a che età si diventa responsabili ?

Non intendo responsabili in senso legale (18 anni) ma responsabili nel senso di dover rispondere delle conseguenze delle proprie azioni senza che ci sia per forza un superbabbo debba venire a raccogliere i cocci e ripagare il vaso.

Nello specifico mi riferisco a quest’articolo del fatto: http://www.ilfattoquotidiano.it/2014/02/09/prato-numero-chiuso-alla-scuola-di-benigni-porte-chiuse-ai-pluri-ripetenti/

Scuola pubblica, ma forse non aperta a tutti. L’istituto alberghiero “Datini” di Prato, 1400 alunni iscritti, ha deciso di chiudere le porte a pluriripetenti: alle prime classi dell’anno scolastico 2014-2015 (saranno attivate dieci sezioni) si potranno infatti iscrivere soltanto studenti di terza media della provincia di Prato con un percorso di studi regolare. Se si è bocciati un solo anno verrà comunque chiuso un occhio e l’iscrizione sarà ugualmente concessa. Trattamento diverso per gli studenti dei Comuni vicini (Agliana in provincia di Pistoia, Campi Bisenzio, Calenzano e Sesto Fiorentino in provincia di Firenze). Qui verranno ammessi alla prima classe soltanto coloro che potranno esibire un percorso di studi regolare, senza alcuna bocciatura. In ogni caso non sarà accettata l’iscrizione di ripetenti fuori dall’obbligo scolastico. (…)

Quella del “Datini” è una scelta sicuramente in controtendenza rispetto alla classica corsa delle scuole a accaparrarsi il maggior numero possibile di allievi. (…)

I pluriripetenti pratesi e coloro che si trovano già al di fuori dell’obbligo scolastico non potranno accedere all’istituto: “Queste persone hanno già dimostrato di non aver voglia di studiare e di sacrificarsi”. In ogni prima classe sarà comunque riservato il 10% dei posti a eventuali alunni ripetenti del “Datini” in obbligo scolastico. Il consiglio d’istituto ha inoltre deciso di escludere anche gli alunni provenienti da eventuali selezioni o preselezioni di istituti fuori provincia: questo perché “gli allievi devono avere idee chiare sui loro progetti e la scuola pratese non può esser considerata una seconda scelta”. (…)

Cosa ne pensa il ministero dell’istruzione di tutta la storia? Da Roma si fa sapere che “pur nel rispetto dell’autonomia delle istituzioni scolastiche, i criteri di precedenza deliberati dai singoli consigli di istituto debbono rispondere a principi di ragionevolezza quali, a puro titolo di esempio, quello della vicinorietà della residenza dell’alunno alla scuola o quello costituito da particolari impegni lavorativi dei genitori”. Non può essere invece considerato criterio di esclusione “l’aver ripetuto uno o più anni scolastici da parte di studenti ancora soggetti all’obbligo di istruzione”. Dal ministero fanno comunque sapere che il caso sarà oggetto di “approfondimenti“. L’assessore regionale alla scuola Stella Targetti, interpellata, ha invece preferito non rilasciare dichiarazioni.

Personalmente ritengo che il preside e il consiglio di istituto abbiano preso una buona decisione; uno dei problemi delle scuole professionali è che sono considerate scuole “facili” in cui si può prendere un titolo di studio con lo sbattimento minimo sindacale, o anche meno, e quindi prese d’assalto da pluriripetenti e ragazzi espulsi da altri percorsi formativi. Persone, ne bastano una o due in una classe, che rendono arduo l’andare avanti di tutta la classe e che spesso fra disturbo ed interruzioni impediscono o rendono difficoltoso il diritto allo studio dei compagni. Il preside mira, giustamente, ad una scuola di qualità: meglio pochi ma veramente buoni che tanti che poi faranno considerare la scuola un immondezzaio(). E se la scuola è considerata un immondezzaio chi vi esce viene considerato spazzatura.

Quello che non mi trova d’accordo invece è tutta la polemica che si è scatenata sulle cause di esclusione, la solita sceneggiata italiana in cui le regole sarebbero da aggirare perché, in primo luogo, magari potrebbe capitare il caso del ragazzo che ha passato tre anni in ospedale e poverino, una volta uscito, vorrebbe…  etc. etc. Quando quello al più sarebbe un caso su mille, i restanti novecentonovantanove sarebbero invece ragazzi che vogliono andare in una scuola facile per prendere un pezzo di carta a sbattimento zero. Come dire: siccome mi può capitare di bruciare un rosso per una emergenza allora trasformiamo il rosso da divieto di passaggio a mera indicazione stradale, tanto quanto un cartello di indicazioni turistiche, e ovviamente non sanzioniamo chi passa con il rosso. E in secondo luogo per il perdonismo ad oltranza, perdonismo per il quale deve sempre e in ogni caso non l’essere concessa una seconda possibilità ma non debba essere tolta alcuna possibilità ai ragazzi, per quanto gravi siano le stupidaggini da loro fatti. E questa è una cosa diseducativa al massimo: se fai passare il messaggio, falso cristiano(), che qualunque cosa combini non è giusto che venga chiamato a risponderne l’unica cosa che ottieni è di crescere una generazione di irresponsabili, ragazzi, e ne ho visto abbastanza quando insegnavo, convinti che basta battere i piedi e fare i capricci per eliminare tutte le conseguenze delle proprie stupidaggini. E quando cominceranno a rendersi conto che le stupidaggini si pagano e che prima o poi si dovrà tirare una riga e vedere i totali?  L’articolo comunque mi ha ricordato un brano di Fanteria dello Spazio; una lezione del docente di filosofia morale il Tenente Colonnello Dubois:

Poi mi venne in mente una discussione fatta in classe durante il corso di storia e filosofia morale. Il signor Dubois stava parlando dei disordini che avevano preceduto il crollo della Repubblica Nordamericana, nel tardo Ventesimo secolo. Stando alle sue parole, nel periodo immediatamente precedente alla “catastrofe”, i crimini come quello commesso da Dillinger erano comunissimi, all’ordine del giorno. Il terrore aveva regnato non solo nel Nordamerica, ma anche in Russia, nelle isole britanniche e in altri luoghi. Comunque, aveva raggiunto il culmine proprio nel Nordamerica, poco prima del crollo finale.

– Le persone normali – aveva detto Dubois – non osavano avventurarsi di sera in un parco pubblico. C’era il rischio di essere aggrediti da bande di adolescenti armati di catene, di coltelli, di armi fatte in casa se non addirittura di rivoltelle, di essere perlomeno feriti, quasi certamente rapinati, probabilmente riportando danni permanenti… o perfino uccisi. Le cose andarono avanti così per anni, proprio nel periodo che precedette la guerra tra l’Alleanza russo-anglo-americana e l’Egemonia cinese. L’omicidio, l’uso delle droghe, le aggressioni, le violenze e i vandalismi erano all’ordine del giorno. E tutto cio non succedeva soltanto di notte nei parchi, ma anche alla luce del giorno per strada, nelle scuole, sui campi sportivi. Ma i parchi erano notoriamente luoghi pericolosi che le persone oneste evitavano quando faceva buio. (…)

Non sapevo che cosa fosse un sadico, allora, ma conoscevo bene i cuccioli. – Signor Dubois, e necessario! Lo si rimprovera (parla dell’educazione di un cucciolo di cane NdA) per fargli capire che ha sbagliato, lo si obbliga a metterci il naso dentro perche sappia dove sta il problema, e lo si sculaccia perche si guardi bene dal farlo un’altra volta. Tre cose che bisogna fare subito! Non serve a niente punirlo piu tardi, con il solo risultato di confondergli le idee. E anche se si agisce in tempo, non basta una sola lezione. Bisogna stare attenti, coglierlo ancora sul fatto e sculacciarlo anche piu forte. Poi, un po’ alla volta, capisce. Ma se uno si limita a sgridarlo, perde il suo tempo e non conclude niente. – Avevo anche aggiunto: – Ma forse lei non ha mai allevato cuccioli.

– Invece ne ho avuto molti. Ne sto educando un certo numero in questo periodo e con gli stessi tuoi metodi – rispose. – Ma torniamo ai “minori delinquenti”. I piu accaniti erano in media piu giovani di voi, e spesso iniziavano la loro carriera di fuorilegge in eta ancora piu tenera. Teniamo presente quel cucciolo. Dunque, spesso questi ragazzi venivano colti sul fatto. La polizia ne arrestava moltitudini ogni giorno. Erano sgridati? Sì, e spesso in modo pesante. Venivano messi, per così dire, “con il naso dentro”? Raramente. Il loro nome era in genere tenuto segreto, come in molti posti prescriveva la legge per i criminali sotto i diciotto anni. Venivano sculacciati ben bene? Neanche per sogno! Molti non avevano mai preso una lezione del genere nemmeno da bambini, dato che in quei tempi era diffusa la convinzione secondo cui le punizioni corporali avrebbero causato nel bambino danni fisici e psichici permanenti.

(Ricordo che in quel momento avevo realizzato che mio padre doveva essere completamente all’oscuro di tale teoria.)

– A scuola, le punizioni corporali erano proibite dalla legge – aveva continuato Dubois. – La fustigazione era una pena in uso solo in una piccola provincia, il Delaware, dove peraltro veniva applicata solo per pochissimi crimini. Era considerata un “castigo crudele e insolito”.

Dubois stava riflettendo ad alta voce: – Non capisco le obiezioni ai castighi crudeli e insoliti. Ora, mentre un giudice e opportuno che sia incline alla benevolenza per quanto riguarda la finalita del suo operato, la pena in se dovrebbe causare una sofferenza al colpevole, altrimenti la punizione viene a mancare. Il dolore fisico e il meccanismo base che si e sedimentato in noi attraverso milioni di anni di evoluzione e per avvertirci quando qualcosa minaccia la nostra sopravvivenza. Perche la societa dovrebbe rifiutare un meccanismo di sopravvivenza così altamente perfezionato? Eppure, quel periodo era condizionato da una quantita incredibile di credenze prescientifiche e pseudopsicologiche. Quanto alla definizione “insolita”, la punizione deve essere tale, altrimenti non ha ragione d’essere. – Dubois aveva fatto un cenno a un altro ragazzo. – Tu… Che cosa accadrebbe se un cucciolo venisse picchiato ogni ora?

– Mah… probabilmente diventerebbe violento!

– Probabilmente. Quello che e certo e che non imparerebbe niente. Quanto tempo e passato da quando il preside di questa scuola ha dovuto sferzare un alunno?

– Mi pare… circa due anni. Quel ragazzo che rubava…

– Non ha importanza. La cosa rilevante e che sono gia passati due anni. Questo significa che la punizione e così “insolita” da essere significativa, istruttiva, ammonitrice. Tornando a quei giovani criminali, probabilmente da bambini non avevano mai preso qualche sacrosanto ceffone, e certo non vennero mai frustati per i loro crimini. Di solito si procedeva così: alla prima infrazione grave, un ammonimento e una sgridata senza nemmeno il processo. Dopo diverse infrazioni gravi una condanna alla reclusione, generalmente sospesa, per affidare i piu giovani alla tutela di qualcuno. Un ragazzo poteva venire arrestato e processato diverse volte prima di essere punito, e la pena consisteva nella semplice reclusione insieme ad altri come lui, dai quali spesso imparava a commettere crimini peggiori. Se durante il periodo trascorso in un istituto correzionale si comportava benino, poteva sfuggire perfino a quella mite sanzione e ottenere la liberta vigilata, la “liberta sulla parola” per usare la terminologia dell’epoca. Questo incredibile stato di cose poteva durare per anni, e intanto i suoi crimini aumentavano di numero e violenza, senza altra punizione che non fosse qualche noioso e inutile soggiorno in uno di quegli istituti di reclusione. Poi, all’improvviso, e per legge, esattamente il giorno del suo diciottesimo compleanno, questo cosiddetto minore delinquente diventava un criminale adulto, e spesso, nel giro di qualche settimana o di qualche mese, finiva nella cella della morte ad aspettare l’esecuzione. Tu…

Dubois aveva di nuovo indicato me. – Supponiamo che ti fossi limitato a sgridare il tuo cucciolo, che non l’avessi mai punito permettendogli di sporcare per tutta la casa e chiudendolo di tanto in tanto nella cuccia in giardino, per poi lasciarlo libero di nuovo con l’avvertimento di non sporcare piu. Poi, un bel giorno, ti accorgi che ormai e un cane adulto, ma che ancora non ha imparato la buona creanza, e di conseguenza vai a prendere il fucile e gli spari. Commento, prego.

– Ma no! Sarebbe stata la maniera piu assurda di educare un cane. Nessuno farebbe così.

– D’accordo. Lo stesso vale per un bambino. Di chi sarebbe stata la colpa?

– Mia, immagino.

– Siamo sempre d’accordo. Ma non c’e niente da immaginare, e così.

– Signor Dubois – era saltata su una ragazza – perche a tempo opportuno non rifilavano qualche ceffone ai bambini o somministravano una buona dose di frustate ai piu grandi che le meritavano, una lezione di quelle che non si dimenticano? Naturalmente, parlo di quelli che commettevano infrazioni proprio gravi. Perche non lo facevano?

– Non lo so – aveva risposto il serio professore. – Senza dubbio il metodo sperimentato per secoli per consolidare la virtu sociale e il rispetto della legge nelle menti dei giovani non attraeva una classe prescientifica e pseudoprofessionale che si autodefiniva degli “operatori sociali” o, qualche volta, degli “psicologi dell’infanzia”. Forse lo giudicavano troppo semplice, visto che era alla portata di tutti, e pensavano che bastasse impiegare solo pazienza e fermezza per istruire un cagnetto. A volte mi sono chiesto se non provassero compiacimento nell’alimentare il disordine a forza di psicologia sballata, ma e improbabile. Quasi sempre gli adulti agiscono in nome di motivi nobili, qualunque sia la loro condotta.

(1) Ovvero posto dove scaricare casi umani e microcriminali tanto per poter dire che non sono disoccupati e/o incarcerati. Scaricando il barile su chi ha la sfortuna di averli come studenti o compagni.

(2) Il peccatore può sempre essere redento a patto che ci sia pentimento (reale) ed espiazione della colpa.

Chi ha avuto, ha avuto, ha avuto…
chi ha dato, ha dato, ha dato…
scurdámmoce ‘o ppassato,
simmo ‘e Napule paisá!…

Non è vangelo.

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Un pensiero su “a che età si diventa responsabili ?

  1. Penso che si debba essere responsabili delle proprie azioni, fin da bambini, in relazione all’età. La responsabilità è un insegnamento che va somministrato a piccole dosi, in crescendo. Carla

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