La guerra civile dei magistrati e la grande ipocrisia del giornalismo – Linkiesta.it

Sorgente: La guerra civile dei magistrati e la grande ipocrisia del giornalismo – Linkiesta.it

Scripta manent, verbali volantLa guerra civile dei magistrati e la grande ipocrisia del giornalismo
Francesco Cundari
Dal caso Palamara alle ultime incredibili vicende della procura di Milano, una domanda si impone: quand’è esattamente che le accuse diventano fango, e vanno pertanto cestinate, e i loro propalatori denunciati come avvelenatori di pozzi, e quand’è invece che vanno prese e pubblicate come oro colato?

risposta, semplice: dipende dalla convenienza politica. L’accusa, per quanto traballante e campata per aria, va contro i miei nemici: allora è oro colato, si pubblica e va pompata a dovere. Mi permette di fare da paladino e carpire simpatie, ad esempio additando gli scienziati dell’aquila come responsabili o giocando al paladino pro bambini come nel caso di rignano flaminio? Avanti tutta.
Mi imbarazza: nascondere e frignare immediatamente di macchina del fango.

Uno dei segnali più evidenti da cui emerge il declinare del potere berlusconiano sta nel fatto che i magistrati abbiano cominciato a farsi la guerra tra di loro, con le stesse armi di sempre, in televisione e sui giornali. E che giornalisti e politici non capiscano più da che parte schierarsi. A parte qualcuno, s’intende.

Tutti concordano sul fatto che ormai, dal caso Palamara alle ultime incredibili vicende della procura di Milano, sia in corso un vile e pericolosissimo tentativo di delegittimare la magistratura, formula buona per ogni occasione.

Il problema è che qui, da una parte e dall’altra della barricata, da quella degli accusatori (o calunniatori) come da quella degli accusati (o calunniati), sempre magistrati stanno. Dunque, per essere precisi, dovremmo aggiungere che il vile e proditorio attacco alla magistratura viene dalla stessa magistratura. Di conseguenza, se proprio di attacco si volesse parlare, bisognerebbe anche dire che non si tratta di un’offensiva proveniente dall’esterno, ma di una guerra civile.

Magistratura che si è già ampiamente delegittimata quando ha voluto trasbordare dalle proprie competenze.

Un altro problema non da poco è che molti dei magistrati e dei giornalisti che se ne occupano sono proprio coloro che in questi anni, quando al centro degli scandali erano i politici, teorizzavano (e praticavano) il principio secondo cui era giusto pubblicare tutto, indagare tutti, intercettare, perquisire e interrogare chiunque, di fronte praticamente a qualsiasi genere di accusa, in base al principio «male non fare, paura non avere».

E come al solito molti che, con i nemici sono ultragiacobini quando il culo sulla graticola diventa il loro diventano talmente garantisti da far sembrare Ghedini un forcaiolo.

Ora però sotto i riflettori ci sono alcune indagini non fatte, quelle sulla fantomatica «loggia Ungheria», e verbali non pubblicati, quelli che diversi giornali hanno detto di avere ricevuto e di non avere messo in pagina perché non ne era chiara la provenienza (di solito evidentemente glieli mandano con ricevuta di ritorno). Con alcuni magistrati (e giornalisti) a dire che era giusto così, perché era evidente che si trattava di montature e calunnie, e quindi prendersi del tempo era il minimo, e con altri magistrati (e giornalisti) a dire che invece no, certo che si doveva indagare, ed è ben strano che non si sia proceduto subito.

Vedi sopra.

Quello che si sa di sicuro è che le carte arrivano, informalmente, a Piercamillo Davigo. A portargliele è il pm Paolo Storari (che per questo è ora indagato per rivelazione del segreto d’ufficio), convinto che su quelle scottanti dichiarazioni dell’avvocato Piero Amara la procura di Milano non voglia fare luce. E cosa fa Davigo? Se le prende, le legge e ne parla, sempre informalmente, con alcuni suoi colleghi consiglieri del Csm e con altre autorità. E ora, rispondendo alle critiche, spiega che procedere per canali «formali» avrebbe significato a suo giudizio compromettere la riservatezza di quei documenti. Sta di fatto che al momento la sua segretaria è indagata per calunnia, con l’accusa di essere stata proprio lei a inviare quei verbali ai giornali, accompagnandoli a considerazioni evidentemente non lievi sui vertici della procura milanese e le ragioni della sua presunta inerzia.

Chi vuole unisca pure i puntini come preferisce. Personalmente, non mi intendo di cronaca giudiziaria e non ho la minima idea di come verbali che dovrebbero essere segreti finiscano regolarmente sui giornali, da decenni, alimentando processi di piazza capaci di stroncare carriere, e a volte vite, per finire poi in un nulla di fatto in tribunale, e spesso senza nemmeno arrivare al processo.

Se escono qualcuno li passa. Qualcuno sobilla le persone dicendo che il segreto istruttorio è una bavaglio e che il bobolo, buono per definizione deve sapere. E hai voglia adesso a spiegare al bobolo che è giusta la riservatezza.

Proprio perché non me ne intendo, però, mi restano alcune domande, che non riguardano il merito delle accuse, ma il lessico, cioè il modo in cui ne parliamo, specialmente noi giornalisti. Ad esempio: che differenza c’è esattamente tra formalità e legalità? Quand’è esattamente che le accuse diventano fango, e vanno pertanto cestinate, e i loro propalatori denunciati come corvi, mestatori, avvelenatori di pozzi, e quand’è invece che vanno prese e pubblicate come oro colato, magari accompagnate dal commentino ipocrita in cui si spiega che, «al di là dell’eventuale rilevanza penale», quello che ne emerge è così grave dal punto di vista etico, politico, antropologico, che non si può far finta di non vedere? Quand’è esattamente che il problema di come quei verbali, quelle intercettazioni, quei documenti siano stati acquisiti diventa il problema centrale e preliminare, tale da imporre non solo di non pubblicarli, ma di denunciare con forza l’oscura manovra che ci sarebbe dietro, e quand’è invece che su tutto questo non è il caso di fossilizzarsi, perché in fondo, suvvia, è una questione di metodo, di cui semmai discuteremo dopo, ma il merito è troppo grave?

Una frase di Uriel che mi era piaciuta molto era:

Non potete rompere la legge SOLO DAL LATO CHE VI FA COMODO, signori. Quando la rompete, non funziona piu’.

Se, ad esempio, fai saltare l’articolo costituzionale sulla riservatezza delle comunicazioni in nome di un fantomatico diritto del bobolo a sapere (ovvero farsi le pippe con i particolari più prurignosi delle indagini) poi non funziona più, e non funziona più per nessuno. Il bobolo è convinto di avere il diritto di sapere, e di sapere tutto di tutti.

Quand’è, insomma, che riteniamo non sia il caso di formalizzarsi, e quand’è che invece ci formalizziamo?

Il mio culo è misura di tutte le cose.

PS Io sono garantista ma, mea culpa, non mi scandalizzerei troppo se a Davigo venisse applicato il teorema Davigo (non esistono innocenti ma colpevoli non ancora scoperti)

Un pensiero su “La guerra civile dei magistrati e la grande ipocrisia del giornalismo – Linkiesta.it

  1. PS Io sono garantista ma, mea culpa, non mi scandalizzerei troppo se a Davigo venisse applicato il >>  teorema Davigo (non esistono innocenti ma colpevoli non ancora scoperti)
    

    Io non solo mi scandelizzerei, ma lo PRETENDEREI a gran voce.

    "Mi piace"

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