Ho provato il burqa e mi è piaciuto

Leggendo questo articolo mi è venuto in mente un brano di “la città della gioia di dominique lapierre”, brano dove uno dei protagonisti, un missionario, riflette sulla sua condizione: “ero come uno di quei naufraghi volontari, sapevo che se chiamano mi sarebbero venuti a raccogliere, non ero nella stessa situazione disperata dei miei fratelli indiani, loro non avevano nessuno da chiamare che sarebbe venuto a salvarli.”  Anche la piccinni è come una dei nafraghi volontari; lei è consapevole che le basta prendere un aereo e tornare in europa per potersi vestire come le pare, dove può essere considerata una “donna” e non una proprietà di un uomo. Del burqa manca una cosa fondamentale: che è un obbligo indossarlo e che cancella la persona al suo interno.

La prova del burqa che ha fatto a me ricorda quelli che vanno una domenica a giocare a soft air e poi si considerano pari ai veterani che la guerra vera l’hanno realmente vissuta. Cialtroni montati, anche se non al livello dei rambo da tastiera.

Sorgente: Ho provato il burqa e mi è piaciuto | Flavia Piccinni

Gli uomini indossano tutti kandura (tuniche lunghe fino alle caviglie, solitamente dai toni chiari) e in testa portano keffiyeh fermate da agal. Alle donne è data più scelta: devono semplicemente essere coperte dalla testa ai piedi. Possono indossare burqa – che ha una rete davanti agli occhi -, avere lo sguardo libero con il niqab, tenere il viso scoperto con lo hijab o per mezzo del chador. Può sembrare una cosa semplice, ma non lo è affatto. È consigliato – se non obbligatorio – uniformarsi alle regole locali.

Carino, sarebbe interessante confrontarlo con gli articoli sdegnati perché non ti lasciano entrare al duomo con la gonna corta, duomo che è comunque un luogo di culto. O forse la libertà di vestirsi come pare è prerogativa delle occidentali in occidente, le altre che si fottano.

Ma quando la settimana scorsa sono arrivata all’aeroporto di Kuwait City avevo dimenticato le direttive arabe, e indossavo una giacca di lana aderente in vita, un vestito sotto al ginocchio, delle calze coprenti e delle scarpe con mezzo tacco. Non mi sono mai vergognata tanto. Per gli arabi sono le prostitute a lasciare le spalle, le braccia e le gambe scoperte. Le occidentali smemorate non sono particolarmente amate. Se credete di essere coraggiose e strafottenti non siete mai state a Kuwait City vestite all’occidentale. Una cosa da sapere sugli arabi è che non gradiscono particolarmente le mezze misure, e sanno come fartelo notare.

Buffo, sarebbe da confrontare con le passionarie della “slut walk“; prima ti triturano i testicoli con: le donne hanno diritto di vestirsi come vogliono, anche da prostitute ma questo non significa che siano prostitute, poi si parla degli arabi che “non gradiscono particolarmente le mezze misure, e sanno come fartelo notare”. Fosse successo a Roma con un occidentale al posto degli arabi probabilmente sarebbe partito l’ennesimo articolo piagnisteo sugli uomini che vogliono le donne coperte dalla testa ai piedi…

(…) Indossarlo è stato piuttosto semplice. Praticamente te lo infili, e il gioco è fatto. Non devi perdere tempo a coordinare le scarpe con la borsa, o magari a scegliere il vestito che ti fascia meno, i pantaloni che non ti fanno difetto, la maglietta che evidenzia tragicamente e irrispettosamente i chili di troppo. Non devi neanche perdere tempo a sistemarti i capelli, o a truccarti. Non ti vede nessuno. Nessuno sa se dietro c’è una bella donna, o una donna poco attraente. È tipo il grembiule che ti facevano mettere da bambino, a scuola, ma molto più comodo: non solo non è più necessario preoccuparsi dei vestiti, ma anche del proprio aspetto esteriore.

Abituarsi a respirare dietro una specie di grata, sentendosi avvolti da un lenzuolo, è poi piuttosto semplice se non si soffre di claustrofobia, si dimenticano tutti gli insegnamenti della mamma e della nonna, nonché quelli relativi alla propria libertà e al significato religioso che l’oggetto custodisce: difendere la donna dagli sguardi altrui, preservandone l’immagine e dunque l’anima.

Perché la donna è proprietà del marito, ecco perché deve coprirsi.

Per un attimo, con il burqa addosso, ho pensato che forse potrebbe essere giusto indossarlo ogni giorno. E guardandomi allo specchio, non ritrovando il mio viso, ma solo una nuvola nera, mi sono domandata se non sia forse questa una lezione che dobbiamo prendere dal mondo arabo: annullare la necessaria ossessione per l’immagine che tutte abbiamo, annullare il giudizio delle altre attraverso la loro bellezza, imparare a mostrarci privi di ossessioni e di sovrastrutture. Imparare a concentrarci su noi stessi, e non sull’abito/aspetto/percezione che abbiamo e che diamo. Forse, dove il femminismo ha fallito, il burqa nel 2017 potrebbe riuscire. O no?

Cinicamente direi che il femminismo ha fallito per colpa delle donne. I maschietti non condividono l’ossessione, tutta femminile, dell’apparire, del mostrarsi. Spesso si scaricano sugli uomini le colpe delle donne. Io non ho mai sentito di una donna menata dal partner per essersi rifiutata di indossare la minigonna e i tacchi alti, anzi spesso alcuni maneschi menano proprio per il motivo opposto. Se si vuole polemizzare contro l’ossessione patologica del corpo perfetto che certi stilisti1 propugnano son d’accordo, anche se usare il burqa per quello è amputarsi una gamba all’inguine per levarsi un unghia incarnita.

Il burqa è bello se hai la possibilità di toglierlo, come il soft-air. Finita la partita torni a casa tranquillo, sali sull’aereo e torni a poterti vestire come vuoi. Invece la guerra è una cosa diversa dal softair, e così l’obbligo di burqa.


  1. che poi è interessante confrontare il corpo perfetto per gli stilisti e per i registi di film porno: i primi vogliono manichini da vestire perché il protagonista è il vestito, non la donna. I secondi invece… avete mai visto una pornodiva anoressica, senza seno e fianchi? 
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12 pensieri su “Ho provato il burqa e mi è piaciuto

  1. Bè, ma se le piace tanto può anche rimanere in Kuwait… io invece sono convinto che dovevamo lasciar stare Saddam quando l’ha invaso, il Kuwait. E anche dopo, dovevamo lasciarlo stare. In Iraq con il burqa non ce n’erano molte, forse non ce n’erano affatto.

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    • Quando i soldati iracheni andavano negli ospedali e buttavano giù dalle finestre le culle termiche coi neonati dentro, giusto per dare un’idea – una fra le tante – del loro modus operandi nella terra invasa e occupata? Non diciamo puttanate per favore. Piuttosto occorreva andare avanti ancora per cinquanta chilometri e per due ore ed eliminare Saddam allora.

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      • è vero,nn ho mai capito queste quasi prese di posizione,o nn ti fai coinvolgere(cosa che ha comunque conseguenze,ma sei libero di raccontartela) oppure finisci ciò che hai iniziato…e quante cose ci saremmo risparmiati schiantando Saddam nel 91.

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  2. Gli stilisti non hanno alcun interesse per il corpo femminile, la donna “perfetta” per uno stilista è un manichino senza forme, è più facile da vestire. Sono ben pochi gli stilisti che sanno tagliare un vestito per una donna “normale”, che non è né l’anoressica stampella che si vede in passerella, nè tantomeno la giunonica alta due metri che oggi ci spacciano per “curvy” quando in realtà, se le vedi dal vivo queste “modelle finalmente curvy e normali” sono delle dee amazzoni con dei fisici che non trovi praticamente mai tra la gente comune.

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  3. Chiedete a chi ci vive in Kuwait. Quell’articolo e’ pieno di stupidaggini al limite delle falsita’
    Non che non sia un paese islamico tra i piu’ conservatori, ma non e’ assolutamente vero che non si possa andare in giro vestiti “normali”
    di ragazze locali e non (musulmane e non) che se ne vanno in giro con polpacci e spalle scoperte ce ne a vagonate.

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