Quando morì il 25 aprile.

Stavo sentendo le, oramai, puntuali polemiche sul 25 aprile e festività annesse. Quando è morta la festa del 25 aprile? quando è passata da festa nazionale della liberazione a “bile party”? Ho fatto un poco di mente locale ed alla fine l’ho capito; la festa morì quando passò dall’essere la celebrazione della liberazione alla festa contro berlusconi. Nel 1994 la gioiosa macchina da guerra prese una sventola non da poco. Mani pulite e forcaiolismo annesso avevano fatto, letteralmente, piazza pulita del pentapartito e di tutti i suoi uomini di punta. Nonostante i sogni bagnati di tanti orfani dell’URSS le seconde linee del pentapartito (Casini, Mastella e compagnia cantante), insieme alla destra finiana e alla lega, dettero una sberla non da poco alla gioiosa macchina da guerra ed a tutti gli accultuVati fiancheggiatoVi.

Il 25 aprile del 1995 divenne la festa contro berlusconi; i paragoni Berlusconi = Mussolini, ripresero forza, invece di pensare all’unione si urlò che solo la sinistra era l’unica vera erede dei partigiani (e di riflesso che solo i partigiani rossi rossi erano gli unici degni partigiani, per gli altri: i bianchi, i monarchici, i liberali, o si taceva con un imbarazzato silenzio oppure si parlava di “venduti agli americani”. E la mitologia del partigiano rosso che con il suo mitra libera l’italia per poi essere a sua volta invaso dagli americani, prese forza. Si cercò di modificare la storia: dimenticare che l’italia venne liberata soprattutto grazie ai carri armati degli alleati, la tragedia della shoa venne banalizzata trasformando qualsiasi cosa in shoa e, cosa peggiore, le vittime di ieri vennero nominate carnefici di oggi. Pur di dar contro al berlusco, visto che si era incapaci di dare risposte politiche, ci si appoggiò da una parte agli intellettuali di partito e dall’altra ai ragazzini che giocavano a fare gli anarcorivoluzionari.

Il risultato alla fine è stato che la festa da festa di unione è diventata la celebrazione religiosa di una resistenza mitizzata e divinizzata contro chiunque non si riconosca in tale mitizzazione. C’è una casta religiosa, come l’ANPI, che si arroga il diritto di parlare per la divinità e di concedere patenti di moralità, la discussione storica sulla resistenza viene occultata; tutto quello che contrasta con il mito deve essere per forza falso, e ultima cosa la “mitica resistenza” viene presa come esempio e giustificazione per azioni di basso teppismo.

Errori gravissimi. Prima cosa: il creare un mito religioso significa poi trovarsi a fare i conti le contraddizioni e le incongruenze della storia. Un nome che “rompe” per la storiella partigiani buoni buonissimi contro fascisti tutti cattivissimi e assassini: Giorgio Perlasca1 persona di destra che è anche stata fascista convinta. Oppure la storia della brigata Osoppo e l’eccidio di Porzus. E invece di ammettere luci ed ombre di un fenomeno complesso si reagisce con rabbia e con persecuzioni verso gli eretici. Altro errore dell’attualizzare tutto è che se tutto è fascista allora nulla è fascista. Se qualunque tragedia, vera o presunta, viene paragonata alla shoa allora si perde proprio il senso e l’enormità della tragedia.

L’aver “attualizzato” la festa spiega bene come mai sia diventata la festa sbroc dove i partigiani “mitizzati” divennero i raddrizzatore di banane equosolidali e le loro azioni “mitiche” giustificano quelle dei loro autonominatisi eredi, e simpatizzanti. Questo spiega bene questione ANPI – Brigata Ebraica. Anche la questione della Brigata Ebraica rompe la figura dell’eroico raddrizzatore di banane equosolidali e la lettura buoni buonissimi contro cattivi cattivissimi come perlasca o l’eccidio di porzus. E come la storia insegna spesso i fedeli fanatici sono i primi a reagire “male” contro tutto quello che contrasta con la loro fede religiosa2. Buffo comunque che, comportandosi come i peggiori oscuratisti, si richiamino a valori come la libertà di parola o di dissenso. Come dire: molti erano antifascisti solo perché non piaceva il colore della camicia, tutto il resto era OK3.


  1. Ricordo le polemiche per il film su Perlasca perché un “fascista” faceva la parte del buono. Se c’è una cosa che manda in tilt i cervellini semplici è vedere lex luthor in aiuto a superman. 
  2. Puntualmente si ripetono gli stessi comportamenti che, a parole, si dice di deplorare. 
  3. Spesso i più fanatici antifascisti furono proprio i campioni olimpionici di cambio della casacca in corsa. 

Migranti…

Cosa è successo: il dima parlando della questione dei migranti ha parlato di taxi del mediterraneo, e puntualmente le truppe cammellate dei benpensanti si son scatenate a vomitare tonnellate di indignazione e storie pietose.

Che dire? Il dima ha ragione1; il soccorso per molti è diventato un businnes e i disperati che fuggono dalle guerre o che cercano un posto “economicamente” migliore2; per questo abbisognano di “carne fresca”. Far credere ai disperati che basti partire dalla libia per arrivare nel paese del bengodi è un comportamento abbastanza cinico, comportamento che incentiva le persone a prendere i rischi invece di disincentivarli. Poi ci son altre domande che generalmente vengono evitate a colpi di storielle strappalacrime ed accuse di razzismo:

  1. il codice della navigazione prevede che il naufrago debba soccorrerlo ed accompagnarlo nel porto più vicino: come mai vengono scelti i porti italiani quando i porti tunisini e maltesi sono più vicini?
  2. Come vengono spesi i fondi per l’accoglienza e come vengono rendicontati? è vero che ci son stati casi di “gestione opaca” delle risorse per l’assistenza ai migranti da parte di cooperative ed onlus?
  3. Se accoglienza è bello e le “risorse” sono utili, come mai Capalbio ed altri posti per vips non hanno voluto accogliere?

Son domande legittime, urlare “ai Vrutti Vazzisti…” imho più che stroncare le polemiche serve solo a buttare benzina sul fuoco.

 


  1. il principio dell’orologio fermo si applica anche ai pentastellati. 
  2. In Sri Lanka non c’è alcuna guerra come in senegal, algeria, tunisia, marocco. Son pochi i migranti che arrivano da paesi riconosciuti in guerra dall’onu. 

Nucleare e Ragione | Il “caso Report” – reazioni differenti allo stesso metodo

Il 29 marzo 2009 Report (trasmissione RAI) mandò in onda una puntata sul nucleare, o per meglio dire “contro” il nucleare, intitolata “L’inganno”.

L’intento di “informare i cittadini” sull’utilizzo della tecnologia elettronucleare fu completamente tradito. Inesattezze e falsità si sprecarono.Oggi le definiremmo delle “post-verità”.

Sorgente: Nucleare e Ragione | Il blog del Comitato Nucleare e Ragione

Aboliamo il 25 aprile (e le conseguenti patenti di superiorità morale)

Visto che oramai la festa della liberazione del 25 aprile è completamente snaturalizzata penso sia meglio abolirla del tutto. Oramai è solo la festa degli autonominatisi eredi dei partigiani che si arrogano il diritto di decidere cosa sia o non sia fascismo e di dare patenti di superiorità morale anche in spregio alla storia.

Piaccia o no l’italia è stata liberata dalle truppe angloamericane, non dai partigiani. I partigiani hanno aiutato, vero, hanno partecipato ed hanno combattuto anche loro, verissimo, però non ci sarebbero riusciti con le loro sole forze; bisogna avere l’onestà intellettuale di ammettere che il nazismo finì a causa delle sconfitte militari inferte dagli alleati e non solo grazie alla resistenza delle popolazioni.

Invece molti pensano che la liberazione sia stata grazie ai partigiani, oramai trasformati in supereroi. Supereroi che hanno passato ai loro autonominatisi eredi il compito di andare a raddrizzare tutti i torti contro i presunti “oppressi” del mondo.  Ed in nome di questa missione spuntano fuori le puntuali polemiche contro gli americani, la brigata ebraica etc. etc. perché disturbano la loro ingenua visione di “buoni contro cattivi”, perché ricordano che il nazismo venne sconfitto al prezzo di tanto sangue, bombe e carri armati e non da quattro persone con un mitra e due granate.

Cosa si dovrebbe festeggiare quindi il 25 aprile? Chi si sacrificò per liberare l’Italia dal nazifascismo oppure è la festa new age della solidarietà ai “boboli obbressi”? Beh se è la festa dei “boboli obbressi” sinceramente preferirei che venisse abolita o trasformata nella festa di primavera. Sia per mantenere intatta la memoria storica del dramma che fu la II guerra mondiale ed evitare che venga trasformata in un fumettone buoni vs cattivi1, dove la cattiveria dei cattivi giustifica qualsiasi azione dei buoni (e di riflesso dei loro autonominatisi eredi morali). Sia per evitare che i partigiani vengano “arruolati” e “strumentalizzati” da chi ha interesse a speculare sul loro sacrificio per bassi interessi di politichetta attuale. E soprattutto per far finire il vizio di molti di dare o revocare, in nome della resistenza,  patenti di superiorità morale che permettono da subito di capire se sei fra i buoni o fra i cattivi. Il dare patenti di superiorità morale, patenti che giustificavano tutto, era un vizio dei totalitarismi che i partigiani combattevano. Quando si parla dell’ironia della storia.


  1. luci ed ombre ci furono da tutte le parti, porcate ne fecero anche gli alleati. Però bisogna avere la maturità di capire il periodo ed il momento; misurare le azioni di allora con il metro di oggi è sbagliato. 

Il treno del giustiziere della notte

Stavo leggendo le notizie del treno ventimiglia – torino e della baby gang che vi ha imperversato.  Ciò che mi è venuto in mente, e che temo, è che compaiano i giustizieri della notte. Quando lo stato palesemente non funziona, abdica, anche se con tante belle parole, al suo ruolo di “protettore” dei cittadini, i predetti o si fanno giustizia da soli oppure appoggiano chi fornisce loro protezione. In ogni caso lo Stato ne esce con le ossa rotte.

Chi si è trovato a vivere quella situazione, dopo aver visto che l’intervento delle FFOO è stato perfettamente inutile cosa farà? la tentazione di votare chi da risposte sbagliate a domande giuste diventa forte. E diventa sostegno fanatico quando invece di comprensione trovi benaltrismo: “ma i politici yabba yabba…”, accuse di razzismo, “anche gli italiani lo fanno…”  e buonismo a 3€/Kg “ma bisogna comprenderli, noi dobbiamo (che in realtà significa voi dovete) espiare le colpe del colonialismo, di questo e quello…”

Risultato: un ottimo brodo di coltura per mafiosi e nazistoidi. L’ascesa del nazismo è stata favorita anche dall’abdicazione dello stato, dalla sua ignavia nel proteggere i cittadini, nel garantire la sicurezza e nell’aiutare chi desiderava vivere nell’ordine a viverci. Non è stato generato solo da un anticristo piovuto, non si capisce bene come, dal cielo.

Bisogna intervenire in maniera decisa, sia per “insegnare” alle risorse sia per “dimostrare” agli altri che ci son paletti da non superare. L’alternativa è mandare tutto in vacca, trovarsi quartieri e zone della città che oramai diventano uno stato nello stato, dove la legge non è quella civile ma la legge che i balordi impongono loro.

Mi è capitato di insegnare in corsi di formazione professionale, corsi organizzati per recuperare studenti dispersi e far loro imparare un mestiere. Nello specifico era un corso per meccanici operatori con macchine a controllo numerico. Corso organizzato per levare dalla strada quelli che oggi chiamerebbero “neet” e tentare di far imparare loro un lavoro con il quale si sarebbero potuti mantenere. La classe, come quelle degli altri corsi attivati, aveva molti problemi di disciplina. La cattiva disciplina è stato un crescendo rossiniano di rotture di scatole. L’essere gruppo, da parte degli studenti ed il senso di impunità dovuto al fatto che il responsabile dei corsi non faceva altro che dire: “bisogna comprenderli, se li molliamo son persi, sorvolate, comprendete, chiudete un occhio” in realtà li spingevano ad alzare continuamente la posta. Prima il chiasso in classe, poi il giocare con le suonerie durante la lezione, poi l’iniziare a rispondere male al docente che li riprendeva. Alla fine c’è stata l’ultima spiritosata: un ragazzo ha staccato dal muro un estintore e l’ha usato per spruzzare i compagni come se fosse stata schiuma di carnevale. A quel punto anche il coordinatore si è svegliato e son, finalmente, partite le legnate. Il ragazzo dell’estintore è stato espulso, senza se e senza ma, gli altri “spiritosi” si son beccati un bel po’ di giorni di sospensione e son stati avvisati: ogni tre note un giorno di sospensione e se  i giorni di sospensione arrivavano a sette finivano espulsi.

L’ambiente migliorò notevolmente molti smisero di fare gli spiritosi. Poi quando andarono a fare il tirocinio ed alcuni tornarono con un contratto di pre assunzione in tasca, cioè se prendevano la qualifica sarebbero stati assunti dalla ditta meccanica cui avevano fatto lo stage, quasi tutti diventarono ansiosi di completare la preparazione.

Cosa ho imparato da quell’esperienza? Che in certi casi, da docente, vieni messo davanti alla scelta fra il perdere uno studente per cercare di salvare una classe o perdere la classe per tentare di salvare uno studente. Sarà cinico o crudele ma in tal caso, per me, la scelta migliore è cercare di salvare una classe anche al costo di perdere uno studente. La seconda è che le regole devono essere chiare e fatte rispettare, le vacue trombonate se non seguite da azioni servono solo a stuzzicare il senso di impunità e a spingere i baby teppisti ad alzare continuamente la posta fino al punto di rottura e se si raggiunge il punto di rottura poi son dolori per tutti.

Probabilmente se si fosse fatta la faccia cattiva da subito sospendendo immediatamente lo spiritoso della situazione, il ragazzo non avrebbe fatto la stronzata dell’estintore e forse sarebbe stato recuperato anche lui come la maggior parte dei suoi compagni. Chissà. Predicare, predicare e predicare non è servito a niente.

Tutto questo per dire che occorre che lo stato intervenga subito e bene, mostrando che ha anche interesse a tutelare i cittadini invece di pensare tanto, ma tanto, a Caino, da mandare a fare in culo Abele. L’alternativa son voti, e simpatie, per fascistoidi e “nazisti dell’illinois” assortititi che però almeno ammettono l’esistenza del problema invece di negarlo e cercare di indurre sensi di colpa (parli solo perché sei razzista) in chi prova a sollevarlo.

 

aperture domenicali e festive e turismo.

Se si vuole avere una prova della cialtronaggine dei sindacati italiani basta vedere le polemiche e i picchettaggi per le aperture festive. Comportamento stupido in quanto si preferisce una logica di scontro frontale in perfetto stile anni ’70 ad una trattativa ove a fronte dell’apertura festiva del negozio si strappano incentivi o assunzioni.
Se devo lavorare sette su sette ho bisogno di più personale rispetto a quando l’orario di lavoro è di cinque su sette. Ergo ci son margini per trattare incentivi, straordinari e assunzioni. Invece in molti casi si lotta per segare il ramo cui si è seduti e poi, una volta caduti a terra, lagnarsi contro tutto e tutti tranne che contro il vero responsabile: la propria stupidità.

Io ricordo quando la domenica era giorno di chiusura e i negozietti facevano orari tarati su quelli della maggioranza della clientela, le casalinghe. Aprivano verso le 9 e chiudevano alle 13. Ed al pomeriggio aprivano dalle 17/18 alle 19/20, poca gente faceva la spesa al pomeriggio perché la maggior parte delle casalinghe comprava al mattino. Ed una famiglia in cui entrambi avevano un orario rigido 8-14 come faceva a fare la spesa? dovevi correre al mattino sperando che la macelleria aprisse in orario per poi correre al lavoro e ti dovevi attrezzare per fare spesone per la settimana.

Per non parlare dell’estate; tutte le volte che il comune cercava di organizzare dei turni affinché in ogni quartiere rimanessero aperte un paio di rivendite di alimentari, puntualmente si scatenava la protesta: “io lavoro ed ho diritto ad andare in ferie quando voglio (ad agosto a Pula o Villasimius). E chi rimaneva aperto faceva orari da signore e prezzi venivano leggermente ritoccati verso l’alto1.

L’arrivo della GDO fu una boccata di ossigeno: orari comodi anche per chi lavorava; si poteva andare a fare la spesa alle 16, non dovevi girare per cinque o sei negozi e potevi tornare a casa in tempo per preparare la cena.  Ovviamente i piccoli commercianti persero “immediatamente” tutti i clienti “lavoratori” con orari rigidi che si trovavano a dover far le corse per fare la spesa, partì una guerra senza quartiere contro la GDO2, guerra che, per fortuna, persero e persero di brutto.

Una cosa che molti non hanno capito nel commercio è che vendere significa convincere chi ha i soldi a venire a darteli in cambio della tua merce, non che chi ha i soldi ha l’obbligo di venire a darteli e deve anche ringraziarti perché stai facendo il favore di vendere a lui. Io vado dove mi viene comodo comprare; magari sono in gita, vado al ristorante del centro commerciale e, nel caso, se vedo qualche cosa di interessante nelle vetrine vicino al ristorante entro e la compro. Ovviamente se vedo qualcosa di interessante la domenica, e non son del posto, difficilmente ritornerò il lunedì per comprarla.

Tanto per dirne un’altra, a Villasimius, località marittima del sud est sardegna, le aperture, d’estate son aperti tutti i giorni anche a ferragosto, e gli orari dei negozi pomeridiani sono tali da permettere lo “shopping post mare”; tutti i negozi chiudono alle 22 durante la settimana e alle 24 il venerdì ed il sabato quando le vie del paese son piene di gente. Perché? per non mettere il turista davanti alla scelta: o mare o shopping ma facilitarlo a fare entrambi. Pretendere una chiusura dei negozi alle 19 significherebbe fare perdere, spannometricamente, un buon 70% di incassi.
Molti preferiscono la formula “shopping e mare” perché comoda per il turista e conveniente per il commerciante. Passare alla formula: o shopping o mare significherebbe perdere incassi dal commercio che turisti, che tendono ad andare dove si trovano meglio ed hanno maggiori comodità3.

 

 


  1. Quando ero alle elementari nel quartiere c’erano due rivendite di alimentari che avevano le patatine san carlo; patatine che venivano vendute con il prezzo imposto, 800 lire se non ricordo male. Quando uno dei due chiuse a causa della malattia della titolare l’altra mise un cartello che le patatine costavano 200 lire in più oltre al prezzo imposto. Questo per capire quanto io creda alle storie dei piccoli commercianti che si strappano il cuore per venderti i migliori prodotti al miglior prezzo possibile. 
  2. Quando vicino a casa predisposero un grosso centro commerciale, ci fu, da parte dei piccoli commercianti molta protesta. La cosa più umoristica è che chiedevano contemporaneamente sia che il supermercato non aprisse, sia che procedesse con le assunzioni di tutto il personale selezionato (commesse, magazzinieri, pulizie, vigilanza, logistica, amministrazione). La direzione, che si beccò anche accuse di fascismo, fece invece un ragionamento semplice: “se posso aprire, le persone mi servono e quindi procedo con le assunzioni, se non posso aprire le persone sono inutili e quindi non si procede con le assunzioni.” 
  3. ci son riusciti a capirlo anche a Pula e Villasimius, soprattutto quando hanno iniziato a soffrire della concorrenza di Spagna e Croazia; se vuoi turisti e turismo devi fornire i servizi ai turisti e trattarli bene; una rivoluzione copernicana rispetto all’andazzo precedente: “salta addosso al pollo e cerca di spennarlo il più possibile che tanto l’anno prossimo arriverà un nuovo pollo”. Adesso praticamente Villasimius paese vive dalle 18 circa alle 22 od alle 24, pieno di gente e con tutti i negozi aperti, spettacolini nelle strade ed eventi. E tanta gente che spende. 

Codiamo, codiamo tutti…

L’incompetente non conosce le regole, il capace conosce le regole, il guru sa quando è il caso di violare le regole

Su faccialibro mi hanno coinvolto in una discussione sul coding alle elementari, ove per coding si intende l’insegnare il pensiero computazionale e i fondamenti della programmazione. Le obiezioni erano essenzialmente tre:

-> il coding, il saper programmare è una competenza troppo specialistica per essere insegnata.

-> meglio l’insegnamento “analogico” al digitale,

-> costringe gli studenti ad un pensiero rigido, a pensare per zero ed uno, uccidendo la creatività e tasformandoli in tanti piccoli robot. 1

Più una quarta che i progetti in realtà servivano per favorire le multinazionali del software ovvero la microsoft2; un poco di sano gombloddismo non guasta mai.

A me sembra che sul coding si faccia un sacco di confusione, come al solito, e che molti scrivano solo perché sottomano hanno una tastiera.

Prima considerazione: “coding” altro non è che il solito vizio italiano di usare una parola nuova per un concetto vecchio, il pensiero logico computazionale, per farlo passare come moderno. Il pensiero logico computazionale; il pensare in maniera matematica, conoscere, saper descrivere gli algoritmi, saperli utilizzare, è il fondamento di tutta la matematica e, conseguentemente, di tutte le scienze. Prima che venisse chiamato coniato il termine “coding” era quello che imparavi quando studiavi le tabelline e la geometria e ti esercitavi a risolvere i problemi come: Anna, Bruno e Carla hanno ognuno tre mele, quante mele hanno in tutto? Vogliamo preparare una tovaglia per un tavolo quadrato che ha il lato di 50 cm; quanti metri quadri di stoffa dobbiamo comprare? se la stoffa costa 8 euro a metro quadro, quanto spendiamo? Roba che alle elementari si è sempre fatta, solo che si chiamava aritmetica e geometria, e che si dovrebbe continuare a fare anche oggi. Chiamarla coding la fa sembrare qualcosa di figo, di moderno e di innovativo. Invece è la cara vecchia buona aritmetica.
Scava scava il linguaggio di programmazione è solo uno strumento, le strutture base della programmazione (istruzione, iterazione, scelta) son le stesse di qualsiasi algoritmo matematico e consentono di descrivere qualsiasi algoritmo e, conseguentemente, qualsiasi programma.  Il fatto è che molti confondono l’informatica con il saper usare il computer; il che è come dire che il conoscere l’ingegneria meccanica dei motori automobilistici è la stessa cosa di avere la patente e saper guidare una macchina. Usare il computer a scuola non è fare informatica come guidare non è fare progettazione di motori. Invece molti continuano a confondere la materia con lo strumento. Vero anche che molti su questa ambiguità ci giocano per lucrarci sopra. Quando insegnavo ho avuto problemi con ragazzi, convinti che l’informatica fosse la patente europea del software, si son trovati spiazzati quando invece di uord e uindos si è parlato di diagrammi di flusso e algoritmi.

Seconda considerazione: anche con l’informatica puoi fare insegnamento “analogico”; usare un mazzo di carte per spiegare gli algoritmi di ordinamento, fare il gioco delle venti domande per trovare una parola nel vocabolario, applicare tanti algoritmi “informatici” e modelli al mondo reale; prendere la ricetta della pizza come esempio di programma e convertirlo in un flow chart. Tante attività “analogiche”, coding non significa abbandonare i ragazzi davanti al PC.

Terza considerazione: una delle obiezioni contro il coding che ho sentito è: “insegna a pensare per zero ed uno, con regole rigide, riducendo l’alunno ad un automa”. Colossale uomo di paglia. Vorrei vedere un informatico che uno che “pensa” solo con una variabile binaria; si puàò pensare anche per “nibble” (4bit),  byte (8),  “word” (16)  e se proprio serve  “longint” (64 bit) 😀  In realtà la scuola già insegna a pensare con regole rigide di per sé, prendiamo ad esempio la grammatica: ci son regole “rigide” che impongono la concordanza del soggetto con il verbo o che vietano di usare un tempo futuro per parlare di eventi passati. “ieri io andrete al mare” è una frase che non significa niente. E non significa niente perché non rispetta le regole di concordanza del soggetto (io) con il verbo (seconda persona plurale) e non rispetta neppure le regole sui tempi, il verbo è al futuro mentre “ieri” fa riferimento al passato. La grammatica e la sintassi hanno le loro regole rigide quindi, se la rigidità delle regole uccide l’intelligenza e rende le persone automi, per coerenza sarebbe da eliminare anche la grammatica e la sintassi3 nell’insegnamento dell’italiano.

L’ultima considerazione sono invece le solite frignate “scolastiche” di chi cerca di verniciare con tanto idealismo i suoi bassi interessi di bottega, ovvero il non volersi aggiornare, il non voler imparare cose nuove per trasmetterle agli studenti.  Quello che trovo buffo è che i giorni pari ci si lamenti che i privati non investano nella scuola e i giorni dispari ci si lamenti del non voler diventare “schiavi” di chi nella scuola vorrebbe investire. Il solito “mamma ciccio mi tocca, toccami ciccio che mamma non vede”.

Uno dei compiti più importanti della scuola è fornirti un bagaglio culturale per interpretare, capire e saper agire nella maniera ottimale con il mondo; ed il pensiero logico matematico, o pensiero computazionale, rimane uno strumento molto potente per riuscirci. La scuola deve insegnarti a pensare non darti solo una sterile quanto inutile erudizione basata solo su tante nozioni disconnesse e avulse dalla realtà, senza che ti venga insegnato ad utilizzare tali nozioni, a collegarle ed a ragionarci sopra. E il coding altro non è che uno strumento per “applicare” il pensiero logico allo stesso modo dei problemi di aritmetica.

 


  1. una cosa che trovo divertente è che l’algebra di Boole che descrive la logica binaria altro non è che la formalizzazione matematica della logica aristotelica. Quindi lo studio di Aristotele e della filosofia è nocivo. Quando si parla di ironia. 
  2. Già il pensare che il software si riduca ai prodotti microsoft mostra quanto sia approfondita la conoscenza dell’informatica; e questo fa porre qualche sospetto su quanto possano essere appropriate certe obiezioni. 
  3. purtroppo temo stia già avvenendo, basta dare una lettura ai messaggi nei social. :-( 

cargo cult ed ingegneria gestionale

Il cargo cult (culto del cargo) è un culto religioso sviluppato da alcune popolazioni aborigene durante la seconda guerra mondiale; si trattava del copiare gli aeroporti e dell’imitare il comportamento del personale aeroportuale. Si parla di “cargo cult” quando qualcuno copia la forma senza però aver capito nulla della sostanza.

Una cosa che accomuna l’ingegneria del software e l’ingegneria gestionale è che spesso diventano oggetto di Cargo Cult da parte di incompetenti. Molti erroneamente ritengono che si tratti di attività facili, alla portata di chiunque, e che basti imitare vagamente la forma: diagrammi e tabelle, per arrivare alla sostanza. E quando tentano di reinventarsi ingegneri ottengono risultati che vanno dal comico al tragico (soprattutto per chi deve sopravvivere alle loro sparate o cercare di riparare).

Stamattina ho avuto un esempio di cargo cult dell’ingegneria gestionale; gli HR hanno chiesto la compilazione di una tabella sulle attività svolte. Nulla da eccepire, un feedback sulle attività è utile ed anche dovuto. Però ho trovato strano che mi venga chiesto l’autput (scritto così invece di output) del mio lavoro misurato secondo una metrica assurda ed inadatta.  Metrica di valutazione delle attività informatiche azzeccata più o meno come l’usare come metrica per valutare un giocatore di calcio il numero di rimesse laterali effettuate.

Proprio un esempio da manuale di cargo cult dell’ingegneria gestionale.

 

lei è troppo qualificata per questo lavoro

Stavo leggendo questo articolo del fatto quotidiano

Ricevere risposte spiazzanti, dal mondo italiano, come “sei troppo qualificata”, oppure “il tuo curriculum è impressionante ma al momento non abbiamo posizioni adeguate”.

Con annesso piagnisteo che le aziende cercano schiavi e non persone qualificate. Polemiche che dimostrano come molti pensino che il possesso di un titolo di studio implichi l’obbligo per qualcuno, spesso lo stato, di assumerti e di pagarti per quel titolo di studio.

La questione del “troppo qualificata” esiste e perché? le aziende quando assumono hanno in testa un profilo professionale ben preciso con determinate mansioni e, logicamente pagano, sulla base delle mansioni che la persona dovrebbe svolgere. Se il lavoro è acquisizione dati profilo  junior magari cercherò qualche ragazzo sveglio per ribattere i  dati al PC e nel caso farlo crescere in azienda, non cercherò un PhD in informatica teorica e, nel caso mi capiti di assumerlo per quel profilo, verrà pagato per il lavoro di acquisizione dati, il lavoro per il quale è stato assunto.

Se pensate che non sia giusto e che un PhD debba essere pagato da PhD qualunque lavoro esso svolga; chi sarebbe disposto a pagare 30 euro un MacBurger solo perché a prepararlo c’è qualche chef di grido? Penso nessuno, il piatto accetti di pagarlo molto quando vai al ristorante “tre stelle michelin” con qualche chefstar ai fornelli, non di certo in un fastfood.
Se vai al fast food a prenderti un hamburger vuoi spendere per un hamburger e accetti la qualità di un hamburger. A servono le competenze di uno chef di grido per prepare MacBurger? No, per niente. Serve assumere uno chef di grido, e ovviamente pagarlo da chef di grido, per preparare MacBurger? No, sarebbe un suicidio economico.
Se sei Carlo Cracco e mandi il CV al macdonald o vieni assunto, e pagato, come qualsiasi altro cuoco oppure la risposta sarà ovviamente: lei è troppo qualificato per un lavoro da cuoco, non abbiamo posizioni da chefstar nel fastfood.

Il mondo del lavoro è così: se a me servono, bastano, le competenze di un ragazzino per acquisire dati, cercherò ragazzini per acquisire dati e verranno pagati per il lavoro che dovranno svolgere; i PhD in informatica teorica tenderò ad evitarli per due motivi: il primo è che una persona sovraqualificata per un lavoro generalmente molla appena trova qualcosa di più adatto alle sue capacità, la seconda è che potrebbe piantare storie sostenendo che, in quanto dotato di PhD debba essere pagata più e meglio di un semplice diplomato, anche se fa lo stesso lavoro del diplomato.

Essere adatti al mondo del lavoro significa anche capire quali sono le sue esigenze e le sue logiche; molti rimangono disoccupati perché magari si intestardiscono a voler vendere ghiaccioli al limone in groenlandia e magari si offendono se la gente non compra i loro prodotti o i loro servizi.

I commenti all’articolo sono illuminanti: molti ritengono che andrebbero pagati non sulla base del lavoro che viene richiesto di svolgere ma sulla base dei loro titoli, o delle competenze che “credono” di avere1, con annesso codazzo degli sfigati che: “in italia si assumono solo accozzati, colpa dei politici…” .

PS

Parlo ovviamente di pagare un PhD da diplomato perché si chiede al PhD di fare un lavoro da diplomato, chi pretende di pagare un PhD per fare lavori di altissimo profilo per un pugno di noccioline è in torto marcio e l’unica cosa che merita è di essere repentinamente mollato non appena si trova qualcosa di meglio. Una cosa che ho imparato è che il mercato del lavoro è un mercato anche lato aziende, che è giusto per l’azienda cercare il meglio spendendo meno è giusto anche per il dipendente cercare il meglio dove guadagna di più; la lealtà ed il rispetto devono essere reciproci.


  1. ho conosciuto “trafficoni” convinti di essere dei guru dell’informatica che si scandalizzavano se Steve (Jobs) o Bill (Gates) prendevano decisioni strategiche senza prima consultarsi con loro. Una gran parte del lavoro che, a suo tempo, veniva era per risolvere i loro pasticci.