Università, se il numero chiuso genera mostri (e un maxi business) – Il Fatto Quotidiano

Puntualmente, in concomitanza con le prove per il numero chiuso, partono gli articoli piagnisteo che cercano di carpire le simpatie dei poverini che ci son rimasti secchi dietro al numero chiuso.

Io personalmente al numero chiuso sono favorevole; ho frequentato un CdL ove per accedere bisognava passare una selezione, ho avuto il vantaggio di essere in un ambiente “ben dimensionato” per il numero di studenti iscritti ed i docenti non hanno dovuto perdere troppo tempo per richiamare competenze di base che ti deve fornire la scuola media e la scuola superiore.

Mettere un docente universitario a spiegare la scomposizione dei polinomi, o peggio le operazioni con i numeri relativi e le frazioni, è solo uno spreco bello e buono.

Sorgente: Università, se il numero chiuso genera mostri (e un maxi business) – Il Fatto Quotidiano

Non ne posso più. Davvero. Non ne posso più di vedere 18enni costrette/i a fare un percorso tortuoso, costoso, sfiancante solo per studiare, applicarsi, tentare di guadagnarsi un mestiere. Magari attraverso facoltà che producono professionalità che sono e saranno sempre più richieste. Medici, fisioterapisti, matematici tanto per fare un esempio. Per loro, invece, ci sono pochissimi posti – una vera e propria lotteria – quando invece sappiamo che in una società sempre più anziana i fisioterapisti saranno sempre più richiesti. Come i matematici o i fisici. O i logopedisti o i dentisti. O i matematici, non solo nelle scuole.

Comincia il piagnisteo. Lo studio è anche fatica, studiare significa anche sfiancarsi sui libri, fare un sacco di esercizi, lavorare e tanto.   Proviamo a cambiare poco poco l’attacco:

Non ne posso più di vedere 18enni costrette/i a fare un percorso tortuoso, costoso, sfiancante solo per giocare a calcio, applicarsi, tentare di entrare in una squadra di serie A.

Serie A libera per tutti; perché Donnarumma sì (e con contratti milionari) e Bebo manidisaponetta no? Roba incostituzionale, è uno scandalo, serie A per tutti… Basta poco per vedere l’assurdità dell’attacco.

Il numero chiuso è diventato un incubo per qualsiasi maturando, e a ragione. Basta vederli. Cominciano a preoccuparsi dall’ultimo anno, cercando di capire dove gli converrà andare a fare l’esame. Molti tra loro scelgono posti lontani, così il giorno della prova sono costretti a fare lunghi viaggi, per finire in uno stanzone con migliaia di candidati tutti in corsa per poche decine di posti. Ma non ci sono solo le spese per spostarsi. I libri, ad esempio. Così come i corsi. Racconta Sofia, 18 anni, che vorrebbe fare Odontoiatria: “Ho speso 140 euro di libri, 1200 euro di ripetizioni, 2000 euro per un corso Alphatest di due settimane a luglio. E non ho nessuna sicurezza di entrare, ho parlato con ragazzi che il corso l’hanno fatto due o tre volte”. Poi ci sono quelli che si iscrivono ad altre facoltà e poi cercano di passare a quella desiderata. Quelli che vanno all’estero e poi provano a rientrare. Il tutto, appunto, con un dispiego di forze psicologiche, fisiche ed economiche non facili da sostenere, sia per i ragazzi che per le famiglie, altrettanto stremate e insieme preoccupate.

Questa è la parte più succosa piena di pietismo e di appelli al buon cuore.

Cominciano a preoccuparsi dall’ultimo anno, cercando di capire dove gli converrà andare a fare l’esame; ovvero si sceglie la sede “facile” dove i test son meno “difficili” o magari non si è tanto rigorosi sulla preparazione che si dovrebbe aver ricevuto dalle scuole superiori. Sarei curioso di sapere perché sia giusto sdegnarsi per Sofia, costretta a dare l’esame in qualche diplomificio e ci si sia invece scandalizzati perché Maria Stella (aka marystar – tunnel neutrinico) abbia dato l’esame di stato a Reggio Calabria.

“Ho speso 140 euro di libri, 1200 euro di ripetizioni, 2000 euro per un corso Alphatest di due settimane a luglio. E non ho nessuna sicurezza di entrare, ho parlato con ragazzi che il corso l’hanno fatto due o tre volte”.  Siccome il test è “tarato” sui programmi ministeriali che si sarebbero dovuti svolgere alle superiori io inizierei chiedendomi cosa abbia fatto Sofia nei cinque anni delle superiori e perché abbia bisogno di ripetizioni sul programma che avrebbe dovuto svolgere. Per il resto il pagare ripetizioni ovviamente non garantisce il risultato, ed io in quello non ci vedo alcuno scandalo. Non è che se pago allenamenti personali con un preparatore atletico di serie A e compro attrezzatura extralusso ultraprofessionale poi acquisisco il diritto divino di andare a giocare in serie A.

Il businnes se c’è è per sostituire o rifare quanto fatto alle scuole superiori; e la domanda sorge spontanea: perché le superiori non hanno funzionato? Ma il porla farebbe incazzare altri…

Il tutto, appunto, con un dispiego di forze psicologiche, fisiche ed economiche non facili da sostenere, sia per i ragazzi che per le famiglie, altrettanto stremate e insieme preoccupate. Oddio; e come fai a gestire poi lo stress di un esame o del successivo lavoro? Io più che simpatia verso Sofia leggo tanto piagnisteo per far entrare chi non è in grado.

Tantissimi sono i respinti, quelli che, nonostante gli sforzi, non riescono. Magari perché hanno sbagliato un quiz di religione – sì, ci sono anche quelli – anche se volevano fare i fisioterapisti.

Se entrano dieci e tu arrivi undicesimo magari perché hai toppato solo quella domanda hai ragione ad incazzarti; ma se sei arrivato millesimo, figliolo hai grosse lacune nella tua preparazione e anche se fosse sparita tale domanda capra sei e capra rimani. E non saresti entrato comunque.

Così si produce una generazione di scoraggiati, persone che magari si mettono a lavorare e lasciano perdere la voglia di studiare, nel paese dove, secondo i dati Eurostat, il tasso di laureati è il più basso d’Europa (peggio di noi solo la Romania) e i numeri ci inchiodano al quintultimo posto, davanti solo a Portogallo, Romania, Spagna e Malta, per quanto riguarda il tasso di abbandono scolastico dei ragazzi tra i 18 e i 24 anni. E allora, ancora, bisogna chiedersi: a chi giova il numero chiuso?

Giova a chi vuole studiare ed è in grado di farlo sia perché ha le motivazioni sia perché ha le competenze pregresse. Uno che si incasina calcolando percentuali o che non è in grado di fare le divisioni nelle lauree STEM non ci sta a fare niente. Pretendere che un docente universitario insegni le tabelline è uno spreco bello e buono.

Di recente, il Tar del Lazio ha accolto il ricorso di alcuni studenti contro il numero chiuso nelle facoltà umanistiche dell’Università Statale di Milano. Se i giudici hanno ritenuto insensato chiudere l’accesso in facoltà ad alto tasso di disoccupazione, tanto più assurdo appare lo sbarramento coriaceo, e generatore di enormi sofferenze, per entrare in facoltà che invece il lavoro, potenzialmente, lo offrono. Il Tar ha parlato in modo corretto di decisione che lede il diritto allo studio. Ed è verissimo: oggi in Italia lo strozzamento in entrata sta realmente danneggiando il diritto allo studio che la stessa Costituzione tutela. Studiare è diventato impossibile e molti giovani sono letteralmente discriminati.

Perché fanno trovare facilmente lavoro? non è che una selezione all’ingresso, selezione che aumenta la qualità degli studenti, il fatto di poter frequentare in strutture ben dimensionate per il numero di frequentanti e quindi l’ovvia conseguenza che escano pochi ma preparati che tanti incompetenti, aumenti la qualità del titolo?  Dire che in italia servono laureati è fuorviante; servono persone con competenze comparabili con quelle che dovrebbero possedere i laureati. Se sei bravo e capace diventi cintura nera, ma non è che il mero indossare una cintura nera ti renda, per il semplice fatto di indossarla, esperto di Karatè. Molti non son capaci di tirare un pugno o di eseguire correttamente una parata eppure, per non essere discriminati, pretendono di indossare anche loro la cintura nera.

Sorvoliamo poi sulla lettura maliziosa della costituzione: il diritto allo studio è il diritto a poter studiare quello che piace, non è il diritto ad iscriversi all’università e meno che meno il diritto al pezzo di carta universitario. Se nell’articolo 34 c’è scritto “I capaci e meritevoli, anche se privi di mezzi, hanno diritto di raggiungere i gradi più alti degli studi.”  forse una ragione c’è ed anche abbastanza evidente.

Restano, allora, inevase le domande: perché il numero chiuso? Davvero si tratta di una misura che tutela gli studenti? Risponde realmente alle esigenze di un mondo del lavoro, peraltro in continuo cambiamento? A me pare che le risposte diano esiti negativi. E che la vera ragione sia altrove: nella scarsità di aule, nella mancanza di docenti. Insomma, ancora una volta nella penuria di fondi che si scarica come al solito sui cittadini indifesi. Da un lato, sui ragazzi le cui speranze vengono tradite, dall’altro sulle loro famiglie stremate dai rifiuti e incapaci di capire perché ai loro figli viene negata la possibilità di tentare, attraverso il merito, di avere un’occupazione dignitosa.

perché ai loro figli viene negata la possibilità di tentare, attraverso il merito Nessuno nega niente; merito è anche l’essere stati capaci di passare una prova preselettiva per accedere all’università. Se non sei capace non hai il merito sic et simpliciter. Quella che viene, giustamente, negata è la balla: tutti hanno il merito, tutti son capaci. Dichiararsi “pro meritocrazia” e poi ritenere un merito semplicemente l’essere capaci di respirare è paraculismo, non è meritocrazia.

2 pensieri su “Università, se il numero chiuso genera mostri (e un maxi business) – Il Fatto Quotidiano

  1. Io ho l’impressione che il numero chiuso nelle facoltà umanistiche potrebbe solo fare bene a chi intende intraprendere studi del genere. Non piú studenti “parcheggiati” che occupano spazio e trasmettono una cattiva impressione della categoria. Non piú tutti “laureati in lettere” con conseguente maggiore possibilità lavorativa per chi invece studia e si impegna…

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  2. poi, qualcuno, si scandalizzerà perché serve una laurea ed un phd anche per andare a pulire i bagni. lo stesso qualcuno si è precedentemente scandalizzato per il fatto che per prendere una laurea bisognava effettivamente studiare. e pure per il fatto che hanno preteso che facesse un esame per ottenere il diploma che consentiva l’accesso alla laurea.

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