Il Pene come Causa del Climate Change

Fa capire come in molti casi convenga diffidare della “scienza spettacolo”, quella che si prostituisce alle mode del momento per permettere a pseudoscienziati di occupare il posto di certificatori di verità per conto del potente di turno.

Quello che mi fa ridere è che spesso chi difende a spada tratta la sssienza… è lo stesso che pianta casini epici quando qualche Scienziato osa sostenere che se nasci con il cromosoma Y muori con il cromosoma Y per quanto esteriormente tu possa somigliare a Barbie.

Via: https://ilblogdibarbara.wordpress.com/2021/10/16/e-quando-credi-che-abbiano-toccato-il-fondo/

Il Pene come Causa del Climate Change

Pubblicato da Massimo Lupicino il 23 Maggio 2017

Tenetevi forte perché l’argomento è decisamente…hot.

Due accademici americani: Peter Boghossian, insegnante di filosofia all’Università di Portland e James Lindsay, dottore in matematica con studi in fisica, hanno pensato bene di dimostrare quanto fosse ridicolo, assurdo e politicamente motivato il processo di peer-review di paper che trattano argomenti cari al versante liberal. Per farlo, hanno deciso di inventarsi di sana pianta un paper con il seguente titolo: “Il Pene Concettuale come Costrutto Sociale”. Un paper-bufala, volutamente privo di alcun senso, basato su due cavalli di battaglia molto cari al versante liberal più militante: ovvero la critica di qualsiasi espressione di mascolinità in ogni sua forma e, ovviamente, il Climate Change. Il tutto condito da termini ed espressioni roboanti quanto del tutto prive di significato.
Il loro esperimento ha avuto successo: il paper-bufala in questione è stato infatti referato e pubblicato dalla rivista Cogent Social Sciences, che orgogliosamente si definisce “rivista multidisciplinare che offre peer-review di alta qualità nel campo delle scienze sociali”.

L’Abstract:

Cominciamo subito con l’Abstract, semplicemente esilarante nonostante l’obbiettiva difficoltà che si incontra nel tradurre un testo volutamente sconclusionato:

Il pene anatomico potrebbe anche esistere, ma come le donne transgender hanno un pene anatomico prima dell’operazione, allo stesso tempo si può sostenere che il pene a fronte del concetto di mascolinità è un costrutto incoerente. Noi sosteniamo che il pene concettuale si comprende meglio non come organo anatomico, ma come costrutto sociale isomorfico ad una tossica mascolinità prestazionale. Attraverso una dettagliata critica discorsiva post-strutturalista e basandoci sul’esempio del climate change, questo paper sfiderà la visione prevalente e dannosa che il pene venga concepito come organo sessuale maschile, e gli assegnerà, piuttosto, il ruolo più consono di elemento di prestazione maschile”.

Con un Abstract del genere, si può intuire facilmente che l’articolo è ricco di perle. Come questa, per esempio:

Così come la mascolinità è intimamente legata alla prestazione, allo stesso modo lo è il pene concettuale (…). Il pene non dovrebbe essere considerato come onesta espressione dell’intento dell’attore, quanto piuttosto dovrebbe essere presentato in un’ottica di performance di mascolinità o super-mascolinità. Quindi l’isomorfismo tra il pene concettuale e quello che la letteratura femminista definisce “super-mascolinità tossica” è definito attraverso un vettore di “machismo braggadocio” culturale maschile, con il pene concettuale che gioca il ruolo di soggetto, oggetto, e verbo dell’azione

Il giudizio dei reviewers

Cogent Social Sciences ha accettato l’articolo con giudizi incredibilmente incoraggianti, e assegnando voti altissimi in quasi tutte le categorie. Uno dei reviewer ha commentato: “L’articolo cattura l’argomento della super-mascolinità attraverso un processo muti-dimensionale e non lineare”. L’altro reviewer l’ha giudicato “Outstanding” in ogni categoria. Tuttavia prima della pubblicazione Cogent Social Sciences ha richiesto alcune modifiche per rendere il paper “migliore”. Modifiche che gli autori hanno apportato in un paio d’ore senza particolari patemi, aggiungendo qualche altra scempiaggine come il manspreading (la tendenza che certi uomini hanno a sedersi con le gambe allargate), e “la gara a chi ce l’ha più lungo”.

E il Climate Change?

Gli autori hanno sostenuto nel paper che il climate change è concettualmente causato dai peni: “Il pene è la fonte universale prestazionale di ogni stupro, ed è il driver concettuale che sottende alla gran parte del climate change”.

Approfondendo l’ovvio concetto nel seguente modo:

Gli approcci distruttivi, insostenibili ed egemonici maschili nel mettere sotto pressione la politica e l’azione ambientalista sono il risultato prevedibile di uno stupro della natura causato da una mentalità dominata dal maschio. Questa mentalità si comprende meglio riconoscendo il ruolo che il pene concettuale riveste nei confronti della psicologia maschile. Applicato al nostro ambiente naturale, specialmente agli ambienti vergini che possono essere spogliati facilmente delle loro risorse naturali e abbandonati in rovina quando i nostri approcci patriarcali al guadagno economico li hanno privati del loro valore intrinseco, l’estrapolazione della cultura dello stupro inerente al pene concettuale appare nella sua chiarezza”.

Il pensiero degli autori

Gli autori dell’articolo-bufala dedicano ampio spazio ai motivi che li hanno spinti a scrivere il paper in questione, e criticano senza pietà i fondamentalismi legati all’ideologia liberal prevalente. Fondamentalismi che sottendono anche alle pubblicazioni scientifiche e, in particolare, a quel processo in sé delicatissimo di peer-review che dovrebbe aiutare a distinguere la cattiva ricerca da quella buona.
Gli autori intendevano provare o meno l’ipotesi che l’architettura morale costruita dai settori accademici più liberal fosse la discriminante prevalente nella decisione se pubblicare o meno un articolo su una rivista. In particolare, la tesi degli autori era che gli studi sul gender fossero inficiati dalla convinzione quasi-religiosa nel mondo accademico che la mascolinità fosse causa di ogni male. A giudicare dal risultato, si può ben dire che la loro ipotesi sia stata pienamente confermata.

Il “dietro le quinte”

Tra le curiosità più degne di nota va segnalato che gli autori, al fine di sostenere la teoria della causa peniena del climate-change, hanno anche allegato un riferimento totalmente sconclusionato ad un articolo inesistente creato da un generatore algoritmico di paper a sfondo culturale chiamato “Postmodern Generator”.
Inoltre hanno volutamente riempito l’articolo di termini gergali, contraddizioni implicite (come la tesi secondo cui gli uomini super-mascolini sono sia al di fuori che all’interno di certi discorsi nello stesso momento), riferimenti osceni a termini gergali riferiti al membro maschile, frasi insultanti per gli uomini (come la tesi secondo cui chi sceglie di non avere figli non è in realtà capace di “costringere una compagna”).
Dopo aver scritto il paper gli autori l’hanno riletto attentamente per assicurarsi che “non significasse assolutamente niente” e avendo avuto entrambi la sensazione che non si capisse di cosa il paper parlasse, hanno concluso che il risultato era stato pienamente raggiunto.
Infine gli autori concludono che il fatto che un articolo del genere sia stato pubblicato su una rivista di scienze sociali solleva questioni serie sulla validità di argomenti come gli studi sul gender, e sullo stato delle pubblicazioni accademiche in generale “Il Pene Concettuale come Costrutto Sociale non avrebbe dovuto essere pubblicato perché concepito per non avere nessun significato: è pura insensatezza accademica senza alcun valore”.

Pensieri alternativi

  • Per quanto ricco di spunti obbiettivamente esilaranti, l’esperimento di Boghossian e Lindsey pone delle questioni serie, gravi e ineludibili sullo stato della scienza, delle pubblicazioni accademiche, del processo di peer-review e in generale sull’influenza e la pervasività che in ambito accademico hanno certe posizioni fideistiche, para-religiose (ma rigorosamente laiche e laiciste) legate alla politica e al pensiero liberal prevalente.
  • Il climate change fa parte a pieno titolo dell’armamentario di cui i pasdaran dell’ortodossia liberal si servono per giustificare, spiegare, sostanziare qualsiasi cosa. Dalle guerre alle migrazioni, passando per la finanza e la sociologia, il climate change c’entra sempre. O non c’entra nulla. Questione di punti di vista.
  • Molto spesso capita di leggere su paper di argomento climatico delle postille messe lì in modo apparentemente posticcio, a mo’ di pietosa foglia di fico che suonano come: “questa ricerca sembra mettere in discussione la narrativa sul global warming antropogenico, ma in realtà non è così”. In quanti casi sono gli stessi reviewers di riviste completamente esposte e schierate sul versante del climate change catastrofista, a richiedere espressamente l’aggiunta di queste postille?
  • E in quanti casi, paper scientificamente validi saranno stati bocciati per il solo fatto di contraddire la narrativa e la “linea editoriale” della rivista in questione? [moltissimi, lo sappiamo per certo] E come si traduce tutto questo nella libertà di fare ricerca, da scienziato vero, e libero, e non da lavoratore a cottimo pagato per dimostrare quello che gli sponsor della ricerca si aspettano? E quello che gli editori della rivista vogliono leggere?

Sono tutte domande che restano inevase, ma l’esperimento in questione conferma che si tratta di domande legittime che attengono alla qualità del sistema di referaggio scientifico e, soprattutto, all’uso politico che si fa della ricerca scientifica.

…E riflessione finale

Mi si perdonerà l’espressione poco accademica, ma credo proprio che qualcuno si sentirà un po’ più libero, da oggi, nel dire che “il Climate Change è proprio una teoria del c*zzo”. Del resto, c’è anche un paper accademico a sostenere questa tesi. Un paper referenziato da una rivista che “offre peer review di alta qualità”. E se le referenze sono la stampella su cui i soloni del mainstream appoggiano teorie sempre più zoppicanti alla luce dell’evidenza sperimentale, non si vede perché lo scettico sboccato (ed esasperato) debba essere ingiustamente privato dello stesso privilegio. (qui)

Di teorie deliranti ho portato ampie documentazioni in questo blog, e delle altrettanto deliranti argomentazioni prodotte dai loro sostenitori, a partire appunto dalla fantomatica emergenza climatica e da quell’autentico delirio di onnipotenza che porta a credere che l’uomo possa controllare e guidare il clima. Ho già ricordato quella signora che alla mia obiezione che duemila anni fa Annibale ha attraversato le Alpi con gli elefanti, cosa oggi neppure concepibile per via di neve e ghiaccio, ha risposto: “Evidentemente non è passato per le Alpi”, trasformando anche la storia in un optional. Adesso vi aggiungo un’altra novità: da un bel po’ di anni il ghiaccio dei poli sta aumentando, o yes (e se vi avanzano ancora due minuti leggete anche i commenti: sono interessanti). Comunque, cari amici uomini, occhio al  pisello, che se non state attenti, oltre a gravidanze indesiderate guardate quanti altri disastri ci combina (no, è inutile che ve lo facciate tagliare: vi resta sempre quello concettuale).

3 pensieri su “Il Pene come Causa del Climate Change

  1. Che il settore delle “human sciences” sia strapieno di fuffa ormai è ben più che un sospetto e questo ulteriore esempio non fa che confermarlo, però… non capisco d’altrocanto perché usare queste evidenze per propagandare fuffa di ben altro tipo: il cambiamento climatico esiste, è (per la stra-gran parte) di origine antropogenica ed è un problema che prima o poi dovremo affrontare. Non ci porterà all’estinzione, non stuprerà i nostri cari, non farà allineare le stelle affinché il Grande Cthulhu si risvegli dal suo sonno nella perduta città di R’lyeh: andrà affrontato con le armi adeguate (come un uso massiccio dell’energia nucleare) ma a dar adito a certi cialtroni si dà solo il fianco alle critiche.

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  2. Boghossian e Lindsey sono leggende…
    A proposito di Climate Change (va scritto in inglese e maiuscolo, per designarlo bene come ideologia…) ha avuto discreto successo un mio tweet di risposta a una risposta ad articolo di Bloomberg.

    Stranamente nessun campione della causa mi ha dato contro.

    A proposito del periodo a cui mi riferisco nel tweet, un fatto di cui nessuno parla: la gran parte dei periodi di successo per le specie animali e vegetali sono stati periodi di estremo calore (estremo se comparato a quello attuale.)
    Per la maggior parte del Secondario e del Terziario non abbiamo avuto ghiaccio sul pianeta. Neanche un po’! E quasi tutte le estinzioni di massa sono state causate da eventi che hanno raffreddato il pianeta (che comunque non è stato abbastanza per provocare glaciazioni, almeno in quelle ere) come vulcanismo e asteroidi, che sollevando ceneri/polveri hanno fatto scendere la temperatura di svariati gradi.
    Anche le ultime glaciazioni bisogna ricordare, sono state associate a grandi estinzioni. E bisogna ricordare che geologicamente e cosmicamente parlando, siamo appena usciti da una glaciazione. Statisticamente siamo in uno dei periodi più freddi che il pianeta abbia vissuto/sopravvissuto: le temperature DEVONO salire e salirebbero anche senza di noi: stiamo accelerando un processo naturale.
    Ora, ovviamente le specie che vivono in questo periodo sono adattate al freddo, dato che sono quelle sopravvissute al filtro dell’era glaciale. E in quanto tali, soffriranno sicuramente di un riscaldamento veloce (anche se si estinguerebbero ancora di più per raffreddamento veloce.)
    Ma lamentarci del fatto che il mondo stia diventando sempre più caldo e umido e una tendenza che gli animali, se potessero, accuserebbero come “animalicida”: i biomi con più biodiversità al mondo sono le foreste pluviali. Calde e umide.
    Quello che causa danni può essere la velocità del cambiamento, si. Ma causa danni più che altro a specie che sono specializzate per climi freddi e quindi comunque destinate a soccombere nel lungo termine: stiamo accelerando quello che la natura farebbe comunque.
    Il vero danno che stiamo creando è quello di distruggere/eliminare fisicamente gli ambienti in cui le specie vivono. La distruzione fisica degli ambienti è la prima causa di estinzione di ogni specie e non c’entra assolutamente nulla col riscaldamento globale. Si tratta di un danno che paradossalmente i tanto amati pannelli solari potrebbero solo esacerbare, dato che nessuna specie potrebbe vivere su territori adibiti al solare (o all’eolico, se è per quello.)
    Il problema della distruzione degli ambienti naturali però è quasi assente nei paesi sviluppati (in cui le foreste stanno solo aumentando) ed è invece terribile nei paesi in via di sviluppo. Per questo non se ne sta parlando più: renderebbe troppo evidente che è la povertà umana che sta uccidendo specie viventi più di ogni altro problema. Non le emissioni. Solare e eolico sono quindi terribili come soluzioni per due grossi e diversi motivi: necessitano di distruzione degli ambienti naturali e in aggiunta non fanno nulla per risolvere la povertà che porta a questa distruzione per altri motivi. Anzi, con i loro costi più alti, possono solo peggiorare la situazione.

    Un bel casino.

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