Editoriale | Il patto che ha rovina la scuola – Corriere.it

Un interessante editoriale di Angelo Panebianco che, dopo tanto tempo che la si menava su come la scuola italiana fosse “la più migliorissima” del mondo, finalmente urla: “il re è nudo!”.
Che la scuola fosse uno stipendificio ne ho avuto molti esempi, da studente e da docente. Si è visto con il concorsone: invece di far partire una seria riflessione sul perché più della metà degli aspiranti docenti non è riuscito a passare un test a livello di terza media1, il tutto è stato coperto da una coltre di imbarazzato silenzio.

(grassetti miei)
(…) Il patto di cui parlo venne tacitamente siglato fra la Democrazia Cristiana, allora al potere, e i sindacati della scuola, e coinvolse anche il Partito comunista. Il patto venne sottoscritto con il consenso tacito dell’opinione pubblica (disinteressata e spesso complice quasi tutta la classe colta, gli intellettuali). I termini del patto erano i seguenti: la scuola ha un unico vero scopo , assorbire occupazione . Non importa se gli insegnanti reclutati siano capaci o no, preparati o no. Importa solo che siano tanti (il che significa , inevitabilmente , mal pagati) . E neppure importa che siano condannati a una lunga e umiliante esperienza di precariato. Gli effetti di tutto ciò sulla qualità dell’ insegnamento erano, per i contraenti del patto, irrilevanti. Anche perché l’assenso degli utenti, famiglie e studenti, poteva essere ottenuto grazie al valore legale del titolo di studio. Ciò che conta è il diploma, il pezzo di carta. Non ha importanza che dietro quel pezzo di carta ci sia o no una solida formazione. Per giunta, contribuiva al mantenimento del patto un clima culturale nel quale il diritto costituzionale allo studio era da molti interpretato come diritto al diploma.

Nell’età post- democristiana le cose non sono cambiate. Non ci sono più quegli attori politici ma l’eredità che hanno lasciato è sempre viva. Tutto ciò che ha a che fare con i processi educativi continua ad essere trattato nello stesso modo. Si pensi all’ultima imbarcata di precari: l’importante era assumere docenti. Il fatto che fossero competenti o no era irrilevante. E tanto peggio per il congiuntivo. (…)

Il patto “scellerato” è chiaro:

  • Per i docenti: paga bassa uguale per tutti ma nessun controllo e nessuna competizione interna; posizione sicurissima a meno di non compiere cazzate epiche.
  • Per gli studenti: diritto al titolo di studio; l’importante non è quello che si è capaci di fare ma possedere il pezzo di carta, quasi che il mero possesso garantisca l’immediata acquisizione di tutte le competenze e capacità che tale titolo implica.
  • Per i sindacati: una massa di convinti che ritengono di essere sottopagati e sfruttati peggio di un minatore sardo del 1800. Tanti clienti e ottime truppe cammellate da usare per le loro processioni[^2].

Perché il giocattolo si è rotto e finalmente se ne parla nella “stampa alta” senza la retorica dei “poveri ma belli”? La risposta l’aveva fornita il Professor Alessandro D’Avenia nell’intervista citata qui; oggi non “giochi” più nel quartiere o in italia ma giochi in europa e nel mondo. Non competi solo con il vicino di casa o quello del paese vicino ma con spagnoli, francesi, tedeschi, inglesi e statunitensi. E queste gare hanno evidenziato i gap; per lottare in un mondo globale dove per emergere servono le competenze, devi avere le competenze. E la scuola deve aiutarti ad acquisirle.2

(…)Sappiamo, ad esempio, da molti anni, che uno dei gravi problemi della scuola riguarda l’insegnamento della matematica. Le carenze in questo campo sbarrano di fatto, a tanti futuri studenti universitari, l’ingresso nei corsi di laurea scientifici. La ragione per cui tanti giovani si orientano verso le umanistiche (nonostante le minori probabilità di occupazione post- laurea) anziché verso le scientifiche, ha a che fare con questo problema. Ma qualcuno forse, in tutti questi anni, se ne è mai preoccupato? La ministra Fedeli ha ribadito, anche in questa occasione, ripetendo un antico ritornello, che occorrono più «laureati». Mi dispiace ma detto così non è vero. Occorrono più laureati ( anzi, tanti di più) in materie scientifiche. Ne occorrono di meno in materie umanistiche e quei «meno» dovrebbero essere tutti di qualità elevata.

Io penso che il discorso “occorrono più laureati” sia fuorviante, oltre ad aprire la strada a soluzioni “alla Berlinguer” ovvero stamperia titoli come nel caso delle lauree triennali. Occorrono persone con competenze che un laureato obbligatoriamente dovrebbe avere per conseguire il titolo. Il resto son solo chiacchiere e abbellimenti di statistiche. Con i titoli vacui al di fuori della PA o meglio di certi ambienti della PA non si va più avanti. I concorsi pubblici son diventati, per il semplice motivo di un numero di partecipanti enorme rispetto ai posti disponibili, duretti  da affrontare. L’Europa vieta certi giochi delle tre carte troppo sfacciati,3 imho un validissimo motivo per essere filoeuropeisti. Oramai l’ultimo stipendificio è la scuola. Vediamo quanto durerà.


  1. Il maestro che l’aveva menata con la sua stroncatura al test di logica è stato immesso in ruolo dalle graduatorie. 
  2. Per valutare l’efficacia dei sindacati della scuola basta vedere che risultati, a parte il patto scellerato, hanno ottenuto. Nulla, niente, nada, niet. 
  3. Ad esempio: creo una cooperativa di servizi per l’ente pubblico, la cooperativa assume chi vuole e come vuole. Poi la cooperativa viene “assorbita” dall’ente e i dipendenti passati in ruolo senza concorso. O i vecchi giochetti con le società “in house”; in pratica società private a capitale pubblico. 
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3 pensieri su “Editoriale | Il patto che ha rovina la scuola – Corriere.it

  1. L’ha ribloggato su We Neanderthale ha commentato:

    Come spesso accade, da questo blog si possono trarre giornalmente spunti di riflessione e belle letture da Tram (quelle che preferisco nei miei spostamenti con i mezzi).

    Aggiungo anche un piccolo appunto.
    Non si parla abbastanza (o non se ne parla del tutto) della fuga dei docenti dalle realta’ private verso quelle statali, ritenute tutt’ora piu sicure e piu “comode” anche a fronte di stipendi magari un filo inferiori, ma con pesi lavorativi ed orari piu leggeri.
    Sempre ovviamente se si viene presi dallo stato, ma con un curricula lungo presso la privata, ci si puo’ presentare meglio per la statale.

    Che sia questo un metodo anche per i giovani docenti di entrare nel giro e non restare relegati a situazioni di supplenza ad oltranza?

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    • Sui privati ci sarebbe da parlare molto; grosso modo le scuole private possono dividersi in due blocchi: quelle il cui fine è far promuovere chi non riesce nella scuola pubblica (la maggioranza) e quelle il cui fine è preparare meglio della scuola pubblica (una sparuta minoranza).
      Nelle prime hai poche o nulle soddisfazioni, e spesso una paga più bassa del pubblico, quando proprio non si arriva al baratto: lavoro contro punteggio per l’avanzamento nelle graduatorie.
      Nelle seconde c’è abbastanza “selezione all’ingresso” per i docenti. Non son alla portata di tutti.
      Poi ognuno si fa i conti in tasca e sceglie quello che conviene.

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  2. Giustissimo.
    La laurea finta non serve a niente: una laurea triennale che non ti dà le competenze e che richiede un successivo biennio per diventare utile non serve a nulla. Si potrebbe dire che tutti gli italiani diventano laureati al conseguimento della maggiore età. Sarebbe uguale.

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