[repost] Una scuola non selettiva favorisce i poveri ?

Ripubblico un mio vecchio articolo in cui ragionavo su come una scuola che promuove tutti indistintamente e non premia il merito finisca per sfavorire le classi basse togliendo loro una possibilità per emergere. Aiutarle non significa dar loro un inutile pezzo di carta ma far sì che possano anche loro partire allineati ai blocchi di partenza e non con 100 metri di svantaggio. 

ovvero di come una scuola non selettiva neghi al povero la possibilità di migliorare il suo stato sociale.

Sul fatto si discuteva della proposta di Giavazzi ed Alesina, ripresa poi da Trento, di alzare le rette universitarie, aggiungendo un sistema di borse di studio per incentivare i meritevoli e di rendere l’università maggiormente selettiva.

Alla proposta è partito il solito codazzo di proteste: diritto alla cultura… costituzione… il figlio del povero operaio sfruttato… l’ascensore sociale sbroc. sbroc.

In realtà quello che impedisce al povero figlio dell’operaio di salire, se capace, sull’ascensore per arrivare ad un piano più alto di quello di partenza è proprio una scuola non selettiva ed una università iperfacilitata che regala titoli a tutti.  Si immagini il titolo di studio come un “certificazione di qualità”;  la persona che ha quella  certificazione ha delle capacità garantite, ad esempio, nel caso di quelle informatiche, l’attestato di certificazione dimostra che la persona che l’ha conseguito conosce ed è in grado di utilizzare professionalmente la tecnologia oggetto della certificazione.

Immaginiamo adesso che la ACME  conceda certificazioni di qualunque tipo a chiunque le paghi. Che valore avrebbe una certificazione ACME ? A parte il certificare che ti puoi permettere di pagare la ACME, praticamente nessuno.

Allo stesso modo se una scuola promuove cani et porci, chi deve assumere e cercare personale, visto che la ricerca del personale e i colloqui costano(1), scarterà in automatico qualsiasi diplomato in quella scuola.

Il ragionamento può  sembrare cinico ed antimeritocratico, ma in primo luogo chi deve assumere e chi mette i soldi ha tutto il diritto di scegliere le scuole che più gli aggradano; se nell’istituto X  su 100 diplomati 80 sono farlocchi, mentre nell’istituto Y su 100 diplomati gli incompetenti che conseguono il titolo sono solo 20, a qualsiasi azienda converrà esaminare prima i diplomati dell’istituto Y visto che un proveniente dall’istituto Y ha meno probabilità di essere un incompetente(2).

Questo per quanto riguarda i privati; nel caso del pubblico oramai il vizio di aprire finestre per far entrare gente è stato notevolmente ridotto.  La via maggiormente battuta è la porta principale del concorso pubblico. E se non sai, anche se hai il titolo rilasciato dalla scuola X, vieni scavalcato da chi ha studiato in scuole più serie.

Quindi a chi serve una scuola stile X che concede titoli a tutti ? solamente al ricco ignorante che si trova ad avere lo stesso in mano lo stesso titolo con lo stesso punteggio di un povero colto. Però il ricco può utilizzare altri sistemi per trovare opportunità di lavoro: conoscenze della famiglia in primis. Mentre un povero avrà si il titolo ma difficilmente, se il titolo è non selettivo, troverà serie opportunità di lavoro. E nei concorsi dovrà lavorare molto autonomamente per integrare la propria preparazione.


Vediamo adesso un esempio di una ipotetica azienda che deve assumere un dipendente; dipendente che obbligatoriamente deve avere uno specifico titolo di studio. Ci sono due candidati, il figlio, ricco, di un amico del direttore e il figlio di un operaio.  Il direttore, in caso di parità di titoli sceglierà il figlio dell’amico. Supponiamo che ci sia il 50% di possibilità di essere competente e il 50% di non esserlo, ovvero essere ignorante.

Caso A, scuola non selettiva, titoli a tutti siano essi competenti o ignoranti.
(P povero. R ricco, C competente, I ignorante)

[1A] RC vs PC –>siccome sia il povero che il ricco hanno lo stesso titolo e le stesse capacità, il ricco verrà scelto.

[2A] RC vs PI –> non c’è storia, vince il ricco.

[3A] RI vs PC –> siccome sia il povero che il ricco hanno lo stesso titolo, quindi non è palese l’ignoranza del ricco, il ricco in ogni caso avrà il lavoro. Poi che lo mantenga è un altro paio di maniche.

[4A] RI vs PI –> siccome sia il povero che il ricco hanno lo stesso titolo e le stesse (in)capacità, il ricco verrà scelto.

Nel caso A il povero sia esso meritevole o incompetente non ha possibilità di avere da subito il lavoro.


Vediamo adesso il caso B, una scuola selettiva, ovvero se sei ignorante non consegui il titolo.

[1B] RC vs PC –>siccome sia il povero che il ricco hanno lo stesso titolo e le stesse capacità, il ricco verrà scelto.

[2B] RC vs PI –> Non c’è storia neanche stavolta.

[3B] RI vs PC –>Il ricco non ha il titolo, quindi è palese l’ignoranza del ricco. Siccome il titolo è richiesto il ricco verrà scartato ed il povero verrà scelto.

[4B] RI vs PI –>Nessuno dei due ha il titolo, entrambi scartati.


Nel caso A il povero, sia esso competente o ignorante non ha possibilità di ottenere il posto da subito, potrebbe sperare, nel caso ricco incompetente, che questo venga scartato (o destinato ad altre mansioni) in un secondo tempo. 0% di possibilità per il povero, viene sempre scelto il ricco.

Nel caso B il ricco preparato ha il 100% di avere subito il posto. Il povero preparato ha il 50% di possibilità di averlo subito, se consideriamo equiprobabile che il ricco possa essere preparato o incompetente.  Gli incompetenti, siano essi ricchi o poveri, non hanno possibilità.

Abbiamo avuto un aumento del 50% delle opportunità per il povero meritevole a discapito del ricco non meritevole, che vede passare le sue possibilità di assunzione immediata da 100% a 0%.

Sì, nella meritocrazia ideale il ricco meritevole ed il povero meritevole dovrebbero giocarsela 50% a testa, purtroppo il mondo non è perfetto. Ma, a meno che non abbia una sfortuna degna di paperino, il povero meritevole non è detto che si trovi sempre contro ricchi meritevoli. Comunque per il povero meritevole passare da 0% a 50% di probabilità di essere assunto immediatamente è un aumento di possibilità non indifferente.

Conclusione: una scuola selettiva che blocchi i non competenti favorisce i poveri e meritevoli in quanto blocca i non meritevoli siano essi ricchi o poveri. Una scuola non selettiva, che promuove cani et porci, non favorisce i poveri e meritevoli in quanto occulta il loro merito (il titolo l’hanno tutti e quindi non è palese l’incompetenza).

Ecco perché considero utile il numero chiuso all’università e sono per i test preselettivi(3) per l’accesso ai corsi di laurea.

PS

Se il problema è semplicemente il permettere a chiunque di usare il titolo di dottore basta una legge che reciti:
Chiunque abbia superato il ciclo di istruzione elementare verrà proclamato “dottore elementare” e potrà a norma di legge usare il titolo di dottore e il dott. davanti al nome.


(1) Il personale che parla con voi del vostro CV è pagato dall’azienda, il tecnico che chiacchiera con voi di tecnologia e cerca di stabilire quanto ci sia di vero nel vostro CV è pagato, e spesso abbastanza, dall’azienda. E queste persone quando parlano con voi non stanno a fare, nel caso dei tecnici, il loro lavoro. Ecco perché i colloqui si concentrano solo sulle persone che hanno un CV interessante, non infarcito di pesanti buzzword e con esperienze reali dimostrabili.

(2)Un mio docente alle superiori aveva raccontato che nel periodo immediatamente successivo al  ’68, in molti annunci di lavoro era scritto: cercasi laureato in qualocosologia ed il titolo non dovrà esser stato conseguito nelle università A, B, C. Dove A, B, C erano le università che usavano il 18 politico e gli esami di gruppo.

(3) I promossi all’esame di maturità sono puntualmente più del 98% dei candidati. Se si escludono i privatisti la percentuale va oltre il 99%. Il vero esame di stato sono gli esami per l’accesso all’università.

Di maio vuole il ministero della meritocrazia…

Sorgente: Di Maio, serve ministero “Meritocrazia”. Scuola è massacrata – Elezioni 2018 – ANSA.it

“Servono gli Stati Generali della scuola non nuove riforme”

Luigi Di Maio intervenendo in streaming a Skuola.net ha rivelato di non aver votato nelk 2008. “Avevo 22 anni e non ho votato perché non mi sentivo rappresentato: ma da quel giorno mi sono ripromesso di iniziare un percorso di partecipazione. La vera sfida non è solo il voto ma la partecipazione. Mettersi in gioco e provare a cambiare le cose.

“Stiamo pensando a un ministero della meritocrazia che finalmente dia la possibilità al governo di fare politiche che permettano ai giovani e ai meno giovani meritevoli di raggiungere gli obbiettivi della loro vita. Il tema della meritocrazia non esiste in Italia. Gli onesti spesso sono ritenuti fessi”.

La scuola – ha detto ancora il candidato premier M5S – è stata massacrata dalle riforme. Servono gli Stati Generali della scuola non nuove riforme. Sono state fatte per la scuola quattro riforme in pochi anni ma ora, prima di tutto, la scuola vorrei rifinanziarla. Per assicurarci che non caschino tetti sulla testa degli studenti, che non cambino insegnanti ogni sei mesi e venga assicurata la continuità didattica e che non ci siano 30 alunni per classe. Io – ripete Di Maio – non sono dell’idea di mettere mano ad un’altra riforma”.

Sinceramente Di Maio che propone il ministero della meritocrazia è comico tanto quanto Berlusconi che proponga il ministero per la castità o la Boldrini quello per l’umiltà. Detto questo, noto che, come al solito, si parla di meritocrazia ma non si entra nel merito della vicenda. Per parlare di meritocrazia, con proprietà, occorrono due cose:

  1. definire bene cosa sia “il merito”
  2. specificare come tale merito possa essere misurato; misurato nella maniera più oggettiva possibile

Mancando le due cose,  il termine meritocrazia è solo un termine vacuo che serve a mascherare con belle parole il concetto: “non son io una capra ignorante ma è colpa dell’assenza di meritocrazia”.  E spesso gli stessi che stra parlano di meritocrazia sono i primi a lagnarsi quando si parla realmente di meritocrazia. Ricordo il caso di un maestro, all’epoca precario, che si lamentava dell’assenza di meritocrazia nella selezione dei maestri. Lo stesso che si lagnò alquanto quando non riuscì a passare il test di preselezione (test di preselezione pre) si lamentò alquanto che il MIUR pretendeva capacità di ragionamento logico matematico e capacità di comprensione del testo e non didattica innovativa come l’ascolto di De Andrè invece di insegnare il flauto…

Anche gli studenti; quanti pro “meritocrazia” sarebbero anche pro “test invalsi” e “esami di ammissione”? credo pochi, molto molto pochi.  Meglio la meritocrazia nella quale il merito è la capacità di antanizzazione supercazzolante prematurata postdatata.

Che sia facile barare nei test invalsi, e altre bufale.

In questo articolo il prof. Massimo Rossi parla della nuova, ennesima, riforma della scuola ed esprime le sue perplessità. Perplessità che in gran parte condivido. Però c’è stato un passaggio che mi ha trovato in disaccordo. Il passaggio è il seguente:

Non mi trova affatto d’accordo la proposizione di un test Invalsi ai maturandi per uniformare la preparazione dei candidati da Nord a Sud, a causa del problema per cui al Sud ci sarebbero voti troppo alti all’esame di Stato. Una soluzione del genere non risolve nulla, perché se i professori del sud vorranno continuare a essere di larga manica e ad attribuire voti alti ai loro studenti, non li sgomenterà certo un test ministeriale: lo svolgeranno loro e lo passeranno ai ragazzi, così come avviene già oggi nelle altre prove d’esame, e non soltanto al Sud.

La tesi è che il test sarebbe inutile in quanto i docenti possono passare tranquillamente il test agli studenti e far fare loro un figurone. Non è così; per quanto riguarda il barare, la statistica mette a disposizione di chi deve verificare se il test sia stato fatto senza “aiutini” da parte dei docenti.

Prima considerazione: in una classe abbiamo una certa variabilità nel rendimento degli studenti; C’è Derossi con la media del 10 e Franti che viaggia con la media del 4. Stardi che raggiunge una buona media dell’8 e Bottini che galleggia sul 6. E’ credibile un test invalsi nel quale gli studenti danno tutti le stesse risposte al test magari senza sbagliarne neppure una? O abbiamo una classe di Einstein o si è copiato alla grande. Nel caso della classe di Einstein mi chiederei come mai Einstein Franti ha 4 e chiederei di vedere qualche suo compito, magari anche d’esame tanto per verificare tale magnifica preparazione. Se ne vedrebbero delle belle.

Quindi per mascherare l’aiuto la commissione dovrebbe far prendere il massimo a Derossi e portare Franti alla sufficienza in modo tale che la forbice fra i rendimenti corrisponda più o meno a quella fra i voti dati dal consiglio di classe.

Esiste anche un secondo controllo che può essere svolto sulle domande; le domande non sono tutte dello stesso livello di difficoltà, ci son quelle molto facili e quelle difficili, se uno risponde a caso al test la percentuale di risposte esatte alle domande facili sarà uguale a quella di risposte esatte alle domande difficili. Io mi aspetterei una percentuale di risposte esatte di circa lo 80% alle domande facili e di circa il 30% a quelle difficili, se la percentuale invece è del 25% alle domande facili e del 25% a quelle difficili (la risposta va scelta fra quattro) il rasoio di Occam fa propendere per “risposte a caso”.

Una commissione buona, buonissima (ma che in realtà vuole penalizzare gli studenti veramente bravi), che volesse aiutare i ragazzi senza farsi scoprire dovrebbe: passare i risultati personalizzati in maniera che Franti non prenda lo stesso voto di Derossi ed inoltre far sì che Franti sbagli di più le risposte alle domande difficili rispetto a quelle facili. Roba abbastanza faticosa da fare nella mezz’ora di preparazione prima della somministrazione del test, soprattutto se il docente di matematica è un esterno ed ha fama di “incorruttibile”.

Quindi è facile prendere i risultati della classe, calcolare un paio di indicatori statistici e verificare se il test rispetta tali indicatori oppure ci son valori anomali, che mostrano l’esigenza di indagare un poco più a fondo sulla regolarità dell’esame. Il vantaggio dei test rispetto ai compiti scritti è che è più facile verificare e controllare i test per verificare che non ci siano stati giochetti.

Detto questo sulla facilità nello scoprire i giochetti con i test parliamo anche dell’altra questione che spesso viene citata nei test invalsi: il test sarebbe inutile perché un ragazzo potrebbe andare bene rispondendo a caso alle domande. Per chi conosce un minimo di calcolo delle probabilità l’erroneità di questa affermazione balza agli  occhi immediatamente. Hai il 25% (un caso su quattro) di rispondere esattamente ad una domanda, ma la probabilità di rispondere correttamente a trenta domande su quaranta, ognuna con quattro risposte possibilità, dando risposte a caso è  1 su 21.594.767.825; tanto per avere un termine di paragone la probabilità di fare un sei al superenalotto giocando una sola colonna che è 1 su 622.614.630. Servirebbe una fortuna da Gastone Paperone.

A suo tempo qui parlai delle altre “bufale” sui test invalsi.

E veniamo all’ultima, ma non meno importante, questione: quanto è utile un “metro unico nazionale” per la preparazione degli studenti. A mio avviso se il voto è sconnesso dal rendimento e dalle capacità effettive dello studente, allora il voto non verrà considerato come indicatore della preparazione del ragazzo. Se prendono 100 e lode anche semianalfabeti allora io, selezionatore, non considererò il voto di diploma come voce di “peso” per scegliere un potenziale candidato, mi affiderò ad altre voci come, ad esempio, la fama della scuola. Se una scuola ha fama di essere un diplomificio allora qualsiasi CV da essa proveniente, anche se lo studente ha preso 150 e tre lodi, lo classificherò come di alta priorità per il cestino della carta straccia. Al voto preferirò verificare se il candidato ha esperienze “reali” dimostrabili che mostrino le sue capacità. Questo nell’informatica capita spessissimo, ci son casi in cui buone esperienze di lavoro ma anche la partecipazione a progetti open source “validi”, stage “seri”, vengono valutati di più rispetto ad una laurea. Se il “metro” dello stato non funziona, io uso il mio metro per misurare.

Con il metro unico nazionale (che di straforo oramai esiste qui e qui) io posso confrontare ragazzi, scuole, vedere le situazioni di crisi e intervenire.  Quello che terrorizza del metro unico nazionale non è tanto il confrontare il liceo classico bene della città con la professionale del quartiere degradato, risultato scontato e inutile, quanto il confrontare il liceo con lo stesso liceo tre anni fa oppure confrontare il liceo bene con il liceo “un poco meno bene” della stessa città. E posso invitare quello andato peggio a migliorare. D’altronde se il titolo ha lo stesso valore da Como a Ragusa allora un 90/100 dovrebbe avere più o meno le stesse capacità sia che abbia preso il titolo a Como, sia che si sia diplomato a Ragusa.

Numbers or GTFO

Ho notato che c’è un grande assente nella sceneggiata sulle deportazioni dei docenti in seguito alle assunzioni in ruolo de “la buona scuola”, ovvero i numeri.
Ci si lamenta di doversi spostare e si chiede di rimanere al paese ma nessuno tira fuori un conteggio di quanti docenti servano, diciamo a Cagliari, e di quanti devono partire. Se a Cagliari, per ipotesi, ci son X posti e ci sono Y candidati con Y minore o uguale ad X, spostare una parte di docenti verso altre provincie è una stupidaggine.
Se, sempre per ipotesi, a Cagliari servissero X docenti e in ruolo ci sono Y candidati, con Y molto maggiore di X (Y>>X), che una parte si debba spostare è una banale deduzione matematica.

Beh, nessuno di quelli che protestano ha tirato fuori numeri incontestabili; si lamentano, dicono che esistono i posti anche al sud ma non tirano fuori un numero che uno. E in certi casi, come in questo articolo, propongono sistemi per aumentare artificialmente il numero di posti. Quindi i numeri in realtà non ci sono e le proteste altro non sono che piagnistei.

La vicenda spiega benissimo anche l’avversione verso i numeri da parte di molti, soprattutto i colti umanisti o i sindacalisti; con i numeri è difficile far passare ragionamenti sballati e contrabbandare per vere le supercazzole.

Convincere la gggente a rimanere ignorante

fonte: http://www.linkiesta.it/it/article/2016/08/11/cera-una-volta-lesame-di-maturita-oggi-i-promossi-sono-il-995-per-cent/31455/

C’era una volta l’esame di maturità. Passaggio epocale nella vita di ogni giovane, fonte d’ansia per generazioni di studenti. Oggi, almeno a giudicare dagli ultimi dati del Ministero dell’Istruzione, il conseguimento del diploma preoccupa un po’ meno. Nell’anno scolastico appena terminato, il 99,5 per cento dei maturandi ha ottenuto la promozione. In pratica tutti quelli che sono arrivati davanti alla commissione hanno superato la prova. È andata persino meglio dello scorso anno, quando i promossi erano stati il 99,4 per cento. E così l’esame di Stato cambia aspetto: era un incubo, è diventato una formalità. (…)

Intanto le rilevazioni condotte dal Miur descrivono un quadro fin troppo rassicurante. Altro che scena muta. I bocciati sono sempre meno, aumentano le votazioni più alte, persino il numero di chi si diploma con il massimo dei voti è in crescita. Insomma, gli studenti italiani sono bravi. A tratti bravissimi.

fermandosi qui nella lettura sembra che, nonostante i docenti puntualmente denuncino, sia a ragione che a torto, che la scuola è bistrattata, la scuola funzioni bene e prepari persone valide e formate.

Ma non è tutto oro quello che luccica; come mai i risultati mirabolanti della maturità non son confermati dalle prove invalsi oppure dai risultati dei test per l’ammissione alle università? Test e risultati della maturità disegnano risultati opposti: la provincia dove c’è stato il maggior numero di cento è anche una delle ultime nelle rilevazioni invalsi.

(…)Numeri alla mano, gli studenti italiani sono sempre più preparati. Ma nella realtà è davvero così? Intanto stupisce un dato: i voti migliori si registrano per la maggior parte nel Meridione. La prima regione per risultati scolastici è la Puglia. Qui si sono diplomati con lode 934 studenti, il 2,6 per cento del totale. Segue la Campania, con 713 e la Sicilia con 500. In tutta la Lombardia, per dire, sono solo 300 gli studenti che hanno ottenuto la maturità con 100 e lode. Un terzo dei pugliesi. In Veneto sono ancora meno, 276. E ancora: in tutta Italia gli studenti che hanno raggiunto il 100 rappresentano, in media, il 5,1 per cento del totale. Eppure in Calabria la stessa percentuale sale all’8,3 per cento. Mentre in Friuli Venezia Giulia scende al 3,7 per cento. Non è il caso di puntare il dito su questo o quell’istituto. Con ogni probabilità non ci sono aree del Paese dove si ottengono automaticamente voti più alti. Il tema, semmai, è legato ancora alla troppa discrezionalità, alle diverse valutazioni tra una scuola e un’altra, che rendono meno credibile il voto finale.

La bocciatura serve ancora? Ripetere l’anno aiuta i ragazzi a colmare le proprie lacune, offre uno stimolo a impegnarsi? Oppure, come sostiene più di qualcuno, resta solo un improduttivo – e costoso – retaggio del passato?

La bocciatura serve? direi di sì invece; senza un serio controllo di qualità, corri il rischio che la qualità del prodotto si abbassi senza che tu te ne renda conto. Ma se ne rendono conto i compratori che cominceranno a snobbare il tuo prodotto o non fidarsi più del tuo marchio. Sembra troppo aziendalista? brutalmente: se promuovi anche asini allora l’essere promosso non diventa più una prova dell’essere bravo e capace. E quindi aziende e università non si fideranno del tuo titolo e useranno altri strumenti per verificare le capacità e le competenze. E questo alla fine danneggia chi, povero, si è sbattuto a lavorare più che il figlio di babbo che può ricorrere a ripetizioni varie per colmare le lacune che la scuola gli ha lasciato.

Bisogna smettere di vedere la bocciatura come una punizione, di vederla come un giudizio globale sulla persona: puoi essere una persona meravigliosa e non sapere nulla di matematica, compreso quel minimo che dovrebbe servirti per vivere così come puoi essere una merda e mangiare integrali tripli per colazione. E se io ti dico che non capisci nulla di matematica allora, se hai testa, cerchi di colmare la tua ignoranza. Se invece ti illudo che la matematica si limiti alla tabellina del tre, e tutto il resto è inutile, poi scoprire che per fare il perito informatico serve qualcosa d’altro può essere un trauma.

Il dire che tutti sono bravi, che tutti meritano di essere promossi, illudere la gente di essere dotta è il modo migliore per diffondere l’ignoranza; se io son consapevole della mia ignoranza cerco di colmarla. Se son convinto di essere il non plus ultra dei dottori avrò anche venti o trenta master rilasciati da youtube ma rimango ignorante come una capra. E chiamare “non discriminazione”, “nessuno indietro” l’illudere gli studenti che son dotti invece di far prendere loro consapevolezza della loro ignoranza non è progressismo ma ipocrisia. Oltre ad essere nocivo per loro; se ti rendi conto a 14 anni di essere una capra hai il tempo per riparare, se te ne accorgi a 26 ai primi colloqui di lavoro di non essere quel pozzo di scienza che credi è tardi per rimediare a tutto.  A 30, dopo una sudata laurea triennale in scienze della fuffa teoretica, a meno di non avere un fratello ministro, sei solo carne da call center o attivista per i partiti attiraboccaloni.

PERCHÈ STUDIARE IL LATINO E IL GRECO (GRAMSCI)

“Non si impara il latino e il greco per parlare queste lingue, per fare i camerieri o gli interpreti o che so io. Si imparano per conoscere la civiltà dei due popoli, la cui vita si pone come base della cultura mondiale. La lingua latina o greca si impara secondo grammatica, un po’ meccanicamente: ma c’è molta esagerazione nell’accusa di meccanicità e aridità. Si ha che fare con dei ragazzetti, ai quali occorre far contrarre certe abitudini di diligenza, di esattezza, di compostezza fisica, di concentrazione psichica in determinati oggetti. Uno studioso di trenta-quarant’anni sarebbe capace di stare a tavolino sedici ore filate, se da bambino non avesse «coattivamente», per «coercizione meccanica» assunto le abitudini psicofisiche conformi? Se si vogliono allevare anche degli studiosi, occorre incominciare da lì e occorre premere su tutti per avere quelle migliaia, o centinaia, o anche solo dozzine di studiosi di gran nerbo, di cui ogni civiltà ha bisogno. […]

Il latino non si studia per imparare il latino, si studia per abituare i ragazzi a studiare, ad analizzare un corpo storico che si può trattare come un cadavere ma che continuamente si ricompone in vita. […] Naturalmente io non credo che il latino e il greco abbiano delle qualità taumaturgiche intrinseche: dico che in un dato ambiente, in una data cultura, con una data tradizione, lo studio così graduato dava quei determinati effetti. Si può sostituire il latino e il greco e li si sostituirà utilmente, ma occorrerà sapere disporre didatticamente la nuova materia o la nuova serie di materie, in modo da ottenere risultati equivalenti di educazione generale dell’uomo, partendo dal ragazzetto fino all’età della scelta professionale. In questo periodo lo studio o la parte maggiore dello studio deve essere disinteressato, cioè non avere scopi pratici immediati o troppo immediatamente mediati: deve essere formativo, anche se «istruttivo», cioè ricco di nozioni concrete.

Nella scuola moderna mi pare stia avvenendo un processo di progressiva degenerazione: la scuola di tipo professionale, cioè preoccupata di un immediato interesse pratico, prende il sopravvento sulla scuola “formativa” immediatamente disinteressata. La cosa più paradossale è che questo tipo di scuola appare e viene predicata come “democratica”, mentre invece essa è proprio destinata a perpetuare le differenze sociali. […] Il carattere sociale della scuola è dato dal fatto che ogni strato sociale ha un proprio tipo di scuola destinato a perpetuare in quello strato una determinata funzione tradizionale. Se si vuole spezzare questa trama, occorre dunque non moltiplicare e graduare i tipi di scuola professionale, ma creare un tipo unico di scuola preparatoria (elementare-media) che conduca il giovane fino alla soglia della scelta professionale, formandolo nel frattempo come uomo capace di pensare, di studiare, di dirigere o di controllare chi dirige. Il moltiplicarsi di tipi di scuole professionali tende dunque a eternare le differenze tradizionali, ma siccome, in esse, tende anche a creare nuove stratificazioni interne, ecco che nasce l’impressione della tendenza democratica. […] Ma la tendenza democratica, intrinsecamente, non può solo significare che un manovale diventi operaio qualificato, ma che ogni “cittadino” può diventare “governante” e che la società lo pone sia pure astrattamente nelle condizioni generali di poterlo diventare […].

Anche lo studio è un mestiere e molto faticoso, con un suo speciale tirocinio anche nervoso-muscolare, oltre che intellettuale: è un processo di adattamento, è un abito acquisito con lo sforzo e il dolore e la noia. La partecipazione di più larghe masse alla scuola media tende a rallentare la disciplina dello studio, a domandare facilitazioni.Molti pensano addirittura che la difficoltà sia artificiale, perchè sono abituati a considerare lavoro e fatica solo il lavoro manuale. È una quistione complessa. Certo il ragazzo di una famiglia tradizionalmente di intellettuali supera più facilmente il processo di adattamento psicofisico: egli già entrando la prima volta in classe ha parecchi punti di vantaggio sugli altri scolari, ha un’ambientazione già acquisita per le abitudini famigliari. Così il figlio di un operaio di città soffre meno entrando in fabbrica di un ragazzo di contadini o di un contadino già sviluppato per la vita dei campi. […]

Ecco perchè molti del popolo pensano che nella difficoltà dello studio ci sia un trucco a loro danno; vedono il signore […] compiere con scioltezza e con apparente facilità il lavoro che ai loro figli costa lacrime e sangue, e pensano ci sia un trucco. In una nuova situazione politica, queste questioni diventeranno asprissime e occorrerà resistere alla tendenza di rendere facile ciò che non può esserlo senza essere snaturato. Se si vorrà creare un nuovo corpo di intellettuali, fino alle più alte cime, da uno strato sociale che tradizionalmente non ha sviluppato le attitudini psico-fisiche adeguate, si dovranno superare difficoltà inaudite.”

(Antonio Gramsci, Quaderni dal Carcere, Quaderno 4 [XIII] voce 55, “Il principio educativo nella scuola elementare e media”)

che dire? se queste cose le avesse scritte oggi si sarebbe preso del fascista e del nemico del popolo. Oggi la scuola deve essere facile perché se no è fascista, il selezionare sulla base delle capacità è fascista, il pretendere che gli studenti studino è da denuncia all’alta corte per i diritti umani.

 

Differenziare il valore dei titolo di studio in base alla scuola?

Su faccialibro si discuteva di un emendamento per diversificare, nei concorsi pubblici, il valore del voto di laurea o di diploma sulla base dell’ateneo o della scuola di provenienza. Un 100 preso in una scuola dove i 100 abbondano varrà meno di un 100 preso dove latitano.

E ovviamente è partita la polemica. Polemica utile a svelare una verità sul mondo della scuola e dell’università, perché lottare e polemizzare aspramente contro una legge “ammazzalaureifici”? Perché lottare perché non venga negato l’assioma che tutte le università siano uguali e che tutti i titoli, e i voti ad essi legati, siano veri e corretti. Che un 100 dell’international telematic fuffologic university of vattelapesca (unifuff) valga quanto un 100 preso al politecnico di Milano?

La risposta è semplice, i laureifici sono la maggioranza e, i predetti, contrabbandano la loro mediocrità spacciata per eccellenza usando i soliti pretesti della non esclusione, del dover integrare le persone, del dover rispondere alle esigenze del territorio…

Peccato che il mondo del lavoro privato si sia già mosso in tal senso, e che la laurea conseguita in certi atenei valga, a parità di punteggio, meno di quella presa in altri.  Indizi che il voto sia una “misura” poco oggettiva di quanto ne sappia lo studente ne esistono in abbondanza, soprattutto per le scuole superiori (la correlazione negativa fra voto medio di diploma per regione e risultato medio invalsi o risultato medio nei test unici nazionali di ammissione ai corsi a numero chiuso). Anche una analisi dei risultati del concorsone scolastico del 2012 porta alle stesse conclusioni.

Quindi l’emendamento meloni non fa altro che riconoscere una situazione “reale” ed esistente. La reazione del mondo della scuola o dell’accademia mostra quanto loro guadagnino da tale bluff. Prima, almeno fino a circa il 1990 bastava il pezzo di carta e poi magari con una spintarella si entrava nello stato o nel parastato. Oggi invece, causa concorsi pubblici che son dovuti diventare per forza più seri, serve invece sapere. E’ il certificare che l’unifuff non trasmette realmente sapere può essere deleterio per essa, soprattutto adesso che, dati sulle immatricolazioni alla mano, molti ponderano bene se sia il caso di investire in formazione. Significa condannarla a morte per mancanza di studenti.

Le reazioni scomposte all’emendamento mostrano, impietosamente, quanto in realtà si voglia una meritocrazia non farlocca.

L’emendamento, a leggere le ultime notizie, molto probabilmente verrà ritirato ma questo di certo non elimina le storture che l’emendamento portava alla ribalta.

CGIL e Logica, diavolo e acquasanta

Stavo leggendo l‘articolo della Boscaino sul fatto riguardo alla buona scuola. Ci sarebbe da dire, per onestà intellettuale, che la scuola italiana pecca soprattutto nell’insegnamento della logica, logica intesa come il sistema per trarre le corrette conclusioni dalle premesse. Questa è la perla del comunicato della FLC-CGIL

Il primo passo è definire i livelli essenziali delle prestazioni che devono avere standard qualitativi elevati in tutto il Paese. Occorre ridurre il numero degli alunni per classe per migliorare i processi di apprendimento, aiutare gli alunni in disagio socio-ambientale o in difficoltà di apprendimento. La scuola deve avere come obiettivo quello di portare tutti al successo formativo e non avere come fine quello di selezionare nel nome di una finta meritocrazia.

La struttura è la stessa del paradosso dello scudo impenetrabile e della lancia invincibile(1).  Affinché le prestazioni abbiano standard qualitativi elevati devi verificare che il personale e le scuole rispettino tali standard, e devi intervenire quando tali standard non vengono rispettati. Però poi devi promuovere tutti, anche gli analfabeti e ciao ciao agli standard di qualità.

Banalmente se si vuole la qualità allora bisogna verificare che le scuole raggiungano quel livello di qualità e costringere, con le buone o con le cattive, le scuole che tali livelli non rispettano a raggiungerli. Se invece si vuole una scuola che promuova tutti indistintamente allora scordiamoci gli standard elevati visto che anche il classico “pierino” ha diritto al raggiungimento del successo formativo, anche se al predetto di studiare non interessa una cippa.

Per raggiungere il successo formativo lo studente deve anche metterci del suo, deve essere lui a voler studiare e a volersi impegnare altrimenti il successo formativo col cavolo che lo raggiunge, anzi spesso fa anche da remora per i compagni. Per avere una classe di qualità devi avere studenti di qualità e questo significa selezionare fra gli studenti passando i motivati e fermando gli scazzati. L’attimo fuggente è un bel film ma è un film, finzione.

Il reale problema degli standard elevati e della meritocrazia è che la meritocrazia lato studenti si riflette immediatamente lato docenti. Se io miro ad andare in una facoltà a numero chiuso o “tosta” a me interessa far bene la scuola superiore e svolgere il programma scolastico, possibilmente tutto. Logico quindi che, nel caso il docente parli di fantacalcio invece che di derivate ed integrali, ci saranno garbate proteste, e ancora più logico che la scuola dove i docenti insegnano fantacalcio e “uomini e donne” verrà snobbata da chi ha invece interesse ad imparare “analisi logica” ed “esponenziali e logaritmi”, diventando una “scuola discarica”.

(1) Uno scudo impenetrabile è uno scudo capace di bloccare qualsiasi lancia, una lancia invincibile è una lancia capace di bucare qualsiasi scudo. Cosa succede quando una lancia invincibile colpisce uno scudo impenetrabile?
Le due definizioni singolarmente hanno senso, ma i due oggetti non possono coesistere contemporaneamente.

promuovere per non discriminare?

sul fatto c’è il solito articolo del maestro, precario, che parla di promuovere gli studenti per non farli sentire discriminati e cita, come al solito don milani. La migliore confutazione della sua tesi l’ha inviata l’utente emastro citando un messaggio di Leonardo Serni.

“Oggi abbiamo bisogno non di bocciature ma di risorse, di “promuovere” chi non ce la fa.”

L’autore si puo’ permettere di dire queste cose per via della sua posizione – seduto davanti a un computer.

Perche’ se la sua posizione fosse diversa, che ne so, disteso, con una forte luce bianca negli occhi e una voce vicino a lui che dice qualcosa come “Oh ragazzi, io ad anatomia proprio non ce la facevo, pero’ mi hanno sempre promosso perche’ i miei professori credevano in me e mi volevano incoraggiare, perche’ era giusto che tutti andassero avanti, anche quelli che non sanno leggere… e poi anche l’Ordine dei Medici ha deciso che il mio amor proprio, la mia autostima, il mio diritto a progredire erano piu’ importanti di quattro stupide tavole anatomiche, insomma io non mi ricordo quali sono i reni e quali i polmoni, magari datemi una mano voi se taglio il pezzo sbagliato, OK? Vabbe’, adesso incido, e che Dio ce la mandi buona…”, ecco, secondo me la penserebbe diversamente
[emastro]

Meritocratzia ci bolit, ma cummenti bollu deu*

Meritocrazia ci vuole, ma come [la] voglio io…

più o meno è quello che ho pensato quando su faccialibro ho visto questa notizia mandata da un amico docente

meritocrazia_scuola

 
Capisco che un poco di soldi possano fare comodo però, che merito viene trattato in questo modo? il merito anagrafico e basta.  Uno dei problemi della scuola è proprio l’assenza di merito, il non riconoscere il merito ai capaci e non riconoscerlo a chi invece capace non è.  Una meritocrazia per la quale tutti sono bravi non è una meritocrazia. Almeno, per decenza, si eviti di urlare al merito quando si chiede di dare tutto a tutti come prima. Quello che infatti frega la scuola è questo sillogismo:

  1. Tutti i docenti hanno lo stesso merito
  2. Prof. Tizio è un incompetente plateale ignorante come una capra.

Visto 1 e 2  si deduce che tutti i docenti sono ignoranti come una capra.

E son questi i comportamenti che contribuiscono a svilire ulteriormente la scuola; peccato che i docenti siano troppo impegnati a frignare per rendersene conto.