La morte dell’università…

Su G+ hanno segnalato il seguente articolo di strade:

A LEZIONE DA CHI TRUCCA I DATI DELLE RICERCHE. CON QUALE CREDIBILITÀ?

Andreste a lezione di cucina da uno chef che ha fatto carriera usando ingredienti adulterati? Accettereste che fosse lui a valutare la vostre capacità culinarie? Probabilmente no. Eppure gli studenti di veterinaria della Federico II di Napoli si trovano in una situazione non molto diversa. Un professore di quella facoltà, Federico Infascelli, assieme a un team di altre 10 persone tra ordinari, associati e ricercatori, è stato riconosciuto colpevole di avere alterato, per una decina d’anni, i dati dei propri esperimenti. (…).

Personalmente, come studente, non posso però fare a meno di immedesimarmi in chi ora si trova a dover essere giudicato da chi ha perso ogni credibilità. Con che spirito frequenterà i corsi, studierà, sosterrà gli esami? A questo team di professori e ricercatori, dopo che i loro copia e incolla sono venuti alla luce, è stato inviato un richiamo formale che resterà nei loro curriculum, sufficiente a togliere loro l’autorevolezza scientifica, ma non ad allontanarli dall’Università. Continueranno ad insegnare, a preparare lezioni ed esercitazioni, a giudicare in sede d’esame. Almeno così pare.

Mi chiedo come mi comporterei se a lezione mi trovassi di fronte qualcuno del team di Infascelli. (…) Se poi si finisse col discutere su di un argomento, con quale autorevolezza il professore potrebbe difendere ciò che sostiene? E il voto d’esame quanto sarebbe credibile, ai miei occhi prima di tutto?
Preparare un esame è già abbastanza stressante senza avere per la testa idee come queste. Non credo ce la farei. Probabilmente mi trasferirei in un altro ateneo. Se potessi permettermelo. (…)

Gentile Ministro, mi permetta di farle un appunto: anziché rallegrarsi per meriti altrui e fondi che verranno goduti in altri paesi, lei potrebbe fare davvero molto per la ricerca in questo paese. Lo faccia. Prenda ad esempio tutti i provvedimenti necessari affinché chi manipola dati, per fini più o meno oscuri, non trovi più posto nelle nostre Università e che restituisca eventuali fondi pubblici di cui ha abusato. Si attivi affinché l’Italia rispetti gli accordi presi anni fa per investire in ricerca almeno il 3% del PIL. Lo chiedono, attraverso questa petizione passata anche dalle pagine di Nature, proprio quelle stesse ricercatrici e ricercatori che Lei ha elogiato. Se già solo si adoperasse attivamente per queste due semplici cose vedrà, mi creda, che ci sarà davvero da rallegrarsi. Grazie.

Che impone di svolgere delle riflessioni alquanto serie sull’università e sulla sua autorevolezza. In primo luogo l’autorevolezza di una università dipende dall’autorevolezza dei suoi docenti; se in un corso di laurea ci son docenti ufficialmente riconosciuti come scarsi e poco preparati, anche gli studenti che da tale corso di laurea usciranno verranno considerati scarsi o poco preparati. L’avere un titolo rilasciato da tale corso di laurea nel CV può significare che il CV verrà considerato di terza o quarta scelta se non scartato direttamente. E chi si iscriverebbe ad un corso di laurea senza sbocchi lavorativi? solo chi ha bisogno del “pezzo di carta”, qualsiasi pezzo di carta, o lacché da sistemare. In pratica muore. E i docenti di tale corso di laurea finiranno poi a piangere miseria e lagnarsi che la gente non apprezza la cultura.

L’università sta morendo, il numero di iscritti è in costante calo e fra i motivi sicuramente c’è il fatto che l’università stessa non abbia lottato per difendere la propria autorevolezza ma, convinta di essere in pratica il monopolista, ha chiuso entrambi gli occhi sui giochetti nei concorsi, le decisioni prese più per politica e per cricca che per merito. Ha fatto fuggire molti bravi al di fuori delle logiche delle cricche e li ha sostituiti con dei mediocri che però erano simpatici a questo o a quel barone.  E il risultato è una lenta agonia dell’università.

“Perché non si investe nell’università in italia?” è la domanda accorata che molti si pongono. Una delle risposte è proprio nell’articolo di cui si parla sopra.

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