Perché i laureati italiani hanno stipendi bassi?

Stavo leggendo questo articolo del fatto “Università, in Italia pochi laureati ma i loro stipendi restano bassi. Perché?” ; personalmente ho trovato che, nella ricerca della risposta alla domanda, retorica, l’autore non abbia trovato la risposta reale alla domanda e che la risposta che lui fornisce sia viziata da alcune fallacie di base ed errori metodologici.

C’è un’anomalia tutta italiana sugli introiti dei laureati. Dopo il recente sorpasso della Turchia, siamo praticamente il paese con meno laureati di tutta l’Ocse: con 18 laureati su 100 abitanti (fascia d’età 25-64) contro una media del 35%, solo il Messico fa peggio di noi. Con una tale penuria ci si aspetterebbe, secondo le ineffabili leggi della domanda e dell’offerta, che gli stipendi dei laureati siano significativamente più alti dei lavoratori con titoli di studio inferiori… ma i dati smentiscono questa ipotesi: anche nella classifica dei guadagni relativi i laureati italiani militano nella parte bassa della classifica, vicino a paesi ove le schiere di laureati sono decisamente più numerose.

Primo errore: non ha senso parlare di laureati così in blocco. Se si esplode la domanda e l’offerta si vedrà quanto aveva già notato stefano feltri; che c’è poca offerta e molta domanda in alcuni rami come ad esempio: informatica, medicina, ingegneria, e che invece c’è una offerta strabordante e, tolta la scuola, una domanda praticamente nulla per altri indirizzi come filosofia, lettere, scienze politiche.
E questa

A spiegare questa anomalia si sono sbizzarriti analisti di ogni provenienza. La tesi che trova più spazio nel dibattito pubblico è quella proveniente dall’area confindustriale: la colpa è dell’università italiana che non forma in maniera adeguata i laureati per le esigenze del mondo del lavoro (il leggendario mismatch). Per quanto sia una tesi molto reclamizzata, è facilmente smentita dal grande successo professionale che i nostri laureati incontrano all’estero: la “fuga dei cervelli” dimostra, infatti, l’incapacità del sistema produttivo italiano ad assorbire personale altamente qualificato, il che spiega peraltro come mai il valore aggiunto del dottorato di ricerca rispetto alla laurea sia praticamente nullo.

Peccato che la confutazione sia fallata; non puoi contestare una media con un caso singolo. Se si dice che, mediamente, il laureato italiano non è preparato per il mondo del lavoro non puoi confutare la media parlando di quell’un per cento di laureati che hanno successo all’estero. Per correttezza si dovrebbe parlare anche d quelli che partono convinti di diventare CEO di qualche multinazionale e si trovano a fare i “dishwasher manager1” o i “hall food chain operator2” in una primaria realtà dell’alimentare made in italy all’estero3.
Seconda cosa, continua l’ambiguità sugli indirizzi. Che un laureato in filosofia non sia preparato per calcolare le strutture di un ponte o che un laureato in lettere non sia capace di progettare e normalizzare una base dati è scontato e banale. Purtroppo se la domanda riguarda strutturisti e analisti di database le lauree, da sole, in lettere o filosofia sono inutili. Sotto quest’ottica confindustria ha ragione; se il mercato chiede strutturisti e analisti software e l’università produce filosofi e letterati, l’università non sta producendo quello di cui ha bisogno confindustria. Evidente e scontato.
Un ultima considerazione: se le università italiane, pur con tutti i loro problemi, sono reali fucine di eccellenza perché allora, alcuni casi particolari a parte, non attirano studenti dall’estero? Se il titolo conseguito è una “marcia in più” ad esempio in francia, perché i liceali francesi non tentano di conseguire il titolo in italia?

Però è anche vero che la maggior parte dei lavori svolto dai laureati, in Italia come altrove, non richiede un’eccellenza spinta: una buona parte del mistero rimane irrisolto e la tesi del mismatch resta quindi in voga per mancanza di spiegazioni alternative. Eppure, ragionando, qualche indizio lo si può trovare: consideriamo ad esempio la professione dell’insegnamento. L’insegnante è tipicamente il lavoro più diffuso tra i laureati, quindi il suo stipendio, sempre secondo le leggi del mercato, dovrebbe influenzare significativamente il livello stipendiale di tutti i laureati. Se lo stipendio dell’insegnante è alto, gli altri datori di lavoro dovranno offrire emolumenti comparabili per riuscire ad assumere personale preparato, mentre se lo stipendio dell’insegnante è basso gli altri datori di lavoro potranno ottenere personale preparato anche pagando stipendi più bassi.

(…)
Una parte importante della risposta all’anomalia italiana potrebbe quindi venire dagli stipendi relativamente bassi erogati dallo Stato, sia agli insegnanti che agli altri suoi dipendenti laureati. Chissà, forse varrebbe la pena investigare più a fondo questa ipotesi, invece di lanciarsi in avventurose quanto strumentali interpretazioni tese solo a screditare la qualità della formazione universitaria italiana nel suo complesso.

Purtroppo in italia lo stipendio degli insegnanti è basso perché la scuola è stata usata come ammortizzatore sociale per laureati le cui alte competenze avrebbero aperto solo le porte dei call center o di mcdonald. Basta vedere i risultati del concorso magistrale del 2012; il 60% di laureati in filosofia è stato incapace di superare la preselezione, domande di logica, di comprensione del testo, di aritmetica elementare, oltre che cinque di informatica di base base e cinque di lingua straniera. Sinceramente quale privato assumerebbe, come laureato, uno incapace di passare una selezione di quel tipo?
Oppure questi casi riportati da perle complottiste. Parliamo di laureati italiani con una laurea avente valore legale; non di gente che si è comprata all’estero il titolo onorifico, farlocco, di “doctor”.
Queste non sono illazioni che tentano di screditare, son fatti drammatici che mostrano quanto certi indirizzi si siano oramai sviliti al livello di quelle società che in cambio di un robusto versamento rilasciano una titolo, farlocco, di doctor con tanto di cerimonia pagliacciata di consegna della pergamena4.
Purtroppo se si vogliono paghe di qualità bisogna anche essere lavoratori di qualità. Nessuno, sano di mente, pagherebbe un mcburgher allo stesso prezzo di un piatto di aragosta, parimenti chi vende i mcburgher al prezzo dell’aragosta, al più ne riuscirà a vendere, in maniera truffaldina un paio, prima di dover chiudere il ristorante per fallimento.
C’è anche da considerare che con il famigerato 3+2 c’è stata una moltiplicazione dei corsi inutili e che nel nome di “laureare, laureare, laureare” la difficoltà dei corsi è stata notevolmente abbassata ed alcuni indirizzi son stati trasformati in stamperie per pezzi di carta. E questo ha generato una inflazione che contribusce a far calare il valore.

Forse confindustria non ha tutti i torti…

 


  1. lavapiatti. 
  2. cameriere. 
  3. da tony, cucina italiana. 
  4. Ricordo il caso di un promoter di tali “diplomifici” che aveva pubblicato la sua tesi in informatica e in quella tesi come riferimento “tecnico” citava “famiglia cristiana”, nota rivista scientifica ad indirizzo informatico. 
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9 pensieri su “Perché i laureati italiani hanno stipendi bassi?

  1. Allora, se si parla di media si deve continuare a parlare di media, come dici tu. Se poi i laureati come prima scelta hanno la strada dell’insegnamento, lí l’offerta è sicuramente superiore e quindi cambiano gli stipendi.
    La colpa è del governo cattivo, pd, che dando stipendi bassi alle scuole regola il mercato privato. Delirante ed ignorante come ogni articolo di quel presunto giornale.
    Quante persone si sono buttate a capofitto nell’informatica leggendo Famiglia Cristiana!

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  2. Io sostengo da tempo che i giovani laureati italiani debbano passare un periodo consistente di zappa, visto che è stato tolto l’obbligo militare. Ed inoltre oltre ad una carenza di formazione c’è anche una grave carenza di educazione, che forse è la cosa peggiore. Tutti i giorni ho a che fare con laureati in informatica incapaci di pisciare nel water. Giustamente vengono pagati una cippa, ma se lo meritano.

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      • Eh, appunto, giusto per tornare al valore del titolo di studio del post precedente di shevatas… Poi chiedo, ma qui aprirei una parentesi un po’ troppo grande: Per fare dei programmini java è proprio necessario essere laureati in informatica? Non basta, anzi avanza, un buon diplomato? E se così e’, perché mai dovrei pagare di più un ingegnere?

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        • No, per programmare non serve essere laureati. Per rispondere alla domanda, l’unica risposta è: dipende dalla complessità e dalla criticità del lavoro richiesto. Se si tratta di semplici applet che hanno basse criticità in caso di malfunzionamento o bug, basta un buon diplomato. Se vuoi software complesso oppure “critico”, cioè software che deve essere progettato bene e testato meglio e molto a lungo allora occorrono diverse figure professionali.
          Come dire: per tappare un buco nel muro con un poco di stucco basta un manovale, per costruire una casa occorre un impresa edile.

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  3. I laureati in Matematica (e in altre materie scientifiche) in Italia sono pochi, ma sono troppi rispetto a quanti il mercato del lavoro italiano obsoleto e straccione ne può assorbire.
    Questo infatti è rispecchiato dagli stipendi bassi, specie quelli entry level.

    Per quanto riguarda il discorso esperienza, In Italia sopra i 40K l’anno hai problemi di mercato nelle aziende (tipicamente medio-piccole) che vogliono spendere poco e preferiscono assumere l’ennesimo junior tuttofare anzichè un senior. Motivo per cui è comune anche il fenomeno di professionisti che emigrano perchè vogliono fare carriera (e quindi aumentare il loro stipendio).

    Se l’Università italiana ha n problemi (e li ha), il mercato del lavoro italiano ha 10n problemi.
    Spiacente, ma Confindustria è parte del problema e non della soluzione.

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