Lavoro e discriminazione.

“attenzione post abbastanza polemico”

Stavo leggendo le vicende del ragazzo non assunto come cameriere perché nero e del regolamento della scuola svizzera di Milano.

Molti commenti chiedono, non capisco su che basi, l’intervento della magistratura per punire gli autori di cotali comportamenti razzisti e discriminatori; peccato che i reati, come li intendono i commentatori, esistano tanto quanto il reato di “sesso con minorenne”.

Non si può vietare di essere razzisti visto che non si può vietare a chicchessia di pensare questo o quello; quello che si può fare è punire le discriminazioni quando si riesce a dimostrare, oltre ogni ragionevole dubbio, che la scelta è sicuramente avvenuta per motivi discriminatori. Peccato che far ciò sia un impresa abbastanza ardua.

Prendiamo il caso del ragazzo; quando ho letto l’articolo ho pensato ad un fake, un datore di lavoro non può essere così ingenuo e così imbecille da ammettere candidamente che sta discriminando per il colore della pelle.  Anche perché un datore di lavoro quando assume il personale non è tenuto in alcun modo a giustificare a chicchesia perché abbia preferito Tizio rispetto a Caio. Avesse usato una scusa “standard”: abbiamo già trovato, scusa siamo al completo, son venuti meno clienti e quindi serve meno personale, nessuno avrebbe potuto dire nulla a parte una eventuale responsabilità precontrattuale del datore di lavoro.

Sarebbe stato un caso nel quale non si può dimostrare che la scelta del datore è sicuramente a causa della “volontà di discriminare”; idem ad esempio per la discriminazione “femminile”, la discriminazione esiste e le statistiche la dimostrano impietosamente però nel caso concreto come puoi dimostrare che Tizio abbia scelto Caio invece che Mevia, soprattutto se i CV dei due sono molto vicini,  solo per discriminazione per il sesso e non magari perché Caio gli ha ispirato più fiducia o Mevia gli è sembrata meno adatta alla posizione?

Non si può a meno di non voler inserire una barbarie come l’inversione dell’onere della prova ovvero deve essere il datore di lavoro a dimostrare di non aver discriminato invece che Mevia a dimostrare di essere stata discriminata (soluzione di stampo totalitario),  oppure inserire “quote” in ogni dove (soluzione delirante ed inconcludente).

Per loro natura le quote, come quella per i lavoratori disabili, le puoi inserire solo in ambiti lavorativi con tanto personale; non ha alcun senso inserire quote per PMI o imprese artigianali. A meno di non voler imporre quote anche per livello e settore io potrei cavarmela, nel rispetto quote, con una donna per le pulizie e un uomo come project manager. Le quote hanno anche la controindicazione di sostituirsi alla competenza; portano naturalmente alla domanda: “Ma Tizio è stato assunto perché capace o solo per rispettare una quota?” Un ultima cosa: quante e quali quote inserisci? per colore della pelle? per sesso? per orientamento sessuale? per religione? per squadra di calcio? E se per assurdo mi trovassi a dover scegliere fra una donna bianca e un uomo nero quale sarebbe la scelta meno discriminante?

Si finirà come in questa barzelletta (politically scorrect)

BOSS [rivolto a quattro dipendenti]: Quest’anno abbiamo subito grosse perdite, devo licenziare uno di voi per far quadrare i conti.
DIPENDENTE #1 [immigrato]: Non può licenziare me, sarebbe razzismo, la denuncio per discriminazione razzista.
DIPENDENTE #2 [donna]: Non può licenziare me, sarebbe maschilismo, la denuncio per discriminazione sessuale.

DIPENDENTE #3 [sindacalista]: Non può licenziare me, sarebbe un comportamento antisindacale, la denuncio per violazione dei diritti dei lavoratori.

 DIPENDENTE #4 [bianco, uomo, giovane]: (togliendo fuori un mascara) non starai pensando di licenziare me, bel maschione…
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