il caso ippolito

A quanto pare i cortocircuiti fra politica, magistratura e potentati riguardo alle questioni di politica energetica e industriale non sono solo eventi recenti. Leggere l’articolo, di cui ho riportato alcuni stralci, mi ha dato un senso di dejavu e soprattutto mi ha fatto pensare a molti, troppi, casi giudiziari recenti nei quali è implicata la scienza.

fonte: http://www.fisicamente.net/SCI_SOC/index-1838.htm

 

IL CASO IPPOLITO

(…)

Delle vicende che hanno portato Ippolito al vertice del CNEN ho già parlato. Restano da raccontare le vicende che portarono Ippolito in prigione e quindi fecero morire ogni velleità dell’Italia di rendersi autonoma da un punto di vista energetico ed in possesso di tecnologie da poter esportare.

Una premessa a quanto accadrà nell’agosto 1963 la si ebbe in giugno quando Bruno Ferretti, mai prima critico oltre la normale dialettica con la gestione dell’ente nucleare, cambiò di opinione facendo pubbliche dichiarazioni negative sulla gestione CNEN. A luglio il direttivo del gruppo DC al Senato incaricò il senatore Spagnolli, del quale più oltre seguiremo le gesta, di raccogliere elementi intorno all’attività del CNEN (si voleva fermare l’ascesa di Colombo, Presidente del CNEN, che, pur essendo della destra DC era in accordo con Ippolito sulla gestione dell’ente ?). Spagnolli già da tempo si occupava del CNEN (e del CNRN prima) egli era a contatto proprio con Bruno Ferretti che, a sua volta, era in contatto con Giampiero Puppi che condivideva la posizione critica uscita da qualche mese da un cilindro. Ippolito, sentendosi criticato, fornì alcuni giudizi sull’inaffidabilità di alcuni consiglieri ENEL, particolarmente Angelini, a Scalfari che ne fece un articolo per l’Espresso del 4 agosto.

Il Caso Ippolito vero e proprio iniziò subito dopo, il 10 agosto 1963, con una nota di Saragat, di ritorno da un viaggio in USA, dettata all’Agenzia democratica di proprietà del suo partito, il PSDI. Il discutibile e discusso personaggio, sempre dalla parte degli interessi della destra economica e degli USA, entrò nel merito di qualcosa che non conosceva, la politica nucleare ed addirittura la gestione tecnica di esso. Una cosa del genere sarebbe passata via senza provocare alcun interesse. Invece fu ripresa con grande clamore dalla stampa padronale. Solo l’Avanti!, la Voce repubblicana e l’Unità ebbero da ridire, anche pesantemente (il primo quotidiano in termini politici, il secondo in termini più tecnici, il terzo in termini politici e tecnici).

L’11 agosto 1963, mentre Ippolito era in vacanza ed il CNEN nel letargo estivo, uscì sul «Corriere della sera» un articolo che diede inizio alla «guerra nucleare». L’articolo, su due colonne, aveva il titoloElettricità ed energia nucleare e più in basso in grossi caratteri Dilapidazioni denunciate da Saragat. Ma che c’entra questo personaggio con il nucleare ? In ogni cosa americana c’è sempre il suo zampino e siccome questa è una cosa americana ecco Saragat.

Nella nota si sosteneva che l’Enel rappresentava quanto di meglio ci si  potesse attendere sul piano produttivo ed organizzativo mentre il CNEN amministrava in modo a dir poco disinvolto i soldi che lo Stato gli passava. Saragat così proseguiva:

«La verità è che negli enti che predispongono spese per la parte atomica occorrerebbe gente responsabile che conoscesse la materia, vale a dire studiosi seri, affiancati da amministratori oculati. Nel campo dell’energia nucleare sono avvenute, in Italia, dilapidazioni che meriterebbero un’analisi più approfondita e che, in ogni caso, non possono essere più tollerate. Il pubblico denaro deve essere amministrato con oculatezza e con senso di responsabilità».

Prendendo poi in considerazione le centrali nucleari italiane, Saragat sosteneva che esse, dal punto di vista economico, erano  un vero disastro. Secondo Saragat la costruzione di centrali  nucleari per la produzione di energia elettrica era assimilabile  alla costruzione di una segheria con l’intento di produrre segatura. Fin qui il capo del PSDI. Naturalmente resta da capire da chi  gli era venuta l’imbeccata visto che Saragat di queste cose era  assolutamente digiuno e non se ne era mai occupato. Questo  forse resterà un mistero a meno che non si voglia indagare a  fondo sui viaggi negli Usa fatti da questo personaggio e sui flussi di denaro nelle casse dell’ex PSDI. Lo stesso Ippolito ebbe a dire che

«fra tutte le azioni convergenti contro di me è stata certamente preminente l’azione svolta dalle multinazionali petrolifere» [Ippolito, 1978]. «I petrolieri desiderosi di smistare barili e costruire nuovi impianti di raffinazione, avevano tutto l’interesse che l’Italia non sviluppasse una politica nucleare alternativa al petrolio. E il mio tentativo di creare un’industria nucleare italiana urtava appunto gli interessi delle “sette sorelle”, i grandi gruppi — integrati — che, coprendo tutto il ciclo del petrolio, dalla ricerca alla vendita del prodotto finito, dominavano il mercato mondiale. Né era gradito alle grandi compagnie americane costruttrici di reattori e agli ambienti conservatori (per non dire reazionari) italiani, che non vedevano di buon occhio l’affermarsi di un ente dinamico e moderno, qual era il CNEN»  [Barrese].

(…)

Qualora mi sia chiesto di prendere una decisione prima del compimento dell’inchiesta, ritengo mio dovere restare segretario generale del Cnen, non solo per rendere ragione del mio operato, ma per rimanere accanto a quei collaboratori e quei colleghi con i quali abbiamo creato in Italia negli ultimi dieci anni l’ente pubblico per l’energia nucleare [Citato da Barrese].

In un incontro con il ministro dell’industria Togni, Ippolito venne sottoposto a ricatto: dimettersi dall’Enel (dove gli era stato chiesto di andare da Emilio Colombo, il suo capo nel CNEN!) e dopo inchiesta al CNEN. Caspita, Togni chiedeva ad Ippolito di andarsene dall’Enel, dove non risultavano irregolarità vere o presunte, e di restare al CNEN dove vi erano accuse contro la sua persona ? Ippolito dirà in seguito:

Persi il lume degli occhi e a Togni risposi tra i denti che il Cnen non era Fiumicino. Per il ministro fu come uno schiaffo. Immediatamente venni messo alla porta [Citato da Barrese].

Ippolito aveva sputato in faccia a Togni il gigantesco scandalo di Fiumicino del 1961 (lavori durati 15 anni, costi moltiplicati per 10, terreni acquitrinosi acquistati dalla duchessa della nobiltà vaticana e cioè nera Anna Maria Torlonia a 45 lire al metro quadro quando il prezzo di mercato era tra 3 e 7, realizzato da ditte vicine a DC e Vaticano, pista principale che sprofonda poco prima dell’inaugurazione). In tale scandalo erano stati implicati Andreotti, Pacciardi e lo stesso Togni.

Sabato 31 agosto il ministro democristiano Togni (che in occasione del suo protagonismo nello scandalo di Fiumicino fu difeso da Andreotti che lo definì uomo dal carattere propulsore a turbina elettrica e che, si ricorda, il 25 maggio 1958, in un giro elettorale, riuscì in 5 ore a porre ben 16 prime pietre senza dimenticare di fare un intermezzo per il pranzo), non lasciando ad Ippolito tempi per la difesa o per eventuali opzioni tra una carica e  l’altra, fingendosi scandalizzato per una cosa che già sapeva e che sapevano tutti anche se tutti aveva scandalizzato, emise un  comunicato con il quale Ippolito era dichiarato sospeso dal suo  incarico al CNEN. Il 14 ottobre il consiglio di amministrazione dell’Enel sostituì il nome di Ippolito con altro nominativo.

Ma quali erano gli elementi di diritto sui quali si era basato Togni per prendere queste decisioni di estrema gravità ? Vi erano solo voci ed illazioni che accompagnavano campagne di stampa. Nessun dato certo, niente che desse adito a questioni sostanziali. Togni si mosse abusando della sua autorità !

«Nel frattempo un miscuglio di rivelazioni della stampa, di inchieste più o meno sommarie, di voci e indiscrezioni aveva sollevato dubbi sulla correttezza amministrativa della gestione del Cnen, della quale Ippolito era l’unico o il principale imputato.  Una commissione d’indagine,  nominata  il  2  settembre  a tamburo battente dal ministro Togni, rimetteva il 15 ottobre le  sue conclusioni. Esse apparvero tanto gravi da risvegliare l’interesse della magistratura per l’apertura di un processo penale. Con queste battute finiva, più o meno, lo scandalo nucleare e cominciava lo scandalo “Ippolito”, pericoloso per l’interessato, assai meno per gli altri. Delle iniziali accuse Saragat: dilapidazione e sperpero di pubblico denaro da parte del Comitato Nucleare non si sarebbe più parlato. Sarebbero venuti a galla il “peculato”, “l’abuso in atti d’ufficio”, le “distrazioni” e “l’interesse privato”» [Silvestri].

Tra le 55 ipotesi di reato (per 47 delle quali verrà condannato) Ippolito venne anche accusato di aver usato una camionetta del CNEN per i suoi spostamenti personali quando era in vacanza a Cortina e di aver fatto stanziare dei fondi a favore dello storico Vittorio De Caprariis perché scrivesse una storia d’Italia attraverso la storia delle varie tappe del pensiero e delle realizzazioni tecnico-scientifiche (storia ancora mancante!). E’ anche utile riportare qualche esempio di distrazione di fondi: 5.195.000 lire per sussidi al personale; 2.230.000 lire per premi al personale; 85.000 per un regalo a un dipendente; 397.800 per abbonamenti vari. Un vero criminale.

A seguito della sospensione di Ippolito dal CNEN decretata da Togni il 31 agosto del 1963, con un tempismo degno di personaggi assurti alla cronaca politica, mondana e giudiziaria dal 1994 e del suoavere la propulsione di una turbina elettrica, il Procuratore Generale della Repubblica di Roma, il porto delle nebbie che non aveva portato nessuno alla sbarra dei potenti dei vari scandali DC e che  rimarrà tale ancora per molti anni, Luigi Giannantonio, il 6 settembre successivo inviò a Togni, e per conoscenza al Presidente del Consiglio, la seguente lettera:

Giusto quanto pubblica la Gazzetta ufficiale n. 224 del 4 settembre 1963, l’Eccellenza vostra con decreto del 31 agosto 1963 ha sospeso il prof. ing. Felice Ippolito dalle funzioni di segretario generale del Cnen e con altro decreto, di pari data, ha nominato una commissione di indagine sulla gestione amministrativa del detto segretario generale, commissione che dovrà riferire con relazione scritta entro il termine massimo del 15 ottobre p. v. Ora per l’adempimento dei doveri di questo ufficio, in ordine anche a recenti e ben note pubblicazioni giornalistiche, prego l’Eccellenza vostra di volermi inviare. non appena sarà presentata, copia della relazione della commissione di indagine e di volermi intanto rimettere copia dei rilievi del collegio dei revisori dei conti di cui si parla nel decreto di sospensione, nonché copia del rapporto redatto da un comitato di senatori di cui parlano alcuni giornali [Citato da Barrese].

37 giorni dopo, note le conclusioni della commissione ministeriale d’indagine, Ippolito si recò al palazzo di Giustizia  per fare dichiarazioni spontanee in propria difesa, dichiarazioni che occuperanno 4 giorni. Intanto era stato destituito (14 ottobre) da consigliere ENEL.

Il 4 marzo 1964, con queste accuse, Ippolito venne arrestato e condotto a Regina Coeli da dove attenderà, in stato di detenzione, la sentenza che sarà letta il 29 ottobre 1964.

Il processo ad Ippolito iniziò l’11 giugno 1964 (il Tribunale era composto dal Presidente Giuseppe Semeraro e dai giudici Carlo Testi e Luigi Bilardo) con un Pubblico Ministero, Romolo Pietroni, che fece l’impossibile, anche cose scorrette, per arrivare alla condanna. Il Pietroni sarà indagato nel 1971 dalla Commissione parlamentare antimafia per aver avuto rapporti con la vicenda dell’infiltrazione mafiosa nella Regione Lazio quando il DC Girolamo Mechelli chiamò a lavorare in Regione Natale Rimi, figlio del numero 2 della mafia trapanese, in seguito all’intervento del pregiudicato commercialista Italo Jalongo, consulente fiscale nientemeno che di Frank Coppola (noto mafioso che abbiamo già incontrato con il senatore DC Messeri, uno degli accusatori di Ippolito). Pietroni era consulente dell’antimafia e frequentava amichevolmente Jalongo; e non solo: aveva anche rapporti per raccomandazioni con Mechelli al quale chiedeva notizie sui trasferimenti di Rimi da Alcamo. Pietroni venne cacciato dall’antimafia ma rimase come braccio destro del magistrato Carmelo Spagnuolo, anch’egli criticato dall’antimafia. Finalmente, nel 1976, vedrà la galera, per merito del giudice istruttore di Spoleto Fiasconaro. Gli vennero addebitati rapporti stretti con la mafia (consulenze a noti mafiosi e soffiate sui lavori dell’antimafia e della Corte d’Appello di Roma), violazione dei doveri della sua funzione, corruzione (bustarelle Standa). Ma Pietroni venne infine assolto …

Tale Pietroni chiese per Ippolito una condanna a 20 anni di reclusione (sic!). ma non citò Colombo e neppure il senatore DC Focaccia (“all’allora Presidente del CNEN non si può attribuire alcuna responsabilità di aver autorizzato con dolo qualche violazione di legge. Anzi, semmai, si può dire che l’onorevole Colombo non è il complice di Felice Ippolito, ma la vittima più importante“). Quel Colombo che aveva autorizzato Ippolito, con un suo specifico decreto, a firmare impegni e contratti fino ad un importo di 100 milioni. E Colombo e Moro non furono per nulla turbati da un pm che non riteneva legittimo il decreto di Colombo e che procedeva con questa indegna richiesta di condanna. E non si turbarono neppure della condanna ad 11 anni e 4 mesi di reclusione che Ippolito ebbe in primo grado di giudizio. Contro questo comportamento della magistratura si ebbero duri giudizi di Galante Garrone (“Un diniego dei diritti dell’imputato e della difesa“) e Arturo Carlo Jemolo ed addirittura ilCorriere della Sera si espresse con giudizio negativo sulla sentenza.

Il fatto comunque straordinario è quello che riferisce bene Barrese:

Al processo, Ippolito deve rispondere di ben quaranta capi d’accusa che vanno dal falso continuato in atti pubblici, al peculato continuato, all’ interesse privato continuato, all’ abuso continuato in atti d’ufficio. Tutto continuato. A leggere la lunga sfilza di imputazioni, alcune delle quali particolarmente infamanti, c’è da pensare a un incallito furfante e come tale Ippolito viene presentato all’ opinione pubblica. Ma poiché si tratta di reati continuati, come mai il segretario generale del Cnen li ha potuti compiere, senza che nessuno se ne accorgesse? Dove erano i «controlli» e i revisori dei conti, dov’era il comitato di ministri che aveva il compito di vigilare sull’ attività del Comitato nucleare?

Ecco allora che la tesi dell’imbecillità o dell’esautoramento di Colombo e dei membri della commissione direttiva del Cnen, benché non spieghi le carenze di altre persone e di altri organi, diventa, più che funzionale, necessaria all’accusa. Che altrimenti non può reggersi.

Su gran parte degli addebiti ritenuti reati dal tribunale, vi sarà però una ben diversa valutazione in secondo grado. I giudici d’appello, infatti, non soltanto assolveranno Ippolito da molte imputazioni, ma addirittura lo elogeranno per alcuni episodi sui quali il tribunale aveva espresso un duro verdetto di colpevolezza.

Gli ambienti della ricerca scientifica italiana solidarizzarono subito con Ippolito. Vi furono prese di posizione dell’Associazione sindacale dei ricercatori di fisica (Asrf), da parte di quasi tutti i professori cattedratici di fisica italiani e da parte di molte altre personalità del mondo della politica e del giornalismo. Prima della condanna, praticamente tutti gli scienziati italiani (65 su poco più di 70 cattedratici di fisica su tutto il territorio nazionale) avevano indirizzato una lettera al Tribunale in cui si diceva:

I fisici italiani titolari di cattedra universitaria che aderiscono alla presente dichiarazione hanno partecipato a vario livello di responsabilità alla vita scientifica italiana di questo ultimo decennio e alle discussioni che hanno portato alla formulazione e alla esecuzione di quei nuovi, grandi strumenti oggi disponibili alla ricerca, quali l’Istituto nazionale di fisica nucleare, i laboratori nazionali di Frascati ed il Centro europeo per le ricerche nucleari (Cern).

Nelle scelte e nelle decisioni è anche avvenuto che i fisici si trovassero in posizioni fortemente contrastanti fra loro, posizioni che avevano comunque in comune il vivo desiderio di elevare la ricerca scientifica del Paese. Argomento di questi dibattiti sono state fra l’altro le funzioni, le decisioni e le scelte del Comitato nazionale per le ricerche nucleari (Cnrn) e successivamente del Comitato nazionale per l’energia nucleare (Cnen). Né poteva essere altrimenti, dato che la maggior pane delle realizzazioni si è fatta attraverso questi organi.

Profondamente colpiti per la grave richiesta del pubblico ministero nei confronti del segretario generale del Cnen prof. Felice lppolito, i dichiaranti ritengono che possa giovare al corso della giustizia la testimonianza di coloro che si sono trovati nelle migliori condizioni per valutare i risultati del lavoro svolto. Essi pertanto dichiarano quanto segue:

1. Il Cnrn ed il Cnen sono intervenuti in questi anni nella ricerca universitaria salvando il prestigio scientifico del nostro Paese, prestigio che non avrebbe potuto essere adeguatamente difeso, per carenza di mezzi, da parte del ministero della pubblica istruzione e del Consiglio nazionale delle ricerche. Certamente la maggior parte della ricerca tisica italiana si è svolta su dispositivi ed iniziative del Cnen. Le decisioni sui finanziamenti non sono stare sempre unanimi e non è mancato il dibattito; ma è possibile affermare che nel nostro Paese le somme impegnate per la ricerca hanno avuto un rendimento scientifico certamente maggiore di quello ottenuto in ogni altro Paese. Poiché il Cnen è il maggior responsabile di quanto si è fatto, ad esso va attribuito il merito dei risultati conseguiti.

2. Il prof. Felice Ippolito quale Segretario generale del Cnen ha grande responsabilità di quanto si è realizzato. Ognuno dei dichiararnti ha potuto valutare la sua opera e molti di essi hanno avuto con lui scambi occasionali o continui. Il terreno della discussione, del dibattito, dell’accordo, anche dei contrasti, è stato sempre quello della ricerca, della scienza, della tecnica. In ogni contatto il prof. Ippolito è risultato essere persona volta al progresso del Cnen. La sua esuberanza, la sua ansietà di accelerare i tempi dello sviluppo scientifico dei nostro Paese, possono avere degenerato in eccessivo ottimismo, ingenuità o leggerezza; ma mai egli è apparso persona meschina o incline a mediocri compromessi personali.

È pertanto profonda convinzione dei dichiaranti che la figura dell’ex Segretario generale del Cnen vada chiaramente inquadrata in queste prospettive [Citato da Barrese].

Il 14 novembre  1964 fu organizzata a Roma,  al Ridotto del teatro Eliseo, una manifestazione in sostegno di Ippolito alla quale aderirono pressocché tutti i fisici italiani e una quantità incredibile di persone della cultura e della società civile. Durante questa manifestazione il professor Amaldi (tra i più grandi fisici nucleari del mondo e padre della fisica italiana postbellica), il più eminente fisico italiano, attaccò duramente Saragat (e le manovre politiche  che si potevano intravedere dietro il suo operato) e difese puntualmente la politica seguita da Ippolito nel Cnen. In particolare Amaldi ebbe a dire che le affermazioni di Saragat (secondo cui la costruzione di centrali nucleari per la produzione di  energia elettrica era assimilabile alla costruzione di una segheria  con l’intento di produrre segatura) avevano meritato a questo  eminente personaggio un solido posto, in Europa, nel mondo della barzelletta.

A nulla servi tutto ciò. Ippolito fu condannato a undici anni e 4 mesi di prigione senza la concessione di alcuna attenuante: un vero criminale incallito al cui confronto un qualche Presidente del Consiglio è un gran signore. E gli industriali ex-elettrici non fecero mistero di aver pagato la campagna diffamatoria di stampa contro Ippolito.

(…)

Le vicende processuali di Ippolito seguirono in un processo d’appello che ebbe altri esiti anche se non si poteva passare ad una assoluzione (la magistratura ne sarebbe uscita con le ossa rotte). Intanto vi fu ancora una pesante d’interferenza del capo del porto delle nebbie, il Procuratore Generale di Roma Giannantonio. Quando fu indicato Donato Di Migliardo a sostenere l’accusa e quando Giannantonio seppe che Di Migliardo non aveva tesi precostituite di colpevolezza, lo esonerò. La cosa andò bene solo perché, prima di designare un nuovo accusatore, Giannantonio se ne andò dalla Procura di Roma. Su 27 tra i capi d’accusa che lo avevano visto condannato in primo grado, nell’appello verrà assolto. L’accusa più grave che gli verrà contestata sarà quella di distrazione di fondi pubblici per aver acquistato molte copie del libro di scritti e discorsi di Colombo per farne omaggio in giro. Il Tribunale elogerà spesso Ippolito per aver fatto bene il suo lavoro ed aver sostenuto gli interessi dell’Italia. Il 4 febbraio 1966 lo condannerà solo a 5 anni e tre mesi ed uno di questi anni sarà condonato. La libertà provvisoria per aver scontato oltre metà della pena (2 anni e venti giorni) arriverà il 23 maggio. Il 15 novembre 1967 la Cassazione respinse i ricorsi dell’accusa. Ed arriviamo alla farsa: nel marzo 1968 il Presidente della Repubblica ubriacone, Saragat, concesse la grazia d Ippolito. Fatto importante è che, con la grazia, Ippolito riacquistò i diritti civili e quindi poté tornare ad insegnare e ad occupare posti di prestigio. Nel 1996 l’Accademia Nazionale delle Scienze detta dei Quaranta gli consegnò una medaglia d’oro per meriti scientifici e, nello stesso anno, il Presidente Scalfaro gli concesse la massima onorificenza italiana, la Croce al merito della Repubblica. Appena un anno prima della scomparsa di Ippolito, avvenuta a Roma il 24 aprile 1997.

Per concludere altri due fatti significativi e qualche considerazione.

Non è un caso che, appena esploso il caso Ippolito, nel settembre 1963, in un convegno della DC dal titolo Partiti e Democrazia, Paolo Emilio Taviani fece un intervento in cui chiese il finanziamento pubblico dei partiti per evitare le concessioni sempre maggiori alle richieste dei grossi gruppi industriali.

Amaldi in una intervista a D. Sacchettoni (Il Messaggero del 13 aprile del 1977) affermava:

«Forse ci furono errori da parte nostra e forse, anche in buona fede magari, dall’altra parte. Saragat bloccò tutto e poco dopo fu eletto presidente della repubblica. Ciò fu casuale? È probabile, ma resta qualche sospetto… Se fossimo andati avanti forse i problemi di oggi [il duro dibattito sul nucleare iniziato a partire dalla seconda metà degli anni ’70, n.d.r.] non si porrebbero».

(…)

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