Convincere la gggente a rimanere ignorante

fonte: http://www.linkiesta.it/it/article/2016/08/11/cera-una-volta-lesame-di-maturita-oggi-i-promossi-sono-il-995-per-cent/31455/

C’era una volta l’esame di maturità. Passaggio epocale nella vita di ogni giovane, fonte d’ansia per generazioni di studenti. Oggi, almeno a giudicare dagli ultimi dati del Ministero dell’Istruzione, il conseguimento del diploma preoccupa un po’ meno. Nell’anno scolastico appena terminato, il 99,5 per cento dei maturandi ha ottenuto la promozione. In pratica tutti quelli che sono arrivati davanti alla commissione hanno superato la prova. È andata persino meglio dello scorso anno, quando i promossi erano stati il 99,4 per cento. E così l’esame di Stato cambia aspetto: era un incubo, è diventato una formalità. (…)

Intanto le rilevazioni condotte dal Miur descrivono un quadro fin troppo rassicurante. Altro che scena muta. I bocciati sono sempre meno, aumentano le votazioni più alte, persino il numero di chi si diploma con il massimo dei voti è in crescita. Insomma, gli studenti italiani sono bravi. A tratti bravissimi.

fermandosi qui nella lettura sembra che, nonostante i docenti puntualmente denuncino, sia a ragione che a torto, che la scuola è bistrattata, la scuola funzioni bene e prepari persone valide e formate.

Ma non è tutto oro quello che luccica; come mai i risultati mirabolanti della maturità non son confermati dalle prove invalsi oppure dai risultati dei test per l’ammissione alle università? Test e risultati della maturità disegnano risultati opposti: la provincia dove c’è stato il maggior numero di cento è anche una delle ultime nelle rilevazioni invalsi.

(…)Numeri alla mano, gli studenti italiani sono sempre più preparati. Ma nella realtà è davvero così? Intanto stupisce un dato: i voti migliori si registrano per la maggior parte nel Meridione. La prima regione per risultati scolastici è la Puglia. Qui si sono diplomati con lode 934 studenti, il 2,6 per cento del totale. Segue la Campania, con 713 e la Sicilia con 500. In tutta la Lombardia, per dire, sono solo 300 gli studenti che hanno ottenuto la maturità con 100 e lode. Un terzo dei pugliesi. In Veneto sono ancora meno, 276. E ancora: in tutta Italia gli studenti che hanno raggiunto il 100 rappresentano, in media, il 5,1 per cento del totale. Eppure in Calabria la stessa percentuale sale all’8,3 per cento. Mentre in Friuli Venezia Giulia scende al 3,7 per cento. Non è il caso di puntare il dito su questo o quell’istituto. Con ogni probabilità non ci sono aree del Paese dove si ottengono automaticamente voti più alti. Il tema, semmai, è legato ancora alla troppa discrezionalità, alle diverse valutazioni tra una scuola e un’altra, che rendono meno credibile il voto finale.

La bocciatura serve ancora? Ripetere l’anno aiuta i ragazzi a colmare le proprie lacune, offre uno stimolo a impegnarsi? Oppure, come sostiene più di qualcuno, resta solo un improduttivo – e costoso – retaggio del passato?

La bocciatura serve? direi di sì invece; senza un serio controllo di qualità, corri il rischio che la qualità del prodotto si abbassi senza che tu te ne renda conto. Ma se ne rendono conto i compratori che cominceranno a snobbare il tuo prodotto o non fidarsi più del tuo marchio. Sembra troppo aziendalista? brutalmente: se promuovi anche asini allora l’essere promosso non diventa più una prova dell’essere bravo e capace. E quindi aziende e università non si fideranno del tuo titolo e useranno altri strumenti per verificare le capacità e le competenze. E questo alla fine danneggia chi, povero, si è sbattuto a lavorare più che il figlio di babbo che può ricorrere a ripetizioni varie per colmare le lacune che la scuola gli ha lasciato.

Bisogna smettere di vedere la bocciatura come una punizione, di vederla come un giudizio globale sulla persona: puoi essere una persona meravigliosa e non sapere nulla di matematica, compreso quel minimo che dovrebbe servirti per vivere così come puoi essere una merda e mangiare integrali tripli per colazione. E se io ti dico che non capisci nulla di matematica allora, se hai testa, cerchi di colmare la tua ignoranza. Se invece ti illudo che la matematica si limiti alla tabellina del tre, e tutto il resto è inutile, poi scoprire che per fare il perito informatico serve qualcosa d’altro può essere un trauma.

Il dire che tutti sono bravi, che tutti meritano di essere promossi, illudere la gente di essere dotta è il modo migliore per diffondere l’ignoranza; se io son consapevole della mia ignoranza cerco di colmarla. Se son convinto di essere il non plus ultra dei dottori avrò anche venti o trenta master rilasciati da youtube ma rimango ignorante come una capra. E chiamare “non discriminazione”, “nessuno indietro” l’illudere gli studenti che son dotti invece di far prendere loro consapevolezza della loro ignoranza non è progressismo ma ipocrisia. Oltre ad essere nocivo per loro; se ti rendi conto a 14 anni di essere una capra hai il tempo per riparare, se te ne accorgi a 26 ai primi colloqui di lavoro di non essere quel pozzo di scienza che credi è tardi per rimediare a tutto.  A 30, dopo una sudata laurea triennale in scienze della fuffa teoretica, a meno di non avere un fratello ministro, sei solo carne da call center o attivista per i partiti attiraboccaloni.

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7 pensieri su “Convincere la gggente a rimanere ignorante

  1. È ovvio che la bocciatura ha il suo valore. Se togli la bocciatura puoi togliere anche la scuola, tanto il titolo arriva ugualmente qualsiasi cosa tu faccia.
    Se si dice che la scuola, a prescindere dal titolo serve a qualcosa, per insegnare, allora automaticamente la bocciatura, cioè la non conferma del passaggio tra sapere e non sapere, ecco che torna indispensabile.

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  2. Guarda, la mia esperienza a scuola e’ stata proprio di questo tipo. Io sono sempre stato uno che a scuola andava bene, sia a livello di rendimento che di condotta. E proprio per tali ragioni mi sentivo il fesso dell’istituto. Bande di caproni che passavano l’anno con espulsioni e note sul registro (e menomale che avevano reintrodotto il sette in condotta). Uno di questi arrivo’ ad accusarmi di essere un privilegiato. Come se andare bene a scuola fosse un privilegio, no una cosa che si costruisce con fatica.

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    • Ci son passato anche io: prima eri il fesso che studiava, poi dopo l’accozzato fascista che passa i test di ammissione mentre il novello einstein del liceo resta fermo al palo. E cominciava il piagnisteo perché, a lui, novello einstein, poverino, non gli era permesso di seguire i suoi sogni…

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      • Un altro dei problemi che vedo è quello che io chiamo l’alibi della raccomandazione. Cioè strumentalizzare un problema, che pur esiste ed è grave, come scusa per giustificare i propri fallimenti. Voglio dire, se tu fai un concorso pubblico o un colloquio in azienda e su dieci che fanno il concorso sette ne passano, non può essere che tutti siano raccomandati. Uno o due può essere che ci sono, ma tutti quelli che vincono il concorso o ottengono il posto è assurdo.

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        • Infatti. Io ho tentato, e talvolta vinto, un bel po’ di concorsi pubblici e selezioni per numero chiuso. Spesso chi si lagnava che passavano solo gli accozzati non era chi era arrivato trentunesimo al concorso per trenta posti ma chi arrivava tra gli ultimi.
          Dare la colpa agli accozzati per coprire le proprie manchevolezze è comprensibile. Paradossalmente una politica arraffona che fa passare solo gli accozzati, visto che fare il galoppino e cercarsi accozzi spesso è più facile che studiare, è molto desiderato visto che o fornisce una scorciatoia o fornisce un alibi.
          Un mondo realmente meritocratico invece ti costringe a lavorare e competere o ad ammettere di essere una pippa. E questo è blasfemia pura per chi crede di essere un novello Leonardo.

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  3. Parlano tanto di “meritocrazia” sui media ma con queste percentuali di promozione credo che le cose siano peggiorate rispetto agli anni della mia maturità (1984). Forse per essere bocciati occorre non presentarsi all’esame o lasciare in bianco le pagine della prova scritta. Mi ricordo che all’epoca della mia maturità già c’erano dei compagni a cui interessava solo il “diploma” perché “paparino” era pronto a dare una bella spinta al figlio ma senza il pezzo di carta non poteva farlo assumere. Credo che questa mentalità oggi sia diventata la norma.

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