110 e lode a 30 anni è laurearsi bene?

fonte: http://www.firstonline.info/a/2015/11/28/poletti-e-merkel-due-opposte-visioni-su-studio-e-l/0b58a352-1495-434b-a589-0d6aa4c41b3b

POLETTI E MERKEL, due opposte visioni su studio e lavoro: laurearsi in fretta o laurearsi bene?
La visione del ministro Poletti (“Ragazzi prendere alla laurea 110 a 28 anni non vale un fico: meglio prendere 97 a 21 anni”) rivela una visione della società, della scuola e dell’economia completamente opposta a quella della Cancelliera Merkel che va nelle scuole tedesche esortando gli studenti a “puntare sull’eccellenza” – Chi ha ragione?

Laurea
“Ragazzi prendere alla laurea 110 a 28 anni non vale un fico. Meglio prendere 97 a 21 anni” questo il messaggio che il Ministro del lavoro Luciano Poletti ha voluto lasciare – ieri a Verona – agli studenti delle scuole superiori. Di tutt’altro genere è, invece, il messaggio che regolarmente la cancelliera Angela Merkel lascia agli studenti tedeschi quando, – e non avviene di rado -, va a far visita alle scuole in Germania: “cari studenti puntate all’eccellenza negli studi”.

C’è da chiedersi cosa spieghi la differenza tra un messaggio che suggerisce di accontentarsi della “mediocrità” – da raggiungere “velocemente” però -, e ad un altro che mira “al massimo dei voti”. Forse non è solo che il ministro Poletti si è semplicemente diplomato mentre la Cancelliera Merkel si è laureata con lode e ha poi conseguito un dottorato in fisica quantistica. Dietro queste dichiarazioni, ci sono probabilmente due visioni un pò diverse della società, del modello di sviluppo dell’economia e, in particolare, del sistema educativo diametralmente opposte. Ma, soprattutto, di realtà del mondo lavorativo profondamente diverse.

Mi sembra che invece entrambi dicano la stessa cosa: “puntare all’eccellenza” non significa solo “prendere il massimo dei voti”, nell’eccellenza conta anche il fattore tempo, il tempo che si impiega nel prendere una laurea. Un 110 e lode preso “tardi” non è sempre indice di eccellenza. Dipende dai casi, se Tizio magari ha nel CV esperienze all’estero e/o ha svolto una tesi di ricerca, tesi poi pubblicata o se Caio si è laureato “tardi” perché contemporaneamente lavorava, la laurea,  può essere prova di eccellenza. Invece la laurea di Sempronio presa con 110 e lode dando due esami a semestre non dimostra alcuna eccellenza, anzi dimostra o la difficoltà a tenere i ritmi degli altri oppure che sia capace di fare poche cose lentamente e non molte cose.

Uscire con un 97, presto, significa avere il tempo per integrare quel voto. Il voto universitario conta come presentazione, se avete un signor CV, magari con un paio di certificazioni “toste” ed esperienze di lavoro “dimostrabili”, che abbiate preso 66 o 110 alla laurea conta poco, molto poco. Certo se uno ha solo una laurea il voto è, col tempo di laurea, l’unico modo per capire il valore della persona per l’azienda. Se ci sono invece tante altre prove la laurea passa in secondo piano.

Le statistiche pubblicate in questi giorni dall’Ocse (Education at a Glance 2015) evidenziano che l’Italia è il paese i cui i laureati hanno meno probabilità di trovare un lavoro (dietro di noi solo la Grecia). Solo il 62 per cento di chi ha conseguito una laurea nel 2014 ha trovato un’occupazione, rispetto all’83 per cento della media dell’Ocse. Ma non è finita qui. L’altro dato che dovrebbe far riflettere e che l’Italia, insieme alla Repubblica Ceca, è l’unico paese tra quelli sviluppati che “vanta” un tasso di occupazione dei laureati nella fascia di età 25-34 anni inferiore a quello dei diplomati della stessa fascia di età (rispettivamente 62 e 63 per cento contro la media Ocse pari a 82 e 75 per cento). (…)

Perché? perché per molti lavori un diplomato con 10 anni di esperienza, e magari certificazioni e corsi mirati, rompe il culo ad un neolaureato di pari età. Da quello che ho visto io, per colmare il gap fra diploma + esperienza e laurea senza esperienza è di circa 3 anni. Mediamente dopo tre anni il laureato è capace di bruciare il diplomato. C’è anche da dire che cifre così aggregate significano molto poco, c’è laurea e laurea. In italia molti mirano a lauree i cui sbocchi lavorativi sono saturi, come la scuola o il giornalismo, logico che in queste condizioni un laureato in scienze della comunicazione abbia molte difficoltà a trovare lavoro nel suo ambito naturale.

Oltre al fattore tempo, un altro motivo che spiega il basso tasso di occupazione dei laureati italiani è la scarsa qualità dell’insegnamento universitario. I risultati di diversi test sulla capacità di adulti laureati di risolvere un problema o sintetizzare delle informazioni collocano l’Italia, insieme alla Spagna e l’Irlanda, in fondo alla classifica dei paesi Ocse. Date queste condizioni, prendere voti mediocri -pur di far presto -, come suggerisce il Ministro, non aiuterebbe a trovare un’occupazione. Anzi, rischierebbe di ridurre ancor di più le possibilità di un giovane laureato.

il problema è la scuola nel suo complesso. E una soluzione sono i corsi di certificazione “seri” come ad esempio  le certificazioni informatiche avanzate. Seconda cosa: migliorare la formazione universitaria significa renderla più selettiva. Significa evitare che persone che hanno grosse ed evidenti difficoltà nelle materie svolte nelle scuole superiori, i promossi per miracolo, si iscrivano e facciano da remore. L’eccellenza di massa non esiste.

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Un pensiero su “110 e lode a 30 anni è laurearsi bene?

  1. Questo è il nuovo modo di intendere la cultura e di offendere la sensibilità dei giovani che si impegnano nello studio. Comunque le prospettive di disoccupazione costante e i costi dell’istruzione hanno già scoraggiato i più volenterosi. Oggi il merito, grazie ai padroni della politica, non conta niente. Un saluto. Marisa

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