cargo cult ed ingegneria gestionale

Il cargo cult (culto del cargo) è un culto religioso sviluppato da alcune popolazioni aborigene durante la seconda guerra mondiale; si trattava del copiare gli aeroporti e dell’imitare il comportamento del personale aeroportuale. Si parla di “cargo cult” quando qualcuno copia la forma senza però aver capito nulla della sostanza.

Una cosa che accomuna l’ingegneria del software e l’ingegneria gestionale è che spesso diventano oggetto di Cargo Cult da parte di incompetenti. Molti erroneamente ritengono che si tratti di attività facili, alla portata di chiunque, e che basti imitare vagamente la forma: diagrammi e tabelle, per arrivare alla sostanza. E quando tentano di reinventarsi ingegneri ottengono risultati che vanno dal comico al tragico (soprattutto per chi deve sopravvivere alle loro sparate o cercare di riparare).

Stamattina ho avuto un esempio di cargo cult dell’ingegneria gestionale; gli HR hanno chiesto la compilazione di una tabella sulle attività svolte. Nulla da eccepire, un feedback sulle attività è utile ed anche dovuto. Però ho trovato strano che mi venga chiesto l’autput (scritto così invece di output) del mio lavoro misurato secondo una metrica assurda ed inadatta.  Metrica di valutazione delle attività informatiche azzeccata più o meno come l’usare come metrica per valutare un giocatore di calcio il numero di rimesse laterali effettuate.

Proprio un esempio da manuale di cargo cult dell’ingegneria gestionale.

 

lei è troppo qualificata per questo lavoro

Stavo leggendo questo articolo del fatto quotidiano

Ricevere risposte spiazzanti, dal mondo italiano, come “sei troppo qualificata”, oppure “il tuo curriculum è impressionante ma al momento non abbiamo posizioni adeguate”.

Con annesso piagnisteo che le aziende cercano schiavi e non persone qualificate. Polemiche che dimostrano come molti pensino che il possesso di un titolo di studio implichi l’obbligo per qualcuno, spesso lo stato, di assumerti e di pagarti per quel titolo di studio.

La questione del “troppo qualificata” esiste e perché? le aziende quando assumono hanno in testa un profilo professionale ben preciso con determinate mansioni e, logicamente pagano, sulla base delle mansioni che la persona dovrebbe svolgere. Se il lavoro è acquisizione dati profilo  junior magari cercherò qualche ragazzo sveglio per ribattere i  dati al PC e nel caso farlo crescere in azienda, non cercherò un PhD in informatica teorica e, nel caso mi capiti di assumerlo per quel profilo, verrà pagato per il lavoro di acquisizione dati, il lavoro per il quale è stato assunto.

Se pensate che non sia giusto e che un PhD debba essere pagato da PhD qualunque lavoro esso svolga; chi sarebbe disposto a pagare 30 euro un MacBurger solo perché a prepararlo c’è qualche chef di grido? Penso nessuno, il piatto accetti di pagarlo molto quando vai al ristorante “tre stelle michelin” con qualche chefstar ai fornelli, non di certo in un fastfood.
Se vai al fast food a prenderti un hamburger vuoi spendere per un hamburger e accetti la qualità di un hamburger. A servono le competenze di uno chef di grido per prepare MacBurger? No, per niente. Serve assumere uno chef di grido, e ovviamente pagarlo da chef di grido, per preparare MacBurger? No, sarebbe un suicidio economico.
Se sei Carlo Cracco e mandi il CV al macdonald o vieni assunto, e pagato, come qualsiasi altro cuoco oppure la risposta sarà ovviamente: lei è troppo qualificato per un lavoro da cuoco, non abbiamo posizioni da chefstar nel fastfood.

Il mondo del lavoro è così: se a me servono, bastano, le competenze di un ragazzino per acquisire dati, cercherò ragazzini per acquisire dati e verranno pagati per il lavoro che dovranno svolgere; i PhD in informatica teorica tenderò ad evitarli per due motivi: il primo è che una persona sovraqualificata per un lavoro generalmente molla appena trova qualcosa di più adatto alle sue capacità, la seconda è che potrebbe piantare storie sostenendo che, in quanto dotato di PhD debba essere pagata più e meglio di un semplice diplomato, anche se fa lo stesso lavoro del diplomato.

Essere adatti al mondo del lavoro significa anche capire quali sono le sue esigenze e le sue logiche; molti rimangono disoccupati perché magari si intestardiscono a voler vendere ghiaccioli al limone in groenlandia e magari si offendono se la gente non compra i loro prodotti o i loro servizi.

I commenti all’articolo sono illuminanti: molti ritengono che andrebbero pagati non sulla base del lavoro che viene richiesto di svolgere ma sulla base dei loro titoli, o delle competenze che “credono” di avere1, con annesso codazzo degli sfigati che: “in italia si assumono solo accozzati, colpa dei politici…” .

PS

Parlo ovviamente di pagare un PhD da diplomato perché si chiede al PhD di fare un lavoro da diplomato, chi pretende di pagare un PhD per fare lavori di altissimo profilo per un pugno di noccioline è in torto marcio e l’unica cosa che merita è di essere repentinamente mollato non appena si trova qualcosa di meglio. Una cosa che ho imparato è che il mercato del lavoro è un mercato anche lato aziende, che è giusto per l’azienda cercare il meglio spendendo meno è giusto anche per il dipendente cercare il meglio dove guadagna di più; la lealtà ed il rispetto devono essere reciproci.


  1. ho conosciuto “trafficoni” convinti di essere dei guru dell’informatica che si scandalizzavano se Steve (Jobs) o Bill (Gates) prendevano decisioni strategiche senza prima consultarsi con loro. Una gran parte del lavoro che, a suo tempo, veniva era per risolvere i loro pasticci. 

io ciò il diritto a seguire i miei sogni

il fatto che io abbia diritto di credermi quello che mi pare (d’altronde chi può vietarlo o impedirlo) per molti si traduce nel dovere di tutti di riconoscere quello che io credo di essere. Un pseudodiritto analogo è il diritto a seguire i propri sogni, diritto che molti intendono come dovere per lo stato di farteli realizzare.

Questo messaggio comparso nei forum del fatto su una discussione riguardo all’alternanza scuola lavoro.

Quindi meglio pulire i cessi, almeno ti rendi conto da subito che nel mondo reale l’investimento che hai fatto tu (e chi ti ha insegnato) per anni e anni non serve a un tubo?
Non posso credere che lei la pensi così.
Oppure forse vale la pena dirlo prima, tipo: “hai 18 anni e non sei raccomandato? non proseguire gli studi e vai subito a pulire i cessi, meglio prima che buttar via altri 5 anni”

Primo errore “nel mondo reale l’investimento che hai fatto tu (e chi ti ha insegnato) per anni e anni non serve a un tubo?” la risposta è: potrebbe essere vero. Non è scritto da nessuna parte che un investimento fatto renda, esistono anche gli investimenti fallimentari e i fiaschi. Capisco che per certi docenti parlare dei fiaschi a scuola sia tabù, che spiegare realmente come gira il mondo fuori dalla scuola invece di illudere gli studenti che basti conoscere chi era Socrate per avere la poltrona di amministratore delegato da qualche parte possa essere controproducente. Il rischio è che lo studente si faccia due conti in tasca e valuti se continuare con Platone o mollare ed imparare come si monta un rubinetto. Per intenderci molta della crisi di certi indirizzi è proprio dovuta al fatto che vengano percepiti come “inutili” e inadatti al mondo del lavoro. Messaggi come quello non fanno altro che rafforzare tale impressione, che la scuola sia un sistema chiuso completamente alieno al  resto del mondo e che gli studenti siano a scuola non per imparare qualcosa, e qui ci sta veramente, di utile per loro, qualcosa che gli dia una cultura e della conoscenza ovvero la capacità di interpretare e di interagire con il mondo, fosse anche la conoscenza del pensiero socratico, ma solo per fornire un pretesto per mantenere i docenti ed il personale scolastico.

Da notare anche il riferimento alla raccomandazione; il piangere che vanno avanti sempre e solo i raccomandati mentre i bravi ed esperti finiscono al call center o a pulire i cessi è il classico piagnisteo scusante che assolve dalle proprie colpe e dai propri errori, permette di non ammettere le proprie manchevolezze. Non sono un illuso e sono consapevole che in italia ci siano sacche di malaffare e posti che vanno ad accozzati. Ma tutti quelli assunti per concorso che lavorano in una PA sono accozzati? in qualsiasi concorso passa solo l’accozzato? sempre, sempre, sempre? Mi sembra poco plausibile per il semplice motivo dei numeri in gioco. Per non parlare di tanti controesempi come questo; il figlio del medico personale di Berlusconi non riesce ad entrare perché scavalcato da Pierino, figlio accozzato del consigliere circoscrizionale di roccafritta di sotto? Se la risposta è sì, per favore, smettetela di menarla con la storia della nipote di Mubarak, grazie.

Una opinione riguardo alla lettera del suicida

Attenzione: articolo fortemente polemico.

Ho letto la lettera del trentenne che si è suicidato ad udine. Capisco che dei morti si debba parlar bene ma, spiace dirlo, la lettera non mi è piaciuta, l’ho vista anche io troppo lamentosa. Capisco la tragedia del ragazzo e mi spiace che abbia deciso di farla finita, però è sbagliato limitarsi a lanciare le solite, inutili, accuse contro la politica e la società senza fare un minimo sforzo per capire come mai si è arrivati ad una simile soluzione. Se si scava un poco si vede che i destinatari delle accuse non son altro che comodi capri espiatori usati per evitare di guardare in faccia ai propri errori. Il mondo è una jungla non il villaggio dei puffi, esiste la competizione ed è sfrenata; i sogni son belli ma per vivere nel mondo bisogna venire a patti con la realtà. Dare la colpa al precariato, come avviene nella lettera, è come dare la colpa del fiasco a scuola solo al docente che non rende interessante la materia, dare la colpa dell’essere finito in panchina solo all’allenatore incapace, del due di picche solo al fatto che lei è stronza, senza alcuna riflessione su di sé ed alcuna autocritica. Crescere significa anche guardare in faccia la realtà e smetterla con le balle autoassolutorie. Non voglio condannare il ragazzo che si è suicidato però ritengo sia abbastanza pericolosa una mentalità “deresponsabilizzante” dove la colpa è sempre degli altri. Ho visto l’effetto a scuola dove un docente “severo” oramai rischia di essere deferito alla corte dell’Aja per crimini contro l’umanità, dove il mettere gli studenti davanti alle loro manchevolezze viene considerata una tortura brutale. Eppure guardare e prendere consapevolezza delle proprie manchevolezze significa anche imparare ad accettarle ed accettarsi e anche il primo passo per cercare di superarle. Una cosa che avevo scritto in vari commenti è che se non abitui lo studente ad accettare e superare lo stress di una sconfitta quello, finite le scuole, quando si troverà davanti sconfitte senza che la mamma possa andare a rimproverare il docente, cosa farà? Disperazione cupa come quella del povero ragazzo.

(…)Da questa realtà non si può pretendere niente. Non si può pretendere un lavoro, non si può pretendere di essere amati, non si possono pretendere riconoscimenti, non si può pretendere di pretendere la sicurezza, non si può pretendere un ambiente stabile.

Purtroppo il mondo è così, tu non puoi pretendere non perché sia sbagliato pretendere ma perché nessuno è obbligato a darti così come tu non sei obbligato a dare a nessuno. Non sei obbligato ad andare da un filosofo per discutere di filosofia, non sei obbligato ad amare jenny la cozza e non puoi pretendere che mary la figona te la dia solo perché tu la vuoi. Purtroppo queste cose se non le impari da piccolo, che non tutti i desideri si possono realizzare, da grande ne soffri enormemente di più. Questo è il danno che fa lo spazzaneve se ti cammina davanti molto a lungo. Appena lo spazzaneve smette di funzionare ti blocchi perché, senza il suo aiuto, non sei più capace di andare avanti.

Non ci sono le condizioni per impormi, e io non ho i poteri o i mezzi per crearle. Non sono rappresentato da niente di ciò che vedo e non gli attribuisco nessun senso: io non c’entro nulla con tutto questo. Non posso passare la vita a combattere solo per sopravvivere, per avere lo spazio che sarebbe dovuto, o quello che spetta di diritto, cercando di cavare il meglio dal peggio che si sia mai visto per avere il minimo possibile. Io non me ne faccio niente del minimo, volevo il massimo, ma il massimo non è a mia disposizione.
Di no come risposta non si vive, di no si muore, e non c’è mai stato posto qui per ciò che volevo, quindi in realtà, non sono mai esistito. Io non ho tradito, io mi sento tradito, da un’epoca che si permette di accantonarmi, invece di accogliermi come sarebbe suo dovere fare.

Questa per me è la parte centrale, sarò duro ma mi sembrano capricci: “lo spazio che spetta di diritto”, quale è?  “volevo il massimo, ma il massimo non è a mia disposizione.”, “un’epoca che si permette di accantonarmi, invece di accogliermi come sarebbe suo dovere fare”. Non vorrei fare la iena che cinicamente specula sulle disgrazie altrui ma quelle frasi per me sono emblematiche. Leggendole ho avuto l’impressione di qualcuno che creda ancora a babbo natale, soprattutto l’ultima. “un epoca che si permette di accantonarmi”; quando mai ci son state epoche dove non si rischiava di venire accantonati, dove non ci son stati “accantonati”? Temo che al ragazzo sia stato fatto credere di vivere nel villaggio dei puffi e poi il bagno di realtà sia stato per lui fatale.

Dentro di me non c’era caos. Dentro di me c’era ordine. Questa generazione si vendica di un furto, il furto della felicità. Chiedo scusa a tutti i miei amici. Non odiatemi. Grazie per i bei momenti insieme, siete tutti migliori di me. Questo non è un insulto alle mie origini, ma un’accusa di alto tradimento.
P.S. Complimenti al ministro Poletti. Lui sì che ci valorizza a noi stronzi.
Ho resistito finché ho potuto.

E che c’entra il ministro? anche questo post-scritto è emblematico; il ministro Poletti avrà le sue, lievi, gravi non importa, colpe, ma di certo la colpa di non aver trasformato l’italia nel villaggio dei puffi dove il puffo inventore fa il puffo inventore e il puffo pasticcere fa il puffo pasticcere non appartiene a lui. Avrà mille altre colpe ma non è compito del ministero del lavoro trovare ad ognuno il lavoro che desidera. La realtà purtroppo è un compromesso fra ciò che si vorrebbe fare, ciò che si è in grado realmente di fare e ciò che si riesce a fare. Non è detto che sia il massimo o il lavoro dei desideri e non è detto che sia il minimo. Accusare di tutto i politici, compresi i propri fallimenti, può essere autoassolutorio ma spesso è solo una scusa per evitare di ammettere le proprie manchevolezze ed i propri errori.

PS

Per i tanti commentatori che hanno preso la lettera come pretesto per accusare la ka$ta di quanto è capitato; sarei curioso di conoscere la risposta ad una semplice domanda: “cosa avrebbe dovuto e potuto fare il ministro per far sì che tale tragedia non capitasse?”. Ovviamente mi aspetto una risposta che parli dei doveri e dei poteri del ministero; spero che le risposte non si limitino ad un infatile: “avrebbe dovuto creare il posto di lavoro che lui desiderava in modo che potesse venire assunto”.

all’università iniziano a svegliarsi, per fortuna.

Stavo leggendo le polemiche legate all’appello dei 600 docenti universitari riguardo alle competenze linguistiche degli studenti universitari.

Che dire? alla fine tutti i nodi stanno venendo al pettine; in un mondo “globale” dove l’area cui avviene la contesa non è la piazza del paesello, non è la città ma è tutto il mondo è difficile nascondere la polvere sotto il tappeto. Prima delle prove standardizzate “PISA” era facile cercare giustificazioni nelle specificità italiane e nell’impossibilità di confrontare i risultati di Calogero con quelli di Carlotta, e quelli di Carlotta con quelli di Hans e di Mary. Favoriti dal fatto che “o mangiavi la minestra, ovvero ti accontentavi dell’uscita dell’università locale, o saltavi la finestra”. Oggi invece “è facile” e quindi si comincia a ragionare sulle misure, senza considerare che spostarsi è più facile. E il risultato è impietoso.

Capisco il perché di una lettera così accorata; sinceramente: “chi assumerebbe per un profilo da laureato uno che parla e scrive come un bambino di terza elementare? vi fidereste della documentazione su un prodotto, progetto “critico” prodotta da lui? Penso di no. E questa risposta spiega anche una buona parte della disoccupazione di alcuni laureati; pur avendo conseguito la laurea son rimasti funzionalmente analfabeti. E questo porta alla conseguenza che la laurea smette di “dimostrare” le competenze della persona che l’ha conseguita, non diventa più un titolo credibile. E la perdita di credibilità del titolo porta automaticamente alla perdita di credibilità dell’istituzione che tale titolo rilascia. Conseguenza diretta di ciò è che molti inizieranno a ritenere non conveniente investire tempo e denaro per conseguire titoli “inutili” e sceglieranno altri percorsi formativi snobbando un università costretta, causa la mancanza di selezione negli anni precedenti, in un superliceo che deve promuovere tutti pena l’essere accusata di elitarismo e discriminazione.

Adesso che viene valutata l’uscita media dall’università e viene bocciata, i docenti iniziano a porsi il problema delle persone in ingresso al sistema. Speriamo bene; il sogno che basti il mero possesso di un pezzo di carta per acquisire, come per miracolo, le competenze che tale pezzo di carta dovrebbe implicare ha già fatto troppi danni.

 

 

 

Casi di successo all’estero?

Un esempio da manuale di articolo sul “mitico estero” ove tutte le fighe hanno lo spinterogeno e chiunque vi approdi viene nominato CEO seduta stante.

Sorgente: Francesca, 32 anni,di Donori: vola in Francia, ecco il lavoro stabile – Casteddu Online (grassetti miei)

Il personaggio del giorno di Cagliari Online è , Francesca O., 32 anni di Donori: ora si sente finalmente felice e realizzata, dopo anni di precariato in un paese che ancora una volta si dimostra fucina, e allo stesso tempo carnefice, di migliaia di cervelli in fuga

Francesca, 32 anni,di Donori: vola in Francia, ecco il lavoro stabile
Una laurea in tasca e la voglia di realizzarsi nella sua isola, sogni spezzati da una meritocrazia che in Italia latita, rivitalizzati però, da una proposta arrivata d’oltralpe alla quale sarebbe stato molto difficile rinunciare. Lo studio, i tanti progetti ma soprattutto la determinazione di dare una svolta alla propria vita professionale, l’hanno portata in Francia, precisamente a Strasburgo.

Notare: una meritocrazia che in italia latita. Peccato che spesso per meritocrazia si intenda la meritocrazia all’italiana ove tutti, ma proprio tutti, hanno il merito per il mero fatto di respirare.

LONTANA DA TUTTI. Lontana dai suoi cari, lontana dagli amici e dalla sua amata isola, Francesca O. 32 anni di Donori, ora si sente finalmente felice e realizzata, dopo anni di precariato in un paese che ancora una volta si dimostra fucina, e allo stesso tempo carnefice, di migliaia di cervelli in fuga. “Sono arrivata a Strasburgo ad Aprile dopo aver terminato gli esami del corso di laurea magistrale in scienze pedagogiche e dei servizi educativi – racconta – sono partita con la borsa Erasmus traineeship, sarei dovuta rientrare a luglio 2016, ma eccomi qui con un contratto sino al 2018”. (…)

Facciamo un paio di conti: supponiamo sia arrivata ad aprile del 2015 per un anno di Erasmus, e facciamo i buoni supponendo che nel 2015 avesse 31 anni. Il corso di laurea magistrale è di cinque anni, normalmente ci si dovrebbe laureare in corso a 24/25 anni. Ad essere buoni ci son almeno 5/6 anni di fuoricorso. Ditemi quello che volete ma per le lauree umanistiche già con uno o due anni di fuoricorso si viene considerati asini, la percentuale di chi si laurea in corso è molto elevata. Magari lavorava mentre studiava, ma non la classificherei come cervello in fuga.

Un’altra cosa: come lei stessa dichiara ha un contratto biennale fino al 2018. Che a rigor di logica è un contratto precario, non è una assunzione a tempo indeterminato. Ci si lamenta del precariato e si parla di un contratto di due anni in Francia come lavoro stabile. Mah.

Ultima considerazione: ha iniziato con un tirocinio, penso non retribuito. Anche in questo caso in italia si sta facendo una guerra senza quartiere ai tirocini ed all’alternanza scuola lavoro o università lavoro. Alternanza università-lavoro che è quello che, mi è parso di capire, ha fatto Francesca. E allora perché la stessa cosa in italia sarebbe maledetto sfruttamento mentre in francia è un ottimo sistema per individuare persone valide?

Nonostante il presente le sorrida, in passato non si è certo mai tirata indietro Francesca, talvolta dividendo il suo prezioso tempo tra lo studio e una collezione di impieghi da far invidia, il tutto per racimolare ciò che in un paese civile dovrebbe essere un semplice, quanto sacrosanto, stipendio: “In Italia ho sempre lavorato tantissimo e spesso ho avuto 3 impieghi contemporaneamente, talvolta con mansioni totalmente differenti per riuscire a metter su uno stipendio dignitoso, qua lavoro 35 ore alla settimana e mi resta del tempo per vivere”.(…)

 

“un semplice, quanto sacrosanto, stipendio” cioè lo stipendio non è il corrispettivo di una prestazione professionale ma un diritto inalienabile. E dove sta scritto che lo stipendio per il mero fatto di essere cittadino italiano è un diritto? Da quello che c’è scritto mi sembra di capire che la ragazza fosse una studentessa lavoratrice. Ma è ovvio che se sei una studentessa lavoratrice vai a rilento nella formazione ed è parimenti logico che i lavori per persone “formate” vengano trovati più facilmente da persone completamente formate. Tanto più se esiste una inflazione di persone formate. Banale logica.

Conclusione: l’articolo non mi è piaciuto, si bada troppo a mitizzare l’estero e a denigrare l’italia da non accorgersi delle contraddizioni inserite nell’articolo. La stessa cosa: neolaureata assunta con contratto a tempo determinato per due anni dopo uno stage non retribuito in italia avrebbe fatto gridare allo scandalo, in francia invece è un “caso di successo”. Sinceramente comincio ad avere qualche dubbio che il ministro Poletti abbia solo detto una stronzata; in fondo forse c’era anche un minimo di verità.

 

Studiare non serve a niente: ora lo dice anche il Ministero – Linkiesta.it

Un interessante articolo de l’inkiesta sulla scuola.
Sorgente: Studiare non serve a niente: ora lo dice anche il Ministero – Linkiesta.it

Studiare non serve a niente: ora lo dice anche il Ministero
L’istruzione italiana si arrende in via ufficiale: basta la media del sei per accedere alla maturità. Una bandiera bianca dopo anni di invettive contro il ’68 e il 18 politico, di promesse di riforma e di obiettivi sulla media europea. In Italia lo studio non dà cultura e nemmeno un lavoro

Anni di invettive contro la cultura sessantottina, i disastri fatti dal ’68, la piaga educativa dei genitori venuti del ’68, dei professori formati dal ’68, dei libri scolastici prodotti dal ’68 e soprattutto delle scuole del ’68 iconizzate dal surreale istituto sperimentale Marilyn Monroe di Nanni Moretti, dove la foto del presidente della Repubblica è sostituita da quella di Dino Zoff e i professori tengono lezioni su Gino Paoli. Anni di annunci: faremo marcia indietro. Anni di promesse: arriverà il merito. Lo standard europeo. I test Invalsi per certificarlo. Dovranno studiare o rifugiarsi nei professionali.

 

“Dovranno studiare o rifugiarsi nei professionali.” In questa frase c’è il motivo della sconfitta. La scuola, professionali compresi, serve per acquisire competenze, non è baby sitting per adolescenti annoiati. Il primo errore è stato quello: il pensare che tutti dovessero andare a scuola e il respirare l’aria della scuola servisse per acquisire conoscenza. No, è sbagliato. L’errore del ministero è stato quello di voler un utopistico sistema con uno stringente controllo di qualità che però non scarti alcun pezzo. Semplicemente assurdo. Assurdità che però è stata sostenuta in massa dal personale della scuola stessa. Quante battaglie sindacali son state fatte contro l’invalsi, contro qualsiasi tipo di selezione, contro il merito? La massa ha vinto ed il ministero ha perso. Almeno la massa abbia il coraggio di ammettere che il ministero ha dato retta alle loro richieste e che non faccia penosi distinguo: “io sono per il merito ma deve essere valutato in un altro modo”. Peccato che nessuno abbia proposto modi alternativi, attuabili, di valutazione.

Oltre i dettagli tecnico-didattici, la resa delle istituzioni al Sei Politico è una beffarda metafora dei fallimenti del mondo adulto, che prima ha criminalizzato gli anni dei Tazebao riducendoli a un racconto di delinquenza e pigrizia, poi ha insultato gli anni della play-station come territorio del disimpegno e del nulla, e infine ha alzato bandiera bianca dicendo: fate un po’ come vi pare. Alla selezione ci penserà la vita, o meglio le famiglie, che gli studi “che valgono” ormai sono quelli all’estero e i diplomati del Marilyn Monroe finiranno comunque – salvo eccezioni – nei call center, versione contemporanea del cantiere cui si avviavano i somari di una volta (ora in cantiere ci stanno i rumeni).

E perché ci finiscono nei call center? Cosa sanno fare di utile? cosa hanno imparato? e come possono dimostrarlo? Se si da il titolo a tutti, il titolo non certifica più nulla. Le aziende non ne terranno conto e chiederanno altri indizi per dimostrare il possesso di competenze e capacità.  Se vincevi la medaglia d’oro alle regionali, allora eri bravo e andavi alle finali nazionali. Se alle regionali diamo la medaglia d’oro a tutti, come distinguere il capace dal brocco?

Poi dicono: questi non studiano. Ma la domanda “a che cosa serve la scuola?” che una volta era il rifugio degli asini, oggi pare piuttosto pertinente. A che cosa serve la scuola se comunque non avrò lavoro? E se il lavoro, nel caso lo trovassi, avrà la consistenza di una chiamata a voucher o di un contratto Almaviva? Il Sei Politico prossimo venturo offre una sponda di Stato a questi interrogativi e dice ai diretti interessati: arrangiatevi un po’ come volete. Noi più di così non possiamo fare. Ci abbiamo provato, siamo esausti. Spicciatevela da soli, e buona fortuna.
La risposta è semplice: una scuola che non seleziona e che promuove tutti non serve a niente visto che il titolo non dimostra alcunché. Ci sarebbe da porre un’altra domanda: volete voi una scuola che promuova tutti, perché devono essere promossi, o una scuola che promuova solo i capaci facendo sì che il titolo conseguito dimostri qualcosa? Che l’azienda che assume un diplomato possa fidarsi che il medesimo “sappia”? Ecco.

PS
oramai il vero esame si è spostato all’ammissione all’università. Infatti i corsi che ancora danno qualcosa, in termini lavorativi, son quelli selettivi, non quelli che imbarcano e laureano di tutto e di più.

 

Assente dal primo giorno di scuola, prof in congedo rientra per un giorno: così salta la supplente

fonte: http://www.corriere.it/cronache/17_gennaio_11/i-l-prof-congedo-0828f7bc-d77e-11e6-94ea-40cbfa45096b.shtml

Cosa ci è venuto a fare, nella nostra scuola, il 23 dicembre?». La preside dell’Istituto tecnico industriale «F. Severi» di Padova, Nadia Vidale, ha scritto una lettera al titolare della cattedra di Diritto che si chiude con quella frase. Perché il docente «dal 12 settembre 2016 (primo giorno di scuola) era assente». «La scuola e noi – racconta Vidale nella lettera che pubblichiamo – ci siamo impegnati per trovarle un sostituto». Scovata una supplente «giovane ed entusiasta», il 2 dicembre, «l’ho licenziata il 22». Ma il prof, rientrato il 23, dal 9 gennaio ha chiesto un nuovo congedo… 

(…) I ragazzi avevano trovato un’insegnante volenterosa e capace, contenta di far loro da guida nel cammino. Lei, professore, è stato qui un solo giorno, per sparire subito. Gli studenti e i loro genitori vorrebbero ora dare almeno un senso al danno ingiusto che hanno subito: nessun insegnante per settimane, poi finalmente un docente bravo, poi finalmente il titolare, poi di nuovo chissà… Ma purtroppo, professore, io non trovo parole per spiegare: vuole dirlo lei, per favore? Cosa ci è venuto a fare, nella nostra scuola, il 23 dicembre?»

Condivido la domanda della preside ma conosco già, come d’altra parte penso la conosca la preside stessa, la risposta. Per prassi quando non ci son gli studenti i docenti, pur se formalmente in servizio, non son tenuti a recarsi a scuola. Questo giochetto, lo dico da ex docente, serve per risparmiare giorni di congedo in quanto dal 23 dicembre al 9 gennaio il professore è formalmente in servizio e non in congedo.  La domanda reale è quella che invece non è stata posta: perché ti comporti in questo modo incurante dei disagi che causi ai tuoi studenti? Sinceramente vorrei sentire l’opinione, sulla vicenda, dei tanti sindacalisti della scuola che sostengono che tutti i docenti siano dei martiri che lavorano 36 ore al giorno per 10 giorni la settimana1.


  1. ironico per chi non l’avesse capito. 

L’Italia degli imboscati. Inabilità al lavoro e permessi, ecco tutte le carte false – Repubblica.it

Brutta cosa, abusare e straabusare di un diritto è il modo migliore affinché venga limitato o tolto anche a chi ne avrebbe veramente bisogno. Questo è un caso da manuale dove molti a furia di fare troppo i furbi finiscono a far fare a tutti la figura degli imbecilli.

Basta ricordare i casi di tanti disabili gravi e definitivi chiamati a visita di controllo. A prima vista può sembrare uno scandalo; perché rimandare uno senza un braccio o un ragazzo affetto da sindrome di down di nuovo davanti alla commissione medica pena la perdita dei benefici? La risposta è tanto semplice quanto sconfortante: perché vuoi per faciloneria, vuoi per plateale malafede, le commissioni mediche hanno certificato di tutto e di più. Non son stati rari i casi di ciechi poi scoperti patentati.

Quindi quando capitano queste situazioni non scandalizzatevi contro l’ottusa burocrazia dell’inps quanto contro i tanti furbetti della disabilità.

Sorgente: L’Italia degli imboscati. Inabilità al lavoro e permessi, ecco tutte le carte false – Repubblica.it


L’Italia degli imboscati. Inabilità al lavoro e permessi, ecco tutte le carte false Nella sanità pubblica il 12% dei dipendenti esentato da alcune mansioni per le quali è stato assunto. A Palermo 270 netturbini con il certificato per non spazzare

(…)

Tutto molto giusto, se non fosse che anche in questo caso c’è chi se ne approfitta. Sono i “furbetti della 104”, che accertamenti medici quanto meno superficiali hanno inserito e continuano a inserire tra i disabili gravi meritevoli di assistenza. (…)

Quando un anno fa si scoprì che nella scuola Santi Bivona di Menfi, un paese dell’agrigentino, addirittura il 41% dei docenti (settanta su centosettanta) usufruiva della legge 104, il ministero dell’istruzione fece partire un’inchiesta in tutta Italia. Risultati anche qui inquietanti, e questa volta a toccare i record negativi troviamo insieme al Mezzogiorno anche il Centro Italia. Così, mentre la Sardegna è in testa per docenti di ruolo disabili gravi o parenti di disabili (il 18,3 per cento), all’Umbria va il primato del personale non docente che beneficia della legge: il 26,3 per cento. Si posiziona bene anche il Lazio, con il 16 e con il 24,8 per cento. In Veneto, Piemonte e Toscana, al contrario, troviamo il minor numero di beneficiari.

Le maglie della 104. Centro-Sud e Isole riescono dunque ad allargare a dismisura le maglie della 104, riuscendo per esempio a inserire tra i disabili gravi i figli celiaci, oppure le nonne residenti a centinaia di chilometri di distanza. C’è chi riesce addirittura a ottenere più di una 104. Se questo è il quadro generale, non è difficile capire perché soprattutto al Sud interi servizi pubblici essenziali restano solo sulla carta mentre quelli meno necessari traboccano di personale per lo più inutile. E perché gli stessi ispettori che dovrebbero verificare sul campo tutti questi abusi non di rado finiscono essi stessi tra le file degli imboscati.

 

Scegliere fra l’essere idioti o ipocriti.

Il problema del ragionare o tutto o niente è che spesso finisci in una posizione dove sei costretto o a rimangiarti tutto oppure a fare una clamorosa figura dell’idiota. Ciò è quanto è capitato alla CGIL (fonte: corriere)

L’imbarazzante caso dei pensionati Cgil che usano i «maledetti» voucher

Con i suoi 640 mila pensionati iscritti, 6 mila attivisti e 300 leghe sparse sul territorio lo Spi-Cgil dell’Emilia-Romagna rappresenta il cuore del sindacalismo rosso e sicuramente una delle maggiori organizzazioni sociali dell’intera Europa. Da ieri i suoi dirigenti sono nell’occhio del ciclone perché, come ha scritto il Corriere di Bologna, utilizzano per il lavoro occasionale i famigerati voucher. Quelli che la Cgil vuole abolire chiamando al voto tutti gli italiani e sempre quelli che Susanna Camusso ha paragonato ai pizzini mafiosi. Il caso riguarda 50 persone che prestano servizio presso le sedi del sindacato meno di tre giorni a settimana e vengono retribuiti con i ticket del lavoro. Il segretario regionale dello Spi-Cgil, Bruno Pizzica, ieri ha spiegato che non si tratta di «occasionali» ma di pensionati attivisti dell’organizzazione che non si sarebbero potuti pagare in nessun altro modo. «Siamo per l’abolizione dei voucher, non dissentiamo dalla Cgil ma non potevano certo ricorrere a prestazioni in nero. E abbiamo usato l’unico strumento per non farlo». Ma proprio sostenendo che sono un rimedio contro il sommerso Pizzica finisce per avvalorare la posizione del governo Gentiloni che vuole riscrivere le norme per contrastare gli abusi ma intende confermare i voucher in funzione anti-evasione. Nel merito poi dei possibili emendamenti alla legge uno dei consulenti di Palazzo Chigi, Marco Leonardi, ha elencato in questi giorni sulla sua pagina Facebook almeno sette possibili soluzioni. (…)

Che dire? se ci sono abusi nell’uso dei voucher è giusto che si intervenga per ridurli od eliminarli, ma  demonizzare tutto il sistema è invece un grave errore. La CGIL alla fine altro non è che un sindacato fermo agli anni 70 con i padroni del vapore da una parte, le maestranze dall’altra e il campo del contendere era la fabbrica avulsa da tutto il resto. Oggi quel modo di ragionare equivale a dire: siccome la falange macedone ha funzionato benissimo contro i persiani allora funzionerà benissimo anche contro le panzerdivision.

Son completamente fuori dal mondo, e poi si stupiscono della pesante perdita di credibilità.