E se la trasparenza fa paura…

Stavo leggendo l’articolo: “e se la trasparenza fa paura“, devo dire che fa riflettere. Fa riflettere perché rompe un bel po’ di mitologie del piagnisteo, mitologie che vengono profuse a piene mai quando si parla di università come:

  • Le università sfornano eccellenza tutte in eguale maniera
  • Se i laureati non trovano lavoro non è colpa loro che si son scelti una laurea in scienze della fuffa teoretica e della nientologia applicata ma del malvagio mondo del lavoro che vuole solo PhD da mandare a lavorare nelle piantagioni di cotone tali da far sembrare lo zio Tom l’ospite di un hotel a 5 stelle.
  • Che la scuola (e l’università) debba fare inclusione e non selezione, che tutti abbiano il merito e la scuola deve riconoscerlo.

No, purtroppo no. Esistono le università di serie A e di serie B ed esistono, all’interno dello stesso corso di laurea i corsi di serie A  e di serie B. Esistono corsi anche fra le materie umanistiche dove impari a ragionare ed a pensare e corsi/allevamento di pappagalli dove se reciti la poesia a memoria anche se non sai cosa stai dicendo il 30 è garantito. (corsivi miei e grassetti originari dell’articolo)

“La ricreazione è finita. Scegliere la scuola, trovare lavoro”, un manuale per aiutare i giovani a muoversi nel mondo di oggi disegnando il proprio futuro. A colloquio con Roger Abravanel, Director emeritus di McKinsey.

“È un libro importante, che parla ai giovani e alle famiglie e spiega come trovare un lavoro, come liberarsi di paure, fantasmi e falsi obiettivi. Lucido e efficace nell’indicare la strada, non la scorciatoia, per trovare l’atteggiamento giusto: il lavoro segue. È un libro che insegna ad imparare, e in questo devo dirmi d’accordo con Roger e lo ringrazio nuovamente per avermi scelto come testimonial di un ragazzo che ha fatto le scelte giuste”. Marco Massarotto – uno dei fondatori di Hagakure, tra le più importanti agenzie italiane di Digital Communications, autore di numerosi testi e insegnante di Digital Marketing e Comunications in corsi, seminari e master nelle principali Università italiane – descrive così il nuovo libro “La ricreazione è finita. Scegliere la scuola, trovare lavoro” edito da Rizzoli e scritto a quattro mani da Roger Abravanel, Director emeritus di McKinsey e Luca D’Agnese, Direttore America Latina di Enel. Oltre 300 pagine dove si parla e si fa anche formazione, tra concetti come lavoro, giovani, crisi e… con un po’ di AlmaLaurea. E quindi, il futuro dov’è? Ne parliamo proprio con Roger Abravanel.

Nel suo articolo sul Corriere della Sera del 17 aprile scrive “La laurea conviene. Quasi sempre”. Un concetto che ribadisce anche nel libro. Può spiegarci quel “quasi sempre”? “La laurea non è una garanzia totale contro la disoccupazione ma, di fatto, conviene. I dati del XVII Rapporto AlmaLaurea sulla condizione occupazionale dei laureati italiani lo dicono chiaramente: chi si laurea ha in media più chance occupazionali e percepisce guadagni più elevati di chi è in possesso del solo diploma. Ma la media è fatta di tante variabili che determinano nel bene e nel male le possibilità di trovare lavoro dei giovani. Penso prima di tutto al tipo di università che si è scelta: un laureato della Bocconi o del Politecnico di Milano ha più del 90% di possibilità di trovare lavoroentro un anno. Non è lo stesso per laureati di altri atenei meno apprezzati dai datori di lavoro. In altre parole, laurearsi in alcuni atenei piuttosto che in altri influisce in modo decisivo, è inutile nasconderlo”.

Primo mito sfatato: tutte le università sono fucine di eccellenza.

Ma le chance occupazionali di un giovane laureato non dipendono piuttosto dal tipo di studi che si è scelto di seguire? Penso a ingegneria, economia, medicina che in media offrono maggiori probabilità di trovare lavoro rispetto ad altri indirizzi di studio… “No, il problema è proprio questo, guardare dentro la media. Se lo facciamo emerge fin da subito che il mito della laurea utile è ormai svanito. Nel mio libro, e come affermo nell’articolo del Corriere della Sera, a parità di laurea le chance occupazionali aumentano in modo considerevole in base all’ateneo che si è scelto. Certo, laurearsi in ingegneria conviene sempre e in economia quasi sempre, ma non è lo stesso per lauree prima ritenute utili come giurisprudenza. Anche Facoltà scientifiche come fisica e matematica deludono molto sotto il profilo dell’occupabilità perchè hanno come principale sbocco il mondo accademico fatto, come tutti sappiamo, di precarietà, guadagni inferiori e poca meritocrazia. Dall’altro lato, e questo è positivo e si evince anche da una lettura attenta dei dati AlmaLaurea, tornano alla ribalta le presunte lauree inutili, come lettere, lingue, psicologia e questo proprio perché se si sceglie un buon ateneo anche queste discipline offrano ottime chance occupazionali”.

Facciamo l’avvocato del diavolo. Le chance occupazionali non dipendono piuttosto dal mercato del lavoro presente nel territorio in cui un giovane decide di laurearsi? “Il mercato influisce poco, ma meno di quanto non si creda, i laureati di buone università trovavano lavoro ovunque. A parità di città, così come di laurea, quello che determina il peso specifico di un laureato sul mercato del lavoro è, a mio avviso, l’aver scelto o meno un buon ateneo dove laurearsi: quindi aver fatto una buona università e averla fatta bene. Penso agli atenei di Roma dove conseguire lo stesso titolo in uno piuttosto che in un’altro fa la differenza, eppure sono tutti nella stessa città. E poi, il lavoro si trova anche al di fuori del proprio territorio, basta spostarsi e non restare nel giardino di casa. Lo dimostra il fatto che molti dei nostri giovani, i migliori, quelli laureati nelle migliori università, vanno anche all’estero a lavorare”.

Parliamo proprio di lavoro o meglio del fatto che non c’è o ce n’è poco.  La crisi ha certamente giocato la sua parte e ha aumentato lo scollamento tra realtà aziendali e università: ma come emerge chiaramente nel libro questo fenomeno ha radici molto più profonde?Nei nostri atenei si sottovaluta da sempre la cultura aziendale: i giovani laureati non sono preparati al mondo del lavoro e lo dicono gli stessi giovani e le aziende che poi li assumono. I docenti dicono il contrario. Quindi, è indubbio, c’è uno scollamento tra formazione e azienda che ormai non è più sostenibile. In altri paesi Europei, penso alla Germania, all’Austria, ma anche alla Svizzera, nelle università metà del tempo gli studenti lo passano ad apprendere cosa significa lavorare. La crisi ha certamente peggiorato la disoccupazione di tutti, laureati compresi, ma il dramma della disoccupazione giovanile in Italia va ben oltre, ha cause ben più profonde e lontane della crisi economica. Il problema è che i ragazzi italiani non sono preparati al lavoro del Ventunesimo secolo”.

Gli studenti non sono preparati al lavoro. Chiariamo per preparare al lavoro si intende non insegnare il linguaggio fichissimo del giorno ma fornire solide basi di programmazione e fornire un metodo di studio in maniera da essere capaci e veloci ad imparare un nuovo linguaggio, nuovo framework. L’università, sembra un gioco di parole, deve insegnarti ad imparare a livello universitario.

Ovvero, la crisi ha portato a galla alcuni problemi strutturali dell’Italia? “La formazione in Italia è rimasta alla riforma Gentile. Così, nelle nostre scuole e università non si insegnano elementi importanti come la capacità di ragionare, di lavorare con gli altri e di comunicare. Ci si concentra piuttosto sull’insegnare un mestiere, un elemento che alle aziende interessa meno perché lo insegnano loro. Gli elementi che dobbiamo recuperare sono molti, a partire dal concetto di meritocrazia che si lega alla mancata capacità di selezionare: le nostre università hanno perso la capacità di selezionare. Penso, ad esempio, al voto di laurea, che al contrario di quanto accadeva in passato, oggi per un datore di lavoro non è più un metro di valutazione. Non a caso, siamo il solo Paese al mondo ad avere il fuori corso: e questo vuol dire che spesso i laureati decidano di laurearsi con uno o più anni di ritardo proprio per avere una votazione più alta perché pensano che sia fondamentale per il loro futuro professionale. Ma alle aziende interessa maggiormente che un giovane consegua il titolo in tempo, e in una buona università, piuttosto che avere una votazione alta. E poi i laureati italiani sono troppo vecchi per il lavoro e ritardare ulteriormente è un grave danno: in Italia s’inizia a lavorare e cercare lavoro troppo tardi. C’è un problema culturale. Non solo, come ha ribadito più volte anche AlmaLaurea, in Italia, al contrario di quanto si pensa, non abbiamo affatto molti laureati, anzi ne abbiamo troppo pochi: questo perché troppi pochi giovani di famiglie meno abbienti si laureano e non è un problema di diritto allo studio ma di orientamento”.

La riforma universitaria non andava in questo senso, aumentare il numero di laureati, svolgere il ruolo di ascensore sociale e avvicinare i giovani al mondo del lavoro? “Sì, ed era un’ottima idea: il 3+2 era nato proprio con questi presupposti ma purtroppo è fallito a causa di scelte politiche sbagliate. Anche le riforme che si stanno facendo adesso rischiano di non servire a nulla. A suo tempo i primi tre anni di studio erano stati pensati per aiutare il giovane ad entrare nel mondo del lavoro, ma mancavano i presupposti e la cultura giusta per portare avanti questa scelta. L’università doveva essere meritocratica, l’ascensore sociale per eccellenza, ma così non è stato. Ancora oggi le scelte dei giovani sono influenzate dalla famiglia, delle origini socio culturali. E le famiglie, con i loro pregiudizi, stereotipi e luoghi comuni, sono spesso le prime fabbriche di disoccupati. Un elemento che, come scrivo nel libro, mentre nelle scuole elementari e medie si è riusciti ad azzerare, torna determinante nella scelta della scuola superiore e dell’università. Per non parlare dell’employability, molte università non sanno nemmeno che cos’è e non riescono ad avvicinare i giovani al mondo del lavoro. Quello che i datori di lavoro cercano oggi nei giovani è molto diverso da ciò che volevano cinquant’anni fa: meno “mestiere” e più senso di responsabilità, spirito critico e capacità di comunicare con gli altri. Per questo i genitori non riescono a capirlo. E per questo la scuola e l’università, a parte poche eccezioni, non riescono a insegnarlo”.

Ma cosa significa imparare a lavorare? “A differenza di quel che si crede, le competenze richieste oggi a chi lavora non sono di tipo tecnico, specialistico o tecnologico, ma consistono nella capacità di interagire in modo efficace con l’organizzazione aziendale e con le sue regole. Prima di tutto imparare a saper fare grazie all’uso delle competenze cosiddette cognitive che sono molto importanti, come la capacità di ragionare, di risolvere problemi, di capire un testo scritto. E poi le soft skill, ovvero la capacità di comunicare, di lavorare in team, e la più importante di tutti, l’etica del lavoro. Come affermo nel libro “La Ricreazione è finita” l’etica del lavoro s’impara con l’etica dello studio che vuole dire: non copiare, impegnarsi, e sentirsi responsabili. E’ questo che dobbiamo insegnare ai nostri giovani e le migliori università già lo fanno”.

AlmaLaurea che ruolo può giocare in questa partita? “Se solo i genitori, i giovani, le istituzioni e le imprese imparassero a leggere i dati di AlmaLaurea: sarebbe tutto molto più chiaro. AlmaLaurea rappresenta uno strumento utile per scegliere l’università, come Eduscopio e la Scuola in Chiaro lo sono per il liceo. Molti dei suggerimenti che faccio nel saggio sulla scelta dell’università di AlmaLaurea sono il risultato di ricerche sul data base di AlmaLaurea. Ma le università e le scuole non li pubblicizzano. Questo perché si basa proprio sul principio della trasparenza e della scientificità. Ma si sa, la trasparenza fa paura”.

Arriviamo così al libro “La ricreazione è finita. Scegliere la scuola, trovare lavoro” scritto insieme a Luca D’Agnese, Direttore America Latina di Enel, che presenterete il 7 maggio alla Bocconi e l ‘8 al Politecnico di Milano: un manuale d’istruzioni d’uso per le famiglie e i giovani… “E’ un’analisi dei dati più significativi sull’istruzione e sull’occupazione, interviste a imprenditori e responsabili delle risorse umane e racconti in presa diretta di tanti ragazzi che “ce l’hanno fatta”. E’ proprio vero: è un manuale di istruzione per i giovani italiani e le loro famiglie che non possono più aspettare la riforma epocale di cui l’istruzione italiana avrebbe bisogno. Risponde alle domande più urgenti. Quale percorso scolastico scegliere? Perché la laurea non basta più? Quali esperienze extrascolastiche sono più utili? Come trovare il lavoro giusto? Come si può correggere il tiro quando il percorso scelto non porta i risultati sperati? Noi rispondiamo e diciamo chiaramente che disegnare il proprio futuro si può”.

Interessante articolo da confrontare con le tante mitologie portate contro la buona scuola. Il problema di molti docenti della scuola è che sono usciti dall’università per entrare nella scuola; non hanno mai messo il naso fuori dall’ambiente accademico e pensano che l’ambiente lavorativo sia un ambiente accademico con un capo più stronzo. In realtà l’ambito lavorativo ha vincoli scopi obiettiv diversi da quello accademico. All’università puoi ritardare un esame per prendere un voto più alto o alle superiori fare una assenza per prendere più tempo per consegnare la relazione. A lavoro se buchi la data di consegna di un prodotto o di una commessa son cazzi acidi. A lavoro conta il fattore tempo.

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