Parliamo della mitica app/9  Dieci cose che immuni non farà – la Repubblica

Articolo, imho dal taglio promozionale più che informativo, di repubblica sulla app.

Sorgente: Dieci cose che immuni non farà – la Repubblica

E’ la settimana di Immuni. Fra qualche giorno potremo andare sugli store di Apple e Google e scaricare la app del governo italiano destinata a giocare un ruolo fondamentale per contenere la diffusione del coronavirus. Sarà così? Lo scopriremo presto, ma intanto possiamo già dire cosa non farà Immuni e cosa non sarà.

1. (…)

2. Immuni non archivierà i dati dei contatti su un server centrale. Infatti è stato scelto un modello decentralizzato: i dati generati dai contatti risiedono sugli smartphone e basta. Ogni giorno la app consulta un server centrale con i dati dei nuovi positivi e automaticamente, se necessario, genera un alert.

Buon senso, puro buon senso. Guarda caso oggi la notizia di un buco di sicurezza che ha compromesso i dati nella applicazione del qatar (qui). Casini simili in olanda. Un database centralizzato è un barile di miele per chiunque voglia accedere a tanti dati sensibili “certificati veri” e che non si accontenti di sapere che Maria Antonia Giuseppa Giovanna d’Asburgo-Lorena come verdura è il cetriolo.

3 Immuni non conserverà i dati dei contatti in modo da risalire alle identità delle persone. Nome, cognome, numero di telefono non vengono salvati. E i dati salvati sullo smartphone sono protetti da un sistema di cifratura.

Spero robusto.

4 Immuni non è in ritardo. Sarebbe stato bello averla pronta il 4 maggio per l’inizio della fase 2, ma è stato necessario attendere che Apple e Google modificassero i loro sistemi operativi. L’Italia sarà fra i primi Paesi del mondo a rilasciare la app. Forse addirittura il primo.

Olanda, Qatar, ci sono tanti altri paesi che hanno rilasciato app di tracciamento. In realtà la app ha ritardato per altri motivi, non a causa di aggiornamenti di librerie di Apple e Google.

5 Immuni non è obbligatoria. Come in tutte le altre democrazie, è stato scelto di adottare un modello volontario. Non è insomma un passaporto per uscire di casa, ma chi la utilizzerà, contribuisce a contrastare la diffusione del virus oltre che a proteggersi.

Anche perché il renderla obbligatoria, de jure o, in maniera più bastarda, de facto, avrebbe spinto la diffidenza delle persone a mille.

6 Immuni non è efficace solo se la usano “almeno il 60 per cento delle persone”. Certo, più persone la usano e più probabilità ci sono di identificare contatti pericolosi, ma quel valore – 60 per cento – è stato calcolato in assenza di altri strumenti come le mascherine e il distanziamento sociale. Se in una prima fase fosse usata da pochissime persone sarebbe inutile, ma potrebbe diventare indispensabile nel caso di una seconda ondata di contagi.

7 Immuni non è un mistero. Il suo codice verrà rilasciato oggi in open source in modo che tutti possano ispezionarlo. E lo stesso è possibile fare con le nuove funzionalità di Apple e Google.

Vediamo il codice, ho letto commenti da chi ha visto una anteprima e non erano molto contenti del sorgente. Btw sarebbe stato meglio rilasciarlo con un po’ di anticipo rispetto al lancio ufficiale.

8 Immuni non farà ricco nessuno. La app è stata sviluppata dalla società Bending Spoons gratuitamente e donata allo Stato italiano.

Il prezzo di un software non è solo la licenza iniziale. Chi si occuperà del mantenimento e del coordinamento dello sviluppo della app. Se domani qualcuno dovesse scoprire un bug, grave, nella app chi si dovrà occupare della correzione dell’errore? chi si deve occupare del mantenimento del codice? Lo sviluppatore iniziale? gratuitamente o a titolo oneroso? lo stato italiano, con risorse proprie o dando il mantenimento del codice in appalto? La app è solo un piccolo tassello del mosaico. Piccolo inciso: i costi legati ad un software spesso non son colti dall’uomo della strada, che pensa che il costo sia solo la licenza iniziale, ma dovrebbero essere conosciuti dai tecnici e da chi scrive articoli tecnici.

Btw io sinceramente avrei preferito un contratto “oneroso” con specifici SAL e oneri a capo del vincitore. I regali non li puoi pretendere e contestare, quello che paghi invece sì. Torniamo all’esempio del grave bug scoperto domani. Chi deve intervenire? in quanto tempo? cosa fare nel frattempo? Se c’è un contratto di acquisto “oneroso” e chi l’ha stipulato ha almeno due neuroni funzionanti ha piazzato nel capitolato l’obbligo di risolvere entro un tempo limite i bug. Quell’obbligo vale anche per un regalo? Deve farsi carico lo stato di far mettere a qualcuno le mani sul codice, e verificare che non stia facendo porcate? Aspetta e spera? Son questioni molto, molto delicate visto che tale app è potenzialmente molto invasiva.

9 Immuni non ci espone al rischio di essere “manipolati dalla Cina”. Nel capitale di Bending Spoons al 2 per cento è presente un fondo di Hong Kong. Ma come abbiamo visto i dati generati risiedono solo sugli smartphone; inoltre Bending Spoons non gestisce la app ma l’ha solo sviluppata; infine, un socio al 2 per cento non ha alcun potere amministrativo e gestionale. Se la presenza di soci minoritari cinesi fosse un problema di sicurezza nazionale, lo avremmo per quasi tutte le grandi aziende italiane.

Uomo di paglia, i problemi sollevati non son quelli di avere Ping che sa dove va la signora Pina…

10 Infine Immuni da sola non batterà il coronavirus. E’ una app che serve a notificarci un contatto rivelatosi pericoloso. Dopo di che sono necessari tamponi tempestivi e quarantene mirate. Sennò è inutile.

e protocolli chiari per intervenire nel caso di una segnalazione di positività, altrimenti c’è il rischio che qualche hacker possa fare un DDOS epico semplicemente manipolando i segnali di allarme…

Io resto un poco diffidente, visti anche i precedenti. Preferisco aspettare un po’ di tempo che la app venga testata e verificata.

Assistenti civici e assistenzialismo…

A pensar male si fa peccato ma si azzecca

Visto che questo governo non sembra avere molte simpatie per come ha gestito la crisi, sta adottando le opportune contromisure per apparire simpatico:

  • Trovare un capro espiatorio cui scaricare tutte le colpe presenti, passate e future.
    Ovvero, runner, presidenti di regioni leghiste, Salvini…
  • Fare clientelismo a iosa, assunzioni a pioggia quasi senza concorso, regalie varie.

La stupidaggine degli assistenti civici è nel solco del clientelismo. Perché tanti percettori di reddito di cittadinanza non possono essere già impiegati loro in attività socialmente utili?

Mi sembra che ogni ministro voglia rendersi “simpaticissimo” dando assunzioni a pioggia anche a costo di fare invasioni di campo nelle competenze degli altri.

Da notare anche l’effetto annuncio che imbarazza i colleghi e che fa sorgere anche qualche altra domanda: chi saranno, cosa dovranno fare, che poteri avranno e a chi risponderanno?

Se ne vedranno delle belle; se inizia il tutti contro tutti all’interno della maggioranza significa che la fine della legislatura si avvicina.

fonte: https://www.ilpost.it/2020/05/26/assistenti-civici-controllo-compiti/

Il governo si è corretto sugli “assistenti civici”
Dopo molte polemiche il progetto del ministro Boccia sul corpo di volontari per aiutare i sindaci è stato circoscritto: gli “assistenti civici” non avranno compiti di controllo

(ANSA/ ALESSANDRO DI MEO)
Il progetto sugli “assistenti civici”, il corpo di volontari ipotizzato dal ministro per gli Affari Regionali Francesco Boccia per svolgere compiti di utilità pubblica e sorveglianza durante la “Fase 2”, ha provocato molte critiche sulla stampa, e incomprensioni e scontri all’interno del governo. Dopo una giornata di discussioni e commenti affidati alle agenzie di stampa, lunedì sera una riunione tra Boccia, il presidente del Consiglio Giuseppe Conte, la ministra dell’Interno Luciana Lamorgese e quella del Lavoro Nunzia Catalfo sembra aver circoscritto i compiti di questi assistenti civici, escludendo i contestati ruoli di controllo e vigilanza e limitandoli a quelli di “pubblica utilità”. (…)

Discussioni e litigi che hanno portato visibilità a Boccia ed alla sua sparata.

Intervenendo a Patriae su Rai2, Boccia ha detto che «non c’è mai stata nessuna guardia civile, nessuna ronda, nessun esercito: volontari per finalità sociali che regalano tempo al proprio comune di appartenenza», facendo come esempi di compiti degli assistenti civici «portare cibo a chi non può uscire di casa, medicine, se serve ad aprire e chiudere parchi, fare tutto quello che gli chiede il sindaco». Decaro ha detto che «non c’entrano niente né con la movida, né con le guardie civiche, né con i controlli», spiegando che per esempio aiuteranno a scaglionare gli ingressi fuori dai mercati.

Pezza peggiore del buco: esistono già le organizzazioni di volontariato che si occupano di questo, a cosa serve “reclutarne” ufficialmente ulteriori. A pensar male mi verrebbe da dire infornata di lavori socialmente inutili per fini elettorali…

Gallera, ovvero di matematica, pagliuzze, pali e depositi di legname.

Prima considerazione Gallera ha detto una stronzata non ci piove, ha dimostrato di non averci capito nulla.

Seconda considerazione: scommetto che se si scava poco poco: “mi spieghi perché è una stronzata quella che ha detto?”, se ne sentiranno di altrettanto clamorose da parte degli esperti di statistica medica che adesso lo stanno perculando.

Terza considerazione:  fino a ieri il non capire nulla di matematica era motivo di vanto, e domani, quando la stronzata verrà detta da qualcun’altro, colto, il non capire niente di matematica tornerà ad essere motivo di vanto. Tanto per fare un esempio[^1], o queste due notizie in cui i giornalisti dimostrano profonde competenze matematiche; questa e questa.

No! Assolutamente no! Gallera spiega male l’indice di contagio diffondendo una falsa informazione

Sorgente: Coronavirus. Per Gallera bisogna trovare due persone per infettarsi: un’eccessiva semplificazione dei dati – Open

[^1]: che poi il non capire la differenza fra valore assoluto e valore relativo sia una conditio sine qua non per avere la patente di dott* accultuVat*

Regole senza senso

Prendo ispirazione da questo articolo di Barbara per fare qualche riflessione basata sulla mia esperienza di informatico.

Una delle cose che deve garantire il sistemista è la sicurezza informatica e il rispetto delle regole e delle buone prassi di sicurezza. Ovviamente certe regole rompono, in certi casi vengono viste, dagli utenti ma soprattutto dagli utonti, come ingiustificate vessazioni. Il compito del sistemista è di bilanciare, in accordo con la direzione, le regole in maniera tale che siano abbastanza efficaci da garantire una buona protezione del sistema e contemporaneamente non siano troppo vessatorie da “rompere” troppo gli utenti. Anche perché sistemi invulnerabili non ne esistono, esistono sistemi per i quali il gioco di romperlo non vale la candela del guadagno. Ecco perché le banche hanno un caveau blindato mentre per una generalmente bastano portoncini blindati e vetri antisfondamento.

Prendiamo il discorso password. Ok chiedere che il pc dell’ufficio abbia una password che non sia “password”, “qwerty1!” o “pippo123”, o che il computer non venga abbandonato acceso, ma chiedere password di 15 caratteri con maiuscole, minuscole, numeri, da cambiare ogni settimana, difficili da memorizzare, diverse dalle venti password precedenti e capaci di resistere per 1h ad un software di crack basato su dizionari è solo paranoia ingiustificata. Mettere lo screen saver che blocca il PC dopo una inattività di cinque (cinque!!!) minuti è solamente fastidioso senza dare grossi vantaggi in termini di sicurezza. E piazzare regole a livello paranoia significa poi trovarti un bel post-it sullo schermo con la password della settimana o computer sempre acceso con trucchetti per evitare che parta il salvaschermo che fa rimettere la password di nuovo.

Le regole poi bisogna anche spiegarle agli utenti perché capiscano la ratio che ci sta sotto. La password serve ad evitare che qualcuno si sieda al tuo PC e lo usi per frugare il materiale dell’ufficio. E più è importante il materiale più delicatezza occorre avere. Generalmente se parli e spieghi capiscono i disagi e capiscono il perché di questi.  E poi ovviamente si cerca di bilanciare esigenze di sicurezza e esigenze degli utenti di poter lavorare comodamente. Avere un PC bloccato ogni mattina perché deve fare gli aggiornamenti obbligatori dei software (e qualche aggiornamento sballa e blocca1 il pc per 1h) non è molto comodo soprattutto se devi consegnare una relazione urgentissima. Un collega aveva fissato la regola degli aggiornamenti giornalieri con il risultato di avere PC accesi 24/24 7/7, e al primo salto di corrente l’ufficio bloccato, letteralmente, per un ora. Risultato: dopo una strigliata, motivata, si decise di far aggiornare solo i software critici una volta al mese o di procedere ad aggiornamenti urgenti solo in caso di allarmi critici di sicurezza.

Risultato, gli utenti hanno capito la ratio delle regole e si è smesso di cercare in tutti i modi, leciti o meno per evitare di essere ripresi, di aggirarle.

Con il virus è capitato più o meno la stessa cosa. I politici chiedevano sicurezza assoluta agli esperti e gli esperti hanno partorito tutte le regole giuste, per ridurre il rischio del contagio. Peccato però che tali regole s’ proteggevano dal contagio ma facevano danni da altre parti, leggi economia bloccata, gente che non poteva andare a fare la spesa dove conveniva ma solo nell’esoso negozietto sotto casa, sceriffi da balcone.

Invece di bilanciare regole e rischi ci si è nascosti dietro agli esperti imponendo le regole  senza spiegarle. E questo ha contribuito a far vedere “gli scienziati” come persone alle quali piaceva piazzare regole, apparentemente senza senso e farle applicare in maniera scriteriata.  E questo è il modo migliore per far vedere le regole solo come inutili vessazioni da rispettare solo se si vede il bastone e da fottere il più possibile.

Hai voglia poi di lamentarti che non si rispettano le regole se fissi regole senza spiegazioni e/o giustificazioni e le rendi inutilmente draconiane perché non hai il coraggio di assumerti responsabilità di decidere ma ti nascondi dietro agli scienziati.


  1. per la cronaca era un pacchetto MSI fatto in casa per gestire le installazioni di una suite da ufficio non microsoft che in ambiente di rete distribuito funzionava male, bloccava il PC per 1h poi andava in timeout e sbloccava il PC. E questo capitava quasi tutte le mattine.
    Finì quando ci fu un salto della corrente e i pc si bloccarono con un dirigente che doveva consegnare un lavoro urgente e dovette aspettare 1h prima di poter lavorare.

FIGLI DI UN DIO MINORE

Grave, molto molto grave.
Se l’arbitro non è terzo ma è giocatore significa che perde all’istante qualsiasi garanzia dovuta al fatto di essere super partes e che finisce in mischia come tutti gli altri giocatori.

Di mio aggiungo solo una riflessione: la lamorgese si è comportata esattamente allo stesso modo di salvini, il condannare uno e assolvere l’altro significa sputtanarsi del tutto.

ilblogdibarbara

Noi.

Figli di un dio maggiore: loro

Quanti reati passibili di arresto immediato ci sono qua dentro? E dove sono tutti gli elicotteri droni auto quad in servizio permanente attivo per dare la caccia al canoista, al sub, al tizio che corre nel parco calzoncini azzurri maglietta verde berrettino bianco eccolo sta entrando nel parco con le forze a terra che lo rincorrono urlando fermati cialtrone? Dove sono quelli che accorrono in massa per tirare fuori a forza un tizio che chiuso nella sua auto strepita un po’ di scempiaggini, stenderlo a terra, tenerlo bloccato e farlo sedare – drogare è la parola giusta – procedendo poi a quattro giorni di ricovero coatto legato al letto e con la flebo sempre attaccata? Qui nient’altro che una cretina che ripete come un disco rotto “tranquilli” e un branco di bastardi troppo impauriti perfino per chiamare rinforzi?  E queste sarebbero le…

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Tecniche di fake news, la raccolta di ciliegie

Una delle tecniche più usate per costruire fake news è il cherry picking, la raccolta di ciliegie, ovvero l’usare dati reali ma estrapolati dal contesto e forzando l’interpretazione in maniera da portare l’ascoltatore a fare deduzioni sbagliate. Un amico ha condiviso questo post su faccialibro, post che, imho, è un buon esempio di fake news costruita con il cherry picking. 

Da oggi (il post è del 18 maggio NdR) i quattro principali Paesi a guida sovranista sono anche i quattro paesi con più contagi in assoluto.
Donald Trump, Vladimir Putin, Boris Johnson e Jair Bolsonaro sono i leder riconosciuti del sovranismo mondiale.
(il post è accompagnato da una immagine dei quattro leader con i numeri di contagiati NdR)
Sono i tipi che piacciono tanto ai propri elettori perché sì ok, magari a volte un po’ ignoranti, spesso palesemente bugiardi, però forti, duri, istrionici, capaci di parlare alla gente con battute e linguaggi da prima elementare, e che mettono i propri popoli “prima di tutti gli altri”.
E infatti, eccoli accontentati, i loro popoli.
Che strana coincidenza eh?
I quattro principali Paesi a guida sovranista sono anche i quattro paesi con più contagi in assoluto.
O forse no. Forse non lo è affatto una coincidenza (e vorrei anche vedere).
Tutti e quattro sono arrivati dopo l’Italia.
Hanno avuto il tempo di rendersi conto che con questo virus non c’era da scherzare. Di prendere contromisure.
Ma non hanno voluto farlo perché elettoralmente i lockdown non rendono. E non rendono economicamente.
(segue racconto di quanto son stati cattivi NdR)
E tutto questo perché il loro potere, la loro fama, il loro consenso deve sempre venire prima di tutto. Prima della vita stessa di quei morti di fame dei propri cittadini.
A differenza dell’Italia, colpita per prima, loro hanno avuto tutto il tempo di capire e correre ai ripari. Perché sarebbe stata solo questione di tempo. Hanno scelto di no, sacrificando i propri cittadini anziché mettere a rischio il proprio consenso.
E questi, alla fine, sono i drammatici risultati. Gli effetti del sovranismo sulla vita della gente.

Una risposta interessante che avevo letto era: “lo stato del vaticano è lo stato con meno contagiati in assoluto. Quindi se si è bravi cattolici si è immuni al virus”. 

L’errore del post è il considerare il numero assoluto di malati senza considerare che, come popolazione, gli stati uniti sono molto più popolati rispetto ad esempio alla spagna o all’italia. E quello, il considerare i valori assoluti senza considerare quelli relativi è un errore metodologico abbastanza grave.

Questa pagina pubblica i dati sulla pandemia. Se si considera il numero di morti per milione di abitanti invece del numero assoluto, i paesi “sovranisti con il maggior numero di contagi”. non sono ai primi posti, il 18 maggio 2020, l’italia era al 7° posto dietro la Spagna, UK immediatamente dietro l’italia seguita dalla Francia, stati uniti al 16°, brasile al 29* russia al 70°.
.
E tanto per parlare di paesi non sovranisti abbiamo al primo posto assoluto, di morti per milione di abitanti, san marino, seguito dal belgio da andorra.
Prima degli USA ci sono anche svezia, francia olanda e irlanda.

Che dire quindi? che quel post è un buon esempio del metodo: costruisco una tesi e poi cerco i numeri adatti a dimostrarla magari anche estrapolati dal contesto.  Peccato che questo modo di agire poi spesso si traduca in una zappa sui piedi quando i numeri vengono contestualizzati, zappa sui piedi perché la “smentita” distrugge la tua credibilità.

Parliamo della mitica app/8 – è arrivata la fase 2 e non so cosa indossare…

Se c’è una cosa da dire sulla mitica app è che il governo è stato preso dalla annuncite o sindrome dell’annuncio: grandi proclami sulla mitica app per monitorare la fase due e oggi, a fase 2 iniziata, di quella app non ci sono che vaghe tracce. Ovviamente nessuna delle bimbe di conte osa azzardare un “perché?” a cosa servono 123.456 task force che non si parlano e vanno ognuna per conto proprio1? Dov’è la app? come funziona? dove sono le specifiche di progetto, la documentazione del codice ed il codice?

Piccola digressione tecnica: il codice aperto spesso non è sufficiente per capire bene come funzioni un programma, occorre anche la documentazione del sorgente che ti guidi nella lettura, altrimenti devi investire un sacco di tempo nello studiare il codice ed analizzarlo per capire come funziona. Un esempio potrebbe essere l’avere una biblioteca e l’avere una biblioteca con un catalogo dei libri, se voglio trovare l’armadio dei testi di matematica posso cercare prima nel catalogo e poi andare a colpo sicuro nella stanza invece di girare la biblioteca per cercare di capire come sono organizzati i libri.

E poi becchi questo articolo del 15 maggio: Piuttosto che pubblicare le immagini di Immuni, il Governo dovrebbe mostrare il codice sorgente

Bene, ora sappiamo come sarà fatta l’app Immuni. Però il suo funzionamento resta ancora un mezzo mistero. A rendere la situazione ancora più paradossale è la pubblicazione di alcuni dati relativi all’app di tracciamento all’interno di Github, famosa repository dove gli sviluppatori caricano il codice sorgente dei loro programmi. Doveva essere questo il caso anche di Immuni – il cui codice dovrebbe essere open source, come annunciato più volte dal Governo – ma come primi elementi da pubblicare, si è pensato bene di mostrare l’interfaccia grafica dell’applicazione.

Una scelta quantomeno curiosa in un momento in cui l’app viene rimandata a una data non meglio definita e le domande in merito al suo funzionamento – soprattutto lato trattamento dei dati e privacy – non fanno altro che affollarsi. Il problema è che proprio il codice open source può mettere a tacere queste polemiche: una volta pubblicato, consente a chiunque di analizzarlo e scoprire se, per esempio, il Governo dice che l’app non invia dati a un server e invece il software lo fa. È semplice e anche abbastanza banale, ma deve per forza di cose essere pubblicato il codice sorgente. Invece no, a ormai un mese dall’annuncio dell’app che doveva arrivare ai primi di maggio – e che arriverà, forse, a giugno – il codice è ancora un mistero. Però possiamo vedere le illustrazioni dell’app. Non proprio una priorità in questo momento. (…)

Che dire? Meglio polemizzare per la Romano che rischiare di dover parlare di un buco nell’acqua reale che può gettare qualche tenue ombra sul governo più migliorissimo del mondo di tutti i tempi.

 


  1. vedi i continui cambi di specifiche fra ministero dell’innovazione e task force della protezione civile. 

TPI:“Silvia Romano non è una cooperante. Le ‘Ong’ fai-da-te mandano giovani come lei allo sbaraglio”

Segnalo sulla vicenda questo articolo di TPI. Molto interessante soprattutto per le domande che pone. Domande che sarebbe stato giusto porre a chi di dovere. Le stesse domande che mi son posto anche io.

Penso che molti stiano benedicendo gli hater perché grazie a quegli imbecilli possono schivare le domande “veramente scottanti” limitandosi a lamentarsi delle discussioni sul quanto le piace il biscione nero. Soprattutto certa stampa, gli articoli grondanti di indiNNiaZZione sono meglio accetti rispetto ad articoli come quello pubblicato da TPI.

Grassetto corsivo sottolineato mio

Sorgente: Silvia Romano non è una cooperante. Le ‘Ong’ fai-da-te mandano giovani come lei allo sbaraglio”

TPI ha intervistato Daniela Gelso, Project manager di alcune delle principali Ong italiane e francesi, sul caso Silvia Romano: “Questo mestiere non si improvvisa, altrimenti si rischia la vita”

“Silvia Romano non era una cooperante e, tecnicamente, neppure una volontaria, ma una ragazza neolaureata, inesperta, che è stata incautamente esposta a rischi enormi da chi l’ha mandata in un villaggio sperduto del Kenya senza la minima sicurezza, né il rispetto dei più elementari protocolli di cooperazione internazionale. Silvia è vittima due volte: dei rapitori e di chi non l’ha protetta”. (…)

E qui parte la prima domanda: chi non l’ha protetta? è stato chiamato a risponderne? Si è indagato 18 mesi fa, si sta indagando adesso?
una delle tante domande che i media non hanno posto e che molti sembrano voler evitare.

Ogni parola è pesata, ogni virgola è frutto di anni di esperienza sul campo: dodici anni per l’esattezza – dal 2005 al 2017 – che D. G., 43 anni, originaria di Saronno, ha trascorso in Africa occidentale e centrale, tra Guinea Bissau, Burundi e Costa d’Avorio, come Project manager per conto di alcune delle principali Ong italiane, francesi e portoghesi, prima di rientrare in Europa, in Francia, nel 2017, continuando a lavorare come manager in ambito sociale. (…)

Ma…

Ma sono rimasta colpita dall’estrema superficialità con cui, in questa delicata vicenda, è stato trattato il mondo della solidarietà internazionale, già vittima di una vera e propria campagna di delegittimazione nel nostro Paese. Tutti i mezzi d’informazione, nessuno escluso, definiscono Silvia “una giovane cooperante, in Kenya per conto di una ONG marchigiana”.

Beatifichiamola e poi possiamo accusare di chi dubita, chi solleva qualche obiezione di voler infangare una santa (che ogni domenica dopo la messa pisciava arcobaleni di ostie che indicavano la strada di casa ai cuccioli di sanbernardo (cit.). E già che ci siamo ci scappa anche la polemica contro gli hater e l’intervento della commissione contro gli psicoreati l’odio in rete.

Cosa c’è di sbagliato in questa definizione?

Più o meno tutto. 1) Silvia Romano non è una cooperante. Anzi, per essere precisi, non è nemmeno una volontaria, nell’accezione oggi in vigore nel mondo della cooperazione. Per intenderci, un Volontario delle Nazioni Unite beneficia di un contratto remunerato ed opera all’interno di uno specifico programma di sviluppo. 2)  (…) la onlus con cui collaborava, non è una Ong.

D’accordo, fermiamoci per un attimo al ruolo di Silvia Romano. Chi era allora e cosa faceva questa giovane ragazza milanese nel villaggio di Chakama, dove il 20 novembre 2018 è stata rapita.

Se ci atteniamo ai fatti, Silvia è arrivata in Kenya a 23 anni, con un semplice visto turistico che non le consentiva di dedicarsi a nessuna attività di cooperazione internazionale. Neolaureata, inesperta, non aveva all’attivo nessuna esperienza professionale pertinente. Durante la sua permanenza a Chakama, il suo impegno umanitario consisteva semplicemente nel far giocare i bambini del villaggio.

Che differenza c’è esattamente con un cooperante internazionale?

La differenza è abissale. I cooperanti sono professionisti retribuiti e altamente specializzati. Hanno un contratto di lavoro e sono coperti da un’assicurazione internazionale. I programmi di sviluppo in cui sono inseriti non consistono in opere di carità o assistenzialismo. Si tratta di strategie con obiettivi ben precisi.

Quindi, se non ho capito male, abbiamo una ragazza mandata allo sbaraglio, senza inquadrarla correttamente come cooperante e fatta entrare in violazione delle norme sull’immigrazione. Mi sembra ci sia abbastanza materiale per l’apertura di una inchiesta. L’avranno aperta o le procure son tutte ingolfate da indagini contro pisellone_42 che da del testa di tappo a pesciolina84 e a perseguire per per terrorismo internazionale, strage, crimini contro l’umanità e parcheggio in doppia fila con suv1 quelli che, due settimane fa, andavano a prendere il sole da soli in una spiaggia deserta ?

La parte che segue è invece da leggere con molta attenzione

Vede, l’Africa è piena di villaggi come Chakama. Le associazioni fai-da-te che pretendono di salvare il mondo proliferano in tutta Europa. Ed ogni anno sono centinaia i ventenni che si affidano a sedicenti “Ong” per vivere un’esperienza di solidarietà in un Paese in via di sviluppo. Questo fenomeno in rapida crescita ha addirittura un nome: “volonturismo”.

Cooperante fai da te? No ong seria? Ahi Ahi Ahi.

In pratica, sta dicendo che Silvia Romano si è affidata a un’organizzazione improvvisata che l’ha mandata in Africa a suo rischio e pericolo?

Purtroppo è esattamente ciò che è avvenuto. (…) è un’associazione piccolissima, sconosciuta, non accreditata dall’AICS (Agenzia Italiana per la Cooperazione e lo Sviluppo, ndr), non iscritta a nessuna delle federazioni che raggruppano la quasi totalità delle Ong italiane. L’organigramma consultabile sul sito dell’associazione fa pensare ad una struttura a gestione familiare. Ho notato che ricorrono gli stessi cognomi (un caso?) e che la persona indicata come referente dei progetti in Kenya è la stessa persona che, al momento del rapimento di Silvia, era stato indicato come il guardiano che avrebbe dovuto vegliare sulla guest house di Chakama. (…)

Che misure di sicurezza sono state prese dalla onlus a Chakama per tutelare Silvia? C’è stata una valutazione dei rischi?

(…) Tanto basta per trarre un giudizio. Il fatto che il panorama della solidarietà internazionale sia in gran parte costituito da piccole realtà associative non esenta queste ultime dall’obbligo di garantire la sicurezza dei suoi operatori.Qualsiasi Ong seria assicura il suo personale in missione all’estero, ne segnala la presenza all’Ambasciata italiana, applica scrupolosamente un piano di gestione dei rischi, partecipa ai cluster nazionali (comitati tecnici che identificano priorità d’azione e linee di condotta), concorda i propri programmi di sviluppo con le autorità locali.

no comment. Spiace dirlo ma se la è andata a cercare, sarà victim blaming ma è una brutale verità. Si è infilata da sola in una situazione di pericolo, pericolo che si è realizzato.La sua coglionaggine non assolve di certo i rapitori, ma il rapimento non modifica il fatto che sia stato agevolato da comportamenti diversamente intelligenti della vittima. E con lei dovrebbe essere chiamato a rispondere chi l’ha infilata in quei casini. Delle due una: o lei non ha rispettato le norme di sicurezza, cosa decisamente grave, o chi l’ha mandata non aveva protocolli di sicurezza  o se li aveva non li ha applicati. Cosa altrettanto grave.  Mi sembra ci sia abbastanza carne al fuoco per inchieste e indagini, perché si parla allora della tonalità di verde del vestito che indossava per tornare?

Cosa le ha dato più fastidio di tutta questa vicenda?

Il modo in cui è stata trattata dai media. Ogni volta che la stampa evoca i cooperanti italiani rapiti negli ultimi anni, dovrebbe citare Rossella Urru, capoprogetto del CISP sequestrata in Algeria nel 2011. Oppure Francesco Azzarà, operatore di Emergency, rapito in Darfur nello stesso anno. Dovrebbe parlare di Giovanni Lo Porto, cooperante in Pakistan per conto di una Ong tedesca, che purtroppo non ce l’ha fatta e non ha mai fatto ritorno in patria. Colleghi competenti e preparati, consapevoli dei rischi a cui andavano incontro e – soprattutto – inseriti in organizzazioni in cui il rispetto di norme e procedure di sicurezza è primordiale. La vicenda di Silvia Romano si avvicina piuttosto a quella di Greta e Vanessa, le due ragazze sequestrate (e poi liberate) in Siria qualche anno fa, che tanto clamore ha suscitato.

Le ochette, altre due imprudenti che si son infilate in casini più grandi di loro. E come nel loro caso la polemica era tutta verso chi le criticava mentre si glissava sulle altre domande, le stesse che mi son posto in questa vicenda. E come in questa parlare delle loro imprudenze faceva scattare immediatamente l’accusa di victim blaming e si sosteneva che le buone intenzioni assolvessero dalla colpa di aver fatto una cazzata dietro l’altra.

Cosa possiamo imparare dalla vicenda di Silvia Romano?

Lungi da me esprimere un giudizio di valore sulle motivazioni – certamente nobili – che hanno spinto questa ragazza a partire. Semplicemente, la convinzione erronea che dei ventenni privi di un’adeguata preparazione possano contribuire significativamente allo sviluppo locale sottende un atteggiamento paternalistico e perpetua gli stereotipi negativi legati al concetto di beneficenza.Idealizzare il loro impegno, anche se sincero, significa screditare il lavoro di chi opera sul campo con professionalità e abnegazione.

In conclusione, cosa si sente di dire alle tante (o ai tanti) Silvia che sognano di andare in Africa o in zone remote del pianeta ad aiutare il prossimo?

Di unire sempre i propri sogni e il proprio sano altruismo a una buona dose di coscienza e competenza, fondamentale in situazioni del genere. Di appoggiarsi ad una struttura credibile, solida e ben organizzata, un punto sul quale hanno già insistito autorevoli esperti del settore. Facciamo in modo che la vicenda di Silvia Romano – conclusasi fortunatamente con un lieto fine – diventi spunto di riflessione costruttivo sull’argomento, affinché nessun giovane venga più mandato allo sbaraglio sotto il paravento del No Profit. Perché, se è vero che “si può fare del bene solo se lo si fa bene”, le buone intenzioni – ahimè – non bastano.

Parole sante. come diceva un vescovo, non ricordo quale, il bene va fatto bene altrimenti è male. Tante buone intenzioni ma le buone intenzioni contro i rapitori non bastano.

In conclusione, devo dire che le perplessità che avevo scritto nel post precedente rimangono, ci son tante domande cui sarebbe bello avere risposta o che le figure istituzionali ne tengano conto. Invece serviva il trofeo da mostrare per sopire le polemiche, costi quel che costi.  Io spero che le domande che ho posto vengano rilanciate e si chieda, cortesemente e fermamente, di rispondere evitando sia attacchi basati su richieste del tipo: quanto piaciuto il biscione nero, sia apologie di una, santa subito, incontestabile pena il commettere reato di blasfemia.


  1. il parcheggio in doppia fila con suv è un reato che, nel codice penale italiano in tempo di social, prevede la fucilazione immediata alla schiena senza processo.