La grande abbuffata degli anni ’70: l’italia e le pensioni

Facciamo un esempio: entrate in un ristorante e ordinate da mangiare. I prezzi sono alti, ma non solo non li leggete, ma quando qualcuno, tra un pasto e l’altro, si chiede “ma poi come paghiamo”, gli rispondete “non fare il comunista, qui c’e’ abbondanza per tutti”. Poi arriva il conto, e tutto quello che fate e’ protestare: “il padrone del ristorante e’ un bastardo, non paghiamo”.
Domanda: siete credibili?
[Uriel Fanelli] Sorgente: Babababauli. Indignamoci con Bauli. | Niente stronzate ©

Nei commenti di un articolo precedente si è parlato di pensioni e di lavoro; colgo dunque l’occasione di parlare della situazione della previdenza sociale in Italia. Siccome l’argomento è abbastanza vasto e merita una corretta trattazione penso di spaccarlo in una serie di articoli cui cercherò di spiegare quali sono, secondo me, le cause della situazione attuale. In questo articolo tratteggerò una storia delle storture del sistema previdenziale italiano; storture che hanno portato alla dolorosa “cura Fornero”.

Le pensioni come reddito di cittadinanza incondizionato (e incontrollabile)

Negli anni a cavallo del 1970 l’italia era un paese percorso da grosse tensioni sociali avute a seguito delle varie proteste; molti avevano intravisto il benessere e chiedevano, non avendo tutti i torti, di poter bagnare anche loro il becco. Per “sgonfiare” la protesta la politica quindi decise di agire gonfiando le pance; uno con la pancia piena magari frignerà forte ma non farà azioni troppo “eclatanti”.

Per far ciò vennero usati, come un colossale ammortizzatore sociale, le pensioni, il pubblico impiego e il  parastato (poste, ferrovie1 etc. etc.).
In particolare per accelerare il turnover nella pubblica amministrazione si usò il nel decreto del Presidente della Repubblica 1092/73 noto come legge Rumor che istituiva le baby pensioni. La norma permetteva ai dipendenti pubblici di poter andare in pensione con 14 anni, sei mesi e un giorno di attività lavorativa se donne con prole; 19 anni, sei mesi e un giorno per gli uomini; 24 anni, sei mesi e un giorno per i dipendenti degli enti locali. Una legge insostenibile economicamente nel lungo periodo.

Ma non è stata solo la legge Rumor a dissestare le casse della previdenza sociale; c’è un altra legge, la legge Mosca  (n. 252/1974), una leggina che permetteva a partiti e sindacati2 di far emergere dal nero e regolarizzare a bassissimo costo i loro dipendenti.

Il problema della legge Rumor non era tanto il permettere a Maria o a Giuseppe di andare in pensione quanto il sistema di calcolo della pensione; prima della riforma Amato del 1992 la pensione veniva calcolata con il sistema retributivo, cioè era calcolata non sulla base di quanto versato ma sulla base della retribuzione  media degli ultimi anni di lavoro.  Inizialmente dell’ultimo anno di lavoro, poi degli ultimi cinque e infine degli ultimi dieci. Questo permetteva molte storture: persone che venivano inquadrate in bassi livelli, e pagate in parte in nero, per pagare meno contributi obbligatori, di botto quando entravano nel periodo di “calcolo della pensione” dichiaravano tutto e lo stipendio cresceva di botto. Capitava soprattutto nel privato “piccolo” quando il periodo di osservazione era di un anno. E capita ancora oggi nella Corte Costituzionale; oramai è prassi che venga eletto presidente il consigliere più prossimo alla pensione; in maniera tale da farlo andare in pensione con i benefit di presidente emerito, benefit fra i quali c’è una pensione più alta.
Se ci fosse stato il metodo di calcolo “contributivo”, Maria aveva versato 100 e prendeva una pensione basata sui 100 versati. e non una pensione per avere la quale se calcolata con il metodo contributivo avrebbe dovuto aver versato almeno 10.000.

Aggiungiamo al calderone anche l’equivalente della legge Rumor per il privato ovvero l’abuso dei prepensionamenti in caso di aziende in crisi. Aziende che spesso venivano fatte nascere in un territorio solo allo scopo di distribuire buste paga e che duravano solo fin quando duravano gli incentivi statali3. E appena gli incentivi finivano molti lavoratori finivano in lunghe casse integrazione e venivano portati alla pensione.

Un altro effetto deleterio di quel sistema è stato che molti “pensionati” capaci di lavorare iniziavano un secondo lavoro spesso “in nero” per “integrare” la pensione. Risultato: tante, tante uscite e poche entrate.

In un sistema previdenziale sano i soldi versati da chi lavora dovrebbero essere investiti affinché, quando qualcuno smette di lavorare, gli si possa pagare una pensione. E per sostenersi ci dovrebbe essere, mediamente, almeno un rapporto 1:1 fra quanto versato e quanto incassato. Ovviamente se si versa poco e si incassa tanto, si sta creando un colossale schema di Ponzi, che puntualmente esplode e quando esplode fa male, molto molto male.

Di questo il popolo non se ne è reso conto subito perché all’epoca si faceva debito per coprire le perdite, inoltre il numero di pensionati (baby) era basso rispetto al numero di lavoratori. Oggi invece è arrivato l’acconto del conto del ristorante: “la riforma Fornero”, che ha completato la riforma Amato del 1992.

Quello che a me ha fatto riflettere è stato che le colpe della riforma fornero sono state date alle “pensioni d’oro” ed alle pensioni dei parlamentari e non alle tante pensioni date a Maria, Giuseppe ai quaranta anni, in media, di età. Ai tanti trucchetti fatti per “gabbare” l’inps. Ma si sa; è più facile lamentarsi e incolpare il politico lontano e mangione che la vicina di pianerottolo.

PS
Se riesco a trovare un poco di tempo, nel prossimo articolo parlerò dell’assalto alla diligenza ovvero come la gggente cercava in tutti i modi di gabbare e depredare l’INPS.


  1.  Infatti il manuale Cencelli dava molto peso ai ministeri delle poste e telecomunicazioni, ed al ministero dei trasporti. Erano due dei ministeri che rendevano facili le assunzioni clientelari. Venivano creati mille modi diversi per entrare, senza concorso, nella pubblica amministrazione come cooperative che lavoravano per il comune i cui dipendenti, delle cooperative, poi venivano passati in ruolo, assunzioni “opache” da liste nell’ufficio di collocamento, contratti a termine prorogati più di due volte e quindi gli assunti “a termine” diventavano “di ruolo”. 
  2. Un’altra cosa che a me fa ridere è che per i dipendenti dei partiti e sindacati l’articolo 18 dello statuto dei lavoratori non vale. Se proprio quell’articolo è il simbolo per antonomasia della libertà del lavoratore perché non adottarlo “in casa”? 
  3. Certe fabbriche, fiat e non solo, non erano state create per produrre quanto per distribuire buste paga. Infatti molti dei contributi “incassati” servivano per essere rigirati. Da notare che le assunzioni spesso erano anche lottizzate e spartite fra partiti e sindacati. Questo è un articolo del 1984: PREPENSIONAMENTO A 50 ANNI PER I CASSINTEGRATI FIAT
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2 pensieri su “La grande abbuffata degli anni ’70: l’italia e le pensioni

  1. Purtroppo in questi giorni mi viene in mente una sola frase, una frase che non è mia e non è nemmeno troppo moderna, prendo liberamente spunto. Prima di cambiare l’Italia dobbiamo cambiare gli italiani.
    Il nostro popolo si lamente per le tasse, ma non si fa fare la fattura dal dentista…

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  2. Il nostro popolo si lamente per le tasse, ma non si fa fare la fattura dal dentista…

    Perché il “chiagni e fotti” ha funzionato alla grande finora, e grossomodo continua a farlo.
    Come il post ha già sottolineato, la redistribuzione fornisce degli incentivi perversi per cui chi lavora alla luce del sole viene tartassato e disincentivato, mentre chi lo fa in nero riceve agevolazioni e sussidi, ed una quantità enorme di risorse viene gestita con criterio politico dai politici anziché con criterio economico da chi se l’è guadagnata sul mercato.

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