TPI:“Silvia Romano non è una cooperante. Le ‘Ong’ fai-da-te mandano giovani come lei allo sbaraglio”

Segnalo sulla vicenda questo articolo di TPI. Molto interessante soprattutto per le domande che pone. Domande che sarebbe stato giusto porre a chi di dovere. Le stesse domande che mi son posto anche io.

Penso che molti stiano benedicendo gli hater perché grazie a quegli imbecilli possono schivare le domande “veramente scottanti” limitandosi a lamentarsi delle discussioni sul quanto le piace il biscione nero. Soprattutto certa stampa, gli articoli grondanti di indiNNiaZZione sono meglio accetti rispetto ad articoli come quello pubblicato da TPI.

Grassetto corsivo sottolineato mio

Sorgente: Silvia Romano non è una cooperante. Le ‘Ong’ fai-da-te mandano giovani come lei allo sbaraglio”

TPI ha intervistato Daniela Gelso, Project manager di alcune delle principali Ong italiane e francesi, sul caso Silvia Romano: “Questo mestiere non si improvvisa, altrimenti si rischia la vita”

“Silvia Romano non era una cooperante e, tecnicamente, neppure una volontaria, ma una ragazza neolaureata, inesperta, che è stata incautamente esposta a rischi enormi da chi l’ha mandata in un villaggio sperduto del Kenya senza la minima sicurezza, né il rispetto dei più elementari protocolli di cooperazione internazionale. Silvia è vittima due volte: dei rapitori e di chi non l’ha protetta”. (…)

E qui parte la prima domanda: chi non l’ha protetta? è stato chiamato a risponderne? Si è indagato 18 mesi fa, si sta indagando adesso?
una delle tante domande che i media non hanno posto e che molti sembrano voler evitare.

Ogni parola è pesata, ogni virgola è frutto di anni di esperienza sul campo: dodici anni per l’esattezza – dal 2005 al 2017 – che D. G., 43 anni, originaria di Saronno, ha trascorso in Africa occidentale e centrale, tra Guinea Bissau, Burundi e Costa d’Avorio, come Project manager per conto di alcune delle principali Ong italiane, francesi e portoghesi, prima di rientrare in Europa, in Francia, nel 2017, continuando a lavorare come manager in ambito sociale. (…)

Ma…

Ma sono rimasta colpita dall’estrema superficialità con cui, in questa delicata vicenda, è stato trattato il mondo della solidarietà internazionale, già vittima di una vera e propria campagna di delegittimazione nel nostro Paese. Tutti i mezzi d’informazione, nessuno escluso, definiscono Silvia “una giovane cooperante, in Kenya per conto di una ONG marchigiana”.

Beatifichiamola e poi possiamo accusare di chi dubita, chi solleva qualche obiezione di voler infangare una santa (che ogni domenica dopo la messa pisciava arcobaleni di ostie che indicavano la strada di casa ai cuccioli di sanbernardo (cit.). E già che ci siamo ci scappa anche la polemica contro gli hater e l’intervento della commissione contro gli psicoreati l’odio in rete.

Cosa c’è di sbagliato in questa definizione?

Più o meno tutto. 1) Silvia Romano non è una cooperante. Anzi, per essere precisi, non è nemmeno una volontaria, nell’accezione oggi in vigore nel mondo della cooperazione. Per intenderci, un Volontario delle Nazioni Unite beneficia di un contratto remunerato ed opera all’interno di uno specifico programma di sviluppo. 2)  (…) la onlus con cui collaborava, non è una Ong.

D’accordo, fermiamoci per un attimo al ruolo di Silvia Romano. Chi era allora e cosa faceva questa giovane ragazza milanese nel villaggio di Chakama, dove il 20 novembre 2018 è stata rapita.

Se ci atteniamo ai fatti, Silvia è arrivata in Kenya a 23 anni, con un semplice visto turistico che non le consentiva di dedicarsi a nessuna attività di cooperazione internazionale. Neolaureata, inesperta, non aveva all’attivo nessuna esperienza professionale pertinente. Durante la sua permanenza a Chakama, il suo impegno umanitario consisteva semplicemente nel far giocare i bambini del villaggio.

Che differenza c’è esattamente con un cooperante internazionale?

La differenza è abissale. I cooperanti sono professionisti retribuiti e altamente specializzati. Hanno un contratto di lavoro e sono coperti da un’assicurazione internazionale. I programmi di sviluppo in cui sono inseriti non consistono in opere di carità o assistenzialismo. Si tratta di strategie con obiettivi ben precisi.

Quindi, se non ho capito male, abbiamo una ragazza mandata allo sbaraglio, senza inquadrarla correttamente come cooperante e fatta entrare in violazione delle norme sull’immigrazione. Mi sembra ci sia abbastanza materiale per l’apertura di una inchiesta. L’avranno aperta o le procure son tutte ingolfate da indagini contro pisellone_42 che da del testa di tappo a pesciolina84 e a perseguire per per terrorismo internazionale, strage, crimini contro l’umanità e parcheggio in doppia fila con suv1 quelli che, due settimane fa, andavano a prendere il sole da soli in una spiaggia deserta ?

La parte che segue è invece da leggere con molta attenzione

Vede, l’Africa è piena di villaggi come Chakama. Le associazioni fai-da-te che pretendono di salvare il mondo proliferano in tutta Europa. Ed ogni anno sono centinaia i ventenni che si affidano a sedicenti “Ong” per vivere un’esperienza di solidarietà in un Paese in via di sviluppo. Questo fenomeno in rapida crescita ha addirittura un nome: “volonturismo”.

Cooperante fai da te? No ong seria? Ahi Ahi Ahi.

In pratica, sta dicendo che Silvia Romano si è affidata a un’organizzazione improvvisata che l’ha mandata in Africa a suo rischio e pericolo?

Purtroppo è esattamente ciò che è avvenuto. (…) è un’associazione piccolissima, sconosciuta, non accreditata dall’AICS (Agenzia Italiana per la Cooperazione e lo Sviluppo, ndr), non iscritta a nessuna delle federazioni che raggruppano la quasi totalità delle Ong italiane. L’organigramma consultabile sul sito dell’associazione fa pensare ad una struttura a gestione familiare. Ho notato che ricorrono gli stessi cognomi (un caso?) e che la persona indicata come referente dei progetti in Kenya è la stessa persona che, al momento del rapimento di Silvia, era stato indicato come il guardiano che avrebbe dovuto vegliare sulla guest house di Chakama. (…)

Che misure di sicurezza sono state prese dalla onlus a Chakama per tutelare Silvia? C’è stata una valutazione dei rischi?

(…) Tanto basta per trarre un giudizio. Il fatto che il panorama della solidarietà internazionale sia in gran parte costituito da piccole realtà associative non esenta queste ultime dall’obbligo di garantire la sicurezza dei suoi operatori.Qualsiasi Ong seria assicura il suo personale in missione all’estero, ne segnala la presenza all’Ambasciata italiana, applica scrupolosamente un piano di gestione dei rischi, partecipa ai cluster nazionali (comitati tecnici che identificano priorità d’azione e linee di condotta), concorda i propri programmi di sviluppo con le autorità locali.

no comment. Spiace dirlo ma se la è andata a cercare, sarà victim blaming ma è una brutale verità. Si è infilata da sola in una situazione di pericolo, pericolo che si è realizzato.La sua coglionaggine non assolve di certo i rapitori, ma il rapimento non modifica il fatto che sia stato agevolato da comportamenti diversamente intelligenti della vittima. E con lei dovrebbe essere chiamato a rispondere chi l’ha infilata in quei casini. Delle due una: o lei non ha rispettato le norme di sicurezza, cosa decisamente grave, o chi l’ha mandata non aveva protocolli di sicurezza  o se li aveva non li ha applicati. Cosa altrettanto grave.  Mi sembra ci sia abbastanza carne al fuoco per inchieste e indagini, perché si parla allora della tonalità di verde del vestito che indossava per tornare?

Cosa le ha dato più fastidio di tutta questa vicenda?

Il modo in cui è stata trattata dai media. Ogni volta che la stampa evoca i cooperanti italiani rapiti negli ultimi anni, dovrebbe citare Rossella Urru, capoprogetto del CISP sequestrata in Algeria nel 2011. Oppure Francesco Azzarà, operatore di Emergency, rapito in Darfur nello stesso anno. Dovrebbe parlare di Giovanni Lo Porto, cooperante in Pakistan per conto di una Ong tedesca, che purtroppo non ce l’ha fatta e non ha mai fatto ritorno in patria. Colleghi competenti e preparati, consapevoli dei rischi a cui andavano incontro e – soprattutto – inseriti in organizzazioni in cui il rispetto di norme e procedure di sicurezza è primordiale. La vicenda di Silvia Romano si avvicina piuttosto a quella di Greta e Vanessa, le due ragazze sequestrate (e poi liberate) in Siria qualche anno fa, che tanto clamore ha suscitato.

Le ochette, altre due imprudenti che si son infilate in casini più grandi di loro. E come nel loro caso la polemica era tutta verso chi le criticava mentre si glissava sulle altre domande, le stesse che mi son posto in questa vicenda. E come in questa parlare delle loro imprudenze faceva scattare immediatamente l’accusa di victim blaming e si sosteneva che le buone intenzioni assolvessero dalla colpa di aver fatto una cazzata dietro l’altra.

Cosa possiamo imparare dalla vicenda di Silvia Romano?

Lungi da me esprimere un giudizio di valore sulle motivazioni – certamente nobili – che hanno spinto questa ragazza a partire. Semplicemente, la convinzione erronea che dei ventenni privi di un’adeguata preparazione possano contribuire significativamente allo sviluppo locale sottende un atteggiamento paternalistico e perpetua gli stereotipi negativi legati al concetto di beneficenza.Idealizzare il loro impegno, anche se sincero, significa screditare il lavoro di chi opera sul campo con professionalità e abnegazione.

In conclusione, cosa si sente di dire alle tante (o ai tanti) Silvia che sognano di andare in Africa o in zone remote del pianeta ad aiutare il prossimo?

Di unire sempre i propri sogni e il proprio sano altruismo a una buona dose di coscienza e competenza, fondamentale in situazioni del genere. Di appoggiarsi ad una struttura credibile, solida e ben organizzata, un punto sul quale hanno già insistito autorevoli esperti del settore. Facciamo in modo che la vicenda di Silvia Romano – conclusasi fortunatamente con un lieto fine – diventi spunto di riflessione costruttivo sull’argomento, affinché nessun giovane venga più mandato allo sbaraglio sotto il paravento del No Profit. Perché, se è vero che “si può fare del bene solo se lo si fa bene”, le buone intenzioni – ahimè – non bastano.

Parole sante. come diceva un vescovo, non ricordo quale, il bene va fatto bene altrimenti è male. Tante buone intenzioni ma le buone intenzioni contro i rapitori non bastano.

In conclusione, devo dire che le perplessità che avevo scritto nel post precedente rimangono, ci son tante domande cui sarebbe bello avere risposta o che le figure istituzionali ne tengano conto. Invece serviva il trofeo da mostrare per sopire le polemiche, costi quel che costi.  Io spero che le domande che ho posto vengano rilanciate e si chieda, cortesemente e fermamente, di rispondere evitando sia attacchi basati su richieste del tipo: quanto piaciuto il biscione nero, sia apologie di una, santa subito, incontestabile pena il commettere reato di blasfemia.


  1. il parcheggio in doppia fila con suv è un reato che, nel codice penale italiano in tempo di social, prevede la fucilazione immediata alla schiena senza processo. 

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo di WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google photo

Stai commentando usando il tuo account Google. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...

Questo sito utilizza Akismet per ridurre lo spam. Scopri come vengono elaborati i dati derivati dai commenti.