Informazione scientifica di guerra/2

Allora, riguardo agli articoli su quanto accaduto a chernobyl hanno scritto sia nucleare e ragione che l’avvocato dell’atomo, quest’ultimo riprendendo l’articolo di nucleare e ragione.

Conclusione: come al solito i media italiani fanno sensazionalismo sparando cazzate sesquipedali.

Nucleare e Ragione
1 g ·
Proponiamo questa lucida e accorata riflessione del nostro lettore e amico Riccardo Bevilacqua.
Condividete questo post con quante più persone possibili, perché se da una parte è vero che la sfida è impari, dall’altra è altrettanto vero che alla fine il piccolo Davide sconfisse il gigante Golia. La battaglia non è persa!
Buona lettura e buona condivisione!
Quando si legge di nucleare, sui quotidiani italiani, e di effetti delle radiazioni, io per cautela suggerirei: non credete ad una sola parola.
La strategia è sempre quella, si prende un cucchiaino di verità, lo si mescola con una cisterna di sciocchezze e si rivende tutto in carta colorata.
È così per questo nuovo articolo del Corsera, dal titolo suggestivo “A chi ha scavato le trincee resta un anno di vita”
La difficoltà nel fare debunking (opera di demistificazione e confutazione di notizie o affermazioni false o antiscientifiche, spesso frutto di credenze, ipotesi, convinzioni, teorie ricevute e trasmesse in modo acritico) è che la realtà oggettiva delle cose è complessa, mentre le balle del giornalista di turno sono semplici, sposano a perfezione quanto già credevamo di sapere, sono suggestive e non lasciano dubbi.
Così, se volessi spiegarvi che l’affermazione “resta un anno di vita” non può che essere una castronata, dovrei raccontare di quali sono i meccanismi di interazione tra le “radiazioni” ed i nostri corpi, ossia quali sono gli effetti biologici delle radiazioni. E dovremmo ancor prima capire cosa sono le “radiazioni” — che in realtà in fisica non esistono come concetto, ma sono una semplificazione per descrivere oggetti e fenomeni profondamente diversi tra loro. Dovremmo parlare di linear non-threshold model, di dati epidemiologici, di modalità di esposizione. Per averne una comprensione corretta, seppur superficiale, partendo dalle competenze di chi ha completato almeno una scuola superiore, ci vorrebbe un corso di quattro, forse sei ore. E quindi ho molto probabilmente perso in partenza.
Dire “resta un anno di vita” è uno slogan, che non ha però senso qualunque sia stata l’esposizione alle “radiazioni” dei soldati russi (dato sconosciuto). Sappiamo infatti che nell’area di esclusione attorno a Chernobyl non esistono le condizioni che possano condurre a morte certa — su scale temporali di “un anno”, o in qualunque altro intervallo.
Peraltro, non sapendo le dosi, non si può dire proprio nulla. Ma il punto è che anche non sapendole, sappiamo che non possono dare queste conseguenze!
(Semplifico: se in frigo c’è solo una lattina di birra da 33 cc, anche se non so quanta ne hai bevuta, so che non puoi essere ubriaco, perché più di quella non ce n’era!)
Così come la storiella (sempre in questo articolo), del soldato con il Cobalto. Da una parte il giornalista suggerisce che tale cobalto sarebbe stato prodotto nell’incidente del 1986 — che non ha talmente alcun senso che non so nemmeno come smentirlo. E la cosa del “decadimento atomico” (parole senza senso) che sarebbe “completato” (processo fisico inesistente). Poi, il contatore geiger “impazzito”, che sembra una striscia di un fumetto, ma io di contatori geiger ne ho visti tanti (ne ho almeno quattro sulla scrivania), e non ne ho mai osservato comportamenti psichiatrici (nei giornalisti si, invece). Poi ancora il soldato che lo prende in mano a mani nude, cattiva idea, per un paio di secondi: di nuovo, senza sapere l’attività della sorgente, non si può dire nulla. Ma, se la sorgente era tale che ci si potesse stare attorno, prenderla in mano per qualche secondo, non si capisce quale pericolo potesse costituire (ho visto sorgenti di Cobalto che uno deve avere mezzo metro di piombo, e se tocchi il piombo è caldo per le radiazioni, ed altre che ho tenuto nel cassetto senza incorrere in alcuna conseguenza). Ecco, dire Cobalto non vuol dire davvero nulla, ma se è a portata di mano, non può avere una attività tale da rappresentare un pericolo immediato.
Non so nemmeno se qualcuno abbia letto fin qui, non so nemmeno perché scrivo. Il Corsera raggiungerà qualche milione di lettori. Questo post sconclusionato, forse tre. Tre che già erano consapevoli. E quindi, si, davvero, la battaglia è sempre persa.

E poi l’avvocato dell’atomo che commenta l’articolo di sopra

Qualche dato a corredo:

  1. L’immagine in copertina all’articolo mostra un livello di radioattività di 0,14 microSv/ora, cioè circa 1,2 mSv/anno, che è un valore SOTTO LA MEDIA del fondo di radioattività naturale mondiale.
  2. Secondo Energoatom, l’ente nucleare nazionale ucraino, il livello di radioattività misurato nei pressi delle trincee scavate dai russi è di 3,2-4 microSv/ora, che si traducono in 36 mSv/anno. Anche ammettendo che i russi possano aver avuto irradiazione interna da particolato radioattivo, per arrivare ad un dosaggio da avvelenamento acuto avrebbero dovuto ingerire o inalare 53 kg di terra. Ripeto: 53 kg.
  3. Nel video della CNN si mostra un dosimetro che registra 15,3 microSv/ora, un valore certamente parecchio alto, ma siamo ancora a 130-140 mSv/anno, 8000 volte meno di quello che servirebbe per dare avvelenamento da radiazioni.
  4. È possibile che alcuni dei soldati abbiano preso dosaggi tali da incrementare la probabilità che sviluppino un tumore in futuro: in ogni caso questo NON È UN EFFETTO DETERMINISTICO, quindi non è detto che succeda e se succederà lo vedremo tra 15-20 anni confrontando la coorte dei soldati esposti con un gruppo di controllo demograficamente simile.
  5. Nel frattempo Il Fatto Quotidiano scrive che i russi hanno rubato da Chernobyl “133 sostanze radioattive”. Che, tanto per cambiare, non significa NIENTE. Di che sostanze parliamo? In che quantità? E poi, perché? Per il gusto di portarsi via un souvenir, visto che non risulta carenza di tecnologie nucleari in Russia?Non posso nemmeno scrivere che “anche oggi il giornalismo italiano dà prova di sé”, visto che se non altro l’Espresso è uscito con un articolo su di noi a firma di Marco Grieco (anche se mi ha definito “fisico di teoria della materia”, che non vuol dire nulla, lol).-Luca

A conclusione non posso che fare una riflessione, se ci fosse stato un articolo analogo a quello delle 133 sostanze riguardo alla pandemia che faceva leva sulle paure infondate della gggente molti sarebbero andati in piazza a chiedere la testa del giornalista, del direttore della testata e della Meloni (cosa c’entra? niente, ma chiedere la testa di un avversario politico garantisce un bonus autorevolezza). Per il nucleare invece queste cazzate vengono applaudite.

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4 pensieri su “Informazione scientifica di guerra/2

  1. il tutto, tristemente, nasce dal fatto che c’è una folla sempre più ampia di gente che non sembra distinguere la differenza tra essere abbastanza informati per poter parlare di qualcosa ed essere effettivamente in grado di capire la cosa di cui stai parlando.

    se, senza dubbio, questa forma mentale è un evidente prodotto di quello che ho preso a chiamare “il grande inganno di internet”, ossia la completamente assurda teoria secondo cui chiunque più fare una ricerca su internet su qualsiasi cosa ed ottenere risposte valide e corrette, c’è dietro anche un mezzo secolo di scuola che ha sostituito “insegnare” con “far ripetere concetti a scimmietta”.

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  2. piccola precisazione. Chiunque può fare una ricerca su internet e ricevere risposte valide e corrette se è in grado di riconoscere risposte valide e corrette. Se non hai la capacità di discernere fra una cosa corretta e una paurosa minchiata, o peggio, non sei in grado di comprendere una risposta valida e corretta l’unico effetto è la moltiplicazione delle minchiate.

    Piace a 2 people

    • il problema sta proprio lì. riconoscere le risposte valide e corrette implica, la gran parte delle volte, essere familiari con il soggetto della ricerca. ma già sapere quanto sei familiare con una cosa può essere difficile. da quello nasce il “ho trovato una prestigiosa ricerca che dice X”.

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