Cliens, ovvero perché certi problemi non li si vuole risolvere.

Perché in italia spesso non si affronta e si risolve direttamente un problema ma ci si barcamena in una successione di soluzioni tampone che si limitano a far galleggiare ancora per un breve intervallo di tempo? Prendiamo ad esempio il caso Alcoa nel sulcis, perché non si ammette chiaramente che la lavorazione dell’alluminio in Sardegna non è economicamente sostenibile alle attuali condizioni, che per rilanciarla o si trova il modo di ridurre il costo dell’energia oppure nessuno senza incentivi verrà a produrre nel sulcis? Perché invece si continua con cassa integrazione e ricerca di acquirenti invece di cercare di far nascere qualcosa di nuovo più sostenibile e che possa fare meglio da volano per l’economia?

Per rispondere bisogna capire un poco come funziona, da parte dei politici, la gestione dei clientes(1). Per il politico la persona che galleggia è il cliens ideale, quello che, se vuole continuare a galleggiare, deve dare retta al politico e sostenerlo in ogni caso. Quello “che va a fondo” non interessa, è perso e portarlo a galleggiare può non essere conveniente, al più può interessare per essere usato come carne da cannone in qualche manifestazione. Quello che è capace di uscire dall’acqua da solo invece tende ad usare il politico come un taxi, lo prende solo se va nella direzione a lui congeniale ma non è costretto a votare sempre ed in ogni caso per quel politico, anzi tende a cambiare più spesso bandiera; ergo generalmete non si può contare sul suo voto e sulla sua fedeltà.

Rimane quello che galleggia fra il desiderio di venire tirato fuori dall’acqua e la paura di finire a fondo, magari è un dipendente di una azienda in crisi perenne che ha bisogno dei buoni uffici del politico affinché all’azienda, e di riflesso a lui, venga dato un poco di ossigeno. Ecco perché il politico, che ha interesse a mantenere il suo piccolo feudo, si curerà di non farlo affogare ma contemporaneamente si curerà di far sì che non possa imparare a nuotare e quindi non essere costretto ad elemosinare i buoni uffici del politico per continuare a campare. È questo il male delle clientele politiche, il fatto che il politico per mantenerle debba far si che la gente non vada a fondo e rimanga a galla ma che non possa imparare a nuotare oppure che venga raccolta da una scialuppa. Ecco spiegato perché si preferisce andare avanti con soluzioni tampone per continuare a far galleggiare la gente aggrappata alle boe invece di intervenire e risolvere il problema una buona volta, ad esempio staccando la spina a qualche azienda oramai decotta e finanziando qualcosa che possa camminare con le proprie gambe senza bisogno di una flebo continua di finanziamenti pubblici.

Come si può spezzare questo circolo vizioso? Lo spezzarlo è alquanto difficile, generalmente si spezza quando o i salvagenti non bastano più per tutti e il peso delle persone “a fondo” trascina in basso anche chi galleggia, cosa che sta capitando con la crisi, meno risorse ci sono e più diventa difficile sprecare (vedi privatizzazioni varie di carrozzoni parastatali) oppure quando il territorio viene invaso da molte persone in grado di camminare capaci di formare un “blocco elettorale”, blocco  comprarabile o maggiore di quello dei galleggianti,  che pressa affinché il problema sia risolto (kulonan inkiavabilen che impone a fieren alleaten di non farla troppo fuori dal vasino) . Il far fuori il politico di riferimento (stile mani pulite) invece è una “non soluzione”. Non si risolve il problema ma semplicemente cambia il politico di riferimento. Dove prima si avevano Craxi, De Mita e Forlani dopo ci si trova Berlusconi, Mastella  e Casini…

(1) nel senso latino del termine http://it.wikipedia.org/wiki/Cliens

sindacalismo italiano studentesco

Sul FQ è apparso un articolo http://www.ilfattoquotidiano.it/2013/09/05/numero-chiuso-va-eliminato-vi-spiego-perche/702112/#disqus_thread

di un membro della Rete della Conoscenza

(…)Rete della Conoscenza, un’associazione che riunisce studenti delle scuole superiori e dell’università e ha la pretesa, nelle sue 100 sedi presenti in tutta Italia, di difendere i nostri diritti e di conquistarne di nuovi.

L’articolo, contro il numero chiuso, è emblematico di un certo modo di intendere il sindacalismo in italia: una lotta per accaparrarsi presunti diritti senza un pensiero ai doveri.

I quattro punti dell’articolo per cui il numero chiuso sarebbe illegale sono, a detta dell’autore:

1) In Italia ci sono troppi laureati, non possiamo più permetterci di far iscrivere chiunque all’università. Falso: l’Italia è uno dei Paesi in Europa con il più basso numero di laureati fra i 25 e i 34 anni. Solo il 19% (al pari di Slovacchia, Romani e Repubblica Ceca), contro una media del 30% nell’Ue, corrispondente alla metà delle cifre del Regno Unito, della Francia e persino della Spagna. L’obiettivo da raggiungere fissato a livello europeo è quello del 40% (più del doppio di quelli attuali) entro il 2020. Vale a dire che, secondo la logica, nei prossimi 7 anni dovremmo sforzarci per promuovere le iscrizioni all’università, che invece sono in forte calo (-58.000 iscritti negli ultimi 10 anni).

Un caso da manuale di uomo di paglia, il problema dell’iscrizione all’università non sono i troppi laureati ma il dimensionamento delle strutture per gli studenti. In un laboratorio da 100 postazioni puoi far lavorare male 130 studenti, con 300 non cavi un ragno dal buco.  I troppi laureati in realtà sono causa del calo degli iscritti, oggi un laureato in filosofia che sbocchi lavorativi realistici può avere?

2) All’università è giusto che vada chi se la “merita”. Falso: la formazione universitaria rientra a pieno titolo fra i diritti fondamentali di ogni cittadino, garantito fra l’altro dalla nostra Costituzione. I diritti, per loro natura, non sono un premio che ognuno deve provare ad ottenere, ma una garanzia che ogni società dovrebbe premurarsi di tutelare. Selezionare, in base a una presunta idea di “merito”, chi può godere di un diritto e chi no, è una prepotenza di cui ci si è arrogati in maniera totalmente illegittima.

L’articolo 34 comma 3 della costituzione è categorico:

I capaci e meritevoli, anche se privi di mezzi, hanno diritto di raggiungere i gradi più alti degli studi.

i capaci e meritevoli, non chiunque. L’iscrizione agli studi superiori non è un diritto ma una possibilità e lo stato non deve aiutare chiunque ma i capaci e i meritevoli.

3) I test sono uno strumento imparziale, chi studia li supera senza problemi. Falso anche questo: pensare che qualche decina di domande e due ore di tempo siano lo strumento per stabilire chi è in grado di studiare una disciplina e chi no è pura follia. Il test premia un tipo di preparazione, nozionistica e meccanica, che è lontana anni luce dal metodo e dai contenuti con cui si viene formati all’interno delle nostre scuole. Non per altro, negli anni sono sorte tantissime aziende e istituti privati che preparano i futuri universitari in vista del test, insegnando più che materie, ragionamenti e connessioni, trucchi e metodi per poter rispondere velocemente a una tipologia pre-impostata di quesiti. I costi di questi corsi sono altissimi e accessibili solo a coloro che hanno la possibilità di investire economicamente nella preparazione ai test d’accesso, alla faccia di qualsiasi discorso sull’equità e sulla mobilità sociale. Non è un caso, fra l’altro, che oggi il numero dei laureati che provengono da famiglie in cui almeno uno dei due genitori è laureato è 7 volte superiore di quello di chi viene da una famiglia a basso livello d’istruzione.

Qui parte la solita sbroccata contro i test. Da notare due cose: la prima è che l’abitudine ad affrontare i test e i trucchi(1) possono aiutare ma solo se conosci bene le materie su cui i test si basano altrimenti i trucchi sono perfettamente inutili. Seconda cosa: dovrebbe essere la scuola superiore ad insegnarti le materie su cui si basa il test; e se la scuola superiore non l’ha fatto o è perché si è sbagliato l’indirizzo di scuola superiore rispetto al proseguo degli studi che si volevano svolgere oppure, cosa non infrequente, i docenti della scuola vuoi per un motivo vuoi per un altro non hanno svolto il programma che avrebbero dovuto svolgere. E si torna sempre al solito punto: la scuola precedente all’università non ha funzionato, qualcosa è andato storto. Solo che a dire che la scuola non ha funzionato bene fai incazzare altri sindacati.

4) Il numero chiuso esiste solo in facoltà particolarmente difficili, perché non tutti sono in grado di studiare materie particolarmente complesse. Falso: il numero chiuso sta progressivamente diventando uno strumento universale di sbarramento all’università. Oggi il 57,3% dei corsi di laurea attivati in Italia prevedono una selezione all’accesso, ben più della metà. Al di là delle facoltà che sono regolate da un sistema di selezione nazionale (L. 264/99, che riguarda le discipline medico-sanitarie, Architettura e Scienze delle Formazione), i singoli atenei possono decidere se attuare o meno dei sistemi di selezione. Complice il durissimo taglio dei fondi pubblici, il blocco del turn-over e l’impossibilità di assumere nuovi docenti, la carenza storica di spazi e infrastrutture, oltre che il famigerato decreto AVA e l’imposizione di ristrettissimi

cinicamente, da studente di corsi ad accesso programmato posso dire che è meglio un pochi ma buoni che tanti e male. Meglio seguire corsi di analisi dove il docente non doveva perdere tempo a spiegare la formula sullo sviluppo del binomio (a+b)^2 = a^2+2ab+b^2 o semplificazioni esoteriche come (a^n)*(b^n)=(a*b)^n. Chi non conosce il programma delle superiori di matematica è meglio che stia a casa.

Da notare comunque che adesso i sindacati studenteschi si stanno muovendo per raccattare nuovi iscritti, e uno dei modi principali è lottare contro il numero chiuso: una battaglia che stuzzica principalmente gli studenti che mirano ad accedere ad una facoltà, ricevere una laurea per anzianità di servizio e successivamente un posto di lavoro in quanto laureati,  colleghi che uno studente coscienzioso e che vorrebbe avere un titolo valido desidererebbe che venisse fatti fuori quanto prima. Non si battono per università competitive, perché agli studenti venga data una preparazione realmente spendibile e si investa in strutture d’eccellenza per la formazione d’eccellenza. E poi ci si chiede come mai si sprofonda.

(1) trucchi che possono essere spiegati in 5”, leggi tutte le domande, se una non ti viene subito saltala e tornaci dopo senza perdere tempo, evita di rispondere in sequenza e lascia le domande più difficili alla fine per evitare di perdere tempo.

il sistema paese ed il sindacato

Stavo commentando sul fatto quotidiano la notizia dell’azienda che ha deciso, durante le ferie estive, di chiudere baracca e burattini e spostarti in polonia.

due fatti: a quanto pare lo spostamento non è stato fatto di sorpresa ma era nell’aria, e il sindacato se l’è fatta fare sotto il naso.

Seconda cosa, molti straparlano di spostamento solo perché la manodopera costa meno, quasi che i proprietari dell’azienda fossero dei negrieri che abbandonano il paese più bello del mondo per andare a sfruttare poveri oppressi in Polonia.

In realtà il problema della fuga delle aziende dall’italia non è solo un problema di tasse alte e servizi scarsi ma un problema dell’intero sistema paese.  Se ampliamo la prospettiva osservando il paese come sistema, ovvero come insieme di elementi interconnessi fra di loro e che si influenzano reciprocamente, si nota che le tasse o il costo del lavoro non è l’unico punto critico ma appartiene ad un insieme di punti critici.

I principali punti critici sono:

  • Giustizia: la giustizia civile è lenta e spesso per avere un giudizio bisogna aspettare tempi lunghi, ad esempio se un acquirente non pagasse? o se un fornitore non rispettasse il contratto? Son costi
  • Burocrazia demenziale. Una cosa è se per fare una pratica devi contattare un ufficio, che contatterà eventuali altri uffici, ed avere una risposta solo da lui (come capita con il SUAP), altro se devi contattare e rimbalzare fra 18 uffici diversi(1)
  • Sindacato obsoleto. Il sindacato più che curare gli interessi dei lavoratori mira solo ai suoi obiettivi politici usando i lavoratori come carne da cannone in spregio anche all’azienda. Che senso ha uno sciopero politico contro il partito al governo con costi che vengono scaricati sull’azienda? In francia, germania, etc. etc. non ci sono gli scioperi politici frequenti come in italia
  • Logistica dei trasporti, il sistema stradale italiano in molti casi è penoso.
  • Formazione: è difficile oggi trovare persone formate e preparate() come i capitecnici che uscivano dagli ITIS negli anni ’70 e ’80

Perché non il sindacato non parla di tutti i punti critici e chiede alla politica che si affronti il problema dal punto di vista sistemico invece di concentrarsi su una sola voce (la retribuzione) e attribuire ad essa tutte le responsabilità?

Un misto di pavidità e di desiderio di non modificare comodi status quo. Prendiamo ad esempio le proteste e gli scioperi per motivi extra aziendali, come possono essere gli scioperi politici contro il governo. Tali scioperi sono usati spesso dal sindacato per mostrare ai partiti di riferimento quanti voti può smuovere, permettendoli anche di fare da partito politico pur non presentandosi alla conta elettorale; la fine degli scioperi politici sarebbe un autoevirarsi.

Idem per la burocrazia inutile, se per ottenere un atto amministrativo devo consultare 18 uffici diversi significa che ci sono 18 potenziali uffici che possono mettersi di traverso e chiedere qualche “stimolo” per non ostacolare la pratica, 18 potentati ognuno con il suo pezzetto di potere. Un unico ufficio che si occupa dell’istruzione della pratica, di contattare lui gli enti coinvolti e di fornire una ed una sola risposta in tempi ragionevolmente dove le procedure per il rilascio della pratica sono codificate e standardizzate,  certi significa che 17 uffici perdono qualsiasi possibilità di mettersi in mezzo grazie a cavilli inutili in quanto per far funzionare lo sportello unico occorre descrivere in maniera formale e dettagliata il procedimento amministrativo ed i “blocchi”(2) vengono rivelati e generalmente rimossi subito.
Si vede subito che toccare certi ambiti significa creare vespai (o peggio), meglio quindi tirare fuori la storia dei salari(3) e basta, che insidiare rendite di posizione.

(1) Brutalmente ungere una ruota o ungerne diciotto?

(2) L’essere formato non coincide con il possedere il titolo di studio, possono esistere sia persone competenti senza titolo che, caso più frequente, capre con il titolo di studio.

(3) Per avere il permesso A rilasciato dall’ufficio 1 occorre aver conseguito la licenza B rilasciata dall’ufficio 2, ma affinché l’ufficio 2 conceda la licenza B occorre che il richiedente abbia il permesso A rilasciato dall’ufficio 1.

(4) A parte lotte per il salario i sindacati poco riescono a fare/proporre.

ma i professori lavorano poco 2.

Nel corriere della sera c’è una discussione su quale sia il reale carico orario di un docente, c’è stato un articolo pubblicato da alcune docenti di una scuola media (primaria di I grado) milanese con annessa tabella per il calcolo delle ore di lavoro.

l’articolo: http://www.corriere.it/cronache/12_dicembre_01/il-lavoro-di-noi-prof-bruzzone_621b5796-3b8e-11e2-97b1-3dd2fef8db49.shtml

la tabella: http://www.corriere.it/Primo_Piano/Cronache/2012/12/01/pop_prof.shtml

Da ex docente posso dire che quella tabella è stata pesantemente gonfiata. Per molte attività come i colloqui con i genitori è stato scelto il massimo teorico possibile quando in realtà per i colloqui infrasettimanali vengono impiegate 3/4 ore e solo per casi veramente problematici, nessuno vieta di usare quelle 30 di quelle 34 ore settimanali a disposizione per correggere i compiti o preparare le lezioni.

Anche la preparazione delle lezioni e la programmazione è stata stimata abbondantemente per eccesso, spesso basta aggiornare o modificare leggermente il lavoro fatto gli anni precedenti. Potrebbe essere sensato se il docente si trova ad insegnare una nuova materia in un nuovo indirizzo, ma in tal caso sarebbe solo per un anno e basta.

Strano anche il conteggio delle ore fatte per correggere i compiti e le prove individualizzate degli studenti, nella tabella prospettano il caso di un docente che insegni 2 materie in 3 classi, quindi o sono 3 ore a materia oppure ha una materia da 2 e una da 4 ore in ogni classe. In entrambi i casi le materie con così poche ore non sono tenute ad avere lo scritto, quindi inserire la correzione dei compiti scritti è una forzatura.

Inoltre non è detto che chi prepari i viaggi di istruzione debba anche preparare e correggere gli scritti dell’esame, quindi direi che la stima di 1.759 ore sarebbe da ridurre almeno di un buon 40%. arrivando ad una cifra di 1.056 ore settimanali un carico di lavoro di circa 30 ore settimanali nelle 34 settimane di lezione, con 18 settimane di ferie.

Conclusione: siamo abbastanza lontani dagli orari di un funzionario pubblico (36 ore settimanali di lavoro per 46 settimane e 6 settimane di ferie).

Quel conteggio più che il calcolo di un carico orario  standard alla fine è un massimo teorico praticamente impossibile da raggiungere.

PS 1 il caso prospettato nella tabella è strano: prevede un docente che insegna due materie in tre classi ognuna con 30 alunni di cui 2 casi problematici da richiedere l’intervento di educatrici. Una prospettiva alquanto pessimistica.

PS 2

la tabella non tiene conto del lavoro destinato ai progetti e dei coordinatori di classe

ed è anche giusto visto che entrambi sono pagati extrastipendio e nessun docente è obbligato a partecipare ai progetti o fare il coordinatore di classe.

Lettera di un docente…

Su FB un amica aveva postato questo messaggio, la lettera di un docente che si lamenta (che novità) delle ultime sparate del ministro della pubblica istruzione. Imho questa lettera non è funzionale ad ottenere i risultati che il docente vorrebbe ottenere, ovvero una marcia indietro del ministero riguardo alla proposta di portare a 24 le ore settimanali dei docenti, anzi rischia di essere controproducente e di diventare uno spot per il ministro profumo. Vediamo la lettera commentata con le mie critiche

La scuola non è un lavoro part-time
Quanto lavora un docente?
Contestualmente alla proposta di aumentare l’orario cattedra dei docenti di sei ore, il Ministro Profumo ha dichiarato «Chiedo che siano più flessibili. Si potranno differenziare gli stipendi: più bassi per chi vuole lavorare solo la mattina, retribuzione piena per chi accetta l’aumento delle ore». Viene allora spontaneo chiedersi: di quale scuola sta parlando il Ministro? Forse dell’Università da cui proviene, dove al tempo in cui mi sono laureato, quelli come lui tenevano corsi di tre ore di lezione la settimana (ma mai nessuno si sognava di dire che facevano un lavoro part-time, perché loro, si sa, “fanno ricerca”).
Vorrei allora provare a spiegare al Ministro che anche noi facciamo ricerca (altrimenti la didattica sarebbe ferma a quella di mio nonno) e comunque sia il nostro non è un lavoro part-time: intanto 18 ore in classe significano da 4 a 9 classi di studenti, di almeno 30 persone con gli attuali parametri, che stanno distruggendo la qualità di una didattica ottimale che presupporrebbe un numero di venti allievi al massimo.

Bene, se i docenti di scuola superiore fanno ricerca non avranno alcuna difficoltà ad indicare dove, come e quando le loro ricerche vengono divulgate alla comunità scientifica. Però nessuno di quelli che lavorano extrascuola e pochi di quelli che ci lavorano dentro ha visto riviste che parlano specificamente di ricerche nella didattica e/o ricerche firmate da docenti delle scuole superiori. Il lavoro, meritorio quanto si vuole, di trovare le strategie migliori per insegnare non è ricerca, nel senso comunemente inteso della ricerca scientifica. Altrimenti il mio medico che cerca nel prontuario l’antibiotico da prescrivermi sta facendo ricerca farmaceutica.

Le classi affollate che i ministri Gelmini e Profumo hanno creato richiedono una programmazione meticolosa che inizia con i collegi docenti, prosegue con i dipartimenti e si affina nei consigli di classe. In altre parole dal progetto educativo complessivo di un collegio docenti, si passa alla declinazione degli obiettivi nelle singole discipline e alla loro concreta attuazione nelle classi dove ci si deve preoccupare non solo del successo formativo degli studenti senza problemi, ma di quello degli allievi diversamente abili, dislessici, con esigenze educative speciali per ognuno dei quali deve essere redatto uno specifico piano di lavoro individuale.

Anche qui si esagera il carico di lavoro. Generalmente la programmazione e tutte le scartoffie di inizio anno oramai vengono scritte usando la mistica formula CTRL+C CTRL+V, basta vedere come variano di anno in anno. Sono sempre uguali salvo qualche piccolo aggiustamento. Raramente vengono riscritte ex novo ogni anno.

Per quanto invece riguarda il disabile si, il piano personalizzato deve essere preparato dal consiglio di classe ma generalmente viene scaricato sull’insegnante di sostegno del disabile, insegnante che però non è tenuto a presentare la programmazione della materia come invece i colleghi curriculari. E’ un poco rognoso soprattutto per chi cambia frequentemente scuola mentre gli altri docenti campano di rendita.

Contrattualmente si tratta di 80 ore l’anno, ma di fatto sono almeno il triplo perché, grazie alla generosità di chi pratica questo mestiere per passione, i documenti vengono spesso preparati e redatti a casa; inoltre in una scuola con una media di 1200 studenti, è praticamente impossibile che un docente abbia una calendarizzazione concentrata dei propri impegni, col risultato che, dopo aver terminato le tue lezioni alle 13:30 puoi trovarti impegnato in un consiglio di classe di un’ora alle 14, poi un “buco” di due ore, poi un altro consiglio di classe alle 16 e così via fino alle 20. Non credo che nessuno vada a casa per un’ora – specie se viaggia – e non mi risulta che esistano categorie il cui orario può essere interrotto in questo modo. Da notare che i docenti della scuola secondaria sono l’unica categoria impiegatizia in Italia che lavora mattino e pomeriggio, a volte anche per nove ore con le attività collegiali, per i quali non è previsto alcun buono pasto, che ti devi ovviamente pagare.

Altre mistificazioni. Le 80 ore, previste dal CCNL, sono per la partecipazioni alle riunioni ed ai consigli di classe, non per il lavoro di programmazione didattica, correzione compiti etc. etc. Strano che un docente sbagli a citare il suo contratto di lavoro. E chiunque potrebbe smentilo leggendoglielo.

A tutto ciò si aggiunga la relazione con i genitori, costruita ormai da anni non solo attraverso riunioni periodiche, ma anche con appuntamenti individualizzati, che si fanno sempre più frequenti. Nelle restanti settimane vuote di pomeriggio poi vanno inserite le attività integrative pomeridiane e – soprattutto – i corsi di recupero che sono un’attività obbligatoria per legge.

Falso: è obbligatorio per la scuola organizzarli. Non è obbligatorio per un docente tenerli, e soprattutto vengono pagati extrastipendio, come lo straordinario ai dipendenti.

Già così non sarebbe un lavoro part-time ma, come il Ministro sa bene, perché anche lui è stato insegnante, i docenti della scuola secondaria quando non insegnano, preparano le lezioni, preparano le verifiche (personalizzandole secondo le diverse tipologie di allievi), correggono compiti (sempre di più visto l’aumentato numero di allievi per classe), progettano le attività extracurricolari, che includono tra l’altro la pesante partita dell’orientamento.

L’orientamento va fatto solo nelle classi finali del ciclo (III media e V liceo) non mi sembra un carico di lavoro eccessivo. Non parliamo della correzione dei compiti etc. etc. ne ho già parlato nel post precedente.

Di recente il Ministro porta in giro con vanto la diffusione delle Nuove Tecnologie nella scuola attraverso le LIM (Lavagne Interattive Multimediali): la LIM è un ottimo
strumento didattico, ma nessuno si è posto il problema delle migliaia di ore – oltre che di elevatissima professionalità – richieste al docente per preparare lezioni interattive. Ore non retribuite, ma che rientrano nella preparazione delle lezioni.

Nessuno vieta al docente di usare lavagna normale e gessetti. Personalmente quando insegnavo trovato le presentazioni utili per poter parlare agli studenti senza perdere tempo a fare disegni e scritte alla lavagna. Ma ogni docente ha il suo stile, capisco che la LIM possa sembrare esoterica a chi considera il copiaincolla un attività gravosa.

Vorrei sfatare anche il famoso mito dei “tre mesi di vacanza”. La scuola finisce a metà giugno, poi ci sono gli scrutini, gli adempimenti burocratici legati ai consuntivi, i corsi di recupero. Ma già verso il 20 cominciano gli esami di Stato che finiscono a metà luglio. Dunque, considerando che tutti hanno ancora un mese di ferie ad agosto a noi insegnanti si contestano 15 giorni di vacanza a luglio più degli altri, e non tre mesi! Peccato però che alla scuola si chieda di aggiornarsi in modo da essere al passo con i tempi: tutte le categorie professionali vengono aggiornate all’interno del loro orario di servizio, ai docenti sono riservati solo cinque giorni per eventuali congressi o

I corsi di recupero, come già detto sono extraorario e quindi non ha senso considerarli, se un docente non vuole farli non li fa.

Gli scrutini prendono si e no mediamente 2 ore a classe, al più un docente impiega 18 ore per chiuderli. Gli esami non vengono svolti da tutti i docenti.

seminari – con oneri a loro carico-, ma non è detto che tu possa fruirne se non ci sono colleghi disponibili a sostituirti. E’ dunque evidente che quei famosi quindici giorni, oltre alle ferie che per noi non sono evidentemente tali perché sei docente dodici mesi all’anno, sono destinati all’aggiornamento professionale, alla lettura, allo studio, alla programmazione delle novità – incluse le lezioni con le LIM – che vorrai introdurre nell’anno scolastico successivo. L’aggiornamento non è una opzione, visto che il riordino Gelmini ce lo impone: invece di preoccuparsi delle sei ore in più dei docenti il Ministro dovrebbe darsi da fare per accompagnarci in questa riforma.

Forse l’unica protesta sensata in questo piagnisteo. Serve aggiornamento per i docenti, magari con corsi con esame e valutazione finale.

Naturalmente in un momento in cui va di moda dire “E’ l’Europa che ce lo chiede” è giusto anche fare qualche raffronto. Sono di recente rientrato da un seminario europeo

Seminario europeo, ma chi ti ha inviato, con quali soldi e perché ? la scuola ? quella stessa scuola che non investe nell’aggiornamento ? mah.

nel quale i colleghi di Finlandia, Germania, Grecia, Portogallo e altri paesi mi hanno confermato che un po’ ovunque, al di là dei calendari, l’anno scolastico si compone mediamente di 200 giorni di scuola. Come però ha recentemente ricordato la UIL, attraverso dati dell’agenzia europea sulla scuola Eurydice, la media delle ore settimanali di insegnamento dei docenti italiani è superiore alla media europea: nella scuola dell’infanzia con 22 ore contro 19,6 di media, nella scuola secondaria di I grado identica alla

Questo è l’articolo di Orizzonte scuola contenente le tabelle: http://www.orizzontescuola.it/news/confronto-lorario-insegnamento-italia-e-negli-altri-paesi-europei

media con 18 ore e nella scuola secondaria di II grado con 18 ore contro le 16,3 di media. I colleghi francesi, per fare solo un esempio, a fronte di uno stipendio di circa 2500 euro in busta al mese, vanno in classe per 16 ore la settimana. La Finlandia è spesso citata come un esempio di eccellenza ma sarebbe anche giusto dire che un docente finlandese raggiunge 61 mila euro annui dopo 16 anni di servizio a differenza dei docenti italiani che potranno percepire un massimo di € 48.000 dopo 35 anni di servizio (dato lordo, ovviamente). Ma a fronte di questa situazione il nostro Ministro propone uno stipendio fermo fino al 2014, senza indennità di vacanza contrattuale, e minaccia pure una riduzione qualora non si accettino le 24 ore.

C’è una piccola differenza: se un docente non è in grado viene gentilmente accompagnato alla porta ed invitato a fare altro. In Italia questo raramente avviene. In Francia i docenti vengono valutati qui ci son state levate di scudi contro l’invalsi. E non perché lo strumento di valutazione fosse improprio, ma proprio contro l’idea di valutare i docenti.

La proposta del Ministro Profumo mi sembra veramente l’ultimo passo verso il definitivo smantellamento della scuola pubblica – che avviene non a caso contemporaneamente a massicci trasferimenti di risorse pubbliche verso le scuole e consorzi privati – e lo svilimento della professione docente. Una proposta che chi – docente, genitore, cittadino – vuole una scuola che formi e crei una cultura che contribuisca al futuro del nostro Paese non può che considerare oltre che inopportuna, decisamente lesiva del diritto all’istruzione.

Ecco la solita frignata sulla scuola di qualità, immutata da 20 anni. Volendo fare il cattivo mi chiederei che cosa può insegnare un docente che non conosce la differenza fra il lavoro previsto dal contratto e lavoro extracontratto (come i corsi di recupero o i progetti scolastici(1))

Qualcuno obietterà che mancano i soldi per le supplenze dei docenti. Se il problema fosse realmente questo, basterebbe riportare le scuole al regime delle unità orarie di 50 minuti, con il quale hanno funzionato molte di esse – per motivi strutturali – dal 1978 fino a due anni fa: la qualità didattica non ne risentirebbe affatto e ciascun docente potrebbe mettere le sue tre ore di risparmio a disposizione – non per incrementare ulteriormente la cattedra – ma per sostituire i colleghi assenti. Una soluzione

Ricordo quando ero docente una circolare di fuoco del preside che ordinava che i docenti con “ore a disposizione” dovessero restare nell’edificio scolastico. Visto che un collega, a disposizione, ricercato per una supplenza improvvisa era ancora a casa. E le ore a disposizione non sono ore di reperibilità ma ore di servizio a tutti gli effetti.

semplicissima, ma temo che dietro al pretesto delle supplenze, si celi invece la volontà di
tagliare ancora. E pensare che un anno fa a Lingotto, al Salone del Libro, ad una esplicita richiesta dell’Assessore provinciale all’Istruzione Umberto D’Ottavio che chiedeva al Ministro se i tagli erano finiti, Profumo aveva assicurato che la scuola aveva dato tantissimo e non c’era più nulla da chiederle. Grazie Ministro per la lezione di onestà e coerenza.

Conclusione: la lettera non mi è piaciuta, troppi piagnistei e frignate e troppe mistificazioni. La scuola funziona male nonostante l’impegno di molti docenti, frignare che si viene, puntualmente, sacrificati quando sono gli unici eroi che tengono in piedi la baracca porterà a reazioni che vanno da un’alzata di spalle: “le solite frignate” a tifo palese per il ministro: “legna quei fancazzisti”.

(1) Anch’essi pagati extrastipendio. E causa di continue discussioni fra i colleghi per decidere chi dovesse parteciparvi.

ma i professori lavorano poco ?

Il governo ha presentato, nell’ambito della legge di stabilità i seguenti articoli:

Fonte: http://www.orizzontescuola.it/news/ecco-bozza-della-legge-stabilit-dal-10-settembre-2013-orario-docenti-24-ore-settimanali

Art. 3 della bozza della Legge di Stabilità 2013

1. A decorrere dal 10 settembre 2013 l’orario di servizio del personale docente della scuola primaria e secondaria di primo e di secondo grado, incluso quello di sostegno, è di 24 ore settimanali.

Nelle sei ore eccedenti l’orario di cattedra il personale docente non di sostegno della scuola secondaria titolare su posto comune è utilizzato per la copertura di spezzoni orario disponibili nell’istituzione scolastica di titolarità e per l’attribuzione di supplenze temporanee per tutte le classi di concorso per cui abbia titolo nonché per posti di sostegno, purché in possesso del relativo diploma di specializzazione.

Le 24 ore di servizio del personale docente di sostegno sono dedicate interamente ad attività di sostegno. L’organico di diritto del personale docente di sostegno è pari, a decorrere dall’anno scolastico 2013/2013, a quello dell’anno scolastico 2012/2013.

e subito è partito, da parte dei docenti e dei loro sindacati, il piagnisteo che già i docenti lavorano come matti, che oltre le 18 ore di lezione frontale hanno i compiti da correggere, le verifiche da valutare, i colloqui, i consigli di classe, i collegi dei docenti, etc. etc.

Puntualmente parte la replica di altre categorie che si lamentano dei tre mesi di vacanza dei docenti, le vacanze a natale, pasqua etc. etc. nella migliore tradizione delle guerre fra poveri.

Siccome da una parte e dall’altra si fanno molte mistificazioni vediamo di chiarire punto per punto le proteste dei docenti e vedere quali e quanto siano esse fondate, prenderò, visto che è stato un mondo che ho conosciuto molto bene, il lavoro dei docenti delle scuole superiori e userò come termine di confronto un funzionario (dipendente laureato) della PA:

  1. Il docente, secondo il vecchio contratto è tenuto a svolgere, usualmente, 18 ore di lezione frontale, in non meno di 5 giorni, nel 200 giorni di scuola previsti dal calendario scolastico regionale. Diciamo che salvo scioperi studenteschi e non, assemblee d’istituto, dove usualmente vengono i docenti della prima ora a far l’appello e poi, finita l’assemblea che dura circa un ora, tutti a casa. Un docente è tenuto a fare un totale, teorico, di 167 giorni di presenza fisica a scuola per insegnare. Per confronto un dipendente pubblico che ha l’orario di 36 ore su 6 giorni(1) deve garantire, in un anno considerando anche i canonici 32 gg di ferie che ha diritto, un totale di circa 270(2) gg di presenza fisica in ufficio.
  2. Periodi di vacanza: il dipendente pubblico non docente può prendere le ferie quando vuole  purché ciò non comporti un blocco dei lavori dell’ufficio;  in parole povere non è possibile che tutti prendano ferie ad agosto, ad esempio, se l’ufficio deve rimanere operativo allora un minimo di personale per il suo funzionamento deve rimanere in servizio. I docenti possono prendere al più sei giorni di ferie durante i giorni di scuola(3),  in cambio hanno, di fatto, vacanze: dal 23/12 al 6/01, una settimana per pasqua, il 2 novembre e il giorno del santo patrono (se feriale) e vacanze estive per chi è impegnato con gli esami di maturità dalla prima decina di luglio gli ultimi giorni di agosto. Gli altri, salvo qualche eventuale sporadico rientro sono in ferie da metà giugno.
  3. Il docente, ai sensi del ccnl scuola, è però tenuto a partecipare alle riunioni del collegio dei docenti, dei consigli di classe e i colloqui, per un totale di massimo 40+40 ore ad anno scolastico. Che possiamo contare come, facendo i generosi, altri 10 gg di lavoro.
  4. Ci sarebbero anche gli esami di maturità e riparazione ma su questi c’è da fare una riflessione: se un docente non è impiegato come commissario dell’esame di stato al più può essere impiegato per la vigilanza durante gli scritti (3 gg al massimo), se impiegato come commissario diciamo che al più, facendo i larghi, arriva a 20 gg di lavoro. Giorni nei quali i suoi colleghi, teoricamente dovrebbero essere in servizio a scuola ma, siccome gli studenti non ci sono, non ci sono i docenti. In pratica è in vacanza pur risultando in servizio.
  5. Ci sono le lezioni da preparare e le azioni di supporto alla didattica,  i compiti da correggere, l’aggiornamento professionale.  Qui la misura reale dell’attività lavorativa è veramente ardua: da una parte il contratto lascia completa libertà al docente di decidere autonomamente tempi e modi per svolgere quelle attività ma di contro ovviamente non permette la loro quantificazione temporale. Diciamo che se un docente molla a metà la correzione dei compiti per andare a far la spesa, e magari terminare dopo cena, può farlo. A differenza di un impiegato che, anche se si è sbolognato in fretta tutte le pratiche, deve rimanere in ufficio fino al termine dell’orario.  Vediamo comunque in dettagli le singole voci:
    1. Preparazione delle lezioni: lo scoglio maggiore è la preparazione delle prime lezioni, un docente con esperienza di 5 o 6 anni che si trova ad insegnare le stesse materie negli stessi indirizzi ha già uno storico di lezioni da riciclare e di compiti da riutilizzare. Se uno, nelle condizioni precedentemente enunciate, dichiara di dover fare ogni volta tutto ex novo allora delle due una: o è uno sparaballe o è un incompetente mostruoso.
    2. Riguardo agli aggiornamenti: da una parte il docente ha completa libertà d’azione, non è tenuto a frequentare corsi organizzati dall’amministrazione e, come si sta diffondendo, a sostenere esami finali. Di contro questo rende impossibile quantificare quanto aggiornamento mediamente svolga un docente.
    3. Correzione dei compiti: altro punto dolente, è impossibile quantificare quanto tempo si impieghi per correggere dei compiti, dipende da un sacco di fattori: quanto è veloce nel valutare il docente, quale sia il tipo di prova, un test si corregge in un tempo molto minore rispetto ad un tema. Ad occhiometro direi che i più penalizzati sono i docenti delle materie umanistiche che prevedono lo scritto, che però d’altra parte visto il quantitativo di ore che hanno nelle classi, hanno il vantaggio di insegnare in poche classi (~2 o 3) e quindi son tenuti a partecipare a meno colloqui e a meno consigli di classe di colleghi che invece insegnano in 6/9 classi. C’è anche da dire che i docenti che hanno solo materie orali non son tenuti a dover far compiti in classe ma solo interrogazioni.
  6. C’è un altro vantaggio che hanno certi docenti rispetto ad altri dipendenti pubblici: possono svolgere in parallelo all’attività di docente anche la libera professione. Se questo sia un bene od un male è continuamente dibattuto nella scuola ma è fuori tema rispetto alla discussione sul carico di lavoro dei docenti.

Questo è il risultato del confronto fra il carico di lavoro di un docente con quello di un dipendente standard della PA. Non ho fatto alcun confronto fra le responsabilità e l’importanza sociale del lavoro perché considero tali confronti stupidi. Un docente ha, con i suoi colleghi, la responsabilità di formare le nuove generazioni(4)  e confrontiamola con le responsabilità civili e penali che ha un responsabile del procedimento amministrativo od un responsabile unico del procedimento. Responsabili che, in caso di errori, rischiano di causare ingenti danni alla collettività, danni che, a differenza di quelli causati da un pessimo insegnante, sono facilmente verificabili e quantificabili.

Direi che la scuola si sta muovendo come al solito male: da una parte ripete gli stessi slogan triti e ritriti di 30 anni a questa parte(5) e dall’altra invece di sfruttare la proposta per chiedere di essere messa in condizioni di lavorare meglio: uffici e supporti dedicati ai docenti per le ore di disponibilità non dedicate all’insegnamento, si trincerano nel piagnisteo autoreferenziale che nessuno è in grado di capire il loro lavoro e solo loro sono in grado di giudicare quanto gravoso sia il loro carico di lavoro.(6)

(1) L’orario potrebbe essere anche di 5 giorni con due rientri settimanali pomeridiani di 3 ore, non ho usato questo confronto  in quanto gli insegnanti lavorano principalmente la mattina.

(2)In un anno ci sono circa 303 giorni feriali.

(3) Ad esempio  il 29 dicembre non cade nei 6 giorni di ferie utilizzabili durante le lezioni.

(4) che sbavano per i reality e sognano di fare tronisti e letterine, e questo non depone di certo per gli insegnanti 🙂

(5) che visto l’andamento della scuola pubblica, a detta dei sindacati, ne mostra la grande efficacia.

(6) mi chiedo come mai non ci sia ancora stata una emigrazione di massa di docenti verso la foxconn o le miniere di carbone cinesi.

il nuovo contratto fiat.

Marchionne ha deciso di calare la briscola aiutato da un grande assist da parte dei sindacati più occupati a fare i pseudopartiti politici che a tutelare seriamente i diritti dei loro iscritti.  Sindacati che avevano già annunciato che sarebbero già andati in piazza contro le tasse, contro l’abolizione dell’articolo 18, contro il precariato, contro il formaggio filante sulla pizza; quindi motivo in più o in meno c’è poca differenza.

Con le proteste di piazza annacquate da altri millemila motivi di protesta cosa possono mettere in campo i sindacati ? assolutamente nulla; potrebbero tentarsi la via giudiziaria ma la vedo molto ardua: non c’è alcuna legge che impone alla fiat di mantenere gli stabilimenti in Italia.  La cosa più furba sarebbe cercare di arruffianarsi marchionne barattando l’affidabilità per i riconoscimenti economici e agevolazioni sociali ma, per sindacati fermi agli anni ’70 padroni da una parte e maestranze dall’altra è un modo di pensare totalmente alieno.

Vediamo come andrà a finire, ma temo che per la triplice sia una situazione lose-lose: o vince marchionne e in tal caso perdono completamente il ruolo che avevano dagli anni ’70 in poi, o vincono loro, marchionne chiude e si trovano a dover spiegare ai propri iscritti come mai abbiano perso il lavoro a causa della fuga della Fiat.