Ai datori di lavoro italiani non interessa la tua laurea umanistica – The Vision

Un ottimo esempio del motivo per il quale ai datori di lavoro non interessa una laurea umanistica; gli umanisti hanno qualche difficoltà a capire la realtà e pensano di poterla sostituire con i loro desideri.

Questo articolo è emblematico.

Sorgente: Ai datori di lavoro italiani non interessa la tua laurea umanistica – The Vision

L’uomo guarda il giovane al di là della scrivania, lo scruta con fare analitico mentre l’altro – visibilmente teso – è seduto sul bordo della sedia. L’uomo gli chiede quali sono le sue ambizioni, le sue capacità e le motivazioni che l’hanno spinto a candidarsi per quel posto di lavoro. Il giovane cerca di rispondere nel modo più convincente possibile. Poi l’esaminatore prende in mano il curriculum e lo legge distrattamente, alza le sopracciglia, accenna un sorriso. Il ragazzo è ormai aggrappato al bordo della scrivania, in attesa di una risposta. L’uomo gli rivolge lo stesso sorriso di poco prima e, con tono sarcastico, articola: “Lei parte già con un handicap: ha conseguito una laurea in lettere.”

Comincia la narrazione. Di che posto di lavoro stiamo parlando, di che profilo? E se il datore di lavoro stesse cercando un tornitore od un ingegnere? La scenetta è simpatica ma molto, molto poco verosimile. Il tizio se ha mandato il CV non per pesca a strascico dovrebbe andare preparato sulle domande sulla sua carriera scolastica. Seconda cosa una azienda seria dovrebbe consultare il CV prima di chiamare il potenziale candidato a colloquio.
Sinceramente ho pensato ad un ragazzo che manda CV a tutti sperando di trovare un posto ed una azienda di peracottari che chiama chiunque per poi spacciarlo guru informatico supersayan di V livello esperto di tutto lo scibile umano e addetto alle pulizie degli uffici.

Questo non è l’inizio di un racconto sul precariato, e nemmeno una scena di Smetto quando voglio, ma una situazione in cui molti si ritrovano ogni giorno. “Ti sei laureato in lettere, che cosa ti aspetti?” è una frase che si sente dire spesso. Sembra che in Italia si sia diffusa la convinzione, anche sulla base di dati reali, che le lauree umanistiche non servono a niente, sia da parte di chi il lavoro lo offre, sia di chi lo cerca.

E qui mi aspetterei una analisi sulle cause: il fenomeno è questo, avviene per questo e per quello. Ed invece, fatto notare il fenomeno parte il piangnisteo.

Una cosa che si dovrebbe capire è che la gente compra quello di cui ha bisogno o quello di cui la pubblicità la convince di avere bisogno (vedi galaxyphone XXXL). Non compra quello che considera superfluo od inutile.

Un esempio che chiarifica: avete un gruzzoletto e decidete di investirlo in un chiosco sulla spiaggia. Cosa fareste: un chiosco che vende gelati e bibite fresche od un chiosco che vende detersivi e attrezzature per la pulizia?

Penso gelati; è quello che la gente compra più spesso in spiaggia; difficilmente va in spiaggia a prendere il detersivo per i pavimenti.

E se uno aprisse un chiosco di detersivi in spiaggia e si lamentasse che vende praticamente niente? Concordereste con lui che son i vacanzieri son dei zozzoni che non capiscono l’utilità del detersivo per i pavimenti?

I giovani laureati in lettere, filosofia e storia dell’arte conoscono bene quell’ansia che prende la bocca dello stomaco i mesi prima della laurea, quando ti rendi conto che dovrai fabbricarti un’alternativa ad hoc; e conoscono anche quella serie infinita di dinieghi, alcuni sotto forma di cordiali “Le faremo sapere” o più diretti “Non cerchiamo personale”; o ancora, le giornate passate a navigare in cerca di annunci, a stilare curriculum con l’ansia di compilare tutto alla perfezione, perché una virgola fuori posto potrebbe rovinare quei cinque minuti di attenzione che qualcuno dedica alla tua biografia. I neolaureati conoscono la sensazione di essere lentamente declassati, guardati con condiscendenza, mentre, dopo molti mesi di fallimenti, si decidono ad accantonare il sogno di trovare un lavoro in continuità con ciò che hanno studiato – anche solo una supplenza in un paesino a 80 chilometri dalla propria residenza, uno stage sottopagato in un’agenzia di comunicazione o un posto nella biblioteca di quartiere ad annoiarsi guardando gli adolescenti fare i compiti.

Invece appena ti danno la laurea in matematica, parlo per esperienza, vieni assunto all’istante al NWO, nominato CEO di cinque o sei aziende ed hai il PIL del rwanda come stipendio mensile, più benefit e più un abbonamento omaggio a Topolino. La gavetta è per i laureati umanistici. E per carità taccio su cosa succede ai laureati in informatica…

Dalla frustrazione nascono i ripieghi, e i neolaureati iniziano a distribuire i loro curriculum per diventare commessi o camerieri, ben consapevoli il più delle volte di non avere affatto le effettive capacità per sostenere quel lavoro.

E se non hanno tali capacità che pretendono, scusate? Io sono uno scarpone a calcio però pretendo, visto che mi sono allenato taaaanto di esser preso dalla juve e pagato tanto quanto ronaldo?

Se tutto va bene, rimedieranno un contratto a termine in qualche grande catena, si sveglieranno all’alba per fare caffè o piegare mucchi di vestiti tutto il giorno. E al cugino di qualche anno più piccolo, in procinto di iniziare l’università, consiglieranno di fare ingegneria, anche se non gliene frega niente.

La questione è semplice (viene spiegata alla prima lezione delle lauree STEM): hai 10 sedie ed hai 100 persone che si vogliono sedere. Quante persone riusciranno a sedersi, quante persone resteranno in piedi? Se vuoi sederti devi correre più forte di 90 persone per raggiungere la sedia.

Se invece hai 10 sedie ed hai 5 persone che si vogliono sedere, le persone possono parzialmente scegliere in quale sedia sedersi, visto che ne rimarranno 5 vuote.

Capisco sia una cosa estremamente difficile da comprendere senza un solido background di fisica subatomica e topologia algebrica…

Apro il mio chiosco di detersivi sulla spiaggia. Vedo che il mio chiosco è deserto mentre gli altri, con gelati e bibite, son pieni. E cosa faccio? Penso che forse sono io ad aver sbagliato prodotti da vendere? che forse in spiaggia la gente è più propensa a comperare gelati che pavimentolindo? No mi lamento degli zozzoni con i pavimenti sporchi mentre galleggio vendendo salviette e fazzolettini.

Se il neolaureato è fortunato, avrà dei genitori che – memori di come funzionava il mercato del lavoro quando loro, con un semplice diploma, sono diventati impiegati comunali – gli diranno: “Non ti preoccupare! Una persona piena di talenti come te troverà qualcosa! Tutto si risolverà!” Il neolaureato ringrazierà, ma dentro di sé penserà che questi cinquantenni che desumono la propria visione del mondo dalle fiction family friendly di Rai Uno abbiano perso il contatto con la realtà.

Beh anche il neolaureato non ha molto contatto con la realtà; consiglierei un ripasso di Adam Smith e della legge della domanda e dell’offerta, un minimo di ragionamento su numero di candidati e numero di posti a disposizione.

Fossi un datore di lavoro, uno che dimostra di non aver capito come funziona il mondo ma si limita a filosofare sul suo ombelico lo eviterei come la peste.

Cosa pensereste di uno che chiede un finanziamento per aprire, sulla spiaggia di villasimius, un negozio specializzato esclusivamente nella vendita di attrezzature da curling nel quale i commessi parleranno solamente latino. E allo sguardo perplesso di chi dovrebbe valutare il businnes plan reagisce sostenendo che, se il negozio non ha successo, la colpa è dei bifolchi che non conoscono il latino e non apprezzano il curling.

Se, al contrario, il giovane è sfortunato, a nulla varranno le fatiche per cercare un posto decente. I familiari che hanno fatto un investimento su di lui, saranno impazienti di essere risarciti. Ma l’investimento è stato a perdere. La madre inizierà a guardarlo con apprensione, il padre gli ricorderà che alla sua età lavorava già da due anni. Il conto in banca vicino allo zero spingerà il neolaureato a investire gli ultimi risparmi per l’acquisto di una bici nuova: sarà arrivato il momento di fare il fattorino.

A malignare direi che è uno dei pochi lavori cui si chiede un impegno intellettuale quasi nullo. Quindi perfettamente alla sua portata.

Un giorno il neolaureato, bardato nella casacca multicolore da rider, incontra un suo ex compagno di università. Si sono laureati nella stessa sessione e con lo stesso professore. Entrambi sanno che arriverà il fatidico momento di aggiornarsi sulle proprie rispettive situazioni esistenziali. La domanda “E ora tu cosa stai facendo?” segna lo spartiacque di molte conversazioni fra i quasi trentenni. Bisogna inventarsi una risposta convincente, evitando di far trasparire la disperazione. Il neolaureato indica allora la divisa da rider che si commenta da sola. L’altro, invece, inizia a disquisire di Kant o Hegel: sta facendo un dottorato e sembra molto soddisfatto. Il neolaureato si congratula, ma in realtà gli rode. L’altro non era più brillante di lui o più interessato alla materia: come ha fatto, allora, si chiede, a raggiungere quel traguardo? Magari è stato più fortunato, o forse un po’ più determinato, sicuro di sé, pazzo, convincente, coraggioso, sognatore, o magari suo zio è un accademico.

Chi lo sa? Quindi se c’è riuscito uno devono riuscirci tutti? Ogni laureato in fisica e chimica ha un nobel, ogni laureato in matematica una medaglia fields, vero? C’è chi riesce e chi no. Chi pensa a vendere gelati in spiaggia e chi, in spiaggia pensa di vendere pietre da curling. Uno ha successo l’altro no. Magari al primo lo zio barone ha semplicemente detto “piantala di dire stronzate”.

Questo non è un racconto distopico, ma l’affresco della quotidianità di molti giovani fatti passare per choosy. Lo dimostrano le statistiche: secondo il rapporto Ocse del 2017, se il tasso di occupazione per i laureati in ingegneria è dell’85%, e nelle materie economico-giuridiche dell’81%, per le materie umanistiche scende al 74%. Fra i laureati tra i 25 e i 34 anni solo il 64% ha un lavoro, a fronte di una media europea dell’83%. Intraprendere un percorso umanistico non paga, per questo il 53% degli adolescenti italiani è iscritto a un istituto tecnico, d’altronde il 68% dei diplomati in istituti professionali lavora, una percentuale superiore al dato occupazionale dei laureati. Eppure, nonostante questo, c’è ancora un 30% di neolaureati che ha intrapreso e concluso un percorso umanistico.

Sono scelte;

I datori di lavoro nostrani non riconosco ai laureati in materie umanistiche capacità tali da essere applicate nel contesto aziendale. Eppure dovrebbe essere palese che un caposaldo della cultura umanistica è proprio la flessibilità, la capacità di risolvere problemi utilizzando un pensiero laterale, creativo, lontano dal meccanicismo. In Questa è l’acqua – il celebre discorso tenuto ai neolaureati del Kanyon College, nel 2005 – David Foster Wallace spiegava ai ragazzi che il pensiero umanistico non educa solo a “come pensare”, ma anche a “cosa pensare”. Wallace sottolineava le peculiarità di un approccio duplice: da una parte un metodo in grado di connettere saperi lontani fra loro, dall’altra la possibilità di creare il proprio paradigma, rielaborando le informazioni in materia critica.
David Foster Wallace

E nessuno fonda una azienda di consulenza formata da laureati umanistici che, grazie a tante e tali competenze, stracci la concorrenza delle altre? La pianificazione strategia è essenziale per molte aziende. Come mai nessuno ci ha pensato? Io ricordo che quando tremonti disse la celebre frase: “con la cultura non si mangia” ci furono tante, tante proteste ma pochi risposero nel modo efficace: ovvero tirando fuori un esempio di “cultura” che diventa anche un attrattore economico. Uno che dice: “il mio museo fattura X ed inoltre porta un indotto di Y quindi con la cultura ci mangiano Z persone” è molto più credbile di uno che magnifica la cultura mentre porge il piattino per le elemosine.

Il sapere umanistico in ambito lavorativo non solo permette di adattarsi alla continua richiesta, oggi, di padroneggiare presunte tecniche di storytelling, ma rinfresca – e si esprime in risvolti estremamente pratici – le nozioni di problem solving. Inoltre, grazie all’abitudine a una prospettiva critica, iscrive il lavoro in un orizzonte etico. Non si può fare un paragone univoco fra Italia e Stati Uniti, perché il sistema educativo è differente. In Italia si predilige l’aspetto teorico, volto a una formazione che spesso è slegata dall’ambito lavorativo. Negli Stati Uniti si insegna un sapere utilitaristico, che fornisce precisi strumenti di orientamento nel mercato del lavoro. Tanto che non si parla di “cultura umanistica”, ma di humanities e liberal art, discipline che forniscono competenze in grado di rimodulare il sapere in senso strumentale. Un esempio è il counseling filosofico, una figura che si affianca allo psicologo e lo psicanalista, mettendo a frutto gli studi in filosofia per fornire supporto psicologico.

Una relazione dell’American Academy of Arts and Sciences mette in luce come negli Stati Uniti il reddito degli umanisti sia di 72mila dollari, sempre inferiore agli 82mila dei colleghi laureati in materie scientifiche, ma comunque discretamente superiore rispetto ai 34mila dollari dei semplici diplomati.È il settore delle nuove tecnologie a dare una spinta decisiva: le aziende della Silicon Valley, per lo sviluppo di software complessi e progetti legati all’intelligenza artificiale, stanno assumendo laureati in filosofia. Allo stesso modo le grandi compagnie di Wall Street cercano di sperimentare nuovi approcci assumendo laureati in letteratura e storia dell’arte.

E suppongo che anche lì scremino fra persone capaci di capire dove sono, cosa sono e dove vogliono andare e persone che invece si dimostrano incapaci di comprendere ed interagire con il mondo.

L’obiettivo non è magnificare l’approccio statunitense a discapito di quello italiano: entrambi hanno le proprie criticità. Ma, come detto, se uno dei punti di forza del sapere umanistico è il pensiero critico, rendere questo tipo di formazione unicamente finalizzata alla ricerca del lavoro significherebbe impoverirla, minarne il significato profondo. D’altro canto, l’attuale approccio italiano predispone a un precariato cronico per il neolaureato che si trova disorientato, incapace di muoversi in ambiti non accademici.

L’esempio iniziale è proprio l’esempio di pensiero “acritico”; vai ad un colloquio e non ti prepari sulle domande che è quasi certo che ti verranno poste? Non è essere pronti al lavoro o no, è capire come funziona il mondo oppure no.
Uno che, sulla spiaggia, vende gelati ed uno che, sempre in spiaggia ad agosto, vende attrezzature da curling sono entrambi venditori. Il primo ha capito il contesto il secondo no. Il secondo magari ha mandato a memoria il mattone da tremila pagine del docente di tesi,  epistemologia del curling nell’assoluto hegeliano e pensa che tutti vivano solo per il curling.

Il prestigio della cultura umanistica, almeno fino al liceo, e la successiva svalutazione sul mercato del lavoro, che non è in grado di comprendere il valore di quel tipo di formazione, è una contraddizione tutta italiana. Il patrimonio umanistico viene inteso come serie di conoscenze che nobilitano la persona, ma che non hanno modo di essere applicate, quasi fossero solo citazioni colte da sfoggiare nelle chiacchiere fra amici.

Nel concorsone del 2012 per l’insegnamento chi andò peggio, 67% di bocciati alla preselezione, furono i candidati all’insegnamento della filosofia e della storia dell’arte. E la preselezione non era un gran cosa: 5 domande di informatica, 5 di lingua straniera e il resto logica e comprensione verbale.  Chi, sensato, assumerebbe gente con gravi deficit di logica e comprensione verbale1?

Still dal film “Il Posto” di Ermanno Olmi, 1961
Si tratta di un film del 1961, ma sembra che non sia cambiato nulla nella testa dei datori di lavoro. Bisogna stare al proprio posto e sgobbare seguendo un modo di pensare sorpassato, e a nulla vale l’approccio critico che può donare lo studio delle discipline umanistiche. Dovrebbe essere evidente che, in un mondo che diventa di giorno in giorno più complesso, saper variare la propria metodologia di lavoro e avere attorno a sé collaboratori in grado di sperimentare diversi approcci, non è solo una questione di buonsenso, ma riguarda piuttosto la sopravvivenza e la compatibilità della propria azienda con ciò che le sta intorno. Il sapere scientifico è uno strumento potente, ma non affiancargli la componente umanistica significa guidare un corpo con cento braccia e privo di testa.

La solita conclusione piagnisteo. I datori di lavoro non sanno quello che perdono non assumendo umanisti. Beh “umanisti” entrate in impresa, siete ottime teste, fate una società e rompetegli il culo. In un colloquio di lavoro, reale, una domanda, esplicita od implicita, è: “come puoi dimostrarmi che sai fare quello che hai scritto nel CV o che hai detto di saper fare”. Questo articolo, e questa conclusione dimostrano che non si è in grado di farlo.

L’idea di mettere un chiosco che venda, solamente, attrezzature da curling in spiaggia nel quale i commessi parlano esclusivamente latino è un idea ottima, piace un sacco al mio docente di tesi (appassionatissimo di curling) ed alla mia mamma. Se non ho successo è solo perché i vacanzieri son dei buzzurri che non apprezzano il curling e non vogliono imparare il latino.

 


  1. Stranamente i laureati in lettere classiche, dove per laurearsi non basta limitarsi a mandare a memoria un sacco di roba, hanno passato agevolmente la preselezione; la percentuale di bocciati fu del 34%. Se fossi un “cacciatore di teste” più che filosofi cercherei grecisti e latinisti. 
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19 pensieri su “Ai datori di lavoro italiani non interessa la tua laurea umanistica – The Vision

  1. Ma che brutto articolo, e che brutto commento.

    Per essere un post scritto da chi vanta una laurea in matematica mi sembra che manchino dei dati fondamentali per tirare i giudizi finali – a proposito di capacità analitiche e di lettura e comprensione…

    Spero di essere smentito, ma, ad esempio: al concorsone, passato agilmente da fisici e ingegneri, quanti posti c’erano per questi laureati? 77 posti per 100 candidati?
    E quanti posti invece per gli insegnanti di filosofia?

    Forse la bassa percentuale di candidati che hanno passato l’esame potrebbe essere stata data da un rrapporto sfavorevole, no?

    E poi quegli insulti gratuiti a chi ha studiato filosofia (che, ricordo, è la disciplina che include la logica in primo luogo).
    Nemmeno un sospetto che gli aspiranti insegnanti di filosofia possano aver sbagliato le domande di
    informatica, piuttosto che quelle di comprensione.

    Se ci sono altre informazioni che vanificherebbero le mie obiezioni sarebbe stata una buona idea riportarle.

    Quindi vorrei sapere perché questo articolo non si focalizza sui laureati in matematica, piuttosto che sugli studenti di filosofia?
    Nemmeno loro trovano facilmente lavoro, no? Sono forse ancora più inutili dei filosofi, nella nostra società?
    Perché non infieriamo su questi scarti: sono anche pochi, che male ci sarebbe?

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    • Ma che brutto articolo, e che brutto commento.

      Per essere un post scritto da chi vanta una laurea in matematica mi sembra che manchino dei dati fondamentali per tirare i giudizi finali – a proposito di capacità analitiche e di lettura e comprensione…

      Spero di essere smentito, ma, ad esempio: al concorsone, passato agilmente da fisici e ingegneri, quanti posti c’erano per questi laureati? 77 posti per 100 candidati?
      E quanti posti invece per gli insegnanti di filosofia?

      Forse la bassa percentuale di candidati che hanno passato l’esame potrebbe essere stata data da un rrapporto sfavorevole, no?

      1) la preselezione del concorso era solo un filtro che faceva passare chi raggiungeva almeno 35 punti. C’erano 50 domande a risposta chiusa, 4 risposta; domanda esatta +1, domanda errata -0,25, domanda non data 0. Le domande erano così suddivise: 5 informatica, 5 di lingua straniera, 40 logica e comprensione verbale. Non c’era nessun altro tipo di sbarramento alla preselezione; chiunque arrivava a 35 passava.

      2) lo sconfortante, nei forum, era vedere la gente che si lamentava dei “sillogismi aristotelici”; i sillogismi aristotelici, la base della logica accidenti. Ma come si può protestare contro domande di questo tipo:

      Sapendo che
      -> tutti gli uomini sono mortali
      -> Maramao, un gatto, è morto
      Cosa si può sicuramente affermare:

      a) esistono esseri mortali non uomini
      b) tutti i gatti sono uomini
      c) maramao è un uomo
      d) maramao è il gatto di Socrate

      E poi quegli insulti gratuiti a chi ha studiato filosofia (che, ricordo, è la disciplina che include la logica in primo luogo).
      Nemmeno un sospetto che gli aspiranti insegnanti di filosofia possano aver sbagliato le domande di
      informatica, piuttosto che quelle di comprensione.

      anche se sbagliavano tutte e 10 le domande di informatica e lingua straniera, se azzeccavano quelle di logica e di comprensione verbale sarebbero passati tranquillamente; avrebbero raggiungo un punteggio di 37,5 e sarebbero stati idonei. Per passare bastava dare 38 risposte correte.

      Se ci sono altre informazioni che vanificherebbero le mie obiezioni sarebbe stata una buona idea riportarle.

      Quindi vorrei sapere perché questo articolo non si focalizza sui laureati in matematica, piuttosto che sugli studenti di filosofia?
      Nemmeno loro trovano facilmente lavoro, no? Sono forse ancora più inutili dei filosofi, nella nostra società?
      Perché non infieriamo su questi scarti: sono anche pochi, che male ci sarebbe?

      in realtà chi trova più difficilmente lavoro son i laureati in materie umanistiche. Anche nell’insegnamento le graduatorie di matematica, fisica sono molto più corte, ergo passi di ruolo molto più in fretta, rispetto a quelle delle materie umanistiche. Per rendersene conto basta accedere al sito di un qualsiasi USP, ufficio scolastico provinciale, e vedere le graduatorie.

      I laureati STEM son pochi mentre le lauree umanistiche sono enormemente inflazionate, logico che nel caso di lauree inflazionate è molto più difficile trovare lavori attinenti visto che si ha la concorrenza di un sacco di persone.

      Ed anche la soluzione desiderata, aumentare i posti per gli umanisti, è abbastanza farlocca. A scuola non puoi fare 40 ore settimanali di filosofia, non puoi avere aziende con 50 persone nelle HR per gestire 4 operai.

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      • Eh, il punto 2) è effettivamente inquietante.

        Ora, fuor di polemica, posso dirti le mie esperienze con gli studenti di filosofia (che da qui a chiamarli filosofi manca ancora un pezzettino).
        – almeno uno, da vero filosofo, alla fine ha ottenuto un posto da magazziniere: “non avete capito: io ho studiato filosofia apposta per fare il magazziniere!”. Non era uno scemo e ha fatto carriera alla faccia degli stereotipi.
        – molti, la maggioranza – e ne ho conosciuti, studiano a pappagallo: questi non sono filosofi e te ne accorgi perché le domande e le risposte della filosofia non le applicano alla propria vita. Sono molto bravi a studiarsi i cavilli legali dei loro diritti (mai dei doveri).
        – alcuni (pochi) davvero brillanti, filosofi che avrebbero davvero brillato in qualsiasi ambiente per la voglia di imparare e l’intelligenza fuori dal comune – ridotti a non combinare nulla per colpa delle masse di sconclusionati contro cui (giustamente, a questo punto) ti scagli tu.

        Mi spiace per questi ultimi.
        Vero che non si possono aumentare a dismisura i posti per umanisti (o per matematici), ma insegnare alle aziende che un bravo laureato in filosofia può mettere in gioco competenze da impiegato migliori di quelle che si credono – questo sì (tecnici commerciali, amministrativi, HR: tutte ottime posizioni).

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        • ma insegnare alle aziende che un bravo laureato in filosofia può mettere in gioco competenze da impiegato migliori di quelle che si credono – questo sì (tecnici commerciali, amministrativi, HR: tutte ottime posizioni).

          Farlo è semplice: basta portare casi di successo come esempio. Tanto per dirne una Marchionne, E dimostrare un minimo di aver capito la logica che muove un’impresa. L’articolo presenta sì casi di successo ma, l’apertura poco verosimile o meglio verosimile in un contesto, pessimo, di dipendenti tuttologi in aziende peraccotare e le frignate sui poveracci che studiano e finiscono a fare i fattorini “sputtana” anche i casi di successo presentati.

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  2. Oltre alla cazzata del ricevere il candidato senza avere prima letto (ma meglio sarebbe studiato) il curriculum, c’è l’ulteriore mastodontica puttanata del commento: “Lei parte già con un handicap”. Ma che cazzo di rsposta è? Io sono qui per sapere se mi ritieni idoneo o no, se mi assumi o no, della tua cazzo di opinione sulla mia laurea non mi frega un piffero. Se c’è una cosa che proprio non si sopporta sono quelli che costruiscono le scene di vita che alle scene vere di vita vera non assomigliano neanche di striscio.
    PS: Marchionne, l’uomo che ha salvato Fiat e Chrysler dal fallimento e a cui tutti, dagli Agnelli a Obama ai sindacati americani, hanno immediatamente dato fiducia, aveva studi umanistici.

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    • In realtà la scena può essere verosimile. Ne ho visto e sentito di simili quando, nel periodo 1998/2008 alla crescita di internet c’erano tanti sfaccendati che però sapevano accendere il computer che mandavano CV a chiunque millantando conoscenze che “pico de paperis, spostati” e aziende di “pataconsulenza” che cercavano esperti tuttologi da rivendere come consulenti. All’epoca l’ideale era poter usare il titolo “ing.” ma anche il “dott.” faceva la sua porca figura.

      Poi, con l’aumento della consapevolezza su cosa si voleva, lato aziende che cercavano consulenti, i tuttologi e le aziende di pataconsulenza son andate entrambe a morire.

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  3. (scusa il tono aspro, ma mi ha un po’ innervosito tutto questo astio verso i laureati di filosofia)

    (e aggiungo che non sono laureato in filosofia, così da togliermi dall’impiccio della coda di paglia)

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  4. Io ricordo che quando tremonti disse la celebre frase: “con la cultura non si mangia” ci furono tante, tante proteste ma pochi risposero nel modo efficace: ovvero tirando fuori un esempio di “cultura” che diventa anche un attrattore economico. Uno che dice: “il mio museo fattura X ed inoltre porta un indotto di Y quindi con la cultura ci mangiano Z persone” è molto più credbile di uno che magnifica la cultura mentre porge il piattino per le elemosine.

    Cioè anche per te la cultura è solo quella umanistica e fisica, matematica, tecnologia, ecc. non fanno parte della cultura?
    Perché la risposta migliore a Tremonti era fargli notare quante scoperte fisiche, quante applicazioni ingegneristiche, quanti algoritmi matematici hanno – anche, anzi soprattutto, economicamente – migliorato il mondo.
    E tutte queste cose sono CULTURA.
    Piantiamola con l’arragonza crociana degli umanisti che considerano cultura solo filosofia, letteratura e simili.

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    • A) Esistono anche il museo della matematica (Firenze) e dell’informatica (Pisa); a Pisa avevo visto anche alcune ricostruzioni delle macchine di Pacinotti, svariati musei dedicati alla natura ed alle scienze.

      B) Per il resto se un “colto” umanista capisse che la cultura non è solo quella Crociana non sarebbe un colto umanista, sarebbe uno scienziato. 😉

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    • Credo che dovremmo metterci d’accordo sul significato di cultura, e soprattutto non confondere cultura con conoscenza e competenza. Un contadino analfabeta sa miliardi di cose che io non so, e magari può anche avere intuizioni capaci di migliorare il mondo, ma questo non fa di lui una persona colta. Lo studio delle materie tecniche e scientifiche produce conoscenza, non cultura. Conosco un tale, istituto tecnico, laurea in geologia, attività lavorativa in ambito petrolifero con competenze di altissimo livello; questo tale ha una cultura letteraria da mangiarmi la pappa in testa, per non parlare di quella filosofica, in cui io sono sotto zero. E questo lo rende più colto di me. Questo. La sua competenza tecnica invece è quella cosa che gli faceva guadagnare circa dieci volte lo stipendio di un insegnante, che permetteva all’agip di non rischiare milioni di dollari in buchi inutili perché quando lui, dopo avere studiato tutti i dati, diceva scavate qui, lì c’era sicuramente il petrolio, e che evitava alla terra, per le suddette ragioni, di venire martoriata oltre il necessario. Ha una preparazione tecnico-scientifica di prim’ordine E ha un’ottima cultura. Qualità compresenti non sovrapponibili.

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      • Non concordo per niente. Qualunque studio produce cultura.
        Le competenze, le conoscenze SONO cultura.
        Smettiamola con l’odio crociano verso le STEM una buona volta! È anche per questo che l’Italia sta andando a puttane.

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      • Credo che dovremmo metterci d’accordo sul significato di cultura

        Servirebbe una definizione chiara; per me la cultura è la capacità di capire il mondo e riuscire ad interagire in maniera efficace con esso; brevemente sapere e saper fare, saper usare le sue conoscenze, non il possedere un sacco di informazioni ma non essere capace di fare una deduzione che una partendo da quelle.

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  5. Long time no see!
    L’articolo propone per assumere un umanista uno dei drammi del marketing moderno, le “strategie di storytelling”. Cioè la marchetta del giornalista, ma invece di rivolgersi ad un giornale, la marchetta diventa fulcro della brochure e del sito web.
    È un lavoro che, come paga e soddisfazione, è pari al fattorino, ma probabilmente per l’autore dell’articolo non è importante vivere autonomamente, magari legarsi sentimentalmente e figliare, ma solo la dignità di aver buttato alle ortiche la laurea.
    Oh certo ci sono imprese che partono dall’idea e poi ci fanno i soldi, ma su mille business, penso che 990 siano impostate col principio che il business debba colmare una necessità nel sistema economico (o concorrere con altri simili business a colmare la necessità).

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  6. A parte che ci si dimentica che giurisprudenza, scienze politiche, sociologia e, volendo, (buona parte della) psicologia sono materie umanistiche anch’esse, ma soffrono meno dei problemi delle summenzionate materie…chissà perché (e senza voler tirare in causa – e andrebbe – lo scandaloso trattamento dei praticanti)
    Io vorrei spezzare, però, una lancia per le alcune facoltà, che hanno anche dato a questi personaggi delle possibilità, che loro hanno sprecato.
    Se prendiamo i corsi di laurea di Milano (ho guardato solo la mia alma mater, ma spero che le altre non differiscano troppo) di:

    1) Filosofia: http://www.cosp.unimi.it/offerta_didattica/C22.htm
    Abbiamo, potenzialmente, uno laureato con un paio (anche di più se spende i crediti liberi) di lingue, logica, istituzioni di matematica e informatica, fondamenti di psicologia, economia politica, chimica o fisica base…sufficientemente duttile da poter poter ricoprire o lanciarsi in vari ruoli, persino, se ben impostato, competere con l’ambito posto di “stata/eurocrate”;
    2) Lettere: http://www.cosp.unimi.it/offerta_didattica/C21.htm
    Anche qui: può buttare dentro un paio di lingue o più, anzi qui c’è l’interessante possibilità di andare a scegliere ebraico o sanscrito (con possibilità di istruire le classi colte indiane, come gli schiavi greci al tempo romano, ma senza essere schiavi), logica, qualcosa di economia e magari, se butta dentro anche un diritto o due coi crediti liberi, può ottenere un degno percorso (sopratutto se usa bene l’Erasmus: invece di cazzeggiare in Spagna, vada a studiare qualcosa di più attinente in Estonia o Repubblica Ceca e, sopratutto, le rispettive lingue…che è anche qualcosa di ricercato, che fa emergere il CV dalla massa).

    E posso portare esempi di persone che ho conosciuto che hanno fatto questo genere di scelte. Ma il nostro dell’articolo, che si lamenta di non aver fatto il dottorato, sono sicurissimo, invece di un istituzioni di logica, si sarà messo filosofia morale, invece di ebraico o sanscrito avrà fatto epigrafia greca…insomma, invece di fare “un po’ e un po’” – tra “passioni” e “mercato”, per così dire – si sarà messo tutte le materie più astratte e speculative e poi si lamenta che il collega, che magari ha imparato una nuova lingua, adesso fa il consulente per la camera di commercio italo-bielorussa…

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