Che sia facile barare nei test invalsi, e altre bufale.

In questo articolo il prof. Massimo Rossi parla della nuova, ennesima, riforma della scuola ed esprime le sue perplessità. Perplessità che in gran parte condivido. Però c’è stato un passaggio che mi ha trovato in disaccordo. Il passaggio è il seguente:

Non mi trova affatto d’accordo la proposizione di un test Invalsi ai maturandi per uniformare la preparazione dei candidati da Nord a Sud, a causa del problema per cui al Sud ci sarebbero voti troppo alti all’esame di Stato. Una soluzione del genere non risolve nulla, perché se i professori del sud vorranno continuare a essere di larga manica e ad attribuire voti alti ai loro studenti, non li sgomenterà certo un test ministeriale: lo svolgeranno loro e lo passeranno ai ragazzi, così come avviene già oggi nelle altre prove d’esame, e non soltanto al Sud.

La tesi è che il test sarebbe inutile in quanto i docenti possono passare tranquillamente il test agli studenti e far fare loro un figurone. Non è così; per quanto riguarda il barare, la statistica mette a disposizione di chi deve verificare se il test sia stato fatto senza “aiutini” da parte dei docenti.

Prima considerazione: in una classe abbiamo una certa variabilità nel rendimento degli studenti; C’è Derossi con la media del 10 e Franti che viaggia con la media del 4. Stardi che raggiunge una buona media dell’8 e Bottini che galleggia sul 6. E’ credibile un test invalsi nel quale gli studenti danno tutti le stesse risposte al test magari senza sbagliarne neppure una? O abbiamo una classe di Einstein o si è copiato alla grande. Nel caso della classe di Einstein mi chiederei come mai Eintein Franti ha 4 e chiederei di vedere qualche suo compito, magari anche d’esame tanto per verificare tale magnifica preparazione. Se ne vedrebbero delle belle.

Quindi per mascherare l’aiuto la commissione dovrebbe far prendere il massimo a Derossi e portare Franti alla sufficienza in modo tale che la forbice fra i rendimenti corrisponda più o meno a quella fra i voti dati dal consiglio di classe.

Esiste anche un secondo controllo che può essere svolto sulle domande; le domande non sono tutte dello stesso livello di difficoltà, ci son quelle molto facili e quelle difficili, se uno risponde a caso al test la percentuale di risposte esatte alle domande facili sarà uguale a quella di risposte esatte alle domande difficili. Io mi aspetterei una percentuale di risposte esatte di circa lo 80% alle domande facili e di circa il 30% a quelle difficili, se la percentuale invece è del 25% alle domande facili e del 25% a quelle difficili (la risposta va scelta fra quattro) il rasoio di Occam fa propendere per “risposte a caso”.

Una commissione buona, buonissima (ma che in realtà vuole penalizzare gli studenti veramente bravi), che volesse aiutare i ragazzi senza farsi scoprire dovrebbe: passare i risultati personalizzati in maniera che Franti non prenda lo stesso voto di Derossi ed inoltre far sì che Franti sbagli di più le risposte alle domande difficili rispetto a quelle facili. Roba abbastanza faticosa da fare nella mezz’ora di preparazione prima della somministrazione del test, soprattutto se il docente di matematica è un esterno ed ha fama di “incorruttibile”.

Quindi è facile prendere i risultati della classe, calcolare un paio di indicatori statistici e verificare se il test rispetta tali indicatori oppure ci son valori anomali, che mostrano l’esigenza di indagare un poco più a fondo sulla regolarità dell’esame. Il vantaggio dei test rispetto ai compiti scritti è che è più facile verificare e controllare i test per verificare che non ci siano stati giochetti.

Detto questo sulla facilità nello scoprire i giochetti con i test parliamo anche dell’altra questione che spesso viene citata nei test invalsi: il test sarebbe inutile perché un ragazzo potrebbe andare bene rispondendo a caso alle domande. Per chi conosce un minimo di calcolo delle probabilità l’erroneità di questa affermazione balza agli  occhi immediatamente. Hai il 25% (un caso su quattro) di rispondere esattamente ad una domanda, ma la probabilità di rispondere correttamente a trenta domande su quaranta, ognuna con quattro risposte possibilità, dando risposte a caso è  1 su 21.594.767.825; tanto per avere un termine di paragone la probabilità di fare un sei al superenalotto giocando una sola colonna che è 1 su 622.614.630. Servirebbe una fortuna da Gastone Paperone.

A suo tempo qui parlai delle altre “bufale” sui test invalsi.

E veniamo all’ultima, ma non meno importante, questione: quanto è utile un “metro unico nazionale” per la preparazione degli studenti. A mio avviso se il voto è sconnesso dal rendimento e dalle capacità effettive dello studente, allora il voto non verrà considerato come indicatore della preparazione del ragazzo. Se prendono 100 e lode anche semianalfabeti allora io, selezionatore, non considererò il voto di diploma come voce di “peso” per scegliere un potenziale candidato, mi affiderò ad altre voci come, ad esempio, la fama della scuola. Se una scuola ha fama di essere un diplomificio allora qualsiasi CV da essa proveniente, anche se lo studente ha preso 150 e tre lodi, lo classificherò come di alta priorità per il cestino della carta straccia. Al voto preferirò verificare se il candidato ha esperienze “reali” dimostrabili che mostrino le sue capacità. Questo nell’informatica capita spessissimo, ci son casi in cui buone esperienze di lavoro ma anche la partecipazione a progetti open source “validi”, stage “seri”, vengono valutati di più rispetto ad una laurea. Se il “metro” dello stato non funziona, io uso il mio metro per misurare.

Con il metro unico nazionale (che di straforo oramai esiste qui e qui) io posso confrontare ragazzi, scuole, vedere le situazioni di crisi e intervenire.  Quello che terrorizza del metro unico nazionale non è tanto il confrontare il liceo classico bene della città con la professionale del quartiere degradato, risultato scontato e inutile, quanto il confrontare il liceo con lo stesso liceo tre anni fa oppure confrontare il liceo bene con il liceo “un poco meno bene” della stessa città. E posso invitare quello andato peggio a migliorare. D’altronde se il titolo ha lo stesso valore da Como a Ragusa allora un 90/100 dovrebbe avere più o meno le stesse capacità sia che abbia preso il titolo a Como, sia che si sia diplomato a Ragusa.

Numbers or GTFO

Ho notato che c’è un grande assente nella sceneggiata sulle deportazioni dei docenti in seguito alle assunzioni in ruolo de “la buona scuola”, ovvero i numeri.
Ci si lamenta di doversi spostare e si chiede di rimanere al paese ma nessuno tira fuori un conteggio di quanti docenti servano, diciamo a Cagliari, e di quanti devono partire. Se a Cagliari, per ipotesi, ci son X posti e ci sono Y candidati con Y minore o uguale ad X, spostare una parte di docenti verso altre provincie è una stupidaggine.
Se, sempre per ipotesi, a Cagliari servissero X docenti e in ruolo ci sono Y candidati, con Y molto maggiore di X (Y>>X), che una parte si debba spostare è una banale deduzione matematica.

Beh, nessuno di quelli che protestano ha tirato fuori numeri incontestabili; si lamentano, dicono che esistono i posti anche al sud ma non tirano fuori un numero che uno. E in certi casi, come in questo articolo, propongono sistemi per aumentare artificialmente il numero di posti. Quindi i numeri in realtà non ci sono e le proteste altro non sono che piagnistei.

La vicenda spiega benissimo anche l’avversione verso i numeri da parte di molti, soprattutto i colti umanisti o i sindacalisti; con i numeri è difficile far passare ragionamenti sballati e contrabbandare per vere le supercazzole.

Convincere la gggente a rimanere ignorante

fonte: http://www.linkiesta.it/it/article/2016/08/11/cera-una-volta-lesame-di-maturita-oggi-i-promossi-sono-il-995-per-cent/31455/

C’era una volta l’esame di maturità. Passaggio epocale nella vita di ogni giovane, fonte d’ansia per generazioni di studenti. Oggi, almeno a giudicare dagli ultimi dati del Ministero dell’Istruzione, il conseguimento del diploma preoccupa un po’ meno. Nell’anno scolastico appena terminato, il 99,5 per cento dei maturandi ha ottenuto la promozione. In pratica tutti quelli che sono arrivati davanti alla commissione hanno superato la prova. È andata persino meglio dello scorso anno, quando i promossi erano stati il 99,4 per cento. E così l’esame di Stato cambia aspetto: era un incubo, è diventato una formalità. (…)

Intanto le rilevazioni condotte dal Miur descrivono un quadro fin troppo rassicurante. Altro che scena muta. I bocciati sono sempre meno, aumentano le votazioni più alte, persino il numero di chi si diploma con il massimo dei voti è in crescita. Insomma, gli studenti italiani sono bravi. A tratti bravissimi.

fermandosi qui nella lettura sembra che, nonostante i docenti puntualmente denuncino, sia a ragione che a torto, che la scuola è bistrattata, la scuola funzioni bene e prepari persone valide e formate.

Ma non è tutto oro quello che luccica; come mai i risultati mirabolanti della maturità non son confermati dalle prove invalsi oppure dai risultati dei test per l’ammissione alle università? Test e risultati della maturità disegnano risultati opposti: la provincia dove c’è stato il maggior numero di cento è anche una delle ultime nelle rilevazioni invalsi.

(…)Numeri alla mano, gli studenti italiani sono sempre più preparati. Ma nella realtà è davvero così? Intanto stupisce un dato: i voti migliori si registrano per la maggior parte nel Meridione. La prima regione per risultati scolastici è la Puglia. Qui si sono diplomati con lode 934 studenti, il 2,6 per cento del totale. Segue la Campania, con 713 e la Sicilia con 500. In tutta la Lombardia, per dire, sono solo 300 gli studenti che hanno ottenuto la maturità con 100 e lode. Un terzo dei pugliesi. In Veneto sono ancora meno, 276. E ancora: in tutta Italia gli studenti che hanno raggiunto il 100 rappresentano, in media, il 5,1 per cento del totale. Eppure in Calabria la stessa percentuale sale all’8,3 per cento. Mentre in Friuli Venezia Giulia scende al 3,7 per cento. Non è il caso di puntare il dito su questo o quell’istituto. Con ogni probabilità non ci sono aree del Paese dove si ottengono automaticamente voti più alti. Il tema, semmai, è legato ancora alla troppa discrezionalità, alle diverse valutazioni tra una scuola e un’altra, che rendono meno credibile il voto finale.

La bocciatura serve ancora? Ripetere l’anno aiuta i ragazzi a colmare le proprie lacune, offre uno stimolo a impegnarsi? Oppure, come sostiene più di qualcuno, resta solo un improduttivo – e costoso – retaggio del passato?

La bocciatura serve? direi di sì invece; senza un serio controllo di qualità, corri il rischio che la qualità del prodotto si abbassi senza che tu te ne renda conto. Ma se ne rendono conto i compratori che cominceranno a snobbare il tuo prodotto o non fidarsi più del tuo marchio. Sembra troppo aziendalista? brutalmente: se promuovi anche asini allora l’essere promosso non diventa più una prova dell’essere bravo e capace. E quindi aziende e università non si fideranno del tuo titolo e useranno altri strumenti per verificare le capacità e le competenze. E questo alla fine danneggia chi, povero, si è sbattuto a lavorare più che il figlio di babbo che può ricorrere a ripetizioni varie per colmare le lacune che la scuola gli ha lasciato.

Bisogna smettere di vedere la bocciatura come una punizione, di vederla come un giudizio globale sulla persona: puoi essere una persona meravigliosa e non sapere nulla di matematica, compreso quel minimo che dovrebbe servirti per vivere così come puoi essere una merda e mangiare integrali tripli per colazione. E se io ti dico che non capisci nulla di matematica allora, se hai testa, cerchi di colmare la tua ignoranza. Se invece ti illudo che la matematica si limiti alla tabellina del tre, e tutto il resto è inutile, poi scoprire che per fare il perito informatico serve qualcosa d’altro può essere un trauma.

Il dire che tutti sono bravi, che tutti meritano di essere promossi, illudere la gente di essere dotta è il modo migliore per diffondere l’ignoranza; se io son consapevole della mia ignoranza cerco di colmarla. Se son convinto di essere il non plus ultra dei dottori avrò anche venti o trenta master rilasciati da youtube ma rimango ignorante come una capra. E chiamare “non discriminazione”, “nessuno indietro” l’illudere gli studenti che son dotti invece di far prendere loro consapevolezza della loro ignoranza non è progressismo ma ipocrisia. Oltre ad essere nocivo per loro; se ti rendi conto a 14 anni di essere una capra hai il tempo per riparare, se te ne accorgi a 26 ai primi colloqui di lavoro di non essere quel pozzo di scienza che credi è tardi per rimediare a tutto.  A 30, dopo una sudata laurea triennale in scienze della fuffa teoretica, a meno di non avere un fratello ministro, sei solo carne da call center o attivista per i partiti attiraboccaloni.

PERCHÈ STUDIARE IL LATINO E IL GRECO (GRAMSCI)

“Non si impara il latino e il greco per parlare queste lingue, per fare i camerieri o gli interpreti o che so io. Si imparano per conoscere la civiltà dei due popoli, la cui vita si pone come base della cultura mondiale. La lingua latina o greca si impara secondo grammatica, un po’ meccanicamente: ma c’è molta esagerazione nell’accusa di meccanicità e aridità. Si ha che fare con dei ragazzetti, ai quali occorre far contrarre certe abitudini di diligenza, di esattezza, di compostezza fisica, di concentrazione psichica in determinati oggetti. Uno studioso di trenta-quarant’anni sarebbe capace di stare a tavolino sedici ore filate, se da bambino non avesse «coattivamente», per «coercizione meccanica» assunto le abitudini psicofisiche conformi? Se si vogliono allevare anche degli studiosi, occorre incominciare da lì e occorre premere su tutti per avere quelle migliaia, o centinaia, o anche solo dozzine di studiosi di gran nerbo, di cui ogni civiltà ha bisogno. […]

Il latino non si studia per imparare il latino, si studia per abituare i ragazzi a studiare, ad analizzare un corpo storico che si può trattare come un cadavere ma che continuamente si ricompone in vita. […] Naturalmente io non credo che il latino e il greco abbiano delle qualità taumaturgiche intrinseche: dico che in un dato ambiente, in una data cultura, con una data tradizione, lo studio così graduato dava quei determinati effetti. Si può sostituire il latino e il greco e li si sostituirà utilmente, ma occorrerà sapere disporre didatticamente la nuova materia o la nuova serie di materie, in modo da ottenere risultati equivalenti di educazione generale dell’uomo, partendo dal ragazzetto fino all’età della scelta professionale. In questo periodo lo studio o la parte maggiore dello studio deve essere disinteressato, cioè non avere scopi pratici immediati o troppo immediatamente mediati: deve essere formativo, anche se «istruttivo», cioè ricco di nozioni concrete.

Nella scuola moderna mi pare stia avvenendo un processo di progressiva degenerazione: la scuola di tipo professionale, cioè preoccupata di un immediato interesse pratico, prende il sopravvento sulla scuola “formativa” immediatamente disinteressata. La cosa più paradossale è che questo tipo di scuola appare e viene predicata come “democratica”, mentre invece essa è proprio destinata a perpetuare le differenze sociali. […] Il carattere sociale della scuola è dato dal fatto che ogni strato sociale ha un proprio tipo di scuola destinato a perpetuare in quello strato una determinata funzione tradizionale. Se si vuole spezzare questa trama, occorre dunque non moltiplicare e graduare i tipi di scuola professionale, ma creare un tipo unico di scuola preparatoria (elementare-media) che conduca il giovane fino alla soglia della scelta professionale, formandolo nel frattempo come uomo capace di pensare, di studiare, di dirigere o di controllare chi dirige. Il moltiplicarsi di tipi di scuole professionali tende dunque a eternare le differenze tradizionali, ma siccome, in esse, tende anche a creare nuove stratificazioni interne, ecco che nasce l’impressione della tendenza democratica. […] Ma la tendenza democratica, intrinsecamente, non può solo significare che un manovale diventi operaio qualificato, ma che ogni “cittadino” può diventare “governante” e che la società lo pone sia pure astrattamente nelle condizioni generali di poterlo diventare […].

Anche lo studio è un mestiere e molto faticoso, con un suo speciale tirocinio anche nervoso-muscolare, oltre che intellettuale: è un processo di adattamento, è un abito acquisito con lo sforzo e il dolore e la noia. La partecipazione di più larghe masse alla scuola media tende a rallentare la disciplina dello studio, a domandare facilitazioni.Molti pensano addirittura che la difficoltà sia artificiale, perchè sono abituati a considerare lavoro e fatica solo il lavoro manuale. È una quistione complessa. Certo il ragazzo di una famiglia tradizionalmente di intellettuali supera più facilmente il processo di adattamento psicofisico: egli già entrando la prima volta in classe ha parecchi punti di vantaggio sugli altri scolari, ha un’ambientazione già acquisita per le abitudini famigliari. Così il figlio di un operaio di città soffre meno entrando in fabbrica di un ragazzo di contadini o di un contadino già sviluppato per la vita dei campi. […]

Ecco perchè molti del popolo pensano che nella difficoltà dello studio ci sia un trucco a loro danno; vedono il signore […] compiere con scioltezza e con apparente facilità il lavoro che ai loro figli costa lacrime e sangue, e pensano ci sia un trucco. In una nuova situazione politica, queste questioni diventeranno asprissime e occorrerà resistere alla tendenza di rendere facile ciò che non può esserlo senza essere snaturato. Se si vorrà creare un nuovo corpo di intellettuali, fino alle più alte cime, da uno strato sociale che tradizionalmente non ha sviluppato le attitudini psico-fisiche adeguate, si dovranno superare difficoltà inaudite.”

(Antonio Gramsci, Quaderni dal Carcere, Quaderno 4 [XIII] voce 55, “Il principio educativo nella scuola elementare e media”)

che dire? se queste cose le avesse scritte oggi si sarebbe preso del fascista e del nemico del popolo. Oggi la scuola deve essere facile perché se no è fascista, il selezionare sulla base delle capacità è fascista, il pretendere che gli studenti studino è da denuncia all’alta corte per i diritti umani.

 

Differenziare il valore dei titolo di studio in base alla scuola?

Su faccialibro si discuteva di un emendamento per diversificare, nei concorsi pubblici, il valore del voto di laurea o di diploma sulla base dell’ateneo o della scuola di provenienza. Un 100 preso in una scuola dove i 100 abbondano varrà meno di un 100 preso dove latitano.

E ovviamente è partita la polemica. Polemica utile a svelare una verità sul mondo della scuola e dell’università, perché lottare e polemizzare aspramente contro una legge “ammazzalaureifici”? Perché lottare perché non venga negato l’assioma che tutte le università siano uguali e che tutti i titoli, e i voti ad essi legati, siano veri e corretti. Che un 100 dell’international telematic fuffologic university of vattelapesca (unifuff) valga quanto un 100 preso al politecnico di Milano?

La risposta è semplice, i laureifici sono la maggioranza e, i predetti, contrabbandano la loro mediocrità spacciata per eccellenza usando i soliti pretesti della non esclusione, del dover integrare le persone, del dover rispondere alle esigenze del territorio…

Peccato che il mondo del lavoro privato si sia già mosso in tal senso, e che la laurea conseguita in certi atenei valga, a parità di punteggio, meno di quella presa in altri.  Indizi che il voto sia una “misura” poco oggettiva di quanto ne sappia lo studente ne esistono in abbondanza, soprattutto per le scuole superiori (la correlazione negativa fra voto medio di diploma per regione e risultato medio invalsi o risultato medio nei test unici nazionali di ammissione ai corsi a numero chiuso). Anche una analisi dei risultati del concorsone scolastico del 2012 porta alle stesse conclusioni.

Quindi l’emendamento meloni non fa altro che riconoscere una situazione “reale” ed esistente. La reazione del mondo della scuola o dell’accademia mostra quanto loro guadagnino da tale bluff. Prima, almeno fino a circa il 1990 bastava il pezzo di carta e poi magari con una spintarella si entrava nello stato o nel parastato. Oggi invece, causa concorsi pubblici che son dovuti diventare per forza più seri, serve invece sapere. E’ il certificare che l’unifuff non trasmette realmente sapere può essere deleterio per essa, soprattutto adesso che, dati sulle immatricolazioni alla mano, molti ponderano bene se sia il caso di investire in formazione. Significa condannarla a morte per mancanza di studenti.

Le reazioni scomposte all’emendamento mostrano, impietosamente, quanto in realtà si voglia una meritocrazia non farlocca.

L’emendamento, a leggere le ultime notizie, molto probabilmente verrà ritirato ma questo di certo non elimina le storture che l’emendamento portava alla ribalta.

CGIL e Logica, diavolo e acquasanta

Stavo leggendo l‘articolo della Boscaino sul fatto riguardo alla buona scuola. Ci sarebbe da dire, per onestà intellettuale, che la scuola italiana pecca soprattutto nell’insegnamento della logica, logica intesa come il sistema per trarre le corrette conclusioni dalle premesse. Questa è la perla del comunicato della FLC-CGIL

Il primo passo è definire i livelli essenziali delle prestazioni che devono avere standard qualitativi elevati in tutto il Paese. Occorre ridurre il numero degli alunni per classe per migliorare i processi di apprendimento, aiutare gli alunni in disagio socio-ambientale o in difficoltà di apprendimento. La scuola deve avere come obiettivo quello di portare tutti al successo formativo e non avere come fine quello di selezionare nel nome di una finta meritocrazia.

La struttura è la stessa del paradosso dello scudo impenetrabile e della lancia invincibile(1).  Affinché le prestazioni abbiano standard qualitativi elevati devi verificare che il personale e le scuole rispettino tali standard, e devi intervenire quando tali standard non vengono rispettati. Però poi devi promuovere tutti, anche gli analfabeti e ciao ciao agli standard di qualità.

Banalmente se si vuole la qualità allora bisogna verificare che le scuole raggiungano quel livello di qualità e costringere, con le buone o con le cattive, le scuole che tali livelli non rispettano a raggiungerli. Se invece si vuole una scuola che promuova tutti indistintamente allora scordiamoci gli standard elevati visto che anche il classico “pierino” ha diritto al raggiungimento del successo formativo, anche se al predetto di studiare non interessa una cippa.

Per raggiungere il successo formativo lo studente deve anche metterci del suo, deve essere lui a voler studiare e a volersi impegnare altrimenti il successo formativo col cavolo che lo raggiunge, anzi spesso fa anche da remora per i compagni. Per avere una classe di qualità devi avere studenti di qualità e questo significa selezionare fra gli studenti passando i motivati e fermando gli scazzati. L’attimo fuggente è un bel film ma è un film, finzione.

Il reale problema degli standard elevati e della meritocrazia è che la meritocrazia lato studenti si riflette immediatamente lato docenti. Se io miro ad andare in una facoltà a numero chiuso o “tosta” a me interessa far bene la scuola superiore e svolgere il programma scolastico, possibilmente tutto. Logico quindi che, nel caso il docente parli di fantacalcio invece che di derivate ed integrali, ci saranno garbate proteste, e ancora più logico che la scuola dove i docenti insegnano fantacalcio e “uomini e donne” verrà snobbata da chi ha invece interesse ad imparare “analisi logica” ed “esponenziali e logaritmi”, diventando una “scuola discarica”.

(1) Uno scudo impenetrabile è uno scudo capace di bloccare qualsiasi lancia, una lancia invincibile è una lancia capace di bucare qualsiasi scudo. Cosa succede quando una lancia invincibile colpisce uno scudo impenetrabile?
Le due definizioni singolarmente hanno senso, ma i due oggetti non possono coesistere contemporaneamente.

promuovere per non discriminare?

sul fatto c’è il solito articolo del maestro, precario, che parla di promuovere gli studenti per non farli sentire discriminati e cita, come al solito don milani. La migliore confutazione della sua tesi l’ha inviata l’utente emastro citando un messaggio di Leonardo Serni.

“Oggi abbiamo bisogno non di bocciature ma di risorse, di “promuovere” chi non ce la fa.”

L’autore si puo’ permettere di dire queste cose per via della sua posizione – seduto davanti a un computer.

Perche’ se la sua posizione fosse diversa, che ne so, disteso, con una forte luce bianca negli occhi e una voce vicino a lui che dice qualcosa come “Oh ragazzi, io ad anatomia proprio non ce la facevo, pero’ mi hanno sempre promosso perche’ i miei professori credevano in me e mi volevano incoraggiare, perche’ era giusto che tutti andassero avanti, anche quelli che non sanno leggere… e poi anche l’Ordine dei Medici ha deciso che il mio amor proprio, la mia autostima, il mio diritto a progredire erano piu’ importanti di quattro stupide tavole anatomiche, insomma io non mi ricordo quali sono i reni e quali i polmoni, magari datemi una mano voi se taglio il pezzo sbagliato, OK? Vabbe’, adesso incido, e che Dio ce la mandi buona…”, ecco, secondo me la penserebbe diversamente
[emastro]

Meritocratzia ci bolit, ma cummenti bollu deu*

Meritocrazia ci vuole, ma come [la] voglio io…

più o meno è quello che ho pensato quando su faccialibro ho visto questa notizia mandata da un amico docente

meritocrazia_scuola

 
Capisco che un poco di soldi possano fare comodo però, che merito viene trattato in questo modo? il merito anagrafico e basta.  Uno dei problemi della scuola è proprio l’assenza di merito, il non riconoscere il merito ai capaci e non riconoscerlo a chi invece capace non è.  Una meritocrazia per la quale tutti sono bravi non è una meritocrazia. Almeno, per decenza, si eviti di urlare al merito quando si chiede di dare tutto a tutti come prima. Quello che infatti frega la scuola è questo sillogismo:

  1. Tutti i docenti hanno lo stesso merito
  2. Prof. Tizio è un incompetente plateale ignorante come una capra.

Visto 1 e 2  si deduce che tutti i docenti sono ignoranti come una capra.

E son questi i comportamenti che contribuiscono a svilire ulteriormente la scuola; peccato che i docenti siano troppo impegnati a frignare per rendersene conto.

a che età si diventa responsabili ?

Non intendo responsabili in senso legale (18 anni) ma responsabili nel senso di dover rispondere delle conseguenze delle proprie azioni senza che ci sia per forza un superbabbo debba venire a raccogliere i cocci e ripagare il vaso.

Nello specifico mi riferisco a quest’articolo del fatto: http://www.ilfattoquotidiano.it/2014/02/09/prato-numero-chiuso-alla-scuola-di-benigni-porte-chiuse-ai-pluri-ripetenti/

Scuola pubblica, ma forse non aperta a tutti. L’istituto alberghiero “Datini” di Prato, 1400 alunni iscritti, ha deciso di chiudere le porte a pluriripetenti: alle prime classi dell’anno scolastico 2014-2015 (saranno attivate dieci sezioni) si potranno infatti iscrivere soltanto studenti di terza media della provincia di Prato con un percorso di studi regolare. Se si è bocciati un solo anno verrà comunque chiuso un occhio e l’iscrizione sarà ugualmente concessa. Trattamento diverso per gli studenti dei Comuni vicini (Agliana in provincia di Pistoia, Campi Bisenzio, Calenzano e Sesto Fiorentino in provincia di Firenze). Qui verranno ammessi alla prima classe soltanto coloro che potranno esibire un percorso di studi regolare, senza alcuna bocciatura. In ogni caso non sarà accettata l’iscrizione di ripetenti fuori dall’obbligo scolastico. (…)

Quella del “Datini” è una scelta sicuramente in controtendenza rispetto alla classica corsa delle scuole a accaparrarsi il maggior numero possibile di allievi. (…)

I pluriripetenti pratesi e coloro che si trovano già al di fuori dell’obbligo scolastico non potranno accedere all’istituto: “Queste persone hanno già dimostrato di non aver voglia di studiare e di sacrificarsi”. In ogni prima classe sarà comunque riservato il 10% dei posti a eventuali alunni ripetenti del “Datini” in obbligo scolastico. Il consiglio d’istituto ha inoltre deciso di escludere anche gli alunni provenienti da eventuali selezioni o preselezioni di istituti fuori provincia: questo perché “gli allievi devono avere idee chiare sui loro progetti e la scuola pratese non può esser considerata una seconda scelta”. (…)

Cosa ne pensa il ministero dell’istruzione di tutta la storia? Da Roma si fa sapere che “pur nel rispetto dell’autonomia delle istituzioni scolastiche, i criteri di precedenza deliberati dai singoli consigli di istituto debbono rispondere a principi di ragionevolezza quali, a puro titolo di esempio, quello della vicinorietà della residenza dell’alunno alla scuola o quello costituito da particolari impegni lavorativi dei genitori”. Non può essere invece considerato criterio di esclusione “l’aver ripetuto uno o più anni scolastici da parte di studenti ancora soggetti all’obbligo di istruzione”. Dal ministero fanno comunque sapere che il caso sarà oggetto di “approfondimenti“. L’assessore regionale alla scuola Stella Targetti, interpellata, ha invece preferito non rilasciare dichiarazioni.

Personalmente ritengo che il preside e il consiglio di istituto abbiano preso una buona decisione; uno dei problemi delle scuole professionali è che sono considerate scuole “facili” in cui si può prendere un titolo di studio con lo sbattimento minimo sindacale, o anche meno, e quindi prese d’assalto da pluriripetenti e ragazzi espulsi da altri percorsi formativi. Persone, ne bastano una o due in una classe, che rendono arduo l’andare avanti di tutta la classe e che spesso fra disturbo ed interruzioni impediscono o rendono difficoltoso il diritto allo studio dei compagni. Il preside mira, giustamente, ad una scuola di qualità: meglio pochi ma veramente buoni che tanti che poi faranno considerare la scuola un immondezzaio(). E se la scuola è considerata un immondezzaio chi vi esce viene considerato spazzatura.

Quello che non mi trova d’accordo invece è tutta la polemica che si è scatenata sulle cause di esclusione, la solita sceneggiata italiana in cui le regole sarebbero da aggirare perché, in primo luogo, magari potrebbe capitare il caso del ragazzo che ha passato tre anni in ospedale e poverino, una volta uscito, vorrebbe…  etc. etc. Quando quello al più sarebbe un caso su mille, i restanti novecentonovantanove sarebbero invece ragazzi che vogliono andare in una scuola facile per prendere un pezzo di carta a sbattimento zero. Come dire: siccome mi può capitare di bruciare un rosso per una emergenza allora trasformiamo il rosso da divieto di passaggio a mera indicazione stradale, tanto quanto un cartello di indicazioni turistiche, e ovviamente non sanzioniamo chi passa con il rosso. E in secondo luogo per il perdonismo ad oltranza, perdonismo per il quale deve sempre e in ogni caso non l’essere concessa una seconda possibilità ma non debba essere tolta alcuna possibilità ai ragazzi, per quanto gravi siano le stupidaggini da loro fatti. E questa è una cosa diseducativa al massimo: se fai passare il messaggio, falso cristiano(), che qualunque cosa combini non è giusto che venga chiamato a risponderne l’unica cosa che ottieni è di crescere una generazione di irresponsabili, ragazzi, e ne ho visto abbastanza quando insegnavo, convinti che basta battere i piedi e fare i capricci per eliminare tutte le conseguenze delle proprie stupidaggini. E quando cominceranno a rendersi conto che le stupidaggini si pagano e che prima o poi si dovrà tirare una riga e vedere i totali?  L’articolo comunque mi ha ricordato un brano di Fanteria dello Spazio; una lezione del docente di filosofia morale il Tenente Colonnello Dubois:

Poi mi venne in mente una discussione fatta in classe durante il corso di storia e filosofia morale. Il signor Dubois stava parlando dei disordini che avevano preceduto il crollo della Repubblica Nordamericana, nel tardo Ventesimo secolo. Stando alle sue parole, nel periodo immediatamente precedente alla “catastrofe”, i crimini come quello commesso da Dillinger erano comunissimi, all’ordine del giorno. Il terrore aveva regnato non solo nel Nordamerica, ma anche in Russia, nelle isole britanniche e in altri luoghi. Comunque, aveva raggiunto il culmine proprio nel Nordamerica, poco prima del crollo finale.

– Le persone normali – aveva detto Dubois – non osavano avventurarsi di sera in un parco pubblico. C’era il rischio di essere aggrediti da bande di adolescenti armati di catene, di coltelli, di armi fatte in casa se non addirittura di rivoltelle, di essere perlomeno feriti, quasi certamente rapinati, probabilmente riportando danni permanenti… o perfino uccisi. Le cose andarono avanti così per anni, proprio nel periodo che precedette la guerra tra l’Alleanza russo-anglo-americana e l’Egemonia cinese. L’omicidio, l’uso delle droghe, le aggressioni, le violenze e i vandalismi erano all’ordine del giorno. E tutto cio non succedeva soltanto di notte nei parchi, ma anche alla luce del giorno per strada, nelle scuole, sui campi sportivi. Ma i parchi erano notoriamente luoghi pericolosi che le persone oneste evitavano quando faceva buio. (…)

Non sapevo che cosa fosse un sadico, allora, ma conoscevo bene i cuccioli. – Signor Dubois, e necessario! Lo si rimprovera (parla dell’educazione di un cucciolo di cane NdA) per fargli capire che ha sbagliato, lo si obbliga a metterci il naso dentro perche sappia dove sta il problema, e lo si sculaccia perche si guardi bene dal farlo un’altra volta. Tre cose che bisogna fare subito! Non serve a niente punirlo piu tardi, con il solo risultato di confondergli le idee. E anche se si agisce in tempo, non basta una sola lezione. Bisogna stare attenti, coglierlo ancora sul fatto e sculacciarlo anche piu forte. Poi, un po’ alla volta, capisce. Ma se uno si limita a sgridarlo, perde il suo tempo e non conclude niente. – Avevo anche aggiunto: – Ma forse lei non ha mai allevato cuccioli.

– Invece ne ho avuto molti. Ne sto educando un certo numero in questo periodo e con gli stessi tuoi metodi – rispose. – Ma torniamo ai “minori delinquenti”. I piu accaniti erano in media piu giovani di voi, e spesso iniziavano la loro carriera di fuorilegge in eta ancora piu tenera. Teniamo presente quel cucciolo. Dunque, spesso questi ragazzi venivano colti sul fatto. La polizia ne arrestava moltitudini ogni giorno. Erano sgridati? Sì, e spesso in modo pesante. Venivano messi, per così dire, “con il naso dentro”? Raramente. Il loro nome era in genere tenuto segreto, come in molti posti prescriveva la legge per i criminali sotto i diciotto anni. Venivano sculacciati ben bene? Neanche per sogno! Molti non avevano mai preso una lezione del genere nemmeno da bambini, dato che in quei tempi era diffusa la convinzione secondo cui le punizioni corporali avrebbero causato nel bambino danni fisici e psichici permanenti.

(Ricordo che in quel momento avevo realizzato che mio padre doveva essere completamente all’oscuro di tale teoria.)

– A scuola, le punizioni corporali erano proibite dalla legge – aveva continuato Dubois. – La fustigazione era una pena in uso solo in una piccola provincia, il Delaware, dove peraltro veniva applicata solo per pochissimi crimini. Era considerata un “castigo crudele e insolito”.

Dubois stava riflettendo ad alta voce: – Non capisco le obiezioni ai castighi crudeli e insoliti. Ora, mentre un giudice e opportuno che sia incline alla benevolenza per quanto riguarda la finalita del suo operato, la pena in se dovrebbe causare una sofferenza al colpevole, altrimenti la punizione viene a mancare. Il dolore fisico e il meccanismo base che si e sedimentato in noi attraverso milioni di anni di evoluzione e per avvertirci quando qualcosa minaccia la nostra sopravvivenza. Perche la societa dovrebbe rifiutare un meccanismo di sopravvivenza così altamente perfezionato? Eppure, quel periodo era condizionato da una quantita incredibile di credenze prescientifiche e pseudopsicologiche. Quanto alla definizione “insolita”, la punizione deve essere tale, altrimenti non ha ragione d’essere. – Dubois aveva fatto un cenno a un altro ragazzo. – Tu… Che cosa accadrebbe se un cucciolo venisse picchiato ogni ora?

– Mah… probabilmente diventerebbe violento!

– Probabilmente. Quello che e certo e che non imparerebbe niente. Quanto tempo e passato da quando il preside di questa scuola ha dovuto sferzare un alunno?

– Mi pare… circa due anni. Quel ragazzo che rubava…

– Non ha importanza. La cosa rilevante e che sono gia passati due anni. Questo significa che la punizione e così “insolita” da essere significativa, istruttiva, ammonitrice. Tornando a quei giovani criminali, probabilmente da bambini non avevano mai preso qualche sacrosanto ceffone, e certo non vennero mai frustati per i loro crimini. Di solito si procedeva così: alla prima infrazione grave, un ammonimento e una sgridata senza nemmeno il processo. Dopo diverse infrazioni gravi una condanna alla reclusione, generalmente sospesa, per affidare i piu giovani alla tutela di qualcuno. Un ragazzo poteva venire arrestato e processato diverse volte prima di essere punito, e la pena consisteva nella semplice reclusione insieme ad altri come lui, dai quali spesso imparava a commettere crimini peggiori. Se durante il periodo trascorso in un istituto correzionale si comportava benino, poteva sfuggire perfino a quella mite sanzione e ottenere la liberta vigilata, la “liberta sulla parola” per usare la terminologia dell’epoca. Questo incredibile stato di cose poteva durare per anni, e intanto i suoi crimini aumentavano di numero e violenza, senza altra punizione che non fosse qualche noioso e inutile soggiorno in uno di quegli istituti di reclusione. Poi, all’improvviso, e per legge, esattamente il giorno del suo diciottesimo compleanno, questo cosiddetto minore delinquente diventava un criminale adulto, e spesso, nel giro di qualche settimana o di qualche mese, finiva nella cella della morte ad aspettare l’esecuzione. Tu…

Dubois aveva di nuovo indicato me. – Supponiamo che ti fossi limitato a sgridare il tuo cucciolo, che non l’avessi mai punito permettendogli di sporcare per tutta la casa e chiudendolo di tanto in tanto nella cuccia in giardino, per poi lasciarlo libero di nuovo con l’avvertimento di non sporcare piu. Poi, un bel giorno, ti accorgi che ormai e un cane adulto, ma che ancora non ha imparato la buona creanza, e di conseguenza vai a prendere il fucile e gli spari. Commento, prego.

– Ma no! Sarebbe stata la maniera piu assurda di educare un cane. Nessuno farebbe così.

– D’accordo. Lo stesso vale per un bambino. Di chi sarebbe stata la colpa?

– Mia, immagino.

– Siamo sempre d’accordo. Ma non c’e niente da immaginare, e così.

– Signor Dubois – era saltata su una ragazza – perche a tempo opportuno non rifilavano qualche ceffone ai bambini o somministravano una buona dose di frustate ai piu grandi che le meritavano, una lezione di quelle che non si dimenticano? Naturalmente, parlo di quelli che commettevano infrazioni proprio gravi. Perche non lo facevano?

– Non lo so – aveva risposto il serio professore. – Senza dubbio il metodo sperimentato per secoli per consolidare la virtu sociale e il rispetto della legge nelle menti dei giovani non attraeva una classe prescientifica e pseudoprofessionale che si autodefiniva degli “operatori sociali” o, qualche volta, degli “psicologi dell’infanzia”. Forse lo giudicavano troppo semplice, visto che era alla portata di tutti, e pensavano che bastasse impiegare solo pazienza e fermezza per istruire un cagnetto. A volte mi sono chiesto se non provassero compiacimento nell’alimentare il disordine a forza di psicologia sballata, ma e improbabile. Quasi sempre gli adulti agiscono in nome di motivi nobili, qualunque sia la loro condotta.

(1) Ovvero posto dove scaricare casi umani e microcriminali tanto per poter dire che non sono disoccupati e/o incarcerati. Scaricando il barile su chi ha la sfortuna di averli come studenti o compagni.

(2) Il peccatore può sempre essere redento a patto che ci sia pentimento (reale) ed espiazione della colpa.

Chi ha avuto, ha avuto, ha avuto…
chi ha dato, ha dato, ha dato…
scurdámmoce ‘o ppassato,
simmo ‘e Napule paisá!…

Non è vangelo.

Illudere gli studenti è giusto ?

Stavo discutendo di Invalsi sui forum del fatto quotidiano e sono capitato in un tread dove si discuteva delle “valutazioni personalizzate” ovvero:

eppy •
Quale è il difetto delle prove invalsi? Tanto per cominciare: le prove sono uguali per tutti. Secondo il nostro ordinamento, però, i gradi di apprendimento si
fissano preventivamente e sono diversi non solo tra indirizzo e indirizzo ma anche tra scuola e scuola dello stesso indirizzo. Stabilire obiettivi e finalità disciplinari spetta al docente o eventualmente ai dipartimenti interni a ciascuno istituto. Per fortuna , non c’è ancora un Ministero della Cultura Popolare unico erogatore di obiettivi competenze e conoscenze (fino a quando?). Le prove standardizzate, dati i loro scopi prevalentemente classificatori e discriminatori, sono degli ottimi strumenti selettivi.Sono, invece, scadenti strumenti formativi.Difficilmente, infatti, esse possono rispondere del tutto agli obiettivi
che i docenti si propongono di raggiungere in una specifica situazione.Invece la costruzione di prove riassuntive fatte “in casa” viene fatta in funzione di una situazione specifica, senza pretesa di
confrontabilità. Con gli insegnanti che se ne occupano e con gli studenti ad esaminare i propri risultati.

E’ microeconomia e la si vuole passare per macro. Ma crediamo davvero che il PIL misuri il benessere del paese?

La migliore valutazione per una scuola è il numero di iscrizioni all’anno successivo. Se si contrae il numero degli alunni la scuola potrebbe essere accorpata ad altre. E gl iinsegnanti perdere il loro posto. Questo è l’unico feedback valido. Vi basta? .

e le risposte

b-luca -> eppy • 6 ore fa
difatti invalsi NON e’ uno strumento formativo e’ uno strumento per misurare il trasferimento di alcune competenze di base e trarre delle conseguenze sulla qualita’ della scuola e dell’insegnamento. misura gli insegnanti e la scuola non certo i ragazzi.

barbara cinel -> b-luca • un’ora fa
Non misura gli insegnanti e la scuola: ha come compito quello di standardizzarla eimpoverirla di creatività.

Shevathas -> barbara cinel • 27 minuti fa
… eppure non vedo la richiesta di medicina creativa, meccanica creativa, ingegneria strutturistica creativa, in opposizione alle versioni accademiche banali e noiose.

Shevathas eppy • 8 ore fa
***i gradi di apprendimento si fissano preventivamente e sono diversi non solo tra indirizzo e indirizzo ma anche tra scuola e scuola dello stesso indirizzo.***

Quindi un 100 a milano non ha lo stesso significato di un 100 a palermo. Cosa che depone alquanto a favore dell’attendibilità dei voti scolatici nell’indicare precisamente quale sia il livello di preparazione raggiunto dall’alunno…

barbara cinel ->  Shevathas • un’ora fa
No. Semplicemente un ragazzo di una famiglia che non offre stimoli culturali o di una famiglia problematica che non gli dà serenità di studio, avrà talune difficoltà che percorsi individuali possono far superare . Nel valutare una sua verifica io devo tener conto del punto di partenza (difficoltà iniziali e familiari) e di quanto ha lavorato per il suo punto d’arrivo e misurare l’effettivo impegno valorizzando il suo sforzo in relazione a quello di un compagno che, invece, è costantemente aiutato a casa. Certo che a sentire gli ignoranti di questo post (nel senso etimologico di chi non sa) pontificare su elementi di cui è chiaro non conoscono nulla, è una pena infinita!

p_iq -> barbara cinel •  un’ora fa −
sento tanti insegnanti fare di questi discorsi e non capire quanto sono campati per aria. Non si possono valutare più dimensioni (la conoscenza della matematica e l’impegno profuso nello studio) con un solo indicatore (il voto in matematica). Altrimenti il voto non serve più a nulla e non consente di discriminare chi la matematica la conosce da chi, per quanto si sia impegnato non la conosce.
Valutare l’impegno è giusto, ma sia una valutazione separata: 7 in impegno e 4 in matematica non possono e non devono diventare un 6.
Oppure utilizziamo un bel test standardizzato, come, per esempio, il vostro odiato invalsi…

eppy -> Shevathas • 7 ore fa
Aridaje…se per questo anche il 6 in una stessa classe può avere significato diverso.
Se si cerca un’attendibilità scientifica si va proprio fuori strada. Non ci sono le condizioni (prego riguardare il metodo) per definire scientifica la valutazione scolastica.

Ma si insiste come se stessimo a misurare la durata di vita di una lampadina o la lunghezza di un tavolo.

Shevathas -> eppy • 7 ore fa
Allora definiamola semplicemente inattendibile e aboliamola del tutto, semplice no.
Poi però non lamentiamoci se i privati preferiscono valutare loro le competenze dei candidati all’assunzione e qualche brillantissimo 130 e lode viene lasciato a terra.

 

che offre interessanti spunti di riflessione. Ovvero se la valutazione scolastica è slegata dal quantitativo di competenze e capacità acquisito dall’allievo quanto potrà essere considerata attendibile da un esterno? Pierino ha 6 in matematica, è uno studente medio (impegno 6 capacità 6), uno studente brillate che non si impegna (impegno 4 capacità 8) o una capra che lavora tanto e che non leva un ragno dal buco (impegno 8 capacità 4) ? Uno studente che si lamenta che nonostante il 110 e lode all’università, magari in scienze della fuffa applicata o in aria fritta teoretica, riceve solo proposte per pulire i cessi è uno studente con capacità 110 oppure uno che si impegna tanto ma taaanto, ma taaaaanto che però non riesce a capire una frase che contiene più di 8 parole?

Logico che se la valutazione scolastica non è attendibile gli altri cercheranno altri sistemi per stimare la qualità di un potenziale candidato. Spesso ci si lamenta che prima un 110 e lode spalancava le porte, oggi invece sembra non venga considerato, senza fermarsi a riflettere che ieri il 100 e lode mediamente lo prendeva, cifre a caso, il 5% dei più preparati e magari qualche capra iperaccozzata, cioè era un marchio di qualità abbastanza affidabile, oggi lo ricevono tutti. E, a parte l’aver trasmesso N Joule di calore agli arredi scolastici, certifica ben poco.

Come avevo già scritto questa situazione paradossalmente penalizza principalmente i bravi con poche risorse, proprio quelli che, puntualmente, si racconta di voler aiutare.

E secondariamente se Tizio è una capra fatta e finita ha senso illuderlo facendoli credere di avere certe competenze, solo perché si “impegna”(1).

Ha  senso illuderlo? ha senso stabilire che la scuola debba riconoscere “l’impegno” qualsiasi cosa questo significhi quando il resto del mondo più che l’impegno riconosce il risultato? Credo che la risposta debba essere negativa: se hai una manchevolezza e sei consapevole di questo cerchi di attivarti per risolverla oppure cerchi strade alternative. Sono una pippa a calcio, provo qualche altro sport o qualche altra carriera diversa dalla carriera sportiva. Se invece vieni convinto di essere più meglio di pelè, di maradona, di messi, di meritare di giocare in champions e per quel motivo non hai bisogno di migliorarti,  poi lo svegliarsi al provino cui vieni scartato è molto doloroso, molto.

E, lo svegliarsi al provino reale, è quello che spesso capita agli studenti convinti di essere bravissimissimi, perché usciti da scuola con voti mediamente alti, che si trovano ad affrontare un esame serio dove non ci sono i professori che fanno aiutini… Per rendersi conto del trauma che ricevono basta leggere i vari forum dove si dibatte del numero chiuso…

(1) Diciamoci la verità, quello dell’impegno era la foglia di fico usata nei consigli di classe per promuovere gente che, secondo giustizia, avrebbe meritato un sacrosanto calcione nel didietro e l’avvio verso percorsi professionali maggiormente consoni al livello culturale. “Non ha brillato ma si è impegnato” suona meglio di: “se non lo promuoviamo l’anno prossimo perdiamo una classe”.