Qualità e quantità

Questo articolo: “Altro che bamboccioni: gli studenti italiani sono tra i migliori in Europa – Linkiesta.it” l’ho trovato interessante perché mostra due “bias” diffusi quando si parla di analizzare i dati; il primo è il considerare un solo dato su un fenomeno avulso dagli altri dati  relativi a tale fenomeno. Il secondo invece è pensare che la quantità possa sostituire la qualità.

Per demolire le ingiuste prese di posizione degli adulti, nulla è meglio di qualche dato volto a screditare le maldicenze. Il 12 dicembre si è tenuta presso il Ministero dell’Istruzione la presentazione dell’ottava indagine Eurostudent per il periodo 2016-2018. Per una volta gli anziani dovranno ricredersi. Dai dati analizzati nel triennio viene fuori un immagine molto positiva degli studenti italiani: a livello percentuale siamo gli studenti con il più alto tasso di ore di studio in Europa. Gli universitari italiani impiegano nello studio quasi 44 ore settimanali, il 30% in più della media calcolata in Europa. Per quanto riguarda il tempo di studio, è stata rilevata una crescita regolare dell’impegno degli studenti, con il monte ore settimanale che è cresciuto di circa il 38% negli ultimi venti anni. Questo tipo di comportamento appare rinforzato dall’idea che non ci siano molte prospettive per il futuro: questa percezione ha portato sempre più giovani ad un’assunzione di responsabilità individuale così come ad una scelta di aumentare l’investimento di energie nello studio. Ciò vale soprattutto per gli studenti fuorisede: tra di loro l’impegno nello studio è cresciuto più degli altri.

Il misurare il numero di ore impiegate nello studio è come il contare il possesso di palla in una partita di calcio.  Esiste una correlazione fra il possesso di palla ed il numero di gol segnati: più tieni la palla più è probabile che segni, ma è anche vero che puoi avere squadre che tengono tanto la palla e sbagliano tanto e “cecchini” che magari tirano poco ma riescono a capitalizzare bene i pochi tiri che riescono a fare[^1]. I tre punti li prende chi segna più non chi tiene più a lungo il pallone. Per valutare devi considerare anche il risultato finale della partita; non è detto che la squadra che fa più possesso di palla sia quella che vince il campionato o che passa il turno.

Idem per le ore di studio: il numero di ore di studio è un indicatore ma preso da solo significa poco o niente; uno può passare giorni e giorni a studiare a memoria le prime 10.000 cifre di pi-greco, studia tanto ma sta solo sprecando tempo inutilmente. Come una squadra che perde tempo in tanti passaggetti orizzontali senza provare a tirare o ad attaccare. Utile se stai vincendo due a zero e vuoi addormentare il gioco, suicida se devi vincere e sei sotto.

C’è anche da fare un discorso di qualità. Cioè il numero di ore di studio non è un indice di qualità. Impara più matematica chi studia per 8 ore come funzionano i limiti che chi si mette a studiare per 8 ore le cifre di pi greco.  La quantità di ore di studio è la stessa, la qualità dello studio profondamente diversa. La quantità non può sostituire la qualità.

 

6 pensieri su “Qualità e quantità

  1. Non solo: io posso impiegare il doppio di te a imparare una poesia perché ho una memoria catastrofica, o a imparare una lezione di chimica perché in tutti quegli incastri di atomi mi ci perdo. Alla fine abbiamo imparato cose della stessa importanza o utilità, e io ho studiato il doppio di te perché ho problemi che tu invece non hai, non perché sono più diligente o impegnata o consapevole dell’importanza dello studio.

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    • Generalmente quando si fa una statistica queste differenze si compensano e “gli estremi” vengono tagliati. Invece una cosa che ho notato, ricollegandomi alla tua replica precedente, è che oggi hanno aumentato di molto il quantitativo di cose da studiare perdendo però organicità e coerenza delle materie. Come dire: ti fanno lavorare tanto ma per girare a vuoto.

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  2. Ah, dimenticavo: non escluderei che il motivo per cui studiano di più rispetto a vent’anni fa sia il fatto che dalle scuole precedenti escono meno preparati, e quindi gli occorre più tempo per fare le stesse cose. Il che dimostrerebbe che il quadro generale è decisamente più negativo rispetto a vent’anni fa.

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  3. come dici tu: da solo questo dato non significa niente. Temo sia più un problema di chi doveva fare la presentazione al MIUR ed è stato obbligato ad estrapolare almeno un dato positivo dal corposo volume dell’indagine (ma oramai i corposi volumi chi li legge più, non si poteva sintetizzare su twitter?)

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