Creare razzismo how to /24, leggende urbane fatte a notizia per urlare al rassismo

A quanto pare sta ripartendo la moda di denunciare racconti di quanto siamo cattivi e razzisti contro i buoni migranti. Adesso io non posso escludere che qualche racconto abbia un fondo di verità, l’essere bianco non ti rende immune dall’essere imbecille, anzi, così come l’essere negro non ti rende ipso facto un santo disceso dal cielo.

Quello che a me da fastidio delle “narrazioni” è che ci si romanza troppo sopra e ci si fanno enormi pipponi morali. Peccato che poi, alla successiva smentita, vedi ad esempio il caso di sondrio, l’ultimo in ordine di tempo, la gente più che pensare a quanto siamo razzisti finisce a pensare a quante balle inventano per farti accettare, a furia di sensi di colpa, un’accoglienza scriteriata. E il manipolare a furia di sensi di colpa ha la grave controindicazione di far sviluppare alle persone una barriera di cinismo capace di non far sentire colpe o rimorsi anche quando sarebbe giustissimo che lo provasse.

Vediamo la notizia

fonte: corriere

I pregiudizi razzisti sull’autobus: «Sei nera, non voglio il tuo posto»
B***, 32 anni, senegalese, voleva essere gentile con una signora anziana lasciandole il sedile. I racconti al Centro per l’istruzione degli adulti

«Ho preso l’autobus in stazione a Lecco per tornare a casa. Il pullman era pieno di studenti. Sono riuscita a sedermi. Poi è salita una signora anziana. I sedili erano tutti occupati, anche perché su alcuni i ragazzi avevano appoggiato piedi e zaini. Mi è sembrato naturale alzarmi e chiedere alla vecchietta di mettersi al mio posto. Mi ha risposto: no, sei una nera. Non sapevo più cosa fare, nessuno ha detto nulla. Sono stata in silenzio. A casa ho pianto, ma poi ho pensato che non è grave, va bene così». B*** ha 32 anni, è arrivata dal Senegal cinque anni fa, ha un marito e tre figli piccoli. Frequenta la sede di Oggiono del Cpia, il centro provinciale per l’istruzione degli adulti, dove è possibile sostenere gli esami di cittadinanza, partecipare a corsi di lingua e prendere parte a progetti di integrazione. Lei studia l’italiano. «Perché quando i miei bambini andranno a scuola vorrei aiutarli». Il suo compagno di banco è M***, 23 anni, della Nuova Guinea, lavora in un supermercato. «È successo anche a me. La stessa identica cosa. Sono soprattutto gli anziani ad essere diffidenti. Ma nella nostra cultura è impensabile lasciare una persona più grande di te in piedi quando tu sei seduto».

Ottimo attacco che introduce il white hat, da notare il richiamo alla cultura ed a quanto di buono sta facendo la tizia. L’attacco, come ad esempio quello di questa notizia, poi rivelatasi bufala. Quello che mi è venuto a pensare è che anche nella nostra cultura è prevista l’accoglienza, visto che sono stati accolti, lavorano e che frequentano dei corsi gentilmente pagati dallo stato.  Per il resto questo modo di presentare le cose lo vedo molto pericoloso; a furia di dire che una stronzata fatta da un pallido è una colpa della collettività pallida qualcuno comincerà a sostenere che anche una stronzata fatta da un migrante è colpa comune di tutti i migranti. Ovvero un risultato perfettamente antitetico a quello che  si vorrebbe ottenere con questi articoli. Spesso chi danneggia di più il sovrano è chi vuol essere più realista del re.

Faccio notare anche un’altra cosa: per come è scritto l’articolo sembra che la tizia abbia parlato direttamente con il giornalista, invece in seguito si vedrà che si tratta di un racconto fatto al proprio insegnante e da questo riportato su FB.

A fare poi il malfidente faccio notare che si tratta di un racconto e non ci son altri riscontri, lo vedo un poco debole per imbastire un processo collettivo.

I racconti scivolano uno dietro l’altro. È l’ora di cittadinanza. L’insegnante M*** M*** ha chiesto alla classe, una decina di alunni provenienti da tutto il mondo, di raccontare i costumi dei loro paesi. Cedere il posto a un anziano è un uso comune a tutti. A fatica si aprono e confidano le loro storie di ordinaria discriminazione. «Non accade sempre, ma purtroppo accade. E mentre i miei amici ritengono che in fondo non sia grave, io credo invece che simili episodi debbano essere denunciati», interviene A*** D***, 25 anni, senegalese, (…) «Mi spiace quando i miei compagni di classe dicono certe cose, perché non dovrebbero succedere. Io non credo sinceramente ci sia cattiveria nelle persone, solo forse un po’ di diffidenza. Tanti lecchesi mi hanno aiutato, ma a volte gli sguardi e le parole sussurrate fanno male», dice A*** mentre con gli occhi cerca l’assenso della sua insegnante.

Qui viene svelata alla grande una non notizia, esistono santi e idioti, buoni e cattivi. Cosa che dovrebbe essere ovvia per chiunque abbia più di tre anni.

«Quello che stupisce è che questi ragazzi fanno fatica a raccontare certi episodi, si sentono quasi in colpa. Lo fanno con molte reticenze, sono i primi a giustificare comportamenti che loro ritengono normali e io giudico terribili», spiega M*** M***, docente di italiano. Accanto a lei il collega P*** B***. Insegna matematica, ha scritto un post su Facebook in cui ha riassunto quanto accaduto a B***. Decine le risposte. Solidarietà, condivisioni, ma soprattutto esperienze simili. «Mi sono arrivati una valanga di messaggi e tante storie simili a quelle già sentite in classe — spiega —. Una ragazza adottata, in città fin da quando era piccola, si è sentita dire che non poteva salire sul pullman. Un’altra, italiana, ha raccontato di aver assistito a una scena surreale. In coda per fare un prelievo in ospedale: l’uomo davanti a lei, nonostante fosse il suo turno, non è voluto entrare nel box perché la paziente appena uscita era di colore. Lecco non è razzista, sono episodi isolati. Ma se per i miei alunni tutto questo è normale, non lo deve essere per noi insegnanti che abbiamo il dovere di raccontare. E di farlo con le loro parole».

Ta daaan! i sofficini, Fonte: post su FB condiviso. Adesso io penso che una caratteristica del giornalista dovrebbe essere un poco di “sana” diffidenza invece di prendere per oro colato qualsiasi notizia possa, in prima battuta, essere utile alla linea del giornale. Perché il rischio di solenni zappe sui piedi è alto. Vedi il caso di sondrio, alla smentita quello che si è sentito è stato: “a sondrio c’è un tale problema razzismo che si son dovuti inventare di sana pianta un episodio razzista”.  E dopo quello che è successo a Sondrio, a Venezia, a Sassari, la falsa aggressione al bancomat, e tanti altri casi simili che prima hanno fatto indiNNNiare il uebbè e poi si son sgonfiati come palloncini bucati, molta più gente a leggere certe notizie pensa più ad una sparata ad effetto per indurre sensi di colpa che a denunce reali.

PS

Immaginiamo un articolo simile con racconti di microdelinquenza o cafonate fatte da diversamente pigmentati; come avreste reagito? Se la vostra idea sarebbe stata partire alla carica urlando razzismo, indiNNNiazione, qui si sta sostenendo smaccatamente salveeeny, è tutto falso, forse sarebbe il caso di provare qualche volta a togliere gli occhiali dell’ideologia…

PPS

Come avevo scritto altre volte: perché pagare un giornale per leggere la storia che indiNNNia il uebbè quando la posso trovare gratis nel uebbè?

 

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