Il rapporto fra gli italiani e la laurea

Stavo leggendo l’articolo Viva la Fedeli, abbasso la laurea pubblicato da Linkiesta, una riflessione sul rapporto, malato fra gli italiani e i titoli di studio; da una parte la gggente che sostiene che il titolo sia perfettamente inutile e che il vero titolo sia quello conseguito all’università della vita, e dall’altra la stessa gggente che si scandalizza perché il ministro1 Fedeli ha mentito sui suoi titoli. Questa è la parte che mi ha fatto riflettere:

(…)Ma la bugia – da stigmatizzare in quanto tale, nel caso – non sarebbe che il triste epifenomeno di un rapporto malato dell’Italia, più che col Sapere con la S maiuscola, con il “pezzo di carta” che, in teoria, dovrebbe certificarlo.

Un Paese che ha il più basso numero di laureati in Europa, ma in cui anche il più umile analfabetizzato funzionale ha avuto il suo «Buongiorno Dotto’» di celebrità. Un Paese che spende una marea di soldi per far studiare i propri figli, che non ne accetta l’inadeguatezza allo studio, che accetta di buon grado che rimangano sui banchi di scuola fino alla crisi di mezza età, pur di invitare i parenti al pranzo di laurea. E che poi non sa che farsene dei laureati e li costringe, nei fatti, a fare la fila alle agenzie interinali per un posto da magazziniere, o a emigrare. (…)

Viva tutte quelle persone che non si sentono in diritto di accampare alcuna pretesa per una riga in più nel curriculum vitae e che hanno costruito la loro fortuna e quella del Paese usando come mattoni le loro idee, la loro ambizione, la loro cultura del lavoro. Viva chi se ne fotte dei giudizi delle aristocrazie vuote del sapere col parrucchino. Viva la loro fame e la loro follia, come disse ai neolaureati di Stanford, nel suo discorso più famoso, Steve Jobs, che laureato non era, nemmeno lui, come del resto non lo è Bill Gates. Chissà che quante gliene avrebbe dette, il Dottor Mario Adinolfi.

Imho l’articolo manca il bersaglio; purtroppo molti in italia ritengono che il mero possesso di un pezzo di carta ti renda, ipso facto, capace e competente e non, come invece correttamente dovrebbe avvenire che la laurea sia un metodo, e non l’unico, per acquisire determinate competenze e che il titolo dovrebbe essere una mera certificazione, e di certo non l’unica possibile, del possesso di tali competenze.

Io vedo scontato che un laureato “incompetente” finisca, nonostante il titolo di studio, a fare il magazziniere o a friggere patatine al mcdonald. Vogliamo ricordare la celebre preselezione del concorsone magistrale del 2012? Sinceramente, che valore potrebbe avere per un “cacciatore di teste”, un indirizzo di laurea nel quale più del 60% di laureati cadono come pere cotte su banali quesiti di logica o di comprensione del testo? Chi assumerebbe persone come questa ragazza (qui un commento un poco più sarcastico)?  Quale potrebbe essere il destino di persone simili, incapaci di passare una banale preselezione, miracolati da “la buona scuola” o bloggher2 esclusi?

Il problema della laurea è semplice: per aumentare il numero di laureati non si è agito in maniera tale da aumentare il numero di persone con competenze comparabili con quelle che dovrebbe avere una persona che ha conseguito una laurea, si è semplicemente stampato carta e si son abbassate le aste da saltare fino a farle finire un metro sotto terra. E come nell’economia quando stampi denaro su denaro, senza avere dietro nulla capace di dar valore a quello che stampi, hai solo una iperinflazione, idem per le lauree, soprattutto quelle relative ad alcuni indirizzi, hai tante lauree inutili che fregiano plateali incompetenti.

Purtroppo il “resto del mondo” assume per le competenze e, a meno che non serva un Dott. solo per far scena, non assume per il mero possesso del titolo di studio. Questo molti italiani non l’hanno capito e continuano a credere che il mero possesso di un titolo, anche se non hai le capacità che quel titolo dovrebbe implicare, ti renda antropologicamente superiore. E le competenze e capacità che servono non è detto che possano essere conseguite solo ed esclusivamente all’interno di un percorso accademico.

Imho per uscire dall’impasse forse sarebbe meglio smettere di parlare di pezzi di carta e iniziare a parlare di competenze, reali e verificabili, e capacità, reali e verificabili.


  1. fuck you new italian for the gender equity. 
  2. antica parola in protonuragico che signfica “io non son capace di fare un cazzo ma mi metto a sindacare spocchiosamente su tutto”. 
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Un pensiero su “Il rapporto fra gli italiani e la laurea

  1. uno dei grossi problemi, in Italia, è che, negli anni ottanta, il “boom economico” ha portato a sviluppare la teoria che l’intera nazione sarebbe diventata la “classe dirigente” di una classe operaia residente in qualche terzo mondo del cazzo. si è quindi deciso di abbassare brutalmente la soglia d’ingresso (e non solo) alle varie facoltà universitarie, creando uno stuolo di laureati che, nella pratica, non c’era modo di piazzare — anche perché, appunto, la qualità del prodotto finale si era ridotta pericolosamente. dato che l’elevato numero di iscrizioni aveva gonfiato notevolmente l’organico, che, per ovvie ragioni politiche non poteva essere decurtato, si è innestato un meccanismo per cui il principale prodotto dell’università era una università peggiore, nella forma di addizionali docenti, sempre meno competenti, per specialità sempre più irrilevanti.

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