de bello…

Ogni volta che i giornali raccontano del conflitto palestinese israeliano o di qualche scontro fra governi e terroristi, leggendo i commenti di molti utenti ho l’impressione che ci siano un grossi fraintendimenti riguardo alla guerra. Che molti considerino una guerra una partita di calcio dove ci sia un arbitro severo che, nel caso qualcuno violi platealmente le regole, intervenga immediatamente con rigore ed espulsione. E che molti abbiano un idea sportiva di conflitto dove devono fronteggiarsi due squadre identiche per composizione ed attrezzatura, come ad esempio capita nel pugilato dove gli scontri son fra pugili dello stesso peso.

Alcune fallacie sono abbastanza evidenti. La prima è che non esiste alcun “arbitro internazionale” riconosciuto da tutti, e inoltre, anche se esistesse, l’arbitro, in caso di cartellino rosso, se non viene accettato il suo giudizio deve “fisicamente” buttar fuori il giocatore falloso, ovvero ricorrere esso stesso alla violenza ed alle armi. Ecco perché l’ONU non lesina le vacue trombonate ma, a meno che non ci sia il sostegno di qualcuno che mette i soldati, non interviene direttamente.

La seconda fallacia è la proporzionalità. In guerra non esiste la proporzionalità, o meglio, riguarda i mezzi usati e gli obiettivi da conseguire, non riguarda affatto le perdite e i danni inflitti al nemico, la guerra è darsi mazzate a vicenda fino a che entrambi i contendenti non si trovano in uno stato cui è meglio fermarsi che continuare. Non son duelli cavallereschi, singolari tenzoni, o battaglie alla rambo dove il buono scarica una mitragliatrice automatica contro un gruppo di persone e muoiono solo i cattivi. La guerra è sangue e merda. Macabri conteggi di morti X morti da una parte e Y dall’altra con X>>Y servono solo a dimostrare quanto la parte Y sia mostruosamente più capace ed efficiente rispetto alla parte X. Anche se qualcuno pensa che Y debba fermarsi finché non abbia ricevuto (X-Y) caduti.

Un altra fallacia riguarda le convenzioni di Ginevra. Le convenzioni nascono come accordo fra le parti in causa per limitare gli orrori della guerra ponendo dei limiti all’uso della violenza. In particolare la quarta convenzione si occupa di tutelare i civili di tutte le parti in causa e per evitare che si ripetano situazioni come capitato nella II guerra mondiale. Si tratta comunque di convenzioni, ovvero accordi fra stati sovrani e non di leggi, una loro plateale violazione è sì un crimine contro l’umanità ma senza un “arbitro” che giudichi e sanzioni, il crimine contro l’umanità lascia il tempo che trova. Infatti il motivo per cui uno stato avrebbe interesse a rispettarli è che in caso di loro violazione anche gli altri agirebbero senza limiti. Facendo un esempio un poco imbecille è come se in un incontro di karatè uno dei due iniziasse a non controllare i colpi e cercasse di colpire a tutti i costi l’altro con l’arbitro che non interviene ed anzi scappa. In tal caso non ci sarebbe da stupirsi se l’altro reagisse usando una sedia per colpire il primo.

Per questo le convenzioni di Ginevra tendono a dividere i militari dai civili e raccomandano di tenere il più possibile separati i militari dai civili e gli obiettivi militari da quelli civili. Questo è il motivo per il quale, ad esempio nell’articolo 19 della quarta convenzione, si precisa che la protezione accordata agli obiettivi civili decade se questi vengono usati per scopi militari. Ovvero se in un ospedale nascondi munizioni e spari razzi dal tetto quello diventa ipso facto un obiettivo militare legittimamente, ai sensi della convenzione, bombardabile.

Nella sparata del dibattista ci son tutte le tre fallacie:

«Nell’era dei droni e del totale squilibrio degli armamenti il terrorismo, purtroppo, è la sola arma violenta rimasta a chi si ribella. E’ triste ma è una realtà. Se a bombardare il mio villaggio è un aereo telecomandato a distanza io ho una sola strada per difendermi a parte le tecniche non violente che sono le migliori: caricarmi di esplosivo e farmi saltare in aria in una metropolitana. Non sto ne giustificando né approvando, lungi da me. Sto provando a capire. Per la sua natura di soggetto che risponde ad un’azione violenta subita il terrorista non lo sconfiggi mandando più droni, ma elevandolo ad interlocutore.»

Tralasciamo la penosa frase:  “tecniche non violente che sono le migliori”, che sa tanto di lavacro morale e suona come un “io non sono razzista ma…” di Salvini; se sono le migliori allora perché usare le seconde? Minimo è da idioti. Seconda cosa: se scegli l’opzione violenta allora devi aspettarti che l’altro reagisca con maggior forza (è guerra non è una gara olimpionica di fioretto). Se un tizio si fa saltare in metropolitana con l’esplosivo la naturale reazione è che la polizia diventi paranoica e spari per prima alla testa di chiunque venga percepito come un pericolo.

Ultima cosa: per interloquire bisogna essere in due e entrambi devono trovare vantaggioso il fermarsi e trattare, ovvero il concedere qualcosa, invece che continuare con la guerra.  Ma devono essere entrambi. Non è possibile trattare con chi non vuol trattare.

PS

Sorvoliamo sull’uso, che considero scorretto, del verbo “comprendere” come sinonimo di giustificare.

 

 

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