Social e lavoro, uno su tre scartato per quello che pubblica. Ecco perché – Cronaca – quotidiano.net

Un articolo che offre spunti di riflessione interessanti. Molti sembrano non capire che i social sono una vetrina visibile a tutti. Difficilmente un “cacciatore di teste” può venire a sapere cosa dici al bar con gli amici mentre è facile che dia una occhiata al tuo profilo “pubblico” su faccialibro o sugli altri social. Certi commenti da “pesciolina84” è meglio farli presentandosi come “pesciolina84” e non con nome e cognome reale…

Ecco perché io sono a favore del pseudo anonimato su internet; meglio che certe cose non entrino nel profilo su FB pubblico; magari per lavoro devi apparire neutrale o magari è meglio non far apparire certe litigate sulle proprie pagine di FB. E’ una questione di bilanciamento fra l’esigenza dell’azienda o del datore di lavoro di non avere personale che lo imbarazza e la libertà del dipendete di essere quello che è. Anche perché io resto dell’opinione che scindere l’ambito privato da quello pubblico e da quello lavorativo sia una cosa buona e giusta. Io a scuola devo insegnare matematica e fisica; quello che faccio nel tempo libero o cosa io pensi del ministro pro tempore della pubblica istruzione non è un fatto che riguarda i miei studenti, analogamente quello che faccio nel tempo libero così come non mi deve interessare cosa facciano loro.

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Social e lavoro, uno su tre scartato per quello che pubblica. Ecco perché
L’analisi: il 35% dei recruiter ha escluso potenziali candidati per informazioni contenute sui social network. Cosa è meglio non mettere su Facebook

Roma, 19 dicembre 2018 – Per coloro che ancora credono che Facebook sia la loro stanzetta privata ecco qualche numero, per correggere il tiro il prima possibile. Vi presentereste ad un colloquio a petto nudo con una birra in mano mentre fate un gestaccio? Parlereste ad un colloquio di religione, di calcio in maniera aggressiva, di politica o altri argomenti che possano infastidire l’orientamento del vostro interlocutore? Raccontereste esperienze, competenze, passatempi, passioni o inclinazioni del tutto false sapendo che la persona con la quale state sostenendo il colloquio avrà modo di scoprire ciò che realmente siete e fate nel vostro tempo libero?

C’è da augurarsi che la risposta sia no. Il problema è che – involontariamente – alla fine finisce proprio così per molte persone che non tengono in considerazione la variabile principe: i social network non sono uno spazio privato, ma una vetrina pubblica che restituisce l’immagine della vostra quotidianità. I recruiter – che di professione sono chiamati a stanare glorie, ma anche miserie, di una candidato – sanno perfettamente che nell’ambito di un colloquio le persone tendono a dare risposte pre-confezionate che non sempre restituiscono la vera natura e le inclinazioni della persona che si trovano di fronte. Per questo motivo si avvalgono sempre più spesso dei social per valutare o verificare i profili.

E son verifiche che non puoi impedire o dimostrare. Come fai a provare che sei stato scartato come commesso dalla macelleria scannagatti solo perché avevi il profilo zeppo di messaggi pro vegan? O che sei stato giudicato inaffidabile perché ti vantavi “di averla messa nel culo” a quel dittatore del titolare della ditta cui attualmente lavori? Bisogna fare attenzione all’immagine pubblica che si da. A casa ti puoi sbragare come vuoi, in piazza, e i social sono una piazza, purtroppo no. Ed il capirlo è segno che si è capaci di utilizzare correttamente i social e discernere i contesti. Sì lo statuto dei lavoratori vieta di indagare sul dipendente che si intende assumere però ci sarebbe da discutere su quanto possa essere considerata indagine il vedere quanto viene reso pubblico dal dipendente stesso nel suo profilo.

La dottoressa Silvia Zanella, responsabile a livello globale del digital marketing per Adecco Group e autrice, insieme ad Anna Martini, del libro “Social Recruiter: Strategie e strumenti digitali per i professionisti HR” ci ha spiegato cosa vogliono vedere, ma soprattutto non vogliono mai vedere, le persone che si occupano di selezionare i candidati per posizioni lavorative:

– Contenuti sconvenienti. Questa macroarea passa dall’abuso di alcolici alle foto discinte o di dubbio gusto. Nessuno si aspetta che siate dei santi senza scheletri nell’armadio, ma di certo ci si augura di trovare persone dotate di buonsenso che sappiano discernere quali contenuti sono opportuni per la pubblicazione e quali appartengono alla sfera privata e la cui condivisione pubblica sarebbe, quantomeno, una scelta strategica discutibile. – Contenuti violenti, razzisti, zuffe da social, lamentele circa il proprio capo o ambiente lavorativo. Vale anche per i neo laureandi che danno sempre la colpa al professore di turno.

che novità…

venti secondi per valutare un curriculum /2

– Disallineamento. Se i primi due punti potevano essere abbastanza prevedibili (anche se, a giudicare dal trend di molti profili social pare non essere ancora un’oggettività assodata) il disallineamento può, invece, fare davvero la differenza. Come accennato i recruiter sanno perfettamente che le persone ai colloqui mentono, tentando di adeguare le proprie competenze e passioni alla mission dell’azienda. Per questo motivo si rende fondamentale il controllo fra quanto espresso dal candidato – soprattutto in termini di passioni, inclinazioni reali, passatempi e approcci – e la realtà dei suoi interessi espressa attraverso i social. La dottoressa Zanella ci ha fornito un esempio pratico: “Se una candidata per un lavoro nell’ambito del fashion, all’interno del proprio profilo personale non ha alcun riferimento a moda, tendenze e stili ma concentra la propria attenzione su tutt’altro, in qualche modo non sta confermando le pertinenze che vorrebbe convincerci di avere. Nessuno si aspetta di trovare il profilo della Ferragni, ma quantomeno che l’argomento sia fra i topic del profilo.”

Questo è un punto interessante; avere passioni che coincidono con gli ambiti aziendali anche se io sono un poco diffidente. Credo che il lavoro sia lavoro e il tempo libero sia tempo libero. Alla fine però conviene essere onesto; se non hai interesse verso la moda è inutile cercare di farti passare per ferragni 2.0; magari hai altri interessi che, pur non coincidendo a pieno con quelli dell’azienda, possono essere utili.

(…)Niente social per non sbagliare? Purtroppo questa soluzione non funziona. Un dirigente su tre, secondo CareerBuilder, assume i candidati sulla base delle informazioni positive che hanno trovato online. I datori di lavoro sono stati più propensi a fare offerte ai candidati che: hanno qualifiche professionali sostenute sui social (42%); hanno un’immagine professionale positiva sui social (38%); possiedono una grande capacità di comunicazione (38%); dimostrano creatività (38%). Non avere un ruolo nei social media è spesso interpretato come un non voler partecipare. Offre un segnale di chiusura, arroccamento, inflessibilità, incapacità di aprirsi alle nuove tendenze, pigrizia. Senza considerare l’enorme valore aggiunto che rappresentano – una volta dimostrate le proprie competenze professionali – la curiosità, la flessibilità e la capacità di adattarsi in maniera funzionale ai rapidi cambiamenti verso i quali stiamo correndo. Perché il punto cardine è proprio questo: in un mondo iper competitivo e iper qualificato non basta saper fare bene oggi il proprio lavoro, ma dimostrare di avere la flessibilità e la rapidità di saperlo fare anche domani con i nuovi strumenti con i quali – endemicamente – ci si trova a fare i conti.

La cosa migliore è avere un profilo pubblico con quello che si può mostrare in pubblico e tenere un profilo privato, o usare nick, per discussioni accese in libertà o per lo svacco da tempo libero…

11 pensieri su “Social e lavoro, uno su tre scartato per quello che pubblica. Ecco perché – Cronaca – quotidiano.net

  1. Già belle parole però poni caso che posti una foto di gatti e poi tra cinque anni la cosa viene considerato da alt-right (estrema ultra iper destra), come ti giustifichi?
    Impossibile? Beh qualche anno fa un innocente post con la scritta, mi piace il latte a colazione oppure fare il segno “OK” sarebbe passato inosservato ma ora questi due sono simboli suprematisti bianchi (no, non scherzo), e allora come potrei giustificarmi, ora, per quel post di allora?
    Come posso postare “mi piace la serie classica di doctor Who” se poi la cosa viene letta come una critica alla versione WOKE dell’attuale 11 serie, di fatto rendendomi agli occhi degli altri sessista misogino alt-right?
    Commentare i pettegolezzi delle star? E se mi scappa un “conta solo il bel faccino” di fronte al successi sentimentali del tizio palestrato come può la cosa non rendermi sospetto come infido regrodato malvagio MGTOW?
    Chi ci difende dalla finestra di Overton?
    Forse una buona omologazione, post uguali a tutti gli altri nei quali dire le cose che direbbero tutti, dove tutti combattono la “buona battaglia” fatta di buoni ma “approvati & consentiti” sentimenti.
    Il Dio tutti sta bene e lotta insieme a noi.

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    • il tragico è che molti sono incapaci di contestualizzare, nello spazio e nel tempo, quanto vedono o leggono. “I watussi”, di Vianello, se pubblicata oggi verrebbe immediatamente stigmatizzata come “faccetta nera duepuntozero”
      Non parliamo poi dei cantautori; cantare di un giudice “bastardo” perché “ha il cuore troppo troppo vicino al buco del culo”, cantare di gente che piazza bombe e uccide (De Andrè, “al ballo mascherato”) o che si schianta con tutto un treno (Guccini, la locomotiva), molestie a turiste (Baglioni, viva viva l’inghilterra), esaltazione dell’omicidio stradale (L. Battisti, emozioni), rubare l’amore nelle piazze (Dalla, piazza grande) oggi farebbe esplodere i social. Mi sa che l’unica canzone politically correct ed inattaccabile, alla fine, è “Mmm ha ha ha” di young signorino.

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      • “La schiaffeggio mentre ride
        Mmh ha ha ha
        […]
        Non mi piace questa tipa
        Nah nah nah nah nah
        Voglio la tipa del tipo
        Uh uh uh uh uh uh uh
        Sì, l’ho già lasciata incinta”

        Non va bene nemmeno quella

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      • Ma infatti si vede che musica di merda va per la maggiore oggi. (così ci mancano solo le carte per la briscola e sembriamo dei vecchi al bar :D)

        … o dovevo dire diversamente giovani?

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    • Chi ci difende dalla finestra di Overton?

      mi soffermo solo su questo punto. Ammetto che ero totalmente ignorante sul concetto stesso di Finestra di Overton. Sapresti per caso consigliare qualche fonte dove documentarmi meglio?

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      • Non ne sapevo niente neanch’io fino a qualche tempo fa, almeno prima di cominciare a girare per i siti in lingua inglese, comunque consiglio di andare sulla pagina wiki inglese [The Overton Window per farsi un’idea iniziale.

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        • Grazie. Guarda, l’ho chiesto perché ho fatto una ricerca rapida (non potevo approfondire troppo nel pomeriggio) e i primi risultati usciti su google erano (a parte Wikipedia) un sito di scie chimiche, uno di non ho capito bene cosa ma sospetto sempre gombloddari, e la casa editrice di Maurizio Blondet. Decisamente meglio in inglese ma anche li bisogna stare attenti ad alcuni risultati che sembrano convinti sia l’arma di Trump per sdoganare il nazismo.

          https://www.mackinac.org/7504
          https://www.mackinac.org/OvertonWindow#Video1

          Visto che sono riassunti fatti dal Think Tank con cui Overton ha collaborato esponendo la teoria… direi che è il meglio disponibile. Concetto molto interessante e che in effetti spiega alcune dinamiche della comunicazione politica.
          Grazie di nuovo.

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  2. “uno su tre scartato per quello che pubblica”
    Addirittura?
    “il 35% dei recruiter ha escluso potenziali candidati per informazioni contenute sui social network”
    Ah, ecco.

    Anyway,
    Son d’accordo sulla tua diffidenza in merito agli interessi. Posso anche lavorare per un’azienda che si occupa di fashion, ma magari ai miei contatti non frega nulla di quell’ambito e quindi non condivido niente in merito. “Nessuno si aspetta di trovare il profilo della Ferragni”, ok, ma comunque sta dicendo che si aspetta dal candidato la tendenza a essere un influencer / evangelist, e questo non ha alcun senso.
    Come dici tu, il lavoro è lavoro e il tempo libero è tempo libero, è orripilante che mentre sto a cazzeggiare su facebook debba impegnarmi a cercare materiale da condividere che possa farmi fare bella figura con i recruiter. Tuttavia, su LinkedIn ci può stare…

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    • io ho la sensazione che il controllo non riguardi le questioni correlate al lavoro, ma che verifichi la congruenza di quelli che, alla voce hobby ed altri interessi (che, non ho mai capito perché, la gente tende a farcire di rombanti coglionate), scrivono che fanno parapendio, domano leoni a pugni, surf estremo e nel tempo che rimane fanno i volontari alla caritas e poi nella pagina di facebook hanno solo foto in cui si fanno neri in birreria.

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  3. Shevatas, tu sei troppo vecchio. I millennials non hanno proprio il concetto di privacy, sono nati in un mondo dove Lord Zuck sa tutto di tutto e spiattellano tranquillamente i loro affari piu’ intimi e personali su Internet. Sono come gli europei medievali che avevano il concetto di Dio che sa sempre tutto e vede tutto: per loro nascondersi e’ inutile. Ho visto vari idioti vantarsi dei loro reati su gruppi “segreti” di FB mettendo foto con le prove in mostra, e poi chiedersi come mai la polizia se li veniva a portare via la mattina dopo. Ho visto ragazzine minorenni che facevano le gang bang e postavano tranquillamente i video sui gruppi Telegram. Spiegare la privacy a un millennial e’ come spiegare l’onesta’ a un napoletano.

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