Gogna mediatica.

Questa è una storia molto interessante di un docente universitario che viene scambiato dai detective di internet per uno dei partecipanti alla marcia di charlotesville e viene ricoperto da tonnellate di guano nonostante lui si sprechi a dire di non essere mai stato a charlottesville e di non essere la persona fotografata alla manifestazione.  Buffo che all’università siano arrivate lettere chiedendo di licenziarlo e di ostracizzarlo.

E se malauguratamente qualcuno poi dei pistoleri passasse a fare il pistolero nella vita reale?

Questo spiega quanto sia precisa la giustizia dei pistoleri del web e quanto possa essere pericoloso stuzzicarli. Se la Boldrini avesse denunciato chi insulta avrebbe fatto una cosa giusta. Pubblicare le foto evidenziando che son gli insultatori invece l’ha fatta passare dalla ragione al torto.

Siamo sicuri che alla foto di Tizio corrisponda proprio Tizio e che non sia uno scherzo di pessimo gusto sfuggito di mano a Caio?

Siamo sicuri che non capiterà mai che qualcuno se la prenda con Sempronio, colpevole solo di somigliare a Tizio ma completamente estraneo ad insulti et altro?

Un politico per la sua posizione e la sua visibilità dovrebbe pesare bene parole e azioni; piaccia o no i suoi comportamenti non hanno lo stesso impatto mediatico di quelli di un generico ed anonimo Tizio che sputa veleno al bar.

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2 pensieri su “Gogna mediatica.

  1. Ti faccio copia incolla, perché non ho voglia di andarlo a cercare sul cannocchiale, di un mio post di tanti anni fa.
    TESTIMONE OCULARE

    La finestra della nostra cucina dava sul giardino di R., dove si trovava anche il garage. Un giorno mio padre, che era alla finestra, ha visto R. mettere la macchina in garage. Lo ha notato, e poi ricordato, perché ha fatto una manovra molto stupida, e l’ha poi dovuta correggere diverse volte. TRE giorni dopo è venuto a sapere che DIECI giorni prima R. aveva avuto un infarto, e da allora si trovava all’ospedale: quello che aveva visto era in realtà M., un altro vicino, al quale la moglie di R., che non guidava, aveva chiesto il favore di mettere dentro la macchina; poiché la manovra era strettissima e M. non l’aveva mai fatta, aveva commesso quell’errore che mio padre aveva notato e che l’aveva costretto poi alle successive correzioni. Ma vedendo qualcuno che, nel giardino di R., metteva la macchina di R. nel garage di R., aveva dato per scontato che non potesse trattarsi altro che di R. E, sconcertato da questo episodio, si è ritrovato a riflettere: «Pensa un po’: se avessi dovuto testimoniare in tribunale, metti per un caso di omicidio, io avrei giurato che quel giorno a quell’ora lui era lì, perché l’avevo visto coi miei occhi. Avrei potuto mandare in galera un innocente. O mandare libero un assassino». È solo in occasione di episodi del genere che ci si ritrova a riflettere sulla possibilità che una testimonianza oculare non sia sempre attendibile. E faremmo bene, invece, a pensarci più spesso. E a coltivare più spesso la preziosissima pianta del dubbio.

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