresa delle pulizie il 20% in più rispetto al prezzo di mercato? Sprechi, accozzi, l’hanno fatto per chiamare a lavorare la prima compagna di stanza della sorella della cognata della cugina della Boldrini… (1/2 cit)”

Il problema, che feltri non coglie è: “la retribuzione dei lavoratori è in linea con le norme vigenti in italia? l’azienda vincitrice rispetta le norme?” Se la risposta è no allora il problema non è la Boldrini e le sue gare d’appalto quanto l’omessa vigilanza che il vincitore rispetti la normativa.

Se la risposta è sì invece la riflessione da aprire sarebbe quella su quanto le norme vigenti siano realmente utili per la tutela dei lavoratori e, nel caso se sia opportuno un loro adeguamento e/o aggiornamento, ma questa è una questione prettamente politica che esula completamente dal comportamento della Boldrini. Aprire tale dibattito non dovrebbe essere compito di una figura di garanzia quale quella del presidente della Camera dei Deputati.  Son domande a cui la politica deve dare risposta, e la risposta deve valere sia per Anna che va a fare le pulizie alla Camera che per Michela che va a lavare le scale del condominio di via Sardegna 18. Paghiamo Anna come un primario ospedaliero, e Michela che fa il suo stesso lavoro si fotte?

Nella vicenda riportata noto anche un altro buco: dove sono i sindacati, figure istituzionalmente preposte alla tutela dei lavoratori? perché non hanno sollevato la questione? Se la retribuzione dei lavoratori è bassa mi aspetto minimo una vertenza sindacale, a maggior ragione se la controparte è una che si riempie la bocca con parole come diritti dei lavoratori1.

Quindi cosa si vuole? Si vuole davvero tornare al periodo in cui la politica spendeva 1.000 per coltivare i propri orticelli ma allo sfigato almeno 10 arrivava? Beh si abbia il coraggio di scriverlo chiaramente. Purtroppo l’avere la botte piena e la moglie ubriaca, per quanto possa essere una situazione ideale, è praticamente inattuabile.

 


  1. La CGIL, come tutti i sindacati, non è tenuta ad applicare, per i propri dipendenti, l’articolo 18 dello statuto dei lavoratori, non si è fatta scrupolo di usare i voucher… 

Permesso retribuito per curare il cane – Il Sole 24 ORE

A furia di chiamare diritti i capricci, qualcuno comincerà a chiamare capricci i diritti.

Sorgente: Permesso retribuito per curare il cane – Il Sole 24 ORE

un permesso retribuito a norma di contratto collettivo dei dipendenti pubblici per «grave motivo famigliare e personale»: assistere il cane malato. È accaduto a Roma, dove una lavoratrice single dell’Università La Sapienza ha ottenuto di assentarsi dal lavoro per due giorni perchè l’animale domestico necessitava di un intervento medico veterinario urgente e indifferibile alla laringe e poi andava accudito. A una prima richiesta della donna il datore di lavoro ha risposto, a voce, negativamente ma dopo il supporto tecnico-giuridico dell’ufficio legale della Lega antivivisezione e ricevuto anche il certificato del veterinario, le cose sono cambiate.

(…)

Soddisfazione degli animalisti: «D’ora in avanti, con le dovute certificazioni medico-veterinarie – ha detto il presidente Lav Gianluca Felicetti -, chi si troverà nella stessa situazione potrà citare questo importante precedente. Un altro significativo passo in avanti che prende atto di come gli animali non tenuti a fini di lucro o di produzione sono a tutti gli effetti componenti della famiglia», conclude.

 

Lavorare non Rende – Corriere.it

Bellissima sbroccata di gramellini che dimostra come i giornalisti talvolta vivano nell’iperuranio e parlino “del boschetto della (loro) fantasia e del fottio di animaletti un po’ matti” più che di interpretare la realtà.

Sorgente: Lavorare non Rende – Corriere.it

Immagina di avere trentacinque anni e di guadagnarti ancora da vivere in un call center. Avevi cominciato da ragazzo per metterti in tasca qualche euro in attesa di meglio. Ma il meglio non è mai arrivato e adesso ti ritrovi adulto con le cuffie a molestare telefonicamente degli sconosciuti o a fare da capro espiatorio alla loro ira per la memorabile somma di 750 euro al mese.

Mario, (nome di fantasia) hai iniziato a lavora in un call center e sei rimasto fermo lì per un sacco di tempo. Spiace dirlo ma nei lavori a bassissima qualità intellettuale, quelli dove le persone le sostituisci alla perfezione in cinque minuti non hai molto potere “sindacale”; l’unica forza è il numero. Ergo non son lavori sui quali ci puoi fare affidamento. L’ho appreso io lavorando nel mondo dell’informatica e non riesce a capirlo un signor giornalista?
Io mi chiederei perché si è rimasti fermi; problemi familiari? incapacità, dovute magari ad una scuola che ti ha illuso di essere preparatissimo ma che ti ha fatto uscire più ignorante di quando ci sei entrato? Pigrizia?

Soldi comunque irrinunciabili, perché nel frattempo persino tu ti sei azzardato a mettere su famiglia. Sul mercato del lavoro sei un numero fungibile. Su quello della politica un numero e basta, perché nessun partito si occupa di te: non vai di moda. Ti resta la dignità con cui rifiuti un accordo sindacale che ti avrebbe ridotto all’osso i già dimagriti diritti e dimezzato i magrissimi straordinari.

Per “alzare la posta” occorre avere merce di scambio. Quanto vale per l’azienda il lavoro di Mario? se Mario porta un saldo positivo di 1.000 euro fra quanto “costa” all’azienda e quanto “fa guadagnare” all’azienda è una cosa, se il saldo è di 1 solo euro, il discorso, lato azienda cambia.

Per tutta risposta l’azienda — che in questa storia si chiama Almaviva, ma ha altri mille nomi ogni giorno, in ogni parte del mondo — ti recapita a casa una lettera in cui annuncia il tuo trasferimento immediato da Milano a Rende, provincia di Cosenza. Tu pensavi che nell’era della banda larga non fosse necessario andare dall’altra parte della penisola per continuare a rispondere a una telefonata.

Magari a Cosenza gli affitti della sede di lavoro non costa come milano, magari i servizi accessori: pulizie, ristorazione, non costano come a milano. Magari spostandosi l’azienda aumenta gli utili. Mario è indispensabile ed è indispendabile che stia a Milano o per un Mario che molla si trovano immediatamente cento Luigi pronti a fare il suo lavoro?

Magari tuo padre era salito a Milano dal Meridione per trovare un lavoro, e ora a te si chiede di compiere il cammino inverso, separandoti dalla tua famiglia senza neanche una prospettiva di crescita economica o professionale.

Per avere prospettive devi avere le capacità di crescere, altrimenti resti fermo al palo. E cinicamente quanto può essere capace di “crescere” uno che è già rimasto al palo per un sacco di tempo?  Perché le squadre di serie A cercano, come titolari, campioni giovani e non giocatori trentacinquenni di media carriera?

Ti senti sconfitto dalla vita e ti domandi: ma un sistema che si basa sul malessere della maggioranza quanto ancora potrà durare?

Quanto può durare un sistema che illude gli ignoranti di essere dei dottoroni, che illude gli incapaci di essere dei guru indispensabili, che fa credere agli studenti che qualsiasi lavoro al di sotto del ruolo di amministratore delegato sia becero sfruttamento? Mario ha forza non per quello che sa fare o per quello che può portare all’azienda, ha forza perché è un numero e basta. E un numero “piccolo” soccombe sempre davanti ad un numero grande.

PS

Se si ama tanto il bel tempo andato perché allora non propone al corriere di mandare al diavolo l’informatica e di tornare ai vecchi linotype? Si ha idea di quanti vecchi tipografi ed impaginatori si potranno impiegare?

my 2 cents su alternanza scuola lavoro.

Stavo leggendo le polemiche sull’alternanza scuola lavoro; alcune le ho trovate giuste e motivate, altre invece mi son sembrate un pretestruoso piagnisteo.

Premessa: l’alternanza deve essere svolta a norma di legge, usare gli studenti come sostituti dei dipendenti o in progetti che non c’entrano niente con gli accordi stretti dalla scuola è reato e sia chi compie tali azioni, sia chi omette di controllare andrebbe chiamato a rispondere delle sue manchevolezze, come è giusto che sia. Però il fatto che possano esistere pirati della strada di per sé non è un valido motivo per revocare la patente a tutti e vietare, in toto, i veicoli a motore. Se ci son storture è giusto vengano denunciate e perseguite. Ma ciò non significa che tutto sia stortura.

Prima cosa: a cosa serve l’alternanza scuola lavoro. Non serve per imparare un lavoro o una professione; in quattrocento ore in tre anni è impossibile farlo, a meno che non si parli di lavori a bassissima professionalità. Serve per vedere, vedere non fare, vedere, come funziona il mondo del lavoro, quali sono le sue logiche, che ovviamente son diverse da quelle della scuola, capire cosa sia una consegna, capire, vedendo degli esempi cosa sia l’organizzazione del personale, la distribuzione del lavoro, come si porta avanti un progetto od un lavoro, quali son le fasi di lavoro. Si ha la possibilità di vedere da vicino tali cose, e, spesso l’averle viste da vicino è una marcia in più nel CV. Le così dette soft skills, che sono “trasversali” e comuni a tutto il mondo del lavoro. Sapere che il mondo del lavoro ragiona in maniera diversa dal mondo accademico è un vantaggio.
Sapere, e vedere, cos’è una mansione, come ci si rapporta fra colleghi e con i superiori e gli inferiori, capire quali siano le logiche ed i vincoli di una impresa è un bagaglio di esperienze utili da acquisire. Ed, imho, è meglio acquisirle quando si è ancora in formazione, aiutati dalla scuola, che dover poi far tutto da soli dopo.
Anche il mcDonald ha i suoi pregi: vedere come è organizzato un punto vendita, come funziona la logistica degli approvvigionamenti, la turnazione, anche come ci si deve rapportare con i clienti, è un bagaglio di esperienza prezioso. Qualcuno potrebbe dire: perché devo farlo gratis durante l’alternanza scuola lavoro? La risposta è semplice: perché devo pagarti per imparare quando posso chiamare qualcuno che è già stato ben formato?

Seconda cosa: è molto gettonata l’accusa di sfruttamento e che i ragazzi vengano costretti a lavorare gratis. C’è da fare una piccola considerazione: se una azienda riesce a macinare utili grazie al lavoro degli studenti allora è una azienda “di servizi” i cui servizi sono lavori a basso o nullo valore aggiunto come raccolta pomodori, pulizia, call center telefonico; lavori che può fare chiunque con qualsiasi preparazione, o impreparazione. Oppure è una azienda costruita solo per arraffare incentivi. Il primo caso è comunque utile perché ti rendi conto del “potere contrattuale” praticamente nullo che hai in quel tipo di lavori, nel secondo caso impari a riconoscere quali sono le aziende da cui diffidare, perché prima o poi arriva la grande inc…
Chi, docente, sostiene che una azienda, non dei due tipi precedenti, possa macinare utili su utili grazie al lavoro di manodopera non qualificata1 è uno che ha visto più da vicino proxima centauri che il mondo del lavoro al di fuori dell’ambiente scolastico o universitario2.
Il tirocinio non è lavoro; uno studente non ha, ed è giusto che non abbia, le responsabilità, gli obblighi e i doveri che invece ha un dipendente.  Se uno studente si sente sfruttato o se l’azienda non rispetta l’accordo con la scuola, lo studente ha tutto il diritto di ricusarlo protestando con chi dovrebbe vigilare. Peccato che ciò porti a scontrarsi con manchevolezze scolastiche. Meglio scaricare la colpa a Renzi ed alla Fedeli.

Terza cosa, un poco cinica, quanti fra quelli che stanno protestando che son sfruttati con l’alternanza scuola lavoro pensano che domani, ottenuto, magari per pietà o per “promoveatur ut amoveatur” un titolo le aziende faranno la lotta nel fango per assumerli come CEO? Se io devo investire in una nuova assunzione su chi mi conviene puntare? su chi, referenze alla mano, mi dimostra che certe cose le ha viste e magari le ha capite o su chi dice di averle ma non può dimostrare alcunché? Chi parla di stage passati solo a servire il caffè e/o a fare fotocopie dimostra, impietosamente, di non essere capace di vedere cosa sta capitando sotto i suoi occhi; di essere incapace di vedere cosa sia un ciclo produttivo o quali siano gli scopi del reparto, o dell’ente, cui sta lavorando. Di dire cosa stanno facendo i colleghi per i quali stava facendo fotocopie. Più che un “poverino costretto a fare fotocopie (nonostante un curriculum mirabolante3)” vedo un: “persona incapace di cogliere le opportunità di imparare”.
Immaginiamo la scena;
caso A: “buongiorno, vedo che ha fatto uno stage nella società X/al comune Y; cosa le è rimasto dello stage?” “ho visto come funziona il ciclo di produzione ho visto come si svolgono gli incontri con i fornitori/clienti, ho visto come si prepara una determina, un regolamento, una gara d’appalto.”
caso B: “buongiorno, vedo che ha fatto uno stage nella società X/al comune Y; cosa le è rimasto dello stage?” “ho fatto fotocopie.”
Si nota qualche differenza? faccio notare anche che nel caso A quello che viene risposto è: “ho visto questo e quell’altro”, non “ho fatto quello e quell’altro”. Il caso A è qualcuno pronto a cogliere le occasioni per imparare; il caso B invece è il classico studente che se non viene ordinato esplicitamente di imparare si limita a fare il minimo per arrivare al sei. Se foste il direttore del personale di una azienda, su chi investireste?

Anche a me è capitato di dover fare tirocini lavorativi ove sì son stato sfruttato ma ho anche imparato, ovviamente più le soft skill che gli aspetti puramente tecnici. Ho visto come funzionava il ciclo lavorativo, ho fatto qualche lavoretto, palloso come correggere indirizzi web e semplici lavori da HTML-ista, lavori che avrebbe potuto fare anche una scimmia, però ho visto come funziona, da dentro, un ente pubblico, quali son le dinamiche e le logiche. Ho capito, a grandi linee, come funziona un bando di gara di un ente pubblico, dalla scrittura del bando alle riunioni pubbliche della commissione di gara (per ovvi motivi non ho potuto partecipare a quelle riservate). Ho imparato cose che poche scuole sarebbero state in grado di insegnare, perché non è il loro campo, perché per ovvi motivi i docenti non le avevano viste “dal di dentro”. Mi è stato utile anche successivamente, come funzionino i giochi sia lato pubblica amministrazione sia lato aziende.


  1. Gli studenti non son qualificati, fossero già superbamente qualificati e con le capacità che millantano cosa cazzo ci stanno a fare ancora a scuola? 
  2. una differenza fra i miei docenti universitari di linguaggi di programmazione “puramente accademici” e quelli provenienti dal mondo del lavoro era che per i primi dovevi studiare “tutto” e non potevi usare manuali o prontuari, cioè dovevi ricordarti a memoria la sintassi del linguaggio e le principali funzioni di libreria mentre per i secondi se non avevi il manuale potevi anche evitare di sostenere l’esame che tanto non ne avresti cavato piede. In effetti in ufficio nessuno si scandalizza se vede sulla tua scrivania i prontuari (la collana “in a nutshell”) della o’reilly o testi simili.
    Per uno studente lo scoprire che quello che serve è capire come funziona l’ereditarietà e quale sia la classe migliore da cui ereditare per risolvere il problema più che ricordarsi tutti i parametri di formattazione del printf, cui teneva tanto il professore, può essere traumatizzante. 
  3. infatti uno studente delle superiori è immediatamente pronto ad essere impiegato dall’azienda in attività “mission critical”  da subito. Serve un nuraghe seminuovo? 

venti secondi per valutare un curriculum /2

Un paio di settima fa mi è capitato di andare cena in un ristorante tenuto da amici e il discorso si è spostato sulla “selezione del personale”; mi hanno raccontato le loro vicissitudini per trovare personale di sala e di cucina da impiegare nel ristorante.

Dopo i loro racconti la vicenda della disoccupazione si vede da un punto di vista alquanto diverso. Il loro annunci di lavoro son stati presi di mira da molti CV, d’altronde in una zona come la sardegna dove le opportunità di lavoro son poche è ovvio che cerchi qualsiasi opportunità di lavoro, ed hanno dovuto sfrondare in fretta molti CV; la loro quantità presupponeva ovviamente di dover trovare in massimo 20” i CV da spedire nel cestino della carta straccia.

Queste sono state alcune loro linee guida per far fuori i CV:

1: Foto non appropriata: c’è stata gente che ha mandato nel CV non la classica foto tessera da carta di identità ma la stessa foto in costume da bagno del profilo FB, e qualcuna addirittura foto cui tagliava la fronte per mettere in evidenza la scollatura1. Tutti quei CV son finiti immediatamente nel cestino. E ci son finiti giustamente perché con foto simili non stai dicendo che sei professionale e vorresti lavorare ma che sei bello e vorresti essere pagato per farti guardare. La professionalità di un cameriere non si limita ai pettorali o a quello che ci sta davanti.

2: CV scritti in pessima ortografia, scritti come sms; posso capire che qualche errore di ortografia o di battitura possa scappare però leggere obbrobri del tipo: kome, xkè, ki, ke, hanno fatto scartare immediatamente il CV. Perché visto che i camerieri non dovrebbero andare a servire all’accademia della crusca? Per il banale motivo che le comande vanno scritte bene e devi essere capace sia di leggere (e capire) le istruzioni sia di scriverne per i colleghi.

3: CV pasticciati o dispersivi; cinque pagine di CV per un neodiplomato son semplicemente assurde; significa che hai messo in mezzo tanta fuffa per allungare il brodo. CV con tante esperienze di 1 giorno di lavoro oppure con sparate colossali senza referenze.  Ma sugli orrori dei CV ci sarebbe da scrivere moltissimo.

4: Pessimi profili FB associati al curriculum; piaccia o no oggi nella valutazione di un candidato si getta uno sguardo al suo profilo FB; hobby pericolosi, gruppi strani, comportamenti “discutibili”, vengono tenuti in conto. Sì, secondo alcune interpretazioni, per lo statuto dei lavoratori non si dovrebbe poter indagare sul profilo FB del dipendente visto che la legge vieta indagini preventive sul dipendente2, ma all’atto pratico come puoi dimostrare che sei stato scartato per quello che tu hai scritto nel tuo profilo “pubblico” su facebook3?  Sarebbe interessante anche discutere se la visione di un profilo FB “pubblico” sia o no indagine.

5: il caso più triste, persone senza specifiche professionalità cercate, non puoi inventarti cameriere di sala o cuoco, dall’oggi al domani. Capisco che se sei disoccupato qualsiasi opportunità sia da cogliere ma tentare senza avere i titoli richiesti significa candidarsi ad un sacco di porte in faccia.

Alla luce di quanto raccontato di come sia difficile trovare in mezzo a tanta cartaccia solo le persone da chiamare per un successivo colloquio, comincio a capire molti motivi della disoccupazione: persone che hanno poca cura nella ricerca del lavoro, che non hanno chiaro in testa cosa voglio fare, che non capiscono che il CV è un biglietto da visita ma contano anche le referenze, che son solo capaci di frignare.
Forse un poco di autocritica invece di raccontarsi le solite storielle autoassolutorie: “lavorano solo gli accozzati”, “tutti i datori di lavoro cercano solo schiavi da sfruttare a morte” sarebbero opportune.


  1. il buffo è che molti di quei CV li ha scremati una “lei”, eterosessuale. E con una donna eterosessuale l’argomento “tette” difficilmente è efficace anzi diventa alquanto controproducente. 
  2.  Statuto dei lavoratori Art. 8. – Divieto di indagini sulle opinioni.
    È fatto divieto al datore di lavoro, ai fini dell’assunzione, come nel corso dello svolgimento del rapporto di lavoro, di effettuare indagini, anche a mezzo di terzi, sulle opinioni politiche, religiose o sindacali del lavoratore, nonché su fatti non rilevanti ai fini della valutazione dell’attitudine professionale del lavoratore. 
  3. In questo caso il tizio ha scritto esplicitamente: ti scarto perché nel profilo ho visto che hai un fidanzato nero. Non avesse detto niente ed avesse scartato in silenzio il CV, non sei obbligato a fornire nessuna spiegazione del diniego di assunzione, sarebbe stato inattaccabile. 

Lavoro e discriminazione.

“attenzione post abbastanza polemico”

Stavo leggendo le vicende del ragazzo non assunto come cameriere perché nero e del regolamento della scuola svizzera di Milano.

Molti commenti chiedono, non capisco su che basi, l’intervento della magistratura per punire gli autori di cotali comportamenti razzisti e discriminatori; peccato che i reati, come li intendono i commentatori, esistano tanto quanto il reato di “sesso con minorenne”.

Non si può vietare di essere razzisti visto che non si può vietare a chicchessia di pensare questo o quello; quello che si può fare è punire le discriminazioni quando si riesce a dimostrare, oltre ogni ragionevole dubbio, che la scelta è sicuramente avvenuta per motivi discriminatori. Peccato che far ciò sia un impresa abbastanza ardua.

Prendiamo il caso del ragazzo; quando ho letto l’articolo ho pensato ad un fake, un datore di lavoro non può essere così ingenuo e così imbecille da ammettere candidamente che sta discriminando per il colore della pelle.  Anche perché un datore di lavoro quando assume il personale non è tenuto in alcun modo a giustificare a chicchesia perché abbia preferito Tizio rispetto a Caio. Avesse usato una scusa “standard”: abbiamo già trovato, scusa siamo al completo, son venuti meno clienti e quindi serve meno personale, nessuno avrebbe potuto dire nulla a parte una eventuale responsabilità precontrattuale del datore di lavoro.

Sarebbe stato un caso nel quale non si può dimostrare che la scelta del datore è sicuramente a causa della “volontà di discriminare”; idem ad esempio per la discriminazione “femminile”, la discriminazione esiste e le statistiche la dimostrano impietosamente però nel caso concreto come puoi dimostrare che Tizio abbia scelto Caio invece che Mevia, soprattutto se i CV dei due sono molto vicini,  solo per discriminazione per il sesso e non magari perché Caio gli ha ispirato più fiducia o Mevia gli è sembrata meno adatta alla posizione?

Non si può a meno di non voler inserire una barbarie come l’inversione dell’onere della prova ovvero deve essere il datore di lavoro a dimostrare di non aver discriminato invece che Mevia a dimostrare di essere stata discriminata (soluzione di stampo totalitario),  oppure inserire “quote” in ogni dove (soluzione delirante ed inconcludente).

Per loro natura le quote, come quella per i lavoratori disabili, le puoi inserire solo in ambiti lavorativi con tanto personale; non ha alcun senso inserire quote per PMI o imprese artigianali. A meno di non voler imporre quote anche per livello e settore io potrei cavarmela, nel rispetto quote, con una donna per le pulizie e un uomo come project manager. Le quote hanno anche la controindicazione di sostituirsi alla competenza; portano naturalmente alla domanda: “Ma Tizio è stato assunto perché capace o solo per rispettare una quota?” Un ultima cosa: quante e quali quote inserisci? per colore della pelle? per sesso? per orientamento sessuale? per religione? per squadra di calcio? E se per assurdo mi trovassi a dover scegliere fra una donna bianca e un uomo nero quale sarebbe la scelta meno discriminante?

Si finirà come in questa barzelletta (politically scorrect)

BOSS [rivolto a quattro dipendenti]: Quest’anno abbiamo subito grosse perdite, devo licenziare uno di voi per far quadrare i conti.
DIPENDENTE #1 [immigrato]: Non può licenziare me, sarebbe razzismo, la denuncio per discriminazione razzista.
DIPENDENTE #2 [donna]: Non può licenziare me, sarebbe maschilismo, la denuncio per discriminazione sessuale.

DIPENDENTE #3 [sindacalista]: Non può licenziare me, sarebbe un comportamento antisindacale, la denuncio per violazione dei diritti dei lavoratori.

 DIPENDENTE #4 [bianco, uomo, giovane]: (togliendo fuori un mascara) non starai pensando di licenziare me, bel maschione…

Il lavoro rubato dai clandestini

Una delle storie che girano spesso è la storiella che gli immigrati clandestini tolgano lavoro agli italiani. Quella, che che ne dicano le anime belle dell’accoglienza sempre&comunque, non è una frase del tutto sbagliata.

Che lavori “rubano” i clandestini? ovviamente non i lavori ad alto valore intellettuale aggiunto quanto i lavori di basso livello, quello per i quali non occorrono grandi capacità e per i quali un elevato turn over non è di ostacolo: raccolta frutta, pulizie, facchinaggio, vendite ambulanti…
Come hanno dimostrato i fatti di Rosarno spesso si preferisce “assumere” clandestini in nero perché molto più facilmente ricattabili e meno schizzinosi riguardo al rispetto delle norme sanitarie e di sicurezza; con il costo aziendale di un italiano “in regola” una azienda paga due o tre “schiavi” in nero1.
Degli amici che erano andati, una quindicina di anni or sono, a fare la vendemmia mi avevano raccontato che l’azienda metteva a disposizione degli alloggi, in quelli degli italiani dormivano sei persone, in quelli, identici, degli albanesi quindici. L’azienda, per salvare la faccia ovviamente aveva un paio di italiani “in regola” il resto erano extracomunitari “in amicizia”.
Quindi i clandestini in effetti “rubano” il lavoro a quella parte di popolazione che, vuoi per un motivo vuoi per un altro, devono mirare a lavori “umili” e di basso profilo2.
E questo spiega benissimo l’origine di certo razzismo come quello capitato a Rosarno. Come risolvere la questione? le soluzioni “attuabili”, che non siano ricorrere a Babbo Natale, sono entrambe dolorose, molto dolorose.

Se lotti senza tregua contro il nero obbligando le aziende ad assumere in chiaro ovviamente dei tre pagati in nero ne terranno uno e “licenzieranno” gli altri due. Che molto probabilmente andranno ad incrementare la microcriminalità o finiranno nelle maglie di un altro racket.  Con anche il rischio di mandare “fuori mercato” causa aumento dei costi di raccolta, molte aziende agricole.
Se invece attui una lotta senza quartiere all’immigrazione economica “illegale”, ovvero al di fuori della concessione di regolare visto dalle ambasciate e rilascio del visto subordinato al possesso di un lavoro “in chiaro”. Azioni che farebbero saltare immediatamente tutti gli illusi dell’accoglienza sempre e comunque e chi lavora nella filiera dell’accoglienza. Filiera che ha come sottoprodotto la fornitura di schiavi alle aziende agricole3.


  1. Se un lavoratore costa globalmente 100 ad una azienda, al lavoratore arriva un netto di circa 50; gli altri 50 son contributi previdenziali che deve versare l’azienda, contributi che deve versare il lavoratore e l’IRPEF. Ovviamente con il lavoro nero quei 50 fra contributi ed irpef non vengono dati allo stato ma usati per pagare un netto di 50 ad un’altra persona. 
  2. Buffo comunque che quando son stati chiamati esperti europei per dirigere i musei italiani molti accultuVati dell’accoglienza e del cosmopolitismo abbiano protestato come Salvini contro gli stranieri. 
  3. In pratica si sta ripetendo in piccolo quanto capitato negli Stati Uniti prima della guerra di secessione: il nord industriale lotta contro la schiavitù ed il sud, latifondista ed agricolo, lotta invece per mantenerla. 

cargo cult ed ingegneria gestionale

Il cargo cult (culto del cargo) è un culto religioso sviluppato da alcune popolazioni aborigene durante la seconda guerra mondiale; si trattava del copiare gli aeroporti e dell’imitare il comportamento del personale aeroportuale. Si parla di “cargo cult” quando qualcuno copia la forma senza però aver capito nulla della sostanza.

Una cosa che accomuna l’ingegneria del software e l’ingegneria gestionale è che spesso diventano oggetto di Cargo Cult da parte di incompetenti. Molti erroneamente ritengono che si tratti di attività facili, alla portata di chiunque, e che basti imitare vagamente la forma: diagrammi e tabelle, per arrivare alla sostanza. E quando tentano di reinventarsi ingegneri ottengono risultati che vanno dal comico al tragico (soprattutto per chi deve sopravvivere alle loro sparate o cercare di riparare).

Stamattina ho avuto un esempio di cargo cult dell’ingegneria gestionale; gli HR hanno chiesto la compilazione di una tabella sulle attività svolte. Nulla da eccepire, un feedback sulle attività è utile ed anche dovuto. Però ho trovato strano che mi venga chiesto l’autput (scritto così invece di output) del mio lavoro misurato secondo una metrica assurda ed inadatta.  Metrica di valutazione delle attività informatiche azzeccata più o meno come l’usare come metrica per valutare un giocatore di calcio il numero di rimesse laterali effettuate.

Proprio un esempio da manuale di cargo cult dell’ingegneria gestionale.